Giulio Regeni uno di noi

Purtroppo ho assistito ad un monologo in cui si sosteneva “chissà cosa aveva fatto” il Regeni: si rimane impietriti e con tanto sdegno.  Purtroppo capita ascoltare docenti pieni di sé che hanno la bocca non collegata al cervello… e parlano a vanvera senza riflettere quello che dicono. Noi siamo qui per dire che Giulio era uno di noi.

Quattro anni senza Giulio: il 25 gennaio fiaccolate in tutta Italia

20.01.2020 – Riccardo Noury

Quattro anni senza Giulio: il 25 gennaio fiaccolate in tutta Italia
Il murale di Giulio Regeni a Berlino (Foto di El Teneen)

Sabato 25 gennaio le attiviste e gli attivisti di Amnesty International Italia organizzeranno fiaccolate per ricordare il quarto anniversario dalla scomparsa, al Cairo, di Giulio Regeni.

Alle 19.41 di quel giorno del 2016 il nome di Giulio Regeni si unì a quelli dei tanti egiziani e delle tante egiziane vittime di sparizione forzata e poi di tortura e di omicidio in Egitto.

Sono trascorsi quattro anni da quel 25 gennaio e le autorità egiziane si ostinano ancora a non rendere noti i nomi di chi ha ordinato, di chi ha eseguito, di chi ha coperto e ancora copre il sequestro, la tortura e l’omicidio di Giulio. Sin dall’inizio esse hanno scelto la tattica del depistaggio, della perdita di tempo, delle promesse non mantenute. Loro interlocutori sono stati quattro, ormai, diversi governi italiani che non hanno saputo o voluto chiedere con la necessaria costanza e fermezza la verità per Giulio.

In questi quattro anni su centinaia di edifici pubblici, scuole, università, balconi di abitazioni private è stato affisso lo striscione “Verità per Giulio Regeni”.

Quello striscione sarà di nuovo presente in decine di città italiane sabato 25 gennaio per dire che nessuno si tirerà indietro, nessuno si fermerà fino a quando non arriverà la verità.

Alle fiaccolate hanno aderito: A buon diritto, ADI – Associazione dottorandi Italia, AITR, ANTIGONE, ARCI, ARTICOLO 21, Associazione Diffondiamo Idee di Valore, Associazione Nazionale Giuristi Democratici, Assostampa Fvg, CGIL, CILD – Coalizione Italiana per le Libertà e i Diritti civili, Conversazioni sul futuro (Lecce), Europa Now!, Federazione Nazionale Stampa Italiana-FNSI, GiulioSiamoNoi, Nexus Emilia Romagna, Rete della pace, Pressenza.

A Roma, la fiaccolata delle 19.41 si terrà in piazza della Rotonda, davanti al Pantheon.

Qui la mappa interattiva, in continuo aggiornamento, delle città in cui sono previste le fiaccolate.

https://www.amnesty.it/4annisenzagiulio/

L’1% più ricco del mondo ha il doppio della ricchezza di 6,9 miliardi di persone

20.01.2020 – L’Antidiplomatico

L’1% più ricco del mondo ha il doppio della ricchezza di 6,9 miliardi di persone

Un rapporto annuale dell’organizzazione internazionale Oxfam, pubblicato alla vigilia del World Economic Forum Davos 2020, che inizia questa settimana, indica che i 22 uomini più ricchi del pianeta superano la ricchezza di tutte le donne in Africa.

Vantaggi per l’economia globale 

I ricercatori hanno scoperto che le donne e le ragazze contribuiscono quotidianamente a 12,5 miliardi di ore di lavoro di assistenza non retribuita e suggeriscono che questo tipo di attività costituisce un vantaggio per l’economia internazionale di almeno 10,8 miliardi di dollari all’anno, è diciamo, tre volte di più  rispetto alle prestazioni del settore tecnologico globale.

“Le donne e le ragazze, che passano miliardi di ore a cucinare, pulire e prendersi cura dei bambini e degli anziani, sono la spina dorsale della nostra economia globale, ma sono quelle che traggono meno benefici da essa”, ha affermato Paul O’Brien, vicepresidente della politica e difesa dell’organizzazione.

Secondo i dati pubblicati da Oxfam, l’ 1% più ricco della popolazione mondiale ha più del doppio della ricchezza di 6,9 miliardi di persone.

L’agenzia spiega anche che se avessimo risparmiato $ 10.000 al giorno dalla costruzione delle piramidi in Egitto (oltre 4.500 anni fa), avremmo un quinto della fortuna media dei 5 miliardari più ricchi.

“I più ricchi stanno chiaramente manipolando la nostra economia da soli, a partire dal presidente del miliardario americano”, ha aggiunto O’Brien. “Mentre il presidente degli Stati Uniti si contrappone all’élite mondiale di Davos, la sua amministrazione cerca di ridurre l’assistenza alimentare a quasi un milione di poveri, ampliando al contempo le lacune fiscali e altri vantaggi per le grandi e ricche attività commerciali “.

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E liberaci dai decreti Salvini

E liberaci dai decreti Salvini

18.01.2020 – Luca Cellini

E liberaci dai decreti Salvini
Manifestazione dei Cobas a Firenze (Foto di Sì Cobas)

“Liberi dai decreti salvini” il corteo/manifestazione che si è tenuto oggi a Firenze e Prato.

In corteo più di millecinquecento persone delle varie sigle aderenti e provenienti da diverse parti d’Italia.

“Facciamo scendere in piazza l’indignazione per le multe da 4’000 euro recapitate ai lavoratori “colpevoli” di aver scioperato alla tintoria Superlativa contro condizioni di vero e proprio sfruttamento e per il mancato pagamento di sette stipendi. Facciamo sentire in piazza la voce di chi crede che è l’ora di abrogare i Decreti Salvini!”

La manifestazione è stata indetta da Sì Cobas per la cancellazione delle 21 multe da 4’000 euro contro gli operai che avevano partecipato allo sciopero alla tintoria superlativa di Prato.
I lavoratori della superlativa tempo addietro avevano scioperato contro il lavoro nero, contro turni massacranti che superavano le 12 ore per 7 giorni la settimana, contro la negazione delle ferie e delle malattie e di tutti i diritti minimi previsti dalle leggi italiane, inoltre non ricevevano stipendio da 7 mesi!  Nonostante che la protesta di questi lavoratori sia stata condotta in modo pacifico, in quell’occasione,  il questore di Prato aveva provveduto ad inviare i reparti della celere, i quali dapprima hanno caricato pesantemente i lavoratori della Superlativa in sciopero, e poi hanno provveduto a portare via gli stessi lavoratori per elevargli in base al nuovo decreto Salvini, 21 multe da 4.000 €

La manifestazione è stata promossa principalmente dai Cobas, da Toscana Sì, e dalle sigle delle Unità sindacali di Base, in solidarietà ai lavoratori della Superlativa colpiti duramente da una serie infinita di violenze e d’ingiustizie e per l’abolizione del decreto Salvini che limita le libertà’ di dissenso e che oltre che il razzismo, istituzionalizza anche lo sfruttamento e punisce chiunque lotti per i propri diritti.

“Il problema di Prato non sono certo i lavoratori che rivendicano diritti ma il sistema di sfruttamento e caporalato su cui si regge un intero distretto” denunciano le sigle aderenti alla manifestazione.

“Chiediamo a tutti di non lasciare soli gli operai e i lavoratori sempre più abusati e sfruttati. La lotta per difendere la libertà’ democratica di dissenso e di diritto di sciopero è un qualcosa di primaria importanza che deve interessare tutti, perché dove c’è sfruttamento non ci può essere nessuna forma di società sana, e alla lunga genera conflitto”

Il corteo partito da Firenze in P.zza Santa Maria Novella, ha raggiunto in treno la città di Prato. Dalla stazione si è poi diretto verso la sede del Comune di Prato. Imponente il dispiegamento di uomini e mezzi delle forze dell’ordine, soprattutto nella parte più vicina al centro città, quella off limits per i manifestanti.

I manifestanti nonostante i vari blocchi di Polizia, sono riusciti però a raggiungere comunque la Piazza del Comune. Giunti in piazza San Marco, constatato l’imponente sbarramento su viale Piave, hanno imboccato via Pomeria che non figurava tra le strade inserite nel percorso autorizzato. Così, nel tentativo di trovare un accesso alternativo per il centro hanno percorso via Santa Trinita. Immediato il riposizionamento dei mezzi delle forze dell’ordine ma buona parte dei manifestanti è stata più veloce e attraversando via San Jacopo e poi piazza San Francesco hanno raggiunto piazza del Comune. Un numero consistente di manifestanti però in un primo momento è rimasto bloccato dal nuovo cordone di Polizia, ma poi successivamente sono stati fatti passare verso piazza del Comune riuscendo a raggiungere il troncone principale della manifestazione.

Nonostante la manifestazione si sia svolta in modo del tutto pacifico, tutta la polizia municipale era schierata davanti al palazzo comunale.

“Si può dire dunque che l’obiettivo iniziale di Si Cobas è stato raggiunto.”  Ha dichiarato Luca Toscano, coordinatore provinciale del sindacato ‘Sì Cobas’, mentre era intento a sistemare uno striscione su Palazzo Pretorio, dalle cui scale in un secondo momento ha poi gridato: “E’ la vittoria della libertà. Abbiamo conquistato il diritto dei lavoratori di manifestare in modo pacifico per i propri diritti. Il sindaco Biffoni deve chiedere scusa e il questore Cesareo deve andare immediatamente via da questa città”.

Una domenica bestiale a Busto Arsizio

Sfrattati dalla casa popolare a Busto, da due mesi vivono in auto in un parcheggio

BUSTO ARSIZIO – Sfrattati dall’alloggio popolare, da due mesi vivono in macchina, nel parcheggio di un supermercato. Ha dell’incredibile il caso di una famiglia italiana, di cinque persone, che è senza un tetto dove dormire dalla metà di novembre e che non può fare altro che starsene chiusa in macchina. «Nessuno ci dà retta – ammettono – il Comune? Finora sono stati sordi e ciechi. Il reddito di cittadinanza? Ci hanno dato 96 euro». Il caso è stato preso in carico dai servizi sociali, ma una soluzione abitativa non è ancora stata trovata.

«Da due mesi dormiamo in macchina»

busto famiglia sfrattata tigros

È la storia della famiglia Passafiume, originaria di Gela, colpita dall’improvvisa disoccupazione del capofamiglia. Sono in cinque – padre, madre, due figli di 34 e 32 anni e una figlia di 25 anni – più il cane, che ha 14 anni e che era stato il «regalo della Cresima della figlia più piccola». A novembre sono stati sfrattati dalle case Aler nel quartiere del Redentore, a causa di una forte esposizione debitoria. «Facevamo fatica a pagare l’affitto» ammette la donna. «Da due mesi dormiamo in macchina, in cinque in due macchine». Utilitarie, vecchi modelli. Il capofamiglia, rimasto senza lavoro dopo 40 anni, percepisce – ancora per poco – un’indennità di disoccupazione. «Ma a 58 anni, quasi 59 – spiega la moglie – è troppo giovane per andare in pensione e troppo vecchio per trovare un lavoro». Solo uno dei tre figli ha un lavoro, come operaio, e porta a casa lo stipendio. La figlia ha un contratto di lavoro a chiamata, molto precario.

«Nessuno ci dà una mano»

La situazione è disperata. Con lo stipendio del figlio, un affitto potrebbero anche pagarlo, ma non sono in grado di fornire le minime garanzie che chiedono in una qualsiasi agenzia immobiliare. Si sono rivolti in Comune, finora senza ottenere soluzioni: «Si fanno tutti sordi e ciechi – scuote la testa la donna – lo sanno che siamo in macchina, ma nessuno ci dà una mano». Hanno fatto domanda per il reddito di cittadinanza: «Lo sa quanto ci hanno dato? 96 euro. Ma cosa ci facciamo con 96 euro?». Tra i politici bustocchi c’è qualcuno che si è mobilitato per dare una mano o prospettare una soluzione, come quella del bando per le custodie degli edifici comunali. Ma per ora non c’è alternativa al parcheggio del supermarket. Così la loro vita trascorre con le abitudini forzate di questa condizione più che precaria. Alla mattina alle 7, quando il centro commerciale apre, vanno ai servizi igienici e si fermano al bar interno per fare colazione, «sempre defilati al bancone con gli sgabelli che dà sul muro» come ci spiega un cameriere. Poi se ne stanno nella loro macchina. E di notte, con il parcheggio del supermarket che rimane aperto, si dividono tra la macchina del padre e quella del figlio che lavora. Per il resto se la cavano con le docce alla Casa di Francesco di Gallarate o all’oratorio San Filippo del quartiere San Michele, e con i pasti alla mensa dei Frati o a quella di Legnano. Ma è dura, soprattutto con il freddo di questo periodo.

Il Comune si sta muovendo

E il Comune? «È un caso che è stato preso in carico dagli assistenti sociali – spiega l’assessore all’inclusione sociale Osvaldo Attolini – stiamo studiando la situazione di questa famiglia per proporre delle soluzioni abitative o lavorative che possano metterli in condizione di vivere dignitosamente». Tra le ipotesi più immediate, c’è anche quella di offrire qualche posto nel rifugio dei senzatetto della stazione, mentre nel caso la famiglia riesca ad individuare un alloggio in affitto, il Comune è disponibile ad erogare il contributo previsto nei casi di ingresso in una nuova abitazione in affitto, a copertura della cauzione e dei primi mesi di canone. «Certamente non è bello che dormano in auto» ammette l’assessore bustocco. Ma una soluzione va trovata. Al più presto

Fonte : Malpensa24

Flash mob a Milano contro la chiusura degli ospedali San Carlo e San Paolo

17.01.2020 – Milano – Redazione Milano

Flash mob a Milano contro la chiusura degli ospedali San Carlo e San Paolo
(Foto di Change)

No alla chiusura degli Ospedali San Carlo e San Paolo”! E’ questo il forte appello di Medicina Democratica e del “Comitato Difesa Sanità Pubblica Milano Città Metropolitana-Sud Ovest”, che hanno organizzato un flash mob in Piazza Duomo a Milano per sabato 18 gennaio 2020, alle ore 15:00.”Il pericolo reale per un bacino di 800.000 abitanti è di restare senza una adeguata ed efficiente assistenza sanitaria ospedaliera pubblica – hanno dichiarato Fulvio Aurora di Medicina Democratica e Roberto Acerboni del Comitato Difesa Sanità Pubblica Milano Città Metropolitana-Sud Ovest- un pericolo reale, contro cui ci siamo mobilitati, fin da subito, con innumerevoli iniziative e con la raccolta, ad oggi, di oltre 7.000 firme”.

Gli organizzatori del flash mob chiedono, infatti, con urgenza che: 1) la popolazione con i suoi organismi associativi venga coinvolta nelle decisioni; 2) vi sia un piano territoriale generale per rispondere a tutti i suoi bisogni di salute; 3) vi sia la massima trasparenza in particolare dei denari e delle risorse;4) nessun nuovo ospedale privato in costruzione venga convenzionato con il pubblico.

L’allarme lanciato dalle due organizzazioni è a ragion veduta, in quanto niente di concreto è accaduto a oltre due anni dalla delibera X/7060 del ll’11/9/2017, con cui la Regione Lombardia ha approvato un protocollo d’intesa tra Regione, Ministero della Salute, Comune di Milano, ASST Santi Paolo e Carlo, ATS della Città Metropolitana e Università di Milano per un accordo di programma per la realizzazione di una nuova struttura ospedaliera pubblica nel bacino di utenza dell’ASST Santi Paolo e Carlo.

“Nulla da dire sulla esigenza di costruire nuovi presidi ospedalieri, quando ciò è necessario, quando è programmato, condiviso e stabilito in tempi accettabili- sottolineano Aurora e Acerboni- ma non è questo il caso: la costruzione del nuovo ospedale decisa dalla Regione Lombardia nella zona ovest di Milano, non solo prevede nel contempo la chiusura dei due ospedali presenti, il San Carlo, inaugurato nel 1967 e il San Paolo nel 1978, ma non coprirebbe neanche il numero di posti letto attualmente in dotazione, circa 1250. Infatti, il numero di posti letto del nuovo ospedale, circa 760 sarebbe inferiore di 1/3 rispetto   alla somma dei due esistenti! E mentre i tempi per il previsto nuovo ospedale si dilatano a chissà quando, sono stati ridotti i finanziamenti per le manutenzioni del San Paolo e San Carlo da 90 a 30 milioni, con rischio grave per la salute e la sicurezza dei pazienti!”

Lo scenario che si profila, quindi, è fortemente preoccupante, poiché rischia di essere lasciata allo sbando un’area con una popolazione di circa 800.000 abitanti, con una percentuale di anziani che si avvicina al 30%. , di cui almeno 30.000 affetti da malattie croniche gravi e in condizioni di fragilità clinica e sociale, come testimoniano innumerevoli episodi e situazioni, con dimissioni di anziani senza la dovuta continuità terapeutica e senza che funzioni un sistema integrato di sostegno e assistenza, là dove mancano parenti o c’è una condizione di disagio economico e sociale.

Per info:

Carmìna Conte, cell 3931377616

Fulvio Aurora, cell. 3392516050

Roberto Acerboni, cell.3395373470

Giuseppe Petita, cell.3477168596

Bartali eroe

GINO BARTALI 1914 – 2000

il campione che salvò gli ebrei

Gino Bartali, nato a Firenze nel 1914, è stato un famoso campione di ciclismo, vincitore di tre Giri d’Italia (nel 1936, 1937 e 1946) e due Tour de France (nel 1938 e 1948).

Bartali era un devoto cattolico, ed era molto legato all’Arcivescovo Angelo Elia Dalla Costa (riconosciuto come Giusto tra le Nazioni nel 2012). Di conseguenza, dopo l’occupazione tedesca in Italia nel settembre 1943, Bartali – che era un corriere della Resistenza – giocò un ruolo molto importante nel salvataggio degli ebrei da parte della Delegazione per l’assistenza agli immigrati (DELASEM), rete avviata dallo stesso Dalla Costa e dal rabbino Nathan Cassuto.

Bartali, che per allenarsi era noto coprire grandi distanze, trasportava documenti falsi nel manubrio e nella sella della sua bicicletta, e poi li consegnava alle famiglie dei perseguitati tra Firenze e Assisi. Quando veniva fermato e perquisito, chiedeva espressamente che la bicicletta non venisse toccata, giustificandosi dicendo che le diverse parti del mezzo erano state attentamente calibrate per ottenere la massima velocità.

Sono diverse le testimonianze dell’opera di salvataggio di Bartali. Prima tra tutte quella di Giulia Donati, una donna fiorentina che dal 1974 vive in Israele, a cui Gino consegnò personalmente i documenti falsificati che salvarono tutta la sua famiglia. Un altro testimone, Renzo Ventura, ha dichiarato che, durante l’occupazione nazista, sua madre Marcella Frankenthal Ventura aveva ricevuto documenti falsi dalle mani di Bartali, portati loro dal ciclista per conto della rete di Dalla Costa.

Gino Bartali aiutò a salvare anche la famiglia Goldenberg, che il campione incontrò per la prima volta a Fiesole nel 1941. Shlomo, che allora aveva 9 anni, ricorda un incontro con il ciclista e suo cugino Armando Sizzi, amico dei Goldenberg. L’uomo ancora oggi mantiene viva l’immagine di quel momento, anche perché Bartali gli regalò una bicicletta e una sua foto con dedica. Quando più tardi, dopo l’occupazione tedesca, i Goldenberg furono costretti a nascondersi, Bartali offrì loro rifugio in uno scantinato che possedeva in comproprietà con Sizzi.

Ricercato dalla polizia fascista, Bartali sfollò a Città di Castello, dove rimase cinque mesi, nascosto da parenti e amici.

Con la sua azione, Bartali ha contribuito al salvataggio di 800 persone fra il settembre 1943 e il giugno 1944. Già medaglia d’oro al merito civile nel 2005, Gino Bartali è stato riconosciuto come Giusto tra le Nazioni da Yad Vashem il 23 settembre 2013.

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Da settinana prossima fino al 31 gennaio le e-mail sono distribuite in orario di fine serata per impegni formativi

Nei CPR si muore e scoppiano le proteste, ma la censura del Viminale impedisce gli ingressi della società civile

15.01.2020 – Redazione Italia

Nei CPR si muore e scoppiano le proteste, ma la censura del Viminale impedisce gli ingressi della società civile
Pian del Lago

di Fulvio Vassallo Paleologo*

Nell’ultimo anno si è parlato di CPR (Centri per i rimpatri) soltanto per sottolineare il “disagio” delle forze di polizia incaricate della sorveglianza, criminalizzare gli “ospiti” di queste strutture detentive, o per creare allarme ipotizzando una “regia esterna” delle numerose proteste che nei casi più gravi sono culminate con incendi e danneggiamenti. Mai un accenno alle condizioni disastrose delle strutture, all’abbattimento dei costi e quindi dei servizi di assistenza e consulenza garantiti dagli enti gestori, alla eterogeneità della popolazione detenuta, che per effetto del decreto sicurezza, poi convertito nella legge n.132 del 2018, annovera sempre più spesso richiedenti asilo denegati e soggetti vulnerabili rimasti privi di un permesso di soggiorno per la cancellazione della protezione umanitaria.

Di fronte ad una situazione che in passato era stata denunciata con interventi Rapporti assai dettagliati, non è stata concessa alcuna possibilità di ingresso ai rappresentanti della società civile, come gli attivisti della Campagna LasciateCientrare, e sotto questo profilo l’avvicendamento al Viminale non ha cambiato nulla. Da ultimo questa “continuità” di governo della detenzione amministrativa è denunciata in un volume divulgativo edito dal settimanale Left dal titolo “Mai Più”.  Anzi, si è puntato soltanto su comunicazioni propagandistiche per mettere in risalto un aumento irrisorio delle persone soggette al trattenimento amministrativo e quindi dei conseguenti rimpatri. Che comunque rimangono solo una frazione molto modesta dei casi di espulsione o respingimento per cui i questori dispongono l’accompagnamento forzato in frontiera, in assenza di qualsiasi possibilità di regolarizzazione successiva all’ingresso o al soggiorno irregolare. Soprattutto per coloro che provengono dal circuito carcerario, magari senza neppure avere riportato una condanna definitiva, il meccanismo delle espulsioni con accompagnamento forzato porta inesorabilmente al trattenimento nel CPR in tutti i casi in cui al momento della scarcerazione non siano ancora pronti i documenti necessari per il rimpatrio. E spesso si tratta di persone presenti in Italia da molti anni.

Dal CPR di Torino (via Brunelleschi) al CPR di Ponte Galeria a Roma, fino ai CPR siciliani di Trapani (Milo) ancora lo scorso 3 gennaio e di Caltanissetta (Pian del lago), oggi, non è passato mese senza che si registrassero proteste che in qualche caso si sono trasformate in gravi danneggiamenti delle strutture. Dopo queste proteste si è innescata una girandola di trasferimenti da un centro all’altro, su disposizione del ministero dell’interno, che hanno contribuito ad estendere a tutti i centri un clima di rivolta contro un regime detentivo e condizioni di trattenimento che si traducevano assai spesso in deprivazione totale della dignità della persona e dei suoi più elementari diritti fondamentali, dal diritto alla salute al diritto alla difesa. Il raddoppio dei termini di trattenimento amministrativo (da 90 a 180 giorni), previsto dal Decreto sicurezza 1 ( legge n.132 del 2018) ha contribuito ad elevare i livelli di tensione all’interno di queste strutture, da Torino a Caltanissetta, da GradiscaD’Isonzo a Lamezia,a Palazzo S.GervasioBariBrindisi,LecceCrotoneMilanoModenaBologna, anche se non ha inciso in misura significativa sul numero delle persone effettivamente rimpatriate. Nel corso degli anni sono stati diversi i casi in cui hanno perso la vita “per cause naturali”, persone migranti trattenute nei CPR in condizioni di privazione di una tempestiva assistenza.

Come riporta Mediterraneo Cronaca nella giornata di domenica 12 gennaio, si è verificata l’ennesima morte di un “ospite” trattenuto all’interno di un CPR, questa volta nel centro di Pian del lago a Caltanissetta. Anche in questo caso mancano notizie ufficiali, non si ha certezza sulle cause del decesso, né si conosce dove sia stata trasferita la salma del ragazzo, sembra un tunisino, che ha perso la vita, dopo essersi sentito male nei giorni precedenti, come sembra, ma dopo essere andato a letto “normalmente”, come ha subito precisato la questura di Caltanissetta.

Quello che è certo è che dopo questa ennesima morte all’interno di un centro di detenzione, è scoppiata una protesta che è culminata con l’incendio di alcune parti della struttura, un incendio poi sedato dall’intervento di due grossi mezzi dei vigili del fuoco. Non si conosce invece la sorte degli “ospiti” del centro di Pian del lago, che tra pochi giorni avrebbe comunque chiuso i battenti, per lavori di ristrutturazione che erano stati già appaltati. E’ del resto noto che la domenica è un giorno “particolare”, almeno per i migranti trattenuti di nazionalità tunisina, perché il lunedì (ed il giovedì) si organizzano i voli di rimpatrio, e coloro che vengono imbarcati sugli aerei apprendono generalmente all’alba dello stesso giorno la notizia del proprio rimpatrio, anche in casi nei quali sono ancora pendenti ricorsi giurisdizionali contro l’espulsione o procedure per il riconoscimento della protezione umanitaria o internazionale. Si registrano anche casi di rimpatrio di richiedenti asilo per effetto della nuova prassi delle cd. “procedure accelerate in frontiera”, subito dopo gli sbarchi, e per l’adozione di una “lista di paesi terzi sicuri” che riduce la possibilità, per chi proviene da questi paesi, di trovare protezione in Italia.

Non vi sono ancora garanzie effettive che nel caso di rimpatri forzati effettuati verso paesi che hanno stipulato con l’Italia accordi bilaterali che prevedono procedure “semplificate”, come nel caso della Nigeria, siano effettivamente rispettati i diritti fondamentali della persona, come imporrebbe l’art. 19 del Testo Unico sull’immigrazione n.286/1998. Il Centro di permanenza per i rimpatri di Ponte Galeria è diventato uno snodo finale prima dell’imbarco da Roma.

Quanto continua a verificarsi all’interno dei centri di detenzione italiani , e da ultimo i fatti di Pian del lago a Caltanissetta, dimostrano una totale continuità nell’azione dei vertici del Viminale nella gestione del sistema dei rimpatri con accompagnamento forzato e dei centri di permanenza per i rimpatri (CPR) in particolare. Se è fallito il piano originario proposto dall’ex ministro dell’interno Minniti, che voleva aprire dieci nuovi CPR, si assiste al continuo peggioramento delle condizioni di trattenimento, tanto in quelli esistenti da tempo, quanto in quelli di più recente apertura o riconversione, come a Macomer, in Sardegna, di Gorizia in Friuli e di Trapani Milo in Sicilia.

Occorre intensificare le visite nei CPR del Garante nazionale per le persone private della libertà personale e restituire alle organizzazioni non governative, ed alle campagne come LasciateCientrare, la possibilità di svolgere attività di monitoraggio periodico per verificare che i diritti fondamentali delle persone trattenute non siano indebitamente negati, e che i rapporti di appalto siano conformi alle prescrizioni di legge ed ai capitolati predisposti dal ministero dell’interno.

Si tratta di verificare la conformità delle prassi attualmente applicate nella gestione dei CPR rispetto alle garanzie costituzionali (in particolare gli articoli 13, 24 e 32 Cost.) accordate a qualunque straniero presente in Italia, anche se si trova in condizione irregolare, come prescrive l’art. 2 del Testo Unico sull’immigrazione n.286/1998. Occorre ricostruire una rete sul territorio che possa verificare l’attuazione effettiva dei diritti di difesa ed il rispetto delle garanzie procedurali accordate agli “ospiti” dei CPR.

Occorre poi verificare la compatibilità delle modalità di trattenimento amministrativo in Italia con la direttiva europea 2008/115/CE ( Direttiva rimpatri) e con la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea, che richiama il divieto di trattamenti inumani o degradanti (art. 4) già previsto dall’art. 3 della Convenzione Europea a salvaguarda dei diritti dell’Uomo.

Ribadiamo infine l’urgenza dell’abrogazione delle norme criminogene del “decreto sicurezza uno”, poi convertito nella legge 132 del 2018 che prolungano i termini del trattenimento amministrativo, lo estendono anche ai richiedenti asilo e cancellano la protezione umanitaria. Norme e prassi conseguenti che, se non interverrà una abrogazione da parte del Parlamento, occorrerà portare all’esame della Corte Costituzionale e degli organi della giustizia europea ed internazionale.

* ASSOCIAZIONE DIRITTI E FRONTIERE – A-dif

Cittadini per l’Aria: «Particolato e nuovi diesel, superati anche di 1000 volte i livelli dei test»

15.01.2020 – Il Cambiamento

Cittadini per l’Aria: «Particolato e nuovi diesel, superati anche di 1000 volte i livelli dei test»

«I test svolti da Transport & Envroment sui due veicoli diesel Euro 6 più venduti in Europa mostrano che le nuove auto di questo tipo continuano a violare i limiti di legge sulle emissioni di polveri sottili, con picchi di inquinamento fino a 1.000 volte i valori considerati standard»: così l’associazione Cittadini per ‘Aria.

«Questi picchi sono una minaccia immediata, in particolare per il sistema cardiocircolatorio e derivano dalla pulizia automatica dei filtri delle auto (cd. rigenerazione), necessaria per il buon funzionamento dei sistemi di abbattimento delle emissioni – prosegue l’associazione – Questo processo si verifica in media una volta ogni 480 km e i suoi effetti durano fino a 15 km, sconfessando quindi i test ufficiali di laboratorio dai quali non si evincono scostamenti dai valori consentiti. In Europa, sono più di 45 milioni le automobili dotate di questi filtri, per un totale di 1,3 miliardi di rigenerazioni all’anno. Se prendiamo solo l’Italia questo problema riguarda 6.223.000 veicoli con 176.804.000 picchi di inquinamento».

«Transport & Environment (T&E), che ha commissionato test di laboratorio indipendenti,  conclude questo nuovo studio ribadendo la necessità che il legislatore prenda atto del fatto che i diesel rimangono pericolosi per la salute umana – proseguono Cittadini per l’Aria – Serve imporre test e limiti più severi, più aderenti alle condizioni reali su strada. Le auto prese in considerazione per i test di T&E sono state due, la seconda e la quarta vettura più vendute nei rispettivi segmenti. Nei test indipendenti, hanno superato il limite legale di polveri dal 32% al 115% ad ogni rigenerazione del filtro. Tuttavia, un vuoto normativo fa si che il limite legale non si applichi quando, durante i test ufficiali, si verifica la pulizia del filtro. In questo modo, il 60-99% delle emissioni di particolato regolamentate viene di fatto ignorato nei test».

Anna Krajinska, ingegnere delle emissioni di T&E, ha dichiarato: “Questi test dimostrano che i nuovi diesel non sono ancora puliti. Emettono ogni giorno livelli estremamente pericolosi di particolato nelle nostre città e strade. Si semplifica il compito delle case automobilistiche, ma sono i nostri polmoni a pagarne le conseguenze”.

«Dati ancora più allarmanti sono emersi quando sono state misurate le polveri ultrafini di dimensione più ridotta e non regolamentate – hanno aggiunto dall’associazione – In questo modo, le emissioni nocive totali di particolato delle auto sottoposte a test sono aumentate di un ulteriore 11-184%. Queste polveri non vengono misurate nei test ufficiali, ma sono le più dannose per la salute umana – poiché penetrano in profondità nell’organismo – e sono associate all’insorgenza dei tumori al cervello. La rigenerazione per evitare l’intasamento del filtro antiparticolato può verificarsi in tutte le condizioni di guida, incluse le aree urbane. Nei test, il numero delle particelle di particolato è rimasto più elevato durante la guida urbana per 30 minuti dopo la fine della pulizia. Entrambi i modelli testati hanno rispettato invece i limiti legali di NOx».

“I risultati di questi test ci dimostrano ancora una volta che, per quanto possiamo cercare di rendere pulite le auto endotermiche, queste saranno sempre nocive per la salute umana, in quanto bruciano combustibili fossili localmente. E’ tempo per i regolatori di prenderne atto e agire di conseguenza, implementando zone a basse e zero emissioni nelle città e smettendo di incentivare l’acquisto di auto a combustione interna. Purtroppo il bonus-malus, giustamente introdotto dal Governo nel 2019 per incentivare il ricambio del parco veicolare tramite elettriche e ibride è spesso indebolito in molte realtà regionali e a pagarne le spese è la nostra salute” così Veronica Aneris, responsabile di Transport & Enviroment Italia.

Anna Gerometta, presidente di Cittadini per l’aria, ha dichiarato: “Le polveri regolamentate sono solo metà della storia. Si sa ormai che le polveri ultrafini rappresentano una minaccia maggiore, ma sono ignorate dai test ufficiali. La prossima classe di inquinamento Euro deve evitare scappatoie e fissare dei limiti per tutti gli inquinanti. Ancor di più, di fronte a questa evidenza, presidenti delle regioni e sindaci devono bandire questi veicoli dalle città e dalle aree nelle quali la popolazione è esposta al traffico, mettendo in atto ogni strategia per ridurre al massimo l’uso privato delle auto così da proteggere la salute umana e la qualità della vita in città.”

T&E chiede anche che – grazie ai nuovi poteri – la Commissione Europea richieda alle autorità di omologazione di controllare le auto su strada, anche dopo la vendita, come già fa l’Agenzia per la protezione dell’ambiente statunitense.

Tre  abitanti su quattro delle città europee sono esposti a livelli pericolosi di particolato e l’inquinamento da polveri sottili viene considerato sempre più “il nemico numero uno”. Si tratta del tipo di inquinamento atmosferico più strettamente associato al cancro, che con l’esposizione cronica crea ripercussioni su cuore e polmoni.

Qassem Soleimani: ce lo racconta Azam Bahrami attivista iraniana per i diritti umani.

13.01.2020 – Torino – Fabrizio Maffioletti

Qassem Soleimani: ce lo racconta Azam Bahrami attivista iraniana per i diritti umani.
Il generale Quassem Soleimani (Foto di Archivio Pressenza)

Chi è Qassem Soleimani?

Per capire chi fosse Soleimani  occorrono alcune premesse.

Ali Khamenei è la figura politico-religiosa più importante dell’Iran, è l’uomo più potente dell’Iran, ma la sua non è una posizione elettiva.

Non è tenuto a rispondere alle istituzioni iraniane, ma viceversa, sono le istituzioni a dover rispondere a lui.

E’ un “dittatore religioso”, dispone dell’apparato politico e militare dell’Iran, inoltre è un grado di disporre ufficialmente di ingenti risorse economiche, che vengono gestite completamente al di fuori del controllo  da parte del  governo elettivo iraniano.

Per comprendere i fatti recenti, relativi all’uccisione di Soleimani, è importante comprendere la struttura degli apparati militari dell’Iran.

Nell’esercito regolare iraniano Artesh, sotto il regime di Ruhollah Khomeyni , sono via via stati sostituiti molti degli ufficiali che erano al comando prima della rivoluzione, alcuni dei quali sono morti in circostanze sospette, con ufficiali fedeli all’ayatollah.

Durante la guerra contro l’Iraq, si sono costituiti dei corpi di volontari combattenti che successivamente hanno dato vita ad un vero e proprio esercito parallelo: il Sepah.

Il Sepah è l’esercito dei pasdaran, un esercito che non risponde ad alcuna istituzione iraniana, ma dipende esclusivamente dalla “guida suprema”, ad oggi, l’Ayatollah Khamenei.

Soleimani era un pasdar (singolare di pasdaran), infatti combatté come volontario in Iraq nella guerra , durata otto anni, contro l’Iraq di Saddam Hussein.

Un reparto del  Sepah, che opera fuori dai confini iraniani, si chiama Quds, questo reparto ha operato ed opera in diversi paesi del Medio Oriente:  Siria, Libano, Yemen,  Iraq,  Afghanistan ecc..  insomma il Quds è una sorta di agenzia iraniana che opera in terra straniera.

Soleimani era il comandante del Quds.

Il Sepah è molto fedele alla guida suprema, questo fa sì che possa disporre di finanziamenti molto superiori a quelli dell’esercito regolare.

Il Quds è, a tutti gli effetti , un centro di potere che opera al di fuori di qualunque controllo che non sia quello di Khamenei; durante il periodo delle sanzioni, aggirandole e sfruttandole a proprio beneficio, ha operato vendendo autonomamente petrolio e facendo traffici di vario tipo.

Il Sepah ha anche un efficiente dipartimento che si occupa della “cultura”, di fatto della propaganda, controllano i media, abbiamo il forte sospetto che utilizzino, tra l’altro, le iniziative culturali per creare fondi neri gonfiando i costi.
Le iniziative culturali come produzione di film, mostre, ecc.. vengono anche esportate all’estero.

La contiguità con gli ambienti religiosi di potere iraniani dà al Sepah un potere praticamente illimitato, hanno anche un dipartimento di servizi segreti che opera sul territorio nazionale e che non risponde al preposto ministero iraniano, dispone inoltre di proprie strutture carcerarie, gestite al di fuori di qualsiasi controllo istituzionale.

Un’altra forma di esercizio del potere che usa il Sepah è il controllo delle acque; l’acqua, essendo l’Iran un territorio prevalentemente desertico, è risorsa preziosissima. Il Sepah può decidere a chi fornirla ed eventualmente di venderla se conviene, ad esempio ha venduto in via non ufficiale acqua all’Iraq, nonostante l’Iran fosse sotto sanzioni e in periodo di siccità. Questo ha permesso all’Iran di acquisire potere in Iraq.

L’Iran effettua grossi investimenti esteri, anche qui abbiamo il forte sospetto che siano fatti in funzione di un ritorno d’immagine, sono stati anche creati ospedali, sottraendo risorse ad un paese dove la gente vive una situazione economica difficoltosa da molti anni.

Quando e perché è diventato comandante del Quds?

Sotto la presidenza di Mohammad Khatami, nei primi giorni di luglio del 2003, gli studenti dell’università di Tehran indissero uno sciopero occupando l’ateneo, dopo due giorni di occupazione Soleimani entrò in università, con un gruppo di pasdaran, reprimendo in modo violentissimo la protesta, causando la morte di numerosi studenti. Altri studenti  “sparirono” dopo l’arresto, tutt’ora le famiglie non sanno quale sia stata la sorte dei propri figli.

L’ascesa al potere di Soleimani iniziò da quell’episodio, seppe poi conquistarsi la fiducia di Khamenei al punto che l’Ayatollah lo considerava “la sua mano destra”.

Quando nel 2011 iniziò la rivolta in Siria contro il regime, Assad che intendeva reprimere le manifestazioni con ogni mezzo, venne aiutato dall’Iran, e Khamenei  inviò Soleimani per aiutare il dittatore siriano nella violenta e sanguinosa repressione del dissenso.

Per l’Iran la Siria è un partner strategicamente importantissimo, perché confina con Israele e Libano. In questa situazione destabilizzata siriana, nella quale l’Iran è un attore di primo piano, si sono di fatto create le condizioni per lo sviluppo di Daesh.

Però ha combattuto Daesh.

La situazione è più complessa: essendo uno sciita ed essendo alleato di Assad, Soleimani ha combattuto Daesh, ma il suo ruolo in Siria prima della nascita del califfato è stato uno dei fattori determinanti per favorire le condizioni che hanno portato, in seguito, alla costituzione di Daesh.

Quel’era il suo ruolo in Medio Oriente?

Uno dei fatti più emblematici che abbiamo potuto osservare al riguardo in questi  giorni è che la figlia di Soleimani, al suo funarale, ha usato la frase “i miei cari zii” usata sia in senso familistico che di rispetto, citando:  Bashar  al-Assad,  Hassan Nasrallah (il capo di Hezbollah), e i leader Libanesi Ziyad al-Nakhalah e Isma’il Haniyeh.

Quindi Soleimani aveva rapporti molto consolidati con tutte le organizzazioni fondamentaliste islamiche sciite del Medio Oriente: questo in accordo al progetto iraniano di diffusione oltre confine della rivoluzione islamica, progetto molto caro a Khamenei (ed in questo erede “spirituale” di Khomeini) con il quale Soleimani , data anche la sua profonda radicalizzazione religiosa, aveva un rapporto quasi filiale e di totale fiducia reciproca.

Da notare che, Abdul Reza Shahlai, capo delle milizie filo iraniane in Yemen, ha quasi condiviso il destino del suo referente iraniano, scampando al tentativo americano di assassinarlo in concomitanza con l’assassinio di Soleimani.

Non solo, grazie al rapporto privilegiato con Khamenei,  Soleimani poteva avere contatti diretti, al di fuori dei canali diplomatici istituzionali iraniani, con i governi con i quali l’Iran aveva rapporti diplomatici  e commerciali.

Com’era visto in Iran?

Aveva certamente un ruolo di primissimo piano: una figura centrale nella strategia politica, diplomatica, militare e di intelligence iraniana, supervisionava anche l’acquisto di armamenti.
E’ stata fatta a suo favore una propaganda, molto aggressiva e ben finanziata, con lo scopo di renderlo un eroe nazionale.

Sarebbe dovuto diventare Presidente dell’Iran?

In Iran non ci sono partiti politici. Le differenze “politiche” riguardano l’essere favorevoli o meno a Khamenei.
E’ probabile che tra i sostenitori di Khamenei ci fosse quest’idea e la propaganda a suo favore avrebbe anche potuto essere una strategia in questo senso.

Cosa ne pensa della sua uccisione?

Trump, quando parla di Soleimani, e lo classifica come terrorista, non ha tutti i torti: come ho spiegato aveva rapporti con tutti i gruppi fondamentalisti sciiti del Medio Oriente, ed era forse il principale esecutore del tentativo (spesso sanguinoso) di un esteso processo di radicalizzazione islamica sciita a guida iraniana in un un territorio molto esteso (Medio Oriente, Golfo Persico,  Africa) , tuttavia per i suoi crimini doveva essere processato, non  giustiziato (e su questo sono totalmente d’accordo con la signora Bahrami n.d.r.).

La sua morte sarà un problema per il progetto egemonico dell’Iran?

Il sostituto nominato al suo posto non è certo carismatico come lui, tuttavia su quest’idea sono stati fatti molti investimenti, è stata fatta molta propaganda, si è esercitato un ferreo controllo culturale, è difficile pensare che Khamenei abbandoni questo progetto semplicemente perché è venuta a mancare “la sua mano destra”.   

Cosa ci faceva in Iraq?

Uno dei capi di Hashad al-Shaabi (milizia irachena fondamentalista sciita), Shibl al Zaidi, è stato ucciso nell’attacco col drone a Soleimani, era nella stessa automobile.

Mercoledì 27 novembre, gli  Iracheni, che manifestano da tempo contro l’influenza che l’Iran esercita nei confronti  dell’Iraq, hanno attaccato il consolato dell’Iran a Najaf, bruciando, tra l’altro, foto di Khamanei , la protesta è stata molto dura, al punto che in città è stato decretato il coprifuoco.

Il 31 dicembre viene attaccata l’ambasciata USA a Baghdad, sui muri vengono scritte frasi  inneggianti a Soleimani, firmate Hashad al-Shaabi.

A settembre 2019 sono state attaccate due importanti risorse petrolifere saudite, l’Iran, nonostante abbia sempre negato, è fortemente sospettato di essere il responsabile di questo attacco, la tensione tra Iran e Arabia Saudita è molto elevata, tuttavia la ragione espressa dal governo iracheno sulla presenza di Soleimani a Baghdad potrebbe essere più motivata dal tentativo di non alimentare il malcontento ormai esasperato del popolo iracheno verso l’Iran e nello stesso tempo di non inimicarsi il temuto Iran, che dalla vera ragione della presenza del generale Iraniano nella capitale irachena.

Gli iracheni non dicono “non vogliamo gli americani”, dicono “non vogliamo gli iraniani”, mentre in Iran sono contro gli americani. E’ probabile che Khamenei fosse preoccupato per la situazione e avesse inviato Soleimani a Baghdad per tentare di gestirla, ed è altrettanto ipotizzabile che non fosse per nulla casuale il suo arrivo subito dopo l’attacco all’ambasciata USA da parte di un gruppo fondamentalista sciita, che com’è noto è armato, finanziato e addestrato dal Quds.

La morte di Soleimani che effetti ha sull’opposizione al regime di Khamenei ?

Attualmente le manifestazioni sono ricominciate. I manifestanti scendono in piazza contro “Khamanei dittatore” chiedendo libertà dal regime religioso. La ragione scatenante che ha fatto tornare in piazza gli iraniani è stata l’ammissione dell’abbattimento per errore dell’aereo ucraino, i cui passeggeri erano quasi tutti iraniani.

Quindi l’uccisione di Soleimani da parte degli USA non ha contribuito a far prevalere l’orgoglio nazionale, le proteste continuano.

Come mai la risposta dell’Iran è stata, tutto sommato, così debole?

Ci sono due teorie: una di tipo politico, ovvero che l’Iran non poteva, per ragioni di politica interna, non rispondere, ma nello stesso tempo non poteva inimicarsi l’Iraq compiendo un attacco senza avvisare il suo governo: sarebbe stato, di fatto, un atto di guerra, ben consapevole del fatto che gli iracheni avrebbero trasferito la notizia agli americani, cosa che avrebbe utilmente di molto mitigato i danni della risposta e quindi l’entità di un’eventuale contro-rappresaglia americana. Inoltre l’aumento del prezzo del greggio provocato dalla crisi, giocava a suo vantaggio.

L’altra teoria è che l’Iran non abbia risorse per dare risposte militari più distruttive.

Può darci in sintesi un suo parere sull’attuale situazione iraniana?

L’Iran è a tutti gli effetti uno stato islamico, analogo a Daesh, un Isis sciita che ha armi e petrolio, che invocando il nome dio, rappresenta un pericolo per sua popolo e per i paesi di quell’area.

Azam Bahrani

attivista e scrittrice nata in Iran, ha ottenuto l’asilo politico in Italia nel 2011. Ha studiato Fisica dell’Ambiente nel’università di Torino e MBA e Fisica in Iran.  In Iran ha svolto attività politiche e culturali per i quali ha scontato vari periodi di detenzione nelle carceri iraniane. Autrice di “Una donna in due ruoli ” (یک زن در دو لوکیشن), libro che ha vinto il premio iraniano Sadegh Hedayat, de “I bottoni del mio vestito sono ancora chiusi” (دکمه های لباس من هنوز بسته اند), e di una raccolta di poesie in farsi intitolata “The Bird on the Nervure” (“پرنده ای روی شاهرگ).  Ha collaborato con più ONG, impegnate per lotta sui diritti umani, in contatto con le Nazioni Unite e partecipato periodicamente ad un programma radiofonico che tratta temi ambientali trasmesso su “Radio Farda”.  Attualmente è autrice di articoli pubblicati on line per le vari riviste (BBC persion, Iran International, , Zamaneh, Farda,…) riguardanti diverse problematiche iraniane come la condizione economica delle donne, discriminazione e limitazione sulle donne, il ruolo delle donne in sviluppo sostenibile, il fenomeno dell’immigrazione, la questione dell’inquinamento ambientale e le varie forme di violazione dei diritti umani.