21 settembre, Giornata Mondiale della Pace, manifestazioni di Women’s March in tutto il mondo

18.09.2017 Redazione Italia

21 settembre, Giornata Mondiale della Pace, manifestazioni di Women’s March in tutto il mondo

In occasione della Giornata Mondiale della Pace, i gruppi Women’s March di tutto il mondo stanno organizzando marce sorelle per difendere il Diritto dei Popoli alla Pace, affermando che tale diritto non può essere garantito senza il rispetto della giustizia, della parità e della dignità.

Milano vuole dare il suo contributo  con un evento in Largo Cairoli, Beltrami giovedì 21 settembre dalle 17.30 alle 19.00. poiché crediamo fermamente che questi siano i valori fondanti di una società pacifica, dove i diritti umani di tutti vengono rispettati

Per farlo, ci vestiremo di nero e porteremo con noi un fiore bianco al quale attaccheremo un messaggio di pace. Al termine della manifestazione, dopo aver letto la Dichiarazione di Pace scritta da Women’s March in italiano e in inglese e dopo aver dato la parola ai e alle partecipanti, ci scambieremo i fiori, in modo da diffondere i nostri messaggi pacifici.

Women’s March Milan

Eventi nel mondo:

Milano https://www.facebook.com/events/296761744135922??ti=ia

Londra: https://www.womensmarchlondon.com/walk-for-peace

Ginevra: https://www.facebook.com/events/1300807626709440??ti=ia

Barcellona: https://www.facebook.com/events/1625555660822556??ti=ia

Stoccolma: https://www.facebook.com/events/123798818273652??ti=ia

Sydney: https://www.facebook.com/events/363199677456591??ti=ia

Parigi: https://twitter.com/womensmarchpar/status/906815219086843905

Taiwan: https://www.facebook.com/events/1970187246593204??ti=ia

Medellín: https://www.facebook.com/events/1965516363715221??ti=ia

 

Dichiarazione per la pace di Women’s March

Non può esserci pace senza giustizia, uguaglianza e dignità per tutti.

Siamo riunite con speranza e determinazione per creare un futuro più pacifico, ma condividiamo anche il dolore per la perdita di vite preziose dovuta alla violenza in tutte le sue forme – terroristica, statale, aziendale e domestica.

Piangiamo le persone uccise e ferite in attacchi terroristici. Le seguenti località sono state colpite negli ultimi mesi: Barcellona, Spagna; Charlottesville, USA; Turku, Finlandia; Stoccolma, Svezia; Manchester e Londra, Regno Unito; Parigi e Nizza, Francia; Berlino, Germania; Bruxelles, Belgio; Surgut, Russia; Maiduguri, Nigeria; Ouagadougou, Burkina Faso; Kabul, Afghanistan; Baghdad, Iraq; Quetta, Pakistan; Marawi, Filippine e molte altre.

Rifiutiamo le politiche che antepongono i profitti alle persone. Ricordiamo quelli che sono morti nella Grenfell Tower a Londra e annegati a Houston, nel Texas, i lavoratori immigrati nel Qatar, quelli delle fabbriche del Bangladesh e tanti altri.

Dobbiamo fermare lo sviluppo senza regole che danneggia il pianeta. Le vite di chi si trova in prima linea del riscaldamento globale vengono decimate insieme a una perdita irreversibile di specie e habitat.

Detestiamo la criminalizzazione delle persone LGBTQI, dei loro amici e delle loro famiglie, che in molte parti del mondo vengono rifiutate, perseguitate e perfino uccise a causa di quelli che amano.

Lotteremo  per gli uomini e le donne di colore uccisi o danneggiati dalle autorità.  Siamo a fianco delle loro famiglie, che mostrano coraggio e resilienza nella loro ricerca di verità, responsabilità e giustizia.

Facciamo luce sui privilegiati che traggono benefici dalle politiche razziste e sosteniamo l’uguaglianza di diritti per tutti come l’unico modo di ottenere giustizia.

Dobbiamo educare i nostri figli perché non perpetuino questo razzismo sistematico, mentre li prepariamo ad assumersi la responsabilità di creare un’eredità migliore per le nostre comunità.

Denunciamo le vite perse e distrutte per sempre a causa della violenza domestica e l’uso dei corpi delle donne come armi da guerra, devastando intere generazioni attraverso la privazione dei diritti fondamentali, lo stupro e la sottomissione.

Proteggiamo i rifugiati fuggiti dalle loro case e dai loro paesi devastati dalla guerra e da altre cause al di là del loro controllo e tutti quelli, compresi innumerevoli bambini innocenti, rimasti vulnerabili e senza casa. Difendiamo quelli che vengono imprigionati in centri di detenzione dove i diritti umani non sono rispettati.

Non possiamo permettere che le devastazioni e le enormi perdite di vite umane dovute alla guerra continuino in luoghi come la Siria, lo Yemen, il Sud Sudan e l’Afghanistan. Denunciamo la promozione politica di un’industria bellica che mette le armi in mano a chi viola i diritti umani.

Ci vedremo a vicenda. Ci ascolteremo. Impareremo.

RESTIAMO UNITE PER LA PACE, CONTRO LE FORZE DELL’ODIO E DELL’ESCLUSIONE.

 

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Bando delle armi nucleari: Italia ripensaci!

16.09.2017 Pressenza IPA

Bando delle armi nucleari: Italia ripensaci!
(Foto di Scarabeokheper – Altervista)
Petizione /appello che si può firmare qui
Al presidente della Repubblica, ai presidenti di Camera e Senato, al Capo del Governo
All’ONU il 7 luglio scorso è stato adottato uno storico Trattato che proibisce gli ordigni “atomici” promosso dalle nazioni che non possiedono il nucleare, assenti le 9 nazioni che possiedono la bomba “atomica” e tutti i Paesi NATO (eccetto l’Olanda).
Un movimento mondiale disarmista, coordinato da ICAN a cui hanno aderito oltre 600 reti pacifiste,  che ha sospinto il voto coraggioso di 122 stati “battistrada” – per lo più del “movimento dei non allineati”-, ha reso concreta la speranza che l’Umanità riesca finalmente a liberarsi dalla più terribile minaccia per la sua sopravvivenza, tenendo conto che una guerra nucleare può essere scatenata addirittura per caso, per incidente o per errore di calcolo.
Anche il Parlamento Europeo ha approvato, il 27 ottobre 2016, una risoluzione su questi temi (415 voti a favore, 124 contro, 74 astenuti), invitando tutti gli Stati membri dell’Unione Europea a “partecipare in modo costruttivo” ai negoziati ONU, quelli che successivamente hanno varato il Trattato del 7 luglio.
Ci ha sorpreso e indignato l’assenza del governo italiano alle sedute dei negoziati in sede ONU.
Siamo coscienti, con tutte le alte autorità scientifiche, civili, morali e religiose, che in tal senso si sono espresse, che la deterrenza nucleare e la minaccia della distruzione reciproca sono contrarie al bene dell’umanità e all’etica di ogni civile convivenza.
Lo abbiamo già ricordato ma non lo si ripeterà mai abbastanza: indipendentemente dallo Stato di appartenenza, l’esistenza stessa delle armi nucleari è universalmente riconosciuta come una terribile minaccia per la vita dei popoli e dell’ecosistema terrestre. Una minaccia oltretutto assurda perché una guerra nucleare, persino con limitato scambio di missili, risulterebbe comunque catastrofica.
In ragione di ciò, CHIEDIAMO al nostro governo di lavorare perché questi ordigni siano ripudiati e di attivarsi perché vengano ovunque aboliti.
Per questo CHIEDIAMO che l’Italia ratifichi al più presto il Trattato di Interdizione delle Armi Nucleari del 7 luglio 2017, in coerenza con l’art. 11 della nostra Costituzione, anche per dare impulso all’alternativa di una economia di pace.
L’italia, per essere coerente e credibile con quanto sopra richiesto, deve liberarsi con decisione autonoma delle bombe nucleari USA ospitate a Ghedi ed Aviano, anche perché, nell’interpretazione che dobbiamo far valere, violano anche  il Trattato di Non Proliferazione Nucleare. Si tratta delle bombe B61 indicate dalla Federation of American Scientists (ma ufficialmente è “riservato” quante e dove siano), che ora verranno rimpiazzate dalle più micidiali B61-12. E dovremmo mettere in conto anche la possibilità, segnalata sempre dalla FAS, di Cruise con testata atomica a bordo della VI Flotta USA con comando a Napoli. La VI Flotta attracca nei numerosi porti italiani ufficialmente a rischio nucleare.
Ascoltiamo il monito ancora attuale dell’appello Russell – Einstein, che invitava ad eliminare le armi nucleari prima che eliminassero loro l’intero genere umano:“ricordiamo la comune umanità e mettiamo in secondo piano il resto”.
Disarmisti Esigenti – WILPF Italia – NO GUERRA NO NATO – LDU – Campagna OSM-DPN – IPRI-CCP – Fucina per la nonviolenza – Pressenza – Mondo Senza Guerra e Senza Violenza.
Proponiamo che questo testo serva come base di una mozione da far approvare al proprio Consiglio Comunale, alla propria associazione, comunità religiosa, comitati, gruppi di base, movimenti politici.

Rapporto ONU: di nuovo in aumento la fame nel mondo, responsabili i conflitti e il cambiamento climatico

15.09.2017 – Roma UN Food and Agriculture Organisation

Rapporto ONU: di nuovo in aumento la fame nel mondo, responsabili i conflitti e il cambiamento climatico

Dopo una costante diminuzione da oltre un decennio, la fame nel mondo è di nuovo in aumento, colpendo nel 2016 circa 815 milioni di persone, vale a dire l’11% della popolazione mondiale, afferma la nuova edizione del rapporto annuale delle Nazioni Unite sulla sicurezza alimentare e la nutrizione nel mondo pubblicato oggi.  Inoltre molteplici forme di malnutrizione minacciano la salute di milioni di persone in tutto il mondo.

L’aumento – 38 milioni di persone in più rispetto all’anno scorso – è dovuto in gran parte alla proliferazione di conflitti violenti e agli shock legati al clima, secondo The State of Food Security and Nutrition in the World 2017 (Lo Stato della Sicurezza Alimentare e della Nutrizione nel Mondo).

Circa 155 milioni di bambini di età inferiore ai cinque anni sono sotto sviluppati (troppo bassi per la loro età), mentre 52 milioni soffrono di deperimento cronico, che significa che il loro peso non è adeguato rispetto alla loro altezza. Circa 41 milioni di bambini sono invece in sovrappeso. Preoccupano inoltre, secondo il rapporto, l’anemia delle donne e l’obesità degli adulti. Queste tendenze sono una conseguenza non solo dei conflitti e del cambiamento climatico, ma anche dei grandi mutamenti nelle abitudini alimentari e dei rallentamenti economici.

Il rapporto è la prima valutazione globale dell’ONU sulla sicurezza alimentare e sulla nutrizione rilasciata dopo l’adozione dell’Agenda per lo sviluppo sostenibile 2030, che mira a porre fine alla fame e a tutte le forme di malnutrizione entro il 2030 come priorità politica a livello internazionale.

Esso identifica i conflitti – sempre più aggravati dal cambiamento climatico – come uno dei fattori chiave dietro il riacutizzarsi della fame e di molte forme di malnutrizione.

“Nel corso degli ultimi dieci anni i conflitti sono aumentati drasticamente e sono diventati più complessi e di difficile risoluzione”, hanno dichiarato nella loro prefazione comune al rapporto i responsabili delle agenzie ONU che lo hanno curato (l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Alimentazione e l’Agricoltura (FAO), il Fondo Internazionale per lo Sviluppo Agricolo (IFAD), il Fondo delle Nazioni Unite per l’Infanzia (UNICEF), il Programma Alimentare Mondiale (WFP) e ‘l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS). E hanno fatto notare come alcune delle più alte percentuali di bambini che soffrono la fame e la malnutrizione sono concentrate in zone di conflitto.

“Questo è un campanello d’allarme che non possiamo permetterci di ignorare: non porremo fine alla fame e a tutte le forme di malnutrizione entro il 2030 se non affrontiamo tutti i fattori che minano la sicurezza alimentare e la nutrizione”, hanno affermato. “A tal fine assicurare società pacifiche e inclusive è una condizione necessaria”.

Agli inizi del 2017, per diversi mesi, la carestia ha colpito alcune parti del Sud Sudan e c’è il rischio concreto che possa riapparire nel paese e in altre zone colpite da conflitti, soprattutto nel nordest della Nigeria, in Somalia e nello Yemen, hanno fatto notare.

Anche regioni più pacifiche, ma colpite da siccità o da inondazioni legate in parte al fenomeno meteorologico di El Niño, così come dal rallentamento economico globale, hanno visto deteriorarsi la sicurezza alimentare e la nutrizione.

Dati chiave

La fame e la sicurezza alimentare

  • Numero complessivo di persone che soffrono la fame nel mondo: 815 milioni, di cui:
    • 520 milioni in Asia
    • 243 milioni in Africa
    • 42 milioni in America Latina e Caraibi
  • Quota della popolazione mondiale che soffre la fame: 11%
    • In Asia: 11,7%
    • In Africa: 20% (nell’Africa orientale, 33,9%)
    • In America Latina e Caraibi: 6,6%

Malnutrizione in tutte le sue forme

  • Numero di bambini di età inferiore ai 5 anni che soffrono di disturbi della crescita (altezza troppo bassa per la loro età): 155 milioni
    • Di questi vivono in paesi colpiti da vari livelli di conflitto: 122 milioni
  • Bambini sotto i 5 anni affetti da deperimento (peso corporeo troppo basso per l’altezza): 52 milioni
  • Numero di adulti obesi: 641 milioni (il 13% di tutti gli adulti del pianeta)
  • Bambini sotto i 5 anni in sovrappeso: 41 milioni
  • Numero di donne in età riproduttiva affette da anemia: 613 milioni (circa il 33% del totale)

L’impatto del conflitto

  • Degli 815 milioni di persone che soffrono la fame 489 milioni vivono in paesi colpiti da conflitti
  • La prevalenza della fame nei paesi colpiti dal conflitto è di 1,4 – 4,4 punti percentuali superiore a quella di altri paesi
  • In situazioni di conflitto aggravate da condizioni di fragilità istituzionale e ambientale, la prevalenza è superiore a 11-18 punti percentuali
  • Le persone che vivono in paesi colpiti da una crisi prolungata hanno quasi 2,5 volte maggiori probabilità di essere malnutrite delle persone che vivono altrove.

Comunicato stampa congiunto

Questa è la prima volta che UNICEF e OMS si uniscono alla FAO, all’IFAD e al WFP per preparare The State of Food Security and Nutrition in the World. Questo cambiamento riflette la visione più ampia dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile sulla fame e su tutte le forme di malnutrizione. La UN Decade of Action on Nutrition, (La decade di Azione sulla Nutrizione delle Nazioni Unite, N.d.T) istituita dall’Assemblea Generale, pone l’attenzione su questo impegno motivando i governi a stabilire obiettivi e investire in misure per affrontare le molteplici dimensioni della malnutrizione.

Il rapporto The State of Food Security and Nutrition in the World comprende misurazioni avanzate per quantificare e valutare la fame, tra cui due indicatori sull’insicurezza alimentare e sei indicatori sulla nutrizione.

I responsabili delle agenzie che hanno pubblicato il rapporto odierno sono: José Graziano da Silva, Direttore Generale della FAO; Gilbert F. Houngbo, Presidente dell’IFAD; Anthony Lake, Direttore Esecutivo dell’UNICEF; David Beasley, Direttore Esecutivo del WFP; Tedros Adhanom Ghebreyesus, Direttore Generale dell’OMS.

Follie della scienza?! Cassini vaporizza 30 kg di plutonio su Saturno

14.09.2017 Angelo Baracca

Follie della scienza?! Cassini vaporizza 30 kg di plutonio su Saturno
(Foto di NASA)

Domani, 15 settembre, la sonda Cassini, alimentata con energia nucleare, verrà fatta disintegrare e vaporizzare nell’atmosfera di Saturno con i suoi circa 35 Kg di plutonio.

È il caso di precisare, per i lettori ignari, che la Terra, cioè noi, abbiamo evitato eventi simili nel passato per pura fortuna! Per ammissione della stessa Nasa, il lancio della sonda aveva 1 probabilità su 1.500 di fallire (si ricordi l’esplosione dello Space Shuttle Challenger il 28 gennaio 1986, con la morte degli 8 membri dell’equipaggio (i motivi sono bene descritti, e vale la pena leggerli, in Wikipedia, https://it.wikipedia.org/wiki/Disastro_dello_Space_Shuttle_Challenger#Impossibile_la_fuga_dell.27equipaggio). La manovra “a fionda” e passaggio ravvicinato della sonda era molto rischiosa: la stessa Nasa ammise che la popolazione mondiale avrebbe potuto ricevere dosi micidiali di radiazioni.

Il pianeta Saturno non avrà questa fortuna: nonostante i vicini satelliti Titano ed Encelado sono tra i possibili luoghi del sistema solare che potrebbero ospitare forme di vita extraterrestri biotiche o prebiotiche. E dire che tra gli scopi enunciati dalla Nasa c’è la ricerca di vita extraterrestre!

La stessa Nasa ha alternative all’utilizzo del plutonio in sonde nello spazio profondo: nel 2016 raggiunse Giove la sonda Juno alimentata ad energia solare (http://www.focus.it/scienza/spazio/juno-10-cose-da-sapere-sulla-sonda-di-giove).

Le spese militari italiane spiegate in 4 minuti

13.09.2017 Rete Italiana per il Disarmo

Le spese militari italiane spiegate in 4 minuti

A quanto ammontano le spese militari italiane in un anno, in un giorno, in un’ora? Quanti sono gli effettivi delle nostre Forze Armate? Quanti i comandanti e quanti i comandati? Per acquistare nuovi armamenti (cacciabombardieri, navi militari, blindati e carri armati) quanti miliardi vengono impiegati, ogni anno?

Se non conoscete le risposte il video sottostante, basato sui dati ufficiali elaborati da Osservatorio Mil€x e dai principali centri di ricerca mondiali sulle spese militari, servirà ad esaudire la vostra curiosità. Se invece l’enorme e sbilanciato impatto degli investimenti armati dell’Italia era a voi noto avrete uno strumento in più per diffondere numeri e analisi. In ogni caso, un video da rilanciare!

Noi pensiamo che una valutazione seria ed approfondita della spesa miltiare del nostro Paese sia fondamentale per esercitare un corretto controllo democratico. Una valutazione che non si può condurre senza un lavoro di studio preciso e competente, che necessita tempo e professionalità. Il lavoro che l’Osservatorio Mil€x ha deciso di intraprendere fin dall’inizio e che vi chiediamo di sostenere, per garantirlo anche in futuro. Non è facile occuparsi di questi temi, che per molti dovrebbero continuare a rimanere nascosti, opachi, poco conosciuti. Per qusto motivo abbiamo bisogno del vostro aiuto, possibile anche con il crowdfunding popolare promosso in collaborazione con Banca Etica e Produzioni dal Basso.

Se pensi anche tu che sia fondamentale svelare tutti i segreti delle spese militari italiane è il momento di sostenere Mil€x e tutti i suoi sforzi. Perché nessun altro ti dirà quello che ti diciamo noi, con dati e notizie inedite. E i “soldi armati” continueranno ad essere avvolti da un’opacità inaccettabile…

Mobilità sostenibile nel Luinese: un’esperienza unica in Italia con Equostop

12.09.2017 Redazione Italia

Mobilità sostenibile nel Luinese: un’esperienza unica in Italia con Equostop

Equostop è la fiducia nelle relazioni senza orario e tempi incerti di attesa. Relazioni che sono progetto: uscire di casa e muoversi con la volontà di coinvolgere e farsi coinvolgere da un mondo possibile presente nella nostra quotidianità.

Sempre più i problemi dei cambiamenti climatici stanno interrogando il nostro vivere quotidiano: l’uomo, con il suo stile di vita, ha creato condizioni tali da determinare una crisi ambientale di proporzioni catastrofiche.

I governi stanno reagendo alle sollecitazioni degli scienziati con accordi a livello mondiale per tentare di evitare la catastrofe. L’accordo “storico” siglato a Parigi a dicembre del 2015 in seno alla Conferenza Mondiale per i Cambiamenti Climatici (COP21) prevede un impegno a limitare il riscaldamento “ben al di sotto dei 2 °C” dai livelli preindustriali con la volontà di contenerlo entro 1,5 °C.

Noi pensiamo che il contrasto ai cambiamenti climatici possa avvenire solamente se agli impegni dei governi uniamo il cambiamento dei nostri stili di vita. Partendo da questo principio TERREdiLAGO e GIM (Gruppo Impegno Missionario) di Germignaga, insieme ad altre cinquanta associazioni, hanno organizzato a Germignaga il 29 novembre 2015 la Marcia Globale per il Clima, un grande evento a cui hanno partecipato circa 3.500 persone per dire che contro i cambiamenti climatici si può fare qualcosa. Da questo evento è nato un impegno a promuovere progetti per combattere i cambiamenti climatici partendo dal basso e creando reti tra le associazioni che condividono l’attenzione alla salvaguardia del creato.

I nostri stili di vita e consumo hanno un impatto notevole sull’ambiente e sulle persone. E’ fondamentale imparare a modificare i nostri comportamenti in questo periodo di transizione tra l’era del carbone e l’era delle rinnovabili affinché questa transizione non sia gestita ancora una volta dalla logica del profitto a ogni costo, ma sia improntata a un’economia basata sulle relazioni, sulla condivisione, sulla partecipazione e sulla solidarietà.

Su queste basi è partito all’inizio del 2016 il progetto Equostop, che si propone di affrontare il problema della mobilità, seconda principale causa di emissione di CO2 nell’atmosfera, partendo da una considerazione semplicissima: le nostre strade sono percorse ogni giorno da migliaia di automobili che trasportano poco più di una persona, inquinano tantissimo, occupano spazio, costano e spesso ci fanno pure perdere tempo in code estenuanti o nella ricerca di un parcheggio. Basterebbe trovare un sistema per poter salire su questo treno quasi vuoto che ogni giorno percorre le nostre strade e avremmo risolto o perlomeno ridotto il problema.

Una volta si usava l’autostop ma oggi, in una società individualista, diffidente e poco propensa all’incontro, non è più una soluzione praticabile. Equostop propone una soluzione nuova: vogliamo mettere in connessione una comunità di persone che hanno capito che il problema dell’ambiente riguarda tutti noi, nessuno escluso. Equostop è un mezzo che pone le condizioni per migliorare la relazione tra persone che non si conoscono, applicando l’economia della condivisione (la “sharing economy”) di beni che quasi tutti noi abbiamo: l’auto e le tecnologie digitali disponibili sui nostri cellulari.

Come funziona Equostop? Essenzialmente le associazioni che hanno partecipato alla Marcia Globale per il Clima stanno man mano aderendo alla “Carta dei principi sulla mobilità sostenibile”; fatto questo ciascuna associazione potrà dare ai propri associati la “equocard”, che servirà sia per chiedere un passaggio (mostrandola al bordo della strada come si faceva con il dito dell’autostop) che per dare un passaggio esponendola all’interno della proprio autovettura. Quando vedremo una persona che sul bordo della strada espone la “card” di Equostop significa: sono un volontario di un’associazione del territorio, ho bisogno di un passaggio e sono disposto a contribuire in modo volontario alle spese di trasporto.

L’appartenenza ad associazioni no profit con scopi sociali funge da garanzia della sicurezza e affidabilità di trasportatori e trasportati.

Con questo semplice gesto di chiedere o dare un passaggio si ottengono enormi benefici: si migliora l’ambiente riducendo il numero di auto in circolazione e quindi le emissioni di CO2, si creano proficue relazione tra le persone riducendo le spese di trasporto e creando un momento piacevole di socialità e solidarietà con trasportatori e trasportati garantiti dalle associazioni.

A tutto questo possiamo unire, tramite una convenzione in corso di stipula, anche i vantaggi di un’app scaricabile sui nostri cellulari. La app ci consente di calcolare i kilometri percorsi con Equostop, trasformandoli in kg di CO2 non emessa in atmosfera con un intelligente sistema di “punti NO CO2”, di informare gli altri equostoppisti che stiamo chiedendo un passaggio in un ben determinato punto della nostra zona e di rendere quindi tracciabile il nostro passaggio,

Abbiamo quindi realizzato un innovativo sistema di “car pooling istantaneo” che rende il progetto ancora più efficiente e attraente.

I fondamenti di Equostop sono il senso di appartenenza a una comunità sensibile ai problemi dell’ambiente e aperta all’incontro e alla relazione con l’altro e un enorme lavoro di crescita democratica per trasformare tutti noi in consumatori consapevoli e responsabili degli effetti che i nostri stili di vita hanno sull’ambiente e sulle altre persone;  tutto questo non lo faranno mai società private che, pur nella validità dei progetti imprenditoriali, possano promuovere progetti nel settore della mobilità sostenibile.

Per tutti questi motivi le Amministrazioni Comunali dovrebbero farsi promotrici insieme alle associazioni di Equostop, vedendolo come una forma accessibile e distribuita di mobilità nel territorio, patrocinandolo nel proprio Comune, identificando dei “punti di relazione”, dove attraverso appositi cartelli si segnala una zona idonea a chiedere un passaggio (ad esempio vicino alle pensiline degli autobus che ormai diventano sempre più rari), promuovendo incentivi che premino la raccolta di “punti di NO CO2” da parte dei cittadini, diventando così dei Comuni virtuosi anche nel complesso tema della mobilità sostenibile.

I volontari di GIM\TERREdiLAGO

info@terredilago.it

http://www.terredilago.it/

 

 

 

Myanmar (Birmania): 300.000 profughi Rohingya in soli 15 giorni!

 

11.09.2017 Associazione per i Popoli Minacciati

Myanmar (Birmania): 300.000 profughi Rohingya in soli 15 giorni!
Campo profughi di Kutupalong in Bangladesh (Foto di John Owens)

L’Associazione per i popoli minacciati (APM) ha chiesto una sessione speciale del Consiglio di Sicurezza dell’ONU sulla crisi dei Rohingya. I  numeri dei rifugiati stanno letteralmente esplodendo, l’Asia sud-orientale è in tensione a causa del dramma dei profughi Rohingya. La  comunità internazionale degli stati deve agire per evitare un ancor più massiccio esodo di Rohingya dalla Birmania. Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite in questo momento non deve limitarsi a semplici  appelli alla moderazione verso tutte le parti coinvolte nel conflitto, ma deve spingere il governo della Birmania alla ricerca di una soluzione politica credibile a questo conflitto e ad astenersi da ogni violenza  contro la popolazione civile. Con 300.000 nuovi rifugiati in soli 15  giorni, il conflitto dei Rohingya è una delle peggiori crisi umanitarie di questo millennio”.

L’organizzazione per i diritti umani ha anche sollecitato la fine  dell’impunità in Myanmar. I responsabili della violenza eccessiva contro  la popolazione civile devono essere legalmente perseguiti,  indipendentemente dal fatto che le vittime fossero musulmani Rohingya,  Hindu o buddisti Rakhine. Se la magistratura birmana non è in grado di garantirlo o non ne ha la volontà, allora il Consiglio di Sicurezza  dell’ONU deve dare mandato alla Corte penale internazionale dell’Aia (CPI) perché venga avviata un’indagine preliminare.

Nonostante uno specifico mandato del Consiglio dei diritti dell’uomo delle Nazioni Unite, le autorità della Birmania rifiutano da mesi l’ingresso degli esperti delle Nazioni Unite per i diritti umani nel paese. Gli esperti dovrebbero valutare la dimensione e le motivazioni della violenza nello stato di Rakhine, nel quale i Rohingya dal mese di novembre / dicembre 2016 lamentano massicci attacchi da parte dell’esercito birmano contro la popolazione civile, dopo che combattenti armati Rohingya avevano attaccato diversi posti di frontiera nel mese di ottobre 2016. In quel periodo così come oggi, il principale responsabile della violenza è l’esercito della Birmania sotto il comando del generale Min Aung Hlaing.

La perdurante impunità è fonte di ulteriori timori di nuove violenze, che sfocerà in un ulteriore esodo di massa dei Rohingya. Lottare contro  l’impunità e ricostruire la fiducia non sono un lusso inutile, ma il  prerequisito essenziale per porre un argine al dramma dei profughi. Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha già affrontato la recente impennata del conflitto Rohingya il 30 agosto 2017 su richiesta della Gran Bretagna. Il risultato era stato un semplice appello privo di significato alle parti in conflitto. Ma ora molti governi asiatici premono perché le Nazioni Unite adottino un approccio più deciso.

Grave minaccia per quattro reattori nucleari in Florida

10.09.2017 Action des Citoyens pour le Désarmement Nucléaire

Quest’articolo è disponibile anche in: Spagnolo, Francese

Grave minaccia per quattro reattori nucleari in Florida

Mentre si avvicina l’uragano Irma, la Florida Power & Light (FPL) è pronta a chiudere i suoi quattro reattori nucleari situati sulla costa della Florida: due presso l’impianto di Turkey Point a Homestead, appena a sud di Miami, due a Jensen Beach, vicino a Port St. Lucie. Queste quattro unità hanno un potere complessivo di quasi 4000 MW, simili a quelle di 4 reattori francesi (che variano da 900 a 1300 MW).

I quattro reattori si trovano immediatamente in riva al mare. Se Irma segue l’andamento previsto dai meteorologi, raggiungerà la costa della Florida nella notte dal Sabato alla Domenica, ora locale (o Domenica mattina, ora di Parigi); le onde dell’uragano stesso possono raggiungere 13m in altezza , sommergere le strutture e inondare le unità di produzione, come è successo a  a Fukushima durante lo tsunami dell’11 marzo 2011.

Questo è anche ciò che è avvenuto in Francia il 27 dicembre 1999, quando i venti della tempesta Martin hanno sollevato le acqua  della Gironda, causando inondazioni di due dei quattro reattori presso la centrale elettrica di Blayais. La centrale elettrica, tuttavia, si trovava bene nell’entroterra, e la tempesta era molto meno intensa dell’uragano Irma.

Il rischio di inondazioni rimane lo stesso per tutti i reattori nucleari del mondo, situati sul mare o addirittura sul fiume per accedere facilmente all’acqua necessaria per produrre vapore e per raffreddare i reattori. Il rischio non farà altro che aggravarsi a causa del riscaldamento globale e dei i fenomeni meteorologici estremi che comporta.

In Florida  si spera che tutte le misure appropriate, annunciate dalla direzione di FPL e ispirate al disastro di Fukushima (compresa la protezione dei generatori di emergenza), siano state prese in tempo per evitare un nuovo disastro. Essi comporteranno un arresto prolungato di reattori e interruzioni di corrente a lungo termine.

Ma l’unica soluzione sostenibile in Francia, Stati Uniti o altrove è l’abbandono più rapido possibile dell’energia nucleare, che soddisfa meno del 3% del consumo energetico mondiale, fermandosi e chiudendo di tutti i reattori. Non è solo necessario, ma è possibile, se ci fosse la volontà politica. Anche in Francia, il paese più minacciato nel mondo con i suoi 58 reattori, dopo che il Giappone ha chiuso i suoi 54 reattori 13 mesi dopo il disastro. Non aspettiamo di essere colpito dal disastro successivo.

Traduzione dal francese dell’équipe traduttori Pressenza

Lev Tolstoj, maestro di nonviolenza

09.09.2017 – Viterbo Peppe Sini

Lev Tolstoj, maestro di nonviolenza

Ricorrendo il 9 settembre l’anniversario della nascita di Lev Tolstoj, il “Centro di ricerca per la pace e i diritti umani” ricorda con profonda gratitudine l’illustre scrittore maestro di nonviolenza.

Lev Tolstoj (Jasnaja Poljana, 28 agosto 1828 secondo il calendario giuliano, ovvero 9 settembre 1828 secondo il calendario gregoriano – Astapovo, 7 novembre 1910 secondo il calendario giuliano, ovvero 20 novembre 1910 secondo il calendario gregoriano), non solo grandissimo scrittore, ma anche educatore e riformatore religioso e sociale, propugnatore della nonviolenza. Opere di Lev Tolstoj: tralasciando qui le opere letterarie (ma cfr. almeno Tutti i romanzi, Sansoni, Firenze 1967; e Tutti i racconti, Mondadori, Milano 1991, 2005), della gigantesca pubblicistica tolstojana segnaliamo particolarmente almeno Quale scuola, Emme, Milano 1975, Mondadori, Milano 1978; La confessione, SE, Milano 1995; Perche’ la gente si droga? e altri saggio su societa’, politica, religione, Mondadori, Milano 1988; Il regno di Dio e’ in voi, Bocca, Roma 1894, poi Publiprint-Manca, Trento-Genova 1988; l’antologia Tolstoj verde, Manca, Genova 1990; La vera vita, Manca, Genova 1991; La legge della violenza e la legge dell’amore, Edizioni del Movimento Nonviolento, Verona 1998; Il cammino della saggezza, Centro Gandhi Edizioni, Pisa 2010. Opere su Lev Tolstoj: dal nostro punto di vista segnaliamo particolarmente Pier Cesare Bori, Gianni Sofri, Gandhi e Tolstoj, Il Mulino, Bologna 1985; Pier Cesare Bori, Tolstoj, Edizioni cultura della pace, S. Domenico di Fiesole (Fi) 1991; Pier Cesare Bori, L’altro Tolstoj, Il Mulino, Bologna 1995; Amici di Tolstoi (a cura di), Tolstoi il profeta, Il segno dei Gabrielli, S. Pietro in Cariano (Vr) 2000.

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Anche nel ricordo e alla scuola di Tolstoj proseguiamo nell’azione nonviolenta per la pace e i diritti umani; contro la guerra e tutte le uccisioni, contro il razzismo e tutte le persecuzioni, contro il maschilismo e tutte le oppressioni.

Esprimiamo ancora una volta il nostro sostegno all’appello “Una persona, un voto” per il riconoscimento del diritto di voto a tutte le persone residenti in Italia, ed all’appello affinche’ sia riconosciuto a tutti gli esseri umani il diritto di giungere nel nostro paese in modo legale e sicuro.

Ogni essere umano ha diritto alla vita, alla dignita’, alla solidarieta’.

Salvare le vite è il primo dovere.

Pace, disarmo, smilitarizzazione.

Soccorrere, accogliere, assistere ogni persona bisognosa di aiuto.

Vi è una sola umanità in un unico mondo vivente casa comune dell’umanità intera.

Solo la nonviolenza può salvare l’umanità e la biosfera.

 

Il “Centro di ricerca per la pace e i diritti umani” di Viterbo

Africa: il “nostro aiuto” è la vendita di armi

08.09.2017 La Bottega del Barbieri

Africa: il “nostro aiuto” è la vendita di armi
(Foto di http://www.nigrizia.it)

di Francesco Vignarca (*)

Italia-Africa. Ai vertici della spesa militare del Continente nero troviamo non a caso ancora Algeria, Marocco e Nigeria cui si affiancano Sudan, Angola e Tunisia

Nel distorto e problematico dibattito pubblico italiano (e non solo) sull’epocale fenomeno migratorio il tentativo principale della politica è quello di allontanare dalla vista dell’elettorato i problemi e le responsabilità.

Nelle poche occasioni in cui si è allargato lo sguardo verso i luoghi di provenienza delle migrazioni (in particolare penso all’Africa) lo si fa richiamando un retorico e qualunquista «aiuto a casa loro» che non ha nulla di concreto o fattivo.

LA ORMAI VECCHIE promesse, sottoscritte a livello internazionale anche dall’Italia, di destinare almeno lo 0,7% del Pil all’aiuto pubblico allo sviluppo (diretto, indiretto e multilaterale) sono rimaste lettera morta. Nel 2015 l’Italia, pur con un trend in crescita, ha raggiunto solo lo 0,22% del Pil e una buona fetta dei quasi 4 miliardi impiegati è comunque rimasta nei nostri confini proprio per gestire il fenomeno migratorio.

INVECE I GOVERNI degli ultimi anni sono stati molto attivi nel far diventare l’Africa un terminale per i nostri affari, in particolare per quelli armati. Nei primi 25 anni di vigenza della legge 185/90 l’Africa subsahariana ha ricevuto 1,3 miliardi di euro di autorizzazioni armate, pari al 2,4% del totale. Occorre poi aggiungere le cifre ancora più alte relative ai paesi della sponda Sud del Mediterraneo: la sola Algeria in 25 anni ha ricevuto autorizzazioni per 1659 milioni di euro. A livello globale l’Africa si attesta sul 9% delle importazioni mondiali annuali di armi sempre con Algeria in testa (il 46% continentale nell’ultimo quinquennio e paese nella «Top5» mondiale complessiva) seguita da Marocco e Nigeria. Il 35% delle importazioni militare africane giunge al di sotto del Sahara, con principali venditori Russia, Cina, Stati Uniti e Francia. Un mercato trainato dalla spesa militare del continente, nel 2016 a poco meno di 38 miliardi di dollari e aumentata del 48% in un decennio nonostante una leggera decrescita recente. Ai vertici di spesa militare troviamo ancora Algeria, Marocco e Nigeria cui si affiancano Sudan, Angola e Tunisia.

IL TENTATIVO dei nostri governi recenti è stato quello di recuperare posizioni in un mercato che (secondo il MAECI ovvero il ministero Affari Esteri e cooperazione Internazionale) è stato «generalmente marginale per le nostre esportazioni di materiali per la difesa, sia a causa delle limitate disponibilità economiche dei paesi dell’Africa Sub-Sahariana, sia in ragione delle restrizioni imposte da situazioni di latenti conflittualità ed instabilità interne e regionali»

ESEMPIO MASSIMO di questa strategia il tour della portaerei Cavour tra novembre 2013 e aprile 2014. Un viaggio che la Difesa ha cercato anche di «vendere» come umanitario o legato ad operazioni anti-pirateria e che invece si è concretizzato in un’enorme fiera (e spot) per l’industria militare italiana. Ben presente con i suoi stand nei ponti della nave ammiraglia della Marina, che non si sarebbe potuta nemmeno muovere senza la ricca sponsorizzazione dell’industria bellica, visti gli alti costi operativi. Dopo le prime tappe in Medio Oriente il viaggio del «Sistema Paese in movimento» (questa la denominazione ufficiale) ha toccato Kenia, Madagascar, Mozambico, Sud Africa, Angola, Congo, Nigeria, Ghana, Senegal, Marocco e Algeria. Sollevando subito le proteste del mondo disarmista: si trattava dei paesi a più alta spesa militare continentale, cinque dei quali considerati «regime autoritario» dal Democracy Index dell’Economist mentre sette registravano basso «indice di sviluppo umano» con posizioni tutte al di sotto del 142esimo posto nella lista elaborata da Undp (United Nations Development Programme).

I RISULTATI, per l’industria militare, non si sono fatti attendere e nel 2016 sono state autorizzate vendite verso Angola, Congo, Kenya, Sud Africa, Algeria e Marocco (tra i paesi visitati) ma anche verso Ciad, Mali, Namibia ed Etiopia (paese in confitto costante con l’Eritrea). «Il caso più evidente di questa strategia è l’Angola – sottolinea Giorgio Beretta analista di Opal Brescia – un paese a cui, così come al Congo del resto, non avevamo mai venduto armi dalla 185/90 in poi e che invece è destinatario nel 2016 di autorizzazioni per quasi 90 milioni di euro. Ma i contratti già firmati, secondo notizie diffuse dalle stesse industrie di armi, potrebbero aver già superato i 200 milioni complessivi».

GIÀ A MARGINE del Tour africano della Cavour erano circolate voci di vendita della vecchia portaelicotteri Garibaldi (anche per fare spazio alla nuova portaerei Trieste poi successivamente finanziata) proprio all’Angola. Vendita di usato non andata in porto da un lato per i problemi finanziari causati dal crollo dei prezzi petroliferi, dall’altro per il cambio di esecutivo che impedì all’allora Ministro della Difesa Mario Mauro di recarsi come previsto a Luanda (con governo angolano infastidito).

POCO MALE, perché la nuova inquilina di via XX Settembre Roberta Pinotti ha subito cercato di riparare: l’allora Ministro della Difesa e attuale Presidente Joao Lourenço è stato tra i primi ad essere ricevuto a Roma, replicando il viaggio anche nel 2016, mentre la stessa Pinotti si è recata a Luanda nel settembre 2015. Sulla scia della visita dell’anno prima di Matteo Renzi, definita come epocale e propedeutica ad una nuova stagione di rapporti (economici e di cooperazione allo sviluppo) con i paesi africani. Ma che pare aver soprattutto dato il via a nuovi affari di natura militare.

MOLTI RITENGONO questi dati una colpa delle dirigenze politiche africane, che preferiscono investire gran parte dei bilanci statali in armi ed eserciti anche per mantenere le proprie posizioni di comando. Ma se dall’Italia sai che la situazione è questa e continui imperterrito a siglare contratti puoi essere definito solo come complice. A casa loro.

(*) pubblicato anche su «il manifesto» del 3 settembre.