Silenzio

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S I G N O R E
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S I L E N Z I O

Selezione di meditazioni sul Silenzio
di Davide Melodia

INDICE

  1. Il Culto silenzioso e l’Esegesi biblica
  2. Silenzio e Solitudine
  3. Parole non dette
  4. Parola dell’Uomo e Silenzio
  5. Silenzio e Pace
  6. Silenzio e Santità ?
  7. Culto liturgico e Culto Silenzioso
  8. Un Tempo per ogni Cosa
  9. Religione e Silenzio
  10. Il Silenzio: Mezzo o Fine ?
  11. Silenzio e Realtà
  12. Il Silenzio: prezioso, ma…
  13. Seduti in Cerchio nel Culto
  14. Nel Profondo di Te
  15. Perdersi nel Silenzio
  16. Le Bruit de Fond
  17. La Religion du Silence
  18. Il Silenzio nella Vita Moderna
  19. Un Silenzio Eloquente
  20. I due Segni del Silenzio
  21. Silenzio e Introspezione
  22. Silenzio e Questione sociale
  23. Convenevole Ascolto
  24. La Luce Interiore
  25. Silenzio e Libertà
  26. Preghiera silenziosa
  27. Un Silenzio triste e immobile ?
  28. Dal Silenzio all’Azione
  29. C’è Silenzio e Silenzio
  30. Parla l’Uomo

 

 

0    PRESENTAZIONE

Stiamo tutti compiendo un viaggio spirituale in modo complesso.

Lungo il cammino incontriamo molte distrazioni che offrono rapide soluzione ai quesiti che ci vengono posti dal fatto stesso di esistere.

E siamo aggrediti dal chiasso delle certezze altrui: il clamore sollevato da chi sostiene di avere trovato risposta a tutti i nostri dilemmi, le pretese dei sistemi religiosi, le affermazioni di credenti in questo o quel libro: tutto ci viene propinato garantendo che andrà bene così.

I Quaccheri invece se ne vengono fuori con una dichiarazione sconvolgente: lo Spirito opera nel cuore di ogni creatura umana, ed è nel silenzio che riusciamo a cogliere più chiaramente il suo messaggio. Ascoltare lo Spirito in silenzio, diciamo noi, è il primo passo sul sentiero che conduce ad una esistenza piena ed autentica.

Sono lieto che Davide Melodia partecipi a noi le sue riflessioni sul Silenzio. Davide non proviene dal filone anglosassone del quaccherismo mondiale. È incoraggiante che il quaccherismo si sviluppi fuori da tale ambito, e Davide è una delle voci che proclamano avere, la Società Religiosa degli Amici, molto da offrire ad altre culture in cui il quaccherismo ha avuto fin qui poca storia.

Egli è stato, da alcuni anni a questa parte, un instancabile propugnatore del modo quacchero di offrire il Culto.

È buona cosa condividere con lui i frutti delle sue esperienze.

Harvey Gillman
7 luglio 1992

INTRODUZIONE

Incontro con il Culto Silenzioso

Il Silenzio, come forma di Culto comunitario, oltre cioè il raccoglimento individuale per la preghiera, la confessione, la meditazione personale – che è pietas certo ma non culto – l’ho incontrato presso i Quaccheri in un dialogo Est/Ovest sulla Pace, a Bruxelles.

Da allora, in un crescendo di ricerche storiche e di esperienze dirette all’interno della Società degli Amici, ed osservando la miriade di attività socio-religiose che gli Amici svolgono in varie parti del Mondo con impegno e risultati apprezzabili da ogni punto di vista, la mia associazione con il Silenzio quacchero è diventata una costante.

L’antica consuetudine di meditare in modo solitario per edificazione, preghiera o necessità di approntare un messaggio evangelico in vista di un culto protestante, si è tradotta in questi anni, per mancanza di continuità dei Culti quaccheri in Italia, nel desiderio di comunicare ad altri per iscritto i frutti di un meditare che non è predicazione: è piuttosto elaborazione di pensieri coltivati durante i Culti.

Da ciò nasce questa breve Raccolta di meditazioni specifiche sul Silenzio – parte di una più vasta che implica vari aspetti della religiosità.

1    IL CULTO SILENZIOSO E L’ESEGESI BIBLICA

Nel Culto Silenzioso, in uso tra i Quaccheri nel Vecchio Continente, essendo “non programmato”, dopo alcuni minuti di raccoglimento chiunque può brevemente esprimere un pensiero, elevare una preghiera, citare un versetto o esprimere in sintesi ciò che tale versetto in quel momento gli/le ispira.

Non esiste qui un predicatore che sia tenuto ad analizzare un versetto od un brano dell’Antico o Nuovo Testamento, né vi sono momenti particolari dedicati al canto liturgico, alla lettura, alla preghiera.

Tutto è totalmente spontaneo, sia il silenzio, sia l’intervento, sia l’eventuale inno cantato da un Amico che ne sente l’impulso.

Certamente la dipendenza dal predicatore di tutta un’assemblea di credenti, domenica dopo domenica, non si verifica; gli automatismi della liturgia e le cadenze programmate di ascolto e di impegno corale – nel canto o nella preghiera liturgica – e ancora di ascolto e dossologia recitata collettivamente, restano fuori dalla porta e dall’atteggiamento religioso Quacchero.

Ma ciò che più conta, con tutto il rispetto e l’amore degli Amici verso la Parola Scritta – la Bibbia – a cui si ispirano 99 volte su 100, è la ricerca di un rapporto diretto con lo Spirito di Dio.

Non c’è interpretazione di tale o tal altro versetto che conti, non c’è dottrina o teologia che imponga una data interpretazione di passi biblici, non c’è predicatore che coinvolga l’Assemblea in una visione personale del mondo o della Sacra Scrittura. Soprattutto non esiste il rischio di interpretazioni bibliche settimanali che possono, se confrontate fra loro, apparire o essere contraddittorie.

E infine, non c’è il rischio di essere considerati cristiani all’acqua di rose se non si fanno discorsi religiosi infarciti di citazioni.

Quanto più si procede nel tempo, tanto più crescono in numero le Traduzioni della Bibbia, e i ritrovamenti di testi più o meno antichi, e gli aggiornamenti e, di conserva, le interpretazioni dei traduttori e dei chiosatori.

La scoperta di pergamene greche in varie parti del Mediterraneo dominate dalla cultura ellenica, anche se non bibliche, permette di capire parole neo-testamentarie il cui senso era rimasto ignoto fino a ieri. Il che, specie in chi è tendenzialmente fondamentalista, crea confusione.

Per gli Amici che si riuniscono per meditare e colloquiare intorno alla Parola sì, ma resa vivente spesso da una sentita presenza di Dio a livello profondo, il rischio di dipendere da una più o meno “corretta” interpretazione di passi biblici è assente in partenza.

Anche il silenzio umano ha, ovviamente, i suoi limiti e rischi, ma non comporta necessariamente il coinvolgimento di tutta la comunità.

Al massimo può esistere un errore di “omissione”.

(Frino di Ghiffa 24.3.92)

« La morte, come la si intende, in verità non esiste. Quella che noi chiamiamo morte è governata dal principio shivaico (Shiva), ciò vuol dire che la morte non è altro che una transformazione, un andare al di là della forma (rupa). È un semplice cambiamento di stato di coscienza che per alcuni può avvenire in modo così inconsapevole da non percepire l’accaduto.
La maggior parte dell’umanità – soprattutto occidentale – non ha saputo e non sa trovare un giusto rapporto con la morte. Drammatizzazione dell’evento, attaccamento alla forma, identificazione con gli ideali terreni, etc., offrono uno spettacolo deludente ed infantile per chi conosce e sa.
Un giorno o l’altro si scoprirà che la nascita è sotto la legge della limitazione, mentre la morte sotto quella dell’ affrancamento. »

Raphael (Asram Vidya Order): Di là dal Dubbio Ch. “Post mortem e Bardo Thotrol”. Edizioni Asram Vidya. Roma 1979.

2    SILENZIO E SOLITUDINE

Sia il silenzio che la solitudine possono portare sollievo o depressione, a seconda dei casi, possono essere ricercati e volontari, o essere subiti contro voglia. Possono essere entrambi, soli o abbinati, fonte di soave poesia o di tetra tragedia.

Il Silenzio della pietas quacchera è ricercato per vincere la solitudine in tutte le sue forme negative, soprattutto quella che fa sentire l’uomo abbandonato da Dio nel deserto della vita, anche quando è in numerosa e rumorosa compagnia, anche se frequenta allegri compari o religiosissime comunità religiose.

Dopo aver corso invano da una filosofia all’altra, da una confessione religiosa ad un’altra, è possibile che il ricercatore resti a mani vuote e non trovi il conforto di una mano amica che gli faccia sentire la presenza di Dio Padre.

È grande ventura trovare presto che non è così, che Dio è sempre vicino, che ci ama, che ci corregge, che ci ammaestra e conforta.

Ma troppi non sanno che è vano cercarlo per le vie del mondo, nei monumenti eretti dalla mano dell’uomo, salendo scale al paradiso inventate di sanapianta da fantasiosi Maestri di religione. Troppi ignorano che Dio tanto più parla quanto meno gli uomini parlano.

È quindi un dono di Dio scoprire la via del Silenzio, che permette in ogni momento, dovunque e in qualsiasi condizione, nel culto comunitario o nella temuta solitudine, di sentire la Sua voce al di là e al di quà degli organi dei sensi, del pensiero razionale, della cultura imperante.

Il Signore del Silenzio attende che tu affronti il Silenzio per metterlo al Suo ed al tuo servizio, per vincere gli orrori degli eccessi di folle schizofreniche e di emarginati isolati destinati all’autodistruzione.

Con Lui, Silenzio e Solitudine possono superare il più delle volte i loro risvolti negativi, anche se stanno insieme.

(Livorno 3.6.1984

3    PAROLE NON DETTE

Nel silenzio del Culto, all’inizio di questa esperienza, la mente raziocinante non trova un vero riposo e nell’assenza di un metodo particolare di autocontrollo, i sentimenti sono agitati e confusi.

Una folla di parole si presenta in libertà sullo schermo dell’immaginazione, che tu solo contempli o senti come una colonna sonora in una cuffia: le leggi e le ascolti, e di solito non ti piacciono. Suonano vuote e persino false.

Ma proprio perchè taci, e non sei tenuto a parlare, ti rendi conto che è bene non pronunciarle, non esporle, e più che in altre occasioni le parole non vanno messe in circolo senza consapevolezza, e ciascuno deve aderire fino in fondo a ciò che è vero dentro – come il sorriso alla letizia e alla simpatia, il bacio alla tenerezza e all’amore, il pianto al dolore e alla compassione.

E a poco a poco, pur se dotato di facondia, ti liberi dal fiume traboccante di parole vane – bugiarde – fuorvianti – demagogiche – interessate – altisonanti – autocompiacenti, lasciandole cadere come foglie morte, e ti distendi psicologicamente, aspettando di riempire ogni vuoto che lasciano con parole che vengono da Dio.

Solo quando e se ne avrai ricevute potrai, sentendone chiaro l’impulso, trasmetterle ad altri che meditano insieme a te, in forma breve ed essenziale, ma in mancanza di quell’impulso preciso sarà ugualmente positivo non trasmetterle oralmente, limitandosi a serbarle nel cuore ed a viverle pienamente.

È inoltre veramente possibile comunicare in modo completo e profondo con tutti i presenti al culto anche senza parole o gesti, trasmettendo pensiero e sentimenti a livello di coscienza, constatando che gli altri li ricevono e li contraccambiano.

Nel culto silenzioso, vuoi le parole dette che quelle non dette sostituiscono totalmente ogni lettura, preghiera, canto o sermone religioso e danno un senso di rara pienezza e profondità.

(Livorno 1.12.1985)

4    PAROLA DELL’UOMO E SILENZIO

Raramente la parola dell’uomo è ricca di ispirazione, di verità, di amore, di giustizia, di luce.

Anche quando l’Uomo usa parole tolte alla Sacra Scrittura, cade spesso in errore o, trascinato dalla foga oratoria vi aggiunge del suo, o invaghitosi di un’idea brillante personale la stravolge, o dominato da un concetto teologico la piega senza scrupoli per dimostrare comunque la giustezza di tale concetto.

Talora le parole, che escono facilmente in modo gratuito dalla bocca dell’Uomo, vengono usate contro qualcuno non per correggerlo spinti dalla preoccupazione per lui bensì per dimostrare la propria superiorità, per sostenere una teoria vincente, per dimostrare l’infallibilità di un gruppo religioso.

Il Silenzio libera dal pericolo di usare troppo sventatamente, maliziosamente, settariamente la splendida ma pericolosa facoltà di parlare e con essa di vincere e convincere – nel bene e nel male – e gli ricorda la responsabilità di essere possessore e libero fruitore di tale dono straordinario.

Così, quando – dopo una lunga meditazione silenziosa e dopo aver ascoltato la voce della coscienza e l’intramontabile, segreta voce di Dio – chi medita rompe il proprio silenzio e si decide ad esprimersi con parole udibili, lo fa umilmente, consapevolmente, con spirito di servizio.

Per questo nel mondo quacchero, ogni intervento durante il culto silenzioso, viene chiamato “ministero” (servizio), ed è con tale servizio che ognuno partecipa al “Sacerdozio Universale”.

(Livorno, Montenero 28.3.1986)

« La morte di un uomo mi diminuisce, perché sono coinvolto nel genere umano; e quindi non domandare mai per chi rintocca a morto la campana: rintocca per te. »

5    SILENZIO E PACE

(Fil.4.7; Giac.3.18)

Un accostamento molto comune, anche se spesso non è meditato, è quello fra silenzio e pace. La pace ha rapporto col silenzio quanto il tormento o l’angoscia o la paura, o il senso di solitudine, di liberazione o di costrizione. Ciò dipende dallo stato d’animo, dal carattere, da un eventuale complesso, dalle situazioni.

Di certo il silenzio è necessario nel raccoglimento e nella meditazione, nella preghiera e durante un lavoro delicato, e allontanando il rumore e le distrazioni la concentrazione è facilitata.

Non c’è però certezza di pace nell’assenza di rumori e di confusione, a meno che nell’atto della concentrazione non intervenga uno spirito particolare, come nel culto, diciamo in ogni forma di culto.

Tra le forme di culto che ho sperimentate, cattoliche, protestanti, ortodosse, ebraiche, ed alcune meditazioni di tipo hindù o buddista – quella che più spesso da frutti di pace spirituale è la forma di Culto Silenzioso in uso fra i Quaccheri. E non c’è Quacchero degno di questo nome che non cerchi di tradurre la somma di pace di cui gode nel culto in attività che portino pace concreta al prossimo.

Se il nostro prossimo a causa di un conflitto bellico o psicologico, di ingiustizia, di miseria, di repressione, di isolamento individuale e sociale (follia, prigionia, malattia….) non ha pace, è primo dovere, per chi gode il privilegio della pace, di far sì che diventi fruizione per chi pace non ha.

Il dono divino della pace che sopravanza ogni intelligenza non può diventare nelle nostre mani uno strumento di egoismo, di ritiro dal mondo, di indifferenza alle varie forme di “non pace” di cui soffre il nostro prossimo.

Basterebbe ricordarsi di tutti i momenti, e certamente sono tanti da non potersi contare, in cui tutti noi non abbiamo avuto pace e in cui avremmo accettato volentieri l’offerta di pace di una mano amica. Se troviamo una qualche forma di pace in un culto od altra benedetta forma di elevazione spirituale – comunque di “silenzio irenico”- non teniamola per noi. Ne tradiremmo l’essenza.

(Pisa 1.10.1986)

6    SILENZIO E SANTITÀ ?

Tutte le esagerazioni sono pericolose. L’esaltazione di uno strumento può farlo diventare più grande di ciò che realmente è: un tramite per giungere ad un fine, una leva per sollevare da un livello ad un altro. Una forchetta può portare il cibo alla bocca, ma non va identificata con il cibo.

Se il silenzio fosse garanzia di santità, o la santità stessa, il rumore, la confusione, il massimo livello acustico potrebbe essere automaticamente identificato con il peccato, la perdizione.

È vero soltanto che con il silenzio, od una forma comunque raccolta nell’atteggiamento religioso, si facilita l’ascolto della voce dello Spirito, il contatto con l’essenza più profonda di sé e con Dio.

Non si può assolutamente condannare come peccaminosa ogni e qualunque situazione diversa dal silenzio, anche perché vi sono state e vi sono nel mondo forme sincere di pietà religiosa che si svolgono in modo da prevedere canti e preghiere ed esclamazioni che sono congeniali e preziose per elevarsi a Dio per chi le pratica.

E quante volte, anche per chi ha scelto il silenzio come forma principe di culto, il contatto con lo Spirito è avvenuto in altro modo, benedetto anch’esso per la pace che porta ed i frutti che dà.

Non bisogna baciare le pietre della via che si percorre per arrivare a Dio – ma ringraziare Dio per averci concesso di trovarla e di percorrerla, senza inquinarla.

(Livorno 20.11.1986)

« La Verità è amore nella espressione.
Il Bene, amore in azione.
Il Bello, amore nella realizzazione.
Vizi, errori e ignoranza, amore incosciente.
Il Dolore che le sue reazioni provocano, risveglia la Saggezza,
amore incosciente. »

(R. Tagore: L’ Ora di Essere)

7    CULTO LITURGICO E CULTO SILENZIOSO

Malgrado la sua bellezza e suggestione, la forma di culto costituita da preghiere, canti, letture, brevi raccoglimenti, sermoni – che i quaccheri chiamano “programmato” – al di là di un coinvolgimento emotivo raramente impegna profondamente chi vi partecipa.

L’alternarsi dei suoi diversi elementi, l’alzarsi e il sedersi, il raccoglimento silenzioso che dura pochi minuti o secondi, le dotte speculazioni teologiche del predicatore comportano troppo spesso una forma di deconcentrazione, un frazionamento psicologico, e talvolta la predica produce dipendenza dall’oratore. Salvo eccezioni naturalmente.

La conoscenza, che dovrebbe crescere continuamente con la frequenza a culti, non corrisponde sovente alla crescita spirituale, né al cambiamento sostanziale del credente, né alla nuova nascita.

Maggiore è la semplicità del culto e della predicazione, maggiore è il vero coinvolgimento dei partecipanti e la possibilità di crescere.

Il massimo della semplicità si raggiunge, secondo i quaccheri, con il culto silenzioso, in quanto le rare interruzioni orali, sentite da ciascuno come servizio ed esternazione di una certa ispirazione, sono parte naturale del tutto ed appartengono a ciascuno.

Spesso in quei brevi messaggi c’è la risposta ad un problema o ad un quesito, espresso o inespresso, sentito da molti dei presenti. È l’io che diventa noi, l’individualità che si fà comunione.

Laddove il silenzio del culto programmato è un elemento secondario, spesso inesistente, nel culto quacchero non programmato è un elemento centrale, strumento formidabile di ricerca, di introspezione, di auto-esplorazione, di meditazione, di ascolto, di confessione, di impegno con se stessi, inizio reale di un cambiamento del proprio modo di essere e di agire.

La comunicazione verticale con lo Spirito di Dio si traduce in comunicazione orizzontale con i fratelli, che senti tali durante e dopo il culto, e con stupore e letizia ti accorgi che veramente qualcosa è cambiato in te, che i pensieri negativi si diradano progressivamente, che l’aggressività scompare gradatamente all’orizzonte, che i valori più alti della vita e della religiosità universale sono chiari nella mente e nel cuore.

A volte alcuni dei presenti non interrompono la propria concentrazione proseguendo il corso di un proprio pensiero edificante, e tale ne è lo spessore che non ne viene disturbato dall’intervento di altri.

Di solito, anche se nulla di eccezionale è stato direttamente o indirettamente sperimentato dalla maggior parte dei presenti al culto, un senso vero di pienezza e di pace riempie ognuno e tutti, e molti affanni quotidiani perdono di peso e di valore.

E chi non ha trovato conforto ai suoi problemi e risposta ai suoi intimi quesiti, trova un qualche diretto conforto nel constatare che altri l’hanno sperimentato.

La disponibilità e l’apertura agli altri è una diretta conseguenza della costante presenza ai culti, e la preoccupazione, il senso di responsabilità verso i confratelli è una caratteristica tutta quacchera da secoli.

La luce della verità divina, capace di dare risposta ai quesiti che la cultura umana non può soddisfare, non brilla in forme visibili o tangibili, e può non corrispondere affatto alle aspettative del credente, ma certamente un raggio di luce caritativa fa capolino nel cuore di chi sa far fruttare il mezzo del silenzio.

La consapevolezza di aver cercato la comunione con Dio e con i fratelli e il sapere che Dio gradisce tale ricerca danno un senso alla partecipazione.

Poiché però non è la sola forma di culto che Dio gradisce, quello silenzioso rimane solo una nota nella vasta gamma della pietas umana, ed è bene e giusto che ognuno segua quella che gli è più congeniale.

(Livorno 22.1.1987)

« La legge dello Spirito della vita in Cristo Gesù mi ha affrancato dalla legge del peccato e della morte. Se lo spirito di Colui che ha risuscitato Cristo Gesù dai morti abita in voi vivificherà anche i vostri corpi mortali per mezzo del Suo Spirito che abita in voi. »

(Rom. 8.2,11; N.T.

8    UN TEMPO PER OGNI COSA

(Eccl. 3.1-8; 8.5,6, Luca 19.44 )

Secondo il poeta dell’Ecclesiaste, v’è un tempo per ogni cosa, anche per parlare o tacere.

Ma il non parlare non ha necessariamente valore religioso, e di norma non consiste nel silenzio dedicato esclusivamente a Dio, in forma di culto.

Il kairos del silenzio, l’occasione straordinaria di un incontro cultuale con Lui, lo dobbiamo mettere da parte, trovarlo a tutti i costi anche nel ritmo incalzante della vita moderna, fra le strettissime pieghe di un impegno e l’altro. Fermando l’orologio del tempo cronologico se occorre.

Sarà tempo perduto?

Al dubbio, che assale spesso il neofita risponde, se partecipa in modo frequente, il senso di pace e la distensione che durante e dopo il periodo di silenzio si inverano, proiettandosi ben oltre i confini di un’ora di culto.
Il culto stesso si prolunga per tutto lo spazio che intercorre fra questo e il successivo.

I problemi appaiono sotto una luce meno fosca, nelle loro dimensioni reali, e del tutto abbordabili; le preoccupazioni quotidiane si allentano, fino ad apparire banali; la fretta non ha senso (“dove corri?” ti chiedi, e “perché corri così?”; l’angoscia non abita più qui; ogni cosa va a posto, e sarà affrontata con calma, a tempo e luogo. Il tutto senza un briciolo di esaltazione mistica.

L’uomo ritrova, dopo tanto tempo sprecato rincorrendo fuorvianti chimere, il senso reale della vita, del rapporto con gli altri, con la natura, con Dio – perdendo per lunga pezza o per sempre un atteggiamento di guardinga difesa verso tutto e tutti.

È il miracolo di una frazione di tempo vissuto in una dimensione scandita dal ritmo dello Spirito, non dal pendolo di uno strumento meccanico che conta monotonamente secondi, ore, giorni in vista della fine.

Un periodo di tempo vissuto così, in raccoglimento religioso, fa apparire ogni altro uso del tempo inadeguato e insignificante, e comunque gettato via per la crescita spirituale. C’è un senso di vergogna per una vita sin qui spesa male, e un nuovo impegno a spenderla meglio.

E per spendere meglio la vita, l’uso del tempo dedicato al silenzio per avere indicazioni divine, è una scelta sacrosanta: è un modo discreto per offrire il tempo che ci resta a Dio.

(Firenze 5.4.1987)

« Ora so guardando indietro negli anni, che nulla mi ha trasportato nella vita di Dio, o ha fatto di più per dischiudermi l’infinito significato dell’amore, del fatto che l’amore può ricoprire quest’abisso di separazione (era morto il figlio undicenne), che può passare sopra il visibile e resistere al disopra dell’abisso: L’unione mistica non si è spezzata e non conosce fine. »

(Rufus M. Jones: The luminous trail)

« Il forestiero che soggiorna fra voi, lo tratterete come colui che è nato fra voi; tu l’amerai come te stesso; poichè anche voi foste forestieri nel paese d’Egitto. »

(Lev. 19.34 : A.T.)

9    RELIGIONE E SILENZIO

Religione è ricerca di un rapporto speciale con Dio, mediante la preghiera, la meditazione, lo studio, la predicazione, il culto e il culto silenzioso.

Talora essa produce rituali suggestivi, usati in comune per creare un’atmosfera adatta ad elevare ed a rientrare in sé. V’è chi non potrebbe fare a meno di tali forme di culto. Ma quando la forma prende il posto della meditazione, o la condiziona; quando la parola dell’uomo prevale sullo spirito; quando la parola delle Sacre Scritture viene usata in modo abusivo; quando le Scritture vengono usate contro qualcuno, per distruggere o emergere e non per costruire – non siamo più in presenza di una religione genuina.

L’uomo usando colori e suoni e forme e movimenti ed altri doni di Dio con l’illusione di creare con le proprie forze una scala al paradiso può, involontariamente e in buona fede, creare invece una barriera invisibile fra l’umanità e Dio stesso.

Il Culto Silenzioso è un modo per escludere in partenza il rischio che forme liturgiche inventate dall’uomo si frappongano fra la creatura e il suo Creatore, impedendole di trovare la luce della scintilla divina che ha in sé. Ma anche qui, il culto comunitario silenzioso non è il solo momento in cui la ricerca della luce divina, che il ritrovato rapporto con lo Spirito di Cristo può riaccendere, si può portare avanti.

Anche fuori del culto comunitario, il silenzio può come la preghiera, diventare un ponte fra la solitudine dell’uomo e Dio, permettendo alla prima di trasformarsi in strumento di elevazione spirituale.

Una volta creato un nuovo rapporto con lo Spirito, è molto facile che la vita quotidiana sia del continuo trasformata in qualcosa di interessante e positivo, come la testimonianza, l’azione di solidarietà, in modi prima impensabili, con i nemici di ieri, con spirito ecumenico, interreligioso, interrazziale, interculturale.

Dovunque, nell’atmosfera di pace spirituale e sociale, di equilibrio e di equanimità che il culto silenzioso – comunitario o solitario – induce, Dio, che non ha mai abbandonato alcuna delle Sue creature, fa a Suo modo sentire la Sua voce.

(Livorno 7.4.1987)

10    IL SILENZIO: MEZZO O FINE ?

Ogni confessione religiosa corre dei rischi quando pone troppo l’accento ed esalta un elemento che considera fondamentale per il raggiungimento dei propri obiettivi.

Schematizzando ed estremizzando per ragioni di chiarezza, sostengo che il cattolico non illuminato corre dei rischi quando sposta il centro del Culto da Dio alla Chiesa.

Il protestante, che vive ancora nel timore che venga inquinato il messaggio del Nuovo Patto da interferenze dogmatiche e da ritualità tradizionali, li corre facendo ruotare la ricerca e l’interpretazione di tutta la rivelazione intorno alla sola Scrittura.

Il Quacchero, che vuole rifuggire completamente da ogni forma progammata e guidata del culto, rischia di fare del silenzio un “sine qua non” e di prenderlo per un valore in sé.

Iddio, la cui presenza nel Creato è globale, i cui canali di comunicazione sono infiniti, il cui Spirito soffia dove vuole e come vuole, non si lascia confinare in nessuna Chiesa, in nessuna tradizione, in nessun libro, in nessun metodo di ricerca.

Non uno di questi tre grandi strumenti di comunicazione tra l’uomo e Dio, benedetti certamente ciascuno quando restano tali, può diventare sacro e sostituirsi al fine che è sacro solo perché coincide con Dio.

Il silenzio è, come gli altri strumenti religiosi, un canale privilegiato in quanto scevro di qualsivoglia intoppo o sovrabbondanza di mezzi sacramentali, ma come gli altri è diretto a sfociare nell’Oceano dello Spirito che solo può benedirne effettivamente la strumentalità – cioè l’umile servizio che consiste semplicemente nel facilitare l’incontro fra l’Uomo e il Padre di tutti, per restaurare un rapporto che per cento e una ragioni risulta interrotto.

Ogni altra cosa, per preziosa che sia, va tenuta entro i suoi limiti naturali per impedire che invadano spazi che spettano a Dio stesso.

I gradini di una scala che porta al Paradiso non sono sacri quanto il Paradiso, e non vanno baciati: vanno invece tenuti puliti, in ordine e senza ornamenti; vanno restaurati se il tempo li ha corrosi, vanno indicati a chi non ne conosce la funzione di via da cui può passare ogni Figliuol Prodigo.

Il contrario, ovvero l’esaltazione del mezzo – pur essenziale alla conoscenza e all’ascolto – è complice di una forma o l’altra di idolatria, trappola sempre presente questa di una fragile umanità, spesso disposta a scambiare il mezzo con il fine.

(Roma 12.7.1987)

« Ogni anima è potenzialmente divina.
Scopo della vita è rendere manifesta questa nostra divinità interiore, col conquistare il controllo sulla natura: su quella esterna e su quella interiore.
Realizzate ciò, o con il lavoro disinteressato, o attraverso la devozione, o attraverso l’educazione e sviluppo dei vostri mezzi psichici, o con la conoscenza filosofica.
Seguite una, o più, o tutte queste vie, e diverrete liberi.
Questa è l’essenza delle religione.
Le dottrine, i dogmi, i rituali, i libri, i templi, le chiese e le forme non ne sono che accessori di secondaria importanza. »

(Raja Yoga, da Yoga Pratici di Swami Vivekananda)

« Le prigioni sono costruite con le pietre della Legge, i bordelli con i mattoni della religione. »

(William Blake: The Marriage of Heaven and Hell)

11    SILENZIO E REALTÀ

Il silenzio è una medicina contro il rumore, le chiacchiere inutili, la confusione mentale, le discussioni accese e pericolose, le crisi nervose.

Il silenzio è anche un mezzo efficace per scavare dietro la maschera della menzogna degli uomini, partiti e religioni che proclamano cose egregie e non le fanno.

Ed ancora: il silenzio è uno strumento per indagare all’interno di ogni valore, per appurare se è genuino o nasconde il falso e il vuoto.

Il silenzio è la cartina di tornasole che reagisce alla menzogna e indica il grado di verità dei nostri impulsi, pensieri e progetti – e, naturalmente, di quelli altrui.

È un segnale direzionale che mostra la via di una realtà profonda, diversa ed esterna che il suo contrario, il chiasso, ignora e copre.

(Milano 15.1.1988)

« Quando il Signore mi ha inviato nel mondo, mi ha proibito di togliermi il cappello davanti a chiunque, di alta o bassa posizione sociale. Siate modelli, siate esempi in tutti i paesi, siti, isole, nazioni, dovunque vi troviate, che il vostro comportamento e la vostta vita possano predicare fra tutte le specie di persone, e per loro; allora riuscirete a camminare lietamente su questa terra, rispondendo a quel seme di Dio che è in voi. »

(George Fox: Journal)

12    IL SILENZIO: PREZIOSO, MA ….

Anche su chi conosce il valore del silenzio come mezzo di riscoperta di valori, di incontri ravvicinati con lo spirito di Dio, di comunione con gli uomini, quando questo sia volontariamente cercato, serenamente adottato ed offerto come culto profumato a Dio, incombe la tentazione di gettarsi voluttuosamente fra la gente pittoresca e tumultuante, partecipando al coro di parole vane o gravide di significati nefasti.

La tentazione dell’inebriante valzer delle parole può avere, anche dopo la dolce e spirituale esperienza di Dio, il sopravvento sulla fragile creatura.

È duro per chi è vittima di fragilità spirituale passare accanto ad uno spettacolo cistercense e non parteciparvi in prima persona, e non essere attori di uno psicodramma, di un rituale corale. Il ricordo di altri piaceri e momenti di alto coinvolgimento, che innalzano e premiano più dei giochi del Mondo, sfuma agli occhi del debole, e si avvera una caduta sempre più rapida e verticale come accade a tutti coloro che corteggiano un vizio.

L’amaro risveglio di chi ha partecipato ad un vacuo gioco con premi materiali, con lo spettacolo brillante finito, senza più luci né rumori né compagnie esaltate, si risolve in una desolata solitudine, in una forma non invocata che avvolge e fa paura, parente della claustrofobia.

A livello di coscienza emerge, sempre per chi è stato vittima delle illusioni del Mondo, l’angoscia di un abissale vuoto spirituale che sembra incolmabile.

Il ricordo del silenzio del culto trascurato si traduce in rimpianto per la pienezza, la comunione, la pace che offriva.

E per chi è capace di andare, oltre il rimpianto, al pentimento ed alla fiducia nella misericordia del Signore, si riapre la serena visione di reincontrarsi con gli Amici sulla terra e con l’Amico del Cielo, per vivere insieme e tempo e culti e fraternità, accomunando pensieri e parole, detti e non detti – annullando insieme a loro la notte, il vuoto e la solitudine che un rapporto errato col Mondo avevano per un periodo popolato la propria vita.

Nel Culto Silenzioso ritrovato si chiarisce a poco a poco quale può essere un sano rapporto col Mondo, cui va portato il frutto di una continua testimonianza di fede, di speranza e di carità.

(Bologna 12.2.1988)

« Io posso arrivare a Dio mediante Keats, tu mediante Beethoven e un terzo mediante Einstein. Non dovrebbe l’educazione per un cristiano significare proprio questo – ampliare e coltivare il paese di Dio – e le materie di qualsiasi programma scolastico essere divisate quali vie verso una vita in Dio più piena in modo progressivo oppure, per cambiare metafora, come finestre ognuna delle quali offre una nuova vista sul Regno dei Cieli? »

(Caroline C. Graveson: Christian Faith and Practice)

« La chiesa vivente ha una funzione profetica – il dovere di usare la sua facoltà di visione spirituale sì da penetrare sotto la superficie della vita fino al suo significato interiore. »

(Will. Charles Braithwaite. Christian Faith and Practice)

13    SEDUTI IN CERCHIO NEL CULTO

La scelta quacchera di porsi in cerchio, seduti intorno a un tavolo su cui si trova una Bibbia o un mazzo di fiori, risponde ad una antica usanza degli uomini di riunirsi per comunicare fra loro in modo orizzontale.

Non è un vezzo per cercare l’originalità o una diversa forma di suggestione religiosa: è un provato mezzo di comunione fra gli uomini in un rapporto più ravvicinato, più sentito, più stretto.

Persone di diversa estrazione sociale o preparazione culturale si sentono più eguali fra loro, più umili, più disponibili, e tutte egualmente poste di fronte a Dio.

La lontananza dal pulpito, dal predicatore, dalle prime panche, dalle ultime panche, che comporta un distacco fra le persone ed una seppur limitata soggezione da chi presiede il culto, l’isolamento di chi ha una angoscia e non riesce a comunicare stando al suo posto fisso di ogni domenica, sono scomparsi quando si è nel culto in cerchio. Non c’è pulpito se non quello ideale di Cristo, non ci sono elementi di distrazione.

Nel silenzio esterno c’è un forte aiuto al silenzio della mente che divaga meno del solito, e discute meno tra sé e sé, e non giudica quel che vien detto dal pulpito, e non si preoccupa di parlare o non parlare. C’è di sicuro l’ascolto, un riascolto di cose conosciute che passano da sole al vaglio del silenzio e diventano più interessanti o si scoprono definitivamente insignificanti.

La sacralità formale viene a poco a poco, culto dopo culto, sostituita da un senso spontaneo del Sacro, nel rapporto sacro col prossimo e in quello intimo con Dio.

Le cose degli altri, gli affanni espressi liberamente da un’anima in pena sono fardello di tutti, e l’io diventa NOI e finalmente si capisce come Dio possa essere in noi.

La conoscenza della Parola di Dio non è più delegata a nessuno. Chiunque può citarla nel culto facendola o meno seguire da un pensiero. I versetti citati qualche volta splendono di luce propria.

Ci si stupisce come mai, pur essendo un Culto Silenzioso, esso sia interrotto da più di un intervento e non si venga disturbati nella propria meditazione, e che lo si consideri egualmente e sinceramente Culto.

Non esiste un dialogo fra due. Se ha luogo, in quanto i due sono dimentichi di partecipare ad un culto comunitario, il dialogo rompe l’atmosfera di raccoglimento. Ciò però non accade fra quaccheri di lunga esperienza.

Un sentimento, ignoto ad altre forme di culto, la tenerezza, fa capolino fra i partecipanti al culto silenzioso, e ci se ne rende conto al momento in cui si pone termine alla riunione, dopo circa un’ora, dandosi tutti la mano. Quante amarezze, rancori, dispiaceri, egoismi vanno cancellati in quel gesto che è, veramente, tutto un programma.

(Firenze 10.9.1988)

« Educate gli uomini senza religione, e ne farete degli abili demoni. »

(Attribuito a Wellesley, Duca di Wellington)

14    NEL PROFONDO DI TE

Dio,
che non suole parlare ad alta voce,
non gradisce parole altisonanti
e forme rituali per entrare in contatto
con Lui.
Certamente è presente
nel profondo di te.
È presente,
e lo trovi e lo senti e lo vedi
con gli occhi dello spirito,
quando taci al mondo
e il mondo tace a te,
e in quel silenzio
profondo,
con il conforto d’altre
anime meditanti
ecco l’incontro
fra Lui e te,
fra Lui e noi.
E la paura
si dissolve,
il rancore
non è più,
la verità, l’amore, la pazienza
si fanno avanti,
un passo dopo l’altro,
e tu non sei più lo stesso,
dubbioso, smarrito, brancolante,
ma salmodiante,
intento a riempire il vuoto.
Sei nato di nuovo
nel silente
spirituale
rapporto con Lui.

(Basilea 14.5.1989)

15    PERDERSI NEL SILENZIO

Se cerchi pace,
e tra gli uomini
assenti da se stessi e da Dio
non trovi,
prova
tra il verde dei prati
e il grigio severo dei colli
a perderti nel Silenzio
e forse,
in un lungo viaggio interiore,
lo troverai.
D’un tratto libero,
stupito sereno,
nell’intima perduta profondità
dell’essere
tuo
di Dio
sarai compiutamente
vero.
E vivo
sicuro
intero
ritornerai fra gli uomini
senza più guerra in te,
senz’ombre e fantasmi
di dolore e di morte,
perché
hai visto ed accettato
il rinnovarsi placido della Natura
divinamente ornata,
che lo riflette in te.

(Livorno Montenero 16.5.1989

16    LE BRUIT DE FOND

( Ps. 65.7; 112.7; Ez. 10.5; Ap. 14.2 )

Notre vie est toute remplie de bruits,
de rumeurs constantes, incontournables,
car c’est notre activité et nos structures auto-motrices
qui les provoquent dans une mésure croissante.

Mais les bruits qui étouffent souvent
le silence où l’on cherche la paix
sont d’une nature différente.

Ils viennent des sentiments désordonnés,
des convoitises honteuses,
des idées erronées.

Il est inutile d’essayer de les conjurer
par des cérémonies religieuses
ou des thérapies pseudo psychiques.

Il n’y a que la foi,
la confiance en Dieu qui seule
peut la remplacer avec
une divine,
encore plus incontournable,
rumeur de fond:

l’harmonie universelle
du Royaume des Cieux.

(Nogent le Rotrou 28.8.1990)

« Nell’amore non c’è paura, anzi, l’amor perfetto caccia via la paura; perché la paura implica apprensione di castigo, e chi ha paura non è perfetto nell’amore. »

(1° Giov. 4.8, Nuovo Testamento

17    LA RELIGION DU SILENCE

( Ps. 37.7 )

Si pour religion l’on entends une forme organisée de culte, avec ses doctrines, rites, lieux sacrés et prêtres, le Quakerisme n’est pas une religion.

Si pour religion l’on entends le moyen plus approprié pour se relier avec Dieu, le Quakerisme est une religion qui utilise le moyen le plus simple, pur et directe de relais: le Silence.

Et, comme Dieu n’est pas ailleurs, ni au delà, ni à la fin d’un tunnel, mais il est partout, dans le tout, hors de l’homme et dans l’homme, le Silence permets un contact immediat, un relais absolu avec l’Esprit.

C’est, le Silence, le moyen prince, instrument primordial de la Communion Homme-Dieu, auquel Jésus-Christ a souvent eu recours, Lui, le Médiateur.

Ne renonçons pas nous, qui avons beaucoup plus que Jésus besoin du Père Celeste, à ce langage universel qui relie tous les hommes entre eux et Lui.

(Charbonnières 30.8.1990)

« Non odierai il tuo fratello in cuor tuo; riprendi pure il prossimo, ma non ti caricare d’un peccato a cagion di lui. Non ti vendicherai, e non serberai rancore contro i figlioli del tuo popolo, ma amerai il prossimo tuo come te stesso. »

(Lev. 19.17;18 : Antico Testamento)

18    IL SILENZIO NELLA VITA MODERNA

Nei suoi aspetti più deteriori, la società moderna, specie quella Occidentale, è agli antipodi del quaccherismo, e particolarmente del momento del culto, nella sua forma più antica, cioè del Silenzio.

Questo non perché il Quacchero rifiuti tutto della modernità – le forme di questa sono da riprovare solo quando inducono conseguenze negative per la crescita spirituale – ma perché la frenetica attività economica, politica, sociale e ludica impedisce con il suo ritmo la serena riflessione che permette di valutare principi e prassi a mano a mano che si presentano ed articolano.

Cose e azioni materiali odierne provocano riflessi negativi anche senza volerlo: l’eccesso di rumori provoca malattie e confusione, l’eccesso di traffico, di produzione industriale, di tecnologia, di pubblicità… provocano inquinamento fisico e morale, la generalizzazione dei simboli causa appiattimento, lo spettro della povertà induce paura e corsa al successo e al potere, l’orrore della morte invita a rifuggirne la presenza correndo vanamente dietro al piacere che è il solo che si diverte a sfuggire.

Queste pur superficiali cause di impoverimento etico e spirituale basterebbero da sole a farne a meno al massimo, cercando antidoti quali la ricerca dei veri valori religiosi.

Ove lo si sia incontrato, il culto silenzioso rappresenta un mezzo di facile accesso per cercare insieme ad altri, non in disperata solitudine, una gamma ininterrotta di valori che si presentano da soli allo spirito nel momento della meditazione.

Per quanto ferita e dolente, un’anima prova nel culto silenzioso una sorta di lenimento, come se una mano invisibile la coprisse portandola verso la guarigione, e il mondo, prima nemico e distante, diventa un grande malato da curare in vece nostra, anzi da curare per nostra mano, senza rancore.

Non tutti i culti sono così… terapeutici e creativi, non tutti i messaggi espressi da persone ispirate arrivano a tutti, non sempre è chiaro dove sta il bene e dove sta il male, ma è sempre chiaro che senza religiosità vibrante, senza incontri nel culto, senza lunghe meditazioni in silenzio, si spreca il nostro tempo lontano da Dio, e perciò stesso, lontano dagli uomini.

La via verso la verità divina è lunga, scoscesa, irta di difficoltà create dagli uomini – e gli ostacoli aumentano via via che si procede con questa modernità consumistica, illusionista, festaiola – ma la mano di Dio che si sente quasi concretamente nell’attenta meditazione ci può aiutare a superarle ad una ad una, senza affatto rinunciare ad un minimo di sano divertimento e di sport non competitivo.

(Livorno Ardenza 9.11.1990)

« Recherò con me –
l’ultimo amore della terra,
il dono d’addio della vita,
l’ultima benedizione dell’uomo.
Oggi la mia borsa è vuota.
Tutto quel che dovevo dare l’ho dato liberamente.
I piccoli doni che ogni dì ricevo –
un pò di tenerezza, un pò di perdono –
prenderò con me,
quando nella mia piccola zattera
farò l’ultima traversata
al silenzioso festival della fine ! »

(6 Maggio 1941 – ultimo compleanno di Rabindranath Tagore)

19    UN SILENZIO ELOQUENTE

V’è chi parla… e non dice niente.
V’è chi tace … perché non ha nulla da dire.
V’è chi tace … per ascoltare.
V’è chi tace … per non dire la verità.
V’è chi tace … perché ha paura.
V’è chi tace … perché è superbo.
V’e chi tace … ed è a suo modo eloquente.

Dio è il più eloquente fra tutti quelli che tacciono.

È vano parlare contro le parole vane di cui è pieno il mondo.
È utile esprimere parole che vengono dal cuore.
È prezioso leggere negli atti d’amore la Parola di Dio.
Il Dio che parla allo spirito dell’uomo nel Silenzio non ha confini linguistici, perché il linguaggio dello spirito è universale.
Chi l’ascolta, questo Dio senza parole, mediante la fede, l’ispirazione, la contemplazione, la sintonia sulla lunghezza d’onda dello Spirito, è consapevole che Dio emana continui messaggi.
L’ uomo, che ha la radio ricevente del profondo bloccata dalla propria superbia, accusa lo spirito di non trasmettere.
L’ uomo, che ha innalzato il suo io sul trono di Dio, ha creato un totale isolamento, tagliando così tutti i fili che lo collegavano alle fonti della vita e della verità.
L’ uomo, una volta isolato, soffre nel suo vacuo silenzio spirituale, e piange nell’incomunicabilità.
Molti fra gli uomini stanchi di separarsi dai valori eterni, di illudersi con valori transitori, cercano di riannodare i fili tagliati da falsi maestri moderni.
Cercando tra i valori scartati trovano uno strumento antico, umile e potente, privo di ornamenti, di musiche, di immagini, di forme, di profumi inebrianti: il semplice silenzio dell’ascolto di sé, dell’altro, di Dio – e tornano a vivere nell’onda dinamica della vita senza confini di morte, di paura, di dolore.
Il Dio del silenzio ha parlato loro con accenti eternanti, sublimi, liberatori.

(Verbania 12.4.1991

20    I DUE SEGNI DEL SILENZIO

Come il parlare può essere fecondo e positivo, infecondo e negativo, così il silenzio può essere di segno positivo o negativo ( + – ).

Facciamo alcuni esempi di segno positivo, graditi al Signore:

+ Quando il silenzio è usato come puro strumento di ricerca di verità spirituali e di Dio;
+ Quando il silenzio è usato come mezzo di comunione fra gli uomini altrimenti lontani e non comunicanti;
+ Quando il silenzio è adottato in luogo di parole di calunnia, di giudizio, di condanna, di insulto, di odio, di invidia, di scoraggiamento;
+ Quando il silenzio non è assenza di parole ma rinuncia a parole che non portano come il vento semi di vita.

Il silenzio non è gradito a Dio quando lo si adotta così:

Per non dire il vero;
Per non dare un’informazione preziosa;
Per non salvare una persona in pericolo;
Per non testimoniare contro un potente;
Per viltà come nei casi di omertà;
Per lavarsi le mani di un problema complicato;
Per coprire l’egoismo, il falso, la corruzione e così via.

E tu, hai deciso quale segno vuoi che abbia il tuo silenzio durante tutta la tua vita ?

(Verbania 20.6.1991)

« Ogni buona filosofia morale non è che l’ancella della religione. »

(Francis Bacon: The Advancement of Learning, II°, XXII)

21    SILENZIO E INTROSPEZIONE

Rendersi conto della oscurità psicologica e spirituale in cui ci si dibatte lontano da Dio è di per sé un fatto liberatorio.

Ristabilire la natura e la fonte delle mille luci che ci illudono e ci accecano è un fatto positivo.

Riuscire a camminare nei sentieri della vita senza fare ricorso a luci artificiali, permette prima o poi di incontrare la vera fonte di Luce universale ed eterna che viene direttamente da Dio attraverso la riscoperta della scintilla divina che abita dentro ciascuno di noi.

Sperimentare la forma di ricerca più adeguata all’accensione di tale scintilla è non solo doveroso ma spiritualmente intelligente.

Chi ha provato il culto silenzioso sa che nei momenti migliori, che non sono rari, ha la consapevolezza di vedere dentro di sé come attraverso le pareti trasparenti di una stanza illuminata da una luce di natura spirituale, non artificiale, non riflessa. I motivi che ci muovono veramente, e le finalità verso cui procediamo appaiono in una nitida evidenza, i sentimenti, i pensieri, i bisogni passano attraverso un lavacro, una decantazione altrimenti impossibile.

Il cambiamento interiore – che preconizza quello esteriore – corrisponde sicuramente al “nascere nuovo” promesso da Gesù.

(Verbania 5.7.1991)

« Poiché la mia vita è così piena di falsità devo perdonare la falsità che viene usata contro di me; poiché io stesso sono stato in molti casi scadente nell’amore, e reo di calunnia, inganno o arroganza, devo perdonare ogni mancanza di amore, ed ogni forma di odio, calunnia, inganno o arroganza… Dobbiamo portare avanti la lotta contro il male che c’è nell’umanità non giudicando gli altri, ma noi stessi. Il rispetto per la vita che applico verso me stesso, e quello che mi fa guardare con devozione ad esistenze diverse dalla mia, si compenetrano. »

« Poiché la mia vita è così piena di falsità (liberamente tratto da A. Schweitzer: Civiltà e Etica)

22    SILENZIO E QUESTIONE SOCIALE

Il Silenzio di fronte a Dio non corrisponde – né comporta – il tacere di fronte agli uomini.

Con coloro che operano il bene, credenti o non credenti, è giusto cooperare nella chiarezza delle convinzioni e posizioni di ciascuno.

Con coloro che operano il male, è giusto protestare come uomini e come credenti nel Dio della Giustizia, cercando di fermarne la mano con i mezzi omogenei al bene che vogliamo – scartando quei mezzi che per vie traverse conducono al fine.

Ovunque c’è ingiustizia, violenza, strapotere e guerra, è doveroso far giungere una voce che ne arresti e rovesci il corso. Non è il caso di intervenire con mezzi e principi che, giusti per noi, rappresentino una forzatura ed una violenza a persone o gruppi sociali di altra cultura, a meno che ci sia il tempo di confrontare mezzi e principi, e che i gruppi che vogliamo difendere contro la violenza siano veramente consenzienti. Il nostro “bene”, se imposto, può risultare un “male” laddove non si parta col rispetto di persone o valori.

E soprattutto, per cambiare gli altri, se ci pare utile farlo per loro, più che le parole e i principi dichiarati, parlano i fatti, da soli. I fatti nati dal vero e dall’amore hanno una voce alta e bella, e sono convincenti.

Ma per avere una voce così alta e bella, quanti colloqui con Dio in lunghe, silenziose meditazioni, quanta paziente ricerca della Sua volontà.

(Susello di Ghiffa 13.7.1991)

« Dobbiamo forse essere assassini verso gli assassini, criminali verso i criminali? È forse necessario odiare uccidere bestemmiare? No, anima mia, non con questi mezzi…! Oh mia patria, siano preferibili la pazienza ed una inflessibile volontà… In ogni lotta contro i soprusi di questo mondo, regnino la forza, la serenità e l’amore, nell’attesa che tutto l’inferno diventi per sempre impotente. »

(drammaturgo e poeta Zygmunt Krasinski )

23    CONVENEVOLE ASCOLTO

Buona cosa e saggia è
stare in silenzio
davanti al Signore.
Non Egli ignora
cosa ti opprime
ti occorre o preme,
per crescere
in statura spirituale
ma tu.
Ed allora conviene
a chi crede
sostare in diuturno
convenevole ascolto
del Suo volere,
del Suo sapere
per chiedere sì
ma cose pie che salgono
con l’ali della preghiera
infino al Cielo
senza disperdersi
nella vanità.

(Susello di Ghiffa 10.8.1991)

« Poniamo mente ai nostri tesori, al mobilio delle nostre case, ed ai nostri vestimenti, e valutiamo se il seme della guerra non abbia nutrimento da questi nostri averi. »

(di John Woolman)

24    LA LUCE INTERIORE

( Gv. 1.4-9, 3.19, 8.12; Rm. 13.12; 1 Pt. 2.9 )

Certamente il silenzio del culto propizia la percezione di una luce interiore che proviene da Dio. Si tratta, ovviamente, di una luce non captabile dall’organo della vista, bensì di una luce spirituale proveniente dall’alto che illumina la coscienza e la ragione dell’uomo.

Al cristiano la luce divina della verità e della vita è stata rivelata mediante Cristo Gesù, e per Lui si esprime ancora in ogni tempo e luogo, ove sia predicata la Parola.

Per i Quaccheri, da G. Fox in poi, è tutto questo – diceva infatti che “ognuno è illuminato dalla divina luce di Cristo” (1648) – ma, poiché la luce e lo spirito erano prima che le Scritture fossero dispensate, tale luce può essere percepita da chiunque anche prima di conoscere le Scritture e perfino al di fuori di esse.

L’incontro con tale luce rende il credente una persona responsabile, “come ogni buon amministratore della svariata grazia di Dio” (1 Pt. 4.10), di fronte al divino dispensatore, al prossimo e ad ogni creatura, pronto a cercare la Sua volontà ed a vivere in conformità con i suggerimenti della Parola scritta e non scritta.

Non v’è dubbio che per sperimentare il dono della luce interiore, bisogna creare delle occasioni ricorrendo al ritiro, pur breve, dai rumori e dalle cure del mondo, vuoi in solitudine, vuoi nella coralità del culto comunitario, possibilmente in silenzio.

Se si riesce, in una qualche misura, a vivere tale luce, la visione di ciò che è bene fare o non fare, dire o non dire, coltivare o abbandonare, la consapevolezza di essere operatori di pace e di giustizia, testimoni della verità e ambasciatori del Regno dei Cieli è veramente possibile.

Così come siamo, con le nostre umili forze, operando piccole cose – viste sul metro della società umana – se lasciamo che la luce interiore di Cristo ci illumini, ci rendiamo conto che in noi abita una scintilla divina e ci è più facile diventare Suoi collaboratori. ( 1 Co. 3.9 )

(Verbania 24.8.1991)

25    SILENZIO E LIBERTÀ

(2 Cor. 3.17 )

“Il Signore è spirito, e dove c’è lo spirito del Signore c’è libertà”. Tralasciando ora ogni aspetto sociale del problema libertà, e concentrandoci sul momento del culto, non v’è dubbio che qualsiasi forma di culto svolta nel Suo nome e in buona fede offra una fruizione minima o massima di tale Spirito di libertà.

E a noi, che prediligiamo la forma quacchera di Culto Silenzioso pare che minore sia la presenza nel culto di formule ripetitive – anche quelle sacrosante del Padre Nostro e del Credo Apostolico – tanto maggiore è il godimento di tale libertà.

Una volta provato, in modo quasi tangibile, il senso della presenza di Dio nel culto, il conforto della Sua mano invisibile che viene a coprire il nostro peccato, è buona cosa sprofondarsi in esso senza essere distratti da alcun elemento diverso dalla concentrazione meditativa.

Per questo nel Culto Silenzioso nessuno parla ad alta voce prima di dieci, quindici minuti di raccoglimento generale, e quando lo fà si deve sentire spinto “liberamente” a dire qualcosa di veramente sentito, brevemente e in tono alquanto sommesso, per non distrarre chi abbia pensieri rivolti in altra direzione.

Ma accade, per opera dello Spirito, che si verifichi un concorso di pensieri concomitanti o paralleli, che trovano riscontro in uno o altro intervento (chiamato ministero – servizio), e accade anche il confluire naturale dei pensieri di molti verso una direzione spirituale indicata in uno di tali interventi.

Tutto ciò non ha nulla a che vedere con l’orientamento necessariamente unidirezionale del sermone di un predicatore, che deve aver scelto un argomento, e richiede che tutta l’assemblea si concentri su esso. Cosa ottima in sé, in molti casi, e sicuramente preziosa negli studi biblici – che anche i Quaccheri svolgono durante la settimana, quando e dove ce ne sia il modo.

C’è anche nel Culto Silenzioso qualche rischio e qualche vincolo. Chi ha voglia di predicare deve lasciarla fuori dalla porta.

Chi è troppo agitato e non riesce a trovare pace neanche nel silenzio del culto, starà a disagio in tutto quel lungo raccoglimento e può preferire andarsene.

C’è chi, pur essendo relativamente quieto, non riesce assolutamente a partecipare spiritualmente e non è coinvolto da alcun intervento, ma un Quacchero di lunga esperienza non getta via neanche un culto così: ringrazia Dio di avervi partecipato in qualche modo, e non avere sprecato il tempo altrove.

Iddio sicuramente accetta anche il lamento di chi non riesce ad offrirgli un culto sentito.

E poi v’è la libertà di tacere, e nella sicura uguaglianza di tutti, anche il più taciturno dei presenti trova con piacere e sorpresa il coraggio di fare un intervento. È anche questa una forma di libertà dalla paura.

(Verbania 28.8.1991)

« Abbiamo riflettuto sul diffuso sfruttamento dei popoli economicamente sottosviluppati, e di quei lavoratori industriali e non, che sono pure sfruttati e gravati di pesanti oneri. Dobbiamo perciò operare per ottenere una più grande misura di libertà nella vita politica ed economica. Questo perché tutto ciò è al cuore del messaggio cristiano, e perchè abbiamo constatato che la pace poggia su un supporto precario finché vi saranno povertà non alleviata e sudditanza. Oppressione, povertà, ingiustizia e guerra sono strettamente alleate. »

(Christian Faith & Practice: cap XIV )

26    PREGHIERA SILENZIOSA

( Mt. 6.6-8; Sof. 1.7 )

Il Signore è capace di udire la voce dell’Uomo in qualsiasi modo, sia quando usa la parola oralmente, sia quando questa parola è formulata solo nella mente.

Non occorre gridare per farsi sentire da Lui, né ripetere continuamente il Suo Nome perché porga orecchio alla nostra preghiera. Egli non ha come noi difetti di sordità materiale o spirituale.

È possibile che Egli oda sempre e tutto, ma che risponda in modo sensibile per noi solo quando Lui vuole. È una libertà che non sta a noi concedergli.

Quando i credenti pensano alla preghiera, condizionati dalle forme religiose presenti, tendono a identificarla con la preghiera orale, liturgica o pastorale, mentre sanno benissimo che la preghiera silenziosa, specie quella non organica, non strutturata in una forma precisa, è pure valida, preziosa, gradita a Dio.

Anzi, è più che certo che Dio ascolti e risponda, a Suo modo, a preghiere o a slanci spontanei espressi o non espressi a parole, che sono di fatto preghiera.

Il Signore del Silenzio è anche il Signore della preghiera silenziosa, del moto dell’anima, del sospiro di fede o di angoscia, del grido di disperazione, del pensiero puro, della promessa intima, dell’intuizione religiosa.

L’incontro del Suo Silenzio col nostro Silenzio è religione.

(Verbania 30.8.1991)

« Tu mi hai fatto conoscere ad amici che non conoscevo.
Tu mi hai dato un posto in case che non erano mie.
Tu hai ravvicinato ciò che era lontano,
e fatto dello straniero un fratello. »

(Rabindranath Tagore)

27    UN SILENZIO TRISTE E IMMOBILE ?

Qualcuno afferma che ci sono forme di religiosità che hanno adottato un silenzio triste e infecondo, alludendo forse ai Quaccheri, ma con una informazione che risale al monachesimo alto medioevale.

Il Culto Silenzioso del quaccherismo originale, che prosegue nelle comunità di Amici europei, è così chiamato perché privo di liturgia e di predicazione ufficiale condotta da una sola persona, ma permette, anzi auspica, brevi interventi da parte di chiunque, perché tutti partecipano del sacerdozio universale.

Se vi fosse solo il culto silenzioso, il sacerdozio quacchero ammonterebbe a circa 200.000 elementi, e, poiché per loro tutta la vita è servizio, essi sono comunque ministri di Dio dal primo all’ultimo.

Perché qui sta l’errore di chi crede che il Silenzio corrisponda all’inazione: durante quell’ora settimanale di meditazione inizialmente ed esternamente silenziosa, gli Amici di Cristo, nell’incontro sereno con lo Spirito, si ricaricano spiritualmente, si ripromettono di essere coerenti con la loro scelta di operatori di pace e di giustizia, e diventano veri Amici del Prossimo.

Quanto alla tristezza del Silenzio, è forse un problema per chi lo afferma, non per gli Amici che proprio durante il culto incontrano meglio il Signore, ed è impossibile dopo tale incontro essere tristi. La letizia provata internamente durante la seduta, si manifesta anche esternamente alla fine quando, dandosi la mano, è impossibile non sorridere per quel senso di comunione, di amicizia, di profonda spiritualità gustata.

Quanti, chiamandosi cristiani, trinciano giudizi severi su cose, persone e gruppi religiosi diversi da loro, di cui ignorano sia i principi che la prassi – a parte il fatto che, ove li conoscessero, dovrebbero evitare comunque di giudicare !

Chi non conosce il valore strumentale del Silenzio per aiutare l’Uomo a cercare Dio, dovrebbe, prima di rigettarlo con disprezzo, imparare a tacere – dopo, se prevalesse l’umiltà e il desiderio di conoscere, dovrebbe almeno una volta sperimentarlo, ed infine dire a se stesso più che agli altri: mi sta bene o non mi sta bene, è congeniale alla mia religiosità o non lo è, e comunque la rispetto come desidero venga rispettata la forma di culto che ho scelto.

(Verbania 2.9.1991)

28    DAL SILENZIO ALL’AZIONE

Il concetto completo è, in effetti: Dal Silenzio con Dio, nel culto comunitario o in solitudine, all’Azione con gli uomini.

Un’azione con spirito Quacchero, naturalmente, e cioè: lungi dal nutrirsi esclusivamente del cibo spirituale che il Culto Silenzioso può dare, come farebbe un mistico puro, il Quacchero, che è ” mistico attivo” si impegna, fra un culto e l’altro, in opere socio-religiose che vanno dall’educazione mediante asili, scuole di ogni ordine e grado, divulgazione di testi didattici, corsi di formazione e informazione su tutte le religioni del mondo; assistenza agli emarginati, ai carcerati, agli alienati, ai ritardati mentali; ricerca e costruzione del dialogo fra comunità divise da odio religioso, razziale o nazionale, senza prendere le parti dell’una o dell’altra; ricostruzione del tessuto sociale di luoghi distrutti dall’uragano della guerra o della rivoluzione.

Non occorre idealizzare con entusiasmo da neofiti l’opera dei Quaccheri nei pochi secoli della loro esistenza. I libri bene informati di storia religiosa e non, sono pieni di questo continuo loro impegno e servizio all’umanità senza riguardo alla qualità delle persone, alla loro razza o religione.

Il Silenzio è un modo per ritrovare le profonde radici dell’umanità dell’Uomo, ma non è tutto: dopo averlo usato al meglio, ed aver attinto all’esperienza degli altri, durante le numerose Riunioni di Lavoro (Business Meetings), non manca al Quacchero il modo di svolgere un’attività sociale o filantropica nel campo che più gli è congeniale ed in linea con i suoi ideali.

Il mondo, purtroppo, ne ha un disperato ed urgente bisogno, e gli Amici sanno di essere poco più di una goccia nel mare.

(Verbania 5.9.1991)

29    C’È SILENZIO E SILENZIO

(Deut. 32.10; Gb. 12.36; Is. 35.1; Sal. 37.7; Lam. 3.26; Sof. 1.7)

Quando una persona non è in pace con se stessa, e, se è credente, non ha veramente fiducia nella pace di Cristo; quando, per solitudine involontaria, o per isolamento scelto nella ricerca della pace; quando, in un periodo di turbamento prova ad appartarsi per meditare e pregare, ma non vi riesce, ed una folla di pensieri e voci contrastanti dentro di lei alzano come un rumore assordante impercettibile per i sensi, sviluppa una forma di paura dello star sola e cerca in ogni modo compagnia.

Lo stare insieme agli altri non è di per sé garanzia di pace dello spirito, di calma, di equilibrio psicologico, a meno che ci si riunisca per meditare e pregare insieme. Ed anche allora, se non siamo in grado di lasciare fuori del momento cultuale preoccupazioni e lugubri pensieri e profondi rancori, poco può anche il culto comunitario, cui si resta profondamente estranei.

Però questo modo di stare assieme ha maggiori probabilità di vittoria sulle voci e le grida dell’angoscia e della paura. V’è una sorta di allenamento e di esperienza che si sviluppa nella comunione fraterna, ponendosi in meditazione con sempre maggiore semplicità e disposizione dello spirito, spalancando con fiducioso coraggio la porta del cuore perché Egli entri e scacci le voci che turbano e confondono.

Il culto silenzioso diventa a poco a poco un esercizio spirituale che non richiede il ritiro dal mondo in certi periodi dell’anno con formule particolari, ma è a disposizione in ogni luogo e momento per ogni credente, ed è tanto più prezioso quanto più la creatura di Dio si sente lontana dal suo Creatore.

(Frino di Ghiffa 2.4.1992)

30    PARLA L’UOMO

Parla l’Uomo
per ammaestrare l’Altro
su cose a lui del tutto ignote.

Parla
per subissare l’avversario.

Parla
per coprire le sue colpe.

Parla
per non sentire
la voce amara della coscienza.

Parla
per non accogliere
l’appello del dolore.

E così l’Uomo
tacitando con un fiume di parole
il Vero, il Giusto, il Santo,
in esso fiume s’inabissa
insieme alla liberazione.

Molto di più varrebbe
per il mondo e lui
apprendere il segreto del silenzio
per captare
sulla frequenza dello Spirito
un divino messaggio
di fede, speranza e carità.

(Firenze 2.5.1984)