No alla guerra, sì all’universalismo

Da “Una via” 2 aprile 2011. Disimparare la guerra. Prego leggere non solo con gli occhi ma col cuore

Pier Cesare Bori

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1 aprile 2011 alle ore 21:35

 

Una serie di testimonianze degli Amici sulla guerra, dal 1651 al 1943.

 

 

 

George Fox, 1651

 

Dissi (al comitato che mi proponeva arruolarmi) che vivevo per virtù di quella luce e di quella potenza che aveva eliminato l’occasione di ogni guerra…Dissi loro che era entrato nell’alleanza di pace che c’era prima che fosse le guerre e le contese.

 

I told [the Commonwealth Commissioners] I lived in the virtue of that life and power that took away the occasion of all wars… I told them I was come into the covenant of peace which was before wars and strife were.

 

 

Dichiarazione  a Carlo II, 1660

 

Il nostro principio è – e le nostre pratiche sono sempre state – di cercare la pace e di perseguirla e attenersi alla giustizia e alla conoscenza di Dio, cercando ciò che è bene e il benessere, e compiendo quanto mira alla pace di tutti. Ripudiamo tutti i principi e le pratiche sanguinose, con tutte le guerre e i combattimenti con armi esteriori, per qualsiasi fine o sotto qualunque pretesto, e questa è la nostra testimonianza al mondo intero. Lo spirito di Cristo dal  quale siamo guidati non è mutevole, così da comandarci  una volta una cosa come il male, e poi di farla, e sappiamo di certo, e così testimoniamo al mondo, che lo spirito di Cristo che ci conduce alla verità intera non ci spingerà  mai a combattere e a far guerra contro qualsiasi persona con le armi esteriori, né per il regno di Cristo, né per i regni di questo mondo. E quanto ai regni di questo mondo, noi non li desideriamo, e tanto meno possiamo lottare per loro, ma sinceramente desideriamo e attendiamo che con la parola della potenza di Dio e il suo efficace operare nel cuore degli uomini, i regni di questo mondo divengano e il regno del Signore e del suo Cristo, e che egli governare e regnare negli uomini nel suo spirito e nella sua verità e che in tal modo tutte le persone, di tutte le opinioni e convinzioni possano essere condotti all’amore e all unità con Dio e l’uno con l’altro, e che essi possano giungere a testimoniare com le parole del  profeta che ha detto, «Un popolo non alzerà più la spada contro un altro popolo, non si eserciteranno più nell’arte della guerra».

 

Our principle is, and our practices have always been, to seek peace, and ensue it, and to follow after righteousness and the knowledge of God, seeking the good and welfare, and doing that which tends to the peace of all. All bloody principles and practices we do utterly deny, with all outward wars, and strife, and fightings with outward weapons, for any end, or under any pretence whatsoever, and this is our testimony to the whole world. That spirit of Christ by which we are guided is not changeable, so as once to command us from a thing as evil, and again to move unto it; and we do certainly know, and so testify to the world, that the spirit of Christ which leads us into all Truth will never move us to fight and war against any man with outward weapons, neither for the kingdom of Christ, nor for the kingdoms of this world. And as for the kingdoms of this world, we cannot covet them, much less can we fight for them, but we do earnestly desire and wait, that by the word of God’s power and its effectual operation in the hearts of men the kingdoms of this world may become the kingdoms of the Lord and of his Christ, that he might rule and reign in men by his spirit and truth, that thereby all people, out of all different judgments and professions might be brought into love and unity with God and one with another, and that they might all come to witness the prophet’s words, who said, ‘Nation shall not lift up sword against nation, neither shall they learn war any more’. (Is 2:4; Mic 4:3)

 

 

Giugno 1660, Margaret Fell a Carlo II

 

 

Siano un popolo che persegue quel che giova alla pace, all’amore e all’unità; nostro desiderio è che i piedi degli altri camminino sulla stessa via e neghiamo e testimoniamo contro ogni lotta, guerra e contesa che vengono dalle brame che fanno guerra nelle membra, che far guerra nell’anima…Tradimento, inganno, e falsità rigettiamo, falsità, sospetto o complotto contro ogni creatura sulla faccia della terra e diciamo la verità semplicemente, con cuore non doppio.

 

We are a people that follow after those things that make for peace, love and unity; it is our desire that others’ feet may walk in the same, and do deny and bear our testimony against all strife, and wars, and contentions that come from the lusts that war in the members, that war in the soul… Treason, treachery, and false dealing we do utterly deny; false dealing, surmising, or plotting against any creature upon the face of the earth, and speak the truth in plainness, and singleness of heart.

 

 

Robert Barclay, 1678

 

Chiunque può conciliare «non resistere al male»  e «resisti alla violenza con la forza», «porgi l’altra guancia» con «colpisci ancora» e anche «ama i tuoi nemici» con «rovinali, depredali,  inseguitali con il fuoco e  con la spada» o «pregate per quelli che vi perseguitano e vi calunniano» con «perseguitateli con multe, incarcerazioni e la stessa morte», chiunque, dico, possa trovare un modo per riconciliare queste cose sarà capace, suppongo, di conciliare Dio con il diavoli, Cristo con l’Anticristo, Luce e Tenebre e il bene con il male. Ma se questo non è possibile, e in effetti non lo è, così anche il resto non è possibile e la gente inganna se stessa e gli altri, quando ha il coraggio di affermare cose tanto assurde e impossibili.

 

Whoever can reconcile this, ‘Resist not evil’, with ‘Resist violence by force’, again, ‘Give also thy other cheek’, with ‘Strike again’; also ‘Love thine enemies’, with ‘Spoil them, make a prey of them, pursue them with fire and the sword’, or, ‘Pray for those that persecute you, and those that calumniate you’, with ‘Persecute them by fines, imprisonments and death itself’, whoever, I say, can find a means to reconcile these things may be supposed also to have found a way to reconcile God with the Devil, Christ with Antichrist, Light with Darkness, and good with evil. But if this be impossible, as indeed it is impossible, so will also the other be impossible, and men do but deceive both themselves and others, while they boldly adventure to establish such absurd and impossible things.

 

 

William Penn, 1693

 

Un buon fine non può santificare mezzi cattivi  e non possiamo fare del male affinché ne venga del bene…E’ una grande presunzione mandare ad effetto le nostre passioni come su commissione di Dio o attenuarne la gravità usando il nome di Dio. Siamo più pronti a reagire praticando il taglione che a perdonare, o a vincere con l’ amore e con la conoscenza. E tuttavia non potremmo offendere chi crediamo ci ami. Tentiamo  quindi di fare quel che l’Amore farebbe: perché se gli uomini vedessero una volta  che li amiamo, troveremmo ben presto che essi non ci vorrebbero far del  male. La forza può sottomettere, ma l’Amore vince: e che che perdona per primo, ottiene l’alloro.

 

A good end cannot sanctify evil means; nor must we ever do evil, that good may come of it… It is as great presumption to send our passions upon God’s errands, as it is to palliate them with God’s name… We are too ready to retaliate, rather than forgive, or gain by love and information. And yet we could hurt no man that we believe loves us. Let us then try what Love will do: for if men did once see we love them, we should soon find they would not harm us. Force may subdue, but Love gains: and he that forgives first, wins the laurel.

 

 

William Rotch, Guerra di Indipendenza (1776)

 

Poco tempo dopo fui chiamato davanti a un Comitato nominato dal Tribunale che era a Watertown vicino a Boston, e fui interrogato tra l’altro a riguardo delle mie baionette. Diedi un resoconto completo delle mie azioni, e chiusi dicendo: «Le ho gettate in fondo al mare, l’ho fatto dal principio, e sono stato sempre contento di averlo fatto, e se sbaglio sono da compatire». Il Presidente del Comitato Maggiore Hawley (una degna persona) allora si rivolse alla commissione, e disse: «Credo che il signor Rotch abbia offerto un resoconto sincero e che ognuno abbia il diritto di agire in accordo con i suoi principi religiosi, ma sono dispiaciuto che non abbiamo potuto avere le baionette, perché ne avevamo molto bisogno.» Il Maggiore era desideroso di sapere di più dei nostri principi su cui lo informai nella misura in cui mi era chiesto. Uno del comitato in un modo arrogante osservò: «Allora i vostri principi sono obbedienza passiva e non-resistenza». Gli risposi: «No amico mio, i nostri principi sono Obbedienza attiva o sofferenza passiva». Avevo superato questa prova non piccola rispetto alle mie baionette, ma il clamore contro di me a lungo continuò.

 

A short time after I was called before a Committee appointed by the Court then held  at Watertown near Boston, and questioned amongst other things respecting my Bayonets. I gave a full account of my proceedings, and closed it with saying, ” I sunk them in the bottom of the sea, I did it from principle, I havi ever been glad that I had done it, and if I am wrong I am to be pitied.” The Chairman of the Committee Major Hawley (a worthy character) then addressed the Committee, and said ” I believe Mr. Rotch has given as a candid account, and everyman has a right to act con sistentlf with his religious principles, but I am sorry that we could not have the Bayonets, for we want them very much,” The Major was desirous of knowing more of our principles on which I informed him as far as he enquired. One of the Committee in a pert manner observed “then your principles are passive Obedience and non-resistance.” I replied ” No my friend, our principles are active Obedience, or passive suffering.” I had passed this no small trial respecting my Bayonets, but the clamor against me long continued.

 

 

Assemblea annuale a Londra 1804, 1805, Guerre napoleoniche:

 

La maggior parte delle persone, se non tutte, ammettono la trascendente eccellenza della pace.Tutti adottano l’invocazione: «Venga il tuo regno», pregano per la sua universale affermazione. Alcune persone allora devono cominciare ad adempiere la promessa evangelica e disimparare la guerra. Ora, amici, poiché questo è incontrovertibile, noi desideriamo che la nostra esistenza tutta sia come si conviene all’Evangelo e che, mentre tutti professano di avversare la guerra, non accada che qualcuno in qualche aspetto della sua condotta sia incoerente con questa professione…Amici, è cosa  meravigliosa e terribile  ergersi dinanzi alla nazione come avvocati dell’inviolabile pace; e la nostra testimonianza perde di efficacia in proporzione di un qualche difetto di coerenza…Non c’è modo più valido di servire il nostro paese, né più gradito a Colui che ne dispone la prosperità, che contribuendo, per quel che da noi dipende, ad accrescere il numero dei miti, umili cristiani, che rinnegano se stessi. Guardatevi dal dipendere da flotte ed eserciti; siate persone di pace, nelle parole e nelle azioni, e pregate il Padre dell’Universo che spiri lo Spirito della riconciliazione dei cuori delle sue creature, portate all’errore e alla contesa.

 

Most, if not all, people admit the transcendent excellency of peace. All who adopt the petition, ‘Thy kingdom come’, pray for its universal establishment. Some people then must begin to fulfil the evangelical promise, and cease to learn war any more. Now, friends, seeing these things cannot be controverted, how do we long that your whole conversation be as becometh the Gospel; and that while any of us are professing to scruple war, they may not in some parts of their conduct be inconsistent with that profession! … Friends, it is an awful thing to stand forth to the nation as the advocates of inviolable peace; and our testimony loses its efficacy in proportion to the want of consistency … And we can serve our country in no way more availingly, nor more acceptably to him who holds its prosperity at his disposal, than by contributing, all that in us lies, to increase the number of meek, humble, and self-denying Christians.Guard against placing your dependence on fleets and armies; be peaceable yourselves, in words and actions, and pray to the Father of the Universe that he would breathe the spirit of reconciliation into the hearts of his erring and contending creatures.

 

 

Assemblea annuale a Londra, 1900, durante la guerra sudafricana

 

Crediamo che lo Spirito di Cristo alla fine redimerà la vita sia nazionale che individuale. Crediamo inoltre che, come tutta la storia della chiesa dimostra, il mezzo umano (al tal fine) sarà la fedele testimonianza espressa dai discepoli di Cristo. E’ stato detto: «Sembra essere la volontà di colui la cui sapienza è infinita, che la luce, a proposito di grandi temi, debba prima sorgere ed essere gradualmente diffusa attraverso la capacità di alcuni individui di agire fedelmente rispetto alle proprie convinzioni». Fu questo il segreto del potere della chiesa primitiva. Il sangue dei Cristiani si dimostrò fecondo. Similmente, la coerenza dei primi Amici e di altri con le convinzioni della propria coscienza vinse la lotta per la libertà religiosa in Inghilterra. Agogniamo ad una simile fedele testimonianza contro la guerra da parte dei Cristiani oggi.

 

We believe that the Spirit of Christ will ultimately redeem national as well as individual life. We believe further that, as all church history shows, the human means will be the faithful witness borne by Christ’s disciples. It has been well said: ‘It seems to be the will of Him, who is infinite in wisdom, that light upon great subjects should first arise and be gradually spread through the faithfulness of individuals in acting up to their own convictions.’ This was the secret of the power of the early Church. The blood of the Christians proved a fruitful seed. In like manner the staunchness of early Friends and others to their conscientious convictions in the seventeenth century won the battle of religious freedom for England. We covet a like faithful witness against war from Christians today.

 

 

Assemblea annuale a Londra, 1915, Prima Guerra mondiale

 

Adunati in assemblea in un tempo in cui le nazioni d’Europa sono coinvolte in una guerra di dimensioni senza pari, siamo stati mossi a richiamare le basi della testimonianza di pace della nostra Società religiosa. Non basta accontentarsi di una testimonianza puramente negativa, di una mera proclamazione di non-resistenza. Dobbiamo cercare un messaggio positivo, vitale, costruttivo. Questo messaggio, un messaggio di supremo amore, lo troviamo nella vita e nella morte del nostro Signore, Gesù Cristo. Lo troviamo nell’insegnamento del Cristo interiore, questa riscoperta dei primi Amici, che porta come tale a riconoscere la fratellanza di tutti gli essere umani. Di questo insegnamento la nostra testimonianza è un risultato necessario e se lo comprendiamo rettamente e lo seguiamo nelle sue ampie implicazioni, troveremo che esso richiede lo spirito di pace e la sovranità dell’amore in tutte le ampie e variegate relazioni vitali. Così mentre l’amore, la gioia, la pace, la dolcezza e la santità sono quanto la vita e la morte di nostro Signore insegnano, a queste stesse cose siamo indotti in modo impellente dalla presenza del Divino negli esseri umani. Mentre questo spirito cresce in noi, sempre più siamo consapevoli di quel che significa vivere per virtù di quella vita e di quel potere che toglie di mezzo ogni occasione di guerra.

 

Meeting at a time when the nations of Europe are engaged in a war of unparalleled magnitude, we have been led to recall the basis of the peace testimony of our religious Society. It is not enough to be satisfied with a barren negative witness, a mere proclamation of non-resistance. We must search for a positive, vital, constructive message. Such a message, a message of supreme love, we find in the life and death of our Lord Jesus Christ. We find it in the doctrine of the indwelling Christ, that re-discovery of the early Friends, leading as it does to a recognition of the brotherhood of all men. Of this doctrine our testimony as to war and peace is a necessary outcome, and if we understand the doctrine aright, and follow it in its wide implications, we shall find that it calls to the peaceable spirit and the rule of love in all the broad and manifold relations of life.Thus while love, joy, peace, gentleness and holiness are the teaching of the life and death of our Lord, it is to these that we are also impelled by the indwelling of the Divine in men. As this spirit grows within us, we shall realise increasingly what it is to live in the virtue of that life and power which takes away the occasion of all war.

 

 

Assemblea annuale a Londra,  1943, durante la Seconda Guerra mondiale

 

Tutti gli uomini e le donne pensose hanno il cuore spezzato nella presente situazione. L’impeto selvaggio della guerra ci trascina nella sua scia. Desideriamo una pace giusta, eppure per giungere alla pace si pretende che, mentre Chungking, Rotterdam e Coventry sono stati devastati, così le dighe di Eder e Moehne  debbano essere distrutte e interi quartieri di Amburgo debbano essere cancellati. Il popolo di Torino e di Milano dimostra per la pace, ma il bombardamento continua. La guerra sta indurendo il nostro cuore. Per non rischiare la follia diventiamo apatici. In questa atmosfera non nessuna pace è concepibile e di fronte a noi scorgiamo mesi di terrore crescente. Quelli che prestano attenzione alle leggi morali, coloro che seguono Cristo possono accettare la tesi che l’unica via sia quella richiesta dalla necessità bellica? La vera pace comporta la libertà dalla tirannia e una generosa tolleranza, condizione che sono negate in una larga parte dell’Europa e non realizzate in altre parte del mondo. Ma la vera pace non può essere dettata, può solo essere costruita nella cooperazione tra tutti i popoli. Nessuno di noi, nessuna nazione, nessun cittadino è libero di qualche responsabilità con le sue difficoltà e conflitti. Cristo venne nel mondo con la sua confusione. Attraverso di lui sappiamo che Dio dimora con gli uomini e che distogliendoci dal male e vivendo nel suo spirito possiamo essere guidati alla sua via di pace. Quella via di pace non si trova in nessuna politica di «resa incondizionata» da chiunque sia richiesta. Richiede che gli umani e le nazioni riconoscano la loro comune fratellanza, che usino le armi dell’integrità, della ragione, della pazienza e dell’amore, senza mai accondiscendere alle modalità dell’oppressore, pronti a soffrire con l’oppresso. In ogni paese si aspira a una libertà dal dominio e dalla guerra che le persone lottano per esprimere. E’ il momento di rivolgere un aperto invito ad una creativa operazione di pace, di dichiarare la nostra disponibilità sacrificare il prestigio nazionale, la ricchezza e il livello di vita, per il bene comune degli uomini.

 

All thoughtful men and women are torn at heart by the present situation. The savage momentum of war drags us all in its wake. We desire a righteous peace. Yet to attain peace it is claimed that, as Chungking, Rotterdam and Coventry were devastated, so the Eder and Moehne dams must needs be destroyed and whole districts of Hamburg obliterated. The people of Milan and Turin demonstrate for peace but the bombing continues. War is hardening our hearts. To preserve our sanity, we become apathetic. In such an atmosphere no true peace can be framed; yet before us we see months of increasing terror. Can those who pay heed to moral laws, can those who follow Christ submit to the plea that the only way is that demanded by military necessity?True peace involves freedom from tyranny and a generous tolerance; conditions that are denied over a large part of Europe and are not fulfilled in other parts of the world. But true peace cannot be dictated, it can only be built in co-operation between all peoples. None of us, no nation, no citizen, is free from some responsibility for this situation with its conflicting difficulties.To the world in its confusion Christ came. Through him we know that God dwells with men and that by turning from evil and living in his spirit we may be led into his way of peace. That way of peace is not to be found in any policy of ‘unconditional surrender’ by whomsoever demanded. It requires that men and nations should recognise their common brotherhood, using the weapons of integrity, reason, patience and love, never acquiescing in the ways of the oppressor, always ready to suffer with the oppressed. In every country there is a longing for freedom from domination and war which men are striving to express. Now is the time to issue an open invitation to co-operate in creative peacemaking, to declare our willingness to make sacrifices of national prestige, wealth and standards of living for the common good of men.

 

 

 

Ogni religione è l’unica vera”
L’universalismo religioso di Simone Weil

Pier Cesare Bori

Questo intervento si prefigge, sin dal titolo, una affermazione di Simone Weil “Ogni religione è l’unica vera”. Tutto quel che segue è dedicato a una riflessione su questa formula provocatoria: essa potrebbe valere come insegna di quell’universalismo che per la Weil era l’imperativo imposto dal presente. “Viviamo – diceva – in un’epoca del tutto senza precedenti: nella situazione presente l’universalità, che poteva altrimenti essere implicita, deve ora essere pienamente esplicita. Essa deve impregnare il linguaggio e tutta la maniera d’essere” (AD 81)

Comincerò proprio da quella frase della Weil, e quindi dal tema dell’universalismo. Parlerò della lealtà della Weil al punto di vista cristiano. E vedremo infine appunto quale cristianesimo risulti, dalle premesse precedenti. Farò particolarmente riferimento alla Lettera a un religioso, un testo in cui il tema universalistico è assolutamente centrale, divenendo il punto discriminante per il rifiuto del battesimo cattolico.

1. “La sintesi delle religioni implica una qualità di attenzione inferiore”

Alla fine del 1941, a Marsiglia, Simone Weil riflette su un suo quaderno polemizzando contro la “mancanza di fede”, l’”ortodossia totalitaria della Chiesa”. La Weil, dopo varie altre enunciazioni giunge a quell’affermazione finale di straordinaria forza: “Ogni religione è l’unica vera, vale a dire che nel momento in cui la si pensa è necessario applicarle così tanta attenzione, come se non vi fosse nient’altro; allo stesso modo ogni paesaggio, ogni poesia, ecc. è l’unico bello. La “sintesi” delle religioni implica una qualità di attenzione inferiore” (II, 153).

L’universalismo della Weil non consiste nel perseguire una nuova sintesi delle religioni. Il passato è ricco di questi esperimenti. La gnosi antica, il Rinascimento, l’età illuministica e il romanticismo hanno espresso tentativi di sincretismo o, appunto, di sintesi, spesso ponendo al centro di tutto il cristianesimo, si pensi al deismo massonico, alla religione della Rivoluzione francese, a certe ambizioni di Tolstoj. Ma la Weil afferma che “la sintesi delle religioni comporta una qualità di attenzione inferiore”.

“Attenzione” è una parola fondamentale per la Weil. L’attenzione che l’operaio presta alla macchina, l’attenzione che chi studia una lingua presta ai suoi caratteri, l’attenzione di chi contempla un’opera d’arte, l’attenzione alla sventura, l’attenzione dell’”amore soprannaturale e della preghiera” (II, 266): sono tutte varietà dello stesso atteggiamento di fondo, quando l’oggetto di fronte a noi diventa unico, e dimentichiamo completamente noi stessi. “Tecnica dell’attenzione. Per abbattere le cicale in pieno volo, è sufficiente non vedere nell’universo intero altro che la cicala presa di mira: non è possibile mancarla…” (II, 67 n.). “Privare tutto ciò che io chiamo “io” della luce dell’attenzione e riversarla sull’incomprensibile” (II, 79), dice anche.

Attenzione e bellezza. Ecco un testo vicinissimo al nostro. “Quando una cosa è perfettamente bella, non appena vi si fissa l’attenzione, essa è l’unica bellezza. Due statue greche: quella che si guarda è bella, l’altra no. Così la fede cattolica e il pensiero platonico e il pensiero indù ecc. […] Così coloro che proclamano vera e bella solo una certa fede, sebbene abbiano torto, in un certo senso hanno più ragione di quelli che hanno ragione, perché essi l’hanno guardata con tutta la loro anima” (II, 176). La sintesi delle religioni è possibile solo alla disattenzione, incapace di penetrare un oggetto sino a percepirne l’unicità.

2. Non cambiare lingua

“Nella situazione presente l’universalità […] deve ora essere pienamente esplicita. Essa deve impregnare il linguaggio e tutta la maniera d’essere” (AD 81). Ho già citato questa frase, che esprime l’universalismo programmatico della Weil. Se si guarda al contesto, occorre correttamente constatare che la Weil parla del cristianesimo, anzi, della santità cristiana, uno dei cui attributi essenziali è la cattolicità. “Occorre essere cattolici, e cioè non essere vincolati a niente di creato, che non sia la totalità della creazione. Questa universalità poté in altri tempi essere implicita, anche nella loro stessa coscienza”. Il comandamento dell’amore, dice la Weil nella stessa pagina, è “anonimo e per ciò stesso assolutamente universale”. La stessa amicizia, sembra dire, non deve essere una eccezione all’universalità del comandamento. Segue l’affermazione sull’universalità già ricordata, e poi aggiunge: “Oggi non è niente essere santi, occorre la santità che il momento presente esige, una santità nuova, senza precedenti” (AD 80 s.).La riflessione della Weil sull’universalismo è dunque anche la discussione sul senso da attribuirsi all’idea di totalità, ovvero di cattolicesimo, come attributo sostanziale del cristianesimo.

La Weil non concepisce l’universalismo come un creare una superlingua, che contenga e superi le altre. “Credo – afferma nella Lettera a un religioso – che per un uomo cambiare religione sia altrettanto pericoloso che per uno scrittore cambiare lingua. La cosa può avere successo, ma può anche avere conseguenze funeste” (LR n.10).

Poco più avanti scrive che “la religione cattolica contiene esplicitamente verità che altre religioni contengono implicitamente. Ma inversamente altre religioni contengono esplicitamente verità che nel cristianesimo sono soltanto implicite. Il cristiano meglio istruito può imparare ancora molto sulle cose divine anche da altre tradizioni religiose, sebbene la luce interiore possa anche fargli percepire tutto attraverso la propria tradizione. E tuttavia, se le altre tradizioni sparissero dalla faccia della terra, la perdita sarebbe irreparabile. I missionari ne hanno già fatte sparire troppe”(LR n.11).

Credo che sia questa la via giusta per comprendere l’immenso lavoro della Weil nei Quaderni. La Weil non cercava una sintesi, ma cercava di aprire il cristianesimo dall’interno, attraverso la lettura simultanea di fonti cristiane e non cristiane, in modo che il più possibile potesse risaltare la corrispondenza sostanziale, al di sotto della molteplicità insuperabile dei linguaggi. La lingua biblica veniva così piegata alle esigenze di una inaudita impresa di traduzione e di scambio tra culture.

C’è un brano di Max Müller, il grande indologo che, scrivendo a metà Ottocento, affermava cose assai pertinenti, in un’epoca cruciale per lo sviluppo della conoscenza dell’Oriente induista, conoscenza cui com’è noto Müller dà un contributo fondamentale. Non è escluso che il suo pensiero possa avere indirettamente influenzato la Weil: “Per ogni individuo la sua religione, se vi crede realmente, è qualcosa di assolutamente inseparabile da lui stesso, qualcosa di unico, che non può essere paragonato a nient’altro, né sostituito con alcuna altra cosa. Da questo punto di vista, c’è una analogia con la nostra lingua materna. Essa può sembrare ad altre lingue per le sue forme o per il suo meccanismo; nella sua essenza, nell’uso che ne facciamo occupa un posto a parte e non potrebbe avere né eguali né rivali. Ma nella storia del mondo la nostra religione, al pari della nostra lingua materna, deve essere considerata come facente parte di un vasto insieme. Se vogliamo arrivare a vedere nettamente e esattamente la posizione del cristianesimo nella storia universale e il suo vero posto tra le religioni dell’umanità occorre paragonarlo non solo con il giudaismo, ma con le aspirazioni religiose del mondo tutto intero”.

La grandezza dell’esperimento che la Weil tenta non è nella sintesi delle religioni, ma deriva da una pratica concreta di lettura pluralistica, in cui essa legge simultaneamente fonti antiche e moderne di Oriente e di Occidente, senza privilegiarne alcuna, e tuttavia sostenuta dalla convinzione di una identità profonda, essenziale, al di sotto della differenza linguistica. “Concepire l’identità delle diverse tradizioni, non accostandole in base a quel che esse hanno di comune; ma cogliendo l’essenza di ciò che ciascuna di esse ha di specifico. E’ una sola e medesima essenza”(III, 201 s.).

3.”La luce che illumina ogni uomo”.

La vasta indagine religiosa che la Weil conduce è retta dunque dalla convinzione che “il cristiano meglio istruito può imparare ancora molto sulle cose divine anche da altre tradizioni religiose, sebbene la luce interiore possa anche fargli percepire tutto attraverso la propria tradizione”(LR n.11).

C’è qui l’allusione a un passo decisivo del Prologo al Vangelo secondo Giovanni , il versetto 9, cui la Weil torna più volte.

“La Chiesa in quanto società che esprime delle opinioni è un fenomeno di questo mondo, condizionato. Dio ha messo in ogni essere pensante la capacità di luce necessaria per controllare la verità di ogni pensiero. Il Verbo è la luce che illumina ogni uomo. Quale testo più categorico si potrebbe desiderare?” (IV, 164). Analogamente, nella Lettera a un religioso afferma: “Tutto quest’inizio del Vangelo di S. Giovanni è molto oscuro. La parola “Era la luce vera che illumina ogni uomo che viene al mondo”contraddice assolutamente la dottrina cattolica del battesimo. Poiché da allora il Verbo abita in segreto in ogni uomo, battezzato o no; non è il battesimo che lo fa entrare nell’anima”(LR n.34).

La Weil ha una lettura particolare di Giovanni 1, 9, usando “con” per tradurre “in” (ogni uomo). “Il Verbo è la luce che viene con ogni uomo” (II, 150); “”La parola di Dio è come un seme…”La parola: si tratta del Verbo, della luce che nasce con ogni uomo” (III, 53). “Il seme che cade in terra. Ancora un paragone tra il Verbo e il seme. “La luce che nasce con ogni uomo”. Ogni terra nasce con questo seme”(III, 307). La lettura della Weil salda l’immagine della luce con quella del seme. La luce suggerisce l’idea di irruzione improvvisa, dal di fuori. Il seme insiste sul carattere interno, quasi innato. L’immagine della luce esprime dualisticamente la discontinuità, la rottura, rispetto all’ordine opposto della “tenebra”, in cui la luce irrompe, disperdendola. La luce c’è o non c’è, è il contrario delle tenebre. La metafora del seme invece – il seme minuscolo, che può diventare una grande pianta – non è dualistica, ma stabilisce un nesso di potenzialità ad attualità. Essa suggerisce la continuità tra ordine naturale, o meglio creaturale, e ordine della grazia, tra ordine anticotestamentario e neotestamentario; non oppone il logos soprannaturale alla “capacità di luce necessaria per controllare la verità di ogni pensiero”, come essa stessa dice, ma vede piuttosto all’opera, nei due momenti, uno stesso principio divino di conoscenza o di sapienza. Questa affermazione del carattere unitario della conoscenza è fondamentale, per la Weil.

C’è testo in cui la continuità è tra i due ordini è affermata con grande forza: “In che modo il cristianesimo può impregnare tutto senza essere totalitario? Lo può essere soltanto se il sacro è riconosciuto come l’unica fonte d’ispirazione del profano, la ragione naturale come una degradazione di quella soprannaturale, l’arte come una degradazione della fede. Non degradazione, ma la stessa cosa a un grado di luce inferiore. La luce soprannaturale discendendo nell’ambito dalla natura umana diventa luce naturale. E’ una buona cosa se tale processione è riconosciuta. Senza la fonte soprannaturale della luce, ben presto non restano che tenebre al livello stesso della natura” (IV 145, anche 134: “Ciò che è contraddittorio per la ragione naturale non lo è per quella soprannaturale, ma questa dispone solo del linguaggio di quella. Tuttavia la logica della ragione soprannaturale è più rigorosa di quella della ragione naturale”). Si noti come nel passo citato la continuità tra i due ordini sia stabilita in due modi, il cui il secondo corregge il primo: la ragione naturale non è una degradazione, come verrebbe da dire alla Weil in prima istanza, ma solo un grado inferiore di quello soprannaturale. Prevale dunque appunto l’idea della dello sviluppo,della crescita, del seme.

Ne consegue che mentre l’illuminazione come tale è necessaria e sufficiente, il concreto discernere questa luce del Verbo nel Gesù storico del Nuovo Testamento, attraverso la Chiesa, non è necessario. Scrive la Weil nella Lettera a un religioso “Non c’è salvezza senza “nuova nascita”, senza illuminazione interiore senza presenza di Cristo e dello Spirito Santo nell’anima. Se dunque c’è possibilità di salvezza fuori della Chiesa, allora c’è altresì possibilità di rivelazioni individuali o collettive fuori del cristianesimo”. (LR n.21). Ma c’è un testo più complesso che va qui ricordato: “Fondamentale: “Non si va al Padre che mediante il Verbo, la luce nata con ogni uomo, e questo è vero sempre, per tutti gli uomini, senza alcuna eccezione.(Ma questo non esige che sia dia un nome al Verbo, forse neppure a Dio; questo rapporto si esprime in modo differente in differenti linguaggi o senza linguaggio). Quindi dell’uomo che era oJ Cristov”, chiunque l’ha incontrato sulla terra e l’ha udito, chiunque ha letto le sue parole nel testo dei Vangeli e non ha pensato: questo viene da Dio, non ha discernimento delle cose sante. Ma si tratta unicamente del discernimento di un’ispirazione divina, non della natura particolare di tale ispirazione. Quanto al legame d’identità tra il Verbo e quest’uomo, nulla indica che l’affermazione di un simile legame sia una condizione della salvezza, sarebbe una cosa assurda” (II, 177). In altre parole: per la Weil ciò che è necessario, e sufficiente per la salvezza, e perciò nasce con ogni ogni uomo che viene in questo mondo, è il Logos, o lo Spirito, o la Luce. Il riconoscere in Gesù il Cristo, cioè una speciale presenza del Logos, è frutto del Logos stesso, ma questo non deve necessariamente accadere per ognuno, e comunque ciò può accadere – sembra dire la Weil – per una assolutamente imprevedibile ispirazione divina, anche al di fuori dei confini della Chiesa, anche prima della Chiesa e del cristianesimo. “Perché il cristianesimo – dice la Weil – si incarni veramente […] bisogna anzitutto riconoscere che storicamente la nostra civiltà procede da un’ispirazione religiosa che, benché cronologicamente precristiana, era cristiana nella sua essenza. La Sapienza di Dio deve essere considerata come la fonte unica di ogni luce quaggiù, anche dei lumi così deboli che rischiarano le cose di questo mondo” (LR, 7).

4.”Dio è il bene”

Nella Professione di fede, scritta a Londra, la Weil scriveva: “V’è una realtà situata fuori del mondo, cioè fuori dello spazio e del tempo, fuori da ogni portata delle facoltà umane. A questa realtà corrisponde al centro del cuore dell’uomo questa esigenza di un bene assoluto che vi abita sempre e che non trova alcun oggetto in questo mondo”. E’ la luce di cui parla il Prologo al Vangelo secondo Giovanni, ma è anche la luce del bene che attira a sé coloro che stanno nella caverna, secondo la similitudine platonica (Rep. VII). E’ noto che la categoria platonica del bene costituisce il punto di riferimento critico della costruzione ermeneutica della Weil. Basta leggere l’inizio di Israele e i gentili, con il testo parallelo, la Lettera a una religioso: “La conoscenza essenziale per quanto riguarda Dio è che Dio è il Bene. Tutto il resto è secondario”. E la Lettera : “La verità essenziale a proposito di Dio, è che è buono” (LR, 1). La Weil si riferisce continuamente a Rep. 509b, in cui si afferma il bene, to agathon, è epekeina tes ousias, al di là dell’essere.

Ma nella sua concezione il bene platonico si salda con l’evangelico “Dio solo è buono” di Mt 10, 18 (III, 90). Nella visione della Weil, Platone non dipende da Mosè. “Ma Platone (e prima di lui Pitagora e senza dubbio molti altri) era stato istruito più di Mosè, perché sapeva che l’Essere non è ancora ciò che vi ha di più alto; il bene è al di sopra dell’Essere e Dio è il bene prima ancora di essere ciò che è” (IG 49). Desiderare solo il Bene incondizionatamente: “un pensiero talmente contrario alla natura che non può sorgere se non in un’anima divorata completamente dal fuoco dello Spirito Santo, come lo erano certo quelle dei Pitagorici. Giustino, Sant’Agostino ecc. dicevano che Platone aveva appreso da Mosè che Dio è l’essere. Ma da chi ha appreso che Dio è il Bene, e che il Bene è al di sopra dell’Essere? Non certo da Mosè” (IV, 209 s.). E nella Lettera: “egli ha conosciuta la verità essenziale, cioè che Dio è il Bene. E che è Onnipotente solo in sovrappiù” (LR 7). E’ questa categoria del Bene trascendente che permette alla Weil di percorrere criticamente la storia di Israele come quella cristiana: laddove soprattutto questa storia si configura come dispiegamento della forza, come espressione dell’ “idolatria sociale”, Israele e la Chiesa, e lo stesso testo biblico sono oggetto di severo giudizio.

In un altra occasione ho sviluppato un confronto con Agostino, a mio parere assai istruttivo. Si tratta infatti di due diversi platonismi: in Agostino l’idea del bene è assoggettata ad un regime teologico ed ecclesiologico, nella Weil al contrario giudica la teologia, Israele e la Chiesa. L’”extra ecclesiam nulla salus” dunque si rovescia, “intra ecclesia nulla salus”. “Agostino- concludevo -trova la sofia nella Chiesa; S.Weil deve cercare il suo sposo, il logos, fuori della Chiesa”.

5. Illuminazione e illuminismo

E tuttavia quello della Weil è un cristianesimo. Un cristianesimo critico, potremmo dire. La Weil parla della necessità di “una soluzione armoniosa del problema delle relazioni tra individui e collettività”. “La situazione dell’intelligenza è la pietra di paragone di quest’armonia, perché l’intelligenza è cosa specificamente, rigorosamente individuale. Quest’armonia esiste dovunque l’intelligenza, rimanendo al suo posto, esercita senza impedimenti e adempie in pieno la sua funzione […] La funzione propria dell’intelligenza esige una libertà totale, che implica il diritto di negare tutto, e l’assenza di ogni forma di predominio” (AD, 55 s.).

Ma soprattutto insiste sulla necessità di un cristianesimo in cui la verità (e la veracità) non siano subordinati all’adesione religiosa, ma siano essi stessi il principio normativo. “Non c’è il punto di vista cristiano e gli altri, ma la verità e l’errore”. Prosegue “Non: ciò che non è cristiano è falso, ma: tutto ciò che è vero è cristiano” (III, 401).

Viene in mente un’opposizione – una delle tante, ma in questo caso non stereotipa – tra Dostoevskij e Tolstoj. Dostoevskij afferma invece in qualche luogo: “Se qualcuno mi dimostrasse che Cristo è fuori della verità e si potesse effettivamente constatare che la verità è fuori di Cristo, preferirei rimanere con Cristo, piuttosto che con la verità, e cioè starei con Cristo anche se avesse torto”. Tolstoj, citando Coleridge, diceva invece: “Chi comincia con l’amare il cristianesimo più della verità, amerà poi la sua setta o chiesa del cristianesimo e finirà con l’amare se stesso (la propria tranquillità) più di ogni altra cosa” (si veda per esempio la sua Risposta al Sinodo ). Un testo che ci riporta infine di nuovo a Platone, al famoso “amico di Socrate, ma più ancora della verità” che nella sua forma originaria si trova in Fedro 91B-C, Socrate dice: “…io ricomincio il mio ragionamento. E se voi mi date retta, vi preoccuperete poco di Socrate e molto più della verità. E se vi sembrerà che io dica il vero, mi darete ragione, altrimenti dovrete opporvi con ogni vostro argomento”.

Quando dunque, nella Lettera a un religioso, parla di un “totalitarismo della fede”, per cui “l’intelligenza deve essere imbavagliata”, la Weil non intende, lanciare uno dei tanti attacchi all’oscurantismo ecclesiastico, come molta parte del modernismo cattolico. Il seguito del passo rivela ben altro: “…Invece, “la metafora del “velo” applicata dai mistici permette loro di uscire da un tale soffocamento. Essi accettano l’insegnamento della Chiesa, non come se fosse la verità, ma come qualcosa dietro a cui si trova la verità. E’ come se sotto stesso nome di cristianesimo  ci fossero due religioni distinte, quella dei mistici e l’altra” (LR n.14). Penso qui ad Isaac Penington: “Ogni verità è ombra, eccetto l’ultima, la suprema; eppure ogni verità è vera nel suo genere. E’ sostanza al suo luogo, sebbene sia ombra altrove… e l’ombra è ombra vera, come la sostanza è sostanza vera”. Penso a quell’area vastissima, difficile da definire, estesa oltre ai limiti del cristianesimo (Spinoza), comprensiva di tendenze mistiche e di tendenze razionalistiche e critiche, tra Sei- e Settecento, in cui i confini tra illuminazione mistica e illuminismo sono ancora fluidi. Forse qui è la casa spirituale di Simone Weil, e forse qui occorrerebbe ritornare ad imparare.

In conclusione.

Non è necessario condividere nei dettagli la religiosità della Weil (per esempio la sua idea di abdicazione di Dio, di decreazione o di mediazione) per riconoscere i tratti necessari di quell’universalismo che sempre più, in un momento di conflitto di culture, dovrà “impregnare il nostro linguaggio e tutto il nostro modo d’essere”.

Non potrà essere semplicemente l’universalismo dell’amore, messo in stato d’accusa da S.Freud ne Il disagio della civiltà. Tanto meno potrà essere l’universalismo di chi possiede un’unica verità da imporre al resto dell’umanità, giudicata incapace di attingerla autonomamente (A.Momigliano ha delle osservazioni molto severe in proposito).

Ma non sarà neppure l’universalismo di chi non ha radici, non ha lingua, non ha cultura, non ha passione per la verità.

Ma sarà l’universalismo di chi aderendo alla propria tradizione e alla luce che ne trae, afferma con pari forza – ed è questa la discriminante decisiva – che nelle altre tradizioni, in altri termini, in altre lingue, in altre figure, è presente la stessa luce.

In questo modo la Weil, con un proprio percorso, usando gli strumenti della propria cultura – tra illuminazione e illuminismo, come si è detto – si allinea accanto ad altri mistici che hanno saputo dall’interno, mediante gli strumenti della propria cultura, trascendere il proprio stesso limite culturale. Ricordiamo per il contesto arabo-islamico, Al-Hallaj, che sembra giungere a negare la necessità della professione di fede, la shahâda: “Ho molto pensato alle religioni per capirle e ho scoperto che sono molti rami di un’unica fonte. Non pretendere dunque dall’uomo che ne professi una, ché così si allontanerebbe dalla fonte sicura. E’ invece la fonte, eccelsa e di significati pregna,che deve venire a cercarlo, e l’uomo capirà”. E per il contesto indiano, Kabir Das, che osa uscire dal Tempio: “O fratello, come puoi mai pensare al Signore come a due Essi distinti? Perché mai erigesti la muraglia del dubbio attorno al Suo nome? Egli è l’unico Creatore da cui sprizzò l’intero cosmo, eppure alcuni l’adorano soltanto se il suo nome è Râma, ed altri se invece è Rahîm”. “Per me Râma, Rahîm, e Keçava sono tutti verità[…] Il nome del Signore attrae il Kâzi che osserva il suo digiuno e il Mullâh che prega prostrandosi a ovest, ed il fedele hindu, che volge le sue orazioni levante. Ma nessuno di essi osa avventurarsi oltre il Tempio e la moschea, perché tutti han smarrito al strada. Stolti,non sanno ch’Egli non dimora nel Tempio, né sotto le cupole della moschea, poveri ciechi, che non vedono ch’Egli è presente in ogni cosa, e in essi stessi!”

La Nonviolenza, una scelta difficile

di Davide Melodia

(1° parte)

Per me la Nonviolenza è, prima di tutto, la proiezione sociale dell’amore per il prossimo.

Il giorno in cui si sceglie la Nonviolenza quale elemento portante della nostra vita, bisogna prima di tutto rendersi conto dell’abisso che intercorre tra il nostro modo di essere sin qui e ciò che dobbiamo essere da quel momento. Detto questo non bisogna scoraggiarsi. Gandhi, da ragazzo, aveva paura della propria ombra.

Non basta assolutamente averla accettata mentalmente. Occorre una fusione perfetta e coerente fra mente e volontà. L’attivista che per attuarla si attiene esclusivamente alle tecniche della Nonviolenza ed ai suoi risvolti sociali e politici, senza fare un personale percorso interiore di analisi prima, e di elaborazione poi, alla luce dei suoi valori, e degli esempi storici, rischia di restare alla superficie di quel mondo nuovo ed “altro” che la Nonviolenza comporta.

La Nonviolenza va vista come una presenza vivente che ti chiama, ti interroga, ti sfida, ti penetra nel profondo, e mette davanti agli occhi della tua coscienza ciò che veramente sei, ciò che veramente vuoi, e non ti nasconde alcuna delle difficoltà che andrai ad incontrare. E ti dice, a chiare note, che se vuoi raggiungere la meta, puoi farlo, anzi devi farlo, perché hai a disposizione la forza e le ali della verità.

È una signora esigente, una “magistra” invisibile che parla da una cattedra invisibile ma terribilmente attuale, ad una folla di gente smarrita che ha alle spalle il cratere vulcanico della violenza, e di fronte la montagna della pace, da scalare.

Tu sei tra quella folla. E senti che parla per te.

E a poco a poco la signora espone i valori, i principi, i modi, i tempi e gli strumenti che ti accompagneranno nella irenica avventura.

Arriva sempre, nella vita, il momento di fare una scelta fondamentale. A volte c’è il tempo di riflettere con calma e profondamente di fronte al bivio che separa la via della violenza e la via della Nonviolenza. A volte il tempo non c’è, ma la scelta va fatta ugualmente. C’è anche una terza via, quella dell’indifferenza, che percorrono coloro che amano solo se stessi, e non desiderano correre i rischi che le altre due scelte comportano.

Vediamo, per amore di chiarezza, cosa le due scelte fondamentali comportano.

1) La scelta comune della violenza

Gli ostacoli vanno superati, ad ogni costo. Di fronte all’ambiente che, a motivo delle sue leggi economiche, di mercato, scientifiche, tecniche, il produttore, il magnate, il gruppo finanziario, il governo che non ha sensibilità ecologica né rispetto della vita del prossimo, opera indiscriminatamente. L’importante è produrre, vendere, dominare, egemonizzare la produzione, il mercato locale e internazionale, senza tener conto dei guasti irreparabili al terreno, all’aria, all’acqua, alla salute della gente: “Après moi le déluge”.

Nei conflitti interni e internazionali, di fronte alle proteste, alle rivolte, alle rivendicazioni territoriali, alla richiesta di giustizia verso i più deboli, verso gli immigrati … il forte usa il pugno di ferro, la repressione, il carcere, il confino, la morte civile … la guerra. Il tutto usando mezzi sempre più potenti, di distruzione degli umani, delle strutture, del territorio, coinvolgendo senza pietà popolazioni civili inermi.

Il dopoguerra è una vasta opera decennale di ricostruzione, svolta a fatica dai figli dei caduti, delle vedove, dei morti nelle camere di tortura, nei campi di concentramento… Pronti, questi, a riprendere le armi contro il “nemico” di domani.

È una via che non vale la pena di intraprendere.

Il cammino della civiltà non può permettersi di ricominciare sempre da zero, con la barbarie psicologica del troglodita e la gelida superbia tecnica del generale moderno.

È l’ora di contemplare un percorso diverso.

2) La scelta della Nonviolenza

Mettiamo da parte al momento una serie di concetti e di principi tradizionali, quali gloria, onore, vittoria, potenza, per riprenderli in un altro momento, e solo dopo avere fatto una breve disamina degli obiettivi che vogliamo raggiungere. Lo stesso dicasi per scienza, tecnologia, armamenti sofisticati.

Ripartiamo dalla coscienza, e da alcuni valori che è giusto coltivare e, se è possibile, realizzare. Diciamo: vita, armonia, collaborazione, giustia, rispetto.

Cosa ci impedisce, di fronte alla decisione di una autorità X, di dire no, laddove seguire tale decisione comporti gravi danni all’ambiente e alle persone?

Perché non osiamo dire no alla volontà del nostro governo di muovere guerra contro un altro stato?

Se non si tiene conto delle terribili conseguenze della guerra, anche per noi, se si cede alle magniloquenti parole della propaganda bellica, se non si cerca la verità che è sottesa alla voglia di guerreggiare, se temiamo di esporci pericolosamente rifiutando il coinvolgimento nel progetto bellico, allora c’è da dubitare della nostra ragione, della civiltà raggiunta, del proclamato rispetto della vita.

Se invece abbiamo il coraggio di ponderare su tutti i pro e i contro della pace e della guerra, e sul nostro dovere di persone civili di preservare la vita di ogni essere vivente, con ogni mezzo possibile, e decidiamo consapevolmente di rischiare personalmente pur di impedire danni a questo punto epocali, allora abbiamo finalmente imboccato la via della Nonviolenza. Ma forse siamo ancora al primo miglio di essa. Il resto del cammino lo valuteremo nella prossima sessione.

3) Quanto alla non-scelta dell’indifferente, che si ritira in se stesso, e lascia che il mondo viva o muoia lontano da lui, o lei, vi risparmiamo ogni commento.

(2° Parte)

Per passare dall’Utopia alla Realizzazione – totale o parziale – della Pace, che fare ? Per lottare efficacemente e consapevolmente contro la violenza, o contro un avversario violento e possente, bisogna tener conto delle sue ragioni, dell’educazione, dei principi, valori, non valori, mezzi, metodi ed altro per cui agisce in un dato modo.

E poiché alcune caratteristiche dell’avversario violento sono anche dentro di noi, dobbiamo, se ne abbiamo il tempo e la volontà, porci psicologicamente come sul divano dello psico-analista e analizzare in primis :

le Radici della Violenza:

  • La Società violenta in cui si vive causa Violenza
  • La Cultura, la Letteratura maggioritaria causa Violenza
  • La Televisione, la Radio, tutti i Mass Media maggioritari, gli Spettacoli causano Violenza
  • L’Educazione tradizionale causa Violenza
  • La Violenza causa Violenza
  • La Violenza subita causa Violenza
  • L’ Ingiustizia causa Violenza
  • La Fame causa Violenza
  • La Menzogna causa Violenza
  • La Paura causa Violenza
  • La Vendetta causa Violenza
  • La Vendetta della vendetta causa Violenza
  • La Schiavitù causa Violenza
  • L’Odio causa Violenza
  • L’Odio razziale causa Violenza
  • L’Odio religioso, il Fanatismo causa Violenza
  • L’Invidia causa Violenza
  • La Brama di Potere causa Violenza
  • L’Imperialismo causa Violenza
  • L’Egemonismo causa Violenza
  • Il Militarismo causa Violenza
  • La Non Conoscenza dello Straniero causa Violenza

E in coscienza non possiamo affermare che, in una o più delle suddette condizioni noi, personalmente, non abbiamo adottato una forma o l’altra di violenza.

Ma l’idea e il messaggio umanitario e sociale della Nonviolenza, e l’esempio di Gesù, di Gandhi, di Martin Luther King, ci ha ad un certo momento affascinati, e l’abbiamo intellettualmente almeno abbracciata.

Ed a questo punto, se non teniamo conto delle difficoltà da un lato, e delle grandi potenzialità della Nonviolenza dall’altra, per mettere in pratica queste, siamo e restiamo soltanto dei dicitori, non dei facitori.

Per brevità, tracciamo un breve elenco delle Risposte della Nonviolenza:

  • Non accettare il concetto di Nemico
  • Cercare i Valori dell’Altro
  • Cercare l’Umanità nell’Altro
  • Non accettare che Diversità significhi Avversità
  • Cercare i punti di Convergenza e non di Divergenza fra i Valori propri e quelli dell’Altro
  • Sollecitare le Aspirazioni alla Pace in Sé e nell’Altro
  • Intervenire come Mediatori fra gli Uni e gli Altri in conflitto
  • Offrirsi quali Ambasciatori di Pace fra i Contendenti
  • Cercare di fugare le Paure dell’Altro, dopo avere fatto un percorso di auto-liberazione dalle cause della Paura

Siccome, in generale, chi non conosce direttamente la Nonviolenza, tende a sottovalutare lo Spirito di Pace di chi la sceglie, e pensa che lui o lei abbia rinunciato per paura o debolezza ad usare la forza, e il coraggio, che, sempre in generale, si crede necessario opporre al “nemico”, vediamo di fare chiarezza tra Forza, Violenza e Nemico:

La forza, di per sé, è un elemento neutro, e non avendo ovviamente una personalità, né una volontà propria, dipende da chi la usa e da come la usa.

E, a questo punto, usare la forza per una attività normale, lecita, come il lavoro, o lo sport, non crea problemi.

I guai sorgono quando la forza, che è come un oggetto, viene usata per fare violenza a qualcuno, a un gruppo sociale, ad un popolo.

Allora la forza diviene in un certo senso la mano longa dell’intento violento, quasi una complice involontaria.

La violenza ha la capacità di fare del male, di aggredire anche senza l’uso della forza, e questo è un motivo ulteriore per non confondere forza e violenza.

Ogni valutazione va fatta, insomma, tenendo ben presente il grado di responsabilità di tutto e di tutti.

Il nonviolento non rinuncia alla lotta violenta perché teme di battersi, ma perché vuole liberare la lotta dalla violenza, così da fare della lotta uno strumento di crescita e di ricerca della verità, della giustizia e della libertà senza portare dolore e distruzione, come accade a tutto ciò che passa per la violenza.

Il nonviolento non rinuncia alla lotta quindi, ma si adopera a separare i due elementi-momenti di forza e violenza, tenendoli ciascuno al proprio posto, accuratamente.

Usando la forza in modo serio, consapevole, responsabile, costruttivo, il nonviolento lascia agli esseri umani il piacere di usufruire della forza, laddove e quando essa serva quale strumento positivo, riconoscendo in essa un dono della natura, degno di essere, non di scomparire.

Ma anche qui, come in tutti gli aspetti della Nonviolenza, la forza, essendo uno strumento, per quanto prezioso, deve venire usato senza esaltazione.

Ogni strumento deve servire per raggiungere un fine.

È quindi il fine che va tenuto costantemente in vista, nella considerazione che merita.

E il fine che il nonviolento si prefigge, a sua volta, non va raggiunto con qualsiasi mezzo, bensì con i mezzi che gli sono omogenei. I mezzi a disposizione del nonviolento, nella occasione di una lotta per ottenere giustizia, o altro obiettivo degno di una lotta, sono molteplici.

Devono però avere radici nel profondo della coscienza di chi si accinge alla lotta.

Ad esempio, il rispetto.

Questo elemento, che ovviamente fa parte del bagaglio culturale del nonviolento (usiamo il termine ben sapendo che nessuno lo è perfettamente, ma aspira e tende ad esserlo), non è fondato semplicemente sul vecchio adagio “rispetta per essere rispettato”, ma parte dalla profonda convinzione

  • che l’Altro è un essere umano come te,
  • che l’Altro ha dei valori come li hai tu,
  • che l’Altro è figlio dello stesso Creatore,
  • che l’Altro ha gli stessi diritti che hai tu . . . .

Se il principio di rispettare non è una formalità, bensì è una esigenza dell’anima, finalizzata a “trarre dall’Altro il meglio di sé”, corrisponde esattamente ad un principio quacchero, quello di “trarre dall’altro l’Eterno che è in lui”.

Come il dantesco “a nullo amato amor perdona”, così questo atteggiamento non può non trovare una risposta positiva nell’Altro.

È difficile resistere ad una mano tesa.

E infine : l’Altro non è il nemico.
È diverso, certo.
È educato alla violenza, forse . . .
Ma è un essere umano.
Sta a te fargli scoprire la sua umanità, se qualcuno gliel’ha tolta.
Il “nemico”, per il nonviolento, non deve esistere.

Gandhi, ad un Lord inglese che gli disse: “Cristo ci ha insegnato : “ama i tuoi nemici”, rispose: “io non ho nemici”.

Ed io, ho dei “nemici” ?

Davide Melodia – Verbania, Natale 2002

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