Autore: Caroline Stephen

Sono profondamente grato a Bori per la traduzione delle due paginette chiamate punti fermi quaccheri: spiegano bene i motivi per cui non possiamo accettare i due sacramenti dei protestanti e quelli dei cattolici. Ci sono parole adatte a far capire la nostra fede spirituale e confermano che l’idea di Maurizio Benazzi di fare una parrocchia quacchera digitale è tutto quanto ci serve in attesa di conoscerci un giorno per stringerci la mano dopo una meditazione comune.

Vi auguro una buona lettura

 

Punti fermi quaccheri, del 1890 di Caroline Stephen

 

Alcune pagine da Quakers strongholds ( Punti fermi quaccheri, del 1890) di Caroline Stephen, che entrò tra gli Amici nel 1872 Il Padre, era professore di storia a Cambridge, e il fratello di questi, Leslie, scrittore, di, padre di Virginia Woof, nipote dunque di Caroline.

 

Ho già menzionato lo specifico che sta alla radice di tutto il resto: e cioè le nostre convinzioni riguardo alla natura del vero ministero dell’ Evangelo, come chiamata accordata a uomini, donne, vecchi e giovani, colti o incolti, concessa direttamente dall’alto, non conferita da alcuna umana autorità, o acquistata per denaro, esercitata sotto l’unica e immediata guida dell’unico maestro, l’unico capo della chiesa, Cristo il Signore. Come conseguenza di questo pensiero, gli Amici, come è risaputo, hanno rifiutato di pagare le decime come questione di coscienza, o di contribuire in qualunque modo al mantenimento di un ministro pagato, o di altri servizi previsti dalla Chiesa stabilita.

Strettamente connessa con queste idee sul ministero è la nostra testimonianza contro l’osservanza di ogni rito religioso o di qualunque cerimonia. Né battezzare con acqua, né spezzare il pane e bere il vino, sono riconosciuti da noi come istituzioni ordinate da Dio cui sentirci obbligati in modo permanente, e nessuna di queste cerimonie è praticata da noi [16-17].

L’unico fondamento della fede su cui è costruita la Società degli Amici è la convinzione che Dio comunica veramente con ognuno degli spiriti che egli ha creato, in una diretta e viva trasmissione in noi del respiro della sua vita, a ciascuno secondo la propria misura ; che egli lascia sempre un testimone di se stesso nel cuore e nell’ambiente dell’uomo; e che per ascoltare chiaramente la voce divina che ci parla abbiamo bisogno di essere in quiete; di essere soli con lui nel luogo segreto della sua presenza, in modo che tutta la carne taccia di fronte a lui [20].

Quando erano interrogati sulla realtà e la natura della luce interiore, gli Amici delle origini erano abituati a rispondere chiedendo a loro volta a quelli che li interrogavano se non sentissero qualche volta dentro di loro qualcosa che mostrasse loro i propri peccati; e li assicuravano che questa stessa potenza che aveva reso manifesti i loro peccati, e che perciò era vera luce, li avrebbe anche condotti fuori dal peccato se solo fosse stata assecondata. Questa assicurazione, che la luce che rivela è anche la potenza che guarisce dal peccato, era il vangelo di George Fox. Questa potenza fu da lui descritta in molti modi. Il Cristo interiore, la speranza di gloria; la luce, la vita, lo Spirito e la grazia di Cristo; il Seme, la nuova nascita, la potenza di Dio fino alla salvezza, e molte altre espressioni simili, fluivano in torrenti di

sincera eloquenza . «Rivolgere le persone verso la luce interiore», «dirigerli verso il Cristo, loro libero Maestro», questo era l’impegno quotidiano di George Fox [21-22].

La perenne giustificazione del quaccherismo consiste nella sua energica affermazione che il regno dei cieli è dentro di noi; che noi non dipendiamo da alcuna organizzazione esteriore per quanto riguarda il nostro benessere spirituale. La sua perenne difficoltà giace nell’inveterata disposizione degli esseri umani a guardarsi l’un l’altro in cerca di aiuto spirituale, nella debolezza della loro percezione di quella voce divina che parla a ciascuno in un linguaggio che nessun altro orecchio può udire, e nell’ apatia che si appaga di attraversare la vita senza tentare alcuna autentica comunione individuale con Dio [24].

Io credo che la dottrina di Fox e Barclay (per esempio, brevemente, che la«Parola di Dio» sia Cristo, non la Bibbia, e che le Scritture sono profittevoli nella misura in cui sono lette nello stesso spirito in cui furono scritte) sia stata un valido contrappeso alla tendenza delle altre sette protestanti a trasferire l’idea dell’infallibilità dalla Chiesa alla Bibbia. Niente, io credo, può insegnarci veramente la natura e il significato dell’ispirazione se non la personale esperienza di questa. La dottrina cardinale del quaccherismo è che noi tutti possiamo avere un’esperienza di questo tipo, pur che si presti attenzione alle divine influenze presenti nei nostri cuori. Che questa fede, onestamente praticata, si manifesti nella domestica e solida, forse troppo sobria moralità del tipico quotidiano quacchero, o ci faccia approdare nel mistico fervore di Isaac Penington, o nell’impegno apostolico di John Woolman o di Stephen Grellet dipende fondamentalmente dal nostro temperamento naturale e da speciali doni [28-29].

Mi sembra che nient’altro che il silenzio possa guarire le ferite arrecate dai conflitti nelle regioni dell’invisibile. Nessun aiuto esterno si è comunque mai rivelato alla mia esperienza così opportuno ed efficace come l’abitudine di riunirsi in un rito pubblico in silenzio.

Fui dapprima attratta da questo tipo di culto perché non mi impegnava in niente, e al tempo stesso mi lasciava indisturbata nella ricerca di aiuto nella maniera da me desiderata. Ma ben presto cominciai a diventare consapevole che i continui e prolungati silenzi avevano un effetto molto più diretto e potente di quanto pensassi. Quei momenti cominciarono ben presto ad esercitare il loro effetto: stranamente mi sentivo più dolce e disposta a sottomettermi. Di solito, dopo un po’ di tempo, scendeva su di me un profondo senso di timore reverenziale: stavamo seduti insieme e aspettavamo. Che cosa? Nel mio cuore, che comunicava con altri cuori, sapevo nel nome di chi ci incontravamo, e sapevo chi veramente era presente tra di noi. Prima non mi aveva mai rivelato la sua influenza con tanta potenza quanto accadeva va in quelle assemblee tranquille.

La pratica dell’attesa silenziosa della presenza invisibile determinava un altro risultato: una disponibilità particolarmente viva a ricevere volentieri ogni parola di chi parlasse «in quanto discepolo». Le parole pronunciate erano spesso deboli e sempre inadeguate (come devono esserlo tutte le parole in relazione alle cose divine), qualche volta persino completamente irrilevanti in rapporto ai miei bisogni individuali, anche se talvolta potevano risultare di grande efficacia e aiuto; ma, dal momento che venivano dopo lunghi silenzi come rugiada caduta su un terreno assetato, esse risultavano molto più profonde, e venivano ricevute da un terreno molto meno spinoso di quanto non capitasse con le parole che avevo sentito dal pulpito.

Nelle riunioni degli Amici, per il fatto che ognuno è libero di parlare, si possono inoltre percepire armonie e corrispondenze tra espressioni molto varie, in una misura impossibile altrove. Talvolta è come ascoltare diverse parti cantate, invece di un unisono. La libera ammissione del ministero delle donne, arricchisce certamente questa armonia. Mi sono spesso chiesta se alcuni dei consigli materni che ho ascoltato nelle nostre assemblee non avessero raggiunto alcuni cuori che potevano essere chiusi al predicatore maschio [54-56].

Ma non è solamente il momentaneo effetto come aiuto nel culto pubblico a costituire l’importanza del silenzio nella stima dei quaccheri. Il silenzio che noi valorizziamo non è semplicemente il silenzio esterno delle labbra. E’ una profonda tranquillità del cuore e della mente, un mettere da parte tutte le preoccupazioni per le cose effimere, sì, perfino l’attività delle nostre menti; un risoluto fissare il cuore a ciò che è immodificabile ed eterno. Questo «silenzio di tutta la carne» ci appare una preparazione essenziale ad ogni atto di vero culto. Noi crediamo anche che sia la condizione essenziale per ogni illuminazione interiore. «Rimani in silenzio nella luce», dice George Fox, con continuità, e allora viene la forza, la pace e la vittoria e la liberazione e tutte le altre buone cose. «Rimani in silenzio, e riconosci che io sono Dio» [56-57].

La parola «preghiera» può, è vero, essere usata nel senso ristretto di una richiesta; ma in questo caso occorre riconoscere chiaramente e tenere in mente che la richiesta non è che una parte, la più bassa e la meno essenziale, dell’adorazione o comunione con Dio.

Possiamo parlare della preghiera correttamente e saggiamente in un senso più ampio, non come richiesta, ma come comunione, come il respiro della nostra vita spirituale, come la potenza attraverso cui la vita è trasfigurata, e a cui tutte le cose sono possibili. Ma questa distinzione tra richiesta e comunione non è solitamente presa in considerazione da quelli che scrivono e parlano di preghiera, e perfino da quelli che la praticano. Mi sembra che molti cristiani anche di profonda esperienza usino tutta la loro energia per incoraggiare e stimolare soprattutto quella parte di preghiera sicuramente legata per la maggior parte a ciò che è puramente umano e carnale, piuttosto che mettere in primo piano quella parte più nobile a cui questa parte più bassa non dovrebbe essere che un innocente e naturale preludio [73-74].

Si può dire che il nostro ministero sia libero in molti significati distinti:

  1. E’ aperto a tutti.
  2. Il suo esercizio non è sottoposto ad alcuna disposizione preventiva.
  3. Non è pagato [91].

Altri gruppi di cristiani hanno riconosciuto fin dagli inizi una distinzione tra il clero e i laici, e hanno considerato almeno due sacramenti come direttamente istituiti da Cristo, e quindi in qualche modo «necessari alla salvezza»; e la maggior parte di questi gruppi, e comunque quelli più numerosi, ha abitualmente adottato l’uso di forme liturgiche di pubblico culto.

Alla base dell’ astenersi da tutte le pratiche generalmente adottate sta la convinzione della completa sufficienza dell’individuo e dell’immediata comunicazione con il Padre dei nostri spiriti; e una profonda credenza che con la sua Incarnazione il nostro Signore Gesù Cristo ha aperto, in verità, un nuovo e vivente accesso a Dio [93].

In effetti fu piuttosto audace da parte dei primi Amici liberarsi d’un colpo di tutto il sistema ecclesiastico, con la sua venerabile pretesa, stabilita da molto tempo, di essere un canale di nutrimento spirituale direttamente stabilito da Dio. In questo modo, senza dubbio essi assunsero un atteggiamento ostile nei confronti dei «preti mercenari», delle loro «case-campanile» e delle «cosiddette ordinanze», che, per quanto potessero essere relativamente comprensibili in quel tempo, pure non solo rimanevano altamente odiose, ma sembrava persino comportare un qualche grado di ingiustizia.

Dopo sessanta o settanta anni di severe persecuzioni, affrontate con straordinaria pazienza e costanza, il loro diritto a condurre il culto nella maniera desiderata fu riconosciuto pienamente; e un singolare risultato del cambiamento fu che in parte entro la stessa Società e in parte nell’ambiente circostante gli Amici, passarono dall’essere considerati come una particolare e pestilenziale setta di eretici, all’essere visti come il più innocuo e meno odioso gruppo di non-conformisti. Credo, tuttavia, che questo fosse vero fino a quando noi eravamo contenti di mantenerci in uno stato passivo o di decrescente influenza. Ogni tentativo di divulgare le nostre opinioni particolari deve necessariamente procurare offesa. Possiamo, forse, non pensare più che sia un dovere denunciare l’istituzione del clero separato, e l’osservanza delle «cosiddette ordinanze», come illegittime o peccaminose. Ma dire semplicemente che noi le consideriamo superflue richiede non meno audacia e difficilmente può essere digerito in maniera migliore [94-95].

Sono lungi dal rivendicare che la Società degli Amici rappresenti un perfetto esempio vivente di quello che è stato chiamato «nuovo cristianesimo primitivo», ma credo che il suo ideale sia vero, l’unico vero, quello della Chiesa, o «assemblea» di quanti vivono con l’obiettivo unico di obbedire agli insegnamenti di Gesù in maniera estrema: obbedire al suo insegnamento, non a quello di coloro che hanno parlato in suo nome, anche se questi erano gli apostoli, a meno che non parlino in accordo con lui. Vivere il Sermone della Montagna, e il resto degli insegnamenti del Vangelo, e in tutte le cose ascoltare la voce vivente dal buon Pastore, prestando costante attenzione al fatto che nessuna tradizione umana ce ne distolga: questo è il nostro scopo riconosciuto e il legame che tiene unita la Società degli Amici. La nostra convinzione della sua sufficienza costituisce il motivo fondamentale della nostra esistenza come gruppo separato [95-96].

 

Ho affermato che la nostra pietra miliare e il nostro fondamento consistono nella nostra convinzione che Dio comunica direttamente con ognuno degli spiriti che egli ha creato, con un’ispirazione diretta e viva che comunica una certa misura del respiro della sua stessa vita.

Questa fede non ci è peculiare. Quello che ci è peculiare è la nostra testimonianza circa la libertà e la sufficienza di questa immediata divina comunicazione a ognuno. Il fondamento della nostra esistenza come gruppo separato è la nostra testimonianza dell’indipendenza del ministero del vero Vangelo da tutte le forme e cerimonie, da tutte le limitazioni e condizioni imposte dagli uomini. Noi desideriamo preservare questa suprema funzione dello spirito umano da tutte le influenze che possono disturbarla, con la stessa gelosia con cui il marinaio protegge la sua bussola da tutto quello che può deviare l’ago dal suo punto di attrazione; e per la stessa ragione crediamo che la diretta influenza della mente divina su di noi sia la nostra infallibile Guida nel viaggio della vita, e che la facoltà attraverso cui noi la

riconosciamo sia troppo facilmente messa da parte da influenze umane. Sicuramente c’è un significato molto profondo e un valore nell’istinto protestante di indipendenza in questa regione più profonda. La tradizione quacchera di «non resistenza » ha attirato l’ attenzione popolare in modo, credo, completamente sproporzionato di fronte a quella concessa alla profonda ed ostinata indipendenza del quaccherismo: la sua risoluta rivendicazione della responsabilità individuale di ciascun uomo verso il suo Creatore, e solo a lui. Il supremo valore assegnato dagli amici alla coerenza della condotta, alla stretta sincerità e integrità, e agli altri puri doveri morali, ha, io credo, un’intima connessione con il loro abbandono di ogni affidamento all’osservanza di pratiche esteriori, o a supporti e assoluzioni ufficiali [114-115].

L’idea di «testimonianza», o il rendere pratica testimonianza di un’ obbedienza agli insegnamenti di Gesù più severa di quella che si riteneva necessaria dalla massa di quelli che si chiamano con il suo nome, ha fortemente segnato gli Amici fin dalle origini, e la persecuzione di cui sono stati fatti oggetto non ha fatto altro che imprimerla in maniera irrevocabile nello spirito dei quaccheri

 

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