Circolo di preghiera / Festival 2015

Anteprima del Festival quacchero su Pace e Guarigione del 28 e 29 novembre

 

Il grido: forma universale di preghiera

di Paolo De Benedetti

 

Vi basti pensare che nella Bibbia si dice qualche cosa che per noi, se ci pensiamo bene, è assolutamente incredibile.

Nel capitolo terzo dell’Esodo, prima ancora che Mosè iniziasse la sua missione, è detto che gli Ebrei soffrivano in Egitto e non sapevano chi era il loro Dio.

Non lo sapevano perché l’autorivelazione di Dio al suo popolo, anzi a Mosè perché la trasmetta al suo popolo, avviene, poco dopo, nell’episodio del roveto ardente.

Quando Dio gli si rivela, Mosè fa un’obiezione che a noi sembra un po’ ingenua: “Se io vado da loro a dire che dio (dio come nome comune) mi ha mandato a voi, mi chiederanno come si chiama questo dio”.

La cosa è abbastanza fondata, nel senso che in Egitto c’erano, mi pare, 2400 dei, per cui era ragionevole che il popolo chiedesse a Mosè come si chiamava il dio che lo aveva mandato.

Prima che avvenisse la rivelazione del nome divino a Mosè, dunque, gli Ebrei non sapevano (obietterete che c’era stato Abramo. Sì, ma, poi, i suoi discendenti hanno avuto tempo di dimenticare tutto) chi era Dio, come si chiamava, di che cosa si occupava.

Non sapevano niente, quindi non pregavano.

Ma è vero che non pregavano?

All’inizio dell’Esodo, c’è una frase che è veramente straordinaria. Questi Ebrei soffrivano: soffrivano la schiavitù, soffrivano l’uccisione dei primogeniti

 

e il loro grido salì a Dio e Dio ascoltò il grido.

 

Ecco questa è la forma più universale di preghiera: il grido della creatura.

Il grido sale a Dio anche se la creatura non sa chi è e dov’è Dio.

Nella Tradizione rabbinica, infatti, una delle definizioni di Dio è

 

Colui che ascolta il grido.

 

Gli Ebrei pregavano con la sofferenza della loro esistenza.

La preghiera della loro triste esistenza saliva a Dio nonostante che, nella Tradizione, nella leggenda rabbinica, il Paradiso fosse chiuso con tante porte.

La porta della preghiera, però, è aperta, come lo è, ancora di più, quella del pentimento. Non sono mai chiuse queste porte.

Questo è un tipo di preghiera (poi verremo ai particolari più tecnici) consistente nel lamento del creato.

Il Festival inizia con questo canto che sgorga dal classico culto del silenzio quacchero come mostra il video per aprirsi ad una dimensione spirituale aperta anche alla musica e al canto che accompagnano le parole di adorazione di Gesù e della luce interiore. Benvenute e benvenuti a tutt*, il tempo non lo misuriamo oggi. Buon sabato

https://www.youtube.com/watch?v=-XlMkK4_kTg

Preghiamo oggi per la Pace e la guarigione personale dei partecipanti; iniziamo col Salmo

Salmo 15

Miktam. Di Davide.

Proteggimi, o Dio: in te mi rifugio.

Ho detto a Dio: «Sei tu il mio Signore,

senza di te non ho alcun bene».

Per i santi, che sono sulla terra,

uomini nobili, è tutto il mio amore.

Si affrettino altri a costruire idoli:

io non spanderò le loro libazioni di sangue

né pronunzierò con le mie labbra i loro nomi.

Il Signore è mia parte di eredità e mio calice:

nelle tue mani è la mia vita.

Per me la sorte è caduta su luoghi deliziosi,

è magnifica la mia eredità.

Benedico il Signore che mi ha dato consiglio;

anche di notte il mio cuore mi istruisce.

Io pongo sempre innanzi a me il Signore,

sta alla mia destra, non posso vacillare.

Di questo gioisce il mio cuore,

esulta la mia anima;

anche il mio corpo riposa al sicuro,

perché non abbandonerai la mia vita nel sepolcro,

né lascerai che il tuo santo veda la corruzione.

Mi indicherai il sentiero della vita,

gioia piena nella tua presenza,

dolcezza senza fine alla tua destra.

 

Agghelos – Angelo nel N.T.

 

1 . L’accezione di messaggero umano è scarsamente attestata nel N.T. Gli esploratori mandati da Giosué a Gerico (Iac 2,25). Gli inviati del Battista a Gesù (Lc 7,24) e i discepoli che per ordine di Gesù vanno nel villaggio dei Samaritani (Lc 9,52) sono gli unici aggheloi di uomini menzionati nel N.T.

In Mt. 11,10 par (cfr Mc 1,2) Gesù, richiamandosi alla profezia anticotestamentaria (è evidente la citazione di Malachia 3,1 risente anche di Es 23,20), definisce il Battista come l’angolo dell’Alleanza che precede il giorno del Signore, applicando alla concreta persona di Giovanni, messaggero di Dio, l’annunzio profetico che in sé poteva adombrare tanto un essere umano quanto un angelo del cielo. Il passo mostra come i vari significati della parola potessero intersecarsi. Bisogna anche tener conto che sull’identificazione dell’ “angelo dell’alleanza” col Battista possano avere influito quei particolari aspetti del concetto di “annunzio” che abbiamo esposto nei precedenti articoli sulla radice Agghel – Questo agghelos dell’alleanza è il precursore, il battistrada, il portatore dell’annuncio del Cristo.

Che il termine agghelos in genere non venga riferito ad un messaggero umano, non è fatto casuale, bensì è conseguenza del fatto che la parola significava ormai soprattutto “l’angelo”. Il messaggero umano è indicato spesso con semplici perifrasi, in Luc 7,10 e Lc 19,32. Sovente poi gli “inviati” sono gli stessi che di solito vengono definiti apostoloi.

  1. a . Per gli uomini del N.T. rimane pacifica la concezione antico-testamentaria e giudaica degli angeli come rappresentanti del mondo celeste e messaggeri di Dio. Gli angeli rappresentano l’”altro” mondo (il mondo nel quale non ci si sposa Mc 12,25): Ebr 12,22; 1 Tim 5,21. Somigliare ad essi vuol dire avere in sé qualcosa di celestiale (At 6,15); chi è equiparato a Dio (Gal 4,14). Essere “uno spettacolo per gli angeli” significa essere spettacolo per gli abitatori del cielo: 1 Cor 4,9.

Il N.T. non si discosta poi dal giudaismo quando rievoca le apparizioni degli angeli riferite dagli autori anticotestamentari e giudaici: così Ebr 13,2 adombrava la visita di angeli ad Abramo (Gen 18) e a Lot (Gen 19); in Att 7,30.35 si parla dell’apparizione dell’angelo a Mosé (Es 3,2); spesso si accenna agli angeli come promulgatori della Legge (At 7,53; Gal 3,19; Ebr 2,2).

L’idea della presenza degli angeli nella promulgazione della Legge traspare già dal testo dei LXX in Deut 33,2 la riporta ad una antica tradizione. Il compito degli angeli è variamente inteso, ma è sempre considerato un elemento della grandezza della Legge. Secondo Gal 3,19 Ebrei 2,2, invece, il fatto che sia promulgata “solo” dagli angeli è un segno di una relativa inferiorità della Legge: si tratta di un pensiero non giudaico che corregge in senso cristiano la tradizione suddetta accogliendo forse anche il suggerimento di concezioni degli aggheloi estranee al giudaismo e al cristianesimo. In atti 7,38, invece, che esprime probabilmente la convinzione della cristianità giudaica prepaolina, la partecipazione angelica non è affatto considerata come elemento negativo. Anche Ebrei 9 si richiama alla tradizione giudaica della lotta di Michele col diavolo intorno al cadavere di Mosé, mentre già in 2 Pie 2,11 non se ne fa una parola, forse perché non era descritta in un libro canonico dell’A.T. .La lettera di Giuda vuol sottolineare soprattutto che nemmeno l’arcangelo osa arrogarsi il giudizio che spetta a Dio. Si ricordi infine, nella parabola del ricco Epulone, l’idea che gli angeli, come inviati di Dio, conducano il morto nel seno di Abramo (Lc 16,22).

b . Per la cristianità primitiva Gesù è la presenza di Dio e del suo regno. E’ per questo che la più antica narrazione ce lo presenta accompagnato dagli angeli specialmente nel natale e nella resurrezione. Nel corso della vita di Gesù gli angeli compaiono per servirlo solo in particolari momenti (durante le tentazioni, Mt 4,11; nei Getsemani Lc 22,43) ma il loro intervento è sempre possibile (Mt 26, 53) e per gli evangelisti è una conferma della divinità di Cristo; lo dimostra Gv 1,51, che richiamandosi alla scala di Giacobbe, presenta il figliol dell’Uomo circondato dagli angeli, simbolo del suo legame con Dio. Ma non meno significativo di ciò che la tradizione attesta è ciò che essa tace. Accenni a un’azione autonoma degli angeli e a una descrizione del loro aspetto si riscontrano almeno nelle parti più recenti della narrazione evangelica (Mt 28,2) Le vesti bianche Mc 16,5 Lc 24,4 Gv 20,12 At 1,10 non sono un particolare descrittivo, ma simboleggiano la trascendenza della doxsa angelica; ma in complesso i Vangeli non riferiscono né un gran numero né una grande varietà di apparizioni angeliche. Gli angeli quando non servono direttamente a Gesù, sono semplici annunziatori delle decisioni divine. I racconti della nascita in cui soprattutto hanno parte gli angeli, si limitano a far intervenire Gabriele (Lc 1,26) oppure l’”Angelo del Signore” (Mt 1,20; 2,13; Lc 1,11; 2,9) noto dell’A.T., al quale si aggiunge come semplice elemento corale Lc 2, 13. Manca in queste narrazioni una pluralità di individui angelici, un interesse angeologico indipendente da Dio. Un vigoroso rilievo è dato dalla partecipazione attiva degli angeli alle vicende escatologiche. Secondo le parole stesse di Gesù, essi accompagnano il Giudice, agiscono con lui e per lui e assistono al giudizio (Lc 12,8). La medesima concezione traspare dalle lettere di Paolo (2 Tes 1,7). L’apocalisse esprime la radicata convinzione della cristianità primitiva, facendo largamente intervenire gli angeli nelle vicende apocalittiche e dando ad ognuno un aspetto e una funzione.

Nel rabbinismo manca quasi completamente l’idea di una partecipazione degli angeli al giudizio, mentre grandeggia quella della partecipazione di Israele. Invece è un motivo ricorrente nell’apocalittica che gli angeli non accompagnano il Messia, come invece presuppone e sottolinea vigorosamente il N.T., nel quale gli angeli sono per il Figlio dell’Uomo e Cristo i “suoi” angeli, come lo sono per Iddio (Mt 16,27).

Perciò secondo la concezione dei primi cristiani gli angeli di Dio agiscono sostanzialmente al servizio di Cristo e della sua missione. Ebr 1,14 e Ap 19,10. Partecipano quindi attivamente ai fatti della redenzione, come attestano non solo i loro inni escatologici (Ap 5,11; 19,1) e natalizi (Lc 2,14), corrispondenti a Is 6,2 ma anche la loro Xara per il pentimento e la salvezza del singolo (Lc 15,10). Identico al presupposto della parte avuta dagli angeli nella nascita e alla resurrezione, è anche quello del loro intervento nella storia della Chiesa apostolica descritto in vari passi degli Atti degli Apostoli. Anche in questo è colui che agisce a favore degli Apostoli (5,19; 12,7), annunzia loro la volontà di Dio o del Kurios (8,26; 10,3; 27,23) o punisce il nemico della Chiesa (12,23). Il venir meno della funzione autonoma dell’angelo risulta, per es., dal confronto di 18,9 con 27,23: l’agghelos reca semplicemente l’annunzio, che nel primo passo è fatto direttamente da Dio.

c . E’ evidente perciò che tutto il pensiero neotestamentario esclude qualsiasi equiparazione tra gli angeli e Cristo. Il Messia non è un essere angelico, nemmeno di ordine superiore; come “figlio” ha origine e dignità diverse. (Mc 13,32; Ebr 1,4). Questo dato di fatto non è minimamente infirmato – come dimostra anche l’accostamento dei due concetti nella lettera agli Ebrei – con la morte di Gesù.; anzi si ribadisce l’assoluta diversità e superiorità della missione di Cristo. E’ probabile, piuttosto, che il forte rilievo che nella Lettera agli ebrei è dato alla differenza sostanziale Cristo e gli angeli, derivi anche dalla necessità di ribadire l’antitesi fra la predicazione neotestamentaria del Cristo e le varie concezioni dell’”inviato” e dell’”annuncio” che circolavano nell’ambiente religioso contemporaneo.

Deriva di qui la tendenza, avvertibile soprattutto in Paolo, a sminuire, in certa misura il valore dell’angeologia. L’idea positiva dell’angelo come messaggero di Dio, presente nei Vangeli e anche altrove (come per es., negli Atti degli Apostoli), è relativamente poco sfruttata nelle lettere paoline che preferiscono mettere l’accento sulla superiorità del Cristo rispetto agli angeli. Per questo si capisce come la partecipazione angelica alla promulgazione della legge, da segno di grandezza possa diventare un segno del valore della legge stessa (Gal 3,19; Ebr 2,2) quando viene commisurata al valore assoluto del sacrificio di Cristo. Ma dalla consapevolezza di essere unito a Cristo deriva anche, in Paolo, la convinzione che la sua missione di Gal 1,8 e che il carisma dell’agape val più di tutti (1 Cor 13,11). Come il figlio così, con lui e per mezzo di lui, anche il credente è qualcosa di più e di diverso da tutte le gerarchie angeliche. Quello che è stato partecipato al credente (1 Pietro 1,12 ); non gli angeli, ma la stirpe umana è stata redenta (Ebr 2,16).

3 . L’insistenza con cui Paolo ribadisce l’inferiorità degli angeli rispetto alla realtà del Cristo ha indubbiamente anche un accento polemico contro le angeologie gnostiche. In effetti Col 2,18 non può essere spiegato che con l’intento di combattere il culto degli angeli nelle chiese fondate da Paolo. Pare che le correnti sincretistiche avessero in parte disancorato la credenza negli angeli dall’idea di Dio, alla quale, nel pensiero ortodosso, essa era indissolubilmente connessa e nettamente subordinata. Gli Aggheloi possono essere descritti in Col 1,16; possono perciò essere annoverati fra le forze che insidiano gli uomini (Rom 8,38). Si tratta di quegli angeli degli elementi e della natura comunemente ammessi nel giudaismo, che , per un processo di autonomizzazione, divengono forze non divine, ma demoniache; possono essere anche gli dei pagani associati in parte agli “angeli dei popoli”, ai quali Dio ha subordinato i popoli del mondo. A Paolo non interessa di negare l’esistenza di questi esseri, ma soltanto affermare che Cristo ha completamente e definitivamente debellato la loro potenza. Quello che si compirà alla fine dei tempi in 1 Cor 15,24, come tutte le realtà escatologiche, è già possesso attuale del credente, nel suo amore di Dio Rom 8,38.

4 . Angeli decaduti vedi Daimou

  1. L’idea dell’angelo custode, o meglio dell’angelo-guida e servitore proviene dal giudaismo, che ne aveva però da gran tempo dimenticato il fondamento animistico. At 12,15 presuppone l’identità fra l’aspetto e la voce Agghelos, o quelli dell’uomo che gli è stato affidato. In Mt 18,10 l’accenno agli angeli che vedono continuamente il volto di Dio, vuol mostrare l’amore universale del Padre, per il quale anche nixroi sono importanti, e di conseguenza la responsabilità degli uomini, per i quali pure essi lo devono essere. La prescrizione circa il segno di 1 Cor 11,10 va forse intesa come misura precauzionale contro i desideri erotici degli angeli, immaginati secondo certe condizioni fondate su Gen 6,1; ma è più probabile che essa sia diretta a facilitare l’adeguamento degli angeli alla condizione della persona a loro affidata, come nel giudaismo è viva la preoccupazione di adeguarsi convenientemente agli angeli custodi concepiti anch’essi come tutori della pietà. Un particolare problema esegetico è posto da Apoc 1,20. Le sole interpretazioni che abbiano qualche fondamento sono quelle che intendono questi esseri o come vescovi o come veri e propri angeli. La seconda interpretazione sembra più probabile, perché nell’Apocalisse gli aggheloi sono sempre gli angeli in senso proprio. Si aggiunga che nel Nuovo Testamento si insiste a presentare episxsopos più come membro della Chiesa, che non come il capo di essa; mentre identificando l’agghelos col vescovo, quest’ultimo risulterebbe appunto capo della chiesa, in base al parallelismo delle immagini: chiesa / candelabro , agghelos/stella. Anche per questo motivo è molto più probabile che gli aggheloi siano invece gli angeli rappresentanti e tutelari delle Chiese. Si ricordi a questo proposito l’idea giudaica degli angeli dei popoli e di Michele angelo di Israele, ma soprattutto la concezione, presente in tutta l’Apocalisse, degli angeli come mediatori dell’azione divina.

G.Kittel

Invocazione dello Spirito Santo su di Noi

 

Simeone il Nuovo Teologo, Invocazione allo Spirito Santo (estratto)

 

Vieni , luce eterna, Vieni, mistero nascosto. Vieni, tesoro senza nome. Vieni, realtà ineffabile. Vieni persona inconcepibile. Vieni, esultanza senza fine. Vieni luce senza tramonto. Vieni attesa verace di tutti quelli che saranno salvati. Vieni, risveglio di quelli che dormono. Vieni risurrezione dei morti (Gv 11,25). Vieni potente che sempre col solo volere fai, rinnovi e trasformi tutte le cose. Vieni, invisibile e del tutto intangibile e impalpabile. Vieni, tu che sempri rimani immobile e che a ogni momento tutto ti muovi e vieni a noi che giaciamo nell’inferno, tu che sei al di sopra di tutti i cieli (1 Pt 4,10). Vieni nome sommamente desiderato e continuamente ripetuto, ma di cui ci è impossibile dire chi sia e conoscere di quale natura sia. Vieni ,gioia eterna. Vieni corona immarcescibile (1 Pt 5,4). Vieni porpora del grande dio e re nostro. Vieni cintura cristallina cosparsa di pietre preziose. Vieni calzare inaccessibile. Vieni, destra regale, purpera e sovrana. Vieni, tu che ha desiderato e desidera la mia anima infelice. Vieni, solo a chi è solo, perchè sono solo come vedi.  Vieni tu che mi hai diviso da tutti e fatto solitario su questa terra. Vieni, tu che sei diventato desiderio dentro di me e ti sei fatto desiderare da me, pur essendo del tutto inaccessibile. Vieni, mio respiro e vita (At 17,25). Vieni, consolazione della mia misera anima. Vieni, gioia, gloria e mia delizia senza fine.

Ti rendo grazie, perché sei diventato un solo spirito con me (1 Cor 6,17).

(…)

Contrariamente ad anglicani e calvinisti i quaccheri stipularono trattati di pace coi Nativi americano senza massacri di innocenti

https://www.youtube.com/watch?v=sB2AaVVjF-0

Il senso della vita

di Francesco Zenzale

 

“Non ci sono mai stati tanti malati psichici come negli ultimi decenni, tanti suicidi insensati, tanti delitti per droga, tante esistenze fallite, tante famiglie distrutte, tanti bambini anormali, giovani aggressivi, adulti frigidi, impotenti o incapaci di amare, tante persone separate che dubitano del senso della propria vita come oggi. La gente cerca un consiglio in uno studio psicologico «perché non sa affrontare la vita, perché non sa cosa fare, perché tutto le sembra vuoto, privo di senso, perché è nauseata da tutto il benessere e non ha più voglia di vivere. Perché non ha più un obiettivo per cui impegnarsi, perché non trova valori per cui vivere, per cui sacrificarsi, perché l’esistenza scorre senza un contenuto e non si prova altro che noia”.

 

Solitudine, tristezza, amarezza, frustrazioni, disperazione, angoscia esistenziale, bisogno d’affetto, depressione, ecc. Queste sono le peggiori malattie della nostra società.

 

Nell’aprile 2004, lo psicologo romano Nicola Ghezzani, consegna alle stampe il libro dal titolo Crescere in un mondo malato, nel quale presenta il disagio infantile, mette in colonna i numeri e afferma:

 

– Il 20 per cento dei giovani fino a 15 anni soffre di disturbi mentali.

– Nel 2020, questo disturbo sarà una delle cinque cause di malattia, morte e disabilità.

– Negli Stati Uniti, il 3 per cento dei bambini e più dell’8 per cento degli adolescenti sono depressi. Il 13 per cento dei giovani (9-17 anni) soffre di disturbi ansiosi.

– Il 33 per cento di adulti con un disturbo ossessivo e compulsivo ha sviluppato questa patologia durante il periodo dell’infanzia e dell’adolescenza.

– L’1 per cento degli adolescenti americani è affetto da sindrome maniaco-depressiva.

 

«Dire che questi dati», afferma Ghezzani, «sono allarmanti è poco: essi non sono un dramma annunciato; rappresentano piuttosto una tragedia realizzata». Le dinamiche sociali sempre più opache e incontrollabili diventano il fenomeno che traduce in concreto l’insicurezza e la vulnerabilità.

 

Cos’è che ci rende felici? Ancora non molto fa gli esperti di fama credevano che fosse il proprio piacere. «In psicologia si dovevano eliminare le costrizioni che inibiscono il piacere», diceva Wilhelm Reich, uno dei molti sostenitori di questa tesi. Gli sviluppi degli ultimi decenni hanno però dimostrato che questa «egocentricità ad ogni costo» non solo riduce il livello spirituale del singolo, ma distrugge soprattutto la famiglia, lo stesso individuo.

 

Che cosa ci rende gioiosi? Il palcoscenico dove si è disposti a fare quello che gli altri vogliono, o scegliere di essere se stessi? Nel primo caso il metro è l’applausometro, nell’altro il rispetto di se stessi, ed è il più difficile.

 

Conosco persone gioiose che non hanno mai ottenuto un applauso, che nella grazia di Dio, il mattino, guardandosi nello specchio, accennano ad un sorriso o ad un gesto di gratitudine a Colui che è il datore della vita. “Altre invece, per amore dell’apparire, centrate se se stesse, corrono subito a truccarsi. Non sanno stare senza gli altri, devono avere il chiasso dell’approvazione sempre attorno: quando sono in auto da sole, arrivano ad azionare anche due telefonini contemporaneamente pur di trovarsi con i loro fans. La persona gioiosa sa che anche da soli si possono fare tante cose utili, e non per se stessi soltanto.

La nostra è la società del successo, dell’esistere per gli altri e come gli altri desiderano: dei perfetti burattini. Un successo misurato dal denaro: tanto maggiore è il successo, tanto più alto è il compenso, più grande l’auto e più lunga la barca già ormeggiata in un porticciolo o dentro la testa, nella sezione del desiderio. Questo è anche il programma di molti giovani e di molti genitori: tentare la fortuna che conduca al successo” (V. Andreoli, Avvenire).

Nella nostra società democratica e nella nostra civiltà centrata sul piacere, dove ogni tipo di attrazione ci è disponibile, la gioia ha la stessa natura di un sogno o di un miraggio; potrebbe essere un’illusione, il prodotto dell’immaginazione ingannevole.

 

Ma la gioia, quella vera, profonda, non ha mercato!

 

«Non c’è nulla di meglio per l’uomo del mangiare, del bere e del godersi il benessere in mezzo alla fatica che egli sostiene; ma anche questo ho visto che viene dalla mano di Dio. Infatti, chi senza di lui può mangiare o godere? Poiché Dio dà all’uomo che egli gradisce, saggezza, intelligenza e gioia; ma al peccatore lascia il compito di raccogliere, di accumulare, per lasciare poi tutto a colui che è gradito agli occhi di Dio. Anche questo è vanità e un correre dietro al vento» (Ecclesiaste 2:24-26).

 

“La gioia non è in alcun modo un’esperienza soggettiva artificialmente escogitata dagli uomini per garantirsi la propria legittima porzione di divertimento. Non è frutto di uno sforzo umano e nemmeno un premio che ci assegniamo perché lo meritiamo. È dono di Dio, è una grazia.

 

Nell’esaltare il valore del piacere, Ecclesiaste non si fa promotore della filosofia edonistica che eleva il godimento personale a bene supremo, a ideale di vita. Ci insegna piuttosto la bontà del ricevere. La gioia è la capacità di accorgersi di ciò che ci viene dato e di afferrarlo”.

 

Che cosa ci rende sereni? L’avere? L’egoismo distrugge la nostra pace e l’inquietudine nasce dall’egoismo, pertanto la felicità terrena è effimera e le circostanze la condizionano, ma la pace che Cristo ci offre è duratura. Non dipende dagli eventi della vita, dalla quantità di beni che si possiedono o dal numero degli amici. Il Cristo è la fonte dell’acqua della vita e la gioia che scaturisce da lui non svanirà mai.

 

“Vi lascio pace; vi do la mia pace. Io non vi do come il mondo dà. Il vostro cuore non sia turbato e non si sgomenti […] Vi ho detto queste cose, affinché abbiate pace in me. Nel mondo avrete tribolazione; ma fatevi coraggio, io ho vinto il mondo». (Giovanni 14: 27; 16:33).

 

Gesù disse: “Venite a me, voi tutti che siete affaticati e oppressi, e io vi darò riposo” (Matteo 11:28).

 

“Dio vorrebbe che noi capissimo la tenerezza e l’intensità con cui ci cerca. Egli ci invita ad affidare i nostri conflitti alla sua comprensione, le nostre sofferenze al suo amore, le nostre ferite alla sua capacità di guarire, la nostra debolezza alla sua forza, il nostro vuoto alla sua pienezza. Egli non ha mai deluso chi si è affidato a lui. «Quelli che lo guardano sono illuminati, nei loro volti non c’è delusione» (Salmo 34: 5).

 

Un coppa traboccante d’amore

 

«Per me tu imbandisci la tavola, sotto gli occhi dei miei nemici; cospargi di olio il mio capo; la mia coppa trabocca. Certo, beni e bontà m’accompagneranno tutti i giorni della mia vita; e io abiterò nella casa del SIGNORE per lunghi giorni» (Salmo 23:5,6).

 

Immaginate che in fondo al vostro cuore ci sia una coppa. Non è di porcellana, d’argento o d’oro. Si tratta di una coppa di sentimenti e di emozioni, che una volta riempita dà senso alla vita. La chiamo «coppa dell’amore». Essa misura il nostro livello di soddisfazione e il nostro benessere psicologico.

 

L’amore, agape, non è un amore romantico, ma un principio. Non perché non genera nessuna emozione, ma perché  non dipende da essa. È l’amore elargito  senza condizioni ma semplicemente perché l’altro esiste. Quando proviamo questo amore, le endorfine (sostanze chimicamente simili alla morfina) si diffondono nel nostro cervello e ci donano una sensazione di benessere, serenità e calma. Ci si sente bene, perché siamo apprezzati e considerati.

 

Quando la nostra coppa è quasi vuota, non ci sentiamo amati, abbiamo l’impressione di essere rigettati, non abbiamo niente da offrire. Una coppa vuota produce effetti negativi. La collera, la critica, il sarcasmo, la colpevolezza e l’amarezza colmano quel vuoto.

 

Dio può entrare in un cuore devastato di odio e dall’egoismo, dalla solitudine e dall’amarezza e trasformare quella vita. Questo è il significato della conversione, della nuova nascita. Nessuno si trova fuori dalla traiettoria della potenza risanatrice di Dio e del suo amore […] Se proviamo un grande vuoto in noi, chiediamo a Dio di colmarlo, e lo farà sicuramente. Poi, cerchiamo altre persone che possano starci vicino e aiutarci a rabboccare  la vostra coppa. Una volta piena o quasi,  cominciamo a riempire quella di coloro che sono poco amati. Possiamo anche  non provare un sentimento d’amore nei loro confronti, ma non è questo il problema.  Dio non ci chiede  di provare un trasporto emotivo, ma di essere misericordiosi.  Amando, la nostra coppa e quella del nostro vicino, sofferente e solo, brinderanno alla vita autentica.

 

Tascio Cecilio Cipriano, Epistola II , 9 (estratto)

Al padre celeste, perché dia la pace

 

Imploriamo il SIgnore, sinceri e concordi, senza mai cessare di chiedere e fiduciosi di ottenere. Imploriamo che (…) ci venga presto restituita la pace, che ci dia aiuto nei nostri nascondigli e ne pericoli, che si adempia quello che il Signore si degna di mostrare ai suoi servi: la restaurazione della sua assemblea, la sicurezza della nostra salute eterna, il sereno dopo la pioggia, la luce dopo le tenebre, la quiete della bonaccia dopo le tempeste e i trubini, l’aiuto pietoso del suo amore di padre, le grandezze a noi della divina maestà. Per esse siano respinte le bestemmie dei persecutori, sia rinnovato il pentimento dei caduti, sia esaltata la fede forte e ferma dei perseveranti.

 

Costituzione degli apostoli VIII 38 II

Invocazione per i fedeli

 

  1. Signore onnipotente, altissimo che abiti nell’alto dei cieli, santo che riposa tra i santi (Is 57,15), senza principio e unico sovrano, tu che per tramite di Cristo ci hai dato l’annuncio che ci ha fatto conoscere la tua gloria e il tuo nome, e si è manifestato a noi (Eu Gv 17,6) per farci comprendere. 3.anche ora per sua intercessione volgi lo sguardo a questo tuo gregge, purificalo da ogni ignoranza e cattiva azione, fa che ti tema e che ti ami e tremi al cospetto della tua gloria.
  2. Sii clemente con loro, e propizio presta ascolto alle loro preghiere; custodiscili fermi, irreprensibili e innocenti, affinché siano santi nel corpo e nell’anima, senza macchia né ruga né alcunché di simile (Ef. 5,27), ma siano integri e nessuno tra loro presenti manchevolezze e imperfezioni.
  3. Difensore potente e imparziale, proteggi questo tuo popolo che hai scelto fra migliaia, che hai riscattato col prezioso sangue del tuo Cristo (1 Pt 1,19). Protettore, soccorritore, sostegno saldissimo, riparo sicuro, perché nessuno può strappare nulla dalla tua mano (Gv 10,29), non c’è altro dio come te, perché in te confida la nostra perseveranza, 6.santificali nella tua verità, perché la tua parola è verità (Gv 17,17). Tu che non guardi al favore e non ti puoi ingannare, liberali da ogni malattia, infermità, delitto, ingiuria e frode, dal timore del nemico (Sl 63,2), dalla saetta che vola di giorno, dalle difficoltà che arriva di notte (Sl 90, 5-6), e rendili degni della vita eterna in Cristo tuo figlio unigenito, dio e salvatore nostro, per il quale a te è gloria e venerazione nello Spirito Santo, ora e sempre e nei secoli dei secoli. Così sia.

Musica messianica:

https://www.youtube.com/watch?v=w6n77BCBGiE&list=PL2G-OYs7YxBQzvlCxpvMwO1I5zra-cDIp

Preghiera e idea di Dio

di Paolo De Benedetti

 

“I cieli narrano la gloria di Dio”: questa è una bella storia ed è vero. Il fatto, però, che i cieli narrino la gloria di Dio non significa ‘preghiera’. Significa, possiamo dire, ‘una maniera di contemplare il creato’.

In realtà, la preghiera deve arrivare a qualcuno che sente ed ha diritto ad una risposta.

E’ quindi qualche cosa che deve anche cambiare l’idea tradizionale che noi abbiamo di Dio.

 

Preghiera come culto

 

C’è, poi, un’altra forma di preghiera di cui parleremo dopo. Per ora la definisco solamente: la preghiera di Dio all’uomo. Anche questa non è fatta di parole, è fatta di domande

Tra questi due estremi, si muove la preghiera intesa nel senso più comune, vale a dire come culto.

Qui abbiamo quella grande tradizione di preghiera che è rappresentata dai Salmi e non solo.

Voi sapete che nell’Antico Testamento ci sono preghiere anche fuori dei Salmi: pensate, ad esempio, alla preghiera di Salomone quando è stato dedicato il tempio; al cantico di Anna, che è il modello del Magnificat, quando lei, che era sterile, sa di aspettare un bambino; il cantico di Debora che è la più antica forma orante di tutta la Bibbia; le preghiere che ci sono nei Profeti…

 

 

Due ‘piste’ della preghiera

 

La vita religiosa dell’antico Israele, in realtà, era composta di due ‘piste’:

– una è la salita a Dio, cioè rendersi conto che Dio è il mio ‘Tu’ e parlare a Dio. (si dice che nell’ebraismo non si deve parlare ‘di’ Dio, ma si deve parlare ‘a’ Dio e ascoltare Dio che parla);

– l’altra è ricevere la parola di Dio.

Queste due piste, in un certo senso, non sono distinte perché la vera preghiera ebraica non è fatta di parole innalzate a Dio, ma di parole che Dio ci ha detto. Come un ritorno, dunque.

 

Il fumo profumato dei sacrifici

 

Inoltre, fino all’anno 70 della nostra era, c’era un’altra forma di culto: i sacrifici.

Non è un caso che nella liturgia quotidiana ebraica ci sia una formula che dice:

Le parole delle nostre labbra sostituiscono i sacrifici.

Nelle forme più antiche della Bibbia – per esempio quando Noè fa un sacrificio dopo il diluvio – si dice che Dio gode del profumo del sacrificio. Questa è un’immagine molto arcaica della divinità che viene dalla mitologia babilonese. In seguito, al posto di questo fumo profumato che sale su, c’è la preghiera. Tra il grido e la preghiera di Dio, nello spazio intermedio, c’è la preghiera, che è l’essenza del culto.

 

Comunità orante e devozione individuale

 

Bisogna dire che nella liturgia ebraica c’è una cosa abbastanza importante: non esiste, come invece accade nel cristianesimo, una differenza sostanziale tra gli atti liturgici formali – diremmo la liturgia nella chiesa, nella sinagoga – e la devozione individuale.

Ogni ebreo pio – mattino, pomeriggio e sera o almeno mattina e sera – dice per conto suo le cose che si dicono nella sinagoga.

Non ci sono le preghiere dell’officiante e le preghiere di casa: è la stessa comunità di preghiera che si manifesta sia dove c’è una comunità concreta sia dove c’è invece il singolo.

Questa identità fa sì che, in fondo, non ci sia un’enorme differenza tra la sinagoga e la casa, tra la comunità orante e la famiglia.

 

L’insieme delle preghiere rappresenta perciò il filo rosso che tiene legato, nello spazio e nel tempo, l’ebreo (le preghiere s’imparano dalla mamma, anche nel cristianesimo, almeno ai miei tempi); il filo rosso, dunque, che tiene legate le generazioni. Nelle nostre famiglie ebraiche, ad esempio, ci sono i libri di preghiera del nonno, del bisnonno: sono tutti trattati malissimo perché si aveva con questi un’enorme confidenza, per cui nei risvolti di copertina ho trovato, nei vecchi libri appunto, conti, insolenze di un bambino verso un altro e cose di questo genere, in ebraico, ma anche in italiano o addirittura in dialetto.

 

La preghiera rappresenta questo filo rosso, ma rappresenta anche – e questo è importantissimo – la consacrazione della quotidianità.

Certo, quando vado in sinagoga e prego, specialmente nelle grandi feste, sono concentrato. La forma della distrazione è diversa rispetto a quella che vediamo nelle chiese: penso che nelle chiese, almeno nella mia esperienza, si dorma qualche volta; nelle sinagoghe, invece, si vagabonda, di va a trovare gli amici, si gira di qua e di là. Ogni tanto l’officiante deve battere forte sulla tribuna…

Berakah, benedizione ascendente

di Paolo De Benedetti

 

La preghiera non è una cosa separata dalla vita quotidiana ed è composta di parole e di atti.

Per esempio, appena mi alzo, devo lavarmi le mani. Fino a che non mi sono purificato, non posso pronunciare il nome di Dio.

Poi, quando inizio una cosa devo dire una benedizione: quando mangio, prima e dopo i pasti, e in tante altre circostanze.

 

Ho detto la parola ‘benedizione’ che è veramente il cuore della preghiera ebraica: in ebraico si dice berakah, dalla radice barak, il cui significato originario è “piegare le ginocchia”, perché forse in antico si piegava il ginocchio dicendo la benedizione.

 

La benedizione ebraica, già nella Bibbia, è una cosa diversa dalla benedizione cristiana o meglio è ‘più densa’.

Mi spiego: intanto la maggior parte delle benedizioni ebraiche sono ‘ascendenti’: “Benedetto Tu, Signore Dio nostro che… io ringrazio Dio per… “. E’ sempre un movimento che sale. Quasi mai la benedizione è benedire una cosa, una nave…

 

Quasi solo la benedizione sacerdotale, quella del libro dei Numeri: “Ti benedica il Signore e ti custodisca…” è una benedizione ‘discendente’, ma, di solito, è sempre ‘ascendente’.

 

Benedizione: un ‘Tu’ e un ‘Lui’

 

La sua formula ci dice, se mi è consentita un’espressione un po’ ardita, come è fatto Dio.

Cosa intendo dire? Voi conoscete la formula di benedizione perché ne sono state introdotte due nell’Offertorio, con qualche ritocco peggiorativo… Se si traduce bene, cosa che neanche gli Ebrei spesso fanno, suona diversamente.

Siamo, ad esempio, nella “Festa delle luci”, Chanukkah, in cui si accendono le luci per ricordare un miracolo: è il 25 aprile ebraico, potremmo chiamarlo così, ma in chiave religiosa.

La formula giusta sarebbe questa:

 

Benedetto Tu, o Signore Dio nostro, Re del mondo, Colui che ci ha comandato di accendere le luci di Chanukkah.

 

Nelle benedizioni, infatti, c’è sempre un ‘Tu’ fino a metà, poi un ‘Lui’: “Benedetto Tu…Colui che…”.

La spiegazione è questa: Dio è vicino e lontano, Tu …Colui…

 

Canto messianico: https://www.youtube.com/watch?v=-MBgACM_LcE

 

Nobilitare il comune

di Paolo De Benedetti

 

Questo tipo di benedizione, come molta parte della preghiera ebraica ha lo scopo di metterci nella giusta posizione nel mondo.

Cosa vuol dire questo? La benedizione, innalzata a Dio, è il tramite, il mezzo – mio – di entrare, in modo religioso, in rapporto col creato.

Mi spiego:

 

Benedetto Tu, Signore, Dio nostro, Colui che ha creato il frutto della vite.

 

Lasciamo stare l’Offertorio. Stiamo nel quotidiano. Se io mi verso un bicchiere di vino, i casi sono due: se sono pagano, mi verso il vino e lo bevo. Se sono ebreo, mi verso il vino, ringrazio Dio e bevo.

Il fine è il godimento del mondo, ma la differenza è questa: il pagano gode il mondo come se fosse suo e l’ebreo gode il mondo riconoscendo che Dio ne è l’artefice.

 

La benedizione, quindi, è, nel mondo enorme della preghiera ebraica, quella che ha più densità teologica e che santifica le più minute operazioni della giornata.

Non devo chiudermi nella mia camera – qualche volta sì, lo dice anche Gesù – non devo definire qual è l’ora della preghiera. No.

 

Si dice che un ebreo deve avere almeno cento occasioni di benedizione in una giornata: quando mangio, quando vedo qualcosa di straordinario. Faccio un esempio un po’ buffo: supponiamo che, uscendo da qui, incontri un elefante. Io devo dire una benedizione perché sto facendo un’esperienza insolita. E’ qualche cosa che non mi aspettavo e che, in qualche modo, mi manifesta la straordinaria varietà del creato.

Ancora, si deve dire una benedizione quando si vede un re: cosa che, oggi, si può fare soltanto in pochi stati europei…

Così, se vedo qui una pasta dolce, benedico Dio o, se vedo un frutto, benedico Dio per i frutti della terra e così via.

 

Io, dunque, ho da Dio il diritto di godere il mondo, ma devo goderlo attraverso un rapporto di preghiera, piccolo – non devo dilungarmi in benedizioni complicate – che mi ricordi che il rapporto è a tre non a due: io, il creato e Dio; non io e la natura, come dicono invece i pagani.

 

Sapete che la benedizione dei pasti è una di quelle più importanti e che, in un certo senso, è anche quella che è stata sicuramente praticata di più da Gesù.

Se ci pensate bene, la vita pubblica di Gesù comincia con un pasto e finisce con un pasto: nozze di Cana e ultima cena pasquale. Comincia con una bevuta di vino e finisce con una bevuta di vino.

 

Potremmo usare questa espressione di Heschel: “Il giudaismo è una teologia degli atti comuni, delle banalità della vita perché si occupa non tanto dell’educazione all’eccezionale quanto del modo di trattare il banale. Lo scopo sembra essere quello di nobilitare il comune”.

 

Studio della Torah o preghiera?

 

Naturalmente, poi, è venuto presto un problema: è meglio studiare la Torah, cioè la Scrittura o pregare?

Poiché nel mondo ebraico non c’è mai una risposta sola, ma almeno due, c’è stato chi ha detto che lo studio della Torah supera la preghiera e qualcuno che la preghiera è più cara a Dio delle buone opere e dei sacrifici.

 

In realtà, una vera distinzione tra la preghiera e lo studio non c’è, in quanto lo studio della Scrittura o della Tradizione orale, che poi è la stessa cosa, è una forma di ascolto: non sono tanto le cose che io dico a Dio, ma le cose che Dio dice a me.

 

Dio alla ricerca dell’uomo

di Paolo De Benedetti

 

Qui entra anche quella che definivo ‘la preghiera di Dio’.

Dio, nella Bibbia, è chiamato, mi pare nel profeta Isaia, Hadoresh, Colui che cerca. Dice, infatti, all’uomo: “Dove sei?”.

Avendo creato l’universo, Dio, che prima era – se si può parlare così di Dio – solo, ha creato un ‘tu’.

Ha bisogno, quindi, quanto noi, che ci sia questo scambio, che noi chiamiamo preghiera, tra Dio e noi; noi e Dio.

 

Martin Buber in un bellissimo romanzo, che s’intitola Gog e Magog, dice che nel giorno di Pentecoste, Shavuot, cioè il giorno in cui viene data la Torah sul monte Sìnai, se uno ne è degno sente una voce che dice: Dove siete voi di cui io sono Dio? Dove siete? Ci siete ancora?

E’ quello che lo stesso Heschel ha formulato come titolo di un suo stupendo libro, Dio alla ricerca dell’uomo, Dio il cercatore.

 

La scansione della preghiera quotidiana

 

La liturgia ebraica, quindi, è una struttura molto regolata: per esempio, nell’ebraismo ci sono i riti come nel cristianesimo: c’è il rito romano italiano, il rito tedesco, il rito spagnolo, il rito astigiano, il rito yemenita e così via.

L’Ufficio delle Letture, quello che si chiamava il Breviario o le Ore Canoniche vengono dal sistema di preghiere quotidiane che nei templi accompagnavano i sacrifici e che, invece, nella sinagoga si svolgevano e si svolgono per conto loro.

C’è, quindi, Shacharit, che vorrebbe dire Mattutino, Minchah, che sarebbe l’Ora Media, Aravit, che vuol dire Vespro.

 

Attualizzazione della rivelazione del Sinài: le “Diciotto benedizioni”

 

Dentro a questa scansione quotidiana, che poi diventa la struttura in cui s’inseriscono il Sabato e le Feste, il nucleo è quello che si chiama Amidah o “Diciotto benedizioni” (queste in realtà sono diciannove, ma si chiamavano già “Diciotto” prima che venisse aggiunta la diciannovesima, quindi è rimasta l’antica definizione).

Voglio leggervi la prima:

Benedetto Tu, Signore e Dio nostro e Dio dei nostri padri, Dio di Abramo, Dio di Isacco e Dio di Giacobbe. Dio grande, forte e terribile, Dio altissimo che contraccambia con grazie abbondanti e crea ogni cosa, che ricorda le grazie accordate ai Padri e fa venire il Redentore per i figli dei loro figli, in grazia del Tuo nome con amore. Re che aiuta, salva e protegge. Benedetto Tu o Signore, scudo d’Abramo.

In un’altra benedizione, poco più avanti, dice:

Benedetto Tu, o Signore, Colui che fa diventare vivi i morti…

Nell’ombra, scorre questa fede nella resurrezione.

 

Queste Diciotto benedizioni sono considerate l’attualizzazione di quello che faceva Mosè sul monte Sinài.

Come racconta la Torah, quando Dio l’ha chiamato, Mosè è entrato nella tenebra, nella nuvola e nell’oscurità, traduciamo così.

Sono tre successivi passaggi per arrivare quasi a contatto con Dio: nella tenebra, nella nuvola, nella caligine.

La preghiera della comunità è come quella degli Ebrei ai piedi dei Sinài e l’officiante rappresenta Mosè.

Quando si cominciano queste Diciotto benedizioni, l’officiante, davanti all’Arca santa, fa tre passi avanti e, quando le ha finite, fa tre passi indietro, cioè esce dalla caligine, dalla nuvola e dalla tenebra dove ha incontrato Dio per conto della comunità.

Questa è la forma di attualizzazione della rivelazione sinaitica attraverso le Benedizioni.

 

 

Voce di silenzio sottile

 

C’è da dire qualcos’altro. Non so se ricordate quello che c’è scritto nel capitolo 19 del Primo libro dei Re, nell’episodio in cui Elia, fuggendo dalla regina Gezabele che lo vuole uccidere, si rifugia sull’Oreb che, in quei libri storici, è sinonimo di Sinài.

Elia, dunque, va su quel monte dove con grande fragore era stata data la Torah a Mosè. Cito a memoria:

“Era in una caverna e gli fu detto (questo è un passivo divino): “Esci fuori”. E il Signore passò. Ci fu un vento impetuoso da spazzare le rupi, ma Dio non era nel vento. Ci fu un terremoto e Dio non era nel terremoto. Ci fu un fuoco che bruciava ogni cosa e Dio non era nel fuoco. Ci fu una voce di silenzio sottile. Ed Elia si coprì il volto”.

Questa è la voce di Dio.

E’ Dio che cerca il suo profeta: è una preghiera, in sostanza, che è nel silenzio: voce di silenzio sottile.

Elia sente la preghiera di Dio: è un profeta, per questo se ne rende conto.

 

Noi, quindi, da un lato, abbiamo il grido che sale a Dio; dall’altra abbiamo la “voce di silenzio sottile” che scende…

Il grido dell’esistenza e l’ascolto del silenzio.

 

La preghiera di Dio

di Paolo De Βenedetti

 

Nel Talmud c’è un racconto – che sembra ingenuo, ma che in realtà è scritto con molta sapienza – su come passa le giornate Dio.

Ora, non ricordo bene la scansione del suo programma diurno, ma succedevano le seguenti cose: al mattino pregava (poi vi dirò come prega Dio), studiava la Scrittura, ascoltava le preghiere che salivano dal mondo…

 

Qual è la preghiera che dice Dio? E’ riportata nel Talmud.

Prima di descrivervela, vi dirò una cosa: se l’uomo è immagine e somiglianza di Dio, anche l’uomo che prega deve avere un modello in Dio che prega. Non può essersela inventata lui questa forma.

E Dio prega così:

 

Possa la mia misericordia prevalere sulla mia giustizia. Possa io alzarmi dal trono della giustizia e sedermi su quello della misericordia.

 

E il suo ascolto della preghiera è continuo.

Abbiamo parlato del lamento degli Ebrei in Egitto, ma il grido è qualcosa che non cessa di salire a Dio come preghiera.

Pensate solo: ogni sei secondi muore un bambino di fame, di malattia…

Queste sono grida, sono tutte preghiere che salgono a Dio.

Il primo di questi modelli è l’episodio in cui Sara caccia Agar e il bambino Ismaele. Lei si rifugia sotto una palma nel deserto ed aspetta la morte.

Dio ‘sente’ il pianto del bambino.

 

La preghiera di chi non ha la coscienza di pregare è quella che muove – cerchiamo di essere più fedeli nella traduzione – non ‘le viscere’ di misericordia di Dio, ma ‘l’utero’ di misericordia di Dio.

Perché Dio è Rahnan, sia in ebraico sia in arabo, cioè è Colui, Colei che ha l’utero.

 

La preghiera di supplica

 

Bisognerebbe aggiungere ancora una cosa che crea dei problemi.

Abbiamo detto che ci sono due tipi di preghiera, cioè la ‘preghiera che sale’ e la ‘preghiera che scende’.

Nella preghiera che sale ci sono la preghiera liturgica e le benedizioni. La preghiera liturgica rappresenta il culto nella sinagoga; le benedizioni rappresentano la vita quotidiana come culto: il rapporto concreto tra il godimento e l’uso dei beni terreni ed il riconoscimento di Colui che ce li ha dati.

Si impongono delle domande: a che scopo si prega e chi si prega?

Noi sappiamo che le preghiere, di solito, vengono classificate soprattutto in preghiere di lode, ringraziamento e di supplica:

 

– La preghiera di lode: La mia preghiera salga come incenso vespertino…

E’ un onore reso a Dio di cui Dio non ha nessun bisogno. Deve essere chiaro.

La preghiera di lode, in realtà, è una preghiera che serve all’orante, non al destinatario.

E’ l’orante che, ringraziando Dio – come nei Salmi e in tanti altri testi – si rende conto del rapporto tra sé e Dio.

Solo gli dei del paganesimo ‘gustavano’ la preghiera di lode per il loro antropomorfismo.

 

– La preghiera di supplica pone uno dei problemi più gravi e insolubili che esistono.

Io prego Dio, supponiamo, che mi conceda qualche cosa: materiale o spirituale…

Dio di solito non mi concede nulla, ma, comunque, qualche volta posso ritenere di aver ottenuto, come si suol dire, la grazia, qualche volta no.

 

Ma non è qui il problema: il problema nasce quando io prego per gli altri, vivi o morti.

Come la mettiamo? Se io prego, supponiamo, per un defunto, i casi sono due: Dio non mi ascolta; Dio mi ascolta a beneficio del defunto.

Se io non prego per quel defunto, Dio gli riserva meno grazia e misericordia? Come è possibile questo?

Se c’è qualche malato, qualche defunto sconosciuto per cui io non prego, questo riceve meno grazia – materiale o spirituale – di quello per cui io prego?

 

Sono evidenti le difficoltà inerenti alla preghiera di supplica.

La persona per cui più gente prega, in genere, è il Papa. Bisognerebbe allora dire che è quello che ha più probabilità di grazia di tutti, mentre un povero senza famiglia che muore ai margini di una strada, per cui nessuno prega…

No, questo non va.

La preghiera di supplica non può essere concepita così.

 

E’ vero che la preghiera di supplica si fonda sul fatto, attestato dalla Bibbia, che Dio può cambiare: non è immutabile.

Esempio: Dio, dopo l’episodio del vitello d’oro, dice: “Basta con questo popolo, voglio farla finita. Ricomincio da te, Mosè”.

E Mosè risponde: “No, piuttosto cancellami dal libro della vita”. Ossia, litiga con Dio: la lite con Dio è una forma di preghiera ebraica molto sentita…

Allora Dio cambia idea e non fa più perire il popolo d’Israele.

 

La preghiera, quindi, presuppone, in qualche modo misteriosissimo, la possibilità che Dio cambi idea.

Dio si pente di aver creato l’uomo – quando manda il diluvio – poi, essendosi accorto che non serve a niente, cambia idea e dice: “Non manderò mai più il diluvio”.

 

Da un lato dobbiamo avere la fede nella possibilità di far cambiare disegno a Dio; dall’altro, dobbiamo, però, fermarci in silenzio davanti alla domanda: “E coloro per cui nessuno prega?”.

 

Una volta – cinquanta, sessanta anni fa – si diceva che se Dio non ascoltava la preghiera, significava che quella richiesta non rientrava nel sui progetti e che la Provvidenza aveva altri disegni.

Adesso, dopo la Shoah, dire questo è una bestemmia, perché significherebbe dire che Dio ha lasciato morire un milione e mezzo di bambini oppure sei milioni di Ebrei perché aveva altri progetti.

 

Perché Dio rimanga il nostro Dio

di Paolo De Benedetti.

 

Con una formula paradossale, che non è stata inventata da me – anzi, oggi, è accettata da molti – bisogna concludere che Dio ha bisogno degli uomini per rimanere il nostro Dio.

Se Dio non rimane il nostro Dio e torna ad essere il Dio prima della creazione, perde tutti i suoi attributi: non è più Padre, non è Misericordia, non è Amore, non è nulla.

Queste cose si possono dire solo paradossalmente.

Noi, allora, dobbiamo pregare Dio, dobbiamo avere una forma di preghiera che – mi rendo conto di dire una cosa enorme, ma la dico lo stesso – che lo aiuti ad essere più Dio.

Del resto, nella tradizione ebraica, come dicevo prima, la lite con Dio, fare a pugni con Lui è considerata una forma di devozione molto intensa.

 

Consolatemi, consolatemi, o mio popolo

 

C’è un versetto di Isaia, l’inizio del secondo Isaia, il cosiddetto Libro della Consolazione (Is 40, 1), che suona così:

 

Consolate, consolate il mio popolo, dice il vostro Dio.

 

I Maestri d’Israele hanno detto che si può anche leggere:

 

Consolatemi, consolatemi, o mio popolo, dice il vostro Dio.

 

Questa operazione di consolare Dio consiste in tante forme, ma nella mistica è chiamata ihkud, unificazione.

Dio è lacerato e solo se noi lo aiutiamo a unificarsi di nuovo potrà finalmente essere quello che annuncia il profeta Zaccaria:

 

In quel giorno Dio sarà uno e il suo nome uno

 

Adesso no, in quel giorno… Tocca a noi aiutarlo a congiungersi alla Shekhinah, al suo lato femminile.

Questo noi lo facciamo con due forme di preghiera

– una è, uso un’espressione greco-ortodossa, la preghiera del cuore o la preghiera della Parola.

– l’altra è la preghiera dell’esistenza.

Noi dobbiamo fare compagnia a Dio. Voi sapete come si fa compagnia alle persone tristi, angosciate. Conversando, parlando l’uno con l’altro. Dialogando. Di questo abbiamo un bisogno assoluto: sia noi, sia Dio.

 

C’è un inno liturgico ebraico molto strano – forse del sesto, settimo secolo – che ha un verso che suona così:

 

Me e te, o Signore, salva.

 

L’importanza delle domande

 

E’ difficile concludere, o meglio, si conclude lasciando dei grandi interrogativi.

Del resto, l’ebraismo è fatto di domande.

E le domande sono importanti anche nella preghiera se non sono esaudite.

Prendete l’esempio massimo, quello di Gesù nel giardino del Getsemani:

 

Se possibile, allontana da me questo calice!

 

La sublimità di questa frase sta nella sua illogicità.

 

Tuttavia, non sia fatta la mia , ma la tua volontà.

 

Ma come? La volontà di Dio era che Gesù morisse? O non era in grado di allontanare questo calice?

Ad un certo punto, come dice Giobbe, dobbiamo metterci una mano sulla bocca.

Ma la mano sulla bocca non deve impedirci di far salire lo stesso a Dio la voce della nostra esistenza.

Io credo che ci siano tante persone che forse non pregano, ma la cui esistenza, in realtà, sale a Dio come una bellissima preghiera.

Il fondatore del chassidismo, il santo Baal-Shem, racconta che una volta gli era capitato di cercare di entrare in una sinagoga senza riuscirvi perché – dice –

 

la sinagoga è piena zeppa, dal pavimento al soffitto, di preghiere che non salgono a Dio per cui io non riesco ad entrare.

 

Perché? Perché non c’era kavanà, intenzione (viene da kun, dirigere). Nella preghiera ebraica, la cosa importante non è ‘arrivare’, ma ‘dirigere’.

 

Io credo che questa nostra situazione, in cui coscientemente o incoscientemente preghiamo, sia una situazione che commuove realmente Dio.

Dio piange nella Tradizione.

Del resto, vi sembra possibile che Dio – hic et nunc – in questo momento sia felice?

Come è possibile che Dio sia felice se, come dicevo prima, ogni sei secondi muore un bambino?

 

Un prestito a Dio

di Paolo De Benedetti

 

Queste nostre infinite maniere non formali e qualche volta anche formali di pregare credo che rappresentino un tesoro, nel senso che abbiamo fatto un enorme prestito a Dio, il prestito della nostra esistenza, delle nostre sofferenze, delle sofferenze ignote. Sofferenze non solo dei bambini e degli uomini, ma anche degli animali e delle piante, sia ben chiaro.

 

E volete che Dio, un giorno, non ci debba mostrare la sua riconoscenza?

 

Temi delle domande e risposte

 

– La risposta di Abramo rispetto alla preghiera per i defunti (Lc !6, 29)

La preghiera per un defunto si può dire. La Chiesa prega per tutti i defunti. Certo, non posso dire che è inutile che io preghi per i defunti o anche per gli amici, ma nello stesso tempo devo dire: Sì, però, come la mettiamo con quelli per cui nessuno prega?

Non c’è da rispondere altro se non che forse Dio, diciamo così, sostituisce l’assenza dell’orante. Non lo so.

Nella Tradizione ebraica, tanto sono urgenti le domande, tanto c’è anche la libertà di dire, per certi quesiti: lasciamo in sospeso.

Verrà Elia a risolvere il problema, ma noi non siamo in grado di farlo.

 

– Preghiera a beneficio di un singolo… preghiera che ha valenza per tutti

Può darsi. C’è una bellissima storia chassidica: c’era un pio maestro in Polonia che, andando da un paese all’altro, aveva incontrato un pastorello, Questi, aveva il gregge al pascolo e saltava da un capo all’altro di un fossato. Il maestro gli chiede cosa sta facendo e quello risponde: “Lodo Dio, saltando il fossato”.

Il maestro gli spiega che non si fa così e gli insegna le preghiere.

Il ragazzino le dimentica, ma non osa più lodare Dio, saltando il fossato.

Dio, allora, è apparso in sogno a quel rabbino e gli ha detto: “Hai fatto un bell’affare! Torna indietro e digli che continui a pregare saltando il fossato”.

 

Ce n’è un’altra ancora più bella: c’era un povero che, in sinagoga, pregava Dio e diceva: “O Signore, quando c’era il tempio, ti portavano tutti i giorni delle offerte, dei pani fatti bene… Adesso non hai più niente”.

Per questo ordinava a sua moglie di fabbricargli i dodici pani di Proposizione e li portava in sinagoga, pregando Dio di accettarli.

Poco dopo tornava e non c’erano più e lui tornava a casa felice: “Dio ha gradito la mia offerta”.

Un giorno, mentre diceva a Dio: “Gradisci questa offerta come l’hai gradita ieri…”, non si era accorto che c’era il rabbino dietro una colonna.

Dopo aver udito queste parole, il rabbino gli si avvicina e gli dice: “Ma sei scemo? Non lo sai che li ha mangiati il sagrestano? Ecco chi deve ringraziarti di tutto questo pane che porti qui”.

Lui è rimasto di sasso. E’ caduto in una depressione profondissima.

Quella notte, Dio appare in sogno al rabbino e gli dice: “Metti a posto le tue cose perché domani morirai. Io non avevo mai gradito, dalle origini del Tempio, le offerte quanto quelle di questo povero e tu gli hai distrutto la sua devozione”.

 

– La nostra esistenza stessa ‘canta’, è preghiera. Necessità, comunque di una preghiera: quella del perdono a Dio o di perdono agli altri.

Non intendevo tanto che l’esistenza “cantasse”. Pensavo piuttosto al ‘grido’. C’è la preghiera di lode, c’è il ‘grido’…

Avevo detto che la preghiera e il pentimento non trovano mai chiuse le porte del cielo. Certo.

Però più che chiedere perdono a Dio – certo lo si deve fare: pensiamo al giorno di Kippur: si fa la confessione dei peccati sette volte, mi pare, durante tutto il giorno – però, secondo Maimonide almeno, la cosa veramente fondamentale è non ricaderci più.

Non fare penitenze o cose del genere, dunque, ma, se mi trovo nella stessa situazione in cui ho peccato, non peccare.

Conversione o pentimento, infatti, in ebraico si dice teshuvà, che vuol dire fare una manovra a ‘U’.

Io credo che, anche in questo caso, più che le parole sia importante, come dire, la vita. Per chiedere perdono a Dio, trovo che è più importante fare delle opere di carità o di giustizia che recitare l’atto di dolore…

Quando noi diciamo che c’è la preghiera di lode, c’è la preghiera di supplica, dovremmo dire che la preghiera di supplica si divide in due: supplica per ottenere guarigione o altro e supplica per ottenere perdono.

Nei “Dieci giorni terribili”, da capodanno a kippur, c’è questa seconda preghiera di supplica. E’ fondamentale più quello che si fa rispetto a quello che si dice.

 

Così come, per esempio, nella tradizione classica ebraica, si dà poca attenzione ai peccati di pensiero. Non si riflette su questo. Si riflette sui peccati ‘esterni’. C’è, infatti, un Midrash che dice che, quando Dio ha dato la Legge sul monte Sinài, gli Ebrei si sono impegnati a “garantire l’uno per l’altro, ma non per i loro pensieri: solo per le loro azioni”.

Sembra un po’ riduttivo rispetto ai grandi ideali cristiani, invece è molto realistico: garantire per gli altri rispetto alle azioni costa molto di più che cercare di dire buone parole ai pensieri.

 

Per esempio, c’è anche un’informazione sbagliata sul cosiddetto capro espiatorio: nel giorno dell’espiazione, quando c’era il tempio, il sommo sacerdote confessava i peccati su un capro che poi veniva mandato nel deserto ad Azazel. In realtà, era un’azione puramente simbolica, noi diremmo sacramentale.

L’espiazione dei peccati non era il dirli sopra quel capro da mandare poi nel deserto, ma era la confessione sull’altro capro che veniva offerto in olocausto.

 

– Esatta traduzione di 1 Re 19, 12

 

La traduzione che danno di solito le bibbie è “mormorio di brezza leggera”. La traduzione giusta, che dà solo la cosiddetta ‘Nuovissima’ delle Edizioni Paoline, è voce di silenzio sottile, che oltretutto ha  un valore poetico molto maggiore.

Ho fatto un saggio per un volume in onore di monsignor Ghiberti, dove esemplifico i casi, tra cui questo, in cui le traduzioni alterano il testo e impediscono altre interpretazioni.

Ad esempio, quando Dio ha dato la Torah sul monte Sinài: Il popolo vedeva i tuoni e i lampi. ‘Vedeva’… La CEI, per timore di dire una cosa insensata, ha scritto: Gli Ebrei percepivano i tuoni e i lampi. No. Vedevano! Era un momento così straordinariamente miracoloso che i cinque sensi si mescolavano: vedevano i tuoni e i lampi. E’ anche un ardimento letterario. Perché cancellarlo?

Nella Bibbia ce ne sono di cose simili…

 

Ad esempio: Mosè morì. Lo seppellì sul monte. Perché tradurre “fu seppellito”? C’è scritto lo seppellì.

Dicendo lo seppellì, si rende possibile un’interpretazione rabbinica secondo la quale “Dio ha seppellito Mosè, dopo avergli preso l’anima con un bacio”.

La morte per bacio: Dio gli prende l’anima con un bacio poi lo seppellì. Tra l’altro, dire “fu seppellito” contraddice il versetto seguente: “nessuno sa dove è sepolto Mosè”. Questo succede perché i traduttori conoscono l’ebraico, ma non le interpretazioni ebraiche, che, invece, rappresentano altri sensi possibili, traducendo fedelmente.

Il Festival prosegue domani con preghiere e musiche: dalla mattina non stop per la giornata in cui Gesù è risorto

https://www.youtube.com/watch?v=0i0a76cFkso

Nella comunità cristiana i pensieri vanno come il resto della vita cristiana: solo chi pensa al più piccolo riceve anche il più grande.

Dietrich Bonhoeffer

 

Tutti i giorni di dicembre in bacheca affinché anche le comunità cattoliche e protestanti saronnesi non stiano in silenzio di fronte ai rigurgiti neofascisti locali.

 

Preghiera per gli antifascisti saronnesi, della provincia di Varese

 

Costituzione degli apostoli VII 38 (estratto)

 

  1. Ti rendiamo grazie per tutto, Signore onnipotente: non hai tenuto lontane da noi la tua misericordia e la tua compassione, ma di generazione salvi, liberi, soccorri, proteggi.
  2. Ci hai soccorsi nei giorni di Enos e di Enoch, nei giorni di Mosé e di Giosuè, nei giorni dei giudici, ni giorni di Samuele, di Elia e dei profeti, nei giorni di Samuele, di Elia e dei profeti, nei giorni di Davide e dei re, nei giorni Davide e dei re, nei giorni di Esher e di Mardocheo, nei giorni di Giuditta, nei giorni di Giuda Maccabeio e dei suoi fratelli.
  3. E in questi giorni hai soccorso noi per opera del tuo grande sommo sacerdote (Ebr 4,14) Gesù Cristo, tuo servo. Ci hai liberato dalla spada ( 2 Reg 22,44), ci hai sottratto dalla fame (Sl 32, 19) e ci hai nutrito, ci hai guarito dalla malattia, ci hai protetto dalla lingua malvagia (Sl 30,21)
  4. Per tutto questo ti rendiamo grazie per tramite di Cristo. (…)

No alla guerra attuale di Francia e Germania come vendetta al terrorismo! No a tutte le guerre. Ora e sempre

 

http://www.quaccheri.wordpress.com

 

Da “Una via” 2 aprile 2011. Disimparare la guerra. Prego leggere non solo con gli occhi ma col cuore

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1 aprile 2011 alle ore 21:35

 

Una serie di testimonianze degli Amici sulla guerra, dal 1651 al 1943.

 

George Fox, 1651

 

Dissi (al comitato che mi proponeva arruolarmi) che vivevo per virtù di quella luce e di quella potenza che aveva eliminato l’occasione di ogni guerra…Dissi loro che era entrato nell’alleanza di pace che c’era prima che fosse le guerre e le contese.

 

I told [the Commonwealth Commissioners] I lived in the virtue of that life and power that took away the occasion of all wars… I told them I was come into the covenant of peace which was before wars and strife were.

 

Dichiarazione a Carlo II, 1660

 

Il nostro principio è – e le nostre pratiche sono sempre state – di cercare la pace e di perseguirla e attenersi alla giustizia e alla conoscenza di Dio, cercando ciò che è bene e il benessere, e compiendo quanto mira alla pace di tutti. Ripudiamo tutti i principi e le pratiche sanguinose, con tutte le guerre e i combattimenti con armi esteriori, per qualsiasi fine o sotto qualunque pretesto, e questa è la nostra testimonianza al mondo intero. Lo spirito di Cristo dal quale siamo guidati non è mutevole, così da comandarci  una volta una cosa come il male, e poi di farla, e sappiamo di certo, e così testimoniamo al mondo, che lo spirito di Cristo che ci conduce alla verità intera non ci spingerà  mai a combattere e a far guerra contro qualsiasi persona con le armi esteriori, né per il regno di Cristo, né per i regni di questo mondo. E quanto ai regni di questo mondo, noi non li desideriamo, e tanto meno possiamo lottare per loro, ma sinceramente desideriamo e attendiamo che con la parola della potenza di Dio e il suo efficace operare nel cuore degli uomini, i regni di questo mondo divengano e il regno del Signore e del suo Cristo, e che egli governare e regnare negli uomini nel suo spirito e nella sua verità e che in tal modo tutte le persone, di tutte le opinioni e convinzioni possano essere condotti all’amore e all unità con Dio e l’uno con l’altro, e che essi possano giungere a testimoniare com le parole del  profeta che ha detto, «Un popolo non alzerà più la spada contro un altro popolo, non si eserciteranno più nell’arte della guerra».

 

Our principle is, and our practices have always been, to seek peace, and ensue it, and to follow after righteousness and the knowledge of God, seeking the good and welfare, and doing that which tends to the peace of all. All bloody principles and practices we do utterly deny, with all outward wars, and strife, and fightings with outward weapons, for any end, or under any pretence whatsoever, and this is our testimony to the whole world. That spirit of Christ by which we are guided is not changeable, so as once to command us from a thing as evil, and again to move unto it; and we do certainly know, and so testify to the world, that the spirit of Christ which leads us into all Truth will never move us to fight and war against any man with outward weapons, neither for the kingdom of Christ, nor for the kingdoms of this world. And as for the kingdoms of this world, we cannot covet them, much less can we fight for them, but we do earnestly desire and wait, that by the word of God’s power and its effectual operation in the hearts of men the kingdoms of this world may become the kingdoms of the Lord and of his Christ, that he might rule and reign in men by his spirit and truth, that thereby all people, out of all different judgments and professions might be brought into love and unity with God and one with another, and that they might all come to witness the prophet’s words, who said, ‘Nation shall not lift up sword against nation, neither shall they learn war any more’. (Is 2:4; Mic 4:3)

 

Giugno 1660, Margaret Fell a Carlo II

 

Siano un popolo che persegue quel che giova alla pace, all’amore e all’unità; nostro desiderio è che i piedi degli altri camminino sulla stessa via e neghiamo e testimoniamo contro ogni lotta, guerra e contesa che vengono dalle brame che fanno guerra nelle membra, che far guerra nell’anima…Tradimento, inganno, e falsità rigettiamo, falsità, sospetto o complotto contro ogni creatura sulla faccia della terra e diciamo la verità semplicemente, con cuore non doppio.

 

We are a people that follow after those things that make for peace, love and unity; it is our desire that others’ feet may walk in the same, and do deny and bear our testimony against all strife, and wars, and contentions that come from the lusts that war in the members, that war in the soul… Treason, treachery, and false dealing we do utterly deny; false dealing, surmising, or plotting against any creature upon the face of the earth, and speak the truth in plainness, and singleness of heart.

 

Robert Barclay, 1678

 

Chiunque può conciliare «non resistere al male» e «resisti alla violenza con la forza», «porgi l’altra guancia» con «colpisci ancora» e anche «ama i tuoi nemici» con «rovinali, depredali,  inseguitali con il fuoco e  con la spada» o «pregate per quelli che vi perseguitano e vi calunniano» con «perseguitateli con multe, incarcerazioni e la stessa morte», chiunque, dico, possa trovare un modo per riconciliare queste cose sarà capace, suppongo, di conciliare Dio con il diavoli, Cristo con l’Anticristo, Luce e Tenebre e il bene con il male. Ma se questo non è possibile, e in effetti non lo è, così anche il resto non è possibile e la gente inganna se stessa e gli altri, quando ha il coraggio di affermare cose tanto assurde e impossibili.

 

Whoever can reconcile this, ‘Resist not evil’, with ‘Resist violence by force’, again, ‘Give also thy other cheek’, with ‘Strike again’; also ‘Love thine enemies’, with ‘Spoil them, make a prey of them, pursue them with fire and the sword’, or, ‘Pray for those that persecute you, and those that calumniate you’, with ‘Persecute them by fines, imprisonments and death itself’, whoever, I say, can find a means to reconcile these things may be supposed also to have found a way to reconcile God with the Devil, Christ with Antichrist, Light with Darkness, and good with evil. But if this be impossible, as indeed it is impossible, so will also the other be impossible, and men do but deceive both themselves and others, while they boldly adventure to establish such absurd and impossible things.

 

William Penn, 1693

 

Un buon fine non può santificare mezzi cattivi e non possiamo fare del male affinché ne venga del bene…E’ una grande presunzione mandare ad effetto le nostre passioni come su commissione di Dio o attenuarne la gravità usando il nome di Dio. Siamo più pronti a reagire praticando il taglione che a perdonare, o a vincere con l’ amore e con la conoscenza. E tuttavia non potremmo offendere chi crediamo ci ami. Tentiamo  quindi di fare quel che l’Amore farebbe: perché se gli uomini vedessero una volta  che li amiamo, troveremmo ben presto che essi non ci vorrebbero far del  male. La forza può sottomettere, ma l’Amore vince: e che che perdona per primo, ottiene l’alloro.

 

A good end cannot sanctify evil means; nor must we ever do evil, that good may come of it… It is as great presumption to send our passions upon God’s errands, as it is to palliate them with God’s name… We are too ready to retaliate, rather than forgive, or gain by love and information. And yet we could hurt no man that we believe loves us. Let us then try what Love will do: for if men did once see we love them, we should soon find they would not harm us. Force may subdue, but Love gains: and he that forgives first, wins the laurel.

 

William Rotch, Guerra di Indipendenza (1776)

 

Poco tempo dopo fui chiamato davanti a un Comitato nominato dal Tribunale che era a Watertown vicino a Boston, e fui interrogato tra l’altro a riguardo delle mie baionette. Diedi un resoconto completo delle mie azioni, e chiusi dicendo: «Le ho gettate in fondo al mare, l’ho fatto dal principio, e sono stato sempre contento di averlo fatto, e se sbaglio sono da compatire». Il Presidente del Comitato Maggiore Hawley (una degna persona) allora si rivolse alla commissione, e disse: «Credo che il signor Rotch abbia offerto un resoconto sincero e che ognuno abbia il diritto di agire in accordo con i suoi principi religiosi, ma sono dispiaciuto che non abbiamo potuto avere le baionette, perché ne avevamo molto bisogno.» Il Maggiore era desideroso di sapere di più dei nostri principi su cui lo informai nella misura in cui mi era chiesto. Uno del comitato in un modo arrogante osservò: «Allora i vostri principi sono obbedienza passiva e non-resistenza». Gli risposi: «No amico mio, i nostri principi sono Obbedienza attiva o sofferenza passiva». Avevo superato questa prova non piccola rispetto alle mie baionette, ma il clamore contro di me a lungo continuò.

 

A short time after I was called before a Committee appointed by the Court then held at Watertown near Boston, and questioned amongst other things respecting my Bayonets. I gave a full account of my proceedings, and closed it with saying, ” I sunk them in the bottom of the sea, I did it from principle, I havi ever been glad that I had done it, and if I am wrong I am to be pitied.” The Chairman of the Committee Major Hawley (a worthy character) then addressed the Committee, and said ” I believe Mr. Rotch has given as a candid account, and everyman has a right to act con sistentlf with his religious principles, but I am sorry that we could not have the Bayonets, for we want them very much,” The Major was desirous of knowing more of our principles on which I informed him as far as he enquired. One of the Committee in a pert manner observed “then your principles are passive Obedience and non-resistance.” I replied ” No my friend, our principles are active Obedience, or passive suffering.” I had passed this no small trial respecting my Bayonets, but the clamor against me long continued.

 

Assemblea annuale a Londra 1804, 1805, Guerre napoleoniche:

 

La maggior parte delle persone, se non tutte, ammettono la trascendente eccellenza della pace.Tutti adottano l’invocazione: «Venga il tuo regno», pregano per la sua universale affermazione. Alcune persone allora devono cominciare ad adempiere la promessa evangelica e disimparare la guerra. Ora, amici, poiché questo è incontrovertibile, noi desideriamo che la nostra esistenza tutta sia come si conviene all’Evangelo e che, mentre tutti professano di avversare la guerra, non accada che qualcuno in qualche aspetto della sua condotta sia incoerente con questa professione…Amici, è cosa meravigliosa e terribile  ergersi dinanzi alla nazione come avvocati dell’inviolabile pace; e la nostra testimonianza perde di efficacia in proporzione di un qualche difetto di coerenza…Non c’è modo più valido di servire il nostro paese, né più gradito a Colui che ne dispone la prosperità, che contribuendo, per quel che da noi dipende, ad accrescere il numero dei miti, umili cristiani, che rinnegano se stessi. Guardatevi dal dipendere da flotte ed eserciti; siate persone di pace, nelle parole e nelle azioni, e pregate il Padre dell’Universo che spiri lo Spirito della riconciliazione dei cuori delle sue creature, portate all’errore e alla contesa.

 

Most, if not all, people admit the transcendent excellency of peace. All who adopt the petition, ‘Thy kingdom come’, pray for its universal establishment. Some people then must begin to fulfil the evangelical promise, and cease to learn war any more. Now, friends, seeing these things cannot be controverted, how do we long that your whole conversation be as becometh the Gospel; and that while any of us are professing to scruple war, they may not in some parts of their conduct be inconsistent with that profession! … Friends, it is an awful thing to stand forth to the nation as the advocates of inviolable peace; and our testimony loses its efficacy in proportion to the want of consistency … And we can serve our country in no way more availingly, nor more acceptably to him who holds its prosperity at his disposal, than by contributing, all that in us lies, to increase the number of meek, humble, and self-denying Christians.Guard against placing your dependence on fleets and armies; be peaceable yourselves, in words and actions, and pray to the Father of the Universe that he would breathe the spirit of reconciliation into the hearts of his erring and contending creatures.

 

Assemblea annuale a Londra, 1900, durante la guerra sudafricana

 

Crediamo che lo Spirito di Cristo alla fine redimerà la vita sia nazionale che individuale. Crediamo inoltre che, come tutta la storia della chiesa dimostra, il mezzo umano (al tal fine) sarà la fedele testimonianza espressa dai discepoli di Cristo. E’ stato detto: «Sembra essere la volontà di colui la cui sapienza è infinita, che la luce, a proposito di grandi temi, debba prima sorgere ed essere gradualmente diffusa attraverso la capacità di alcuni individui di agire fedelmente rispetto alle proprie convinzioni». Fu questo il segreto del potere della chiesa primitiva. Il sangue dei Cristiani si dimostrò fecondo. Similmente, la coerenza dei primi Amici e di altri con le convinzioni della propria coscienza vinse la lotta per la libertà religiosa in Inghilterra. Agogniamo ad una simile fedele testimonianza contro la guerra da parte dei Cristiani oggi.

 

We believe that the Spirit of Christ will ultimately redeem national as well as individual life. We believe further that, as all church history shows, the human means will be the faithful witness borne by Christ’s disciples. It has been well said: ‘It seems to be the will of Him, who is infinite in wisdom, that light upon great subjects should first arise and be gradually spread through the faithfulness of individuals in acting up to their own convictions.’ This was the secret of the power of the early Church. The blood of the Christians proved a fruitful seed. In like manner the staunchness of early Friends and others to their conscientious convictions in the seventeenth century won the battle of religious freedom for England. We covet a like faithful witness against war from Christians today.

 

Assemblea annuale a Londra, 1915, Prima Guerra mondiale

 

Adunati in assemblea in un tempo in cui le nazioni d’Europa sono coinvolte in una guerra di dimensioni senza pari, siamo stati mossi a richiamare le basi della testimonianza di pace della nostra Società religiosa. Non basta accontentarsi di una testimonianza puramente negativa, di una mera proclamazione di non-resistenza. Dobbiamo cercare un messaggio positivo, vitale, costruttivo. Questo messaggio, un messaggio di supremo amore, lo troviamo nella vita e nella morte del nostro Signore, Gesù Cristo. Lo troviamo nell’insegnamento del Cristo interiore, questa riscoperta dei primi Amici, che porta come tale a riconoscere la fratellanza di tutti gli essere umani. Di questo insegnamento la nostra testimonianza è un risultato necessario e se lo comprendiamo rettamente e lo seguiamo nelle sue ampie implicazioni, troveremo che esso richiede lo spirito di pace e la sovranità dell’amore in tutte le ampie e variegate relazioni vitali. Così mentre l’amore, la gioia, la pace, la dolcezza e la santità sono quanto la vita e la morte di nostro Signore insegnano, a queste stesse cose siamo indotti in modo impellente dalla presenza del Divino negli esseri umani. Mentre questo spirito cresce in noi, sempre più siamo consapevoli di quel che significa vivere per virtù di quella vita e di quel potere che toglie di mezzo ogni occasione di guerra.

 

Meeting at a time when the nations of Europe are engaged in a war of unparalleled magnitude, we have been led to recall the basis of the peace testimony of our religious Society. It is not enough to be satisfied with a barren negative witness, a mere proclamation of non-resistance. We must search for a positive, vital, constructive message. Such a message, a message of supreme love, we find in the life and death of our Lord Jesus Christ. We find it in the doctrine of the indwelling Christ, that re-discovery of the early Friends, leading as it does to a recognition of the brotherhood of all men. Of this doctrine our testimony as to war and peace is a necessary outcome, and if we understand the doctrine aright, and follow it in its wide implications, we shall find that it calls to the peaceable spirit and the rule of love in all the broad and manifold relations of life.Thus while love, joy, peace, gentleness and holiness are the teaching of the life and death of our Lord, it is to these that we are also impelled by the indwelling of the Divine in men. As this spirit grows within us, we shall realise increasingly what it is to live in the virtue of that life and power which takes away the occasion of all war.

 

Assemblea annuale a Londra, 1943, durante la Seconda Guerra mondiale

 

Tutti gli uomini e le donne pensose hanno il cuore spezzato nella presente situazione. L’impeto selvaggio della guerra ci trascina nella sua scia. Desideriamo una pace giusta, eppure per giungere alla pace si pretende che, mentre Chungking, Rotterdam e Coventry sono stati devastati, così le dighe di Eder e Moehne debbano essere distrutte e interi quartieri di Amburgo debbano essere cancellati. Il popolo di Torino e di Milano dimostra per la pace, ma il bombardamento continua. La guerra sta indurendo il nostro cuore. Per non rischiare la follia diventiamo apatici. In questa atmosfera non nessuna pace è concepibile e di fronte a noi scorgiamo mesi di terrore crescente. Quelli che prestano attenzione alle leggi morali, coloro che seguono Cristo possono accettare la tesi che l’unica via sia quella richiesta dalla necessità bellica? La vera pace comporta la libertà dalla tirannia e una generosa tolleranza, condizione che sono negate in una larga parte dell’Europa e non realizzate in altre parte del mondo. Ma la vera pace non può essere dettata, può solo essere costruita nella cooperazione tra tutti i popoli. Nessuno di noi, nessuna nazione, nessun cittadino è libero di qualche responsabilità con le sue difficoltà e conflitti. Cristo venne nel mondo con la sua confusione. Attraverso di lui sappiamo che Dio dimora con gli uomini e che distogliendoci dal male e vivendo nel suo spirito possiamo essere guidati alla sua via di pace. Quella via di pace non si trova in nessuna politica di «resa incondizionata» da chiunque sia richiesta. Richiede che gli umani e le nazioni riconoscano la loro comune fratellanza, che usino le armi dell’integrità, della ragione, della pazienza e dell’amore, senza mai accondiscendere alle modalità dell’oppressore, pronti a soffrire con l’oppresso. In ogni paese si aspira a una libertà dal dominio e dalla guerra che le persone lottano per esprimere. E’ il momento di rivolgere un aperto invito ad una creativa operazione di pace, di dichiarare la nostra disponibilità sacrificare il prestigio nazionale, la ricchezza e il livello di vita, per il bene comune degli uomini.

 

All thoughtful men and women are torn at heart by the present situation. The savage momentum of war drags us all in its wake. We desire a righteous peace. Yet to attain peace it is claimed that, as Chungking, Rotterdam and Coventry were devastated, so the Eder and Moehne dams must needs be destroyed and whole districts of Hamburg obliterated. The people of Milan and Turin demonstrate for peace but the bombing continues. War is hardening our hearts. To preserve our sanity, we become apathetic. In such an atmosphere no true peace can be framed; yet before us we see months of increasing terror. Can those who pay heed to moral laws, can those who follow Christ submit to the plea that the only way is that demanded by military necessity?True peace involves freedom from tyranny and a generous tolerance; conditions that are denied over a large part of Europe and are not fulfilled in other parts of the world. But true peace cannot be dictated, it can only be built in co-operation between all peoples. None of us, no nation, no citizen, is free from some responsibility for this situation with its conflicting difficulties.To the world in its confusion Christ came. Through him we know that God dwells with men and that by turning from evil and living in his spirit we may be led into his way of peace. That way of peace is not to be found in any policy of ‘unconditional surrender’ by whomsoever demanded. It requires that men and nations should recognise their common brotherhood, using the weapons of integrity, reason, patience and love, never acquiescing in the ways of the oppressor, always ready to suffer with the oppressed. In every country there is a longing for freedom from domination and war which men are striving to express. Now is the time to issue an open invitation to co-operate in creative peacemaking, to declare our willingness to make sacrifices of national prestige, wealth and standards of living for the common good of men.

 

Presenti Vittorio, Maddalena, Roberto, Davide, si è parlato di questi testi, belli e potenti nella loro diversità e coerenza, quello che più colpito è quel “cease to learn war”. Ma ci sarebbero tante altre cose, chi vuole ci può lavorare su.

 

Pc è stato in carcere, si è continuato con la sura di Giuseppe: questi viene inviato in Egitto perché apprenda il ta’wīl degli avvenimenti (12, 21). Diverrà l’interprete per eccellenza.

 

Al Penale, Pc ha portato i testi sulla guerra, ce li aveva con sé per caso, li ha distribuiti, sono piaciuti, e Steven, nigeriano, con la Bibbia inglese, ha cominciato a spiegare.Pc li ha lasciati con Marco.

Video musicale

 

https://youtu.be/CJX43l9-Qx0 – Inno messianico Yeshua (Jesus) Kadosh (Holy) !

 

Preghiamo col ricordo del mezzo milione di vittime del mondo anche per i cambiamenti climatici

 

Clima: inondazioni e uragani, oltre mezzo milione di vittime in vent’anni! Domani vertice mondiale a Parigi

 

https://ecumenici.wordpress.com/2015/11/29/clima-inondazioni-e-uragani-oltre-mezzo-milione-di-vittime-in-ventanni-domani-vertice-mondiale-a-parigi/

 

Costituzione degli apostoli VII 36 (estratto)

 

  1. Signore onnipotente, hai cercato il mondo per opera di Cristo e per ricordo hai stabilito il sabato, perché in questo giorno ci fai riposare dall’attività per meditare le tue leggi. Hai stabilito i giorni di festa per rallegrare le nostre anime, affinché celebriamo il ricordo della Sapienza da te creata ( Prov. 8,22)
  2. Per noi è nato da donna, è apparso in questa vita mostrando nel battesimo che è dio e uomo quello che si manifestava. Per sua condiscendenza ha patito per noi, è morto ed è risorto per sua forza. Perciò celebrando ogni domenica la festa della resurrezione, manifestiamo la nostra gioia per colui che ha vinto la morte (1 Cor 15,55) e ha rivelato la vita e l’incorruttibilità (2Tim 1,10), perché per opera sua hai condotto a tele genti pagane, ne hai fatto popolo eletto (Deut 7,6), il vero Israele, quello caro a Dio e che vede Dio.
  3. Infatti tu, Signore, hai anche condotto fuori dalla terra d’Egitto i nostri padri, li hai liberati dalla ferrea fornace (Deut. 4,20) e dell’argilla con cui facevano i mattoni (Es 1,14), li hai salvati dalla mano del Faraone e dei suoi sottoposti, li hai fatti passare attraverso il mare come su terra secca (Es 14,29) e ti sei preso cura di loro nel deserto ( Act Ap. 13, 18) con benefici di ogni sorta.
  4. Hai donato loro la legge, cioè il decalogo, enunciato dalla tua voce e scritto dalla tua mano (Es 20). Ha ordinato di celebrare il sabato (Es 20,8.11), dandoci non un pretesto per l’ozio ma un incitamento per la pietà, perché venissimo a conoscere la tua potenza, racchiudendoci come in un recinto sacro per tenerci lontano dal peccato, per darci insegnamenti, per la celebrazione della settimana. Pe questo ci sono una settimana e sette settimane, il settimo mese (Lev 23) e il settimo anno e il ritorno periodico di questo, il giubileo, che è il cinquantesimo anno, quello della remissione (Lev 25).
  5. Perché gli uomini non avessero alcun pretesto per giustificarsi con l’ignoranza, hai ordinato di riposare ogni sabato, in modo che nel giorno di sabato neppure un accenno d’ira uscisse dalla loro bocca. Il Sabato infatti significa riposo dalla creazione, perfettamente del mondo, richiesta delle leggi, lode di ringraziamento a Dio per tutto ciò che ha donato agli uomini.

Preghiamo per la guarigione dei malati di AIDS con l’inno della Luce

 

Inno lucernare

 

Luce gioiosa di gloria santa

del Padre celeste immortale

santo beato ,

Gesù Cristo.

Giunti al tramonto del sole ,

nel vedere la luce la sera,

cantiamo il Padre, il Figlio

e lo Spirito Santo di Dio.

Sei degno di essere cantato

in ogni momento con voci sante,

Figlio di Dio, tu dai la vita.

Per questo il mondo ti glorifica.

 

 

 

 

 

Preghiamo per la salute di quaccheri e non:

 

Karlos, cattolico, affetto da paluditismo in Benin e ancora soggetto da settimane ad alte febbri

 

Maurizio e Andres, quaccheri, affetti da diabete

 

Mario, spagnolo, con la leucemia

 

Margarita, spagnola, con problemi mentali

 

 

 

 

A Cristo, dio dell’universo

 

Quando lo sospesero nel modo che aveva chiesto, cominciò a dire (…)

10 (39). Poiché tu mi hai fatto conoscere e rivelato queste cose, Parola, che poco fa ho chiamato legno di vita, ti rendo grazie non con queste labbra inchiodate, non con la bocca che profferisce verità e menzogna, non con questa parola che procede per artificio di natura materiale. Ma rendo grazie a te, o re, con la voce

che vene concepita nel silenzio,

che non si percepisce manifestatamene,

che non procede per tramite di organi corporei,

che non arriva a orecchio carnale,

che non vene ascoltata da sostanza corruttibile,

che non è nel mondo e non risulta sulla terra,

che non è scritta nei libri,

che non è di uno  senza essere di un altro,

ma con questa voce ti rendo grazie, Gesù Cristo, col silenzio della voce, con la le lo spirito che è in me ti ama, ti parla, ti vede solo lo spirito ti comprende.

Tu mi sei padre, mi sei madre, mi sei fratello, amico, servo, intendente.

Tu sei il tutto, e il tutto è in te.

Tu sei l’essere, e non c’è altro che è, eccetto tu solo.

Perciò anche voi, fratelli, rifugiandovi in lui e apprendendo che solo lui è il vistro essere, otterrete tutto ciò che egli vi promette, ciò che occhio non ha visto, orecchio non ha udito e non è salito al cuore dell’uomo (1 Cor 2,9)

Dunque ti preghiamo per ciò che ci hai promesso di dare, Gesù immacolato, ti lodiamo, ti rendiamo grazie, ti confessiamo, glorificandoti noi, deboli uomini, perché tu solo sei dio e non altri: a te sia gloria ora e per tutti i secoli dei secoli. Così sia.

 

 

 

Colletta mensile

 

Ciò che abbiamo attestato dalle Scritture per la domenica è l’appello di Paolo per la colletta. Mai è stata abolito da Gesù il Sabato, solo da lui riformato. Per noi rimane valido di fare la carità per i profughi. Se avete segnalazioni di Enti laici che gradiscono ricevere aiuti in denaro o in beni segnalatelo per favore in modo che aggiorniamo i riferimenti che indichiamo e non solo per la città di Milano.

Domenica della Carità a Milano: Le opere buone sono un segno della presenza dello Spirito Santo in Te, che tu sia credente o non credente.

Lo Spirito Soffia infatti dove vuole

– Per ospitare una famiglia di profughi: il Comune mette a disposizione questa e.mail per indicare tempi e numero di posti casesolidali@comune.milano.it

– Offerte di materiale come biancheria intima nuova, asciugamani, prodotti per la cura del corpo, latte in polvere e pannolini (non altro) Hub stazione centrale – sottopasso Mortirolo angolo via Sammartini Cell. 342 1221235

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Vorremmo ripeterlo l’esperienza del Festival in occasione del Meeting di gennaio sui disabili e in Natale ortodosso. Inviateci Materiale sul tema. Grazie.

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Apriamo questo nuovo Sabato il Meeting col Salmo, pregando per le centinaia di vittime del disastro aereo passeggeri sul Monte Sinai in Egitto diretto a San Pietroburgo: voglia Iddio consolare gli afflitti e donare la Pace eterna

Salmi 9

Dio giudica le nazioni

Sl 7; 18:46-50; 35; Gb 19:28-29

Al direttore del coro. Su «Muori per il figlio». Salmo di Davide.

Io celebrerò il SIGNORE con tutto il mio cuore,

narrerò tutte le tue meraviglie.

Mi rallegrerò ed esulterò in te,

salmeggerò al tuo nome, o Altissimo,

poiché i miei nemici voltan le spalle,

cadono e periscono davanti a te.

Tu infatti hai sostenuto il mio diritto e la mia causa;

ti sei assiso sul trono come giusto giudice.

Tu hai rimproverato le nazioni,

hai fatto perire l’empio,

hai cancellato il loro nome per sempre.

È finita per il nemico!

Sono rovine perenni!

Delle città che hai distrutte si è perso perfino il ricordo.

Il SIGNORE siede come re in eterno;

egli ha preparato il suo trono per il giudizio.

Giudicherà il mondo con giustizia,

giudicherà i popoli con rettitudine.

Il SIGNORE sarà un rifugio sicuro per l’oppresso,

un rifugio sicuro in tempo d’angoscia;

quelli che conoscono il tuo nome confideranno in te,

perché, o SIGNORE, tu non abbandoni quelli che ti cercano.

Salmeggiate al SIGNORE che abita in Sion,

raccontate tra i popoli le sue opere.

Perché colui che domanda ragione del sangue si ricorda dei miseri

e non ne dimentica il grido.

Abbi pietà di me, o SIGNORE!

Vedi come mi affliggono quelli che mi odiano,

o tu che mi fai risalire dalle porte della morte,

affinché io racconti le tue lodi.

Alle porte della figlia di Sion

festeggerò per la tua salvezza.

Le nazioni sono sprofondate nella fossa che avevano fatta;

il loro piede è stato preso nella rete che avevano tesa.

Il SIGNORE s’è fatto conoscere,

ha fatto giustizia;

l’empio è caduto nella trappola tesa con le proprie mani.

[Interludio. Pausa]

Gli empi se ne andranno al soggiorno dei morti,

sì, tutte le nazioni che dimenticano Dio.

Certamente il povero non sarà dimenticato per sempre,

né la speranza dei miseri resterà delusa in eterno.

Ergiti, o SIGNORE! Non lasciare che prevalga il mortale;

siano giudicate le nazioni in tua presenza.

O SIGNORE, infondi spavento in loro;

i popoli riconoscano che sono mortali. [Pausa]

L’amore di Dio non è esclusivo, è amore per tutti e tutte.

L’amore di Dio non discrimina, l’amore di Dio ascolta, consola, incoraggia

a proseguire nella ricerca della verità, talvolta difficile, talvolta di

una semplicità disarmante, che appare all’improvviso e ci lascia pieni di

stupore e gratitudine.

Ringraziamo Dio per il dono della abolizione in Austria del divieto delle adozioni per le coppie omosessuali.

Pur in assenza di una legge sui matrimoni egualitari ma solo delle unioni civili.

Amen

Lessico cristiano dal sito quacchero http://www.lessicocristianoblog.wordpress.com

Agar

Il nome Agar dell’ancella di Sara, madre di Ismaele, citato in Genesi 16, viene usato in Gal 4,24 s per un’allegoria relativa alla legislazione mosaica del Sinai e al giudaismo ad essa congiunto. A lei contrapposta Sara, la libera moglie di Abramo, nella cui persona è simboleggiata la madre dei fedeli della nuova alleanza. Nell’allegoria paolina si riflette l’inaudita trasformazione di pensiero dell’ex fariseo, in quanto per il giudeo la maternità per sé è inversa: Sara madre di Isacco, sarebbe la progenitrice dell’antico giudaismo, e Agar, madre di Israele (l’empio ) antenata della discendenza cattiva di Abramo. Agar che diviene allegoria rappresenta il capovolgimento del concetto di giudaismo autentico.

Nel giudaismo anche Agar viene talvolta esaltata per la rivelazione di cui era stata favorita (Gen 16,13), si veda Rabbi Samuel b. Nachman: è simile alla matrona cui il re disse: Passami davanti. Ed ella gli passò davanti, sorreggendosi all’ancella e col viso velato, cosicché solo l’ancella, ma non lei, vide il re. Invece il giudizio sulla discendenza di entrambe è concorde; così R. Ishaq spiega come i discendenti della libera Sara, furono le dodici “tribù”, mentre i discendenti di Ismaele, in quanto discendenti della serva Agar,  furono, secondo Gen 17,20, dodici  n si im, e cioè secondo Proverbi 25,14 equivale a 12 “nubi” , piene di vento ma senza pioggia. A ciò corrisponde esattamente la valutazione che Filone fa in chiave filosofica.

L’equiparazione allegorica Agar = Sinai si spiega, per quanto è possibile stabilire dal testo non sicuro (dopo Origine), o in quanto il Sinai appartiene geograficamente all’Arabia, la terra d’Ismaele e dei suoi successori, o facendo ricorso a una assonanza col termine arabo hagar = roccia scoglio, usata probabilmente come denominativo di alcun termini geografici della penisola del Sinai.

Nella home page il primo articolo pubblicato riguarda l’intera giornata di preghiera contro l’omofobia

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Una preghiera sincera per le oltre 9000 vittime dei terremoti del Nepal. I feriti e gli sfollati. Amen

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RINGRAZIAMO Dio per  l’esito positivo referendario irlandese sui matrimoni di persone dello stesso sesso. Le opere di Dio sono grand

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DIO seduta e piange,
La meravigliosa tappezzeria della creazione
Che aveva tessuto con tanta gioia è mutilitata.
è strappata a brandelli, ridotta in cenci;
la sua bellezza è saccheggiata dalla violenza.

Dio è seduta e piange,
Ma guardate, raccoglie i brandelli,
per ricominciare a tessere.
Raccoglie i brandelli delle nostre tristezze,
le pene, le lacrime, le frustrazioni
causate dalla crudeltà, dalla violenza, dall’ignoranza, dagli stupri, dagli assassinii.

Raccoglie i brandelli di un duro lavoro,
degli sforzi coraggiosi, delle iniziative di pace,
delle proteste contro l’ingiustizia.
Tutte queste realtà che sembrano piccole e deboli,
le parole, le azioni offerte in sacrificio,
nella speranza, la fede, l’amore.

Guardate!
Tutto ritenesse con il filo d’oro della gioia.
Dà vita ad un nuovo arazzo,
una creazione ancora più ricca, ancora più bella
di quanto fosse l’antica!

Dio è seduta, tesse con pazienza, con perseveranza
E con il sorriso che sprigiona come un arcobaleno
Sul volto bagnato dalle lacrime.
E ci invita a non offrire soltanto i cenci
Ed i brandelli delle nostre sofferenze
E del nostro lavoro.

Ci domanda molto di più;
di restarle accanto davanti al telaio della gioia,
e a tessere con lei l’arazzo della nuova creazione.

M. Riensiru

Questa preghiera veniva predicata dai colportori valdesi fin dal Medio-evo. I colportori erano i venditori ambulanti di Bibbie ed opuscoli biblici. Sono parecchi i racconti che ci sono pervenuti su questi umili predicatori, tra cui quello – più recente nel tempo – del colportore entrato il 20 settembre 1870 a Porta Pia, dietro ai bersaglieri, conducendo un cane che trainava il suo carrettino biblico
Esiste tra l’altro un “commento” significativo dall’Osservatore Romano del maggio 1890, così come citato da “L’Italia Evangelica” nel numero del 24 maggio 1890:
Ora abbiamo anche la Carrozza Biblica, un ritrovato di cui ha il brevetto d’invenzione la società protestante […]; lo spacciatore è un tipo fra il ministro evangelico e il cavadenti, il quale dall’alto della vettura cerca di accreditare la merce con discorsi ciarlataneschi nei quali fa entrare un poco di tutto… e le risa di scherno e le apostrofi burlesche che gli vengono dirette devono avergli fatto già inghiottire vari bocconi amari.

 

Tu, pertanto, o Signore, Dio dei giusti

Non stabilisti di far grazia ai giusti,

come Abramo, Isacco e Giacobbe,

coloro che non peccarono contro di te;

ma stabilisti di far grazia a me, che sono un peccatore.

E ora guarda, sto piegando le ginocchia del mio cuore dinanzi a te;

e sto implorando la tua benevolenza.

Ho peccato , o Signore, ho peccato;

e conosco bene i miei peccati.

Ti imploro;

perdonami, o Signore, perdonami!

Non distruggermi con le mie trasgressioni;

non essere adirato con me per sempre;

non ricordare i miei peccati,

e non condannarmi e non mi esiliare negli abissi della terra!

Perché tu sei il Dio di quanti si pentono

 

(Preghiera di Manasse, vv.8 e 11-13) 

Tutti i giorni una frase del martire Dietrich Bonhoeffer su Whatsapp al 3246666477 nel gruppo di Aiuto spirituale LGBT

La saggezza è qualcos’altro che la conoscenza, l’intelletto e l’esperienza. Essa è il dono di sapere riconoscere la volontà di Dio nei compiti concreti della vita.
D. Bonhoeffer.

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