Giro di vite di Israele sugli ingressi in Palestina

17.11.2017 Redazione Italia

Giro di vite di Israele sugli ingressi in Palestina
(Foto di Czech160)

Delle restrizioni all’ingresso in Palestina degli studenti internazionali abbiamo già detto. Le ultime notizie riguardano il veto posto il 31 ottobre ad un membro dello staff statunitense di Amnesty International, che ha interpretato questo gesto come “una rappresaglia contro il lavoro dell’organizzazione in favore dei diritti umani”.

Raed Jarrar, Direttore dell’Advocacy per il Medio Oriente e in Nord Africa, stava attraversando il confine giordano per essere vicino alla sua famiglia, in Palestina, all’indomani della morte del padre, quando è stato fermato e interrogato sul lavoro di denuncia che Amnesty porta avanti in merito agli insediamenti illegali israeliani in Cisgiordania, prima di essere definitivamente respinto.

La motivazione ufficiale fornita dalla forze sicurezza israeliane faceva riferimento alla Legge sull’Ingresso in Israele e citava motivi di ordine pubblico”; tuttavia, secondo il Direttore del settore Ricerca e Advocacy per il Medio Oriente e il Norda Africa, Philip Luther, “impedire l’ingresso a un difensore dei diritti umani perché lavora per un’organizzazione che ha criticato la violazione di diritti umani da parte di Israele rappresenta un evidente attacco alla libertà d’espressione”. Lo dovrebbe sapere, ha aggiunto Luther, un governo che continua a insistere sul carattere “tollerante e rispettoso dei diritti umani” dello Stato di Israele.

Ma se Amnesty International è già da tempo bersaglio delle autorità israeliane, che non le perdonano di aver lanciato, a giugno, una campagna di boicottaggio degli insediamenti illegali, in linea, peraltro, con le ultime disposizioni europee, è forse più sorprendente la notizia che il 13 novembre sia stata proprio una delegazione di funzionari europei a ricevere lo stesso divieto.

Si tratta della diretta conseguenza di una legge “Contro il Boicottaggio, il Disinvestimento e le Sanzioni (BDS)”, passata dalla Knesset lo scorso mese di marzo. Ufficialmente mirata a tenere lontano chiunque sostenga il BDS, questa legge viene utilizzata per evitare che entri in Palestina chiunque possa essere testimone delle ingiustizie di cui la sua popolazione è vittima. In quest’ultimo caso, per ammissione dello stesso Ministro dell’Interno e della Pubblica Sicurezza israeliano, Gilad Erdan, l’incontro da scongiurare era quello tra la delegazione – composta da sindaci francesi e parlamentari francesi ed europei – e il leader Palestinese Marwan Barghouthi, nel carcere di Hadarim, “come parte del loro sostegno a Barghouthi e ai prigionieri palestinesi”.

L’Associazione per i Diritti Civili in Israele (ACRI) ha condannato questa decisione sostenendo che “se il permesso di ingresso viene rilasciato a seconda dell’opinione politica di chi lo richiede si commette una grave violazione dei più elementari principi democratici”.

Tra le ultime vittime di questo trattamento discriminatorio, ricordiamo anche una delegazione italiana della compagnia teatrale Anticamera Teatro, a cui non è stato possibile raggiungere i Territori Palestinesi dove era diretta per progetti di volontariato culturale e artistico.

Newsletter dell’Ambasciata della Palestina in Italia

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Molestie sulle donne: cosa c’è di così difficile da capire?

16.11.2017 Unimondo

Molestie sulle donne: cosa c’è di così difficile da capire?
(Foto di Pixabay.com)

Il caso Weinstein ha scoperchiato il classico vaso di Pandora su tutta una serie di vicende dolorose e poco edificanti che da sempre caratterizzano lo show business, ma non solo: lo “scandalo” delle molestie sessuali sulle donne non risparmia nessun settore, dal giornalismo allo sport, dai salotti intellettuali al mondo delle aziende e delle università. Trattandosi di una questione che molto ha a che fare con il potere, però, non poteva non coinvolgere anche il luogo del potere per eccellenza, ovvero la politica: ed è così che in Francia, Gran Bretagna, Austria, Usa, tantissime donne hanno finalmente rotto il silenzio, coinvolgendo nelle loro denunce funzionari, deputati e ministri. Per non parlare di istituzionicome il Parlamento europeo e le Nazioni Unite, che lo stesso non sono state risparmiate dalla valanga inarrestabile di racconti fatti di avances e contatti non graditi, pressioni e minacce fisiche e psicologiche, fino ad arrivare a veri e propri assalti e stupri. E mentre c’è chi parla di “caccia alle streghe”, con teste che cadono anche per avvenimenti risalenti a molti, troppi anni prima, la pubblica gogna continua in realtà ad essere tutta per la donna che denuncia, segno che la strada che dobbiamo percorrere verso una società più giusta per tutti è ancora lunga.

Sono soprattutto le donne dello spettacolo ad essere prese di mira, come se la loro professione ne facesse delle persone “corrotte” per natura, pronte a tutto pur di ottenere fama e successo. Peccato che lo stesso meccanismo si ripeta anche negli altri settori, un meccanismo nel quale sono soprattutto gli uomini a detenere il potere (che forse, il giorno in cui questo sarà equamente distribuito allora magari le cose saranno diverse). Ad esempio, il giorno dopo che il New York Times ha diffuso l’accusa di molestie sessuali compiute per anni dal produttore cinematografico Harvey Weinstein, la rivista Science ha pubblicato un articolo altrettanto inquietante sul geologo antartico David Marchant e le presunte violenze fisiche e verbali ai danni di sue due ex dottorande durante lo svolgimento di due spedizioni. Anche in questo caso le accuse si sono levate molti anni dopo, ma anche nel mondo accademico si parla di abusi e violenze sistematiche: in un sondaggio online pubblicato su PLOS ONE e riportato sempre dalla rivista Science nel 2014, il 71 per cento delle 512 donne intervistate ha riferito di essere stata molestata sessualmente durante il lavoro sul campo; l’84 per cento di loro erano tirocinanti. “Alcune vittime temono che la denuncia di un abuso metta fine alla loro carriera” scrive la giornalista Marina Koren su The Atlantic, che cita un altro studio del 2014 dove il 64 per cento delle scienziate coinvolte riferiva di aver subito molestie sessuali durante il lavoro e il 20 per cento di essere stata stuprata. E poi ci sono le minacce, il timore che l’accusa possa ritorcersi contro di loro, la paura di non essere credute. Diverso ambito, insomma, ma stesso copione, in un sistema autoperpetuato dal silenzio e dalla vergogna.

Oggi molti uomini si dicono confusi, alcuni addirittura impauriti, si chiedono quale sia il limite tra avance e molestia, si chiedono se non si stia esagerando. Tanti sono nostri parenti, amici, colleghi, spesso in piena buona fede: ma questo significa che, se da una parte si è iniziato finalmente a parlare, dall’altra è necessario che si cominci ad ascoltare e provare a capire. E se è vero che una donna potrebbe aver accettato in modo consenziente di “fare sesso per fare carriera”, resta il fatto che le vittime vere esistono, e sono molte, troppe, spesso con storie tragiche e dolorose (secondo gli ultimi dati Istat, sono oltre 1 milione e 500mila le donne fra i 18 e il 65 anni che hanno subito ricatti sessuali nell’arco della loro vita lavorativa).

Molte non vogliono più essere tali e il successo dell’hashtag #metoo mostra quanto la misura fosse colma: come se tutte finalmente avessero trovato il coraggio l’una nell’altra per mettere fine all’omertà, ai ricatti e al clima di paura che circondano una pratica tanto antica quanto sistematica e odiosa. Le reazioni, poi, sono sempre soggettive. I leoni da tastiera e paladini del bianco e nero non fanno che dire: “La dignità prima di tutto! Se non voleva, avrebbe potuto dire no”. Senza pensare che in relazioni dove lo squilibrio di potere è forte, a maggior ragione in ambito lavorativo, la persona che subisce la molestia è sempre costretta ad effettuare scelte difficilissime in poche frazioni di secondo. In un interessante articolo pubblicato su Bust Magazine (qui la traduzione in italiano), la scrittrice statunitense Dina Honour parla di una donna costantemente costretta a stare tra l’incudine e il martello, obbligata ogni giorno ad effettuare mille calcoli tra opzioni spesso ugualmente schifose. “Una donna molestata sessualmente sul lavoro deve decidere se parlarne apertamente con la possibilità di rischiare la sua carriera, una promozione, la sua reputazione professionale. Deve decidere se denunciare il capo palpeggiatore all’ufficio personale vale il rischio – scrive –. Incudine: capo lascivo che ti palpa il culo. Martello: brutte valutazioni che possono stroncare le sue prospettive di carriera, l’essere segnata sulla lista nera nell’intera industria, l’essere cacciata via dal lavoro”.

Certo, la questione è prima di tutto culturale e ci vorrà molto tempo affinché le cose cambino, a prescindere dalle teste cadute e dai processi sommari, ormai tipici delle dinamiche online. Ma qualcosa si è mosso a livello globale, Italia compresa, che si prepara alla grande manifestazione nazionale a Roma del 25 novembre organizzata dal movimento “Non una di meno”. Anche quest’anno in tantissimi tra associazioni, collettivi e persone singole hanno già risposto all’appello, compresi naturalmente coloro che il problema delle molestie lo vivono sul campo a livello professionale: “Gli hastag #metoo e #quellavoltache hanno consentito di portare sulla piazza virtuale di Twitter, Facebook e Istagram quello che da oltre 30 anni le donne hanno raccontato e raccontano negli 80 Centri antiviolenza presenti in tutta Italia della rete Di.Re” spiega ad esempio Lella Palladino, Presidente dell’Associazione Nazionale Di.Re (Donne in rete contro la violenza). Loro, che con le donne abusate si confrontano ogni giorno, sanno bene il motivo per cui quasi mai si parla delle violenze subìte: “per vergogna, per timore di non essere credute, per la certezza di essere colpevolizzate, perché in tante sperimentano la rivittimizzazione sia nei circuiti giuridici che nei contesti socio sanitari di accoglienza”. E’ davvero tanto difficile da comprendere?

Anna Toro

Livorno: parte la carovana delle donne per il disarmo nucleare

15.11.2017 La Bottega del Barbieri

Livorno: parte la carovana delle donne per il disarmo nucleare
Hiroshima, ragazza con lanterne della pace (Foto di Tim Wright/ICAN via Flickr.com)

Da lunedì 20 novembre a domenica 10 dicembre, promossa dalla WILPF

L’evento nazionale di avvio della Carovana è il 19 novembre (ore 10) a Livorno in piazza della Repubblica.

La WILPF Italia ha partecipato – come una delle componenti della società civile unite in ICAN (Campagna Internazionale per l’Abolizione delle Armi Nucleari) Premio Nobel per la Pace 2017 – al lungo percorso diplomatico che si è concluso con la stesura del «Trattato di Proibizione delle Armi Nucleari» (TPNW) adottato il 7 luglio 2017 dall’ONU (122 Paesi). Ora il Trattato è aperto alle firme e ratifiche da parte degli Stati, ed entrerà in vigore alla 51° ratifica: ha già ottenuto 53 firme e tre ratifiche. Gli Stati Nucleari e quelli Nato (ad eccezione dell’Olanda) non hanno partecipato alla Conferenza Onu di New York che ha portato al Trattato, e anche l’Italia era assente.

Antefatti

Nel nostro Paese si è avviata una Campagna «Bando delle armi nucleari: Italia ripensaci» perché l’Italia aderisca al Trattato. Il 14 settembre 2017 è stato inviato alle istituzioni – presidente della Repubblica, presidenti di Camera e Senato, capo del Governo – una specifica PETIZIONE promossa da Disarmisti Esigenti,WILPF Italia, Comitato No Guerra No Nato, Pax Christi, IPRI-CCP, Pressenza, LDU, Accademia Kronos, Energia felice, Fermiamo chi scherza col Fuoco Atomico (Campagna OSM-DPN), PeaceLink, La Fucina per la Nonviolenza di Firenze, Chiesa Valdese di Firenze, “Comitato per la pace, la convivenza, la solidarietà Danilo Dolci” di Trieste, Mondo senza guerre e senza violenza.

Nella Petizione si chiede al governo italiano di firmare il Trattato, avviando previamente il necessario processo di denuclearizzazione del territorio italiano che ospita circa 70 bombe nucleari Usa, stoccate nelle basi militari di Ghedi e Aviano, e che accoglie – nei suoi 11 porti nucleari – sottomarini a propulsione nucleare con bombe nucleari a bordo. E questo in violazione dell’articolo 2 del Trattato di Non Proliferazione Nucleare (TNP) firmato dall’Italia nel 1976. La Petizione ora è aperta alle firme a livello individuale o collettivo. L’orologio della apocalisse nucleare segna due minuti e mezzo alla mezzanotte: è urgente informare, sensibilizzare e mobilitare la gente perché comprenda che l’impegno su queste tematiche è di vitale importanza per ottenere la sicurezza dei territori, per tutelare la salute della cittadinanza nonché per esigere una economia di pace che è l’unica che può garantire la realizzazione dei diritti oggi negati.

Ruolo delle Donne

Il Trattato di Proibizione delle Armi Nucleari (TPNW) sottolinea l’importanza della partecipazione delle donne per l’implementazione del Trattato stesso e questo anche in ragione del fatto che le donne sono le prime vittime delle radiazioni nucleari. Si aggiunge poi il grande potere trasformativo delle donne quando esse agiscono in nome dei diritti collettivi che si ispirano alla giustizia sociale, alla pace e alla tutela dell’ambiente. La Carovana delle Donne per il Disarmo Nucleare sarà un evento inclusivo aperto alla partecipazione di tutti coloro che vogliono impegnarsi per il pieno rispetto della nostra Costituzione, a partire dall’articolo 11 che nell’affermare il ripudio della guerra richiede che l’Italia svolga un ruolo attivo nella promozione di politiche di Pace.

Durata della Carovana: da lunedì 20 novembre a domenica 10 dicembre, periodo durante il quale nei diversi territori che aderiscono alla Carovana si svolgeranno autonome iniziative di informazione, sensibilizzazione, mobilitazione attorno alla Mozione citata.

PARTENZA

Lunedì 20 novembre 2017 “Giornata Internazionale dei diritti dell’infanzia”: il nostro obiettivo è quello di evidenziare che vogliamo garantire un futuro alle giovani generazioni perché possano vivere in un «mondo liberato della minaccia nucleare».

CHIUSURA

Domenica 10 dicembre 2017 “Giornata Internazionale dei Diritti Umani”: il nostro obiettivo è quello di evidenziare che il disarmo nucleare è indispensabile per garantire la sicurezza dell’intera umana e che le ingenti spese militari devono essere impegnate per investimenti sociali rivolti a garantire il pieno godimento dei diritti (istruzione, sanità, casa, sicurezza dei territori, tutela dell’ambiente, lavoro). In quella data si chiede che una delegazione della Carovana venga ricevuta dal Presidente della Repubblica, in quanto “garante” della Costituzione.

Partenza congiunta da vari luoghi

Non avendo fondi a disposizione, abbiamo pensato alla partenza congiunta della Carovana da alcuni luoghi simbolici: Ghedi e Aviano (le basi militari dove sono stoccate le bombe nucleari USA), Livorno e Pisa (porto nucleare in sinergia con Camp Darby e Hub militare di Pisa), Trieste (porto nucleare), Napoli (porto nucleare e VI Flotta), alcuni siti della Sicilia e della Sardegna e naturalmente tutte le altre realtà territoriali che vorranno partecipare. La Carovana si muoverà all’interno del proprio territorio durante il periodo 20 novembre-10 dicembre, con azioni specifiche di cui sotto diamo alcune indicazioni.

Attività

  1. Conferenza stampa:
  2. Incontro con: Comandante della Base Militare, Presidente dell’autorità portuale, Sindaco e Prefetto e consegna della Petizione, del Trattato di Proibizione armi Nucleari, Studio dell’Onu sugli effetti delle radiazioni nucleari…
  3. Presidi cittadini e raccolta di firme per la PETIZIONE
  4. Conferenze, presentazioni di libri sulla tematica, proiezioni di filmati, ecc
  5. Incontri con gli studenti sul tema del Pericolo Nucleare , presentazione del libro di Carlo Cassola “La rivoluzione Disarmista
  6. FlashMob
  7. Attività di arte per la Pace con un focus specifico sul Disarmo Nucleare e tutela Ambiente
  8. Partecipazione alla manifestazione di NonUnaDiMeno in occasione del 25 Novembre Giornata Mondiale Contro la Violenza sulle Donne

Appuntamento a Ghedi per il disarmo nucleare

14.11.2017 – Ghedi (BS) Redazione Italia

Appuntamento a Ghedi per il disarmo nucleare
(Foto di disarmisti esigenti)

 

Lunedì 20 novembre alle ore 14  la Carovana delle donne per il disarmo nucleare si muoverà da Ghedi, BS, contemporaneamente  alle  partenze da altri luoghi significativi ( Aviano – Livorno – Pisa – Trieste – Napoli – Sicilia – Sardegna, ove si trovano basi e porti nucleari) e confluirà a Roma il 10 dicembre davanti al Presidente della Repubblica cui si chiede di ricevere una delegazione della Carovana stessa. Il 10 dicembre è una data importante perché quel giorno  verrà consegnato il premio Nobel per la pace 2017 a ICAN (Campagna internazionale per l’abolizione delle armi nucleari)

Perchè da Ghedi? Perchè è una base militare tristemente famosa in quanto da lì sono decollati  I tornado che hanno bombardato l’Iraq e l’Afghanistan, che hanno partecipato a “missioni di pace” in molti paesi, fra I quali la Libia, la ex Jugoslavia e la Siria.

A Ghedi, inoltre, sono stoccati 20 ordigni nucleari, le famigerate bombe B61 destinate ad essere presto sostituite dalle maggiormente micidiali B61/12 più idonee ad essere montate sui nuovi caccia F35.

Bisogna anche ricordare che la base di Ghedi dovrebbe essere chiusa ai sensi del trattato di non proliferazione delle armi nucleari, e che uno degli scopi principali della Carovana, che verrà illustrato al presidente della Repubblica,   è quello di ottenere che l’Italia sottoscriva il bando delle armi nucleari approvato dall’ONU il 7 luglio 2017.

Di questi tempi l’iniziativa della Carovana   è quanto mai opportuna e necessaria se guardiamo ai venti di guerra atomica e ai tanti generali e capi di stato  emuli di stranamore che predicano soluzioni finali.

 

La Carovana delle donne per il disarmo nucleare è sostenuta a livello nazionale da molte associazioni pacifiste e antimilitariste, ma è necessario che anche a Brescia, in Lombardia e in altre regioni vicine ci si mobiliti il più possibile per partecipare alla sua  partenza da Ghedi.

L’appuntamento è a Ghedi davanti alla base militare, in via Castenedolo 85, alle ore 14 di lunedì 20 novembre dove sarà presente anche Giovanna Pagani presidente di WILPF (Lega Internazionale Donne per la Pace e la Libertà).

DONNE E UOMINI CONTRO LE GUERRE BRESCIA

 

Norvegia, no ai rimpatri dei rifugiati afgani

13.11.2017 Amnesty International

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Norvegia, no ai rimpatri dei rifugiati afgani
(Foto di Wikimedia Commons)

Il 14 novembre il Parlamento norvegese si esprime sulla sospensione temporanea dei rimpatri dei richiedenti asilo afgani. Secondo Eurostat, la Norvegia ha rimpatriato in Afghanistan 760 persone nel 2016 e 172 nei primi sei mesi del 2017.

“Mentre la situazione della sicurezza in Afghanistan continua a peggiorare, gli afgani che hanno chiesto protezione in Norvegia aspettano il voto di domani con trepidazione”, ha dichiarato in una nota ufficiale Maria Serrano, campaigner sull’Immigrazione di Amnesty International.

Alcuni giorni fa la Ministra dell’Immigrazione, Sylvi Listhaug, ha dichiarato che lei stessa non si recherebbe in Afghanistan perché è un paese troppo pericoloso. Dichiarazione in linea con i dati: secondo la Missione Onu per l’Afghanistan (Unama), nel paese sono state uccise o ferite 11.418 persone nel 2016. Gli attacchi contro i civili hanno luogo in ogni parte del paese e la maggior parte chiama in causa i gruppi armati, come i talebani e lo Stato islamico. Nei primi sei mesi del 2017 l’Unama ha registrato 5243 vittime civili.

Eppure, nonostante le vittime civili non siano mai stata così numerose, il governo norvegese ha continuato a rimpatriare centinaia di afgani condannandoli a un futuro di paura e incertezza e al rischio di subire violazioni dei diritti umani. Una scelta contraria al principio giuridicamente vincolante del non rimpatrio (non-refoulement) che impone ai paesi europei di non trasferire una persona in un paese dove corra il rischio di subire gravi violazioni dei diritti umani. Rimandare i richiedenti asilo in Afghanistan, dove la violenza è in aumento, è una violazione del diritto internazionale.

“Chiediamo al governo norvegese d’invertire la tendenza europea che vede un crescente numero di afgani rimpatriati in un paese pericoloso. In questo modo, la Norvegia affermerebbe la sua reputazione di paese che sostiene i diritti umani e che sta dalla parte di chi fugge dalla guerra e dalla persecuzione”, ha aggiunto Serrano.

La pressione sul governo norvegese si è rafforzata anche grazie alla campagna promossa da un gruppo di studenti e studentesse norvegesi che vuole impedire che la loro compagna di scuola Taibeh Abbasi venga mandata in Afghanistan. Taibeh, 18 anni, è nata in Iran da genitori afgani. Non ha mai visto l’Afghanistan. La sua famiglia è arrivata in Norvegia dall’Iran nel 2012. Taibeh ha confidato ad Amnesty International di essere terrorizzata da quanto potrebbe accaderle se venisse mandata a Kabul, la più pericolosa delle province afgane, dove le violazioni dei diritti umani sono assai diffuse.

Nelle ultime settimane centinaia di persone sono state uccise o ferite in una serie di attacchi che hanno colpito la capitale afgana. Negli anni scorsi anche l’ambasciata norvegese, nonostante le imponenti misure di sicurezza, era stata attaccata e costretta a chiudere.

“In Norvegia e in altri paesi europei vi sono migliaia di Taibeh che vivono nel terrore che un giorno un funzionario dello stato bussi alla porta di casa per cambiare la loro vita per sempre. Invece di sradicare ragazzi e ragazze da luoghi sicuri per rimandarli in zone di guerra, i paesi europei dovrebbero aiutarli a ricostruire le loro vite in sicurezza e dignità”, ha sottolineato Serrano. “Domani i parlamentari norvegesi avranno la possibilità di stabilire un principio in Europa e di dichiarare che la protezione dei diritti umani dev’essere al centro di ogni politica sull’immigrazione. Chiediamo loro di votare per fermare i rimpatri, che esporrebbero tante persone a gravi pericoli e che costituiscono un’evidente violazione del diritto internazionale”, ha concluso Serrano.

Enorme manifestazione a Barcellona per la libertà dei prigionieri politici

12.11.2017 – Barcellona Pilar Paricio

Quest’articolo è disponibile anche in: Spagnolo, Catalano

Enorme manifestazione a Barcellona per la libertà dei prigionieri politici
(Foto di Pilar Paricio)

Sabato 11 novembre 750.000 persone (secondo la guardia urbana) hanno riempito per oltre 3 kilometri una delle principali arterie di Barcellona (Calle Marina), in quella che è stata una delle manifestazioni più partecipate nella storia della città.

Il corteo è stato convocato dall’Asamblea Nacional Catalana e da Ómnium Cultural per chiedere la liberazione dei prigionieri politici – i presidenti delle due organizzazioni (Jordi Sànchez e Jordi Cuixart) e alcuni membri  del governo della Generalitat (il vicepresidente, Oriol Junqueras e i ministri Jordi Turull, Josep Rull, Raül Romeva, Carles Mundó, Joaquim Forn, Dolors Bassa e Meritxell Borràs).

La manifestazione si apriva con uno striscione per la liberazione dei prigionieri politici. In testa hanno preso posto i familiari dei detenuti e degli ex ministri riparati in Belgio, oltre ai dirigenti di diversi enti e associazioni municipali, seguiti dai rappresentanti politici dei partiti: Esquerra Republicana de Catalunya, Partit Demòcrata Català, Candidatura d’Unitat Popular, Catalunya en Comú, Partido Nacionalista Vasco. Erano presenti anche l’ex segretario generale di Podem Catalunya e la sindaca di Barcellona Ada Colau.

Tra i manifestanti si distingueva anche un gruppo di giuristi con la toga, che scandivano “Non è giusto!” e reggevano uno striscione con la scritta “Giustizia, democrazia e libertà”. Oltre ai cittadini di Barcellona, hanno partecipato persone arrivate da tutta la Catalogna con oltre 900 pullman.

Quando la marcia ha raggiunta l’Avenida Icaria,  sul palco ha preso il via un evento emozionante. I manifestanti hanno ascoltato il “Cant dels ocells “ di Pau Casals e le famiglie hanno letto messaggi dei prigionieri.  Carles Puigdemont e i suoi ex ministri hanno inviato un video dal Belgio e gli organizzatori hanno lanciato un appello per invitare tutti a partecipare alla mobilitazione del 7 dicembre a Bruxelles.

La mobilitazione si è conclusa al calar della sera, con la gente che reclamava la liberazione dei prigionieri politici e cantava l’inno nazionale catalano “els Segadors”.

Vittorie democratiche a un anno dall’elezione di Trump

11.11.2017 Democracy Now!

Quest’articolo è disponibile anche in: Inglese

Vittorie democratiche a un anno dall’elezione di Trump
Bill de Blasio, appena rieletto sindaco di New York (Foto di https://www.flickr.com/photos/kevdia/10632385465)

Martedì scorso i democratici hanno ottenuto rilevanti vittorie elettorali in tutti gli Stati Uniti un anno dopo l’elezione a presidente di Donald Trump. Nel New Jersey, il democratico Phil Murphy ha sconfitto Kim Guadagno nella competizione volta a sostituire l’impopolare governatore repubblicano Chris Christie.

In Virginia, il democratico Ralph Northam ha battuto il repubblicano Ed Gillespie in una corsa a governatore considerata da molti un referendum sulle politiche del Presidente Trump. Trump ha risposto con un tweet: “Ed Gillespie ha lavorato sodo, ma non ha sostenuto né me né quello in cui credo.” Il discorso di accettazione di Northam è stato brevemente interrotto da un gruppo di attivisti per i diritti degli immigrati, che protestavano contro l’impegno di firmare un bando nei confronti delle “città rifugio” se eletto governatore. In seguito alla protesta un agente della sicurezza ha allontanato Northam dal palco.

In Maine, è stata approvato un ampliamento del programma di assistenza sanitaria Medicaid per gli adulti a basso reddito, sconfiggendo il governatore repubblicano Paul LePage e sostenendo l’Obamacare.

In Ohio, è stata respinta una misura che avrebbe costretto le case farmaceutiche a ridurre il prezzo dei farmaci soggetti a prescrizione, dopo che queste avevano speso il triplo dei loro avversari per finanziare la campagna contraria alla proposta.

Nello Stato di Washington i democratici hanno capovolto la situazione al  Senato e assunto il controllo di tutto il governo statale.

Nello Stato di New York è stata respinta una proposta di riscrivere la Costituzione dello Stato, mentre a  New York City il sindaco in carica Bill de Blasio è stato rieletto con una vittoria schiacciante.

A Filadelfia, in Pennsylvania, l’avvocato per i diritti umani Larry Krasner è stato eletto procuratore distrettuale. Krasner è un oppositore storico della pena di morte e delle misure di fermo e perquisizione attuate dalla polizia. Ha rappresentato gli attivisti di Black Lives Matter, ACT UP, Occupy Philadelphia e di altri gruppi progressisti.

 

L’Italia è responsabile dell’azione libica nel Mar Mediterraneo

11.11.2017 ASGI Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione

L’Italia è responsabile dell’azione libica nel Mar Mediterraneo
(Foto di Medici senza Frontiere)

Quanto accaduto il 6 novembre nel Mediterraneo centrale conferma l’idea già sostenuta dall’Asgi in tante altre occasioni: la Guardia Costiera libica e le autorità libiche non sono interlocutori affidabili, né tanto meno hanno la possibilità o la volontà di effettuare operazioni di ricerca e salvataggio con le attrezzature fornite dall’Italia. Essi costituiscono, invece, lo strumento cui Italia e Ue hanno appaltato le politiche di respingimento dei migranti che cercano di raggiungere l’Europa.

E’ importante sottolineare che l’episodio si inserisce all’interno del coordinamento da parte del Comando Generale di Guardia Costiera italiano di una operazione di ricerca e salvataggio, evidentemente gestita senza il rispetto e le precauzioni della Convenzione di Amburgo del 1979.

Inoltre, tutti sanno che i migranti che si imbarcano in condizioni così precarie lo fanno per necessità, cercano di trovare rifugio da violenze e condizioni degradanti che subiscono in Libia e prima ancora nei loro paesi: tale circostanza è stata anche accertata recentemente dalla Corte di Assise di Milano. Ciononostante è proprio in Libia che essi sono respinti per essere nuovamente sottoposti a detenzione ed a torture, nonostante le autorità italiane abbiano positiva e diretta conoscenza delle torture e delle violazioni dei diritti delle persone ai quali sono sottoposti i migranti nei centri di detenzione in Libia.

E’ importante sottolineare, peraltro, che ciò avviene esclusivamente grazie ed in esecuzione del finanziamento e dei mezzi, anche navali, forniti dall’Italia alla Libia in esecuzione dell’accordo stipulato lo scorso 2 febbraio dal governo Gentiloni con Fāyez Muṣṭafā al-Sarrāj; dunque per attuare uno dei tanti accordi e partenariati stipulati dall’Italia, spesso senza alcun controllo parlamentare ed in spregio all’art. 80 Cost., con governi dittatoriali o istituzioni fantoccio (tra i quali anche il Sudan, il Niger, l’Afghanistan, la Turchia), totalmente incapaci di garantire l’incolumità e i diritti delle persone.

Lo stesso Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa ha chiesto al governo italiano, con nota del 28 settembre scorso, chiarimenti in merito a tali respingimenti e alla natura dell’accordo con la Libia: la risposta del Ministro dell’interno italiano, On.le Minniti (per il quale non è l’Italia a respingere le persone, ma la Libia) risulta essere sostanzialmente vuota e certamente irrispettosa a fronte della conoscenza delle reali politiche di delega, aiuto e supporto dell’Italia alla Libia e al contemporaneo ostacolo posto alle attività di ricerca e salvataggio in mare da parte delle ONG operanti nel Mediterraneo centrale.

Occorre, dunque, certamente ricordare le responsabilità della Libia in quanto occorso. Al contempo, tuttavia, occorre sottolineare la responsabilità dell’Italia e dell’Unione Europea per quanto avvenuto il 6 novembre o in occasioni similari, perché tali eventi si generano solo grazie alla delega delle attività di respingimento da loro fornita alla Libia, al loro coordinamento pratico, alle loro politiche, alla fornitura di mezzi finanziari e risorse strumentali, dunque grazie all’aiuto e al sostegno alla commissione di crimini da parte della Libia o di altri regimi non democratici.

La responsabilità dell’Italia per la violazione (tra gli altri) degli artt. 3, 5, 8 e 13 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, del principio di non refoulement e di numerose norme di diritto internazionale anche a tutela dei rifugiati non è solo morale e politica, ma altresì giuridica, derivando dalla violazione della Costituzione italiana e dalla normativa internazionale sulla responsabilità degli Stati nella violazione del diritto internazionale (cfr. art. 16 del Progetto di articoli sulla responsabilità internazionale degli Stati).

L’Italia, invero, altro non fa che delegare i respingimenti, le torture ed i trattamenti inumani alla Libia con prassi già condannata dalla Cedu con la nota sentenza Hirsi contro Italia.

Diviene dunque improcrastinabile e necessario attuare una seria revisione della politica in materia di immigrazione che ponga quale prioritaria l’esigenza di tutelare la vita e la dignità delle persone.

Per fare questo l’Unione Europea e l’Italia devono, quantomeno:

  1. Rivedere le politiche di chiusura delle frontiere dell’Unione, perché ciò costringe le persone nelle mani di trafficanti senza scrupoli, eassicurare il principio di libertà di circolazione delle persone, consentendo l’ingresso delle persone straniere in Italia in condizioni di sicurezza e garantendo un idoneo titolo di soggiorno temporaneo in vista della possibile integrazione sociale e lavorativa e, solo a seguito di un ragionevole periodo di tempo, prevedere la possibilità di revocarlo o non rinnovarlo dando luogo alle politiche di rimpatrio;
  2. Disdettare accordi e partenariati con Stati(o loro presunti rappresentanti) che non garantiscano i diritti umani e non siano firmatari delle principali convenzioni internazionali in materia. Italia ed Ue non devono delegare l’uso della forza e di trattamenti inumani a tali Stati o a compagini straniere al fine di limitare o impedire il diritto di una persona o un richiedente asilo di lasciare un certo paese per accedere agli ordinamenti democratici europei;
  3. Abbandonare l’utilizzo di forze marittime o militari armate straniereper limitare o impedire il diritto di lasciare un certo paese da parte di migranti e richiedenti asilo. Non fornire assistenza a paesi africani o di altre regioni che impediscono alle persone di lasciare i loro paesi di nazionalità o di residenza abituale o, comunque, a paesi i cui regimi non siano democratici;
  4. Abbandonare definitivamente l’ideadi potere definire alcun paese come “sicuro” a meno che tale paese:
  5.   a) preveda nella sua legislazione e nella prassi la possibilità di riconoscere lo status di rifugiato o uno status ad esso equivalente secondo quanto previsto dalla Convenzione di Ginevra sui rifugiati del 1951 e dal Protocollo del 1967;
  6.   b) garantisca un regime giuridico e procedurale tale da escludersi la possibilità che un migrante non sia rimpatriato in un paese che sia o sia stato recentemente scenario di conflitti armati e violenza indiscriminata nei confronti dei civili, nonché ove vi siano seri rischi di violazione dei diritti umani fondamentali, o la loro vita o la loro libertà potrebbero essere posti in pericolo, anche a seguito di persecuzioni, torture o trattamenti o punizioni crudeli, inumani o degradanti;
  7.   c) riconosca, assicuri e protegga il diritto al lavoro dei rifugiati e delle persone a esse assimilate, sia pur con permessi temporanei;
  8.   d) riconosca, assicuri e protegga il diritto alla salute e all’istruzione e fornisca l’accesso ai servizi sociali delle stesse persone, in condizioni di parità con i propri cittadini;
  9.   e) riconosca, assicuri e protegga le libertà fondamentali e la sicurezza delle stesse persone.
  10. Contribuire alla riforma del Regolamento Dublino, perfezionando il testo approvato dalla Commissione per le libertà civili, la giustizia e gli affari interni (LIBE) del Parlamento Europeo, che riforma profondamente il Regolamento n. 604/2013.

In ogni caso al fine di contrastare l’attuale politica italiana ed europea che arma e sostiene le autorità libiche e liberticide, l’ASGI ha articolato una serie di iniziative anche giudiziarie tra cui la notifica di un ricorso al Tribunale Amministrativo del Lazio contro il Ministero degli Affari Esteri e del Ministero dell’Interno, di cui si darà completa notizia la prossima settimana, quando il ricorso sarà depositato presso l’autorità giudiziaria.

Bando Internazionale sui droni killer

09.11.2017 Pressenza Budapest

Quest’articolo è disponibile anche in: Inglese, Spagnolo, Francese

Bando Internazionale sui droni killer

Appello di ricercatori canadesi per il divieto internazionale di usare l’intelligenza artificiale come arma, altrimenti saranno macchine – non persone – ad avere diritto di vita o di morte sulla popolazione.

 

I membri della comunità di ricerca sull’intelligenza artificiale sollecitano il primo ministro del Canada ad aderire alla richiesta di vietare su scala internazionale le armi letali autonome che operano senza un significativo controllo umano nel momento in cui sprigionano una forza letale.

Una lettera aperta di cinque esperti canadesi nel campo della ricerca sull’intelligenza artificiale sollecita il Primo Ministro a risolvere immediatamente il problema delle armi autonome letali (spesso denominate “robot killer”) e ad assumere una posizione di leadership sulla scena internazionale contro i Sistemi di armi mortali autonome, nei prossimi incontri delle Nazioni Unite a Ginevra.

2 novembre 2017

All’onorevole Justin Trudeau, C.P., M.P.
Primo Ministro del Canada

Langevin Building, 80 Wellington Street
Ottawa, Ontario
K1A 0A2

e, p.c.:

  • Navdeep Bains, Ministro dell’Innovazione, delle Scienze e dello Sviluppo Economico;
  • Chrystia Freeland, Ministro degli Affari Esteri;
  • Harjit S. Sajjan, Ministro della Difesa;
  • Kirsty Duncan, ministro delle Scienze;
  • Mona Nemer, Consigliera scientifica.

OGGETTO: DIVIETO INTERNAZIONALE DI MILITARIZZARE L’INTELLIGENZA ARTIFICIALE 

Signor Primo Ministro,
Come membri della comunità di ricercatori canadesi sull’Intelligenza Artificiale (IA), vorremmo ringraziarLa per l’interesse che Lei manifesta verso l’IA in generale e per l’investimento significativo che il Canada sta facendo su ricerca e innovazione in materia di IA.

Come Lei sa, la ricerca sull’IA, ossia i tentativi di fabbricare macchine in grado di svolgere compiti intelligenti, ha compiuto progressi spettacolari nel corso dell’ultimo decennio. L’evoluzione dell’IA classica, spinta dai rapidi progressi nell’apprendimento automatico, ha esaltato le ambizioni della comunità IA di costruire macchine in grado di eseguire operazioni complesse, con o senza supervisione o intervento umano. Una vasta gamma di applicazioni sta già sostenendo una crescente varietà di prodotti di consumo volti a migliorare le infrastrutture, i trasporti, l’istruzione, la salute, le arti, l’esercito, la medicina e il commercio.
L’IA riveste un’importanza di natura trasformatrice. Queste trasformazioni, reali e potenziali, richiedono non solo capacità di comprensione, ma anche e sempre di più vigile attenzione morale.

È per tutti questi motivi che la comunità canadese di ricercatori sull’IA esorta Lei e il Suo governo a fare del Canada il 20° paese del mondo a sollevarsi, a livello internazionale, contro la militarizzazione dell’IA.
I sistemi autonomi di armi letali senza un significativo controllo umano che determini la legittimità degli obiettivi e lo sprigionamento di una forza letale equivalgono a posizionarsi sul lato sbagliato della linea morale stabilita.
A tal fine, invitiamo il Canada ad annunciare il suo sostegno alla richiesta di vietare i sistemi di armi letali autonomi durante la prossima Conferenza dell’ONU riguardante la Convenzione delle Nazioni Unite sulle armi classiche (CCW). Il Canada dovrebbe anche impegnarsi a lavorare con altri Stati per concludere un nuovo accordo internazionale allo scopo di raggiungere questo obiettivo. Così facendo, il nostro governo riaffermerà anche la sua leadership morale sulla scena internazionale, come aveva già fatto con il Trattato di Ottawa – la Convenzione internazionale del 1996 per la messa al bando delle mine antiuomo, su iniziativa del ministro degli affari esteri dell’epoca, Lloyd Axworthy, che Suo padre aveva nominato al Gabinetto federale.

Siamo lieti che la Convenzione abbia deciso di formare un Gruppo di esperti governativi sui sistemi di armi autonome. A questo proposito, molti membri della nostra comunità di ricerca sono impazienti di mettere le loro competenze a disposizione del governo del Canada.
Come hanno recentemente rilevato molte aziende leader nell’IA e nella robotica a livello mondiale, società canadesi comprese, i sistemi di armi autonome rischiano di realizzare la terza rivoluzione bellica.
Nello sviluppo di tali sistemi, i conflitti armati potrebbero svolgersi su una scala mai vista prima e a una velocità che gli esseri umani non sono nemmeno in grado di concepire.

La tragica conseguenza di questo fenomeno è che sarebbero macchine – non persone – ad avere diritto di vita o di morte sulla popolazione.
La comunità canadese di ricerca sull’IA non potrebbe approvare un tale uso, in quanto il suo scopo principale è quello di studiare, progettare e promuovere la ricerca sull’IA a fini benefici.

La forte leadership che il Canada continua a dimostrare attraverso il suo coinvolgimento nella tecnologia e nell’innovazione salvaguarderà la nostra reputazione di leader internazionale nello sviluppo della tecnologia IA solo nella misura in cui tale investimento terrà conto anche del suo impatto sul piano giuridico, etico e sociale.

La invitiamo dunque ad assumere una posizione di leadership forte contro i sistemi di armi autonome letali sulla scena internazionale nelle future riunioni del CCW, previste per il novembre 2017 presso le Nazioni Unite.

La preghiamo di gradire, Signor Primo Ministro, l’espressione della nostra più alta considerazione

Seguono le firme dei cattedratici proponenti:

  • Ian Kerr, titolare della cattedra di ricerca in etica, diritto e tecnologia, Università di Ottawa (Canada);
  • Yoshua Bengio, titolare della cattedra di ricerca in algoritmi di apprendimento statistico, Università di Montreal (Canada);
  • Geoffrey Hinton, ingegnere ricercatore presso Google e primo consulente scientifico del Vector Institute;
  • Rich Sutton, titolare della cattedra AITF in apprendimento tramite rinforzo e intelligenza artificiale, Università dello stato di Alberta (Canada);
  • Doina Precup, titolare della cattedra di ricerca in apprendimento automatico, Università McGill (Canada).

 

Traduzione dal francese di Mariapia Salmaso

 

La Russia, i russi e Putin

08.11.2017 Damiano Mazzotti

La Russia, i russi e Putin
(Foto di questiondigital.com)

“Un secolo di Russia” è un saggio molto interessante che prende in esame la cultura, l’economia e la politica russa (Lorenzo Gianotti e Nicola Lombardozzi, Editori Riuniti, 213 pagine, euro 16).

 

Nel centenario della Rivoluzione Russa è sicuramente molto utile riflettere più a fondo con un libro equilibrato e appassionato che descrive bene la cultura centralista russa, e che affronta questioni molto spinose come il conflitto con l’Ucraina nel Donbass e l’annessione della Crimea. Quindi gli autori prendono in esame il ruolo stabilizzante di Putin e quella destabilizzante della mafie e “del pizzo di Stato” che coinvolge molte burocrazie ufficiali (compresa la polizia e la magistratura).

Oggi un grande mafioso russo “veste in maniera sobria, non ha il corpo coperto di tatuaggi, manda i figli a studiare all’estero. Vive una doppia vita tra relazioni sociali riservate alle élite e un sottobosco criminale cui è rimasto il ruolo di manovalanza pura. A loro, ai manovali, sono concessi rituali e abitudini legati al passato” (p. 188). In alcuni cimiteri ci sono foto molto eloquenti.

Vladimir Putin non vuole rischiare a livello di sicurezza interna e ha creato la Guardia nazionale che dipende direttamente da lui. Questo corpo è dotato di carri armati e di mitragliatrici Tokar-2  che hanno un effetto dirompente e spietato in tutti gli ambienti urbani, contro terroristi e altri nemici.

In Russia e ai confini della Russia “Ogni tentativo di stravolgere il sistema si ritroverebbe contro un’orda di ceceni che non sono più delle belve autodidatte che combattono all’arma bianca ma unità regolari, armate addestrate e con l’ordine preciso di non fare prigionieri” (Vladimir Goljsev, storico e blogger, p. 177). Si può affermare che “gli inglesi trovarono la soluzione del problema scozzese trasformando montanari ribelli e aggressivi nella loro élite militare” e Putin ha adottato lo stesso metodo con i ceceni (conversazione privata, p. 176).

Negli ultimi anni le migliori risorse russe si stanno trasferendo all’estero: “si valuta che nel 2014-15 abbiano abbandonato la Russia 200 mila persone con un profilo professionale elevato… il 42 per cento dei top-manager russi di società russe aveva l’intenzione di trasferirsi all’estero e uno ogni sei pensava di farlo entro i prossimi due anni con Usa, Germania e Gran Bretagna come possibili destinazioni” (p. 146). Tutti valori sottostimati poiché molte persone non notificano la loro partenza. Negli Stati Uniti ci sono almeno “16.000 superlaureati provenienti dall’ex Urss” (Lev Gudkov, Centro Levada, 2016, p. 147). A Londra i critici e gli oppositori del Cremlino vivono negli stessi ambienti dei rampolli dei miliardari e dei ministri russi.

In ultima analisi sarebbe meglio condividere il pensiero di George F. Kennan: “durante la guerra fredda, sosteneva che la sola via per contenere la Russia non fosse quella di isolarla, ma di coinvolgerla in un sistema globale” Gleb Pavlovskij, politologo russo, p. 201). Oggi il maggior pericolo “è che uno stato sovrano in possesso di un enorme arsenale di armi di distruzione massiva possa diventare incontrollabile” (Pavlovskij, 2016). Gli Stati Uniti non possono continuare a spingere ai margini la Russia: “Dobbiamo avere un approccio con la Russia di bilanciamento ottimale tra collaborazione e competizione per un complesso di questioni di mutuo interesse” (Matthew Rojansky, Istituto Kennan del Centro Woodrow Wilson, p. 202).

 

Nicola Lombardozzi è dal 1989 agli Esteri di Repubblica che dirigerà per dieci anni. Dal 2009 al 2016 corrispondente per Repubblica da Mosca. Ha seguito da inviato a Kiev la rivolta della Majdan. Poi in Crimea tutte le fasi dell’”invasione mascherata” e della annessione della penisola alla Russia.

Lorenzo Gianotti è nato nel 1939, è stato un senatore per molti anni e ha una prolungata conoscenza dell’Unione Sovietica (dal 1922 al 1991, 15 paesi), della Russia e dell’Est europeo.

 

Nota tedesca – Un avvicinamento “con la Germania, nel campo della scienza e della formazione rappresenta una sorta di compensazione per il diradarsi della cooperazione politica” (Thomas Sebastian Vitzthum, Die Welt, agosto 2015). Nelle università tedesche sono presenti più di undicimila studenti russi (nota a p. 109).

Nota epidemiologica – In Russia la speranza di vita è la più bassa del continente europeo: 63 anni. La quota dei defunti maschi tra i 30 3 i 45 anni d’età è alta. Le spiegazioni più probabili sono: “l’ambiente sporco e pericoloso, la bassa qualità dei prodotti, la loro mancanza, la cattiva alimentazione, le pessime condizioni abitative, l’organizzazione produttiva pericolosa. La criminalità. I suicidi… Non c’è da stupirsi se in queste condizioni molta gente beve e molti muoiono avvelenati dalla vodka” (Vasilij Vlasov, 2015, p. 111).

Nota militare – In Siria gli aerei militari russi hanno compiuto tanti voli al giorno quanti quelli della coalizione Usa al mese. La flotta militare russa ha lanciato missili dal Caspio, a distanza di 1,5 mila chilometri” (Kim Sengupta, The Indipendent, 2016, p. 157).

Nota internazionale – Putin è riuscito a vincere la guerra in Siria e ora ha stabilizzato la regione. La Russia ha gestito anche importanti accordi energetici con il Qatar e con la Cina, accordi facilitati dal ponte finanziario italiano di BancaIntesa (Demostenes Floros, analista di Limes). Inoltre l’Italia sta diventando un ponte diplomatico tra Stati Uniti e Russia attraverso la gestione ben diversificata dei diritti di estrazione dell’Eni, che negli ultimi anni ha scoperto giacimenti di gas molto importanti. Comunque attualmente la Russia fornisce il 70 per cento del gas consumato in Europa. Nonostante tutto l’apparato burocratico e militare americano continua a considerare la Russia un paese ostile, anche se è la Cina che detiene il 90 per cento delle riserve di terre rare e ha iniziato a vendere il petrolio nella sua valuta nazionale. La Russia probabilmente non è nemmeno capace di stimare le proprie riserve minerarie se si pensa ai vastissimi territori ghiacciati e quasi inesplorati. In ogni caso Putin è una persona molto razionale e nessun russo ha fretta di morire (a differenza di molti fondamentalisti islamici). Però alcuni russi nazionalisti e parte delle forze armate, “temono che il grande disegno russo-cinese di costituire due blocchi euroasiatici interconnessi finisca per far assumere alla Russia… il ruolo di bacino di risorse da far sfruttare ai cinesi” (Fabio Mini, 2017, p. 82). La rivoluzione ucraina del 2004 gestita dagli Usa ha fatto scattare la reazione russa (p. 74).