donne

Happy birthday, Dorothee Soelle (Sept. 30, 1929 – April 27, 2003)! #Feminist. #Pacifist. Liberation theologian. Anti-war activist. Professor of systematic theology at Union Theological Seminary. Author of “Theology for Skeptics” (1995) and “Against the Wind: Memoir of a Radical Christian” (1999), among many other works. Born in Cologne, Germany. Died in Goppingen, Germany. Cremated.

Noi vediamo sempre solo due vie
scappare o la vendetta
farsi umiliare o rendersi grande
essere presi a calci o prendere a calci.

Gesù, hai percorso una via diversa
hai combattuto, ma senza armi
hai sofferto, ma senza confermare l’ingiustizia
sei stato contro la violenza non usando violenza per combatterla.

Noi vediamo sempre solo due vie,
essere senza fiato o strangolare un altro
avere paura o spargere paura
essere preso a botte o prendere a botte.

Tu hai tentato una terza via
e i tuoi amici l’hanno portato avanti
si sono fatti incarcerare
hanno fatto sciopero di fame
hanno allargato lo spazio d’azione.

Noi percorriamo sempre solo le vie già sperimentate
ci adattiamo ai metodi di questo mondo
essere derisi e poi deridere
prima gli altri e poi noi stessi.

Cerchiamo una nuova via
abbiamo bisogno di più fantasia di quella di un esperto dell’industria bellica
abbiamo bisogno di più furbizia di quella di un mercante di armi
sfruttiamo l’effetto sorpresa per una via mai conosciuta prima
e la vergogna che si nasconde in ognuno di noi.

La teologa Solle, tremendamente scomoda per molti

Insegnaci, o Dio, a diventare minoranza,

in un paese troppo ricco, troppo xenofobo

e troppo ossequioso verso i militari.

Allineaci alla tua giustizia e non alla maggioranza,

preservaci dal desiderio eccessivo di armonia

e dagli inchini di fronte ai grandi numeri.

Guarda quanto siamo affamati della tua chiarezza.

Dacci degli insegnanti e delle insegnanti,

non soltanto conduttori televisivi

preoccupati dell’audience.

Guarda quanto siamo assetati della tua guida,

quanto vogliamo sapere quel che conta veramente.

Affratellaci/assorellaci con coloro che non hanno alcuna difesa,

alcun lavoro e alcuna speranza;

con coloro che sono troppo anziani o troppo

poco esperti per essere impiegati.

O sapienza divina, mostraci la felicità

di coloro che hanno voglia della tua legge

e che la meditano giorno e notte.

Essi sono come un albero piantato

Vicino all’acqua fresca.

Portano frutto al tempo dovuto.

Nata a Colonia nel 1929, si è laureata a Friburgo e a Gottinga in Filologia classica, in Filosofia, in Teologia e in Letteratura tedesca. Nel 1972 è stata abilitata all’insegnamento nell’Università di Colonia con una tesi di dottorato sui rapporti fra letteratura e Teologia dopo l’Illuminismo. In seguito è stata abilitata all’insegnamento anche alla Facoltà di Teologia evangelica dell’Università di Magonza. Dal 1975 al 1987 ha insegnato allo „Union Theological Seminary“ di New York. Nel semestre invernale 1987/88 è stata professore-ospite alla „Gesamthochschule“ di Kassel. Era sposata con un teologo americano Fulbert Steffensky: ha avuto due figlie e viveva come scrittrice e pubblicista free-lance ad Amburgo. E’ deceduta nel 2003. Nota ovunque per le sue posizioni femministe, è stata sempre una protagonista del movimento pacifista e ecologista a cui offriva le sue analisi taglienti e una speranza forte per un mondo migliore.

La sua bibliografia è vastissima e tradotta in molte lingue. In italiano sono state tradotte: Fantasia e obbedienza (1970), Rappresentanza (Queriniana 1970), I dieci comandamenti (Queriniana 1970), Sofferenza (Queriniana 1976), La pazienza rivoluzionaria. Meditazioni politiche (1977), Il ruolo sociale della religione – Saggi e conversazioni (Queriniana 1977) Teologia politica (Morcelliana 1982), Scegli la vita! (Claudiana 1984), Per lavorare e amare (Claudiana 1990), Teologhe femministe nei diversi contesti, in CONCILIUM, Brescia, (Queriniana, 1998)

Le sue opere fondamentali „Il pianto silenzioso: misticismo e resistenza“, „Contro la guerra“, „La disobbedienza creativa“ non risultano pubblicate da nessuna casa editrice in Italia. „Troppo“ scomoda e ribelle? Anche per la casa editrice Claudiana?

Un albero di fico

Ancora il nostro albero non porta alcun frutto,

ancora rispediamo indietro i senza patria,

non lasciamo lavorare le lavoratrici,

ancora forniamo ai torturatori

tutto ciò di cui necessitano

e strozziamo la gola ai più poveri,

affinché anche il loro grido non ci disturbi.

Ancora Dio aspetta invano,

ancora il nostro tempo sta nelle mani dei potenti,

che gettano veleno nei nostri fiumi,

ci fanno trovare roba divertente sugli schermi della tv,

immettono metalli pesanti nel nostro cibo

e infondono paura nel nostro cuore.

Ancora non gridiamo abbastanza forte.

Per quanto ancora Dio ?

Per quanto ancora tu guarderai tutto questo

senza abbattere il tuo albero di fico ?

Ancora non abbiamo imparato a ravvederci/tornare indietro.

Ancora piangiamo raramente.

Ancora…

————–

Io il tuo albero

Non tu devi risolvere i miei problemi,

bensì io debbo risolvere i tuoi,

o Dio di coloro che cercano rifugio.

Non tu devi saziare gli affamati,

ma io debbo accudire i tuoi figli,

proteggerli dal terrore delle banche e dei militari.

Non tu devi fare posto ai rifugiati,

ma io debbo accoglierli.

O tu, Dio, dei miseri.

Tu mi hai sognato, o Dio,

come vivo la natura ritta,

come imparo ad inginocchiarmi,

più bella di quanto sia adesso,

più felice di quanto osi essere,

più libera di quanto ci sia lecito.

Non smettere di sognarmi, o Dio.

Io non voglio smettere di ricordarmi

Che sono il tuo albero,

piantato lungo i corsi d’acqua della vita.

Clara Ragaz Nadig

Donna impegnata in favore della Pace e della Libertà nel mondo, nata a Coira (CH) nel 1874 ha continuato intrepida la sua preziosa testimonianza a Zurigo fino al 1957, anche dopo la scomparsa di Leonhard Ragaz, il suo compagno-marito per circa 60 anni. Pace e politica sono state per Lei il senso radicale di una vita contro l’ingiustizia, il militarismo e le guerre. Ha sempre concepito tutto questo come autentica sequela di Gesù. I comitati femminili della Lega internazionale delle donne hanno sostenuto le sue lotte per tantissimi decenni. Studiò Letteratura e Teologia evangelica e a chi le chiedeva chi fosse, rispondeva secca:

„Ich bin was ich bin” (Sono ciò che sono)

“… Gesù non ci insegna a pregare:” Prendi noi nel tuo regno “, ma” venga il tuo regno, per noi. “… e i criteri del regno di Dio sono una piena tensione di polarità: la libertà, l’autonomia, la veridicità, la dignità, l’amore di Dio, la giustizia, la solidarietà e la fratellanza degli esseri umani. Il regno di Dio è pacifico, non violento mentre l’impero mondiale ingiusto, disonesto e violento.“

Inserto Amish

Tipologie di patchwork

Le tradizionali tipologie di patchwork che riguardano questi tipi di manufatti sono:

  • geometrici, esistono migliaia di schemi di questo genere ogni blocco ha un suo nome e una sua storia particolare
Immagine
  • applique e baltimora, sono due tecniche simili che però indicano due tipologie di manufatto differenti; il primo viene utilizzato per indicare tutti i manufatti con stoffe sovrapposte che formano dei disegni particolari il secondo indica una serie di schemi in appliqué tradizionali che prendono il nome proprio dalla città (tipicamente cestini o cornucopie che traboccano di frutta e fiori) nella quale sono stati per la prima volta disegnati. I quilt realizzati con questa tecnica vengono chiamati baltimora’s quilt. In entrambi i casi ogni disegno è composto da più pezzi piccoli di stoffa che vengono applicati sul blocco e che insieme concorrono alla realizzazione del motivo finale;
  • hawaiani è la tecnica inversa dell’appliqué; in questo genere di manufatti si hanno due o più teli della stessa dimensione e il telo superiore viene ritagliato per la realizzazione dei tipici decori hawaiani per poi essere fissato a sottopunto sul telo inferiore. La differenza con l’appliqué è solo nel procedimento;
  • molas tipica degli indiani delle isole dell’arcipelago San Blas (Panamá) che vengono eseguiti sovrapponendo più stoffe di colori sgargianti una sull’altra e tagliando pezzo per pezzo per creare un bassorilievo; ogni volta che si fa un taglio si decide a quale colore di stoffa fernarsi e si fissa il tutto a sottopunto.

Nel tempo la tecnica del patchwork come tecnica di costruzione di un top, si è evoluta sia per diffusione nei vari paesi del mondo (grande successo ha avuto anche in Giappone che ha sviluppato una nuova tecnica di confezione di oggetti e quilt che si chiama folded patchwork) e ha ampliato la gamma di prodotti che vengono confezionati e quindi si producono borse, camicie, oggetti per la casa (americanine, portapane, tende) e anche capi d’abbigliamento.

La storia

La tecnica si è sviluppata nei secoli scorsi presso i pionieri americani che riciclavano le parti in condizioni migliori dei capi ormai consunti per la riparazione di altri capi o per la realizzazione di nuovi, in particolare coperte imbottite con foglie di tabacco, cotone, ecc

Il patchwork si è diffuso in Italia a partire dalla metà degli anni novanta con l’importazione dei tessuti specifici e della relativa attrezzatura e la diffusione dei primi corsi relativi.

Con il termine “patchwork” oggi, impropriamente, si indicano una serie di tecniche che nulla hanno a che vedere con questo tipo di manufatto come ad esempio il “patchwork senz’ago” che indica lavori in cui la stoffa viene fermata in fenditure fatte per permettere la copertura dell’oggetto in polistirolo.

I materiali

tessuti americani hanno la prerogativa, pur essendo in cotone, di non ritirarsi soprattutto di avere colori che non stingono.

L’attrezzatura principale consiste di:

  • Righello graduato e le Squadre, si tratta di un rettangolo di materiale plastico di vari formati (il più diffuso è 15 x 60 cm) trasparente riportante le misure su entrambe le direzioni ed anche le angolature di 30, 45 e 60°;
  • Taglierino rotante, chiamato Cutter con una lama circolare che, accostato al righello, taglia in modo perfetto il tessuto;
  • Pianale per taglio; è una base antitaglio (utilizzata spesso per lavori in cui si richiede l’utilizzo di taglierini o bisturi) indispensabile per utilizzare il cutter senza rovinare la lama e il piano di lavoro.

A questa attrezzatura di base si aggiunge di norma la macchina per cucire in grado di fare una semplice cucitura diritta, aghi e fili.

La tecnica

La lavorazione si compone di diverse fasi.

All’inizio si prepara il disegno dell’oggetto che si intende realizzare in scala. Nel complesso il top sarà diviso in blocchi che a loro volta saranno ulteriormente divisi in pezzi (patch= pezza work=lavoro). Ogni pezzo deve essere dimensionato e va fatto un elenco di quanti e quali pezzi serve tagliare; così sarà anche più facile avere un’idea di quanta e quale stoffa servirà alla realizzazione del top.

Terminato il disegno si procede con il taglio del tessuto, stirato accuratamente in precedenza, tenendo su ogni lato un margine di cucitura di 0,6 cm. Ad esempio se il pezzo che ci serve è di 4 x 4 cm il taglio dovrà essere effettuato di 5,2 cm.

Terminato questo passaggio si procede con la cucitura tenendo, ovviamente, un margine di 6 mm. Dopo la cucitura si procede ad una nuova stiratura per appiattire i margini per le cuciture successive.

Al termine dell’assemblaggio, a seconda dell’oggetto che si intende realizzare potrebbe essere necessaria una trapuntatura manuale più tradizionale o a macchina.

Posizioni quacchere – Elizabeth Fry (1780 – 1845)

Elizabeth  Fry è stata una quacchera diventata famosa per il suo lavoro di riforma del sistema carcerario britannico ai primi del 19° secolo. Col suo esempio  ispirò altre donne a sostenere un ruolo più attivo nella società: era insolito per una donna avere voce fuori dalla propria casa. Era anche insolito per una quacchera essere così importante, perché a quel tempo il movimento dei Quaccheri stava attraversando una fase “di riserbo”, ed era molto introspettivo.

Era comunque inusuale per un quacchero preoccuparsi del benessere dei carcerati benché la riforma delle carceri è stata sempre importante per i quaccheri. I primi quaccheri furono messi in prigione per il loro credo e così videro da se stessi le terribili condizioni nelle prigioni. Sentivano che c’era qualcosa di Dio in ognuno, anche in gente che aveva commesso dei crimini, così il mettere la gente in prigione doveva provare a cambiare i carcerati e non solo a punirli. Un secolo prima di Elizabeth Fry, il quacchero John Bellers (1654 – 1725) fu uno dei primi a chiedere pubblicamente l’abolizione della pena di morte.

Elizabeth Fry è nata il 21 maggio 1780, terza bimba di Joseph Gurney, un ricco fabbricante quacchero, e di Catherine Among la “Quacchera Semplice” del Goat Lane Meeting di Norwich, la famiglia Gurney si fece notare per i suoi vestiti sgargianti e maniere alla moda. A quel tempo la maggior parte dei quaccheri erano “Quaccheri Semplici” che indossavano vestiti semplici senza decorazioni, ed usavano ancora “Thee” (1) e “Thou” (2) quando parlavano alla gente, perché credevano che tutti fossero uguali davanti a Dio.  Elizabeth (Betsy) e le sue sorelle spesso scioccavano gli altri quaccheri perché non partecipavano agli incontri di rito come avrebbero dovuto, ed indossavano colori brillanti e vestiti di seta. Un giorno Betsy e le sue sorelle fermarono la carrozza della posta ponendosi in mezzo alla strada e gesticolando con le mani – decisamente non erano i tipi di credenti che i quaccheri si aspettavano.

Per tutta la vita Betsy tenne un diario. Sappiamo che pensò a sua madre come la cosa di maggiore influenza della sua vita. Catherine Gurney credeva che le ragazze avrebbero dovuto ricevere la stessa educazione dei ragazzi, così Betsy imparò la storia, la geografia, il francese, il latino non come la maggior parte delle ragazze di quel tempo. Catherine inoltre raccontò ai suoi bambini delle storie della Bibbia e lesse loro i Salmi. Quando Catherine fece visita e aiutò i malati ed i poveri del quartiere, Betsy era solita andare con sua madre. Fu devastante per lei quando sua madre morì, aveva dodici anni.

Il suo diario riporta dell’incontro di rito del 4 febbraio 1798 (vestendo stivali color porpora con lacci scarlatti). Ascolto William Savery, un quacchero americano, che teneva la predica. Più tardi quel giorno andò a pranzo a casa di suo zio, e fu profondamente impressionata da William Savery di cui scrisse che era veramente un buon uomo. “Ho sentito che lì c’era Dio”, e comincio a capire veramente la dottrina.

Ma si sentì anche molto confusa in quanto non voleva diventare una quacchera semplice. Durante il corso dell’anno successivo visitò Londra dove ebbe l’opportunità di incontrare di nuovo William Savery. Mentre era a Londra visitò anche il teatro ed andò all’opera. Si meravigliò del fatto che riteneva giusto che quelle cose gli piacessero, ‘Le trovo così artificiali’. Si sentì molto più a suo agio in compagnia di sua cugina Priscilla Hannah Gurney, una quacchera semplice, con cui visitò Coalbrookdale. Lì visitò anche la famosa fonderia  di proprietà della famiglia Derby, ed incontrò Deborah Darby, un’altra quacchera semplice che era molto conosciuta per le sue prediche. Betsy fu molto mossa – e piuttosto allarmata –quando in un incontro di rito Deborah Derby parlò circa quello che sarebbe diventata in futuro, ‘una luce per i ciechi, parola per i muti e piedi per gli zoppi’.

Betsy ora sapeva che per lei era molto meglio diventare una quacchera semplice, ma non le fu facile, perchè la sua famiglia non era molto d’accordo. Non volevano ascoltare il suo punto di vista sulla religione. Gradualmente Betsy cominciò a parlare come una Amica semplice, usando ‘thee’ e ‘thou’. Trovò questo di aiuto perché la faceva pensare prima di parlare e le impediva di essere triviale  nelle sue conversazioni. Cominciò anche a sentire il bisogno di staccarsi dalla sua famiglia. Quando per lei fu il momento di avere dei nuovi vestiti, questi furono di semplice fattura da quacchera semplice. L’indossare abiti semplici fu più facile per lei perché davano alla gente il segno della scelta che aveva fatto. Non dovette scegliere se fosse giusto o sbagliato partecipare ad eventi sociali  perché la gente smise di invitarla. Capirono che per lei ora c’erano cose ben più importanti.

Per tutta la sua vita ha combattuto con fede. Non era molto mistica sebbene la preghiera fosse fonte di forza, ma trovò che era più facile essere pratici. Questo la portò a fare grandi sforzi per aiutare altra gente. Cominciò con l’avviare una scuola domenicale, nella lavanderia di famiglia a Earlham. I bambini, molti già lavoravano nelle aziende di Norwich – a cui raccontava le storie della Bibbia ed insegnava a leggere e scrivere, erano chiamati da sua sorella ‘i diavoletti di Betsy’.

Nell’estate del 1799, Joseph Fry andò in visita presso la sua famiglia. Lui trovò Betsy ammirabile e le chiese di sposarlo, ma la prima volta lei rifiutò. Jopseph era un Amico semplice, timido e le sembrò molto noioso. Comunque, lei cominciò ad amarlo, e l’8 agosto 1800 erano sposati. Joseph Fry poteva essere stato timido, ma lei fu fortunata a trovare un marito in quei giorni in cui voleva lavorare fuori di casa e che poteva sostenerla in quello che voleva fare.

La famiglia Fry era una famiglia di ricchi mercanti che commerciava te, caffè e spezie e che più tardi aprì una banca . Betsy e Joseph impiegarono i primi giorni del loro matrimonio circondati dai parenti – prima stando con i parenti di lui e poi vivendo a Londra nel palazzo in cui era ubicato il magazzino. Betsy non trovò facile continuare a vivere con i suoi nuovi parenti poiché le criticavano le maniere e, forse, sentivano che non era abbastanza ‘semplice’. Joseph una volta le disse che aveva pensato ai suoi modi ‘su cui faceva molto conto’. Comunque, dal giorno che il suocero morì, lei gli stette più vicino.

La prima bimba, Katherine, nacque nell’agosto del 1801. Nei vent’anni successivi Betsy diede alla luce altri undici bambini. Il fare costantemente bambini e la richiesta di avere una famiglia numerosa rovinava la salute di molte donne in quegli anni, così Betsy fu fortunata ad avere l’aiuto di molti domestici e delle sue sorelle. Come molte donne, a volte Besty sentiva che la sua vita era stata votata alla maternità. Amava i suoi bimbi e gli mancavano quando andava via, ma scrisse nel suo diario che temeva di poter diventare ‘una madre incurante ed oppressiva’. Così cominciò a frequentare l’Islington Workhouse (fornendo riparo e lavoro per gli indigenti) per insegnare ai bambini, e divenire più attiva nelle attività della “Società degli Amici”. Si fece apprezzare per le sue omelie e prese a viaggiare per lunghe distanze per tenere gli Incontri di Rito.

Nel 1812 scrisse nel suo diario: ‘ho paura che la mia vita si adagi su piccole cose’. Non molto più tardi, Stephen Grellet venne a trovarla per chiedere il suo aiuto. Questi era un aristocratico francese esiliato a causa della rivoluzione francese. In America era diventato quacchero. Mentre visitava la Bretagna aveva ricevuto il permesso di visitare alcune prigioni, ed era rimasto inorridito dalle condizioni che aveva visto nel carcere femminile di Newgate. Aveva trovato prigioniere distese sul nudo pavimento, ed alcuni bimbi appena nati senza vestiti. Andò da Elizabeth Fry, che immediatamente inviò materiale per scaldarsi e chiese ad altre donne degli Amici di aiutarla a confezionare vestiti per i bambini.

Il giorno seguente andò con sua cognata in visita alla prigione di Newgate. All’inizio i secondini non vollero darle il permesso di entrare in quanto le carcerate erano folli ed agitate, ma il pericolo per l’incolumità fisica non la preoccupava come poteva il parlare in pubblico e gli spettatori.. Elizabeth e la cognata entrarono e rimasero molto scioccate dalle condizioni che vi trovarono – particolarmente quando videro due donne strappare i vestiti da un bimbo per darli ad un altro. Diedero abiti più caldi per i bambini e confortarono le carcerate malate. Il giorno dopo tornarono con più abiti caldi per i bimbi e paglia pulita per farvi giacere i malati. Alla terza visita pregò per le carcerate che furono mosse dalle sue sincere parole per loro.

Sebbene non poteva dimenticare quello che aveva visto a Newgate, non fu in grado di ritornarvi per altri quattro anni per ragioni di famiglia, incluse le difficoltà finanziarie della banca Fry, la nascita di altri due figli e la morte della sorella di quattro anni. Ritornò a Newgate prima di Natale del 1816. Quando arrivò, alcune donne stavano lottando fra di loro ed i secondini pensarono che sarebbe stata in pericolo se fosse entrata. Lei entrò con calma, prese in braccio un bimbo, e chiese a sua madre: ‘posso fare qualcosa per questo bambino innocente?’ Parlò loro come fosse lei stessa una madre, senza paura. Le carcerate riconobbero le sue intenzioni verso di loro e cominciarono ad ascoltarla. Lei osservò che avrebbero potuto avviare una scuola per i bambini per dar loro una possibilità nella vita. Le prigioniere pensarono che una di loro potesse essere l’insegnante e cominciarono a discutere i da farsi dopo che lei andò via. Quando Elizabeth tornò il giorno successivo, trovò una folla che stava aspettando che aveva provato a riordinare e pulire la prigione e loro stesse.

Elizabet provò a chiedere sostegno per la sua scuola della prigione ma il suo ricco cognato a cui si rivolse per primo non aderì alla sua iniziativa. Allora si rivolse alle donne e costituì un comitato di dodici donne – undici quacchere e la moglie del pastore. Con l’aiuto di suo marito invitò il direttore del carcere ed altri funzionari a discutere il suo progetto. All’inizio il direttore non pensò che il suo piano potesse funzionare ma poi partecipò ad un incontro nella prigione e fu così impressionato dalla determinazione delle carcerate che aderì alla realizzazione della scuola.

L’Associazione per lo Sviluppo delle Donne Carcerate di Newgate non solo organizzò una scuola per i bimbi ma nomiò una donna col compito di infermiera per aiutare le carcerate e promise di darle un salario. Fornì anche del materiale così che le prigioniere potessero cucire, lavorare a maglia e fare oggetti da vendere per poter comprare cibo, vestiti e paglia fresca per fare i letti. Le associate preso a turno a visitare la prigione ogni giorno e a leggere la Bibbia credendo che l’ascolto della Bibbia avesse il potere di rinnovare la gente. Quando si rivolsero al consiglio comunale di Londra per avere fondi per la scuola, il sindaco di Londra andò ad ascoltare Elizabeth che leggeva la Bibbia alle prigioniere ed acconsentì a pagare parte del salario dell’infermiera.

Questo fu l’inizio di un periodo della vita di Elizabeth Fry che ebbe una straordinaria influenza sulle donne del suo periodo. Nel 1818 le fu chiesto di dare testimonianza, a un Comitato della Casa dei Comuni, delle prigioni di Londra, la prima donna a farlo. La sua esperienza fatta negli incontri pubblici dei quaccheri dimostrò che era in grado di dare evidenze corrette e chiare. Descrisse in dettaglio la vita delle carcerate, e raccomandò che quelle donne, non gli uomini, fossero viste non come carcerate e stressò la sua convinzione sull’importanza dell’uso del lavoro.

Un’area in cui apportò grandi cambiamenti fu il trattamento dei prigionieri condannati ad essere trasportati nelle colonie. Un giorno nel 1818 quando andò in visita alla prigione trovò alcune prigioniere in rivolta perché il giorno successivo sarebbero state messe ‘ai ferri’ (mani, polsi e caviglie incatenate), su carri aperti e imbarcate per essere trasportate in Australia. Elizabeth Fry trovò un accordo per loro perché fossero tenute in carri chiusi per proteggerle dalle pietre e dai fischi della folla e promise di andare con loro ai moli d’imbarco. Nelle cinque settimane precedenti alla partenza della navi, le signore dell’Associazione visitarono quotidianamente il carcere e fornirono le prigioniere di una ‘utile borsa’ di cose di cui avrebbero avuto bisogno. Fecero trapunte per il viaggio che potevano essere vendute all’arrivo per avere un’entrata. Nei vent’anni successivi visitò regolarmente le navi dei condannati: si prese cura di 106 di loro.

Mentre si impegnava con le carcerate, Elizabeth Fry avviò le District Visiting Societies per intervenire con i poveri, biblioteche per le guardie costiere e scuole infermieristiche. Quando un bimbo fu trovato vicino casa sua morente assiderato, avviò un altro Ladies Committee per offrire zuppe calde e un letto a donne e bambini senza casa.

Il suo lavoro divenne molto popolare. Dopo un viaggio in Scozia con suo fratello Joseph John Gurney, quest’ultimo pubblicò con Elizabeth Fry “Notes” (“Appunti”) relativo ad alcune visite fatte alle prigioni scozzesi e del nord Inghilterra. Nel 1827 lei stessa pubblicò un libro chiamato “Observations” (“Osservazioni”) sulle visite, la sovrintendenza e la gestione delle carceri femminili che includeva un suo appello a maggiori opportunità per le donne. Chiudeva il suo libro una forte raccomandazione all’abolizione della pena di morte.

Le novità di quanto aveva svolto a Newgate portarono alla fondazione dei Ladies Commettees in altre città della Bretagna e in Europa. Alcune gentildonne della corte russa fondarono un comitato di visita alle prigioniere. La Fry attrasse anche l’interesse della Regina Vittoria  che fece una donazione di 50 sterline concedendole più tardi una ‘udienza’ reale. Verso la fine della sua vita viaggiò per l’Europa e fece visita ad alcune famiglie reali parlando con loro del suo lavoro. Anche il Re di Prussia le fece visita a casa e cenò con lei.

Varie volte ha affrontato delle critiche. Qualche volta le prigioniere si lamentavano avevano perso i loro divertimenti –  non potevano più bere, giocare d’azzardo o leggere racconti. Le autorità locali mormorarono perché la nuova Prison Act (che conteneva molte delle idee di Elizabeth) significava che loro avrebbero dovuto spendere più soldi per le carceri. Alcune autorità rifiutarono di permettere alle signore di visitare le loro prigioni perché non volevano che mettessero il naso dappertutto. Fu sensibile specialmente alle critiche degli Amici che pensavano lei apprezzasse eccessivamente la pubblica stima e che fosse negligente verso la sua famiglia. Alcuni dei suoi figli sposarono non-quaccheri, infatti solo una delle sue figlie rimase quacchera. Nel 1828 la Fry’s Bank fallì e portò suo marito a non esserne il proprietario (fu escluso dalla società) da parte della Società degli Amici per aver messo a rischio i soldi degli altri. Elizabeth fu accusata da una parte della pubblica opinione di aver usato i soldi della banca di suo marito per i suoi interventi caritatevoli. Avverti molto il disappunto degli Amici  e degli altri. L’umore del paese andò cambiando e quando lei diede evidenza nel 1832 di un’altra House of Commons Committee scelsero di ignorare quello che ebbe a dire sugli effetti dannosi della prigionia in isolamento.

Come tutti gli esseri umani, Elizabeth Fry fece i suoi errori ma, non dimeno, raggiunse i suoi grandi obiettivi.

In carcere la prigioniera June Rose disse: “Attraverso il suo personale coraggio e impegno, Elizabeth Fry svegliò le nazioni dell’Europa alle crudeltà ed alle oscenità delle prigioni e svelò le incapacità delle prigioni di fronte all’individuo. Il suo appassionato desiderio di condurre una vita impegnata turbò la placida, vacua esistenza delle donne dell’Inghilterra Vittoriana e cambiò per sempre i confini di una rispettabile femminilità. Il nome di Elizabeth Fry allargò il desiderio della fede quacchera … Dopo duecentotrentanni anni dalla sua nascita sembra una donna moderna e coraggiosa che si batté contro l’ingiustizia del suo tempo”. …. (che è anche il nostro: basta ascoltare la voce diretta dei carcerati di Spoleto)

NOTE

(1) “Thee”: pronome dall’inglese antico – usato come oggetto diretto o indiretto di un verbo (soprattutto usato nella lingua parlata o in contesti informali)

(2) “Thou”: pronome dall’inglese antico – usato per indicare qualcuno indirizzato specialmente in un contesto letterario, liturgico o di devozione (tipico nelle scritture bibliche)

Nell’inglese più moderno ‘thee’ è usato quando si fa riferimento ad una singola persona, ‘you’ per più persone; gradualmente ‘thee’ si cominciò ad usarlo quando si parlava ai bambini, ai servi e a persone di un ceto sociale inferiore, mentre ‘you’ ai familiari, gli impiegati, ed alla gente di alto rango.

Tratto e tradotto dal sito dei Quaccheri inglesi:http://www.quaker.org.uk/

Colpa di Eva… e di Adamo. Bibbia e diritti umani

Recensione a: Sarah M. Grimké, Poco meno degli angeli. Lettere sull’eguaglianza dei sessi, a cura di Thomas Casadei, trad. dall’inglese di Ingrid Heindorf, Castelvecchi, Roma 2016, pp. 126, € 14,50.

Quel che per diciotto secoli era stato giustificato mediante le Sacre Scritture cominciò ad essere ribaltato sulla base della medesima fonte. Protagonista di tale rovesciamento esegetico fu negli Stati Uniti d’America Sarah Moore Grimké (1792-1873), assieme alla sorella Angelina. Nate e cresciute nelle piantagioni della Carolina del Sud da una ricca famiglia di proprietari di schiavi, entrambe manifestarono precocemente il loro anticonformismo e la loro voglia di emancipazione per il genere a cui appartenevano e per gli afroamericani. Ancora piccola, Sarah fu punita per aver insegnato a leggere e scrivere alla sua schiava personale. Abbandonata la Chiesa episcopale, diventò quacchera, dopodiché, a metà anni Trenta, aderì alla Female Anti-Slavery Society di Philadelphia. Contribuì al nascente movimento femminista americano, sorto dal settarismo radicale e dal dissenso interno rispetto all’ortodossia e alle posizioni più conservatrici sostenute dalle varie confessioni cristiane presenti sul territorio statunitense. Dalle iniziative culturali e dalle battaglie politiche e civili di Sarah e Angelina, così come di tante altre donne e uomini dell’America della prima metà dell’Ottocento, emerge in modo netto e chiaro tutto il potenziale di sovversione che è inerente alla fede cristiana.

Rispetto alla tradizionale predicazione dei pastori protestanti Sarah contro-argomentava nei seguenti termini: è Dio stesso ad aver creato uomo e donna a propria immagine, come insegna il libro della Genesi. Una creazione di esseri morali e responsabili, investititi direttamente dal Creatore di “sacri e inalienabili diritti”. Affermare l’inferiorità della donna e stabilirne una condizione di discriminazione e subordinazione al maschio significava pertanto offendere in primo luogo “la saggezza e la misericordia di Dio”. La Bibbia fu perciò riletta come la grande carta dei diritti umani, la fonte indiscutibile che legittima la parificazione tra uomini, donne e schiavi nel nome dell’eguaglianza universale.

Con la sorella, nel 1837 Sarah affrontò ventitré settimane di viaggi e incontri – più di ottantotto – tanto da parlare in ben settantasette tra città e villaggi ad oltre quarantamila persone, uomini e donne. Obbiettivo era replicare alla Lettera pastorale con cui il clero congregazionalista del Massachusetts aveva sostenuto, in ciò concorde con i quaccheri più ortodossi, che le donne non potevano parlare in pubblico. Si trattava di una lettera ufficiale pubblicata il 12 luglio 1837 sul “New England Spectator” con lo scopo di attaccare proprio le sorelle Grimké e la loro fervente attività abolizionista. Si sosteneva perciò, da parte del ministro congregazionalista di Boston Nehemiah Adams, che la subordinazione delle donne agli uomini era stata ordinata direttamente da Dio.

Quella di Sarah intendeva essere una replica basata su argomentazioni che traessero linfa dalla stessa teologia cristiana e da un’esegesi biblica libera dalle traduzioni false e tendenziose operate da teologi e ministri del culto mossi anzitutto dal proprio orientamento maschilista. Scriveva infatti nella prima delle sue lettere, raccolte l’anno dopo in un opuscolo dal titolo Letters on the Equality of the Sexes and the Condition of Woman (1838): “Sono incline a pensare che, quando noi saremo ammesse all’onore di studiare il greco e l’ebraico, produrremo varie letture della Bibbia alquanto differenti da quelle che abbiamo ora”. Quanto addotto dall’Associazione generale dei ministri congregazionalisti, continuava Sarah, era solo frutto di pregiudizi, alimentati da un’educazione tradizionale di cui la prima vittima era la donna, relegata ad un ruolo subordinato, di soggezione edulcorata da un’etichetta tanto ipocrita quanto vuota: “Quanto mostruosa, quanto anticristiana, è la dottrina che la donna deve essere dipendente dall’uomo! Dove, in tutte le Sacre Scritture, è insegnato questo? Ahimè! Essa ha troppo bene imparato la lezione che l’UOMO ha cercato di insegnarle. Essa ha creduto i suoi più cari DIRITTI e si è appagata dei privilegi che l’uomo ha deciso di concederle; essa si è divertita con l’apparenza del potere, mentre l’uomo ne ha assorbito tutta la realtà. egli ha adornato la creatura che Dio gli diede come compagna con fronzoli e gingilli, l’ha resa attenta a essere personalmente attraente, ha offerto incenso alla sua vanità e ha fatto di lei uno strumento della sua gratificazione egoista, un giocattolo per compiacere il suo occhio e per distrarsi nelle sue ore di ozio” (l’uso dello stampatello è nel testo).

L’argomento con cui tradizionalmente si è avallata questa sudditanza è ingannevole e subdolo, riassumibile nella formula “governate con l’obbedienza e dominate con la sottomissione”, come a dire che la vera detentrice di autorità e anche potere tra le mura domestiche è sempre stata la donna dal momento che l’etica cavalleresca costringerebbe gli uomini ad essere “gentili e concilianti”, come scriveva nel 1776 John Adams, secondo presidente degli Stati Uniti d’America, alla moglie Abigail Smith, convinta dell’esatto contrario. Qualche decennio dopo era proprio Sarah Grimké a denunciare questo “codice della moralità domestica che è stato insegnato alla donna”, incentrata sull’esaltazione della gentilezza e mitezza come virtù tipicamente femminili. Nel concreto queste erano sinonimi di arrendevolezza e sottomissione ai comandi dei padri e dei mariti.

Quando si afferma che l’uomo è più forte della donna si dice qualcosa di valido solo sul piano della “forza bruta”, della mera forza fisica, ma se si pretende di “affermare che la debolezza mentale o morale è propria della donna più che dell’uomo, allora nego totalmente questa pretesa”. Certamente non può essere fondata sulla parola di Dio, a meno di non velarne o alterarne il significato immediatamente comprensibile alla semplice lettura dei testi: “Mi pare totalmente sconveniente alla dignità di un corpo cristiano tentare di stabilire una distinzione così antiscritturale fra uomini e donne. Ah! Quante persone del mio sesso sentono nel dominio così ingiustamente esercitato su di loro, con la pretesa gentile della protezione che ciò a cui si sono appoggiate si è dimostrato di essere al meglio una canna rotta, e spesso una lancia” (il primo corsivo è mio).

Salvatore Fiume, Adamo ed Eva (1967)

In un’altra lettera, Sarah ricordava come storicamente il cristianesimo sia stato liberatore nei confronti dei vincoli che le donne subivano dalle “tradizioni giudaiche e dagli usi pagani”. Ricordava, in un’altra ancora, “l’eguale colpa dell’uomo e della donna nella Caduta”, nella cacciata dal Paradiso terrestre. In modo velatamente provocatorio, ella affermava di essere “una di quelle che sempre ammettono, nella più larga misura, l’accusa popolare che la donna ha portato il peccato nel mondo”, ma di accettarlo “come un motivo potente che spiega perché la donna sia tenuta a lavorare con doppia diligenza, per la rigenerazione di questo mondo che essa ha contribuito a rovinare”. E anche in questo caso elencava passi della Sacre Scritture che provavano “l’identità e l’eguaglianza di uomo e donna, e che non c’è differenza nella loro colpa agli occhi di quel Dio che esplorava il cuore e provava i reni dei figli degli uomini”. I reni sono la sede del giudizio nel linguaggio poetico biblico. D’altronde in I Timoteo 2,14 si legge: “Adamo non fu ingannato; ma la donna essendo stata ingannata, si trovò nella trasgressione”. Come a dire, commentava ironica Sarah, che il primo uomo fu consapevole delle conseguenze “del condividere la trasgressione”. E allora, tutta colpa di Eva?

Nell’opuscolo del 1838 Sarah rivendicava l’emancipazione femminile e l’abolizione della schiavitù tramite la lotta per il suffragio universale, combinando il tema dei diritti di libertà con una riforma della lettura e interpretazione delle Sacre Scritture. La battaglia condotta dalle sorelle Grimké era la stessa di Theodore Dwight Weld (1803-1893), predicatore, educatore e riformatore, e tra i principali leader del movimento abolizionista americano. Perentoria una sua sentenza: “non conosco i diritti dell’uomo, o i diritti della donna; i diritti umani sono tutto ciò che io conosco”. Eloquente il titolo di un suo scritto, coevo all’opera della Grimké: The Bible Against Slavery, or, An inquiry into the Genius of the Mosaic System, and the Teaching of the Old Testament on the Subject of Human Rights (1837). Merita, a tal proposito, citare un passo di Lutero, direttamente o indirettamente presente in tutto il cristianesimo riformato americano: “Io sono un uomo, questo è un titolo più alto che quello di essere principe. Motivo: Non è stato Dio a fare il principe, ma gli uomini, ma che io sia un uomo, è stato solo Dio a farlo”. Ecco quel potenziale eversivo di cui si parlava; eversivo, ad esempio, rispetto alla giustificazione monarchica o aristocratica di gerarchie politiche e sociali permanenti e immutabili. Ogni legittimazione in nome di Dio è semplice impostura.

La Bibbia come fonte di insegnamento in materia di “diritti umani”, niente di meno che questo. D’altro canto, si legge in Galati 3,28: “non c’è né uomo né donna; perché voi tutti siete uno in Cristo Gesù”. Ne faceva menzione Sarah Moore Grimké. Ecco il perché delle abbondanti e lunghe citazioni dalle sue lettere, di permanente validità come tutto ciò che ha fatto la storia di una civiltà dei diritti e dei doveri, della libertà e dell’eguaglianza. Lettere degne di larga diffusione anche nell’Italia e nell’Europa di oggi. Citazioni che sono qui intese a segnalare il ritorno di attualità di temi e argomenti che, volenti o nolenti, agiteranno nell’immediato futuro le acque già mosse del nostro presente.

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