Bambini

Silenzio

Nel silenzio, le differenze esteriori tra le persone perdono di significato. Il silenzio consente a chiunque uno spazio in cui potersi alzare e parlare ( e consente ad un amico di tradurre per gli altri….) Quando ci riuniamo in circolo, con le punte del naso rivolte all’interno, in realtà  ci volgiamo l’uno verso l’altro e verso la Luce.
Succede lo stesso nei raduni d’affari dei Quaccheri. Ritengo che l’adorazione sia fondamentale per far andare gli affari per il verso giusto. Il momento del silenzio ci dà la possibilità di scrollarci di dosso i pesanti fardelli che  portiamo sulle spalle arrivando all’incontro, e di volgere gli occhi l’uno verso l’altro e verso ciò che ci accomuna. Cioè  Dio, che ode il nostro bussare e risponde a Suo modo a chi ha la pazienza di vedere e sentire…C’è la speranza che il Dio dell’amore ci guidi come comunità verso l’amore, anche nella riunione d’affari di ogni giorno.
A livello personale riconosco maggiormente l’importanza del silenzio quando lo vivo di meno. Mi accorgo che  pensieri inutili mi affollano la mente, non riesco a concentrarmi, e i pensieri negativi attecchiscono con maggiore facilità. La fiducia nella vita , che è nelle mani del mio Signore, viene rimpiazzata da preoccupazioni non necessarie. Ma nel silenzio posso lasciar andare tutti i pesi, e lasciare che la pace, la fiducia e la gratitudine aumentino, e per un attimo riesco a smettere di guardarmi l’ombelico e ricordare che ci sono i presenti, nonché i parenti, gli amici e i vicini e riesco a pregare per loro. Riesco a cercare, a bussare, a udire la risposta e a vedere la porta che si apre.

Aino Versanen
La Via del Bambino

Jaana Erkkila scrive :

La Via del Bambino è il nome di un corso, della durata di un weekend, svoltosi presso il  Woodbroke Quaker Study Center nello scorso  marzo 2009. Il corso era rivolto ai bambini e ai loro genitori, e a membri di comunità religiose che svolgono attività per bambini e giovani.
Micke ed io abbiamo avuto l’opportunità di partecipare al corso con l’aiuto del Catchpool Fund ed eravamo gli unici partecipanti non inglesi.
Le leader del weekend erano Wynn Mc Gregor e Sheila Hoyer dagli Stati Uniti.. Wynn  è un pastore  Presbiteriano e Sheila è una quacchera che si occupa di bambini e giovani. La maggioranza dei partecipanti al corso erano quaccheri liberal, e vi erano alcuni altri di denominazioni diverse.
Tutti quelli che hanno avuto dei contatti con loro sanno che i quaccheri liberal ed evangelici hanno una terminologia diversa rispetto al classico linguaggio cristiano. Così ,direttamente dalla presentazione del corso ci è stato detto di avere una mente aperta e di non farci bloccare dalle espressioni linguistiche. Il metodo chiamato “La Via del Bambino” è stato sperimentato in diverse chiese cristiane-metodiste, battiste, episcopali, presbiteriane e anche chiese evangeliche degli Amici. Ed ora anche tra i quaccheri liberal inglesi, dato che pare che abbia suscitato interesse questo metodo di portare i bambini a contatto con Dio.
Cos’è in sintesi La Via del Bambino? E’ aiutare i bambini a sperimentare Dio, e si concentra sul sostegno alla crescita spirituale dei bambini. Il programma si basa sui seguenti concetti:

•           I bambini hanno una connessione innata con Dio.
•           I bambini sono naturalmente aperti al mistero.
•           I bambini hanno una incredibile capacità di provare rispetto.
•           I bambini sono recettivi.
•           I bambini amano ciò che è reale.
•           I bambini sono umili in modo ammirevole.
Secondo Wynn McGregor vi sono due lati nell’educazione cristiana, uno intellettuale ed un altro da sviluppare. La Via del Bambino offre l’opportunità di sperimentare Dio meditando in silenzio tramite diversi esercizi. E’ un tempo di  lontananza dal caos e dà l’opportunità di provare modi diversi di stare in silenzio e concentrarsi su domande spirituali.
Il leader ha un grande impatto sull’andamento dell’attività dei bambini. E’ importante perciò  che si prepari spiritualmente su base quotidiana per il tempo di silenzio settimanale. Supervisionare i bambini, così come ogni altra partecipazione adulta ai raduni di adorazione, richiede che si abbiano cuore e mente preparati. E’ una sorta  di pellegrinaggio spirituale o di viaggio con i bambini.
Durante il weekend  abbiamo discusso molto tra noi  su come i quaccheri parlino con i bambini, i loro e quelli degli altri, delle loro vedute spirituali. In molte famiglie, la riunione familiare di adorazione è storia passata  e discutere di religione è vietato. Ma i bambini stessi dovrebbero assorbire la spiritualità dal nostro modo di vivere, o dalle riunioni silenziose settimanali. Un partecipante ha fatto notare che se noi non siamo in grado di dare ai bambini altri valori o informazioni circa la vita spirituale, allora vi sono altre comunità, sia spirituali che secolari, che hanno del materiale che permetterebbe loro di assimilare i concetti basilari.. E’ importante che i nostri bambini sappiano in cosa crediamo e perché.
Se qualcuno volesse leggere di più su La Via del Bambino ho del materiale e dei libricini che descrivono come agire sia praticamente che dal punto di vista teologico.
Altre informazioni sono reperibili sul web al link :
http://www.upperroom.org/

Idea per coinvolgere bambini e adulti

IL RI-SHOP

Obiettivi del Ri-Shop quacchero

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1. Essere un luogo d’incontro nel quale la gente che non entrerebbe in una sala civica possa venire su base regolare, dando a noi la possibilità di stabilire nuovi contatti per la Missione cittadina. Questi contatti includono i clienti che vengono ad acquistare, coloro che ci portano i beni da vendere e le persone che si offrono come volontari per aiutare nel negozio.

2. Raccogliere fondi per la Missione quacchera in Italia.

3. Evitare gli sprechi

Importante:

1. E’ molto importante che ciascuno (volontari, clienti e donatori) sia consapevole dello scopo per cui esiste il Ri-Shop. In questo modo le persone diffondono la notizia del Ri-shop e i suoi scopi e lavoreranno e doneranno con la giusta attitudine.
2. E’ importante far sì che i volontari sentano di essere parte della Missione quacchera anche se appartengono a un’altra chiesa o un’altra religione. Operare a favore degli altri è un desiderio universale dell’essere umano e le persone realizzeranno molto presto che questo è uno dei nostri compiti. Essere consapevoli di questo farà sì che essi si interessino alle attività parallele di salutisti e altre.
3. E’ vitale che il Ri-Shop abbia giorni e orari di apertura e chiusura precisi, proprio come un negozio normale. La cosa peggiore che possa accadere è che le persone non sappiano quando il Ri-Shop è aperto.
4. Il negozio dovrebbe somigliare più a un esercizio commerciale che a un mercatino. Le persone dovrebbero sentirsi a proprio agio e poter trovare i prodotti con facilità. La merce dovrebbe essere esposta, per esempio, a seconda del sesso, taglia e colore.
5. E’ fondamentale che il Ri-Shop si sostenga solo con il volontariato.
6. Se riuscite ad avere una stanza a parte per i nuovi arrivi, questo vi aiuterà molto. Avere una persona affidabile che suddivida con criterio i prodotti da vendere nel negozio dagli altri articoli è molto importante per il successo del negozio stesso. E’ meglio avere meno prodotti ma che siano di buona qualità, piuttosto che tanta roba, ma scadente.
7. Sarebbe ideale avere un magazzino dove, ad esempio, durante la primavera e l’estate poter conservare la merce della stagione opposta.
8. Al termine della giornata, dovrebbero esserci sempre due persone che controllino la cassa e scrivano una ricevuta cumulativa dell’incasso dell’intera giornata.
9. All’inizio dell’estate, organizziamo un pranzo speciale, per tutti i volontari e le loro famiglie, durante il quale diamo loro un attestato di partecipazione. Invitiamo uno o due di loro a dire qualche parola di testimonianza sulla propria esperienza con il Ri-Shop. Al termine, portiamo la Speranza al Paese nelle famiglie tutte, comprese le arcobaleno.
10. Aggiungere un piccolo stereo che diffonda musica classica a basso volume quando il negozio è aperto. Nel futuro ci piacerebbe avere una TV con il lettore DVD, in modo che le persone possano vedere video sul lavoro dei bambini. Intellettuale e pratico.

Spero di poter stimolare e esservi d’aiuto

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Gli studi sull’omogenitorialità: una guida per i perplessi

Quando si parla di omogenitorialità, a volte i media danno spazio ad alcune ricerche scientificamente e metodologicamente inutilizzabili, ma abilmente sfruttate dal fronte omofobico. Vorremmo perciò offrire qualche strumento per smascherarle.

DUE PREMESSE IMPORTANTI
Prima premessa: tutte le famiglie vanno studiate, comprese quelle omogenitoriali; e gay e lesbiche devono essere i primi a incoraggiare ricerche simili e devono accettarne gli esiti con onestà intellettuale. In effetti moltissime coppie dello stesso sesso hanno consultato questi studi prima di decidere di avere figli. Ma l’esito delle ricerche non ha nulla a che fare con la legittimità delle famiglie formate da coppie dello stesso sesso.

Immaginiamo di confrontare i figli di famiglie di migranti giunte in Italia e i figli di famiglie autoctone. I primi probabilmente saranno più esposti a episodi di razzismo, chi lo negherebbe? E mediamente i genitori avranno maggiori difficoltà ad ambientarsi, con ricadute sulla vita quotidiana della prole. Ma chi userebbe questo dato come un argomento per sostenere che gli stranieri non debbono avere figli in Italia? O che i figli degli stranieri dovrebbero avere meno diritti in termini di riconoscimento familiare?

Se da una ricerca emergesse che le famiglie di stranieri sono più svantaggiate socialmente, come occorrerebbe reagire? Impedendo ai genitori, magari con l’aiuto del prefetto, di far riconoscere i loro figli all’anagrafe? No: compiendo un lavoro culturale e politico che dia a tutti pari diritti e pari opportunità. Che è appunto ciò che chiedono le Famiglie Arcobaleno.

Ed ora la seconda premessa.

Nell’opinione pubblica priva di conoscenze specialistiche si è diffusa (o è stata diffusa ad arte) l’impressione che, per quanto riguarda l’omogenitorialità, la scienza sia divisa. Si pensa che alcuni psicologi e sociologi abbiano raccolto dati che permettono di vedere nelle famiglie omogenitoriali una semplice variante della genitorialità, che non mette in pericolo i figli, e che altri psicologi e sociologi abbiano invece raccolto dati allarmanti, che mostrano una realtà famigliare drammatica.

Non è così.

Attenzione però: negli studi teorici – che siano veri e propri saggi oppure riflessioni, interviste, semplici prese di posizione – chiunque può sostenere e argomentare le sue idee senza bisogno di dimostrarne la validità con dati concreti. Uno psicoanalista freudiano classico, per esempio, può sostenere che le famiglie arcobaleno non permettono ai figli di affrontare il complesso di Edipo: e può dirlo senza tema di essere smentito, se rimane sul piano strettamente teorico, cioè se non presenta dati a sostegno della sua tesi. E ovviamente non c’è nulla di male nel fatto che psicoanalisti, filosofi, teologi lascino viaggiare liberamente i pensieri: è anzi necessario che lo facciano.

Ma se si passa alle ricerche sul campo le cose cambiano. Qui troviamomolte decine di studi pubblicati sulle riviste più autorevoli nel corso di più di quarant’anni, e le indicazioni che forniscono vanno sempre nella stessa direzione. Se non si trattasse di un tema reso controverso da pregiudizi ancestrali, il dibattito sarebbe inesistente e il discorso sarebbe già chiuso.Ormai tutto il mondo accademico serio – psicologi, sociologi, pediatri – ha tratto da anni le sue conclusioni, e le organizzazioni professionali si sono più volte espresse a sostegno dell’omogenitorialità. Non esistono dunque studi che si esprimano diversamente? Sì, ci sono, così come c’è ancora chi sostiene il creazionismo o il negazionismo. Si tratta comunque di pochissimi studi e molto discutibili, per tante ragioni che ora diremo.

E questo ci porta al cuore della questione.

GLI STUDI A FAVORE
Si può partire dal report di Charlotte Patterson del 2005, che prendeva in esame circa 150 ricerche dei decenni precedenti per concludere che “gli ambienti domestici forniti da genitori omosessuali hanno la stessa probabilità di quelli forniti da genitori eterosessuali di supportare e realizzare lo sviluppo psicosociale dei figli”. Nel decennio successivo, ancora molte altre ricerche (come quelli di Gartrell, Bos, Stacey, Biblarz, van Gelderen, Goldberg ecc.) hanno confermato questi dati.

Questi studi non sono semplici da realizzare. Prima di tutto perché non è facile intercettare le famiglie omogenitoriali – un gruppo minoritario, discriminato, talvolta riluttante a esporsi, e (fino a tempi recentissimi) non rilevato nei censimenti. Se molti studiosi hanno reperito le famiglie necessarie attraverso il passaparola e l’associazionismo, non è perché obbedissero agli ordini di una fantomatica “lobby gay”, ma semplicemente perché non c’era altro modo di trovarle.

Pochi hanno potuto studiare più di una cinquantina di famiglie alla volta (anche se cumulativamente sono state indagate migliaia di famiglie in molti diversi paesi). Si tratta di una forma d’indagine del tutto legittima, i cosiddetti “studi qualitativi”, che dichiaratamente prendono in esame un numero limitato di soggetti, ma lo fanno in modo approfondito e giungendo a risultati certi, benché non generalizzabili.

Via via le ricerche sono divenute sempre più attendibili, per esempio con il ricorso a “gruppi di controllo” (un campione di famiglie eterogenitoriali da usare come termine di confronto) e la rilevazione dei dati prolungata su più di dieci anni. Oggi gli studi sono ormai moltissimi, e i dati che ci offrono confermano in modo compatto (con le poche apparenti eccezioni che discuteremo tra poco) quanto scriveva Patterson nel 2005. A fare la differenza è la qualità delle relazioni di accudimento, non il sesso o l’orientamento sessuale dei genitori.

Questi studi hanno fornito ovviamente anche una messe di altre informazioni. Per esempio, la metanalisi (una comparazione tra molte decine di studi precedenti) effettuata nel 2010 dai sociologi americani Timothy Stacey e Judith Biblarz ha indagato l’influenza della variabile “genere” sulle competenze genitoriali. Scoprendo tra l’altro che le madri lesbiche preferiscono in generale le figlie femmine, i padri eterosessuali i figli maschi, e i padri gay non sembrano avere particolari preferenze in un senso o nell’altro.

Riferiamo questo dato curioso solo per dare un’idea di come in ambito accademico non si sia ormai più ossessionati dalla questione dello “stato di salute” della famiglia omogenitoriale in sé, e si cerchi invece di conoscere meglio questo o quell’aspetto di questo come di altri tipi di famiglia. È significativo, comunque, che molti di questi studi ci mostrino famiglie omogenitoriali mediamente meno legate agli stereotipi di genere (per esempio, figli e figlie si scambiano i compiti con facilità) e meno inclini alle punizioni corporali.

Un punto importante è naturalmente se i bambini arcobaleno risentano dell’omofobia sociale. Alcuni studi, come quelli compiuti da H. M. W. Bos negli anni Duemila, mostrano che questo impatto negativo esiste, se la scuola e i genitori non attivano strategie antiomofobiche. Ma sorprendentemente gli studi di Bos mostrano anche che questi ragazzi hanno uguali livelli di disagio psicologico globale rispetto ai ragazzi cresciuti con genitori eterosessuali. Forse è un segno della buona reattività delle coppie dello stesso sesso di fronte a una situazione problematica che la nostra società dovrebbe comunque affrontare. Se viviamo in una cultura omofoba (o razzista), la soluzione non può essere ostacolare le famiglie omogenitoriali (o straniere).

GLI “STUDI” AVVERSI
Veniamo ora alle ricerche in apparenza avverse all’omogenitorialità a cui avevamo accennato.

“In apparenza”, perché occorre prima di tutto liberare il campo da una serie di lavori che vengono spesso citati quando si parla di genitori dello stesso sesso, ma in realtà con le famiglie omogenitoriali hanno ben poco a che fare.

Per esempio, accade che si tirino in ballo i numerosi studi che mostrano come un bimbo che cresce con la sola madre sia svantaggiato rispetto a uno che cresce con una madre e un padre. E che questi studi vengano descritti come “ricerche sui bimbi allevati senza un padre”. La malafede è evidente. Si tratta ovviamente di bimbi allevati innanzi tutto con un solo genitore, con le inevitabili difficoltà che questo comporta. Cosa accadrebbe con due genitori dello stesso sesso rimane da dimostrare (o meglio, è stato mostrato – nei tanti studi “positivi” che abbiamo già citato).

In modo analogo, si citano le tante ricerche sulla centralità del rapporto con il padre nelle famiglie eterogenitoriali, e le si usa per sostenere che i bambini “hanno bisogno di un padre”. Ma il senso di questi studi è chiaramente che i figli crescono meglio se hanno un rapporto significativo con entrambe le figure genitoriali, qualsiasi sia il loro sesso biologico. Per verificarlo basterebbe vedere cosa accade quando i genitori sono dello stesso sesso. E, come abbiamo visto, la risposta c’è già – negli studi citati in apertura.

Altri studi utilizzati contro le famiglie omogenitoriali prendono in esame la popolazione omosessuale in generale e mostrano un’incidenza di disagio psichico, malattie (tra cui l’Aids), consumo di alcool e droghe, comportamenti asociali, violenza, ecc. con valori superiori alla media. Alcuni di questi studi sono affidabili: in effetti parametri di questo tipo sono spesso più alti in tutti i gruppi discriminati, per esempio le minoranze etniche, o i disoccupati/inoccupati. Ma non è assurdo pensare che per questo motivo occorra evitare di dare riconoscimento alle loro famiglie?

E in ogni caso, cosa significano questi dati? In Italia (per fare un parallelo) la percentuale di cittadini che hanno consumato cannabis e cocaina è tra le più alte in Europa, ma questo non significa che le famiglie italiane siano fumerie d’oppio… Solo alcuni gay (e solo alcuni etero) sono violenti o consumano droghe, e non è detto che siano proprio loro a voler mettere su famiglia. Per accertarsene occorrerebbe indagare la presenza di questi comportamenti non nell’intera popolazione gay/lesbica, ma direttamente nelle famiglie omogenitoriali. Ma queste famiglia, come abbiamo detto, sono già state studiate.

Ancora una volta, è davvero curioso che si cerchino studi che indicano presunte criticità delle famiglie arcobaleno senza mai studiarle direttamente – e che queste criticità poi scompaiano quando le si studia davvero.

Altri studi, poi, mostrano che per un figlio è più vantaggioso, mediamente, crescere con genitori sposati che con genitori conviventi. Questo è un ottimo argomento a favore del matrimonio per tutti…

Altri studi sono stati frettolosamente pubblicati su riviste sconosciute e di scarsissima autorevolezza, prive di peer review o con peer review approssimative…

Altri studi sono frutto del lavoro di “studiosi” pittoreschi come Paul Cameron, espulso dal suo ordine professionale e oggetto di una fitta serie di sanzioni…

Altri studi citano prese di posizione di associazioni professionali fantasma come l’American College of Pediatricians, cioè alcune decine di medici che hanno lasciato nel 2002 la vera associazione professionale dei pediatri americani, l’American Academy of Pediatrics, con 60000 iscritti…

La più straordinaria collezione di informazioni false e tendenziose sull’argomento, pericolosa per il suo aspetto “scientifico”, è forse lapoderosa lista di “studi scientifici” [sic] avversi all’omogenitorialità messa online dall’UCCR (Unione Cristiani Cattolici Razionali). Ce ne sono di tutte le tipologie che abbiamo elencato fin qui. Ma ecco alcune perle:

– nel dicembre 2011 viene riportata la pubblicazione di una ricerca su “Archives of Sexual Behaviour” secondo cui le figlie diciassettenni di madri lesbiche sarebbero più inclini a sperimentare con l’omosessualità (come se ci fosse qualcosa di male – comunque il dato è noto da molte altre ricerche, che mostrano che in età adulta la proporzione di omosessuali tra loro rispecchia quella della società nel suo insieme); non si dice però che, secondo lo stesso studio, queste ragazze hanno meno probabilità di subire abusi sessuali in famiglia;

– nel luglio 2012 vengono citate le parole di un sociologo (Daniel Potter) secondo cui “i bambini cresciuti in famiglie tradizionali (vale a dire, con i due genitori biologici sposati) tendono a fare meglio dei loro coetanei cresciuti in famiglie non tradizionali” – ma si tralascia il seguito dell’abstract, che trae conclusioni di senso diametralmente opposto;

– nel dicembre 2013 viene tirata in ballo una ricerca del “McGill University Health Centre” sulla mancanza del padre, che riguarda – ma questo non viene dichiarato – la mancanza del padre nel… topo americano.

Abbiamo voluto dilungarci su questa lista di bufale, a rischio di annoiare chi legge, per far capire che nell’ambito degli studi sull’omogenitorialità non si sta sviluppando un normale dibattito scientifico in cui tutti concordano almeno nell’intento di giungere a una verità oggettiva condivisa. Quando Ernesto Galli Della Loggia accusa associazioni come Famiglie Arcobaleno di “considerare ciarlatani o delinquenti tutti gli studiosi che non condividono il pensiero gay in base al semplice fatto (peraltro da accertare) che un paio di costoro sono stati colpiti da sanzioni o scoperti a mentire”, mostra di non conoscere ciò di cui sta parlando. Non è in corso uno scontro tra il “pensiero gay” (qualunque cosa sia) e una frangia di rispettabili studiosi, ma un assalto alla scienza mosso dalla pseudoscienza a scopi schiettamente discriminatori.

REGNERUS E SULLINS
Occorre però dire qualcosa di più sugli studi, recenti e in apparenza più credibili, di Regnerus e Sullins.

Come abbiamo detto, in questi decenni moltissime ricerche sono state necessariamente qualitative, cioè basate su un campione di poche decine di famiglie che si sono offerte di partecipare. Ovviamente sarebbe stato preferibile condurre anche ricerche quantitative, cioè riferite ad ampi numeri e a un campionamento casuale. E così è stato: nel 2006 Patterson ha potuto condurre, con Jennifer Wainright, uno studio sull’andamento scolastico, l’adattamento famigliare e sociale e le relazioni amicali e romantiche di un campione totalmente casuale di ragazze cresciute in coppie lesbiche. I risultati sono stati analoghi a quelli delle ricerche precedenti. Altrettanto vale per gli studi di Michael Rosenfeld (2010) sulla riuscita scolastica di 3500 bambini cresciuti in famiglie omogenitoriali, e quello di Potter (2012) su 158 bambini scelti da un campione casuale di 20.000.

Si tratta di ricerche molto costose. In questi anni però alcune fondazioni legate alla destra fondamentalista hanno finanziato studi sociologici quantitativi di questo tipo. Il prossimo studio che discuteremo, per esempio, ha ricevuto quasi 700.000 dollari.

Il New families structure study di Mark Regnerus ha avuto una certa risonanza nel 2012. Per la prima volta uno studio condotto su un campione statisticamente significativo (quasi 3000 adulti tra i 18 e i 39 anni) riportava risultati negativi per i figli di genitori omosessuali. I figli di “madri lesbiche” avevano ottenuto risultati significativamente peggiori in molti aspetti della qualità della vita: disoccupazione, sussidio sociale, disimpegno politico, psicoterapia in atto per ansia e depressione, tradimento del proprio partner, perfino abuso sessuale ricevuto durante l’infanzia. Poveri erano i risultati scolastici, più frequenti l’abuso di droghe e gli arresti occasionali.

Lo studio, tuttavia, si è rivelato profondamente fallato (e un’indagine interna alla prestigiosa rivista Social science research, che l’aveva pubblicato, ha messo in evidenza gli errori compiuti nel processo di valutazione). “Madre lesbica”, per esempio, era definita qualsiasi donna che avesse mai avuto una relazione anche brevissima con un’altra donna. Ciò faceva identificare come “figli di madre lesbica” anche tanti soggetti che erano sempre vissuti con i loro genitori etero. Solo il 57% dei “figli di madre lesbica” avevano vissuto almeno quattro mesi con la madre e la sua compagna, e solo il 23% per almeno tre anni. Solo il 23% dei “figli di padre gay” avevano vissuto almeno quattro mesi con padre e compagno, e solo il 2% per almeno tre anni. Chiaramente questo non è uno studio su ciò che intendiamo come “famiglie omogenitoriali”.

Ma cosa ha studiato allora Regnerus? La sua ricerca intercettava soprattutto quei figli e figlie che, nati in una coppia eterosessuale, avevano visto uno dei genitori scoprirsi gay o lesbica, con conseguente crisi e separazione. Era inevitabile che lo studio incappasse in famiglie di questo tipo. Prima di tutto perché sono tuttora molto più diffuse delle famiglie “a fondazione omosessuale” (in cui una coppia di donne o di uomini decide di avere figli); e poi perché Regnerus aveva scelto di intervistare dei figli maggiorenni (tra i 18 e i 39 anni), quindi esplorava le relazioni famigliari che avevano vissuto nei decenni precedenti, quando le famiglie “a fondazione omosessuale” erano davvero casi eccezionali. Il risultato è uno studio che ci parla soprattutto della difficoltà di crescere in famiglie spezzate, e in particolare del peso del segreto omosessuale – una vera e propria bomba a orologeria. È uno studio che dovrebbe casomai stimolarci a accogliere gli omosessuali dichiarati, e a riconoscere le loro famiglie.

Lo studio del 2015, anch’esso quantitativo, di Donald Paul Sullins è stato appena pubblicato e ci riserviamo di tornarvi sopra in un altro articolo. Per ora si può osservare che lo studio adotta un approccio molto simile a quello di Regnerus. Utilizza dati relativi addirittura a più di 200000 bambini, e in questo modo riesce a reperirne anche su 512 figli di genitori dello stesso sesso, il cui benessere appare nettamente inferiore alla media. Anche in questo caso i dati si riferiscono almeno in parte al passato: i primi sono stati ottenuti quasi vent’anni fa, nel 1997. Sullins evita di commettere l’imprudenza di Regnerus, e si guarda bene dal raccogliere dati sulla “durata” delle famiglie che esamina. In questo modo la presenza di famiglie segnate dal divorzio resta completamente invisibile. Ma proprio il confronto con i dati di Regnerus ci fa capire che la grande maggioranza di queste famiglie omogenitoriali è segnata dalla separazione dei genitori.

Del resto, anche la conclusione del lavoro di Sullins – che celebra enfaticamente la “famiglia biologica” e la crescita con due “genitori biologici” – fatica ad ancorarsi ai dati: come possiamo dire, nell’epoca dell’eterologa per tutti (e ovviamente dell’adulterio per chi lo vuole), che i figli di queste coppie etero sposate siano davvero “biologici”?

Abbiamo deliberatamente evitato di tirare in ballo il fatto che Donald Paul Sullins sia stato sacerdote e insegni tuttora presso la Catholic University of America. Molto correttamente il sito dell’UCCR osserva: “A chi volesse obiettare che l’autore è ‘di parte’ perché lavora in una Università cattolica bisognerebbe ricordare che tale ateneo è ritenuto uno dei migliori college americani da parte della Princeton Review, che l’indagine scientifica non si basa sul principio di autorità e il ricercatore – anche se interessato all’argomento (sarebbe strano il contrario, in realtà )- pubblica dati e offre un’interpretazione di essi, rimettendosi al giudizio e alla valutazione dei revisori esterni, cosa che è stata fatta dal prof. Sullins.” Molto meno correttamente lo stesso sito, nella “pagina degli orrori” che abbiamo citato prima, attacca Charlotte Patterson, professoressa di Psicologia e direttrice del “Programma interdisciplinare di studi su donne, genere e sessualità” della prestigiosa Università della Virginia, e ovviamente anche lei sottoposta alle stringenti valutazioni dei revisori esterni, rinfacciandole di essere “un’attivista omosessuale, convivente con tre bambini”. Ancora una volta: due pesi e due misure. Per questo abbiamo parlato di “pseudoscienza”.

Ora, qualche conclusione.

I difetti strutturali di ricerche come quelle di Regnerus e Sullins – per non parlare degli altri studi meno seri a cui abbiamo accennato – non sono paragonabili ai limiti dei circa 200 studi qualitativi che danno un’immagine rassicurante dell’omogenitorialità. I primi, infatti, sono semplicemente inutilizzabili ai fini di una migliore comprensione dell’omogenitorialità, perché si fondano su un’idea distorta di essa e impediscono di valutare l’effetto di fattori esterni (come il divorzio o lo stigma) dall’impatto di eventuali caratteri intrinseci della realtà omogenitoriale. I secondi invece, pur non essendo generalizzabili, forniscono una mole di dati coerenti e unidirezionali che oltre a venire ribaditi da sempre nuovi studi qualitativi, possono trovare successive conferme in studi quantitativi come quelli di Patterson, Rosenfeld e Potter – che effettivamente li confermano, e sono generalizzabili.

In secondo luogo, di fronte ad una letteratura scientifica imponente che ha accumulato solo negli ultimi 15 anni più di 50 studi, che confermano e riconfermano gli stessi risultati (ovvero che l’orientamento omosessuale dei genitori non danneggia i figli che crescono con loro), qualunque studio che desideri affermare il contrario dovrà provarsi metodologicamente impeccabile.

Ma i lavori di Sullins e Regnerus si prestano a una riflessione ulteriore. Una parte delle coppie omosessuali prese in esame da Sullins – circa il 16 % – erano sposate (negli ultimi vent’anni il matrimonio per tutti ha preso piede negli Stati Uniti, come altrove). Questo avrebbe permesso allo studioso di svolgere un confronto omogeneo tra le coppie sposate eterosessuali e quelle sposate omosessuali. Invece ha preferito raccogliere in un’unica categoria tutte le coppie omosessuali – sposate, conviventi, appena nate, divorziate – e confrontarle con coppie etero in stragrande maggioranza sposate. Un paragone squilibrato, fatto per evidenziare la fragilità delle famiglie del primo gruppo. Ma è solo un esempio di un modo di procedere che – in Sullins come già in Regnerus – lascia fuori dal quadro le maggiori pressioni sociali a cui è sottoposta una famiglia omogenitoriale: l’esclusione dal matrimonio (che, come molti studi hanno mostrato, rinsalda una coppia), ma anche lo stigma, il segreto (a volte), la mancanza di tutela legale, l’omofobia interiorizzata, il bullismo scolastico, il precedente divorzio eterosessuale…

Insomma, una montagna di dati che ci dice veramente poco. Spesso gli studi sociologici sui grandi numeri portano a grandi semplificazioni. E proprio qui si rivela il valore dell’indagine qualitativa. Gli studi fatti su piccoli campioni di convenienza permettono di isolare più facilmente la variabile omogenitorialità: capire se la coppia gay che vive con il figlio lo ha avuto in una famiglia precedente, oppure lo ha cercato (e per quanto tempo); se ha un’identità sociale forte, e per esempio fa parte di un’associazione; se può contare su buone prassi, se frequenta contesti liberali…

Una ricerca qualitativa ovviamente si concentra sulla descrizione di processi specifici al campione osservato. Non ha pretese di parlare per l’universo mondo, ma solo per il suo campione. Non può affermare che l’omogenitorialità è sempre funzionale o sempre disfunzionale; ma dal momento che riesce ad evidenziare delle realtà che funzionano anche meglio delle altre, per quanto non rappresentative di tutte le situazioni omogenitoriali, permette di affermare che l’omogenitorialità può funzionare perfettamente, quando il contesto glielo permette.

Ne deriva una domanda diversa: cioè quando e a quali condizioni l’omogenitorialità funziona? Che è esattamente il punto della richiesta di sensibilizzazione, legislazione e tutela delle famiglie arcobaleno. Se possono funzionare, allora è dovere della società cambiare per permettere loro di farlo.

Principali testi citati
Patterson, C.J., Lesbian & Gay Parenting. APA, Washington DC, 2005.
Regnerus, M., “How different are the adult children of parents who have same-sex relationships? Findings from the New Family Structures Study”, in Social Science Research, 41 (4), 752-770, 2012.
Stacey, J., e Biblarz, T.J., “How Does the Gender of Parents Matter?”, in Journal of Marriage and Family, 72, febbraio 2010, pp. 3-22.
Sullins, D. P., “Emotional Problems among Children with Same-Sex Parents: Difference by Definition”, in British Journal of Education, Society and Behavioural Science, 7 (2), febbraio 2015, pp. 99-120.

Ringrazio per il sostegno Daniela Santoro, Giuseppina La Delfa e in particolare Federico Ferrari, che mi ha permesso di riprendere materiali dal suo “La ricerca scientifica sull’omogenitorialità” (in Le famiglie omogenitoriali in Italia. Relazioni familiari e diritti dei figli, a cura di P. Bastianoni e C. Baiamonte, Edizioni Junior, Bergamo, febbraio 2015, pp. 60-77) e dal suo ampio studio Omogenitorialità. Psicologia delle famiglie di lesbiche e gay (di prossima pubblicazione).

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Prof. Anna Maria Speranza
Psicologa, psicoterapeuta, Professore Associato di Psicopatologia dello sviluppo
Direttore della Scuola di Specializzazione in Psicologia Clinica
Facoltà di Medicina e Psicologia, SAPIENZA Università di Roma Via dei Marsi, 78 – 00185 Roma

Desidero rispondere alle diverse questioni che sono state sollevate dalle lettere cercando di chiarire in particolare alcuni punti.
Partiamo anzitutto dai dati sulla casistica nazionale: la cifra “considerevole” di 100.000 bambini cresciuti da genitori gay o lesbiche è stata diffusa in un report patrocinato dall’Istituto Superiore di Sanità1 e ovviamente non fa riferimento a bambini cresciuti da coppie omosessuali conviventi che, come riportato dai dati ISTAT 2012, sono certamente in numero esiguo. Vorrei sottolineare in proposito che la legislatura italiana non prevede riconoscimento giuridico alle coppie omosessuali (e quindi tanto meno alla genitorialità e alla possibilità di pianificare una gravidanza o di adottare un bambino) ed è quindi evidente che la maggior parte di questi bambini sono stati concepiti in precedenti unioni eterosessuali. Che poi nella realtà italiana il numero di bambini possa essere inferiore (o superiore) a queste cifre, nulla toglie alla necessità di prendere in considerazione il fenomeno.
Diverse lettere hanno fatto riferimento ai “numerosi lavori” che giungono a dimostrare una differenza nello sviluppo dei bambini cresciuti da coppie omogenitoriali. A fronte degli oltre 50 lavori pubblicati dal 1990 che NON trovano differenze significative nello sviluppo di questi bambini (prenderei in considerazione come punto di riferimento la rassegna di Biblarz & Stacey2 del 2010 che ne riporta 33), direi che si possono citare al massimo 3-4 lavori che riferiscono differenze (molti articoli sono solo critiche alle ricerche effettuate). E’ certamente utile considerare questi studi, ma senza ampliarne artificialmente il numero e soprattutto considerandoli nel merito, come cercherò di fare più avanti. Partiamo però dagli studi che avevo citato nel lavoro, criticati da alcuni medici in riferimento ai loro limiti metodologici. Non posso che concordare con questa rilevazione generale, peraltro accennata anche nel mio articolo, ritenendo però utili alcune precisazioni: l’omogenitorialità (come è stato per molti anni per l’omosessualità) è un fenomeno largamente sommerso il cui studio “in vivo” rende difficile l’applicazione di criteri metodologici astratti come ampi campioni, randomizzazioni, controllo delle variabili, ecc. Se questi limiti metodologici sono presenti negli studi “no difference”, non va meglio comunque per gli studi “difference” che vengono invece citati come più attendibili. Si tratta in questo caso sostanzialmente di due ricerche3,4 che vorrei commentare sia da un punto di vista metodologico che da un punto di vista della posizione pregiudiziale che mascherano.

I risultati dello studio di Regnerus, che dopo essere stati pubblicati hanno ricevuto oltre 200 lettere di critiche, sembrerebbero indicare che i figli di genitori gay e lesbiche presentano più problemi nei livelli di istruzione raggiunti, nelle relazioni di coppia, nella presenza di sintomi depressivi, nel maggiore consumo di tabacco e marijuana e una frequenza minore di eterosessualità esclusiva. Nonostante l’ampio numero di soggetti coinvolti nella ricerca vanno segnalati alcuni importanti bias metodologici: il gruppo dei figli di genitori omosessuali era costituito da persone che avevano dichiarato che il padre o la madre avevano avuto “almeno un rapporto omosessuale” nella loro vita; i figli di coppie omosessuali stabili erano pertanto in numero minimo (per la precisione 2). In questo caso dunque mancava il gruppo di interesse specifico che avrebbe portato a concludere che crescere in una famiglia omogenitoriale è associato ad una serie di rischi evolutivi. Direi anzi che mancavano anche una serie di considerazioni su quali variabili alternative (divorzio, separazioni, status socio-economico, caratteristiche della genitorialità, ecc.) potevano spiegare i risultati ottenuti.

La ricerca di Sullins, invece, è stata accolta come una “rivelazione” in grado di dimostrare scientificamente le problematiche dei figli cresciuti da coppie omosessuali. Chi ha avuto modo di leggere questo lavoro fino in fondo non avrà potuto fare a meno di constatare che tutto l’impianto della discussione è falsificato dai risultati stessi del lavoro che in definitiva sostengono che è il legame biologico tra genitori e figli a fare la differenza; di fatto lo stesso autore ammette che “il rischio generale per le famiglie same-sex è più elevato in confronto a due genitori biologici sposati e ridotto rispetto a tutte le altre strutture familiari eterosessuali” e che “la considerazione del legame biologico […] rende nulli tutti gli indici di rischio della genitorialità same-sex”.
Basterebbe forse una ricerca come questa a mettere in discussione l’istituto dell’adozione? Vale la pena tra l’altro di notare, come fa lo stesso autore, che anche nelle peggiori condizioni familiari esaminate dallo studio (non riferite all’omogenitorialità), la stragrande maggioranza di bambini non presentava un livello significativo di problematiche emozionali. Cosa che implicitamente sostiene quanto affermato da altri autori e cioè che se ci fosse un rischio significativo grave per lo sviluppo emotivo dei bambini, questo sarebbe emerso in maniera più evidente. Credo quindi che sarebbe giusto considerare, mettendo insieme tutti i diversi studi a favore o contro, che attualmente non ci sono studi attendibili che indichino che crescere in una famiglia omogenitoriale comporti esiti negativi per i figli.

Vorrei però sottolineare, contestualmente, che anche questi studi non sono esenti – come viene criticato per alcune ricerche “no difference” – da motivazioni ideologiche: lo studio di Regnerus ha ricevuto un finanziamento di 795 mila dollari da due fondazioni ultra-conservatrici ed è comparso sulla scena nel pieno della campagna elettorale per l’elezione del Presidente degli Stati Uniti, dopo essere andato incontro ad un referaggio dai tempi stranamente brevissimi ed essere stato compromesso dai conflitti d’interesse e dagli schieramenti politici dei referee coinvolti.

Il Reverendo Sullins, invece, della Catholic University of America di Washington, appartiene ad una istituzione scientifica chiaramente schierata contro i diritti delle persone omosessuali. Certamente questo non fa di per sé di questi autori dei cattivi ricercatori, ma non permette neanche di affermare con sicurezza che le loro ricerche siano esenti da posizioni pregiudiziali.

Tra le tante critiche esposte nelle lettere nessuna ha fatto riferimento alle condizioni di discriminazione a cui vanno incontro sia i genitori che i figli in assenza di riconoscimento giuridico. Mi sembra che questo sia un punto importante e largamente trascurato: i riconoscimenti giuridici e i diritti delle persone (omosessuali e non) possono avere un impatto significativo sulla salute mentale delle famiglie. Chi si occupa di bambini dovrebbe considerare che la genitorialità è un processo complesso, ma del tutto indipendente dal genere o dall’orientamento sessuale. A questo proposito, mentre non ritengo di poter affrontare il tema della maternità surrogata, non avendo a disposizione alcun dato a favore o contrario, penso sia importante chiarire almeno da un punto di vista generale altri aspetti significativi della genitorialità (non solo omogenitoriale).

Nessuno vuole per esempio negare l’importanza dell’allattamento al seno, ma certamente questa tematica non viene utilizzata quando si parla di genitorialità adottiva da parte di coppie eterosessuali oppure quando una madre, per difficoltà mediche o psicologiche, non riesce ad allattare. Non credo che nessuno si sognerebbe di dire che non può essere comunque un buon genitore. E credo che questo valga anche per quanto riguarda le opinioni dei maggiori psicologi che si sono occupati di bambini. Anzi, è proprio a partire dal pensiero di questi autori (Winnicott, Bowlby, ecc.) che mi chiedo se non sia più opportuno guardare alla genitorialità e al legame di attaccamento tra genitore e bambino secondo parametri più attendibili. Cosa fa di un individuo un buon genitore? E cosa permette ad un bambino di crescere sano? La biologia, il genere, l’orientamento sessuale di chi se ne prende cura o non piuttosto la sua capacità di amare e di occuparsi del bambino sostenendo il suo sviluppo? Come dice un altro autorevole psicoanalista, presidente della Società Psicoanalitica Italiana, la “funzione materna [e] funzione paterna [che] potranno essere esercitate in modo non necessariamente coerente con l’appartenenza biologica. […] Che ben vengano bambini di coppie che si amano e che siano capaci di buoni accoppiamenti mentali. Non sarà il sesso biologico dell’uno o dell’altro ad aver più peso ma le attitudini mentali dell’uno e dell’altro. I figli li faccia chi ha voglia di accudirli con amore. Ciò che conta in fondo è che ogni bambino abbia il suo Presepe, la sua festa, che sia accolto e amato come un prodigio”.

[1] Lelleri R (2006) (a cura di), Survey nazionale su stato di salute, comportamenti protettivi e percezione del rischio HIV nella popolazione omo-bisessuale. Report finale per l’Istituto Superiore di Sanità  <http://www.salutegay.it/modidi/risultati_della_ricerca/report_finale.pdf>.
[2] Biblarz TJ, Stacey J (2010), How does the gender of parents matter? Journal Of Marriage and Family, 72, 1, 3-22.
[3] Regnerus M (2012), How Different Are the Adult Children of Parents Who Have Same-Sex Relation- ships? Findings from the New Family Structures Study. Social Science Research, 41, 4, 752-770.
[4] Sullins DP (2015), Emotional Problems among Children with Same-sex Parents: Difference by Definition, British Journal of Education, Society & Behavioural Science, 7(2):99-120.
[5] Ferro A (2013), Nel presepe moderno anche le copie gay. Corriere della Sera, 6 Gennaio 2013, 33. Disponibile on line all’indirizzo: <27esimaora.corriere.it/articolo/nel-presepe-moderno-anche-le-coppie-gay>.

annamaria.speranza@uniroma1.it

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