Cimitero inglese di Livorno

                 LO  STORICO  CIMITERO  INGLESE  DI  LIVORNO       

                                                  di

                                           Davide  Melodia

                                                                                 

Riveduto dall’Autore nel 1999.2000

Presentazione del Sindaco di Livorno

(v. Quaderni della Labronica, Livorno)

 

INDICE

* Introduzione

* Il Vecchio Cimitero Inglese

 1 – Un po’ di storia

 2 – Sito e Date

 3 – Forme, stili e periodi delle tombe

 4 – Lingue e nazionalità

 5 – I Consoli Britannici e di altre nazioni

 6 – La British Factory

 7 – Il fattore religioso

 8 – Gruppi e categorie particolari

 9 – Piccola galleria di Personaggi

 ……………………………

 

Bibliografia essenziale

…………………………….

 

INTRODUZIONE

  Nel complesso passato di una Città relativamente recente e moderna come Livorno, le Comunità straniere e/o acattoliche formano, tutte e ciascuna, un elemento indispensabile per la conoscenza, la comprensione e l’analisi della sua storia, della cultura, della vocazione e del genio di questa Porta a Mare della Toscana.

                                                                                                    

  E fra tali Comunità, quali l’Israelitica, l’Olandese-Alemanna, la Greco Unita (Uniate)  e l’Ortodossa, l’Armena, la Siro Maronita ed altre, quella Britannica brillava di luce particolare per la sua importanza economica, i personaggi, i visitatori, le strutture.

 

  Era tale la notorietà ed il peso della cosiddetta “Nazione Inglese”, composta di fatto da Inglesi, Scozzesi, Gallesi, Irlandesi e perfino Americani dalla fine del ‘700 – che perfino Napoleone Bonaparte ambiva ad impadronirsi delle loro ricchezze, e la flotta di Sua Maestà Britannica metteva le prore nel porto e rada di Livorno per difendere i suoi interessi e quelli dell’ Impero.

  Ma, mentre per altre Comunità è relativamente facile dimostrare la ragione della scelta di Livorno, dovuta a vicinanza, ad affinità, a richiamo mercantile preciso, a rapporto preceden= te, ad unico rifugio, meno facile è spiegare la preferenza degli Anglosassoni per questa Città nascente a fatica nei secoli XVI, XVII e XVIII dell’ Era Moderna.

  Vero è che gruppi di cattolici e di protestanti cercavano un lido sicuro in tempi di persecu= zione in Patria; vero è che la tradizione inglese dei giovani rampolli di ricche famiglie contem= plava il Grand Tour onde completare la loro educazione sul Continente;

è noto che molti esteti ed artisti rivolgevano i loro interessi verso la Toscana dei mecenati e dei grandi Maestri : e risponde assolutamente a verità che Livorno godeva, contemporanea= mente, dei privilegi che vanno sotto il nome di Legge Livornina (1592/93), di Porto Franco e di vari Trattati di Neutralità.

  E’ vero infine che il carattere anglosassone comporta un forte senso dell’avventura e del rischio, della scommessa nel giocarsi tutto l’avvenire in una esotica Città in divenire, in una  realtà quasi tutta da inventare.

                                                                                                     

 Ma resta il fatto che Livorno era un po’ fuori dai grandi percorsi classici, che il Tirreno  era dominato a Nord da Genova, a Sud da Napoli, che la Cultura, la Storia, l’Arte erano accentrati a Firenze, Pisa, Siena…

  E allora vuol dire che gli Inglesi consideravano Livorno un capolavoro nel suo insieme, una  esperienza da provare comunque, un giuoco che poteva offrire un brivido diverso perché nuovo.

  E per molti, come si sa, quell’avventura e quel giuoco valsero la candela, e dettero a Livorno un ulteriore prestigio internazionale che non è ancora spento, che anzi, forse perché la cronaca va diventando storia, sta per rinverdirsi – anche tramite ricerche d’archivio che sono lungi dall’essere esaurite.

  Elementi portanti della presenza anglosassone a Livorno furono, nell’evolversi del suo sviluppo, il Consolato, la British Factory e il Ministro di Culto, che garantivano ai più  sicurezza legale, supporto finanziario e conforto religioso.

 

  Ai visitatori di breve e lunga permanenza offrivano, in case e ville private, un ambiente sufficientemente confortevole per svolgere ricerche, cercare un balsamo ai propri malanni e,  sovente, trovare ispirazione artistica e letteraria.

  Alcuni ospiti di Livorno, pur non essendo britannici, restavano all’interno della comunità di lingua inglese, ne seguivano i culti, vi contraevano matrimonio, eleggevano il loro Cimitero  come luogo di sepoltura.

  Ma le attività degli “inglesi” erano il cuore, il motore della Comunità: il Porto aveva una costante presenza di legni britannici che tenevano collegamenti internazionali, certi che sui  moli e sugli scali del Fosso Reale e della Nuova Venezia c’erano tutte le strutture, i magaz= zini, gli uffici, le compagnie di navigazione, i rifornimenti per sviluppare i loro traffici marittimi; fra un deposito e un laboratorio fiorivano piccole industrie; agenti di cambio, banchieri, agenti immobiliari, proprietari di case e di ville, che, anche se non numerosi, rappresentavano un nucleo robusto e affidabile, nonché protetto, fra il ‘700 e l’800, dalla potenza della British Factory, cui va aggiunta in molti casi la solidarietà della Massoneria inglese.

  Civili e militari di passaggio potevano usufruire di posti a pagamento della Nazione Inglese presso l’Ospedale, e per un periodo ci fu un convalescenziario.

  I Culti, fino ai primi dell’800, furono tenuti presso i Consoli e nella sala più adatta di una Villa, così come le cerimonie religiose riguardanti battesimi, matrimoni  e funerali. 

  Per i protestanti erano curati dal Pastore anglicano, quale che fosse la loro denominazione; per i cattolici c’era qualche problema all’interno della British Factory, ma generalmente seguivano liberamente le funzioni religiose della chiesa cattolica livornese con cui si trovavano in rapporto.

  Sono numerosi i segni dei britannici lasciati nei camposanti e nei luoghi di culto cattolici della città.      

  Dal 1845 iniziò, per opera dei Presbiteriani Scozzesi, un costante lavoro intorno ad un centro di accoglienza per marinai anglofoni che durò fino alle soglie della II Guerra Mondiale.

  In collaborazione con i Valdesi, i Protestanti Presbiteriani aprirono Scuole Evangeliche elementari e medie, cui fornirono sempre un supporto economico fino al 1911.

  Oggi, la Comunità Britannica, nella forma organizzata e relativamente auto-sufficiente, non esiste più. Sopravvissuta alla rovina di molti ricchi imprenditori ed all’esilio volontario di altri

durante il periodo napoleonico, nuovamente efficiente durante il nostro Risorgimento; in lento, sicuro declino all’Unità d’Italia e alla chiusura definitiva del Porto Franco (1868); serrate le Evangelical Schools, inaridito il Seamen’s Institute (1934); perseguitati gli Inglesi antifascisti e sospetti, con conseguente rimpatrio nel ventennio mussoliniano; nulla poté per riprendersi dalla diaspora dovuta alla Seconda Guerra Mondiale, e soprattutto dal bombardamento che colpiva il cuore morale e spirituale della Comunità: la Chiesa Anglicana di Via Verdi e l’attiguo Cimitero.

  La lingua inglese, è vero, va ancora per la maggiore (come nel resto d’Italia) ed ha qui valenti professori, ma gli Anglosassoni che dimorano fra noi faticano a ritrovarsi ed a ripercorrere le tracce del loro brillante passato a Livorno.

  Ma qualcuno c’è che ama meditare sulle vestigia britanniche di notevole rilievo che ancora si possono rispolverare, per capire come e perché i suoi antenati avessero adottato questa marittima porta della Toscana.

  A persone così è dedicata questa breve indagine sull’unico monumento britannico rimasto relativamente intatto, che più di altri, ed in un modo tutto particolare, parla degli Inglesi a Livorno.

                                              

IL VECCHIO CIMITERO INGLESE

 

1- Un po’ di Storia

  La bellezza e il fascino discreto del Vecchio Cimitero Inglese di Livorno, sito in via degli Elisi (oggi Via Verdi), sono di tutta evidenza per i visitatori non distratti, quale che sia la loro sensibilità e preparazione culturale.

  L’importanza invece, e la “portata storica” dello stesso, richiedono necessariamente una qualche prova documentaria e un minimo di informazione, cosa che ci ripromettiamo di fare nella pur breve sintesi storico-artistica che andiamo a svolgere qui di seguito.                                            

                                                                                                      Questo Cimitero non fu mai chiamato ufficialmente e tradizionalmente “Giardino”, come era avvenuto per quello della Comunità luterana e riformata Olandese-Alemanna, ma di fatto giardino era, anche se di defunti, secondo una visione e una prassi tutta nordica e protestante.

  La morte, vista non come evento irrimediabile, causa di dolore senza fine, via di non-ritorno, ma come momento divinamente predisposto per adire ad un livello di vita superiore, diverso e perfetto. Non motivo di lamento ma di riconoscenza, nella speranza che il defunto, durante il suo percorso umano, abbia trovato grazia presso Dio.

  Luogo di pace, di elevazione spirituale e di ispirazione poetica lo videro il Valery, il Longfellow ed altri stranieri, così come i nostri G.B. Giacomelli, Angelica Palli Bartolommei  ed  altri ancora.

 Oggi, più vecchio, disabitato da anime viventi, ferito dalla guerra,

trascurato in vari periodi della sua “esistenza”, emana ancora un suo antico, profumato, lirico messaggio di sereno distacco dalle umane miserie.

 Ed è forse l’unico tra i cimiteri protestanti a maggioranza anglosassone in Italia che ha resistito alla tentazione di erigere tombe monumentali irte di croci spezzate e di angeli piangenti.

  Pochi e dignitosi sono i segni del dolore, ed il pianto è sempre sommesso. Per questo anche persone avverse di solito all’idea stessa di cimitero, escono da questo con un senso di pace.                

 Prima di entrare nel Giardino inglese dei defunti e di lasciarsi vincere dalla voglia di studiare e analizzare tombe, nomi, perso= naggi, date, forme, stili, lingue e nazionalità, religioni e quant’altro, conviene, crediamo, cercare di rispondere a una domanda che ci

viene posta sovente:

“il Cimitero Inglese di Livorno è il più antico d’Italia?”

                                                                                                   

  Evitando di dire subito di sì, dobbiamo brevemente riferire su una indagine comparata che abbiamo condotto nelle città italiane che ebbero rapporti più o meno intensi con la Comunità britannica acattolica di Livorno, e cioè: San Remo, Firenze, Roma e Viareggio.

  Di altre, come Trieste e Napoli non ci siamo occupati questa volta proprio perché tali rapporti non costituirono mai un continuum.

                                            * * *

   San Remo: Gli anglosassoni, anglicani e presbiteriani, che vi passarono e vi restarono fino alla morte non risultano organizzati prima del 1865, data in cui aprirono ivi la loro prima Cappella Anglicana, e i loro defunti  – secondo uno studio di R. Nisbet, “La Chiesa Valdese di San Remo”,  erano di norma sepolti nel vecchio cimitero della Foce.

  Quando la Comunità protestante inglese nel 1865 e quella scozzese nel 1885 cominciarono a funzionare, cessarono le visite saltuarie di Pastori anglicani e presbiteriani anglofoni  che perfino da Livorno li visitavano, e i loro defunti furono sepolti nel Cimitero Nuovo di S. Remo, in Valle Armea.  Pare che non abbiano mai avuto un proprio camposanto.

Hanno però lasciato un nome nella toponomastica con il Corso degli Inglesi e una Chiesa Evangelica Inglese, ora Valdese.

                                          * * *

  Firenze : Prima del ‘700 non si può parlare di una Comunità protestante anglosassone a  Firenze, e quando le varie denominazioni  si organizzeranno e apriranno i loro luoghi  al  culto,  dalla prima metà dell’800,  lo faranno separatamente. Un loro Cimitero non lo ebbero fino al 1828, ed era frutto della tenacia della Chiesa Evangelica Riformata  (Svizzera)  che le amministrava. Chiamato inizialmente Cimitero Protestante di Porta a’ Pinti, fu ribattezzato Cimitero degli Inglesi dalla gente.

                                                                                                       

  Infatti, fra il 1828 e il 1877 – data in cui dovette chiudere a causa del nuovo Piano Regolatore – sulle 1409 tombe, di ben 16 nazioni di= verse, la maggior parte delle iscrizioni sono di inglesi: 760.

Le altre, nell’ordine, risalgono a svizzeri,433, americani, 87,italiani, 84, e russi, 54. 

  Il Camposanto è abbastanza ben tenuto, ma rispetto al Cimitero Inglese di Livorno c’è un eccesso di monumentalità.

  La fama di diecine di personaggi, come la poetessa Elizabeth Barrett Browning, il poeta Arthur Hugh Clough, il figlio del pastore anglicano di Livorno, Horace Hall, Giulia Guicciardini, Jean Pierre Viesseux, il ginevrino conduttore del famoso Gabinetto omonimo, tiene vivo l’interesse degli Inglesi per quel cimitero fiorentino.

  Ma Firenze ha un secondo Cimitero Inglese, detto “agli Allori”, sorto fra il 1875 e il 1895, poco prima che quello di Piazzale Donatello chiudesse alle sepolture, ed è ancora in uso, perché fuori le mura,vasto, aperto a tutte le confessioni acattoliche – protestanti, ortodosse, perfino ebraica – italiane e straniere.

   E’ molto ben tenuto, visitabile, ma senza quell’aura di profondo raccoglimento e di antichi reconditi messaggi che promanano da quello livornese.

   Una nota interessante: sebbene Firenze, sin dal 1828 avesse un suo Cimitero Protestante, fino al 1839 vari defunti evangelici stranieri furono portati da Firenze a Livorno!

         (v. Il Cimitero Protestante detto “degli Inglesi” in Firenze).

                                           * * *

Roma :  Nella città, sede del Vaticano e centro del Sant’Uffizio, non solo i protestanti vivi ma anche quelli morti ebbero dei problemi. Il loro seppellimento doveva avere luogo nottetempo e in zone segrete della Campagna romana. Quando gli anglosassoni sapevano dell’esistenza del nostro Cimitero Inglese, è qui che trasportavano i defunti fino a metà del ‘700.                                                                                                     

   L’ esistenza del Cimitero Acattolico di Roma, presso la Piramide di Cestio, non è documentata prima del 1748 e la sua tomba più antica risulta essere del 1738 -dedicata a certo George Langton – ritrovata durante alcuni scavi.

   Nel 1822 la Parte Antica fu negata a ulteriori inumazioni e iniziava la parte nuova con la sua serie impressionante di tombe, provvista di cappelle, sala autopsie, ossari, sacrestia.

   Le tombe sono oltre 4000, ed i personaggi eminenti ivi sepolti sono varie diecine.

   E’ sufficiente ricordare che vi si trovano le tombe di John Keats, di Percy Bisshe Shelley, di Antonio Gramsci e di Alessandro Gavazzi. Anche con le comunità protestanti romane di lingua inglese intrattennero rapporti di collaborazione la Comunità Anglicana e quella Presbiteriana di Livorno.

(v.”The Protestant Cemetery in Rome“, e “Roma e gli Inglesi”).

                                          * * *

Viareggio :  la diaspora protestante britannica in quel di Lucca, Bagni di Lucca, Montecatini, Seravezza,  con Sarzana, prima che una Comunità Anglicana e un Cimitero Inglese si formassero a Viareggio, usufruivano del Cimitero Vecchio e di quello Nuovo a Livorno.

  Il primo culto evangelico a Viareggio risulta essere stato svolto nel 1888 e la Chiesa Anglicana fu aperta al pubblico nel 1910. Ha funzionato fino agli anni ’50 di questo secolo, ed ha collaborato con la Chiesa Anglicana di Livorno. Il Cimitero Inglese, annesso a quello della Misericordia da alcuni decenni, ha una tomba ger manica risalente al 1864, mentre le altre vanno dal 1912 al 1975. Resta per ora da spiegare il vuoto della seconda metà dell’800.

                                           * * *                                                                                                     

Come appare evidente da questa breve ma accurata indagine comparata, San Remo non ebbe mai un suo Cimitero Inglese, Firenze ne ha due ma non risalgono se non al primo quarto e all’ultimo dell’800, Viareggio a fine ‘800, Roma al 1738.

                                                                                                

  Pisa ha avuto sempre una ricca colonia anglosassone ma non ha organizzato come Livorno culti  protestanti  e cimiteri inglesi,  per cui  ha dovuto sempre ricorrere alle strutture qui funzionanti, e in un secondo momento anche a quelle di Firenze.                                     

                                            * * *

2 – Sito e date

   Dalle note che seguono, di solito ben documentate, si evince che sicuramente il Vecchio C.I.LI.  è il più antico cimitero britannico acattolico in Italia.

   Relativamente all’ubicazione, non c’ à dubbio che non ne è mai esistito alcuno all’interno delle Mura Medicee, essendo ciò concesso solo ai cattolici, purché all’interno di una Chiesa o nell’attiguo camposanto, ed a certe precise condizioni e/o concessioni.

   Comunque, per legge e per consuetudine, i cimiteri all’aperto non erano consentiti all’interno delle mura urbane dagli Stati moderni, e ciò tanto più valeva per i non cattolici, ai quali, in casi di particolare e interessata tolleranza, veniva concesso di inumare lontano dalle mura in terra non consacrata.

 

  Così anche il Vecchio Cimitero Inglese di Livorno è sorto, a poco a poco, fuori le Mura Medicee, a sud del Casone, del Fosso Reale e degli Spalti, in piena Servitù Militare, cioè nelle Spianate.

                                                                                                   

   Ora, se si tiene conto del fatto che la proibizione di costruire fuori le mura tra gli spalti  e le guglie che delimitavano le spianate fu emessa nel  1647, è curioso e interessante constatare che la tomba inglese più antica trovata dalla Commissione che nel 1895  ha  trascritto tutte le lapidi esistenti al tempo, pubblicandole in “Miscellanea Genealogica et Heraldica“, risale al 1646, ed è dedicata al nobiluomo Leonard Digges.                                                                                                  

  Ciò dimostra senza ombra di dubbio che il nostro Vecchio C.I.LI. è il più antico in Italia, e che gli Inglesi potevano permettersi certe libertà.

  Mentre è da escludere, almeno in questa zona e per mancanza di nomi e di prove, che la tomba inglese più antica fosse addirittura del 1594, come afferma il Piombanti e che riprende la Commissione della British Factory incaricata di redigere nel 1858 un rapporto in vista di un restauro del Cimitero ormai chiuso – merita un approfondimento l’affermazione di alcuni Autori circa la presenza di tombe inglesi nel Cimitero Olandese Alemanno (autorizzato nel 1691, e chiamato il Giardino).

   L’unico testimone oculare e disinteressato che parla sia del Cimitero Olandese Alemanno che di quello Inglese è il viaggiatore colto Georg Christof Martini, tedesco, che dei primi dice che tenevano i loro culti nel “Cimitero del Campo del Signore, forse il più bello che si possa vedere a Livorno” – e non dice nulla a proposito di tombe inglesi, e di un reparto apposito per loro nello stesso.

   Poco dopo, degli Inglesi, dice che “tengono i loro uffizi funebri all’aperto fuori del glacis (lieve pendenza), dove hanno fatto porre alcune belle lapidi di marmo”.

   Anche qui non indica il sito delle tombe, a parte quel “glacis“, che poteva essere tanto dentro quanto fuori del Cimitero Olandese Alemanno, e di un Cimitero Inglese nella stessa zona – anche se non autorizzato (se si trattava della prima visita del Martini (1725),o se si trattava della seconda visita (1745) ). Ma ciò non è chiaro.

  Personalmente propendo per sepolture non autorizzate nella zona del Fondo Magno, perché fuori città, in ambiente non ancora minimamente interessato dallo sviluppo urbano, artigianale e da altre attività.

  Della presenza di tombe nel Giardino degli Olandesi non parla alcun documento di quella Comunità.

  Non v’è traccia fra i vari cronisti del tempo della traslazione di numerose tombe, del ‘600 e del primo ‘700, dall’uno all’altro Cimitero fra il 1735 e il 1737, cosa che sarebbe stata sicuramente notata con il grande trambusto che avrebbe provocato, e con gli artigiani che avrebbe interessato.

  Fra le tombe precedenti il 1737 non ve n’è di spezzate e malridotte da un trasporto necessariamente precario dati i mezzi di locomozione e le strade del tempo. I guasti, se vi sono, riguardano le intemperie e il bombardamento bellico del 1944.

   Essendo le tombe del ‘600 e alcune del ‘700 spesso in pietra, considerata l’epoca a cui risalgono, il salmastro e i periodi di abbandono del Cimitero, già nell’800, tali tombe sono da considerare in buono stato.

   L’espressione del Bortolotti, nel suo “Livorno, dal 1748 al 1958”, che suona “da tempo immemorabile vi si trovava il cimitero degli inglesi“, aggiunta alla vera tomba registrata del 1646 ed alla pur fantastica data del 1594, ci assicura che le inumazioni di britannici qui risalgono molto addietro nel tempo.

 

  Infine, non si sono trovate fosse comuni e lapidi con elenchi di nomi le cui tombe non era stato possibile ricostruire, come accade spesso quando si hanno traslazioni da cimiteri diversi e precedenti.  

                                                                                                 

  Resta il problema delle inumazioni nel tratto di terreno proibitivo delle Spianate, ma forse, averle effettuate prima della proibizione, costituiva un “precedente” che non valeva la pena rimettere in discussione, dato lo scarso disturbo che provocava.

                                           * * *                                                

  C’è anche l’ipotesi affascinante e brillante, che è sostenuta dal Colonnello H. Albert Hayward, da poco con i più, secondo cui varie tombe precedenti l’autorizzazione provenivano da Ville private britanniche, traslate al momento in cui il nuovo Principe, Francesco di Lorena,  nel 1737, sopprimeva i cimiteri privati e, ovviamente, autorizzava quelli pubblici come il Nostro. 

   I dubbi su questa ipotesi nascono dal fatto della somiglianza fondamentale fra tali monumenti tombali, in quanto va da sé che qualora fossero stati eretti liberamente in sontuose ville indipendenti e lontane fra loro, non avrebbero subito l’influenza che si subisce quando il luogo è unico e gli artigiani disponibili cui ci si rivolge sono gli stessi.

  Ancora una volta, specie per i nominativi di borghesi e nobili inglesi precedenti il 1737, i guasti attribuibili a espianto, trasporto e ricostruzione dei monumenti sono pressoché  assenti.

  Ma in alcuni casi tale ipotesi ha sicuramente una validità.

  Il rispetto delle Autorità locali e granducali verso la Comunità britannica era ad ogni modo notevole, anche perché, a parte l’autorizzazione, il divieto di non creare ostacoli alla visibilità ed a costruire in zone spianate, non venne tolto fino al 1776: prima di tale data però la mole dei monumenti del Cimitero inglese andava crescendo!

                                     

                                          * * *

                                                                                                 

  Ma di chi era il Fondo Magno di cui si parla, su cui il Cimitero di via degli Elisi sorgeva?

C’è chi ne attribuisce senza prove la proprietà ai Granduchi. C’è chi, con più fondamento, sulla base di documenti di Archivio conservati nel nostro Archivio di Stato, e di mappe, lo fa risalire al Cav.Alessandro Adami.                                                                                                  

   Ci chiediamo, inutilmente forse, se l’uso, prima della vendita dell’Adami alla British Factory del Fondo Magno come luogo di sepoltura definitivo, fosse abusivo rispetto all’Adami stesso e altri prima di lui, ma è una questione che comunque esorbita dalle finalità del presente studio.

                                           * * *

  Questo nostro Monumento storico, unico nel suo genere anche per la eliminazione del Cimitero Vecchio Olandese Alemanno, che forse aveva qualche pregio artistico oltre che religioso, è importante per ciò che è stato e ciò che è ancora: i personaggi, e gli eventi cui  si riallacciano, sono di un certo peso e le scelte monumentali sono di notevole livello senza che alcuna commissione di controllo le vagliasse. Ma, avendo a lungo meditato sui casi delle Nazioni straniere a Livorno e su quella degli Anglosassoni, e confrontando il numero notevole delle loro presenze qui, con quelle delle tombe del Vecchio e del Nuovo Cimitero, che insieme non raggiungono le 1000 unità, se ne deduce che molti furono i britannici che tornarono in Patria o proseguirono per altri lidi dove finirono i loro giorni.

 

  E non solo. Nel vecchio C.I. di Livorno non si trovano le tombe e la fossa comune degli oltre 200 morti inglesi che, caduti nelle battaglie con i Francesi a Tolone e in Corsica nel 1793, furono sbarcati a Livorno dall’allora Capitano Nelson con l’Agamennon e poi da altri.  Ebbero funerali regolari dal Pastore Anglicano Thomas Hall, e furono sepolti.

  Dove? Lo stesso dicasi per i morti negli scontri navali anglo-francesi tra il 1794 e il 1814.

E non si trovano i circa 200 marinai e soldati britannici morti nel settore dell’Ospedale di Livorno per cui gli Inglesi e gli Ol-Al. pagavano una quota giornaliera, morti fra il 1824 e il 1840, di cui si trovano tracce nelle cronache del Prato e di altri, e nel Chapel Register                   

della British Factory, ma che non sono neppure inscritti nel registro postumo del Cimitero.

 

  Non vi si possono trovare, necessariamente, le tombe di quegli inglesi poveri e isolati, lontani per censo ed interessi dalla British Factory, che non potevano, neppure volendo, essere sepolti nel Vecchio Cimitero Inglese di Livorno se la Comunità non veniva coinvolta.

  Questo spiega l’assenza, fra le Inscriptions, di nomi che si ritrovano nel Chapel Register  fra il 1709 e il 1824.  Così come non vi si trovano le tombe di tutti quei marinai, e passeg=  geri di navi, deceduti a bordo nella nostra rada, che per motivi vari vennero, secondo un antico costume marinaro, affidati al vasto cimitero del mare, a partire credo, dalla battaglia navale anglo-olandese del 1653. 

 

  I marinai semplici, i soldati e gli artigiani imbarcati, qui sepolti, sono, in base alla nostra ricerca, solo 12 tra la fine del ‘700 e il 1836.

  Gli altri soggetti dediti alla navigazione che hanno avuto sepoltura nel vecchio C.I.LI sono tutti ufficiali, così come lo sono i militari di terra.

 

                                            * * *

 

   Due casi particolari, in cui il nostro Cimitero inglese avrebbe potuto avere due tombe importanti, potevano essere i seguenti: Clara Allegra Byron, che era nata da una relazione del Poeta con Claire Clairmont a Bath, in Inghilterra, nel 1817, e che moriva di febbri a Bagnacavallo (Ravenna) il 20 Aprile 1822.

   Scrivendo a John Murray da Pisa il 22/4 successivo, Byron gli preannuncia che spedirà il corpo imbalsamato in Inghilterra da Livorno, perché venga seppellito nella Harrow Church, in quanto anche lui un tempo sperava di esservi sepolto.

  Ma nel post scriptum aggiunge che “ai protestanti non è concesso di essere seppelliti in “terra consacrata” nei paesi cattolici.

  Byron conosceva però benissimo il Cimitero Protestante di Roma, in cui nel Giugno 1819 era stato sepolto William, figlio di Shelley, e nel Febbraio 1821 vi era stato sepolto l’amico e poeta John Keats. E poi, non c’era il famoso Cimitero Inglese di Livorno?

E non era di fatto al suo massimo, seppur composto, splendore? 

Si possono fare molte supposizioni, ma una certamente è che non andasse d’accordo con la British Factory, e con le cose che a lui, poeta e esule volontario, essa rappresentava.

  Un’altra ipotesi, quasi inconcepibile, è che non lo conoscesse, o, pur avendone sentito parlare, non lo avesse visto, e non lo credesse adeguato.

  Un’altra ancora, che è veramente un sogno di gioventù, insieme ad un ricordo del primo amore, proprio a Harrow, lo volesse realizzare tramite Allegra. Ma le cose per lui non andarono per il verso giusto.

  Imbarcato a Livorno verso il 25/26 di Maggio, il corpo di Allegra giunge a suo tempo a Harrow ma, a dispetto della volontà del padre, che venisse sepolto nella chiesa di Harrow, con una lapide sul muro dettata da lui, gli amministratori e i membri di quella chiesa le rifiutarono la sepoltura all’interno.

  Fu inumata nell’ingresso, senza un marmo sepolcrale.

 

                                           * * *

  Altra, più ricca di conseguenze positive per il Cimitero Inglese di Livorno, il suo mante= nimento e le attenzioni del mondo anglosassone per la nostra città, avrebbe potuto essere la sepoltura in esso delle ceneri di Percy Bisshe Shelley, che a Livorno aveva trascorso molti mesi, anche poco prima di partire per il suo ultimo viaggio in mare l’8 Luglio 1822.                                                                                                      

 Atteso invano a Lerici dalla moglie Mary, il suo corpo, la mattina del 18 Luglio fu ritrovato sulla spiaggia di Ponente di Viareggio. Dopo la cerimonia funebre svolta su una pira da Byron e dagli amici più cari, la salma resta a disposizione di questi perché sia inumata nel Cimitero Inglese di Livorno.

  (v. “Le Mille e una…Notizia di Vita Viareggina ).

  Ma, come si sa, la moglie decise che le ceneri di Shelley fossero poste accanto al corpo del figlio William che era sepolto nella Parte Antica del Cimitero Acattolico di Roma. 

E così fu, anche se non subito e non nella parte antica. Questa scelta è molto più logica e giustificata, ma privava Livorno, se così ci è lecito dire, di un elemento di valore storico-culturale che in un primo momento pareva destinato proprio qui.

   Non vogliamo però più parlare col senno di poi e fare vane ipotesi, se non per aiutare a comprendere ciò che veramente  c’è‚ e non c’è‚ nel C.I.LI.

 

                                           * * *

 

E’ il momento di passare definitivamente a parlare delle tombe che ci sono, e che c’erano alla fine dell’800, quando i sigg. Gary Miller-Gibson-Cullum e G.C. Macauley fecero una accurata trascrizione di tutti gli epitaffi esistenti nel Vecchio Cimitero Britannico di Livor= no, nel 1895, e che pochi anni dopo venivano ancor più coscenziosamente rivisitati dal commentatore di tali epitaffi – il Vice-console  di S.M.B. Montgomery Carmichael nel 1906, va detto che c’è ancora una serie di tombe che non si possono trovare oggi e sono quelle che furono eliminate al momento della regolare autorizzazione, perché non risultavano registrate e erano illeggibili.

  Furono tolte nel 1737.

  Tra quelle che invece c’erano e non si trovano più vanno calcolate quelle che furono scoperchiate e distrutte dal bombardamento aereo del 1944 su Livorno – le cui ossa erano destinate ad un ossario che non esiste.

  Non ci sono più le tombe che si trovavano a sud dove oggi si innalza un magazzino interno al muro. Non ci sono più le tombe lungo il lato nord, dove si ergono i palazzi di via Verdi con il loro stretto giardino. Non ci sono più le tombe che si trovavano nel lato est, dove il muro è stato curvato verso l’interno per permettere l’allargamento del piazzale del cinema Odeon.

 

  Tutto questo fa capire l’impossibilità per il ricercatore di reperire il monumento funebre

di tale o tal’altro personaggio che appare fra le Inscriptions e che il Carmichael descrive esaltandone la bellezza e l’importanza. Ultimissima, nel senso che non si può trovare, è la tomba di Henrietta Ricketts, morta a Firenze il 13 Novembre 1838, che fu sepolta qui il 24 Novembre e fu dissepolta il 7 Dicembre per essere spedita in Inghilterra. . .

  A noi, a furia di cercare, è accaduto di trovarne qualcuna che non è registrata e il cui nome appare su una colonna abbattuta, appartenente a un monumento che non si sa dove fosse e la cui storia è ignota.

                                          * * *

   La questione delle sepolture in un Paese straniero, di diversa confessione religiosa, specie in tempo di guerra fra la Patria dello straniero e lo Stato che lo ospita, non è problema da poco. Prima delle adeguate disposizioni, di accordi bilaterali, di leggi permissive, durante la Rivoluzione Francese, le occupazioni e gli scontri navali anglo-francesi ed eventi simili, con il carosello di Squadre Navali Britanniche che si incrociavano e si  scontravano con quelle francesi nella nostra rada, nell’Arcipelago Toscano, in Corsica, a Tolone e Marsiglia, agli  ordini degli Ammiragli Hood e Hethan, Goodall, Parker, Keith, Jarvis e più tardi di tutti dal capitano Nelson, poi ammiraglio a sua volta, creavano, a chi si interessava di visite, di culti e di funerali agli inglesi a Livorno, non poche difficoltà e di certo qualche rifiuto c’è stato da parte delle autorità francesi.

  Le tombe del ‘600 che ci sono – e c’erano fine ‘800, inizio ‘900 – risultano essere 30: sono quasi tutte dignitose, non molto alte, per lo più in pietra grigia, su cui le scritte sono leggibili, perché le due facce del monumento sono spioventi come i tetti di case nordiche.

  Le tombe che datano 1700 – 1737 sono un po’ più ambiziose, leggermente più alte, spesso di marmo. Sia le prime che le seconde sono raramente allineate, in numero mai superiore a tre o quattro, per cui non aiutano a capire se c’era un ordine da seguire in quanto venivano ad occupare un posto in un cimitero in tutto preesistente, e se invece erano allineate perché, arrivate insieme da un altro cimitero o dalle ville, non potevano che occupare un dato spazio libero.

 

  La cosa più certa di tutte, sia per i materiali, che per le dimensioni e la disposizione dovuta al dover riempire spazi vuoti, è che le tombe dopo il 1737 furono tutte erette esattamente dove si trovano, e cioè quelle fra il 1737 e il 1799, in numero di 130 e quelle fra il 1800 e il  1840, in numero di 293.

  Considerato che il primo ‘700 è sicuramente il periodo più florido della Comunità britannica a Livorno, e osservando che le tombe non sono numerose, viene da pensare che molti, dopo avere fatto fortuna o comunque la straordinaria esperienza livornese, continuassero l’avven= tura altrove.

                                                                                              

  Il Consolato sicuramente era giustamente stabile e fiorente, così come la British Factory, e l’uno e l’altra poterono garantire alla “Nazione” i servigi di un Pastore Anglicano, un luogo di culto presso il Consolato, appoggi finanziari, disbrigo di pratiche legali e bancarie, e quanto occorre per vivere decorosamente all’estero.                                                                                                   

  D’altra parte, i britannici morti nel primo ‘700 erano per lo più i “coloni” del ‘600, i cui figli vedranno nel Secolo dei Lumi i grandi rivolgimenti europei, la Rivoluzione Francese e l’arrivo delle sue avanguardie anche a Livorno. 

  La piccola Inghilterra liburnica non poteva prevedere che la Madre Patria sarebbe entrata in conflitto con la nuova potenza internazionale nata dalla Révolution, e che la tranquillità sino ad allora goduta fra noi sarebbe stata scossa dalle fondamenta, le ricchezze messe in pericolo, sequestrate, trafugate, portate via nottetempo, abbandonate. E tutto questo proprio quando i coloni diventano residenti, gli avventurieri mettono la testa a partito, e molti richiamano la famiglia.                                                                    

  Basta un minimo di attenzione alle date ed ai sessi per scoprire che il numero delle donne – mogli, madri, sorelle, figlie – aumenta progressivamente e i bambini hanno uno spazio sempre maggiore in una comunità che diventa sempre più simile a quella del paese d’origine, cioè completa di tutti i suoi componenti.

  La crescita quasi esagerata del numero dei sepolti nella prima metà dell’800 non dimostra di per sé che la Colonia era cresciuta di numero, se non per il fatto fisiologico puro della solida presenza nel ‘700. E’ aumentato invece il numero degli anglosassoni provenienti da altre città della Toscana – Pisa, Lucca, Bagni di Lucca, Firenze, Siena – da Sarzana, La Spezia, e perfino da Roma.

                                                                                                

  In effetti, come si può immaginare, fin dai primi conflitti anglo-francesi, all’estero prima e qui subito dopo, la colonia tendeva a restringere le fila e non invitava nessuno a stabilirsi in un luogo ormai pericoloso…cioè fra il 1793, anno della Dichiarazione di Guerra Francese all’Inghilterra e ad altri “nemici della rivoluzione”, fino alla caduta di Napoleone e dell’Impe= ro, 1815.

                                                                                

  Il tutto, cioè i timori, l’emigrazione, gli scontri, i processi, le carcerazioni erano più sconfortanti, a motivo dello scioglimento forzato e alterno della British Factory, antico ombrello protettivo di britannici e di filo-britannici durante tutto il periodo francese.

  Console e Pastore Anglicano dovettero fare miracoli di diplomazia per servire i loro connazionali in un periodo di confusione, di violenza e di rivalse pubbliche e private.

 

                                          * * *

 

  La tardiva riorganizzazione qui della British Factory nel 1815, insieme alla caduta di Napoleone, concorse al rientro di molti mercanti, naviganti e residenti, ma la trasformazione degli assetti politici ed economici in Italia e in Europa, e la chiusura definitiva della British Factory nel 1825 – a favore del nuovo assetto mondiale del sistema Consolare britannico – risalente proprio al 1825 – ruppero qualcosa nella magia della presenza inglese a Livorno.

Ciò non impedì a quella comunità, avamposto di una cultura diversa, di continuare a crescere sulla spinta di un dinamico passato, e su basi meno romantiche e avventurose, durante tutto l’800 e il primo ‘900, salvo a lentamente, fatalmente decrescere fra gli Anni ’20 e la Seconda Guerra Mondiale.

  Il Vecchio, glorioso Cimitero Inglese venne chiuso nel 1839 in concordanza con disposizioni che già dal ‘700 intimavano che nessuna inumazione avesse luogo entro le mura di una città – ma al suo posto ne sorgeva un altro che ancora oggi è in funzione sulla vecchia Via Erbosa (ora via M. Mastacchi).

  Pochi anni dopo gli anglosassoni protestanti si dividevano in due comunità: quella Anglicana e quella Presbiteriana Scozzese (v. il Fattore Religioso), ciascuna con il suo tempio ed il suo pastore di anime. A tutto questo si aggiunse un organismo per l’assistenza ai marinai ed una scuola evangelica italiana, sostenuta in parte da contributi presbiteriani.                                                                                                   

  Italiani e stranieri cominciarono a visitare il Vecchio C.I.LI  come monumento storico e luogo di meditazione, venendo talvolta di proposito, ed altre volte scoprendolo quasi per caso in una città sorprendentemente cosmopolita, democratica ed accogliente : Livorno.                                     

  Ma il Cimitero, fuori delle Mura Medicee prima, all’interno delle Mura Lorenesi poi, era di fatto vicino al centro di una città. Senza una protezione minima non poteva restare, anche se di norma lo si visitava con estremo rispetto. E la città aveva tutto il diritto di espandersi a  sud e di erigere case tutto intorno a quel fazzoletto di terra. E così fece.

  Saggio fu colui che prima di morire, nel 1743, dispose, come risulta dalla lapide che rende pubblica la sua volontà nel 1746, di circondare il cimitero con basse mura sormontate da cancellata di ferro. Era Robert Bateman, le cui volontà furono ottemperate da un Comitato composto da personaggi importanti e responsabili quali furono il Goldsworthy, Aikman, Harri= man e Ragueneau.

  Il recinto non sorse immediatamente, e pochi anni dopo, nel 1769, era già arrugginito nella parte metallica. La Comunità chiese di poter erigere un muro in sua vece, ma inutilmente, se è vero, come risulta in descrizioni, disegni e documenti che, alla chiusura del 1839 e nel 1859, nel 1883, ed ai tempi del Carmichael, a cavallo fra l’800 e il ‘900, la cancellata era ancora lì.

                                                                                                

  Accadeva così che il Cimitero rischiava di più, ma anche che la città lo godeva di più.

Eppoi, non sappiamo esattamente quando, il muro fu innalzato e il Vecchio C.I.LI fu un po’ dimenticato.              

                                           * * *                                                                     Ancora sulla proprietà  

  Come il terreno del Cimitero risulta essere effettivamente appartenuto alla Comunità  Anglicana fin dal 1737, confermato da documenti successivi del 1776 relativi al Fondo Magno ed altri del 1869, così quello che tra il 1840 e il 1844 fu usato per costruirvi la Chiesa Anglicana, della “Chiesa Anglicana della Nazione Inglese” passerà a questa con Atto Pubblico del 14 Maggio 1900, quale donazione di Thomas LLoyd di  Manchester.

 Altre parti necessarie alla Comunità allo stesso fine furono cedute contemporaneamente da Alice Hall e dai figli di Alessandro Macbean.

 Tali proprietari avevano avuto cura a suo tempo di acquistare i terreni vicini al Cimitero, perché nel ‘700 erano di proprietà di signori italiani (oltre all’Adami, appaiono i nomi di Ferdinando Sproni, Cosimo Mari, Levi Sonsino, Clemente Capponi, Gori, Lami e perfino della Propositura !

  Ma il Fascismo e la Guerra complottarono contro la Comunità e venne un giorno in cui questa, non essendo in grado di riordinare Chiesa e Cimitero, di tenere culti anglicani e di svolgere organicamente alcun servizio comunitario, decise di fare una “donazione a vendita” vuoi della Chiesa che dei Cimiteri Vecchio e Nuovo, con tutti gli annessi, alla Venerabile Arciconfraternita della Misericordia, con Atto notarile redatto in Firenze davanti al Console Britannico Greenleaves Herbert Leslie e il legale rappresentante della Misericordia di Livorno (4 Luglio, 1949).

                                                                                               

  Nella Conservatoria di Livorno c’è un secondo documento equivalente in data 20 Luglio 1949.

  La Misericordia si impegnava con lo stesso a restaurare, ricostruire e curare tutti i beni che acquisiva, di rimettere in ordine le tombe “che sia possibile identificare, in particolar modo la tomba e il monumento dello scrittore Smollett”, di garantire seppellimento gratuito ai sudditi britannici (nel Nuovo s’intende), di non vendere alcunché, di effettuare “rimozione dei resti umani dalle tombe che non sia più possibile identificare. Tali resti dovranno essere collocati in un ossario..” di quella serie di nominativi che oggi non riusciamo a ritrovare.

  L’impegno della Misericordia ad onorare l’atto del 1949 ci sembra cresca col tempo.

 

3 – Forme, stili e periodi delle tombe    

 

  Troppe, e purtroppo perdute alla individuazione ed alla conseguente riflessione sui casi del relativo defunto ivi interrato, sono le tombe orizzontali, generalmente coperte da lastra di pietra o di marmo, le quali, proprio per avere offerto al tempo e alla vegetazione tutta la loro superficie, risultano illeggibili, specie se sono raso terra.

  Salvo rare eccezioni, sono decifrabili solo quelle più elevate, pur se orizzontali, in quanto protette da un elemento decorativo, da un minimo di inclinazione, e da tomba monumentale vicina.

  Tale è il caso delle tombe di James Howe, di George Guebhard, di John Frederick Davies, di James Ayton, che sfoggiano ancora qualche ornamento particolare, mentre si salvano ancora per poco quelle di Margaret Sainthill, di Thomas Pollock, di Anne Smollett e di Anne Renner, nonché quella spezzata di Thomas Oddy e di Charles Stewart.

                                                                                                

  Per una precauzione speciale, la tomba di William Magee Seton si salva dall’usura del tempo perché è stata coperta precauzionalmente da una lastra di vetro. Non sono, queste tombe piane tutte necessariamente povere e disadorne, ma tali appaiono per non avere, la forma scelta, il dono di proteggerle automaticamente. Appartengono praticamente ad ogni periodo del Cimitero Inglese, e non danno alcuna indicazione sui concetti che stanno dietro a scelte di stile.

 

  Diverso è il discorso per le tombe simili a sarcofagi merovingi, con due lati spioventi quali quelli di un tetto nordico, e con due lati minori a forma di trapezio, i cui primi esemplari risalgono almeno al 1652, per cui, pur essendo decorati con gusto barocco, non possono risalire alla influenza del Giovan Battista Faggini, come altri sostiene, perché tale artista operò a Livorno ai primi del ‘700.

 

   Tali tombe, non alte, ma solide e solenni, in pietra dura, quasi tutte ben leggibili, anche se fra le più antiche, coprono un arco di tempo che va dalla metà del ‘600 alla metà del ‘700, per essere abbandonate e poi riprese senza barocchismi perfino nell’800 (Martha Morison, Wentword Haden, James Digges Chambers).

 

  Quelle del ‘600 appartengono a mercanti e militari che avevano il diritto di fregiarsi di uno stemma -vuoi da cavaliere, vuoi da baronetto o altro grado di nobiltà: fra queste la tomba istoriata di Humphrey Sydney, 1676, di Claude Lafonte, 1691, di John Wood, 1652, di John Arther, 1684.

  Fra quelle del ‘700, le tombe di John Corne, 1718, di Christopher Hambury, 1716, del Cap.Thomas Pooke, e di circa altri quindici nobili mercanti e viaggiatori.

                                                                                                        

  Ricordiamo che la scelta di tale stile, oltre a corrispondere a un gusto europeo del tempo, serviva a non disturbare la visuale delle Spianate.

  Le tombe sormontate da obelisco non sono molto numerose e perciò sono facilmente indi= viduabili. Nel vederli ci si chiede il motivo della scelta, e, per cercare di rispondere si guarda la data delle tombe che ne sono ornate. 

  Già nel ‘500 Francia e Inghilterra si andavano fregiando di questo elemento architettonico elegante che, nato in Egitto con funzioni commemorative di Faraoni estinti, di eventi sacri, di divinità venerate, si era diffuso in Asia Minore, in Assiria, in Grecia e infine a Roma.

  Gli Inglesi colti, specie se formati nel Grand Tour e residenti in Italia, conoscevano bene il significato dell’obelisco, che era perfettamente adeguato a ornare tombe di personaggi illustri.

  Così, anche nel vecchio C.I.LI cominciarono a sorgere questi piccoli “raggi di sole” (dall’egizio “tehen”) o, come li battezzarono i greci, “piccoli spiedi” in forma di piramidi stilizzate e prolungate.  Il più vecchio, veramente piccolo, puramente ornamentale e secondario elemento della grande tomba di John Micklethwait, risale al 1753.

  Altri obelischi di scarso interesse perché di formato ridotto, e tozzi o più vicini al concetto di Piramide, sono quelli dedicati a John Daer, 1797, a James Stepford, 1823, a James Clegg, 1784, a Francis Jermy, 1781.

  I più vicini all’immagine classica di obelisco, anche se non più alti di 2 o 3 metri, con base quadra, posti su un pilastro di circa un metro sono quelli di Leicester, 1796, di Alcock, 1795, di William Orr, 1786, della Baronessa Klinkowstrom, 1792, e di Tobias Smollett, 1773, (data della lapide), il quale ultimo, da questo punto di vista, è il più vecchio.

                                                                                                   

  Tutti o quasi, per concedere qualcosa al sentimento della perdita umana, sono spezzati.

Non lo era quello di Smollett che invece era sormontato da una palla di marmo (non di oro, come dovevano essere alcuni obelischi sacri egiziani). Ma una volta tolto il cancelletto  protettivo, i vandali e il tempo hanno avuto la meglio sulla vetta di questo memoriale.

  Le date mancanti nel Cimitero alle tombe di Clegg e Leicester sono quelle indicate qui sopra, che abbiamo cercato e trovato nel Chapel Register.

 

  Poiché il Granduca Pietro Leopoldo tolse il divieto di costruire nell’ambito delle Spianate, solo nel 1776, sia la tomba del Micklethwait che quella dello Smollett erano, l’una per le dimensioni generali, l’altra per l’altezza dell’obelisco, assolutamente fuori legge … ma c’è da pensare che molto può, anche senza interventi ufficiali, la forza di una potenza straniera come l’Inghilterra.

 

  Una nota curiosa: sebbene molto esposte, le tombe con obelisco sono tra le più integre. Solo un piccolo obelisco è rotto, uno spezzato …

 Come si è visto, su 9 tombe quelle con obelisco quale elemento fondamentale e quindi portatore di un certo messaggio, sono quasi la metà.

  Le tombe con colonna, in numero di 25 circa ancora erette e di altre 7 cadute e quasi tutte rotte, non hanno tale elemento architettonico quale momento centrale, salvo una minima percentuale.

                                                                                                                 

  Per qualche strano capriccio del destino sono quasi tutte in cattive condizioni, salvo quelle molto corte, larghe e protette da altre strutture, pur se risalgono solo in 4 alla fine del ‘700 (Antony Lefroy, Luisa Beckford, Penelope Rivers e Lester Garland) – fra quelle da noi reperite – e le altre 21 sono tutte dell’800 (Lowe, Mylrea, Stub, Forbes, Cullen, De Lacy, Jago, Heyer, Brooks, Alves, Guilford, Gamble, Forrest, Maquay, Blade, Monckton – la sua colonna è caduta -Jennings, Holmes ed altre due a terra con iscrizione illeggibile.)

  Una serie di parti di colonna senza incisioni è sparsa nel parco.

  Le tombe composite cui di solito appartengono sono quasi sempre un misto di stili, anche se di buon gusto. Ve ne sono al vertice di un piccolo complesso monumentale che parte da uno o due gradini, passa per un grande parallelepipedo tombale e un pilastro, e un modesto plinto, si arrampica su zampe stilizzate che sorreggono o non un sarcofago o un’urna e infine spunta una colonna ridotta ai minimi termini.

  O la colonna è un elemento ornamentale esterno, una parte del décor, o fa da pietra tombale direttamente. 

 

  E’ evidente che, dopo la liberazione dalle servitù militari, non c’erano più problemi di altezza, ma bisogna riconoscere che gli anglosassoni non sono mai scaduti nell’abuso di spazi per esprimere nel Cimitero forme di vanità architettonica.

  Alla tentazione della grandezza e dello sfoggio come affermazione di classe e di stato sociale fuorché nel caso di Claude de Neville Clifton, 1834, il cui monumento partecipa di tutti gli stili, e di nessuno, e non trasmette alcuna emozione – i mausolei resistono rispet= tando una regola non scritta, tutta anglosassone, di discrezione, specie in un luogo di rac= coglimento qual’è necessariamente un camposanto.

                                                                                                

  Anche i mausolei risentono di questa tendenza al composito, in cui accostamenti intelligenti e talvolta audaci fondono l’egizio con l’etrusco, il romano con il rinascimentale, con un pizzico di barocco per gradire.

  Naturalmente si tratta di mausolei di piccole dimensioni, spesso minime o appena simbolicamente tali.

 

  C’è la tomba a edicola, con tetto ornato, c’è un grande piedistallo su  gradini, sormontato da sarcofago, a sua volta sorreggente una svelta  piramide (Jermy), c’è un solenne basa= mento più sarcofago con medaglione più urna (R. Bateman), c’è un largo pilastro tombale coperto da frontone di tempio e altorilievo di marmo (J.Webb).

  Anche questa serie di monumenti, iniziando all’epoca della autorizzazione ma in servitù militare, pone dei problemi di liceità.

   Sono da considerare mausolei, in senso lato, anche le belle tombe di F. Horner, di T. Hall, di H.T. Retberg,  di W. Macbean, di Hvilar, di J.W. James, di R. Starke, di T. Harriman, di J. Wilson, di Stepford (già visto fra le tombe a obelisco), di E. Ross, di J. Aikman, di G. Florence, di L. Harrison, di J. Partridge, di T. Chad ed altri, tutti con qualche particolare proprio, al punto che si può dire che in questo Cimitero sono pochi i doppioni in quanto a stile.

  Alcuni dei personaggi su accennati riappariranno in questo saggio sotto altra . . . veste. 

  Veri e propri sarcofagi si possono considerare, anche se non sono mai totalmente classici in senso egizio, medio-orientale, greco, etrusco o romano, i monumenti dedicati a Mathilda Lockhart, col suo basamento e gli artistici piedi che sorreggono la tomba; quello dedicato a Catherine Murray, con elementi simili ma putti ai lati;

il monumento a George Jackson, con la forte base, il grande sarcofago e il medaglione; e quelli a Carney, a J. Aikman con basamento, più sarcofago e stemma (v. Mausolei); a Thomas Wilson, e quello splendido ma deteriorato del Barone De Stosch.

                                                                                                

  Le piramidi che non si possono assimilare agli obelischi, perché troppo  basse e non stilizzate, non sono molte e fanno generalmente la parte di  complemento in monumenti con altre caratteristiche.

  Tali sono le tombe di William Owen Wheatley, di William Gott, di De Butts.

  Piramide e nient’altro è quella di Hugh Falconar, ma è una tomba grande, tozza e mal riuscita, di un grigio sporco che non si addice allo spirito del Giardino inglese. 

  I pilastri quale elemento centrale del monumento tombale e tomba essi stessi, sono forse la maggioranza, e variano in forma, in stile, in ornamenti, e sono del tutto privi di ogni guizzo di fantasia. Molto offrono ad una tomba di questo tipo la base su cui si erge, il numero di gra= dini, i vasi, le corone, i simboli che l’abbracciano.

  Tombe pilastro di un certo stile sono secondo noi quelle dedicate a: Anna Countess Cowper, John Robinson, Christopher Tuthill, Alexander Ramsay, Edward Langmore, Henrietta Kenne= dy, G.H. Guebhard, F.L. Senn, P.F. Senn, P. Senn, T. Gudgeon, M. Crump, T. Rae, ed alcune altre che si scoprono quasi per caso, perché non vistose.

  Tombe che invece hanno qualche ambizione e segni di manifesto dolore, sono quelle con piccole statue oranti o piangenti sopra – poche in verità – e sono quelle dedicate a Maria di T.Michel, di Christopher Scott, di J.Wentworth Murray. Ne fa parte ovviamente anche quel Claude Clifton dal mausoleo con troppi ricami. 

 

  Ci stiamo avvicinando al termine di questa indagine estetica svolta direttamente fra le tombe, quasi a tu per tu con questi defunti che, fra le migliaia di britannici e di americani passati da, o operanti in, Livorno, Toscana, Liguria, Lazio, hanno avuto in sorte di essere sepolti nel Nostro C.I.LI.

 

                                                                                                

  Una parte forse preminente e meno visibile dei monumenti funerari è qui costituita dai pilastri, dai plinti solitari, dalle colonnine, dalle urne abbellite in qualche modo da vasi, arpe, fiamme stilizzate, mantelli e piccole urne cinerarie simboliche postevi sopra, che oggi giacciono non lontano, in terra per la maggior parte, quando non sono state distrutte o asportate da vandali  e ladri. Saranno un centinaio, e di tali ornamenti caduti, o decaduti a livello di “oggetto rotto e inutile” se ne trovano a decine fra l’erba, e si rischia di farsi male. Urne, quindi, o con urna  sopra, o con vaso cinerario, o fiamma o altre del genere sono le tombe dedicate a: William Dean Poyntz, a William John Crosbie, a Philip MacGovern, a James Watt, a Richard Gwillym, a Gertrude Florence, a Ann Bloom, a Eleanor Cross, a John Robinson, all’Onorevole Stackpool, a Henry Hewett, alle figlie del Corgialegno, a Lord Howe, a Mary Ann Polhill, a Jacques Salvetti ed altri ancora, cui questa scelta modesta e poco dispendiosa ha concesso il dono di permettere la lettura della lapide in quanto, essendo verticale, è poco esposta alle intemperie.

  L’unico offerto alle tentazioni dei malintenzionati, è l’ornamento che sovrasta la base.

Ma a questo non c’è rimedio. 

  L’indagine precedente non sarebbe né completa né corretta se non citassimo anche i sepolti rammentati da una semplice stele, dalla più umile, che toccò in sorte a un certo James Yong – senza data – piccola, di pietra, senza l’ombra di un ornamento, a quelle con un tetto a frontone e simboli sulle parti laterali – come quelle di Louis Dubois, Wm. Marwood Elton, di Joseph von Weissenhof, di Jane Powlett, di George Oswald Sym, del Capitano Roger Whid= bey, di John Clifford, di Samuel Chappel e di Mathilda Morgan, di un certo Alexander (caduta), di James Broughton, che insieme ad altre decine affollano parti meno ambite del Cimitero.

                                                                                                

4 – Lingue e nazionalità            

 

  Relativamente al problema delle lingue, che si trovano usate negli epitaffi delle tombe, presenti nel Vecchio C.I.LI a fine ‘800 e primo ‘900, dobbiamo necessariamente affidarci

ai rilevamenti effettuati dalla commissione Milner-Gibson-Cullum-Macauley ed alle osser= vazioni del Carmichael, perché, dopo quasi un secolo (siamo nel 1990), gli effetti del bombardamento, del conseguente abbandono temporaneo, il disfacimento delle foglie che cadono sulle lapidi, il  dilavamento della pioggia e così via; l’asportazione di lapidi rotte, l’eliminazione di tombe nei punti già indicati, un calcolo esatto è ora assolutamente impos= sibile.

  Ma anche da un nostro parziale tentativo, l’impressione è che i dati indicati nella in= troduzione dal Carmichael siano corretti, salvo aumentare di due gli epitaffi inglesi che riguardano John Holmes e Thomas Chad, che non si trovano fra le Inscriptions.

 

  Dunque c’erano, sulle 486 tombe esistenti nel 1900, 152 epitaffi in lingue straniere, di

cui 97 in latino, 26 in francese, 22 in italiano, 4 in svedese, due in greco e una in tedesco.

  I rimanenti epitaffi erano in inglese.

  In effetti i conti non tornano perché alcune tombe erano (e sono) in due lingue, per cui

dire che le restanti erano esattamente 334 (in inglese) è in parte fuorviante.

  Ma non è importante, ci pare.

 

  Ne risulta, e risalta, un quadro di grande internazionalità, anche se non ad ogni lingua corrispondeva una Nazione diversa: basti pensare all’inglese, parlato da inglesi, scozzesi, irlandesi, gallesi (i quali per buona sorte non hanno usato il gaelico), e americani; il francese, usato da svizzeri e francesi; il latino usato soprattutto da inglesi; il greco usato per un inglese (James Partridge); l’italiano, usato anche per uno svedese, e il tedesco usato per almeno un tedesco. . . insomma lingua e nazionalità sovente non corrispondono, anche per scelte basate sul rispetto della Comunità ospitante, e del Paese in cui vivevano, o per la cultura che avevano assorbito.

  Era, ad ogni modo, questo Cimitero, il più antico di totale proprietà  britannica, e l’essere gli anglosassoni in numero superiore non rappresenta, come a Firenze, un fenomeno improprio rispetto alla proprietà iniziale, né un elemento fra tanti, come a Roma.

  Certo altrove non c’era una British Factory, né da subito un Consolato e, dal ‘700, un Pastore autorizzato.

  E’ bello pensare che molti, almeno da morti, e molti altri sicuramente da vivi, erano por= tatori di un senso cosmopolita di grande respiro, in una città che questo elemento lo aveva alla base del suo stesso essere.

                                            * * *

5 – I consoli,  Britannici e di altre Nazioni   

 

  A mano a mano, la struttura e le funzioni della attività consolare, specie in Europa, si

sono andate perfezionando, fino a raggiungere agli inizi dell’800 la configurazione attuale

di rappresentanza di uno Stato all’estero in regime di reciprocità.

 

  Tali passaggi, dalla fine del ‘500 sono stati vissuti in prima persona dai Consoli Inglesi a Livorno e in Toscana, prima e dopo la disposizione definitiva del 1825 che pone il consular service alla dipendenza diretta del Governo britannico.

                                                                                                

  In questa sede però dobbiamo occuparci dei Consoli, inglesi e non, che si trovano ospitati nei sacelli del Vecchio Cimitero, lasciando da parte i problemi diplomatici, politici, bellici e  personali di alcuni dei più famosi, che non sono deceduti e sepolti qui.

  E dobbiamo dire, dopo aver cercato a lungo, che una serie di casi personali non hanno dato in sorte ad alcun Console inglese di Livorno di trovare nel Vecchio C.I.LI  la sua ultima dimora. Troviamo invece, ma solo tra le Inscriptions e nel cimitero, il nome e l’epitaffio del Baronetto, Sir George Davis, Console Inglese di Napoli (m. 1705); l’epitaffio di Charles Smith Esq., ex console Britannico ad Aleppo (Siria, m. 1791); il mausoleo di Peter Wilhelm Torngren, Console Generale di Svezia in Toscana (morto a Livorno nel 1800); la tomba e l’epitaffio di Georges Guebhard, negoziante svizzero, Consigliere del Re di Prussia e Console della Confederazione Elvetica (m. a Livorno nel 1828).

  George Jackson, ex Console inglese a Genova, che ha la sua tomba qui (m. ad Ancona nel 1763) e di cui riparleremo.

  Lo stesso Montgomery Carmichael, vice console a Livorno, deceduto a Montecatini nel 1936, è sepolto nel Cimitero della Misericordia, e non nel Nuovo Cimitero Inglese dove era lecito ipotizzarne la sepoltura.

 

                                           * * *

 

6 – La British Factory

 

  Non è, questa, la ragione sociale di un’industria, ma il nome assunto sin dal XVI secolo

da gruppi di britannici residenti all’estero, che operavano nel settore del commercio, della finanza e attività collegate, specie nei Porti franchi, e si costituivano in Associazione di Agenti (Factors).

                                                                                                

   La “Factory“, con o senza una sede sociale, ma usufruendo dei mezzi e dei locali dei membri più facoltosi, con la collaborazione del Console e con strumenti di tipo bancario, proteggeva gli interessi dei singoli membri, e curava per la sua parte aspetti legali e finanziari.

  Non molto dopo aver raggiunto un livello organizzativo sicuro, due anni dopo il primo documento disponibile sulla sua esistenza ufficiale in Toscana (1704), e cioè nel 1706, provvide ad assicurare un Pastore Anglicano a tutta la Comunità  (v. Fattore Religioso).

  E già nel 1735 e 1737 si preoccupò del Cimitero, ne garantì la cura e la sicurezza, ma dopo la chiusura del 1825 nulla più poté direttamente. 

  Prima della B.F., la “Nazione Inglese” era già riconosciuta, secondo alcuni documenti, come British Community, e nel 1625 sono i British Funds di Livorno che risarciscono Robert Dudley per la perdita della sua fortuna in Inghilterra.

  Questi British Funds erano ancora in piedi, di conserva con la B.F., quando la vedova di Tobias Smollett lasciava una piccola rendita, per loro tramite, a Anne Renner.

  Nel 1657 un certo John Perrott, Quacchero, in una lettera ai Friends, dice di aver tenuto dei culti con gli English Merchant Factors (v. Carroll).

  Furono membri onorati e colonne portanti della B.F. di Livorno personaggi come: John Webb, morto a Livorno nel 1829, quattro anni dopo la chiusura della Factory, sepolto nel Vecchio Cimitero. La sua tomba è ornata dallo stemma di famiglia.

  James Harriman, deceduto nel 1738, qui sepolto, membro fondatore della B.F.

  Thomas Pollock, morto nel 1803 a Lucca, americano.

  Thomas Panton, morto a Livorno nel 1796, fra i più antichi membri della B.F., di cui riparleremo.

                                                                                                  

  Lo furono, come afferma H.A. Hayward, i Watson, i Darby, i Moores, i Partridge, i Littledale, i Grant, gli Holmes ed altri, tutti sepolti nel Vecchio C.I.LI, eccetto i Littledale

e i Watson.

  Altri personaggi sepolti nel Vecchio C.I.LI risultano dall’epitaffio essere appartenuti alla British Factory e sono: George Renner, Thomas Pollard, Simon Fraser, William Orr, Daniel Ragueneau e i due Pastori Anglicani Thomas Hall e Everhard Hutcheson.

 

                                            * * *

 

7 – Il Fattore Religioso

  Fra tutte le confessioni cristiane professate dagli anglosassoni che formarono la Colonia a Livorno, quella che dopo varie difficoltà si consolidò fu la Chiesa d’Inghilterra (Church of  England), a partire dal Pastore anglicano Basil Kenneth cui le autorità granducali concessero di svolgere il suo lavoro di cura d’anime fra i compatrioti perché munito di “Lettera Patente” della Regina Anna d’Inghilterra (1706).

  Si è già detto che i Consoli mettevano a disposizione una Sala per il Culto la domenica e la British Factory  provvedeva al mantenimento dei Pastori a mano a mano che si alternavano con la qualifica di Cappellano della B.F. 

  Il Registro della Comunità, per iscrivervi e descrivervi le cerimonie di nascita, matrimoni e funerali, fu dai cappellani tenuto in ordine dal 1707 al 1824 ed è una fonte inesauribile di informazioni.

  I cattolici britannici, dal punto di vista religioso, risolsero il problema frequentando parrocchie della Chiesa Romana, mentre per gli affari pubblici ebbero qualche contrasto all’interno della British Factory.

                                                                                                                   

  Nei primi tempi vi furono contrasti anche per la carica di Console, perché non vi era

ancora una solida maggioranza protestante, poi, ovviamente, è da questa maggioranza che fu espresso il Console.

  Le altre denominazioni protestanti, costituite da presbiteriani della Church of Scotland, da Riformati Calvinisti di origine francese e svizzera, da congregazionalisti eventuali e da frequentatori nord-europei luterani, non risulta avessero problemi a Livorno, dove una legislazione ed una tradizione di antica tolleranza sicuramente influenzò una convivenza pacifica inter-protestante, precedente a quella internazionale della Broad Church  (filone anglicano di grande apertura) e della Anglican Communion  (che dall’800 abbraccia tutte le forme di anglicanesimo, fra cui la Protestant Episcopal Church di Stati Uniti, Canada e così via).

 

  Non percorreremo in questo saggio la fortuna della Comunità protestante britannica che nel 1816 fu autorizzata a tenere i culti in un locale apposito, e dal 1819 al 1836 poté usufruire di una cappella nell’ex Collegio dei Gesuiti (v.Vigo, Guida), cosa che le permise di rendere più solide le sue basi.

 

  Fu per questo che la Comunità cercò e trovò il terreno su cui edificare il tempio, dopo averne ottenuta l’autorizzazione, di fronte all’ormai chiuso Cimitero Inglese, quasi una continuazione ideale.

  La Chiesa Anglicana quindi sorse fra il 1840 e il 1844 in via degli Elisi, opera neoclassica dell’Arch. Angiolo Della Valle, e fu inaugurata dal Vescovo Anglicano Tomlison di Gibilterra!

 

  Non ci dilungheremo minimamente sul distacco dell’ormai vasto ramo della Comunità costi= tuita dai Presbiteriani Scozzesi della Chiesa Libera di Scozia, che nel 1844 tenevano il culto in altri locali, sotto la guida del pastore, Dott. Robert Walter Stewart, inviato appositamen= te dalla Free Church of Scotland.

  Il loro tempio, sempre in via degli Elisi, fu inaugurato nel 1849, ed oltre al culto, i presbi= teriani si occuparono della assistenza ai marinai di lingua inglese con la Harbour Mission, poi Seamen’s Institute, e della istruzione di bambini poveri italiani, protestanti e cattolici, con le Evangelical Schools, affidate alla Signora Stewart, al Pastore Valdese ed a insegnanti italiani.

 

  Anglicani e presbiteriani, ed altri di diverse confessioni e nazionalità dopo il 1840 e fino ai giorni nostri, sono sepolti nel Nuovo C.I.LI. di via Erbosa (v. M. Mastacchi).

  Fra i pastori sepolti nel Vecchio Cimitero Inglese, anche se non furono tutti Cappellani anglicani a Livorno, figurano: James Haygarth, Thomas Hall, John Rowe, Edward Hutcheson,

John Biron, Edward May, Wm.Bordmore, Lagden, James Martin, presbiteriano, e lo svizzero Simone Sismondi, riformato.

 

                                              * * *

8 – Gruppi e Categorie particolari

 

Gli Ugonotti

  In senso stretto, nessun protestante francese, giunto a Livorno attraverso l’Inghilterra fra i primi del ‘700 e dell’800, era un “ugonotto” in quanto era di solito figlio o nipote di riformato, esule per motivi religiosi. In senso lato lo era, o comunque ci teneva, e la sua scelta di vivere con una Comunità episcopale anglicana lo conermava, anche se la sua origine presbiteriana calvinista comportava certamente qualche problema.

  Le ondate di emigrazione ugonotta verso Paesi a maggioranza protestante, ospitali per solidarietà ed anche per interesse – in quanto molti ugonotti erano altamente qualificati in varie attività artigianali, artistiche, culturali – avevano avuto luogo fra l’inizio della Controriforma e l’Editto di Nantes (1598), e soprattutto fra la Revoca dell’Editto (1685) e la Rivoluzione Francese.  E infine, fra l’inizio  della Restaurazione e il 1830 circa.

  Gli arrivi di ugonotti in Inghilterra, Svizzera, Germania e Olanda, corrispondono a tali periodi, e quelli degli ugonotti a Livorno sono sempre di poco successivi.

  Ma mentre in Francia la Révolution e l’Empire potevano vantare leggi e comportamenti di tolleranza religiosa, all’estero – come a Livorno – le cose nel periodo Napoleonico non stavano così. E’ per questo che gli Anglo-Francesi, per problemi e antiche paure lasciarono in molti la città e chiusero le loro attività, salvo tornare alla caduta dell’Impero.

  Agli ugonotti anglo-francesi andrebbero aggiunti quelli che provenivano dalla Svizzera, e, ovviamente, quelli che venivano direttamente dalla Francia, specie se dal Delfinato, dal Languedoc e dalla Provence.

  Diamo qui di seguito solo alcuni nominativi di “Ugonotti”, di cui vale la pena parlare in modo specifico.

 

  Fra i nomi che vanno ricordati primeggiano: i Senn, i Langlois, i Lefroy, i Lamellières, i Sapte, gli Charron, i Causse, i Desmaretz, i Ragueneau, i Jermy, i Renner, i Gravier, i Marcha, i Guebhard.

  Alcuni di questi furono membri della British Factory, tutti o quasi erano in ottimi rapporti con la Comunità inglese, quasi tutti sono sepolti nel Cimitero Inglese, anche quelli svizzeri che avrebbero potuto essere inumati altrove.

 

I Massoni

  La Massoneria, specie in passato, quando non si riscontravano gravi e vistose degenerazioni, aveva i suoi valori.                                                                                                  

  Quella inglese pare che praticasse seriamente i principi della solidarietà tra i “fratelli” nel bisogno, e appartenervi non appariva disdicevole ad alcuni forti personaggi della Comunità Britannica e dintorni nel ‘700 e nell ‘800 a Livorno.

 

  Nella nostra Piccola Galleria di Personaggi, alcuni verranno menzionati anche se fra loro qualcuno non è sepolto nel Vecchio C.I.LI. o non si riesce più ad identificarne la tomba.

  Chi ha pazienza a cercarle ad una ad una vedrà che su qualche monumento, oltre ad altri simboli e insegne di nobiltà, vedrà incisi i moduli caratteristici dell’ordine e della fratellanza  universale, sottolineati dagli strumenti fondamentali del muratore – squadra, compasso, cazzuola e livello – atti a ricostruire “il tempio del vero ordine”.

  Per risparmiare tempo sarà utile cercare fra i Grant, i Pollard, i Watson, i Moors, i Panten, i Darby, i Webb. . . a partire dal 1750.

 

Nobili, gentiluomini, commendatori, onorevoli

  Col passar del tempo, gli anglosassoni che venivano ad eleggere dimora – o cui veniva destinata l’ultima dimora – a Livorno, erano sempre meno titolati.

  Gli “armigers” – i personaggi che avevano diritto di fregiarsi di uno stemma (coat of arms), si ritrovano infatti soprattutto fra quelli sepolti qui nel ‘600 e nel primo ‘700, salvo ecce= zioni, naturalmente. 

  Faremo anche ora un breve, utile elenco per semplificare il compito della ricerca ai visitatori interessati agli aspetti molteplici ed alla singolare composizione della comunità internazionale di cui parla a suo modo il Vecchio Cimitero Inglese di Livorno.

  Per ciò ricordiamo le epigrafi – oggi non tutte leggibili e rintracciabili – che furono dedicate a:

Baronessa Hester Terryll, Barone Joseph Weissenhof, Baronetto George Davies, Contessa Margaret Orford, Bar. Humphrey Sydney, Onorevole Francis Horner, Esq., Richard Starke, Bar.tto Richard Mountney Jephson, On.John Pollexsen Bastard, Lady Catherine Newborough,  Senatore Johann Frisching, Nob. Karl Magnur, Bar.ssa Klinkowstrom, Bar. Philip De Stosch, ed alcuni altri.

 

  Come si vede, il livello e il rango di molti membri della Colonia Britannica e dei suoi contatti  era notevole, e di alcuni, specie dei meno noti e poco citati, diremo qualcosa fra i Personaggi.

 

Antiquari, collezionisti, bibliofili

  Forse la Comunità britannica di Livorno non ha prodotto direttamente alcuna opera artistica e letteraria di rilievo, a motivo della composizione prevalentemente marinara, mercantile, economica e militare dei suoi membri e ospiti. 

  E’ noto invece che attirò molti letterati e uomini di varia umanità per il peso e la fama che questa colonia aveva particolarmente all’estero.

  Va però sottolineato che fra i suoi membri, pur dediti ad attività pratiche, numerosi erano coloro che possedevano una profonda cultura, e molti erano dediti a raccogliere preziosi ci= meli, antichi e moderni, italiani e non, nei campi della letteratura, dell’arte, della numisma= tica, dell’antiquariato.   

  Tali erano, ad esempio, Anthony Lefroy, James Partridge e George Jackson, così come lo era il Pastore Benjamin Crowe (v. Personaggi).

 

 

 

 

Militari: ufficiali, soldati, marinai e Comandanti civili

  Livorno, per le sue strutture, la posizione e la vocazione, da refugium peccatorum e ultima  spiaggia di perseguitati politici, razziali e religiosi, diventò in poco tempo, dalla Livornina in poi, anche meta ambita di flotte mercantili, riparo e preda di importanti squadre navali di potenze internazionali.

 

  Non poteva perciò non avere una popolazione, in perenne transito magari, ma continuamente presente, di marinai, ufficiali di marina civile e militare, agenti commerciali specializzati in operazioni marittime, artigiani (carpentieri, calafati), pescatori e avventurieri assortiti, fra cui, fino alle soglie del ‘700, corsari. . .inglesi. 

 

  E per gradire, perfino medici di bordo e di stanza a Livorno, ma a disposizione della flotta di S. Maestà Britannica e della Compagnia delle Indie o del Naval Hospital.

  E’ per questo che vuoi nel Chapel Register che fra le Inscriptions si trovano diecine di nomi di ufficiali superiori e inferiori, e di bassa forza (in numero minore), ed avendone già analiz= zate le cause, si capirà perché i due elenchi, e gli epitaffi, non sono identici fra loro.

  Così abbiamo qui sepolti ufficiali come:

Ten. Col. Hon. James Forbes, Capt. Michael Burges, Cap. Samuel Randall, Cap. Wm. Rob. Broughton, Cap. John Bayley, Cap. J.Wood,  Com.te Morgan  Kempthorne, Cap. Th. Thompson, Cap. Wm. Norton, Cap. Arch. Buchanan, Cap. Jam. Melvill, Ten. Col. James Stepford, Cap. Theodore Luders, Cap. Th. Gamble, Cap. Jam. M. Knight, Uff. Th. Gugy, Uff. J.M. Cotter e Green Lynch, Ten. Wm. Owen Wheatley, Cap. Roger Whidbey, Ten. Wm. McIntyre, Cap. Harunder Hvilar, Uff. Sup. Otto Reinhold Moellersverd e qualche altro la cui qualifica ci sfugge.                                                                                                  

  Alla bassa forza appartenevano: James Moody, Alex. Mackey, J. Davies, Charles Stewart, Henry Hudson, L. Fred. Cottral Esq., Ch. Patrick Alcock, Wm. Serlie e il carpentiere Th.Hindham, quasi tutti caduti durante i conflitti anglo-francesi fra Tolone, Corsica, Isola d’Elba e rada di Livorno. Quelli deceduti dopo lo furono per altre cause.

 

Dottori             

  Di questo ramo dell’attività umana non si trova nella British Factory, e nel Cimitero Inglese, grande copia.

  Non ne conosciamo le ragioni e non ci permettiamo di trarre delle conclusioni.  Non vorremmo dimenticare, anche se solo in gioventù esercitò tale professione in Marina, il dottor Tobias George Smollett, che soprattutto a Livorno, era in altre faccende affaccendato, ed aveva lui un bisogno disperato di cure mediche. (v. Pers.).

  Esercitarono la professione medica, per la B.F. e per la Royal Navy, in parte e con visite sul Naval Hospital di S.M.B. – specie in periodo francese – Robert Polhill e Philip McGovern ed altri che non sono morti qui. 

  Aveva esercitato a Gibilterra, ma non è chiaro dove sia deceduto, il dottor Thomas Sewell.                                                     

                                           * * *

  Non dedichiamo una indagine specifica alla categoria dei Mercanti e alle loro famiglie, di cui vi è traccia consistente nelle cronache del tempo, nel Chapel Register, fra le Inscriptions e nel Cimitero, per= ché sono la grande maggioranza e perché, essendo molti di loro an= che personaggi interessanti, qualcuno lo si incontrerà nella nostra Piccola Galleria, qui di seguito. 

 

                                           * * *                                                            

 9 – Piccola Galleria di Personaggi

  Per rispettare l’impegno di questa operetta e il suo impianto essenziale, la nostra Galleria conterrà una selezione di Personaggi sepolti nel Vecchio Cimitero Inglese e di suoi illustri visitatori, lasciando da parte ulteriori note sulla Comunità britannica, la storia  del Tempio Anglicano, dei Presbiteriani Scozzesi e della loro Chiesa,  del Nuovo Cimitero, delle Evangelical Schools  e del Seamen’s Institute, che meriterebbero una trattazione a parte. 

 

Robert BATEMAN.

  E’ uno di quei nomi noti e già ottimamente trattati da altri, sia perché  per ben trenta anni svolse la sua “mercatura” a Livorno nei primi del ‘700, sia perché una splendida tomba lo ricorda, e soprattutto perché nel 1743, prima di morire, provvedeva a garantire al Cimitero una protezione adeguata, come si rileva dalla lapide in marmo vicino all’ingresso.

 

Tale lapide dice, in inglese :

“Questo luogo di sepoltura della Nazione Britannica che risiede a Livorno veniva circondato da un basso muro e da una cancellata di ferro nell’Anno del Nostro Signore 1746 e nel Sesto anno di Francesco Terzo,Granduca di Toscana e ora Imperatore di Germania,in conformità con le ultime volontà del fu sig. Robert Bateman che faceva un lascito di una somma adeguata a tal fine”.

Burrington Goldsworthy Esq.= Console

John Aikman                         ) Delegati

Francis Harriman                   ) della Nazione

Hon. Char. Ragueneau             ) a sovrintendere all’opera suddetta.

 

 

                                                                                                     

Era di fatto la Commissione responsabile al momento per la cura del Testamento, e le disposizioni furono rispettate accuratamente. 

 

                                            * * *

John BIRON

  Il cognome era forse Byron, come risulta a noi per averlo cercato nei registri di Westminster Abbey, Londra (Alumni Cantabrigienses). 

Sia sulla tomba che in quel registro risulta Cappellano anglicano della British Factory di Livorno nel 1770, quando aveva solo 25 anni. Qui si aggiunge che morì due mesi dopo l’incarico, che era forte in matematica ecc. Ma controllando sul Chapel Register abbiamo trovato la sua firma apposta a certificati di battesimo nel 1768, 1769 e 1770.

  Crediamo che il Byron fosse già venuto qui prima dell’incarico, che fosse tornato in Inghilterra, in quanto anche là ricopriva in quegli anni cariche dovute ai suoi brillanti studi,

e che infine fosse stato destinato a Livorno.

                                           * * *

Willian Robert BROUGHTON

  Capitano della Royal Navy e Colonnello dei Marines inglesi, aveva svolto attività militari di un certo prestigio, specie nel Pacifico, dove aveva comandato la squadra inglese “portandola alla vittoria ed assicurando tale preziosa isola (Giava) al suo Sovrano.

Così suona l’epitaffio.

  Moriva 50enne a Firenze nel 1821 “nel seno della sua famiglia”.  E’ molto probabile che fosse lo stesso Capitano che nel 1802  effettuò  con la flotta inglese un Blocco Navale con 18 fregate (comandate, ovviamente, da altri), davanti al Porto di Livorno.

Fu sepolto in questa città per lui fatidica, dal Pastore Thomas Hall.  La sua tomba è assai modesta.

                                                                                                  

                                           * * *

Montgomery CARMICHAEL         

  Vice Console a Livorno per conto di Sua Maestà Britannica, ne fu un cultore al punto che, una volta uscita la quasi perfetta indagine dei Milner-Gibson- Cullum-Macauley, nel 1895, la corredò di ulte= riori coscienziose ricerche sui nomi, le famiglie, i casi dei personaggi sepolti nel Vecchio C.I.LI.

  E’ a lui che dobbiamo l’inizio delle nostre personali ricerche, e poi dal suo emulo H.A.Hayword.

  Fu anche autore di alcuni libri, fra cui In Tuscany, On the old Road from France to Florence, The Major General, e The Solitario della Sambuca.  Ma il suo capolavoro restano le Note alle Inscriptions in the Old British Cemetery of Leghorn (1906).

  E’ sepolto nel Cimitero della Misericordia in via dell’Ardenza.

 

                                            * * *

James FENIMORE COOPER

  Questo interessante autore americano (1789-1863), amante dell’Europa, della sua cultura e di alcuni aspetti della democrazia europea, che aveva conosciuto in alcuni suoi viaggi, tra il 1829 e il 1832, visitò con una certa cura Italia, Svizzera, Germania.

  Nel suo “Excursions in Italy“, pubblicato nel 1838, ma relativo al 1829, racconta come, visitando il Cimitero protestante di Livorno,  fra le tombe di molti americani trovò quella del Capitano Gamble, che morì a Livorno (a Pisa, esattamente) mentre comandava l’ Erie, circa dieci anni prima.

  1. Razzauti, nell’ opera Livorno, vecchie pagine sparse, riporta così il suo pensiero :

   “Egli era stato mio compagno cadetto (mate) sulla Lake Ontario venti anni fa, ed un capriccio del destino mi faceva sostare dinanzi alla sua tomba in un altro emisfero

                                                                                                .

Esaminando i documenti vicini fui colpito nel leggere il nome di Tobias Smollett.

E’ noto che egli si recò a Livorno dove chiuse la sua carriera mortale. Il “siste viator” s’impone con forza a chi parla l’inglese e specie a chi si trova inaspettatamente di fronte a una simile tomba!” (v. Smollett)

 

                                          * * *

Charles DICKENS

  (1812-1870) Ancora giovane, già affermatissimo, volle anche lui fare una lunga esperienza sul continente, senza rinunciare all’Italia dove non scrisse né fece nulla di straordinario, ma in cui forse acuì il suo spirito di osservatore sociale che sapeva poi tradurre in materia viva con i suoi personaggi lievemente sopratono.

  Di Livorno notò il senso pratico e l’attivismo, anche se Dickens ne riduce la fama al fatto di ospitare la tomba dello Smollett.

  Si accorse però delle nostre leggi “liberali”, il che gli fa onore. Poi dice – sempre nelle pagine delle sue Pictures from Italy – cose molto meno carine su Livorno, ma a un Dickens, un  “realista” che camminava a un metro da terra, si può perdonare di giudicare una Città da una minoranza. . .deviante.

 

                                            * * *

Ten. Col., Onor. James FORBES    

  Giovane ufficiale di belle speranze, membro del famoso Reggimento della Guardia Coldstream (Guardia del Corpo reale scozzese nata alla restaurazione di Charles II, 1660, a cui si fa risalire il  presentat-arm  britannico), era figlio maggiore del 17° Lord Forbes, ed aveva partecipato appena diciottenne alla Battaglia di Waterloo, dove il suo reggimento aveva lasciato un segno.                                                                                               

  Ebbene, un personaggio come questo, durante una splendida festa da ballo a Palazzo Pitti, il 25 Febbraio 1835, cadeva stroncato improvvisamente da un colpo apoplettico ! L’epigrafe sottolinea la fragilità dei piaceri umani. . . e la tomba, fatta di un robusto pilastro con questa pensosa iscrizione, di una colonna volutamente spezzata e di un’urna simbolica, dice già tutto da sola.

 

                                             * * *

Johann FRISCHING

  Questo signore, di sicura nobiltà, a giudicare dallo stemma, dal motto e dalla epigrafe

che lo conferma, era senatore e oratore (tribunus). Moriva nel 1726, nulla potendo, come sottolinea l’epitaffio, contro la volontà di Dio: Homo proponit – Deus disponit“. Ma c’è il conforto, che si ricava dal motto di famiglia, che dice: vivit post funera virtus.

Era svizzero, cittadino della Repubblica bernese.

 

                                             * * *

Thomas GAMBLE

  (1789-1818) Capitano della Marina Militare Americana, morto a Pisa, compagno in Marina di J. Fenimore Cooper, di cui abbiamo già detto. Nel capitolo sulle forme e stili delle tombe, questo ufficiale è pure citato ma non abbiamo chiarito il simbolo del fascio littorio che, ornato di stelle, commenta il pilastro scanalato su basso plinto. Pur sapendo, come ogni occidentale con un minimo di cultura, che tale mazzo di verghe lignee, armato di scure, tenuto insieme da una banda rossa, era antico segno romano del potere di frustare e decapitare, portato dai littori innanzi a magistrati ed autorità, e che veniva abbassato solo davanti ad esse e al popolo a indicare rispetto, gli anglosassoni e altri popoli moderni lo usano in occasioni solenni, indipendentemente dalla sua storia. 

                                            

                                             * * *                                           

Giovan Battista GIACOMELLI

(1814-1875) Più bravo a gestire la penna che la propria vita, questo dottore-poeta è qui da noi ricordato per l’avere egli amato l’aura serena e per lui edificante del Vecchio Cimitero Inglese di via degli Elisi, che visitava di quando in quando pur non essendo né anglofono né protestante. Nella rivista Viola del Pensiero, I Vol., anno 1839, un suo articolo corredato da un disegno del Verne illustrante il Camposanto inglese, così si esprime:  

..E volle ventura che i pensieri poc’anzi parlati si svolgessero dalla tarda mente all’affacciarmi ch’io feci dinanzi al Cimitero, che la Fattoria inglese ha eretto a pro dei

suoi connazionali in Livorno, e che talora accoglie anco gli stranieri alla Britannia, ove alla

sua religione appartengano. . se talvolta, o Lettore, ti si apprende il fastidio dell’esistenza, se nelle vie crudelmente simmetriche della nostra città, tra gli urli del commercio trionfan= te, t’invade il bisogno di tenere sensazioni, io ti consiglio un breve pellegrinaggio al Cimitero inglese”.

 

  Non si poteva esprimere meglio, e poeticamente risolvere, un certo tedio dell’esistenza, affrontando il grande problema proprio di fronte a coloro che furono. . .

  Su alcuni personaggi sepolti nel Vecchio C.I.LI, di cui parla, fra cui lo Smollett, Mary Lane, i due marinai Oddy e Stewart, vedi le voci a loro dedicate.

                                           

                                              * * *

Georges GUEBHARD

  Era un commerciante svizzero nato a Neuchatel che venne a svolgere tale attività a Livorno, senza interrompere i rapporti con il paese d’origine e l’Europa Centrale.

  Fu infatti, oltre che membro della B.F., Consigliere Commerciale di S.M. il Re di Prussia e Console della Confederazione Elvetica in Toscana. Ciò che appare evidente è che ancora gli svizzeri non avevano trovato un accordo con la Nazione Olandese Alemanna, cui dovevano essere per varie ragioni più vicini.

  Nel 1827 Alessandro Manzoni si fece accompagnare da lui per trovare una sistemazione in albergo, che trovò nella locanda del Boboli. Morì nel 1828.

  La sua tomba è un basso sarcofago disadorno ma solenne.

 

                                               * * *

Thomas HALL

  La lapide apposta alla sua tomba suona così:

“Consacrata alla memoria del Reverendo Thomas Hall che, per circa 41 anni occupò la carica e svolse fedelmente la funzione di Cappellano della British Factory in Livorno. Alla zelante ottemperanza dei suoi doveri religiosi egli aggiungeva le migliori qualità del cuore, ed una fermezza di carattere che in un periodo di occupazione straniera salvava da distruzione il santuario dove oggi le sue ceneri riposano. Egli nasceva a Philadelphia nell’anno 1750 e moriva a Livorno il 12 Aprile 1824 all’età di 74 anni. Questo monumento è stato eretto dalla British Factory in segno di rispetto per la sua memoria ed affettuoso ricordo delle sue molte virtù “.  

 

  Questa epigrafe dice molte cose belle e positive, nonché vere, sul pastore Hall, ma non poteva nella sua necessaria sintesi illustrare tutta la gamma delle sue attività ed i valori che le sostenevano.

 

Pur nella scarsa documentazione oggi disponibile, a noi pare di avere colto alcuni elementi di tali valori, che l’occupazione francese non spense, bensì esaltò non solo in Tom Hall ma in altri stranieri che ebbero la forza di restare.

                                                                                                

                                                                                               

  Basterebbe il vasto Chapel Register, che egli ebbe la costanza di copiare per quanto riguarda tutto il periodo a lui precedente, e cioè 1707-1783 (data del suo arrivo a Livorno), e di registrare scrupolosamente per tutto il suo periodo personale vissuto qui ricoprendo il ruolo di cappellano anglicano (1784-1824).

  Facendo un po’ di attenzione e di conti, ci si accorge che con la sua morte e la chiusura della British Factory si chiude anche la documentazione del Chapel Register.

 

  Ciò che veramente comportava, ogni giorno, per una persona esposta e responsabile, come lui, o il Console Udny, o l’incaricato della ora sciolta, ora ricostituita, ora ridisciolta British Factory, vivere e resistere alle tracotanti autorità francesi di occupazione, è difficile capire a fondo.

  Ecco perché è utile la sottolineatura dell’epigrafe circa la “fermezza di carattere”, che non poteva mancargli se voleva tenere testa al “Buon Governo” (francese) e per strappargli visti, concessioni, lasciapassare, permessi – magari per potere inumare un residente o, al limite, fare il funerale a un marinaio inglese morto combattendo contro i francesi !

  Fu lui a svolgere le esequie dei 220 morti del 1793 sbarcati qui, caduti nella battaglia di Calvi (Corsica) e di altri 200 circa, morti tra la fine del ‘700 e il 1815, trasportati a Livorno.

 

  La sua predisposizione alla tolleranza sociale e religiosa è dimostrata dal suo matrimonio con Anne Marie Kleiber (1786), dalla collaborazione col  pastore luterano Johann Paul Schultesius  (che celebrò le nozze; v. Nota), dal lavorare per la British Factory, lui americano in tempi di rivolta anti-inglese, e dall’avere ottenuto da Autorità cattoliche di usare la cappella dell’ex Collegio dei Gesuiti.

                                                                                               

Nota:  Nel Chapel Register, Sezione Marriages, Vol II, B, a pag. 119-120, si trova la seguente voce, che trascriviamo integralmente: 

“This is to certify that the Rev.Thomas Hall, Chaplain to the English Factory of the Place, native of America, and Wife Anna Maria Kleiber, daughter of Mr. John Kleiber, merchant at Leghorn, were in the British Chapel united together in holy wedlock, according to the rites and ceremonies of the Church of England, as the law establishes – this 29thday of March 1786.By me John Schultesius Minister of the German nation at Leghorn”

  Seguono i nomi dei testimoni: Abel Founereau – John Drake – Willis Earle – Daniel Ragueneau”.

  Oltre quindi alla tolleranza e allo spirito ecumenico di Th. Hall, c’è da sottolineare quello del pastore Schultesius.

 

                                              * * *

James HAYGARTH

  Pastore presso la British Factory per un periodo alquanto breve, ebbe in sorte di seppellire Tobias George Smollett nel 1771 (v. per la questione della data : Smollett), di unire in matrimonio il Console Generale di S.M.B. John Udny con Miss Solina Clevland, a Pisa; e di battezzare con rito anglicano il Principe William Frederick di Gloucester.

 

                                               * * *

 

Horace Albert HAYWARD

  (1902-1982) Addetto Consolare britannico, grande conoscitore della storia di Livorno e in particolare della Comunità britannica, saggista, il Colonnello Hayward non mancò mai ad alcun appuntamento che riguardasse i suoi connazionali di ieri e di oggi.

                                                                                               

  Suoi scritti si trovano sparsi in ogni biblioteca livornese che si rispetti, ed i suoi contributi più noti sono apparsi sulla Rivista La Canaviglia, e fanno parte degli Atti del Convegno

     GLI INGLESi A LIVORNO E ALL’ISOLA D’ELBA (1979).

  E’ sepolto nel Nuovo Cimitero Olandese Alemanno di via Marco Mastacchi, a due passi dal Nuovo Cimitero Inglese.

                                                                                                 

                                               * * *

Francis HORNER

  Questo personaggio, nato a Edimburgo nel 1778 e morto a Pisa nel 1817, a soli 39 anni, pare che fosse un brillante oratore nel Parlamento Britannico, di cui era membro. La sua tomba, alquanto grande e imponente per questo Cimitero generalmente assai discreto e con= tenuto, sfoggiava un bel medaglione con ritratto imparruccato, che mano sacrilega ha asportato di recente.

 

                                               * * *

James HOWE

  Il Chapel Register dice di lui soltanto che era “mercante a Livorno”, che morì il 19 Dicembre 1760 e che fu seppellito il 21.

  La lapide in latino dice molto di più, specie sulle sue virtù, e la sua tomba, un tempo molto solenne, è abbellita da uno stemma alquanto superbo. Dalle note di Carmichael si ricava che era ricco, e che morendo testava lasciti a parenti, amici e fedeli servitori.  E’ riportato anche il suo testamento.  Ma la cosa che ci ha più interessato è che era nipote del cappellano di Oliver Cromwell : John Howe  (1630-1705).

  Da ricerche successive, la notizia è risultata esatta ed ha aperto un notevole filone di indagine. Ad ogni modo John Howe era sì stato “domestic chaplain” di O.C., ma prima e dopo aveva dimostrato di essere buon teologo e audace moderatore di conflitti in Inghilterra,                                                                                                

Irlanda e Olanda, al punto di essere inviato con una delegazione da William III of Orange per suggerirgli un atteggiamento tollerante in questioni religiose (1688). Non sappiamo fino a che punto lo ascoltasse il vincitore della Battaglia del Boyne (Irlanda 1690).

 

                                          * * *

George JACKSON   (1692-1763)

  Due anni Console Inglese a Genova, 50 anni commerciante a Livorno, saggio, integro, colto, moderato, costante, umano; tutte doti che insieme ad altre gli vengono riconosciute sulla epigrafe, e da vari studiosi.

  La sua tomba è bella, solenne, ornata di emblema nobiliare, e reca il motto oraziano: Carpe diem.

  Ma la cosa che gli si ascrive a maggior merito fu l’essere stato un serio bibliofilo, il cui catalogo di ben 600 pagine, registrava 3000 volumi stampati e 215 manoscritti con numerosi incunaboli.

  Questo bene prezioso, che la “Comunità di Livorno lasciò stupidamente. . .passasse in Francia, ove fu venduta”  (v. M. Morgana: La Bibl. di G.J. e Giulia Pissarello Chetoni), cominciò prima con il lasciare Livorno (1775) per 30.000 tornesi incamerati dal figlio Prospero, e poi con una lunga, dispersiva odissea, finì divisa in vari tronconi in quel di Francia.

  In un periodo in cui soffriva di reumatismi, fu curato dal dottor Gentili (v.Smollett) con erbe e latte. Morto ad Ancona il 23 Novembre 1763, il suo corpo fu inumato a Livorno il

30 Aprile 1764.

 

                                           * * *

Mary LANE

(1734-1790) Moglie di Theophilus Lane, la donna cui è dedicato l’epitaffio forse più bello e sinceramente sentito di tutto il Cimitero Inglese, se è vero che lui le sopravvisse solo due anni.                                                                                              

  Il poeta Henry Wadsworth Longfellow, che visitò questo camposanto nel 1828 e sostò davanti al loro modesto tumulo, fu tanto colpito dalla di lui dedica all’amata che trascrisse il testo e un giorno scrisse una sua poesia dal titolo Suspiria, ad essa ispirata. (v. Longfellow)

 

 ° ° °

 

Anthony LEFROY (1704-1779)

  Anch’egli, come altri di origine francese, ugonotto e fortunato mercante, colto collezionista di busti, statue e oggetti preziosi, e fine numismatico, aveva una sorta di museo privato.

  La sua tomba, bella ma contenuta, consiste in un piedistallo, sormontato da pilastro, su cui una base sostiene una bassa colonna scanalata.

  Fu anche membro della B.F. e coltivò, come Jackson, una vasta corrispondenza con perso= nalità del tempo.   

                                          * * *

Henry Wadsworth LONGFELLOW  (1807-1882)

  Questo straordinario personaggio, intriso di cultura europea e americana, anche nel senso indigeno della parola (v.Hiawatha), nel suo primo viaggio in Europa traversò l’Italia nel 1829 e visitò Livorno.

  Nel Vecchio Cimitero Inglese scoprì, come abbiamo detto, la bella dedica di Theophilus Lane all’amata sua sposa Mary, la trascrisse, e quando pubblicò una delle sue nuove raccolte di poesie nel 1849, dal titolo “The Seaside and the Fireside“, vi introdusse una sua rielabo= razione di quell’epitaffio livornese: Suspiria.

                                                                                               

  Le proponiamo al lettore in parallelo senza tradurle :

   To Mary Lane

   Under this Stone lies the Victim of Sorrow

   Fly wandering Stranger from her mouldering Dust

   Lest the rude Wind, conveying a particle thereof unto Thee

   Should communicate that venom Melancholy

   That has destro’d the strongest Frame and liveliest Spirit

   With Joy of heart hath she resigned her Breath

   A living Martyr to Sensibility.

 

  Suspiria

  Take them, o Death! and bear away

  whatever thou canst call thine own!

  Thine image, stamped upon this clay,

  doth give thee that, but that alone!

                     Take them, o Grave! and let them lie

                     folded upon thy narrow shelves,

                     as garments by the soul laid by,

                     and precious only to ourselves!

  Take them, o great Eternity!

  Our little life is but a gust

  that bends the branches of thy tree

  and trails its blossoms in the dust!

 

  Oggi questa storia, ormai messa nero su bianco, e ricordata nella sua relazione di viaggio “Italy“, non ha quasi più l’oggetto da cui è nata, perché la troppo modesta tomba di Mary, è resa illeggibile.

  I monelli livornesi che nell’immediato dopoguerra ronzavano per luoghi incustoditi in cerca di materiali di qualche valore da vendere, toglievano alle tombe inglesi il piombo delle epigrafi.                                                                                                                                          

 

                                                                                                         

                                              * * *   

Thomas ODDY e Charles STEWART

  Questi due marinai, di cui non è nota l’età bensì solo il giorno della morte, che li accomunò nella esplosione a bordo della nave militare Constantine, il 4 Giugno 1793 e la sepoltura per mano del solito Pastore Th. Hall il giorno seguente, non provenivano dalla stessa ciurma, in quanto Th. Oddy, ufficiale in seconda del mercantile Isis, era appena di ritorno dall’Isola di Malta.

   Forse entrambi esperti di artiglieria, furano scelti per far funzionare un cannone che doveva sparare a salve in onore del Sovrano Inglese George III. Ma qualcosa andò storto e il cannone esplose uccidendoli. 

  Il monumento a loro dedicato non è più in piedi e la lastra che li ricorda è spezzata e posata su un’altra tomba modesta.

 

                                             * * *

Thomas PANTON

  Moriva a Livorno il 22 Aprile 1796, ma con la mente lucida e con animo sereno faceva  stilare di fronte a testimoni, il 12 Aprile, un testamento ad un tempo molto spirituale e molto pratico, con l’eredità lasciata a Th. P. Junior e doni alla Comunità distribuiti equamente.

  La parte religiosa di esso è in versi  e comincia così:

    “In questo momento estremamente serio / O Signore della mia vita!  Permetti al tuo sacro raggio / di splendere sopra il mio cuore e di scacciare le sue nubi. / O mondo deludente,  adultero, privo di fede Adieu ! …”

  Uno fra i più vecchi membri della B.F., delegato alla Stanza dei Pagamenti e ad altri compiti delicati, forse la parola “rispettabile” incisa sulla sua lapide dice poco questa volta.

 E la sua tomba è fra le più umili.

                                                                                                          

                                              * * *

Mary Ann e Robert POLHILL

  Lui, Robert, medico della Nave Ospedale di S.M.B. e della B.F., moriva a 59 anni, a Livorno nel 1813, ed è uno dei pochi che nell’800 ha sulla tomba insegne di nobiltà. La moglie, Mary Ann, moriva pure a Livorno, nel 1827 all’età di 77 anni.

  Era stata amica di Anne Smollett e di Anne Renner la quale le lasciò una piccola rendita annua, che aveva a sua volta ricevuto da Anne Smollett.

                                            

                                               * * *

Giacomina Elisa De SCHUBART   (1767-1814)

  La baronessa, moglie di Herman S., plenipotenziario e Intendente Generale di Commercio di Sua Maestà il Re di Danimarca in Italia, insignito di vari ordini cavallereschi, pare che fosse una creatura delicata e piena di alti ideali.

  Aveva ospitato a più riprese il grande scultore danese Bertel Thorwaldsen nella loro villa di Montenero, ma nulla pare poterono né le amicizie elette né le sue opere di carità per solle= varla dalle pene che il consorte piuttosto libertino e non molto nobile di animo le procurava.

  Delle sue pene parlano a lungo molti cultori della storia di Livorno fra cui il Santoni, il Pera, il Baratti, il Carmichael, ecc.

  Malgrado il suo disamore in vita, il marito, alla di lei morte, fece erigere un bel monumento   e incidere, togliendole al Trionfo della Morte di Francesco Petrarca, splendide parole di rim= pianto e di encomio. 

  Alla notizia della dipartita della baronessa, il Thorwaldsen scolpì un’opera a lei dedicata:

Marito che la richiama alla vita.

  La tomba della Schubart è oggi introvabile nel Vecchio C.I.LI.

 

                                               * * *                                                                                                   William Magee SETON  (m.a Pisa il 27-12-1803)

  Se si tiene conto che questo mercante anglicano americano, venuto con la moglie Elizabeth e la figlia Ann Mary, a Livorno per ragioni di salute, era stato ospite con la famiglia  nel  Lazzaretto di San Leopoldo dal 18 Novembre al 19 Dicembre 1803, bisogna constatare che era sopravvissuto al ricovero solo 8 giorni.

  Egli era già stato a Livorno 6 anni per ragioni di lavoro: aveva sposato Elizabeth nel 1794 nella Chiesa Protestante Episcopale (Anglicana) di New York.

  Di lei, che a Livorno si orientò verso la fede cattolica, e che, tornata in patria, restò “fra due strade” solo fino al Marzo 1805, quando abbracciò definitivamente il Cattolicesimo, c’è una vasta letteratura religiosa, perché creò una Comunità di Suore di San Giuseppe e fu di fatto la prima suora educatrice americana.

Essa moriva in odore di santità.

 

  La tomba di lui, modesta, è coperta da un vetro a mo’ di difesa dalle intemperie ed è meta di visite di studiosi e religiosi. 

                                          * * *

Gédéon Francois SIMONDE SISMONDI

  Nato a Ginevra nel 1741, morto in quel di Pescia (PT) nel 1810.

Viene sepolto nel Vecchio Cimitero Inglese di Livorno, in una tomba modesta ma con una bella istruttiva lapide in latino. Il pastore Th. Hall che ne svolse le esequie, nel Chapel Register annota in francese che “G.F.S., nativo di Ginevra, moriva a Pescia il 4 Marzo 1810, e fu interrato nel Cimetière Protestant Réformé‚ a Livorno il 6 successivo,  da me – Th. H.”. 

  E’ un po’ poco per un collega, in quanto Gédéon era pastore riformato (calvinista), che per giunta aveva una storia personale molto interessante.

  Prima di tutto discendeva da una importante famiglia pisana, di cui due grossi esponenti erano stati vittoriosi ammiragli della Flotta repubblicana nel 1241 (alla Meloria), e nel 1282. Erano della parte Ghibellina. Emigrati nel Delfinato nel 1524, ne fuggirono alla Revoca dell’ Editto di Nantes (1685), rifugiandosi nella Roma protestante, Ginevra.

  Ivi Gédéon era membro del Governo aristocratico della repubblica oligarchica quando ebbero luogo moti insurrezionali e fu messo in prigione.

  Liberato, emigrò con la famiglia in Inghilterra dove in pochi mesi ne apprese la lingua e ne studiò le istituzioni. Dopo 18 mesi rientrò a Ginevra perché non era più sotto accusa. Ma la lasciò lo stesso per sempre, tornando nell’avita Toscana.

  Suo figlio è il grande storico del Medioevo italiano e francese, Jean Charles Léonard Simonde de Sismondi!

                                           * * *                 

Tobias George SMOLLETT e Ann Lascelles Smollett

  La biografia di T.G.S. è piena di lacune e divide i commentatori, oltre che sui giudizi, su alcune date fondamentali. Una è quella del matrimonio con Ann Lascelles (Nancy),  figlia di un piantatore di cui ricevette l’eredità, conosciuta in Giamaica dopo essere stato sbarcato da una nave da guerra, la “Chichester“, su cui operava come assistente medico.

  La sposò forse nel 1743 (Frank Felsestein) o nel 1744 (quando tornò in Inghilterra, secondo molti) o nel 1748 (Introduzione a Peregrine Pickle, Ed. Valleschi, ed.it.)

  L’altra, più importante e più strana è l’incertezza sulla data della sua morte.

  Qui daremo in sintesi i risultati ancora discutibili della nostra ricerca, con la nostra personale opinione.

 

  Cominciamo dalla nascita. Non esiste un Certificato di nascita: siamo andati sul posto per chiarire almeno questo. Non usava al tempo.

  Abbiamo trovato la Chiesa Presbiteriana dove fu battezzato: la Parish Church di Cardross – non lontano da Dalquhurn, vicino alla riva del fiume Leven, Renton, nel Dumbartonshire.

  Abbiamo copia fotostatica dei Records della Chiesa precedente (distrutta e poi ricostruita), che sono finiti alla National Register House di Edimburgh, Scozia): era il 19 Marzo 1721.

 A Dumbarton abbiamo visto la Chiesa dove egli avrebbe frequentato la Grammar School : ancora date incerte…

  E l’Università di Glasgow: date incerte. Certo è il periodo di apprendistato presso un dottore a Glasgow, fra il 1736 e il ’39.

  Poi c’è l’avventura sulla nave militare, con mille uomini !  Ne vide di tutti i colori fra il 1740 e il 1741, da cui apprese cose che descrisse più volte sotto diverse angolazioni, nei  suoi futuri romanzi. Altri periodi con date certe e altre incerte, su su fino ai suoi viaggi in Europa, quando è lui stesso che nel 1766, in “Travels through France and Italy“, mette le date a tutto, da storico consumato qual’era.  

  Ma poi, quando muore, non potendo scrivere la sua storia dal 1771, ci risiamo: le date non  quadrano più. Non siamo nel Medioevo: è il ‘700!

 

                                           * * *

  Nizza era stata il suo “odio-amore” per molti anni, ma la sua penna ironica, che gli era già  costata multe e una condanna al carcere nel 1767, gli costò un sogno che accarezzava da anni: diventare Console Inglese all’estero, possibilmente a Nizza.

  Inutilmente si era rivolto all’amico, storico e filosofo David Hume perché lo raccomandasse al Secretary of State per il Southern Department. I nizzardi, scrive Hume a John Crawford, gli si rivolterebbero contro e lo lapiderebbero per strada

  (v. Lettera di D. Hume a J. Crawford,  Londra 20 Lug. 1767).

  Hume lo aveva detto a Smollett e gli aveva suggerito l’alternativa di Livorno. Ma neanche Livorno poteva andare, perché il Consolato lì era stato promesso ad un altro…

  Non sarà che, sotto sotto, sebbene qui sia venuto alla fine per ragioni di salute a finirvi il  romanzo “Humphry Clinker“, il nostro Tobias coltivasse ancora la speranza di diventare il Console di S.M.B. nella piccola Inghilterra di Livorno?

  Sia come si vuole, nell’autunno del 1768, dopo avere scritto a Hume che “andava in esilio perpetuo”, venne davvero a stare alle falde di Montenero, difaccia al mare, e ci rimase, fra un viaggio e l’altro, fino alla morte, nella Villa del Giardino Gamba Niccolai.

                                       

                                                * * *

  Ma quando morì il nostro Tobias Smollett?  Nel 1771, 1772 o 1773?

  A lungo abbiamo privilegiato la data del 16 Settembre 1773 che è incisa sulla tomba perché di solito le lapidi sono corrette, ma soprattutto perché nel Chapel Register la sua morte non è inscritta nel 1771 ma appunto nel 1773, come segue :

 “Dr. Tobias George Smollett died the 16th Sept.1773 – and was buried the day following – by James Haygarth”.

 

  Ricordiamo che lo Haygarth era allora il Pastore della B.F. e che Th. Hall aveva scrupolo= samente trascritto tutti i registri a lui precedenti.  Che  interesse avevano l’uno o l’altro a scrivere una cosa per l’altra?  Eppoi nello stesso Cimitero c’è la tomba di Ann Smollett, che morì nel 1791, e in vent’anni non aveva avuto modo di vedere l’errore eventuale e di farlo correggere?

 

  E c’erano le tombe degli amici comuni, George e Ann Renner, presso cui lei vivrà ospite gradita fino alla morte, che pure non rilevarono l’errore?

  Eppure, l’amicizia fra gli Smollett e i Renner era tale che i primi fecero da testimoni alle nozze dei secondi nel 1769!  E l’intera Comunità britannica si era disinteressata al problema?

  C’era poi il fatto che il dottor Giovani Gentili, che scrive una interessante descrizione della malattia, della morte e del personaggio dello scrittore inglese, ne data il trapasso la notte del 17 Settembre 1772.  (!)

  E una nostra visita al Monumento che il cugino Commissario James Smollett fece erigere non lungi dalle rive del Leven – cui Tobias aveva dedicato una delicata Ode  ( Ode to Leven Waters) – nel 1774, accresceva la possibilità che la data del decesso risalisse al 1772,  perché nella vasta base l’epigrafe dice:

                     “Morte acerba raptus –  Anno aetatis 51“.

  Essendo nato nel 1721, se si aggiunge 51, la somma dà 1772. 

  Ma tutti gli Autori scozzesi da noi compulsati e perfino quelli inglesi, nel fare la somma ne deducono che era morto nel 1771!  Somma o non somma, dopo avere ripercorso il cammino già fatto dal Carmichael e da altri prima di noi, ci siamo convinti che non è morto nel 1773, e ciò non giocando sulla punteggiatura della lapide, come altri fanno, ma sulla base di prove certe.  L’epitaffio, breve, in latino, suona così :

            Memoriae    

           Tobias Smollett,

           Qui Liburni

           Animam efflavit, 16 Sept. 1773, quidam

           Ex suis valde amicis

           Civibus,  

           Hunc tumulum

           Fecerunt.

 

  La punteggiatura, poco visibile ma cento volte da noi controllata, è quella riportata, e non lascia dubbi sul significato: chi l’ha incisa intendeva effettivamente indicare il 1773. 

  Dire inizialmente che era morto, senza chiarire quando, non ha senso.

  Ipotizzare che l’unica data in fondo riferita al secondo anniversario è ingeneroso verso lo Smollett, la cui dipartita era necessariamente più importante. 

  Ma non è da escludere per questo.

  L’assenza della epigrafe scritta dall’amico di Smollett, il collega dottor John Armstrong, poeta della medicina, ci priva di un punto di appoggio sicuro.

  Gli elementi fondamentali però che puntellano l’ipotesi 1771 sono i seguenti:

 

  • 1) Nel numero di Ottobre 1771 la Rivista Scots Magazine informava i lettori che il dottor Smollett era morto a Livorno il 17 Settembre. (Sul giorno e sul mese della morte ci sono pure problemi, ma ci sembra prevalere quella indicata).

 

2) Assai prima della data scritta sulla lapide, la vedova Ann Smollett scriveva ad amici inglesi e scozzesi che si trovava in difficoltà finanziarie, anche se generosamente ospitata dai Renner a Livorno; il tumulo del marito era l’ora che fosse onorato di un degno monumento. Vedi ad esempio la sua lettera all’Agente in G.B. che rappresentava i suoi interessi. Era Archibald Hamilton, proprietario del Critical Review, che nel 1756 T.G.S. aveva contribuito a fondare ed a fornire di articoli critici molto taglienti. La lettera è del 28 Maggio 1773!

 

  Di fronte a questa, e ad altre ragioni, l’ipotesi 1773 cade da sola malgrado la serietà e il disinteresse dei due Pastori Haygarth e Hall, ed è possibile che uno scalpellino abbia confuso una data per un’altra, anche se è ingiustificabile che nessuno allora sia intervenuto per cor= reggere l’errore.

 

  L’ipotesi 1772, basata solo sul dottor Gentili, che pure non era l’ultimo venuto (era Medico della Sanità, incarico di grande responsabilità) e su una somma che facciamo leggendo l’epitaffio del Monumento di Leven (nato nel 1721, morto a 51 anni) è in fondo assai debole.

  Ma avevamo già cominciato a scartarle entrambi dopo avere constatato che non esiste un rigo, una lettera, un lavoro letterario di Smollett fra il 1772 e il 1773, e la cosa sorpren= dente, con un personaggio simile, è che anche malato si faceva notare e sentire dappertutto.                     

 

                                             * * *

  Nel 1783 la vedova, in peggiorata situazione finanziaria, si rivolse a un amico di Bath, narrando l’incendio delle sue piantagioni in Giamaica, che la privava di un residuo reddito.

  Nel 1784, nell’Edinburgh Theatre-Royal fu data una tragedia di Otway: Venice Preserved,  pro Anne Smollett, che ottenne il risultato sperato.

 

  Poiché lo scrittore americano, Fenimore Cooper, visitando il Cimitero Inglese di Livorno, accenna al Siste Viator, che era la probabile iscrizione latina dettata dal Dottor Armstrong per l’amico Smollett, e poiché l’attuale iscrizione non è il Siste Viator,

  l’ipotesi più probabile è che quella, con la data corretta del 1771, sia scomparsa, e che

l’attuale sia stata apposta successivamente, con data errata, basata sulla nota del Chapel Register – che però non è l’originale.                                                    

                                            * * *

 

Capitano Alexander Erman UNDERBORG

  Era il comandante di una galeazza svedese di nome Juliana quando, gettando l’ancora a Livorno chissà per quale missione militare, veniva ferito a morte con pugnale da ignoti assassini i quali – secondo il Pastore Th. Hall, che ne seguì il caso e lo seppellì nel

Vecchio Cimitero Inglese, dopo 19 giorni di agonia – lo avevano preso per un altro.

  Secondo G.B.Giacomelli, che nel 1839 descriveva una sua visita al Cimitero, era stato pugnalato in piazza Grande “dai ladri”, come diceva l’epigrafe.

  Non possiamo accertare oggi quale sia la versione più giusta, perché non solo non riusciamo a individuarne il sepolcro, ma non risulta neppure fra le Inscriptions

  Il poeta comunque gli dedicava alcuni pensieri molto sentiti  (v. Cenni sopra Livorno e i suoi Contorni, di Angelica Palli Bartolommei, 1856).

                

                                             * * *

Pietro VIESSEUX

  Come Gédéon Sismondi, era un ginevrino trapiantato in Italia, come lui sepolto qui, come lui padre di un grande scrittore, e come lui, con un penchant anglofilo. Morì a Livorno nel 1833.

  Suo figlio, Gian Pietro Viesseux (1779-1863), svolse una immensa attività culturale fra molti ingegni del tempo a Firenze con l’Archivio Storico, l’Antologia, e mediante rapporti epistolari di grande portata storica.

 

                                             * * *

 

John WEBB

  Classico membro della British Factory, ricco, mercante, banchiere, proprietario di una notevole villa, benefattore e inoltre titolato. Il suo notevole sacello aveva un medaglione con il suo volto in rilievo fino a poco tempo fa, ma qualche individuo senza scrupoli lo ha asportato insieme ad altri medaglioni importanti.

                                           

                                           * * *

Joseph von WEISSENHOF

  Questo barone polacco di origine tedesca, moriva a Pisa nel 1799 ed a lui nel nostro C.I.LI  veniva eretta una modesta stele verticale con le semplici parole:

 

Alla memoria di J.W. uomo nobile polacco dotato di ogni virtù che moriva alle Calende di Gennaio 1799″

  Questa la data del seppellimento, in verità, perché nel Chapel Reg. il pastore Th. Hall scrive che morì a Pisa il 30 Dicembre 1798. . .

  E’ una differenza abbastanza  normale.

  La cosa più interessante, che abbiamo appreso da un barone tedesco suo discendente, è che egli fu tra gli estensori della prima Costituzione Polacca nel 1791.

 

  Poco dopo la sua patria, invasa dallo straniero, dovette rinunciare ai valori di tale Costi= tuzione e il barone riparò in esilio. 

  Abbiamo la sua storia in lingua polacca, ma per ora non abbiamo potuto farla tradurre).

 

                                             * * *

 

                              BIBLIOGRAFIA   ESSENZIALE____________

 

  1. ANDERSON – The Life of Tobias Smollett MD – J. Mullett, Edimburgh, 1796

ATTI DEL CONVEGNO –  Gli Inglesi a Livorno e all’Isola d’Elba –

  1. Bastogi Editore, Livorno, 1980

ATTI DEL CONVEGNO – Livorno e il Mediterraneo nell ‘Età Medicea – U. Bastogi Editore, Livorno 1978

  1. BARATTI – Shelley, Longfellow, Petrarca e il Vecchio Cimitero Inglese – Liburni Civitas, 1934
  2. BARDI – Elisabetta Anna Seton – Presbyterium, Roma, 1961
  3. BAUBERET – Histoire du Protestantisme – Presses Universitaires de France, Paris, 1987
  4. BECK-FRIIS – The Protestant Cemetery in Roma – Allhems Furlag, Malmo, Sweden, 1956

THE BOOK OF COMMON PRAYER – Cambridge at the University Press, Gb,   1968

BORTOLOTTI – Livorno dal 1748 al 1958, Profilo Storico-Urbanistico- Lee O. Olschki, Firenze, 1970

LA CANAVIGLIA –  U. Bastogi Editore, Livorno, 1976-1985

  1. CARMICHAEL – Tobia Smollett a Livorno – Liburni Civitas, 1936

The Inscriptions in the Old British Cemetery of Leghorn – B. Giusti, Livorno, 1906 In Tuscany – E.P. Dutton & Company, New York

La Livorno di Montgomery Carmichael – traduzione di Comes Avezzano, La Canaviglia, U. Bastogi Ed., Livorno, 1978

K.L. CARROLL – John Perret, early Quaker schismatic – Friends Historical Society, London, 1971

  1. CHAMBERS – Smollett: His Life and a Selection of His Writings – W. & R. Chambers, London, 1867

CHAPEL REGISTER – copia fotostatica integrale in due volumi, contenente copia dei Registri di Nascite, Matrimoni e Funerali dei Membri della British Factorey e di chiunque si fosse rivolto ai Pastori anglicani per una di queste cerimonie. Conservato presso il Public Record Office di Londra

  1. CHETONI – Annotazioni sulla Biblioteca Jacksoniana – Atti del Convegno “Gli Inglesi a Livorno..” – (V.) – 1979

IL CIMITERO PROTESTANTE detto “DEGLI INGLESI” IN FIRENZE – Testo L. Santini, Tipografia K.S., Firenze, 1981

  1. CIORLI – Le Ville di Montenero – Casa Editrice ‘Il Gabbiano”, Livorno 1986

THE CONCISE OXFORD DICTIONARY OF ENGLISH LITERATURE – Oxford University Press, London, 1954

  1. DANYELL TASSINARI – The History of the English Church in Florence – J.M. Dent

& Co., Covent Garden, London, 1905

  1. DONALDSON -Scotland: Church and Nation through 16 centuries, SCM Press Ltd.,

1960 ENCYCLOPEDIA BRITANNICA – W. Benton Publisher, U.S.A., 1964

F.FERRERO -Tobia Giorgio Smollett – Percy Bisshe Shelly – Quaderni della Labronica, Livorno, 1979

  1. FRANCOVICH -Storia della Massoneria in Italia – Firenze, 1975
  2. FUGASSA -Nelson – Edizioni Corbaccio, Milano, 1931
  3. GUNN – Byron,Selected Prose – The Penguin English Library, Harmondsworth, 1982

J.B.HARTMANN – Berthel Thorvaldsen a Montenero – Rivista di Livorno,1958, sett.-ott.

H.A. HAYWARD – Tobia Smollett – La Canaviglia, U. Bastogi Ed., 1977

                    -La Famiglia Henderson – ”      ”        ”        ”  1978

                    – George Jackson        – ”      ”        ”        ”  1979

                    – Gli Ugonotti Inglesi a Livorno – =       ”        ”  1980

  Fu Livorno la culla della Massoneria Inglese in Toscana? – In La Canaviglia, 1981

  Pirati e Politica a Livorno    ”      ”         ”        ”  1982

  Lotte navali fra le forze olandesi e inglesi a  Livorno nel 1653

                                     ”       ”        ”        “,  1983

  Some considerations on the British Cemeteries  in Leghorn

  Atti del Convegno “Gli Inglesi a  Livorno e all’Isola d’Elba” – Livorno, 1979

  The British Factory in Livorno – Atti del Convegno, c.s.

A.M.D.HUGHES-Shelley,Poetry and Prose-Oxford at the Clarendon Press, G.B.1952

  1. IRVING – The Book of Dumbartonshire – W. and A.K. Johnston, Edimburgh, 1879
  2. JANNATTONI – Roma e gli Inglesi – Atlantica Editrice, Roma, 1945 P.

LAROUSSE – Dictionnaire Universel du XIX Siècle, Larousse, Paris, 1873

LIBURNI CIVITAS – Collezioni Anni ’20 e ’30

H.W. LONGFELLOW – The complete Poetical Works of Longfellow –  Houghton Mifflin Co., Boston, Camlbridge Edition, 1920

  1. K. MARTINI – Viaggio in Toscana (1725-1745) – Aedes Muratoriana, Modena, 1969

LE MILLE E UNA. . .NOTIZIA DI VITA VIAREGGINA – Ed. La Bilancella, Viareggio, 1986

  1. MORGANA – La Biblioteca di G. Jackson – Liburni Civitas, 1936
  2. NERI – Montgomery Carmichael – La Canaviglia, N.1, 1978, Livorno
  3. NISBET – La Chiesa Valdese di San Remo, con notizie sugli stranieri a S.Remo, dattiloscritto segnalato dal Pastore Valdese Salvatore Carco – 1990
  4. S. NOYES – The Letters of Tobias Smollett collected and edited by E. S. N. – Harvard University Press, 1926

A.PALLI BARTOLOMMEI- Cenni sopra Livorno e i suoi Contorni, Tip. Sardi, Livorno,1856

F.PERA – Ricordi e Biografie Livornesi – Francesco Vigo Ed.,   Livorno, 1867

G.PISSARELLO-Ricordando P.B.Shelley a Livorno-La Canaviglia, U.Bastogi Ed.,Livorno,1977

P.B.PRATO – Giornale della Città e Porto di Livorno -Tomi manoscritti dal 1764 al 1811, Sala Livorno, B. Labronica

  1. RAZZAGUTA – Livorno Nostra – Editrice Tirrena, Livorno, 1958
  2. RAZZAUTI – Livorno Vecchie Pagine Sparse – Tipografia Meschi, Livorno, 1961

Johan Paul Schultesius a Llivorno – Note inedite di D.Melodia

T.G.SMOLLETT-Travels through France and Italy-Oxford University Press, New York,1981

  Le Avventure di Roderick Random – Vallecchi Editore,Firenze,1970

(e su T.G. Smollett, opere critiche di W. Scott, T. Soccombe, R. Anderson, F. Felsenstein e ancora:

  1. Schuyler “S. in Search of Health“, Anglo-Italian Review “S.in Italy“, “All the Year Round“, S.in the South
  2. TESI – Livorno dalla sua origine ai nostri tempi – Editore S. Serraglini, Livorno, 1867

Editrice, Roma, 1985 P. VIGO – Montenero – Tipografia G. Fabbrischi, Livorno, 1902 –

Il Palazzo di Giustizia in Livorno e le sue vicende –  Ed. Chiappini, Livorno, 1917

  1. VIVOLI – Annali di Livorno – Tomo Quarto, Livorno, 1843 Guida di Livorno, Ed. La Fortezza, Livorno, 1981
  2. VOLPI – Guida del Forestiero per la Città e Contorni di Livorno -Libreria della Speranza, Livorno, 1846
  3. T. ZANOBINI – Excursus storico-artistico sul Cimitero Inglese di Livorno –

Atti del Convegno “Gli Inglesi a Livorno e all’Isola d’Elba ” – Ed. U.Bastogi, Livorno, 1979

        

 

                                          x x x x x