Berlino decolonizza alcune strade

24.05.2018 – Berlino Colonialism Reparation

Berlino decolonizza alcune strade
(Foto di http://eineweltstadt.berlin)

Colonialism Reparation si rallegra che la città di Berlino abbia deciso di decolonizzare i nomi di alcune strade, commemorando ormai gli eroi della resistenza e non più i protagonisti coloniali, e chiede a tutte le altre città di seguirne l’esempio.

Il 19 aprile 2018 l’Assemblea del distretto di Mitte della città di Berlino ha deciso, dopo due anni di preparativi, di cambiare i nomi di alcune strade del quartiere africano commemorando ormai gli eroi della resistenza al colonialismo e non più i protagonisti coloniali. Entro il 10 agosto 2018 saranno quindi effettuati i cambiamenti necessari per la trasformazione in Cornelius-Frederiks-Straße dell’ex Lüderitzstraße, in Bell-Platz dell’ex Nachtigalplatz, in Anna-Mungunda-Allee e Maji-Maji-Alleedell’ex Petersallee.

Questo risultato arriva dopo anni di lavoro da parte di iniziative e associazioni per la decolonizzazione, iniziato il 3 ottobre 2010 con l’Appello per un cambiamento fondamentale nella gestione dell’eredità coloniale della Germania, per il cambiamento del nome di strade che onorino protagonisti coloniali così come per la promozione di culture postcoloniali di commemorazione. Le attività sono poi proseguite sul territorio con, ad esempio, l’organizzazione annuale a partire dal 2014 dellaFesta del cambiamento di nome e la produzione nel 2016 del video musicale Rinomina le strade.

La notizia della decolonizzazione di alcune strade della città di Berlino, appena resa pubblica, ha avuto grande diffusione, oltre che in Germania (Deutsche WelleDie Welt, ecc.), anche a livello internazionale (BBCCGTNDaily SabahDaily TrusteNCAGulf TimesLe MondeLe Nouvel ObservateurL’Orient-Le JourPrensa LatinaPúblicoRaiNews, ecc.).

Colonialism Reparation si rallegra che la città di Berlino abbia deciso di decolonizzare i nomi di alcune strade, commemorando ormai gli eroi della resistenza e non più i protagonisti coloniali, e chiede a tutte le altre città di seguirne l’esempio, come già hanno iniziato a fare BruxellesNew Orleans e Bordeaux.

Annunci

Irlanda: al voto per il diritto di aborto, una sfida europea

23.05.2018 – Matteo Zola East Journal

Irlanda: al voto per il diritto di aborto, una sfida europea
(Foto di Fotografías Emergentes via Flickr.com)

L’Irlanda si appresta ad andare alle urne per un referendum dal sapore storico. Il prossimo 25 maggio circa tre milioni di persone saranno chiamate a scegliere sull’aborto, un tema delicato per una società in cui l’identità nazionale è strettamente legata a un cattolicesimo profondamente vissuto. Non a caso la campagna elettorale si è giocata sull’opposizione tra clero e sostenitori della libertà di scelta, ma le posizioni sono in realtà assai più variegate. I sondaggi, che per molte settimane hanno dato in vantaggio i favorevoli all’aborto, sono ora più incerti e il numero di indecisi (circa il 40%) potrebbe fare la differenza.

Per cosa si vota

Oggetto del referendum sarà l’abrogazione dell’ottavo emendamento alla Costituzione irlandese che garantisce al feto lo stesso diritto alla vita della madre rendendo di fatto illegale l’aborto in quasi tutte le circostanze. Nel paese l’interruzione di gravidanza non è consentita nemmeno in caso di stupro, incesto o anomalia fetale. Per le donne che praticano illegalmente l’aborto è prevista una pena di 14 anni di reclusione. Per sfuggire a questa legge, che risale al 1983, sempre più donne sono costrette ad andare ad abortire all’estero (si parla di 165mila tra il 1980 e il 2015 nella sola Gran Bretagna) affrontando costi economici e – soprattutto – la paura, lo stigma sociale e la solitudine estrema della scelta. L’esperienza è infatti resa ancora più traumatica dalla necessità di mantenere il segreto, spesso anche nei confronti della famiglia. Le donne che abortiscono sono considerate colpevoli, e come tali devono pagare il prezzo dell’isolamento sociale. E poco conta che il feto sia malformato, che non abbia possibilità di sopravvivere, non ci sono buone ragioni per la legge irlandese: la vita del feto vale quanto quella della madre. Poco conta chi dei due vive o muore.

Il caso Savita

La morte di Savita Halappanavar, dentista di origine indiana, uccisa da una setticemia dopo un aborto spontaneo prolungato all’ospedale di Galway nell’ottobre 2012, ha però smosso le coscienze. Sarebbe bastato un intervento dei medici a interrompere la gravidanza per salvarle la vita, ma la si è lasciata morire di parto per rispettare una legge assurda. Il caso ha sconvolto l’opinione pubblica irlandese. Così il parlamento, nel 2013, ha approvato una norma che consente l’aborto in caso di comprovato rischio di vita per la madre.

Ma l’intervento del Parlamento non può bastare se nelle scuole irlandesi si continua a insegnare che l’aborto è un omicidio, se l’educazione cattolica insiste sul concetto di colpa (e il senso di colpa ha portato al suicidio un numero indefinito, tuttavia sensibile, di donne che hanno fatto ricorso all’aborto), se la politica continua a non ritenere le donne soggetti politici a pieno titolo, ovvero capaci di compiere scelte libere e consapevoli. Poiché vietare l’aborto, o limitarlo fortemente, significa sostenere l’idea paternalista che una donna non deve, non può, decidere di sé stessa. Quella per la libertà di aborto diventa quindi anche una battaglia per la libertà individuale.

Europa, duemiladiciotto

La Corte suprema irlandese, nel marzo scorso, ha aperto al referendum interpretando i mutati sentimenti di un paese che, nel 2017, aveva già dato via libera ai matrimoni gay. Se sarà abrogato dal referendum, l’ottavo emendamento sarà sostituito da un testo redatto dal Parlamento che permetterà alle donne di accedere all’interruzione volontaria entro le 12 settimane di gravidanza, o più tempo di fronte a circostante eccezionali. Soprattutto, l’aborto cesserà di essere una questione morale diventando una questione sanitaria, aprendo la strada a future ulteriori aperture.

I sostenitori dell’aborto, guidati dai cardinali cattolici, hanno lanciato una massiccia campagna elettorale che ruota attorno alle tradizionali parole d’ordine del clericalismo: peccato, omicidio, famiglia. Una visione tradizionalista e reazionaria dei rapporti sociali e delle libertà individuali che, tuttavia, sta incontrando inattesi consensi in molti paesi d’Europa. Le donne sono le prime ad essere colpite, i loro diritti sono i primi ad essere oggetto di limitazione, ma la questione riguarda tutti perché altri diritti potrebbero venire erosi. La lotta per i diritti delle donne è la trincea della libertà di tutti.

Appello di Pax Christi International sul problema del nucleare iraniano

22.05.2018 PAX

Quest’articolo è disponibile anche in: Francese

Appello di Pax Christi International sul problema del nucleare iraniano

Riceviamo e pubblichiamo questa lettera del Segretariato Internazionale di Pax Christi

 

Cari amici,

 

L’uscita da parte del Presidente degli Stati Uniti dall’Accordo nucleare iraniano è una tragedia di proporzioni immani che colpisce soprattutto il popolo iraniano che subirà le orrende conseguenze delle sanzioni.

 

Ci auguriamo che i leader cattolici e le organizzazioni e le  comunità cattoliche di tutto il mondo firmino la dichiarazione qui allegata e con la quale esprimiamo la nostra profonda preoccupazione perché riteniamo che questa azione creerà  tensioni ancora maggiori in Medio Oriente e minerà i delicati negoziati con la Corea del Nord.  

 

Tre anni fa molti, nella comunità cattolica, hanno attivamente sostenuto l’accordo nucleare iraniano considerandolo come un’importante conquista diplomatica, un passo fondamentale che portava verso l’abbandono del processo  della proliferazione nucleare  e faceva invece avanzare verso il disarmo nucleare.

 

Con questa dichiarazione sosteniamo fermamente gli sforzi  che gli altri stati firmatari dell’accordo sul nucleare iraniano – Iran, Cina, Francia, Germania, Federazione Russa, Regno Unito e UE – profondono per onorarlo e attuarlo. Esortiamo i membri del Congresso degli Stati Uniti a utilizzare i loro poteri e la loro influenza per far sì che gli Stati Uniti ritornino a far parte dell’accordo multilaterale. E incoraggiamo le nazioni del mondo a firmare e ratificare il Trattato per la messa al bando delle armi nucleari (TPNW).

 

Vi chiediamo il favore di unirvi a questo sforzo sia come leader cattolici singoli  sia come organizzazioni. Per inviare la vostra adesione vi  invitiamo a cliccare qui ( invece  di rispondere a questo messaggio) facilitando enormemente questo processo. La scadenza per la sottoscrizione  è  per le ore 17:00 ( ora di Washington D.C.) di  giovedì 31 maggio.

 

Sentitevi liberi di promuovere e condividere questo invito. Grazie!

 

In pace,

 

Marie Dennis                        Greet Vanaerschot

Co-President                          Secretary General

Pax Christi International     Pax Christi International

 

Allegato, la dichiarazione in inglese: Intl. Catholic Statement on Iran Deal Repudiation

\Firenze: manifestazione contro i massacri israeliani in palestina

21.05.2018 – Firenze Redazione Italia

Firenze: manifestazione contro i massacri israeliani in palestina
(Foto di Cesare Dagliana)

Sabato 19 Maggio a Firenze, manifestazione per la Palestina, contro il massacro perpetrato dai cecchini israeliani lungo il confine della striscia di Gaza.

Un corteo di oltre mille partecipanti ha sfilato per le vie del centro.

In testa un grande bandierone sorretto dai membri della comunità palestinese, poi, a seguire, tanti militanti dell’associazionismo, dei comitati e anche delle forze politiche di sinistra, tutti mescolati tra di loro. E lungo tutto il corteo, un numero grandissimo di bandiere palestinesi scosse dal vento. Qua e là delle piccole ma significative espressioni di solidarietà: qualche bandiera curda, uno striscione molto artigianale sorretto da un gruppetto di cingalesi, a testimoniare, come in altre recenti occasioni, la volontà di unire e collegare le aspirazioni di popoli oppressi e sofferenti.

 

Su info del Comitato Fermiamolaguerra,  Assemblea Beni Comuni / Diritti

Lo spirito del contratto Lega – 5stelle: ognuno per sé

NAGA Associazione Volontaria di Assistenza Socio-Sanitaria e per i Diritti di Stranieri e Nomadi

Lo spirito del contratto Lega – 5stelle: ognuno per sé
(Foto di Medici senza Frontiere)

È stato reso pubblico ieri il contratto di governo Lega – 5stelle, che verrà sottoposto all’approvazione dei rispettivi elettori questo weekend.

Quello che colpisce al di là dei singoli provvedimenti è l’idea di società che ne emerge. Una società frammentata, divisa, spezzata, impoverita, vecchia, triste e arrabbiata composta da tanti portatori d’interesse individuali senza un interesse comune collettivo. Un’idea antica ma, forse, anche contemporanea. Una semplificazione della complessità in singole istanze che fanno accantonare l’idea che al di là di quelli singoli rilevino gli interessi generali. Una società dove le fragilità, le vulnerabilità, le povertà, le disuguaglianze non sono condizioni da tutelare, ma colpe da punire o ignorare.

L’occhio del Naga cade sul capitolo a pagina 26 dedicato a IMMIGRAZIONE: RIMPATRI E STOP BUSINESS. Basta il solo titolo per capire che il fenomeno, complesso, dell’immigrazione viene ridotto a questione di ordine pubblico e di malaffare; già dal titolo si comprende che non si parlerà di persone, ma di un problema, una grana, da risolvere. Rapidamente e in modo risoluto.

Scopriamo così una prima parte dello svolgimento che apparentemente propone azioni che noi stessi sosteniamo da tempo: il superamento del regolamento di Dublino, la condivisone a livello europeo dell’accoglienza e una gestione pubblica coordinata dell’accoglienza stessa. Le proposte sono, tuttavia, in salsa acida; l’obiettivo è quello di scaricare il “peso” dei migranti il più possibile sugli altri paesi europei – un mero trasferimento di quote – non certo quello di introdurre un approccio pragmatico e di legittimità dell’immigrazione.

Proseguendo nella lettura ecco che si arriva all’impianto ideologico che regge lo schema; è chiaro, è il solito: gli stranieri sono un problema, vi diciamo noi come risolverlo; un po’ li diamo ad altri paesi, i restanti li rimpatriamo (e i fondi li prendiamo da quelli per l’accoglienza).

Anzi, meglio ancora, non li facciamo nemmeno arrivare perché istituiamo delle commissioni nei paesi di transito che valutino se possono proseguire o se devono tornarsene indietro. Insomma un bel container nel deserto nigerino o libico dove, con “sicura” attenzione ai diritti umani, verranno selezionati i salvati, gli abbandonati, i sommersi.

Nessun accenno, nessuna idea, su come rivedere il meccanismo di ingresso in Italia che crea proprio quell’irregolarità tanto odiata. Perché in Italia essere irregolari è inevitabile. Non esiste – di fatto – un modo per accedere regolarmente; ma questo non conta, perché, appunto, non stiamo parlando di persone, non stiamo riflettendo sulla complessità del fenomeno, bensì su come annientare coloro che rappresentano di per sé il problema, solo per il fatto di aver osato lasciare il paese dove sono nati.

Per quelli che poi, nonostante tutto, ce l’hanno fatta sono previsti ricongiungimenti familiari molto più complicati, perché è noto che la famiglia è un elemento destabilizzante, a meno che la famiglia non sia italiana e in quel caso va bene, anzi.

Infine, dulcis in fundo, una vigorosa stretta sull’Islam, inteso come minaccia assoluta e d’altra parte antico cavallo di battaglia leghista rafforzato dai recenti, odiosi, attentati. E anche qui non una parola sulle migliaia di persone che fuggono proprio da quel fanatismo di cui sono imputati a priori.

Ci prendiamo un rischio e scommettiamo, da oggi, che gli intendimenti della prima parte del programma rimarranno lettera morta, così come gran parte di quelli della seconda.

Tuttavia siamo certi di una cosa: la vita dei migranti diventerà ancora più difficile e insieme quella di tutti noi. E ciò, non solo e non tanto, per i singoli provvedimenti, peraltro coerenti con l’approccio fallimentare degli ultimi anni, ma per lo spirito che ribadiscono: ognuno per sé.

La solidarietà è espunta dal corpo sociale. Chissà se mai la ritroveremo.

Noi andiamo avanti, controvento

Le donne sono qui: petizione per la 194

19.05.2018 Redazione Italia

Le donne sono qui: petizione per la 194

Questa lettera è indirizzata alle donne che oggi siedono in Parlamento. Siete le più numerose della storia della nostra Repubblica, vi trovate lì per il desiderio e la lotta delle donne che vi hanno precedute. Vogliamo celebrare con voi, che siate d’accordo o no, i 40 anni della legge che ha dato alle donne il diritto di dire la prima e l’ultima parola sul proprio corpo.

Perché è importante?

Un po’ di storia: la 194, legge sull’interruzione volontaria di gravidanza, è stata fortemente voluta dalle donne contro la destra e a fronte di una sinistra a lungo titubante, alleato senza remore fu solo il Partito Radicale. Alla fine gran parte del Movimento femminista, le donne dell’U.D.I, dei Partiti di sinistra, dei Sindacati e delle Associazioni e tante altre seppero mettersi insieme, dopo mediazioni non facili, e vinsero. Fu un vero e proprio atto di governo.

È questo insieme che vogliamo celebrare e mostrare oggi ancora vivo e potente.
Insieme abbiamo salvato tante donne dalla morte e dalla vergogna della clandestinità. E’ per questa coscienza che non ci può fare paura l’oscena propaganda che si sta scatenando in questi giorni contro questa legge, che pretende di mostrare le donne come assassine. Ma l’amore delle donne per la vita lo testimoniano secoli di storia.

È la nostra libertà a fare paura. Oggi tutti sono pronti a condannare la violenza, tutti contriti per ogni donna uccisa, per ogni donna maltrattata e abusata, ma sia chiaro: le radici di ogni violenza stanno tutte nella pretesa del controllo del corpo delle donne e se questo controllo un tempo era sacro, era legge, era dovuto, oggi è solo un terribile vizio.

Le donne non hanno più padroni. Di un gesto triste e grave come l’aborto, troppo spesso causato da una sessualità maschile irresponsabile, le donne rispondono non allo Stato ma prima a se stesse nel profondo della loro coscienza e poi a coloro che amano.

Oggi la denatalità fa paura, tanti dicono che sia colpa della nostra scarsa moralità, ma le donne non sono messe in condizione di avere figli, lo si vede dalle scelte politiche, da quelle economiche, dalla precarietà del lavoro, dai tagli ai servizi, da una scuola in perenne difficoltà, dallo scarso o nullo coinvolgimento degli uomini nell’esperienza della genitorialità, dai prezzi delle case e degli asili nido.

Le donne non sono pazze, a fronte di un loro desiderio, non fare figli quando non puoi permettertelo è una scelta molto triste.

Ma il desiderio può non esserci e questo è un fatto di cui tutti devono imparare a tenere in conto. La maternità oggi è una libera scelta, non un obbligo, non un dovere, né una merce, risponde solo a un desiderio, ma questo desiderio è importante per la vita di tutti, per la vita della società stessa, poiché infelice è colui che nasce senza il desiderio della madre. Così pensavamo e così pensiamo.

Vi scriviamo per dirvi che, qualunque governo verrà, le donne non faranno un passo indietro, speriamo di avervi al nostro fianco. Continueremo a lavorare per affermare la nostra piena cittadinanza e per rendere migliore questo paese. Riempiremo le piazze, se necessario.

Cgil, Udi, Uil, Gi.U.Li.A. (Giornaliste Unite Libere Autonome), Rete per la Parità, Telefono Rosa, D.i.Re (Donne in Rete contro la violenza), DonneinQuota, Casa Internazionale delle Donne, Laiga (Libera Associazione Italiana Ginecologi per Applicazione legge 194),Differenza Donna, Salute Donna, BeFree, SeNonOraQuando Torino, SeNonOraQuando Factory, SeNonOraQuando Bolzano, Fondazione Pangea Onlus, EWMD Italia (European Women’s Management Development) Femministerie, Associazione Le Onde Palermo, Donne In Movimento, Udi Palermo Onlus, Angela Blasi – Commissione Pari Opportunità Regione Basilicata -, Associazione Rosa Rubrae, Associazione Fiori con le Spine, Museo delle donne di Merano, ADATeoriaFemminista, Le Kassandre, Associazione Onlus Lab. Zen2, Libera Università delle Donne Matera.

Alessandra Bocchetti, Livia Turco, Anarkikka, Linda Laura Sabbadini, Alessandra Mancuso (Presidente Commissione pari opportunità della Federazione Nazionale della Stampa) Lidia Ravera, Francesca Comencini, Letizia Battaglia, Fiorella Kostoris, Gabriella Carnieri Moscatelli, Laura Onofri, Simona Mafai, Giovanna Martelli, Rosanna Oliva, Cecilia Guerra, Francesca Puglisi, Monica Cerutti (assessora P.O. Regione Piemonte) Antonella Anselmo (Avvocata Rete per la Parità),Chiara Valentini, Marina Terragni, Catiuscia Marini (Presidente della Regione Umbria), Paola Concia, Luisa Gnecchi, Gabriella Anselmi (Fildis Federazione Italiana Laureate e Diplomate Istituti Superiori), Diana De Marchi – Presidente Commissione P.O. Comune di Milano – Sabina Alfonsi – Presidente del Municipio Roma I -, Silvia Giannini, Sandra Petrignani, Donata Francescano, Gabriella Bonacchi, Paola Tavella, Stefania Tarantino, Daniela Dioguardi, Anna Rosa Buttarelli, Carla Mosca, Donatella Massarelli, Patrizia Asproni, Laura Moschini.

La pausa italiana della Torino-Lione

18.05.2018 PresidioEuropa No TAV

La pausa italiana della Torino-Lione

Nel contratto Lega – M5S vi è scritto a pagina 50 che “Con riguardo alla Linea ad Alta Velocità Torino-Lione, ci impegniamo a ridiscuterne integralmente il progetto nell’applicazione dell’accordo tra Italia e Francia”.

Utilizzando la terminologia francese la Torino Lione è in pausa.

La Grande Opera Inutile e Imposta è stata dunque per il momento fermata, come ha fatto la Francia 10 mesi fa confermando il suo disinteresse annunciato fin dal 1998 attraverso numerose dichiarazioni dell’Alta Amministrazione francese, compresa la Corte dei conti.

Ma non sono solo le dichiarazioni di pausa italiana e francese che fermano i lavori. Infatti i lavori definitivi non possono in alcuna maniera essere avviati a causa della mancanza dei fondi dei soci finanziatori, Italia, Francia e Unione Europea. E ciò al di là della volontà e delle dichiarazioni di TELT.

Infatti, per avviare i lavori definitivi del tunnel di base, occorre rispettare l’art. 16 del trattato con la Francia del 2012 che impone ai tre soci questa clausola: “La disponibilità del finanziamento sarà una condizione preliminare per l’avvio dei lavori delle varie fasi della parte comune italo-francese della sezione internazionale”. Ossia l’obbligo di garantire con atti formali (leggi dello Stato) tutti i fondi necessari all’intera realizzazione dell’opera.

A questo proposito Daniel Ibanez, portavoce dell’opposizione francese ha dichiarato: “Né la Francia, né l’Italia, e nemmeno l’Europa possono dimostrare la disponibilità di finanziamenti per il tunnel transfrontaliero, per non parlare delle linee di accesso al tunnel. Coloro che affermano il contrario devono portare delle prove.  Vi è quindi la necessità di ridiscutere l’intero progetto” che tutti hanno riconosciuto solo giustificato grazie a false previsioni “

Intanto i promotori si affannano a invocare le penali europee. Siamo alle solite, questo è il terrorismo delle cifre. Qui spieghiamo perché non vi saranno penali.

Inoltre, nella sua lettera del 17 gennaio 2018 la Commissaria europea ai Trasporti Violeta Bulc, in risposta alla richiesta di chiarimenti del 22 novembre 2017 di un gruppo di eurodeputati, ha riconosciuto che “il finanziamento europeo per la Torino-Lione è stato deciso ed è assicurato solo per il periodo 2016-2019  … e alla fine potrebbe essere riallocato ad altri progetti in base al principio “usalo o perdilo”.

In realtà, evitare la realizzazione dell’inutile progetto Torino-Lione farà risparmiare un sacco di soldi all’Italia.

Avendo sottoscritto con la Francia un contratto capestro, l’Italia dovrebbe pagare per il tunnel di base una fattura di almeno 3,6 miliardi di €, dei quali 2,3 miliardi di € solo per coprire la maggior parte dei costi della Francia.

Domani il Movimento No TAV sfilerà in bassa Valle Susa da Rosta ad Avigliana per riaffermare le ragioni del NO: Italia, Francia e Europa sono avvisate.

Qui una documentazione approfondita Torino-Lione – Un aggiornamento sulla “cantierabilità” del progetto in Italia e in Francia

Bulgaria: Le commemorazioni del 103° anniversario del Genocidio armeno

16.05.2018 – Giustina Selvelli East Journal

Quest’articolo è disponibile anche in: Spagnolo

Bulgaria: Le commemorazioni del 103° anniversario del Genocidio armeno
Memoriale del genocidio armeno a Yerevan, capitale dell’Armenia (Foto di wikimedia commons)

Centinaia di persone hanno ricordato le vittime del genocidio armeno avvenuto fra il 1915 e il 1922 nei territori dell’impero ottomano, sfilando per le vie di alcune delle maggiori città del paese tra cui Sofia, Plovdiv, Silistra, Ruse, Shumen, Dobrich e Pleven. Il 24 aprile corrisponde storicamente alla data in cui ebbe luogo la prima deportazione organizzata della classe intellettuale armena dall’allora Costantinopoli verso la città di Ankara, in ciò che costituì il preludio ai massacri su larga scala diretti verso l’intera popolazione. Si stima che circa un milione e mezzo di persone sia stato ucciso dalle violenze dei Giovani Turchi, guidati dal ministro dell’interno Talaat Pasha, considerato il principale ideatore del piano di eliminazione della popolazione armena. La strage degli armeni è stata riconosciuta come “genocidio” da ventinove paesi al mondo, nonché da diverse organizzazioni ed istituzioni internazionali tra cui le Nazioni Unite e il Consiglio d’Europa.

Nel 2015, in concomitanza del centenario dall’inizio delle persecuzioni, il parlamento bulgaro ha adottato una dichiarazione di riconoscimento storico di tali avvenimenti, definiti “sterminio di massa del popolo armeno nell’impero ottomano”. In tale occasione, il primo ministro Boyko Borisov ci tenne a specificare come la definizione corrispondesse all’espressione bulgara per “genocidio”, ma tale dichiarazione non ha soddisfatto chi sperava in un riconoscimento inequivocabile a livello internazionale. In realtà, già da diversi anni le municipalità cittadine di Plovdiv, Burgas, Ruse, Stara Zagora e Pazardžik riconoscono i massacri armeni come “genocidio”, un fatto che ha portato in alcuni casi a delle tensioni nei rapporti con la Turchia. Un esempio al riguardo è la sospensione del progetto di istituire una linea area low cost fra le città gemellate di Bursa e Plovdiv in seguito al riconoscimento del genocidio armeno da parte del consiglio municipale di quest’ultima.

Le commemorazioni del 24 aprile nella città di Plovdiv

Plovdiv è una città particolarmente sensibile ai temi armeni, dal momento che qui risiede la comunità più consistente del paese, ovvero circa 4000 persone sulle 12000 totali stimate nelle cifre ufficiali. Non stupisce dunque come anche quest’anno le celebrazioni del 24 aprile siano state marcate da grande partecipazione e commozione. La giornata è iniziata con una messa commemorativa nella chiesa armena apostolica “Surp Kevork”, seguita da alcuni minuti di raccoglimento davanti alla grande croce di legno (“khachkar”) situata nel cortile del complesso della comunità, fra la chiesa e la scuola armena “Viktoria e Krikor Tiutiundjian”.

Alcuni studenti hanno recitato dei versi dedicati ai loro antenati periti nel genocidio e reso onore alle vittime collocando dei fiori attorno al monumento. Nel pomeriggio, centinaia di persone, tra cui cittadini bulgari e i maggiori esponenti delle organizzazioni armene locali, hanno sfilato per la principale via della città sventolando la bandiera armena così come quella bulgara. Alla fine della marcia, terminata nella piazza centrale, è stata letta una dichiarazione con cui si esorta la Turchia a riconoscere i crimini perpetrati durante la prima guerra mondiale come “genocidio contro gli armeni”. La giornata si è dunque conclusa in un cinema della città, dove si è tenuta la proiezione del recente documentario sul genocidio armeno “Izkorenyavane” (“Estirpazione”, 2017) del regista bulgaro Kostadin Bonev, che ha avuto luogo simultaneamente in varie città del paese.

La solidarietà dei bulgari e la istituzioni culturali armene a Plovdiv

Nello stesso giorno, su diversi media è stato pubblicato un breve video in cui gli armeni bulgari si rivolgono al loro paese balcanico “adottivo”, dichiarando profonda gratitudine per l’ospitalità e la solidarietà offerte al loro popolo in diversi momenti storici. Indubbiamente, questa manifestazione di fratellanza toccò il suo apice nel periodo immediatamente successivo al genocidio, negli anni compresi fra il 1922 e il 1926, quando circa 25000 armeni in fuga dai territori turchi giunsero nel paese, grazie all’apertura dei confini voluta dall’Imperatore bulgaro Boris III per accogliere i sopravvissuti. La maggior parte dei profughi che decise di rimanere in Bulgaria si fermò proprio a Plovdiv, dove esisteva una rilevante comunità armena composita e stratificata: i primi arrivi risalivano addirittura al IX secolo e i più recenti agli anni delle persecuzioni contro gli armeni del Sultano ottomano Abdul Hamid II, avvenute fra il 1892 e il 1896.

Con l’afflusso dei nuovi rifugiati, Plovdiv confermò il suo ruolo di città multietnica, creando il terreno fertile per l’ulteriore sviluppo di importanti istituzioni culturali atte a preservare l’identità etnolinguistica di questa minoranza. A tale proposito, è importante ricordare come l’odierna scuola armena Tiutiundjian sia stata fondata nel 1834, e come diversi periodici armeni avessero visto la luce già nella seconda parte del 19° secolo. I loro attuali eredi sono il bisettimanale Parekordzagani Tzain (dell’associazione caritatevole Armenian General Benevolent Union) e il settimanale Vahan, entrambi bilingui. Sulle pagine di questi giornali il tema del genocidio è uno dei più ricorrenti, e il discorso al riguardo viene portato avanti a livello transnazionale grazie al contatto con le comunità diasporiche in diversi paesi (soprattutto Romania, Turchia, Stati Uniti, Canada) nonché in virtù del rapporto con la Repubblica d’Armenia, che ha istituito uno specifico Ministero della Diaspora.

Una casa editrice armena locale (“Armen Tur”) pubblica opere di scrittori appartenenti alla comunità di Plovdiv e della diaspora mondiale (tra cui ricordiamo l’opera di Hrant Dink, giornalista turco-armeno ucciso a Istanbul nel gennaio 2007). Ciò dimostra come vi sia una specifica volontà, accompagnata da una forte memoria culturale e identitaria, nel portare avanti le fondamentali caratteristiche che costituiscono il nocciolo vivo dell’“armenità” attraverso il tempo e la distanza.

La diaspora armena più recente e i rapporto armeno-bulgari

Nel 2005, durante la ricorrenza del 90° anno dall’inizio del genocidio armeno, la comunità di Plovdiv è riuscita a realizzare l’idea, nutrita per diversi anni, di erigere un monumento in memoria delle vittime del genocidio del 1915 e di istituire un piccolo spazio museale dedicato nella cripta della propria chiesa apostolica. In esso sono stati collocati numerosi reperti, tra cui oggetti personali, libri, foto, documenti ufficiali che le persone in fuga dai massacri sono riusciti a portare via con sé, e i cui discendenti hanno donato al museo per contribuire ad un’opera essenziale di memoria collettiva. La diaspora armena in Bulgaria ha conosciuto una nuova fase di vigore in seguito alla caduta dell’URSS e alla conseguente creazione dell’Armenia indipendente nel 1991. Contrariamente alle aspettative nutrite dalla stessa comunità diasporica, a causa delle difficoltà economiche, il paese caucasico non riuscì a catalizzare un flusso migratorio dalle comunità armene disperse in tutto il mondo. Si innescò invece un movimento contrario, mediante il quale molte persone furono costrette a trasferirsi altrove, come ad esempio in Bulgaria, in un processo migratorio che non si è ancora del tutto arrestato. Il rapporto fra armeni e bulgari continua ad essere caratterizzato da atteggiamenti positivi e di collaborazione: un fatto importante a cui si è assistito negli ultimi anni è la crescita dell’interesse da parte del pubblico bulgaro verso la cultura armena, che ha stimolato la pubblicazione di molte opere di storia e letteratura armena, anche grazie alla cattedra di Armenistica e Caucasologia istituita presso l’Università “Sveti Kliment Ohridski” di Sofia. Infine, in riferimento ai contatti interculturali fra i due paesi, non si può dimenticare il celebre poema “Armentsi”, scritto ad inizio ‘900 da Peyo Yavorov, uno dei più illustri poeti bulgari, per rendere onore agli armeni vittime dei massacri hamidiani di fine 1800, un profondo esempio di fratellanza armeno-bulgara, rimasto impresso nella coscienza di entrambi i popoli fino ad oggi.

Myanmar, non solo Rohingya: si riaccende il conflitto nel Kachin

16.05.2018 Francesco Maria Cricchio

Myanmar, non solo Rohingya: si riaccende il conflitto nel Kachin

Le notizie che ci arrivano dai principali media mondiali dipingono il Myanmar come un paese devastato dai conflitti interni, con un’economia in forte crisi e senza un leader in grado di gestire la situazione.

Nell’ultimo anno, l’attenzione mondiale è stata – comprensibilmente – rivolta alla questione della minoranza musulmana Rohingya, con poco meno di un milione di persone costrette ad emigrare in Bangladesh a causa della pulizia etnica operata dall’esercito nazionale. Allo stesso tempo però, un’altra minoranza etnico-religiosa sta facendo i conti con la violenza perpetrata dal cosiddetto “Tatmadaw”, l’esercito birmano. Si tratta dei Jingpo, una popolazione che conta circa duecentomila individui e che risiede nella regione del Kachin, nel Myanmar settentrionale. Questa minoranza, di religione cristiana, è da più di cinquant’anni in conflitto con lo stato birmano: le loro richieste di indipendenza hanno sempre ricevuto risposte negative da Rangoon prima e da Naypyidaw poi. Nelle ultime settimane, il conflitto che negli ultimi anni era rimasto latente, è ritornato ad esplodere nella regione, a seguito di scontri tra il KIA (Kachin Independence Army) e le forze dell’esercito; ciò ha provocato lo sfollamento di circa cinquemila persone, oltre che la morte di numerosi civili.
Sulla vicenda si è così espressa Yanghee Lee, esperta di Diritti Umani per il Myanmar: “Ciò a cui stiamo assistendo nello stato del Kachin nelle ultime settimane è completamente inaccettabile, e deve terminare immediatamente. Civili innocenti sono uccisi e feriti, mentre centinaia di famiglie stanno emigrando per salvare le proprie vite”. Come nel caso dei Rohingya, uno dei problemi maggiori è che il Myanmar sta vietando l’accesso ai gruppi di soccorso nella regione, rendendo di fatto impossibile medicare i tanti civili, tra cui anziani, donne e bambini coinvolti nei bombardamenti.

Dal punto di vista legislativo, la minoranza avrebbe diritto all’indipendenza, in quanto dopo la nascita ufficiale del Myanmar, era stata data la possibilità ad alcuni gruppi etnici di scegliere se continuare ad appartenere allo stato o se staccarsi. Tuttavia, nel 1962, nel paese venne instaurata una pesante dittatura che rimase in vigore per circa cinquant’anni, e ogni accordo preso precedentemente saltò. Da quel momento, tra i Jingpo e il governo vige uno stato di apparente armistizio (ufficializzato nel 1994 e durato 17 anni), anche se organizzazioni umanitarie internazionali hanno più volte lamentato molteplici violazioni dei Diritti Umani ad opera dell’esercito.

Motivazioni geopolitiche ed economiche

Questi ultimi avvenimenti confermano la forte intolleranza della nazione e della comunità buddista (che costituisce la maggioranza della popolazione) nei confronti delle minoranze religiose. E’ altamente probabile che questo odio, sulla carta prettamente culturale, abbia anche dei risvolti economici. E’ infatti curioso notare come, dopo l’espropriazione delle terre Rohingya, anch’esse piuttosto ricche di risorse, il Myanmar abbia aumentato del 600% l’esportazione di riso (l’Italia è uno dei maggiori acquirenti) all’estero.
Anche per quanto concerne il Kachin, è possibile leggere tra le righe e cercare di capire quali siano i piani del governo una volta acquisito il controllo del territorio. La longevità della minoranza Jingpo si deve anche al fatto che, data la ricchezza di risorse della regione, essa sia stata durante gli anni oggetto di interesse da parte della Cina, con la quale confina a nord. Questo ha sempre impedito all’esercito di attuare risoluzioni definitive nell’area. Tuttavia, sembra che negli ultimi anni gli interessi economici della superpotenza asiatica siano stati rivolti ad altre zone, come per esempio all’Oceania, al Sud America e naturalmente all’Europa.
E’ quindi ipotizzabile che il governo birmano abbia colto l’occasione per sferrare un attacco decisivo ai ribelli e sfruttare le risorse economiche dell’area a proprio vantaggio.

Sangue e resistenza in Palestina nel giorno della Nakba

14.05.2018 Patrizia Cecconi

Sangue e resistenza in Palestina nel giorno della Nakba
(Foto di A. Habuagag)

14 maggio 2018 – Oggi è stata ​giornata di sangue in Palestina. Ricorre il settantesimo anniversario del giorno in cui Ben Gurion proclamava la nascita dello Stato di Israele su terra palestinese. Ben Gurion si servì della Risoluzione 181 che prevedeva la partizione della Palestina storica, ma non rispettò mai i termini di quella Risoluzione, a partire dal giorno della dichiarazione della cosiddetta indipendenza, anticipato rispetto alla data prevista dall’ONU, a simboleggiare che Israele era al di sopra della legalità internazionale. Iniziò la guerra con gli arabi, ​ che Israele vinse annettendosi ben più di quanto stabilito dall’ONU e che, secondo il diritto internazionale, non avrebbe potuto annettersi. Ma c’era la famosa cattiva coscienza europea per il drammatico olocausto, alla quale si accompagnavano anche notevoli interessi europei ed americani e la terra annessa divenne alla fine “cosa fatta” tant’è che i negoziati per la nascita dello Stato di Palestina si fanno solo sul 22 % della Palestina storica. ​Poi arrivò un’altra guerra – quella dei 6 giorni – che ​segnò la vittoria di Israele e questo comportò l’occupazione degli altri territori palestinesi compresa Al Quds, la Gerusalemme araba. Ma l’occupazione di Al Quds non fu mai accettata, né de facto né jure, mentre Israele la rivendica come sua capitale.

Poi arrivò Trump. Si pose non più come arbitro, quale avrebbe dovuto essere, sebbene sempre un po’ sbilanciato, il presidente degli USA, bensì come padrino protettore del suo pupillo e le sue dichiarazioni, sconvenienti e scandalose sul piano del Diritto hanno finito per essere digerite, anche grazie all’amicizia con alcuni dei più reazionari paesi arabi con cui vige la solidarietà degli affari.

Ma i palestinesi finora hanno detto no, Gerusalemme non è solo una città, è un simbolo che raccoglie in sé memoria e altri simboli, religiosi e non, ​e per il quale i palestinesi, sia cristiani che musulmani, sono disposti a morire. Oggi Trump, con la sua scelta di riconoscere Gerusalemme quale capitale di Israele e col suo rivendicato appoggio a uno Stato sostanzialmente fuori legge, ha reso ancor più violenta la reazione di Israele alle richieste di rispetto della legalità internazionale portate avanti dal popolo palestinese. In Cisgiordania, le proteste hanno ​riguardato​ principalmente il tentativo di “rapina” di Gerusalemme, mentre lungo la Striscia di Gaza proseguiva la “Grande marcia” per rivendicare il diritto al ritorno (Risoluzione Onu 194 ignorata da Israele) e la rottura dell’illegale assedio israeliano.

Senza rischio di smentita si può dire che oggi, lungo la Striscia, Israele ha nuovamente macchiato la sua sedicente democrazia con un vero e proprio bagno di sangue palestinese. Si contano 52​ morti e 26​38 feriti. Tutti inermi, a parte qualcuno “armato” di pietre. ​

Tra di loro anche invalidi e bambini. Una vera vergogna per chiunque voglia dichiararsi rispettoso dei diritti umani. Ma Israele si è sempre distinto in questo e in fondo è riuscito in più occasioni a uccidere in pochi giorni 3 – 400 bambini compresi neonati bombardando orfanotrofi e ospedali e non ha mai perso l’appellativo di Stato democratico, quindi tutto il resto va da sé.

Ma vediamo com’è iniziata questa​ triste giornata lungo la Striscia di​ Gaza​. E’ iniziata ​bruciando i villaggi simboleggiati dalle tende degli accampamenti. Infatti, poco dopo l’alba, piccoli aerei incendiari, carichi di benzina sono stati lanciati dall’IDF sulle tende in​ cui dormivano molte famiglie partecipanti alla Grande marcia. Sei feriti tanto per cominciare, e non erano ancora le 7 del mattino.

Dopo la preghiera di metà giornata, si contavano già 37 martiri, a fine dimostrazione sarebbero diventati 52. Durante la notte forse il numero salirà. E’ sempre bene ricordare che per i palestinesi si tratta di martiri e non semplicemente di vittime, e il martire, non solo in Palestina, ma in ogni parte del mondo ha lo stesso significato: quello di essere testimone, di ​dare l’esempio e,​ quindi,​ la spinta che aggiunge coraggio e determinazione nei superstiti.​

​A riprova di ciò le proteste non si sono fermate neanche davanti alle minacce del portavoce israeliano delle forze armate, Avijaa Adraei, il quale​ comunicava​ in TV che se i gazawi non fermavano la marcia sarebbe stata bombardata Gaza con l’aviazione militare. Nelle stesse ore un gruppo di giovani tagliava​ la rete dell’assedio ed entrava​, disarmato, in territorio israeliano. Questi giovani volevano dimostrare che la libertà è un bene supremo e la gabbia in cui vivono da 11 anni deve essere rotta a qualunque prezzo. Per alcuni di loro il prezzo è stata la vita. Ora sono martiri.

Intanto anche in Cisgiordania sono andate avanti le proteste per Gerusalemme. L’annessione non sarà cosa facile, nonostante i brindisi soddisfatti di Netanyahu che con il riconoscimento di Trump è riuscito a far passare in secondo piano i suoi problemi con la giustizia che, per motivi di frode e non certo per i massacri dei palestinesi, avrebbero potuto defenestrarlo.

Mentre Netanyahu, padrini e valletti festeggiavano lo scavalcamento delle Risoluzioni Onu circa Gerusalemme, e mentre la voce ufficiale dell’IDF dichiarava sprezzante che Israele potrebbe decidere di bombardare Gaza come si trattasse di una decisione pacifica e legale, non si avevano ancora reazioni da parte dell’ONU. Quale sarà l’esternazione del Segretario generale?

Sulla base delle esperienze passate è lecito supporre che sarà un rimprovero a Israele per l’esagerata reazione alle proteste. Non ci si aspetta di più e questo è molto grave perché salta a piè pari l’insulto al Diritto internazionale e inoltre, riducendo a piccola cosa quello che è un crimine continuato, porta il cittadino ad assuefarsi al crimine, ovunque e non solo in Palestina, piuttosto che a rifiutarlo.

Inoltre la prevista​ “timidezza” dell’ONU non risolverà, ma probabilmente aggraverà il problema, perché la questione, o meglio il problema israelo-palestinese ha un nome preciso, anzi due: assedio e occupazione. Se l’ONU mostrerà ancora una volta di essere impotente oltre che inefficace rispetto alle violazioni ed ai crimini israeliani, il mondo tutto, e non solo il Medio Oriente, ne pagheranno il prezzo, perché la legalità internazionale verrà ad essere sempre più percepita per quel che indiscutibilmente mostra di essere​ da molto tempo​: inutile.

Mentre scriviamo arrivano richieste di sangue e di medicinali dagli ospedali di Gaza. Tra i feriti ci sono alcuni giornalisti, ma questa non è una novità e Israele, ​ sia per i ferimenti che per le uccisioni di giornalisti​, vanta un vero primato.

Oggi poi ci sono stati davvero gli scontri, quelli che nei precedenti venerdì non c’erano mai stati nonostante i nostri media coprissero le responsabilità degli omicidi e dei ferimenti di dimostranti pacifici e inermi con il mistificante termine “scontri”.

Oggi invece gli sconti ci sono stati e sono molto duri. Da una parte la resistenza, con fionde e pietre, dall’altra l’occupazione, con missili, carrarmati, droni incendiari, gas tossici e snipers. Da una parte il desiderio di libertà, dall’altra la forza delle armi per reprimerlo.

Mentre gli ospedali di tutta la Striscia non hanno più posti e lanciano appelli al mondo, qualcuno lancia l’idea che il capo di Hamas ieri ha concordato con l’Egitto la fine della marcia. Ma la marcia non era indetta da Hamas, al contrario nasceva realmente da comitati di gazawi di ogni fazione ed anche ​esterni ad ogni fazione politica​. Se un “padre” gli si vuole proprio dare questo è il Fronte Popolare i cui militanti hanno avuto per primi l​’idea della grande marcia ​alcuni mesi fa e da quest’idea sono scaturiti i comitati assolutamente trasversali ad ogni fazione politica.

Comunque questa mattina le auto di ​Hamas, al pari degli altri partiti, giravano​ per le strade con gli altoparlanti​ ​invitando la popolazione a partecipare. Ben strano affermare che Hanyeh voglia bloccare la marcia e poi invitare i cittadini a partecipare. Ormai la giornata è conclusa e tra le notizie e le foto particolarmente toccanti, quali quella di un altro invalido freddato sulla sua sedia a rotelle, o quella del giovane Moutasen colpito in fronte da un cecchino e, per crudeltà del destino, arrivato proprio tra le braccia del medico suo fratello, arriva anche una notizia da Ramallah che sicuramente renderà meno allegro il brindisi di domani ad americani, israeliani e loro supporter: il presidente Abu Mazen ha chiesto lo sciopero generale in tutta la Palestina.

Gerusalemme riuscirà forse ad essere la prima mossa sbagliata per gli appetiti israeliani. Lo vedremo. Intanto a Gaza stanotte non si dormirà. I droni voleranno bassi e forse la minaccia di nuovo bombardamento si concretizzerà. Ma i gazawi hanno rotto la barriera della paura e tornano a ripetere il loro motto di grande dignità: “o liberi sulla terra o martiri sottoterra”.

Forse più per la scandalosa iniziativa di Trump che per la dignitosa protesta dei palestinesi, oggi per la prima volta pare che centinaia di giornalisti internazionali sono arrivati nella Striscia. Lo scopo dovrebbe essere quello di fornire le loro testimonianze.

Al momento sappiamo che solo pochissimi sono stati realmente sul campo e saranno quelli, se l’onestà professionale avrà la meglio sulla censura, a testimoniare che se i Gazawi della “Grande marcia” seguiteranno ad essere coesi e al di sopra delle divisioni politiche dei vari leader, questo bagno di sangue segnerà una pagina di storia nel difficile percorso dell’indipendenza della Palestina. Sempre che i potenti della terra, in primis gli USA capiscano che è più conveniente scegliere la legalità internazionale piuttosto che la legge del più forte e sempre che, per onestà intellettuale e professionale questi reporter ​siano in grado di smentire il tentativo di Israele e del suo padrino di attribuire ad Hamas la responsabilità dei loro crimini.