Autore: John Woolman

JOHN WOOLMAN

DAL «DIARIO DI JOHN WOOLMAN »

(1720-1772)

1720-1742

 

Ho sentito spesso un moto d’amore che mi spingeva a lasciare qualche traccia scritta della mie esperienza della bontà divina, e adesso, a trentasei anni do inizio a questa impresa. Nacqui nel 1720 a Northampton, nella contea di Burlington nel West Jersey, e prima di aver compiuto sette anni cominciai ad avere una certa familiarità con le manifestazioni dell’ amore divino. Grazie alle cure dei miei genitori mi fu insegnato a leggere correttamente non appena fui in grado di apprendere, e ricordo che una volta, mentre tornavo da scuola una domenica, mentre i miei compagni si fermavano a giocare sulla via, io andai oltre, lontano dalla vista degli altri, mi misi a sedere e lessi il ventiduesimo capitolo dell’Apocalisse: «Egli mi mostrò un fiume d’acqua, chiaro come il cristallo, che usciva dal trono di Dio e dall’Agnello», ecc. Leggendo, la mia mente era protesa a cercare quella pura dimora che – come sapevo per fede – il Signore ha preparato per i suoi servi. Il luogo dove mi sedetti e la dolcezza che penetrò nella mia mente rimangono vivamente presenti nella mia memoria.

Questa visita della grazia e altre simili ebbero un tale effetto su di me che quando i ragazzi usavano un linguaggio malvagio ne ero turbato; ma le continue manifestazioni di misericordia del Signore mi preservarono da tutto ciò [23].

Un altro fatto notevole della mia infanzia fu che una volta, mentre mi recavo alla casa di un vicino vidi la femmina di un pettirosso nel suo nido; e appena mi avvicinai uscì fuori, ma avendo i piccoli nel nido, volava lì attorno e con molte grida esprimeva la sua apprensione per loro. Mi fermai e gettai delle pietre contro di lei, fino a quando una la colpì e cadde morta. Dapprima ero felice per questa prodezza, ma dopo pochi minuti mi prese l’orrore di aver ucciso per divertimento una creatura innocente mentre si prendeva cura dei suoi piccoli. Contemplai il suo corpo morto e pensai che quei piccoli di cui si occupava ora sarebbero periti perché mancava loro la madre a nutrirli. Dopo qualche dolorosa considerazione su questo fatto salii sull’albero, presi tutti gli uccellini e li uccisi pensando che questo fosse meglio che lasciare che morissero miseramente di fame; ero convinto che in questo modo si realizzasse quello che si trova scritto nel libro dei Proverbi: «Dei malvagi persino la misericordia è crudele»  [Prov. 12-10] Dopo questo continuai a gironzolare, ma per qualche ora non potei pensare ad altro che a quella crudeltà che avevo commesso, ed ero in grande pena per questo.

Così, colui la cui misericordia si effonde in tutte le sue opere ha messo in ogni mente umana un principio che incita a esercitare il bene nei confronti di ogni creatura vivente, e quando questa disposizione è coltivata costantemente, le persone diventano tenere di cuore e capaci di compassione, ma quando viene di frequente e del tutto trascurata, l’animo si irrigidisce in una disposizione contraria.

Press’a poco a vent’anni, mentre mio padre era fuori, mia madre mi rimproverò per una certa mia condotta sbagliata e io risposi malamente. La domenica successiva, mentre tornavo dall’assemblea con mio padre, questi mi disse di aver appreso che mi ero comportato male con mia madre e mi consigliò di stare più attento in futuro. Sapevo di essere colpevole e rimasi in silenzio, pieno di vergogna e di confusione. Divenuto in questo modo consapevole della mia malvagità provai rimorso, e tornando a casa mi ritirai e pregai il Signore di perdonarmi; e dopo di questo non ricordo di aver mai più parlato in modo spiacevole a mia padre o mia madre, per quanto continuassi a comportarmi in modo sciocco in altre cose.

Dopo aver compiuto i sedici anni cominciai ad amare compagnie sregolate, e anche potei evitare che cadessi in un linguaggio profano e in una condotta scandalosa, pure percepivo in me l’esistenza di una pianta che produceva frutti molto acerbi. Su questa strada trovai molti nelle mie condizioni, e ci associammo in ciò che è esattamente l’opposto della vera amicizia[…] Ma durante questa corsa precipitosa piacque al Signore di visitarmi con una malattia, grave al punto che dubitavo di guarire. Allora oscurità, orrore e lo sbigottimento mi afferrarono con grande forza, anche quando il dolore e la sofferenza del corpo erano molto grandi. Pensai che sarebbe stato meglio per me di non essere mai nato, piuttosto che vedere giorni come quelli. Ero pieno di confusione e, in grande afflizione sia nella mente che nel corpo, giacevo e mi lamentavo. Non avevo alcuna fiducia di far arrivare i miei lamenti fino a Dio, che io avevo offeso in quel modo, ma sentendo profondamente la mia follia, mi umiliai davanti a lui, e alla lunga quella parola che è un fuoco e un martello spezzò e sciolse il mio cuore ribelle. Allora i miei lamenti si trasformarono in contrizione, e nella moltitudine delle sue misericordie trovai sollievo interiore, e maturai dentro di me la seria promessa che se a lui fosse piaciuto di guarirmi, avrei camminato in umiltà davanti a lui.

Dopo essermi ristabilito, questa esperienza mi segnò per parecchio tempo, ma gradualmente lasciai spazio alle vanità giovanili ed esse guadagnarono forza, e mettendomi insieme a giovani sregolati perdevo terreno. Il Signore era stato molto misericordioso e mi aveva parlato di pace nel tempo dell’ angoscia e ora da vero ingrato mi rivolgevo di nuovo verso la follia. Per questo motivo talvolta sentivo un severo rimprovero ma non ero abbastanza abbastanza umile per lanciare il mio grido di aiuto. Non ero così indurito da commettere cose scandalose, ma potevo eccedere in vanità e fare baldoria era la mia principale preoccupazione. Ma conservavo amore e stima per le persone pie, e la loro compagnia suscitava in me sentimenti di profondo rispetto [24-26].

In un momento mi risolsi totalmente ad abbandonare alcune delle mie vanità, ma ce n’era una segreta riserva nel mio cuore, delle più sottili, e io non ero abbastanza umile per trovare la vera pace.

Così per alcuni mesi fui in grande travaglio, dal momento che dentro di me rimaneva una volontà non sottomessa che rendeva infruttuosi i miei affanni, finché grazie alle visite incessanti che per misericordia ricevevo dall’alto fui finalmente indotto a piegarmi spiritualmente davanti al Signore.

Continuai a frequentare costantemente le riunioni e passavo i pomeriggi delle domeniche principalmente nella lettura delle Scritture e di altri buoni libri, e fui ben presto convinto che la vera religione consiste in una vita interiore, dove il cuore ama e riverisce Dio il Creatore e impara ad esercitare la vera giustizia e la bontà, non solo verso tutti gli uomini ma anche verso le creature senza ragione; che come la mente è spinta in forza di un principio interiore ad amare Dio in quanto essere invisibile e incomprensibile, in base allo stesso principio è spinta ad amarlo in tutte le sue manifestazioni nel mondo visibile; che siccome la fiamma della vita è accesa dal suo respiro in tutti gli animali e le creature senzienti, dire che amiamo Dio che non si vede e nello stesso tempo esercitare crudeltà verso le creature più piccole che si muovono in forza della sua vita, o di una vita da lui derivata, è per ciò stesso una contraddizione.

Senza riserve rispettavo sette e le opinioni, convinto che persone sincere e oneste, che si trovano in ogni società, se amano veramente Dio sono a lui accette.

Dal momento che vivevo sotto la croce e seguivo semplicemente le manifestazioni della verità, la mia mente di giorno in giorno era più illuminata; lasciavo che i miei conoscenti di una volta mi giudicassero come volevano, perché trovavo più sicuro per me vivere in solitudine mantenere queste cose sigillate nel mio petto.

Mentre ponderavo in silenzio su questo cambiamento avvenuto in me, non trovavo linguaggio adatto ad esprimerlo, né mezzo per darne ad altri un’idea chiara. Guardai alle opere del Signore in questa visibile creazione e fui coperto da religioso timore; il mio cuore era tenero e spesso contrito, e un amore universale per le creature come me mi crebbe dentro. Chi è passato per lo stesso sentiero capirà queste  cose [27-29].

Ora sebbene io mi fossi così rafforzato nel portare la croce, mi trovavo ancora in grande pericolo, essendo circondato da molte debolezze e dovendo combattere con forti tentazioni. Sentendo tutto ciò, frequentemente mi ritiravo in luoghi privati e spesso con lacrime supplicavo di aiutarmi il Signore, il cui orecchio misericordioso era teso alle mie grida.

Per tutto questo tempo vissi con miei genitori e lavorai nella fattoria, e avendo avuto un’istruzione abbastanza buona per un agricoltore, ero solito migliorarmi nelle sere d’inverno e in altri momenti di tempo libero. Avendo ormai ventun’ anni, una persona che aveva un negozio e un forno mi chiese se volevo prendere servizio con lui per occuparmi del negozio e tenere la contabilità. Misi mio padre a conoscenza della proposta, e dopo aver riflettuto un po’ concordammo che dovessi andare.

A casa avevo vissuto ritirato, e ora avendo la prospettiva di essere molto esposto alla compagnia di altre persone, nel mio si levavano frequenti e ferventi suppliche cuore a Dio, padre delle misericordie, affinché mi preservasse da ogni contaminazione e corruzione, affinché in questo impiego più esposto al pubblico io potessi servire lui, il mio misericordioso redentore, in quella umiltà e negazione di sé cui mi ero un poco esercitato con una vita molto in disparte.

L’uomo che mi impiegò aveva allestito un negozio in Mount Holly, a circa cinque miglia dalla casa di mio padre e a sei dalla sua; io vissi lì in solitudine occupandomi del suo negozio. Poco dopo essermi sistemato in quel luogo ricevetti la visita di molti giovani che conoscevo in precedenza e che pensavano che ora come sempre solo le vanità sarebbero state di mio gradimento; in quelle occasioni io invocavo in segreto il Signore chiedendo sapienza e forza, perché mi sentivo circondato dalle difficoltà e avevo una nuova occasione di deplorare la follia del passato quando avevo contratto familiarità con gente libertina. E siccome vivevo fuori dalla casa di mio padre, scoprii che il padre che è nei cieli era misericordioso verso di me oltre ciò che posso esprimere.

Di giorno stavo molto in mezzo alla gente e dovevo affrontare molte prove, ma alla sera ero per lo più solo e posso affermare con riconoscenza che in quelle occasioni lo spirito di supplica spesso si riversava su me, ne ero temprato e sentivo le mie forze rinnovarsi [29-30].

Dopo qualche tempo le mie vecchie conoscenze smisero di contare su di me come uno di loro, e cominciai ad aver rapporto con persone la cui conversazione si rivelava utile. Siccome avevo sperimentato che l’amore di Dio attraverso Gesù Cristo poteva redimermi dalla corruzione, nelle molte forme di questa, e soccorrermi quando ero immerso in conflitti, di cui nessuno sapeva appieno, e siccome il mio cuore spesso era stato consolato da quel principio celeste, io sentivo tenerezza e compassione per i giovani che rimanevano impigliati in trappole simili a quelle che mi avevano catturato. Di mese in mese questo amore e questa tenerezza aumentavano ed ero fortemente teso a nel cercare il bene delle creature come me.

Mi recavo alle riunioni in un condizione di spirito di religioso timore e mi sforzavo di diventare intimamente familiare con il linguaggio del Vero Pastore. Un giorno, in una riunione, mentre ero sottoposto ad una intensa prova spirituale, mi alzai e dissi qualche parola, ma non attenendomi all’ispirazione divina, dissi più di quello che si era stato richiesto da me; accorgendomi presto del mio errore, ne fui afflitto per qualche settimana senza luce alcuna né conforto, al punto che non potevo trovare soddisfazione in nulla. Mi ricordai di Dio, ne fui turbato, e nelle profondità della mia angoscia egli ebbe pietà di me e mi inviò colui che conforta. Allora sentii il perdono per la mia offesa, e divenni calmo, tranquillo, pieno di riconoscenza verso il mio misericordioso Redentore per le sue grazie. Dopo questa esperienza, sentendo ormai aperta la sorgente dell’ amore divino insieme a una certa sollecitudine a parlare, dissi poche parole in un incontro: e in questo trovai pace. Credo che questo avvenne circa sei settimane da quell’altra volta, la prima, e siccome ero così umiliato e disciplinato sotto la croce, la mia intelligenza si rafforzò in modo da discernere il linguaggio del puro Spirito che interiormente opera nel cuore e mi aveva insegnato ad aspettare in silenzio, talvolta per molte settimane di seguito, fino a che risuonasse quel richiamo che, come una tromba, invita la creatura a levarsi. E’ così che il Signore parla al suo gregge.

Nell’amministrazione delle cose esteriori posso dire con riconoscenza di aver scoperto che laverità era il mio sostegno e che ero rispettato nella famiglia del mio padrone, che venne a vivere a Mont Holly dopo due anni che io ero andato a vivere lì.

Quando avevo circa ventitre anni ebbi molte nuove ispirazioni celesti a proposito della cura e della provvidenza che l’Onnipotente esercita verso le sue creature in generale, e verso l’uomo in quanto più nobile tra le creature visibili. Convintomi pienamente che la cosa migliore per me era di riporre tutta la fiducia in Dio, mi sentii vieppiù impegnato ad agire in tutte le cose attenendomi interiormente a buoni principi e dedicandomi a interessi terreni solo nella misura in cui la Verità illuminasse il mio cammino.

Vicino al tempo chiamato Natale osservai che molte persone, sia della campagna che abitanti della città si trattenevano in locali pubblici, passando il loro tempo bevendo e in vani divertimenti, cercando di corrompersi reciprocamente, e questo fatto mi procurò molta pena. In un locale in particolare c’era molto disordine, e io credetti che fosse mio dovere andare a parlare al padrone di quella casa. Considerai che ero giovane e che molti amici anziani nella città avevano l’opportunità di vedere quelle cose. Ne avrei fatto a meno volentieri e non vedevo con chiarezza che cosa dovevo fare.

Era una dura prova, e mentre stavo leggendo quello che l’Onnipotente aveva detto a Ezechiele riguardo al suo dovere di guardiano, la cosa mi divenne chiara. Con preghiera e lacrime invocai l’aiuto del Signore,che nella sua bontà mi diede un cuore docile. Quindi, offertasi l’occasione propizia, mi recai in quel locale e vedendo quella persona in mezzo ad altre, mi avvicinai e gli dissi che volevo parlargli; quindi ci mettemmo in disparte, e lì nel più profondo timore dell’Onnipotente gli espressi quello che pensavo: accolse bene le mie parole, e in seguito mi mostrò maggiore riguardo di prima. Pochi anni dopo egli morì , a mezza età, e spesso ho pensato che se io non avessi adempiuto al mio dovere ne avrei molto sofferto.  Ero umilmente grato al mio Padre misericordioso, che mi aveva sostenuto in quella circostanza.

Il mio principale aveva una donna negra, la vendette e voleva che fossi io a redigere un contratto di vendita, mentre l’uomo che l’aveva comprata stava aspettando. La cosa fu improvvisa, e se mi dispiaceva scrivere quello che era un contratto di schiavitù per uno dei miei simili, ricordavo anche di essere stato assunto quell’anno, e che era il mio datore di lavoro che mi chiedeva di farlo, e che a comprarla era un anziano, membro della nostra Società. Così nella mia debolezza mi piegai e scrissi quel contratto, ma mentre lo facevo, ero così afflitto nella mia mente che dissi davanti al mio principale e all’amico che io ero convinto che la schiavitù era una pratica contraria alla religione cristiana. Questo in qualche modo limitò il mio disagio, eppure quando rifletto seriamente su questa storia penso che avrei dovuto essere più chiaro se avessi veramente desiderato essere esonerato da quel compito come da cosa contraria alla mia coscienza, perché di questo si trattava. Qualche tempo dopo questo fatto un giovane della nostra Società mi chiese di redigere un contratto di schiavitù, perché aveva preso da un po’ di tempo un negro nella sua casa. Gli risposi che non mi era cosa facile farlo, perché anche se molti tenevano schiavi nella nostra Società, come in altre, io ero ancora convinto che quella pratica non fosse giusta, e desideravo essere esonerato dallo scrivere. Gli parlai con garbo, e lui mi disse che tenere schiavi non corrispondeva neppure alle sue convinzioni, ma che essendo lo schiavo un regalo fatto a sua moglie, lui lo aveva accettato da lei [30-33].

1743-1748

Poiché ero rimasto ormai molti anni con il mio datore di lavoro, e questi lavorava meno di prima nel commercio, mi vennero in mente altri tipi di attività, accorgendomi che il commercio era ingombro di molti affanni, nel modo in cui era praticato da quelle parti. La mia mente attraverso la potenza della Verità era in buona misura disavvezza al desiderio di grandezza esteriore, e stavo imparando a essere contento dei vantaggi reali che non costavano, tanto che un modo di vita libero da molti impicci mi appariva il migliore, anche se il guadagno era piccolo. Ebbi molte proposte di affari che apparivano vantaggiose, ma la via non mi appariva sgombra per accettare: vedevo che quegli affari avrebbero imposto più attenzione esterna e più affanni di quanto non mi fosse richiesto di dedicare a queste cose. Mi rendevo conto che un uomo umile con la benedizione del Signore può vivere di poco, e che dove il cuore è guidato dal desiderio di grandezza, il successo negli affari non soddisfa la bramosia: più la ricchezza aumenta, più se ne desidera. C’era in me la preoccupazione di trascorrere il mio tempo, per quanto riguarda le cose esteriori, in modo che niente potesse distogliermi dalla più ferma attenzione alla voce del vero pastore.

Il mio principale, anche se ora praticava la vendita al dettaglio, era per mestiere sarto e teneva un aiutante per quell’attività; cominciai a pensare di apprendere la professione, prospettandomi che con questa professione e una piccola vendita al dettaglio mi sarei guadagnato da vivere in una maniera tranquilla senza il peso di un grande giro di affari. Menzionai la cosa al mio principale e ci accordammo ben presto sui termini, così quando ero libero dal negozio, lavoravo con il suo aiutante Credevo che la mano della Provvidenza mi avesse indicato questa attività e imparai a esserne contento, anche se qualche volta sentivo una disposizione a cercare qualcosa di più grande. Ma per rivelazione di Gesù Cristo avevo visto la felicità di un’umile condizione, e c’era in me un intenso desiderio di entrarvi pienamente, e qualche volta il desiderio saliva e si trasformava fervente supplica: la mia anima era così circondata di luce celeste e di consolazione che mi divenivano ora facile cose che non lo erano state in altri momenti.

Alcuni anni dopo la moglie del mio principale morì. Era una donna virtuosa, amata da tutti i vicini; subito dopo il mio datore di lavoro lasciò il negozio e ci separammo. Io continuai la mia attività di sarto, prendendo parte con zelo agli incontri di culto e di disciplina, e sperimentai dentro di me l’accrescersi dell’amore per l’evangelo e quindi l’aspirazione di visitare gli amici in qualcuno degli insediamenti interni della Pennsylvania e Virginia. Pensando ad un compagno, manifestai quest’idea al mio amato amico Isaac Andrews, che allora mi disse di aver progettato di andare da quelle parti e anche di attraversare il Maryland, la Virginia e la Carolina. Dopo un periodo considerevole e molte conversazioni con lui, mi sentii disposto ad accompagnarlo dovunque sarebbe andato, se ce ne fosse stata la possibilità. Manifestai il caso nel nostro incontro mensile, e gli amici unanimi si espressero favorevolmente : ottenemmo le lettere di presentazione per viaggiare come compagni- la sua da Haddonfield e la mia da Burlington [35-36].

Così partecipammo agli incontri attraversando la Virginia, fummo in un certo senso sommersi da un sentimento che ci rendeva partecipi delle condizioni della gente. In questi vecchi insediamenti la prova fu in genere più dura che in quelli dell’interno. Ma per la bontà del nostro Padre che è nei cieli la sorgente dell’ acqua della vita talvolta sgorgava, a nostro incoraggiamento e a conforto dei cuori sinceri.

Giungemmo al fiume Perquimans in North Carolina, dove partecipammo a molti ampi incontri e trovammo qualche disponibilità in quelle parti e, tra i giovani, atteggiamenti che davano a sperare. Allora ritornammo in Virginia [37].

Due cose furono degne di nota riguardo al mio viaggio. La prima riguarda l’ospitalità: quando mangiavo, bevevo e dormivo senza pagare un soldo con gente che viveva nelle comodità grazie al duro lavoro dei loro schiavi, mi sentivo a disagio. Siccome la mia mente interiormente era rivolta al Signore, sentii questo disagio ritornare su di me, per tutto il periodo della visita. Mi sentivo meglio là dove i padroni prendevano su di sé una buona parte della fatica e vivevano in maniera frugale, in modo che i loro servi erano ben provvisti e il loro lavoro moderato; ma dove essi vivevano in una maniera dispendiosa e lasciavano le fatiche pesanti ai loro schiavi, mi sentivo messo a dura prova. Spesso parlavo con loro in privato a questo riguardo. In secondo luogo, riflettevo molto seriamente su questo traffico, che consisteva nell’importare gli schiavi dalle loro terre native, e che stato molto incoraggiato tra di loro, sicché i bianchi e i loro figli vivevano tutti senza molta fatica. In quelle province del sud vidi che il vizio e la corruzione erano favoriti da questo traffico e da questo modo di vivere, e allora mi pareva che una cupa tristezza avvolgesse quella terra. Anche se molti per il momento vi si addentravano volentieri, pure le conseguenze future sarebbero state terribili, per la posterità. Esprimo questa cosa come mi apparve allora, ed era un punto fisso, non un pensiero passeggero [38].

L’inverno seguente morì la mia sorella maggiore, Elisabeth Woolman jr, di vaiolo, a 31 anni. Era, dalla sua gioventù, di una disposizione pensierosa, ed era molto compassionevole verso quanti aveva vicino, sempre pronta ad aiutarli , per quel che le era possibile, quando fossero nella malattia o nel dolore [39].

Ultimamente mi ero sentito attratto dall’idea di visitare gli amici nel New England, e avendo l’opportunità di andare in compagnia con il mio amato amico Peter Andrews, ottenemmo lettere di presentazione nel nostro incontro mensile; partimmo il sedicesimo giorno del terzo mese dell’anno 1747, e raggiungemmo l’assemblea annuale a Long Island [40].

Posso dire in generale che in questo viaggio qualche volta fummo in condizione di grande debolezza, fatica e scoraggiamento, mentre altre volte, in seguito alle rinnovate manifestazioni del divino amore, avemmo motivi di conforto là dove la potenza della Verità prevaleva.

Imparammo, per averne fatto più volte esperienza, a cercare una pace interiore, senza mai sforzarci di trovare le parole, e a vivere piuttosto nello spirito della Verità e ad esprimere alla gente quello che la Verità dischiudeva in noi. Io e il mio amato amico appartenevamo ad una assemblea, svolgevamo insieme il ministero, ed eravamo interiormente uniti nel lavoro. Egli era di quasi tredici anni <più anziano di me, sopportava la fatica più grande ed era un elemento di grandissima utilità [41].

1749-1756

Press’a poco in questo periodo credendo che fosse bene per me accasarmi, e pensandoseriamente a una compagna, rivolsi il mio cuore al Signore con il desiderio che mi desse la saggezza necessaria per procedere in questa impresa in modo concorde alla sua volontà; ed egli si compiacque didarmi una fanciulla di buone disposizioni, Sarah Ellis, con cui mi sposai il diciottesimo giorno dell’ottavo mese del 1749.

Nell’autunno del 1750 morì mio padre Samuel Woolman con una febbre, all’età di circa sessanta anni. In vita aveva molto accudito noi, suoi figli, perché nella giovinezza potessimo imparare a temere il Signore. Si forzava spesso di imprimere nelle nostre menti i veri principi della virtù, insegnandoci particolarmente ad aver caro dentro di noi uno spirito di tenerezza, non solo verso la povera gente, ma anche verso tutte le creature su cui abbiamo il comando.

Dopo il mio ritorno dalla Carolina scrissi qualche osservazione sul fatto di tenere gli schiavi. Gli mostrai qualche tempo prima della morte quelle osservazioni. Mio padre esaminò attentamente il manoscritto, propose poche modifiche, e apparve molto soddisfatto che io avessi maturato una sensibilità a quel proposito. Nella sua ultima malattia, mentre una notte lo accudivo (non ci si aspettava più che guarisse, ma ragionava ancora perfettamente), mi chiese del manoscritto, se mi proponessi di sottoporlo presto ai supervisori della stampa, e dopo aver parlato un po’ di questo argomento disse: «Sono sta sempre profondamente turbato dall’oppressione dei poveri negri e ora, alla fine, la mia preoccupazione per loro è più grande che mai.» Dietro sue istruzioni, quando stava bene, avevo scritto il suo testamento. Quella notte volle che glielo leggessi, cosa che feci.Disse che gli piaceva. Accennò poi alla sua fine, che ora sentiva vicina, e spiegò che, anche se in vita molte imperfezioni potevano essergli rimproverate, pure tale era stata la sua esperienza della potenza della Verità, dell’amore e della bontà di Dio , a tratti, e perfino in quel momento, che non dubitava che lasciando questa vita sarebbe entrato in un’altra più felice.

Il giorno dopo sua sorella Elizabeth venne a vederlo e gli disse della loro sorella Anna, che era morta pochi giorni prima. Egli allora disse: «Credo che nostra sorella Anna sia stata preparata a lasciare questo mondo.» Elisabeth concordava.Disse allora : «Anch’io sono libero di lasciarlo», ed essendo fisicamente molto debole disse: «Spero di andare presto a riposare.» Rimase in questa condizione pensosa e lucida quasi fino alla fine [44-45].

In quel tempo si ammalò una persona che abitava non lontano e il fratello venne da me perché scrivessi il testamento. Sapevo che quell’uomo possedeva degli schiavi e domandai al fratello cosa intendesse farne. Mi fu risposto che voleva lasciarli come schiavi ai figli. Scrivere è un lavoro redditizio,e non sono capace di offendere la gente ammodo . Ero interdetto, ma volsi lo sguardo al Signore, e questi dispose il mio cuore a rendergli testimonianza. Dissi allora a quell’uomo che non ritenevo giusta la pratica di continuare la schiavitù verso questa gente , che avevo uno scrupolo se fosse giusto prestarsi a scrivere in questo caso , che sebbene molti nella nostra Società avessero degli schiavi, non mi era facile occuparmi della cosa e che chiedevo di essere esonerato dall’andare a scrivere il testamento. Gli parlai nel timore di Dio, ed egli non replicò a quello che gli avevo detto e se ne andò; anche lui aveva qualche dubbio in merito a quella pratica e pensai che egli fosse dispiaciuto con me.

In quel caso ebbi nuova conferma che agire contro i presenti interessi esteriori in nome dell’amore divino e per rispetto della verità e della giustizia, incorrendo nel risentimento della gente, apre la via a un tesoro migliore dell’argento e a un’amicizia che oltrepassa l’amicizia umana(45-46).

Il manoscritto di cui ho parlato prima giaceva presso di me da molti anni e sentivo la responsabilità di pubblicarlo. In quell’anno offrii il manoscritto ai supervisori della stampa, che, dopo averlo esaminato e aver fatto qualche piccola modifica, ne fecero pubblicare un certo numero di copie dall’assemblea annuale, da diffondere tra gli amici [47].

Gli scrupoli sullo scrivere atti riguardanti gli schiavi sono stati causa per me di varie piccole prove, in cui ho sentito con tanta evidenza che la mia volontà veniva messa da parte, che penso sia bene menzionarne alcune. I commercianti all’ingrosso e dettaglianti che dipendono dai loro affari nel guadagnarsi la vita sono naturalmente propensi ad assecondare i loro clienti; né è piacevole per i giovani essere costretti a discutere i giudizi o l’onestà degli anziani, particolarmente di quelli che godono di una buona reputazione. Le abitudini profondamente radicate, anche se sono sbagliate, sono difficili da modificare, ma è dovere di ognuno mantenersi fermo in ciò che si conosce con certezza essere giusto. Un uomo caritatevole e benevolo, ben familiarizzato con un negro, può, credo, a certe condizioni tenerlo nella sua famiglia come un servo sulla base di nessun altra ragione che il bene del negro; ma un uomo, in quanto uomo, non conosce quello che ci sarà dopo di lui, e non ha alcuna assicurazione che i suoi figli raggiungeranno il grado di saggezza e di bontà necessario in chiunque dispone di un potere assoluto. Da questo capivo che non dovevo essere lo scriba di testamenti in cui alcune creature erano rese padrone assolute su altre per tutta la vita.

Press’a poco in quel tempo un anziano che godeva di buona stima nel vicinato venne a casa mia perché scrivessi il suo testamento. Aveva dei giovani schiavi negri, e gli chiesi in privato come intendesse sistemarli, ed egli mi spiegò le sue intenzioni. Al che io replicai: «Non posso scrivere il tuo testamento senza perdere la pace», e gli diedi rispettosamente spiegazione di questo mio atteggiamento. Mi disse che avrebbe preferito che fossi io a scrivergli il testamento, ma siccome ciò non era compatibile con la mia coscienza, non desiderava forzarmi, e così se lo fece scrivere da un’altra persona. Dopo pochi anni, ci furono grandi cambiamenti nella sua famiglia e venne di nuovo da me per farsi scrivere il testamento. I suoi negri erano ancora giovani, e suo figlio, a cui intendeva lasciarli, dalla prima volta in cui mi aveva parlato si era trasformato da libertino che era in un giovane sobrio; per questo egli aveva pensato che io mi sarei sentito libero di scrivere il testamento. Parlammo a lungo e amichevolmente in proposito e alla fine rimandammo la decisione, e dopo pochi giorni, venne di nuovo e ordinò che fossero liberati, e così io scrissi il suo testamento.

Attorno allo stesso periodo in cui per la prima volta l’amico che ho menzionato mi parlò, un vicino ricevette una brutta contusione e mi mandò a chiamare per fargli un salasso. Dopo che glielo ebbi fatto desiderava che gli scrivessi il testamento. Presi appunti e tra le altre cose mi disse a quale dei suoi figli egli intendeva lasciare la sua giovane serva negra. Considerai il dolore e l’angoscia in cui si trovava e non sapevo come sarebbe andata a finire, così scrissi il suo testamento, ad esclusione di quella parte che riguardava la sua serva, glielo portai accanto al letto e glielo lessi e gli dissi amichevolmente che non potevo scrivere niente che potesse trasformarsi in strumento per ridurre in schiavitù creature mie compagne, senza turbamento per la mia coscienza. Gli dissi che non volevo niente per quello che avevo fatto e che desideravo di essere esonerato dal compilare l’altra parte nel modo da lui proposto. Allora discutemmo seriamente in proposito e alla fine, essendo egli d’accordo nel liberarla, finii il testamento.

Sentendomi attratto a visitare gli amici a Long Island, e avendo ottenuto un certificato dalla nostra assemblea mensile, partii il dodicesimo giorno del quinto mese, dell’anno 1756 [50-51].

Credo che il Signore abbia da quelle parti della gente onestamente preoccupata di servirlo, ma temo che molti siano troppo attaccati alle cose di questa vita e non si facciano avanti a portare la croce con quella fedeltà che l’Onnipotente richiede.

Fui molto preso da questa visita, in occasioni sia pubbliche che private, e in molti luoghi dove mi trovavo, osservando che tenevano schiavi, mi trovai nella necessità di insistere in modo amichevole con loro su quel tema, mettendo apertamente in luce l’incoerenza con la purezza della religione cristiana di quella pratica e gli effetti nefasti di questa su di noi [52].

Fino al 1756 continuai a vendere al dettaglio, oltre a fare il sarto. A quell’epoca cominciai ad essere a disagio, perché il commercio divenne troppo impegnativo. Avevo cominciato vendendo rifiniture per vestiario, poi cominciai a vendere abiti e biancheria , alla fine avevo messo insieme un emporio notevole, la mia attività ogni anno cresceva e ed erano in vista grandi affari, ma sentii dentro di me un invito a fermarmi.

Per grazia dell’Onnipotente avevo abbastanza imparato ad accontentarmi di una vita semplice.Non avevo che una piccola famiglia. Avendo seriamente ponderato la cosa, non credevo la Verità volesse che io coinvolgessi la mia famiglia in affari impegnativi. Era mia costume di comprare e vendere cose veramente utili. Non mi sentivo a mio agio nel trattare prodotti che servivano principalmente a compiacere la vanità delle persone, raramente l’ho fatto, e in quelle occasioni mi sono sentito più debole, come cristiano.

L’aumento degli affari divenne il mio fardello, perché anche se ero portato naturalmente al commercio, credevo che la Verità richiedesse che io vivessi in maniera più libera dagli impegni esteriori e c’era ora in me una lotta tra queste due opposte aspirazioni; e in questa prova le mie preghiere si innalzarono al Signore, che mi ascoltava misericordiosamente e predisponeva il mio cuore ad accettare il suo santo volere. Allora diminuii i miei impegni esteriori, e quando ne ebbi l’opportunità manifestai ai miei clienti le mie intenzioni in modo che loro potessero considerare a qual altro negozio passare, e così in poco tempo chiusi commercio, continuando il mio lavoro di sarto, da solo, senza apprendisti. Avevo anche un vivaio di alberi da melo, in cui impiegavo una parte del mio tempo zappando, trapiantando, potando, e innestando.

Dove vivevo c’è questa abitudine in commercio, di vendere prevalentemente a credito: la povera gente spesso si indebita e , non potendo pagare quando il pagamento viene richiesto, i creditori spesso si rivolgono alla legge per esigerlo. Avendo spesso osservato esempi di questo tipo, mi sembrava opportuno consigliare la povera gente ad acquistare i beni più utili e non costosi [53-54].

Siccome il lusso, anche in forma minima, è sempre connesso in qualche modo con il male, per quelli che si professano discepoli di Cristo e sono considerati guide del popolo, avere il suo stesso atteggiamento, in modo da evitare ogni via sbagliata, è di molto aiuto per i più deboli. A volte, esausto per il caldo, feci ricorso a bevande alcooliche per riprendermi. Ho scoperto allora per esperienza che in tali circostanze la mente non è calma né così ben disposta alla divina meditazione come quando questi estremi sono evitati. Ho anche avvertito una crescente preoccupazione di prestare attenzione a quello Spirito Santo che stabilisce giusti confini ai nostri desideri e guida quelli che lo seguono fedelmente a fare uso di tutti i doni della divina Provvidenza allo scopo cui essi erano intesi. Se coloro che devono amministrare grandi proprietà servissero con semplicità di cuore questo Maestro divino che apre e arricchisce il cuore in modo che gli uomini amino il loro prossimo come se stessi, avrebbero la saggezza di fare a meno di impiegare gente in cose superflue o di costringere altri di lavorare troppo duramente per questo. Ma poiché non ci si attiene fermamente a questo principio del divino amore, uno spirito egoista si impadronisce degli animi: essi sono allora invasi dall’oscurità e e dalla confusione che, sotto tante forme, regna nel mondo. Nel corso della mia attività commerciale, essendo stato alquanto turbato dal crescente fenomeno delle azioni legali per recuperare dei crediti, un ufficiale di polizia, da me richiesto, mi diede una lista dei suoi procedimenti in un anno: 267 mandati,103 citazioni, e 79 esecuzioni. Non ebbi ragguaglio dei mandati eseguiti dallo sceriffo.

Una volta ottenni un mandato per un fannullone che pensavo stesse per fuggire, e questa fu l’unica volta che feci ricorso alla legge per recuperare denaro.

Anche se commerciare in cose utili è un impiego onesto, pure per il grande numero di cosesuperflue che si comprano e si vendono e per la corruzione dei tempi, quelli che si applicano al commercio per vivere hanno un grande bisogno di familiarità con quel precetto che il profeta Geremia dettò per il suo scriba: «Cerchi grandi cose per te stesso? Non cercarle» [Ger. 45,5] [54-55].

Un paragrafo da Copia di una lettera scritta a un amico: Trovo che comportarsi da stolto agli occhi della sapienza di questo mondo e affidare la propria causa in Dio, senza avere paura di offendere quanti sono offesi dalla semplicità della verità, sia l’unica maniera per rimanere insensibili all’opinione altrui. La paura degli uomini è una trappola; impedendoci l’adempimento dei nostri doveri e facendoci ritrarre nel momento della prova, le mani diventano deboli,  ci mescoliamo alla gente, l’orecchio diviene sordo alla voce del vero pastore, così che quando noi guardiamo alla via della giustizia, ci sembra che seguirla non sia cosa da noi [57].

1761-1763

Essendo propenso a visitare alcune assemblee in Pennsylvania, ero alquanto desideroso di avere indicazioni precise sul tempo della partenza. Il decimo giorno del quinto mese, del 1761, nel primo giorno della settimana, mi recai all’assemblea di Haddonfield, determinato a cercare istruzioni celesti: o tornare a casa o partire, come mi sarebbe parso meglio. Sperimentai allora conforto dalla fonte del puro amore e attraversai il fiume. In quella visita partecipai a due assemblee trimestrali e a tre mensili e nell’amore della Verità sentii la mia strada aperta a discutere con alcuni importanti amici che tenevano negri. Poiché ero aiutato a mantenermi fedele alla radice e cercavo di realizzare quello che credevo fosse richiesto da me, sperimentavo la pace via via dentro di me, e riconoscenza nel cuore verso il Signore, che con misericordia si era compiaciuto ad essere la mia guida.

Il mio interesse su questo tema continuò a crescere per alcuni anni. Scrissi allora le Considerazioni sul tenere Negri, Parte Seconda, che fu stampato quell’anno, 1762. Quando i supervisori della stampa ebbero ultimato il loro controllo, offrirono di farne stampare un certo numero, pagato e distribuito con i fondi dell’assemblea annuale; ma ero più a mio agio pubblicando quegli opuscoli a mie spese. Spiegai le mie motivazioni ed essi apparvero soddisfatti.Questi fondi infatti vengono dal contributo dei membri della nostra Società religiosa in generale, tra cui ci sono alcuni che tengono schiavi, ed essendo propensi a mantenerli in schiavitù non sono certo soddisfatti che questi libri vengano diffusi, specialmente se a loro spese, tra la gente dove molti degli schiavi sanno leggere. Spesso, ricevendoli in dono, li nascondono. Ma siccome quelli che fanno una acquisto generalmente comprano ciò che desiderano, credetti che la cosa migliore fosse vendere i miei libri, pensando che in questo modo sarebbero stati letti con attenzione. Furono emessi annunzi su ordine dei supervisori della stampa, da leggersi nelle assemblee mensili per gli affari correnti all’interno dell’assemblea annuale. Vi si diceva dove si trovavano i libri e che il prezzo non superava il costo della stampa e della rilegatura. Molte copie circolarono da noi. Ne mandai alcune in Virginia, alcune a York, e alcune a New Port ai conoscenti che avevo là, e alcune ne tenni, proponendomi di distribuirle dove avessi sentito che potevano essere di qualche vantaggio.

Nella mia giovinezza ero solito lavorare duramente, e anche se ero discretamente sano, non avevo la costituzione resistente di molti altri, cosicché, affaticandomi facilmente, ero ben disposto a simpatizzare sia con gli uomini liberi che, per le circostanze nella vita dovevano continuamente faticare per far fronte alle richieste dei loro creditori, sia con quanti erano in schiavitù. Quando – molto frequentemente -mi sentivo spossato per il troppo lavoro (non per imposizione ma per libera scelta), ero spesso indotto a riflettere sulla causa ultima dell’oppressione che viene imposta a molti nel mondo. E nell’ultima parte del periodo in cui lavorai nella nostra fattoria, il mio cuore, grazie alle rinnovate visite dell’amore divino, spesso si inteneriva e di frequente passavo il tempo libero leggendo la vita e l’insegnamento del nostro Redentore benedetto, il racconto delle sofferenze dei martiri, e la storia del primo sorgere della nostra Società. In questo modo si stabilì in me la convinzione che se quelli che avevano grandi proprietà in generale fossero vissuti nell’umiltà e nella semplicità propria della vita cristiana, e avessero imposto affitti e interessi più abbordabili sulle loro terre e sul loro denaro, spianando così la via a un corretto uso delle cose, un gran numero di persone si sarebbero potute impiegare utilmente.

In questo modo il lavoro sia per gli uomini che per le altre creature sarebbe stato solo una piacevole occupazione, e i diversi tipi di affari che servono fondamentalmente a compiacere le nostre naturali inclinazioni delle nostre menti, e che oggi sembrano necessari per far circolare quel benessere che alcuni accumulano, potrebbero in questo modo essere aboliti, seguendo queste indicazioni suggerite dalla autentica sapienza.E dopo aver considerato in questo modo queste cose, un quesito talvolta è sorto: nella mia condotta mi attengo io stesso a un comportamento che sia in armonia con la giustizia universale? Allora una certa tristezza è calata qualche volta su di me, perché mi sono abituato ad alcune cose che assorbono più attenzione di quello che sapevo inteso per noi dalla sapienza divina [117-119].

Visitando persone eminenti nella Società che tenevano schiavi e discutendo con loro su questo argomento con amore fraterno, ho visto, e tale vista mi ha impressionato, che molti si erano adeguati ad abitudini estranee alla sapienza autentica. Il desiderio di guadagnare per continuare a vivere in quel modo era in grave contrasto con l’opera della Verità. Quando il compito che mi si prospettava era tale per cui,in sottomissione di spirito, sentivo talvolta il bisogno di ritirarmi in luoghi isolati, implorando il Signore con lacrime affinché egli mi prendesse interamente sotto la sua direzione e mi mostrasse la via in cui io dovevo camminare, venivo confermato nella convinzione che se ero il suo fedele servitore mi dovevo attenere alla sua sapienza in tutte le cose e essere docile, ponendo così fine a tutti le abitudini a ciò contrarie, anche se comuni tra le persone religiose [119].

Nel trentunesimo giorno, del quinto mese, del 1761, mi ammalai di febbre, e dopo averla avuta per quasi una settimana ero molto debilitato nel corpo. Un giorno un’invocazione sorse dentro di me: che io potessi comprendere la causa per cui ero afflitto e migliorare la mia condizione. Mi venne allora in mente che perseveravo nel conformarmi ad alcuni costumi che pure non ritenevo giusti. Mentre questa prova spirituale continuava, sentii tutte le forze che erano in me abbandonarsi nelle mani di colui che mi aveva dato l’essere e sentii riconoscenza che mi assoggettasse al suo castigo, e provavo il bisogno di ulteriori purificazioni. Non c’era ora in me nessun desiderio di guarire fino a quando non fosse conseguitolo scopo della castigo che mi colpiva e perciò io giacevo in abbattimento e prostrazione di spirito. E appena mi sentii sprofondare in una calma rassegnazione,avvertii,in un’istante, che la mia natura era interiormente risanata, e da allora cominciai a migliorare [120].

Avevo sentito per molti anni dentro di me l’ amore per i nativi di questa regione che abitano lontano nelle regioni inesplorate e i cui antenati, proprietari e padroni della terra dove noi abitiamo, per un compenso minimo ci avevano ceduto la loro eredità. A Filadelfia nell’ottavo mese del 1761, visitando alcuni amici che avevano schiavi, mi trovai in compagnia con alcuni di questi nativi che vivevano sul braccio sinistro del fiume Susquehanna in una città indiana chiamata Wyalusing, a circa duecento miglia da Filadelfia. Nelle conversazioni con loro grazie a un interprete, e anche osservando il loro aspetto e il loro comportamento, mi convinsi che alcuni di loro in buona misura conoscevano quella potenza divina che sottomette la volontà rozza e recalcitrante delle creature. A volte ebbi l’ispirazione di visitare quei luoghi ma ad esclusione della mia cara moglie non parlai a nessuno del mio progetto fino a che non fu abbastanza maturo.

Allora, nell’inverno del 1762, esposi il mio progetto agli amici nelle assemblee mensili, trimestrali e poi a quella generale di primavera. Avendo ricevuto il consenso degli amici e mentre pensavo di trovarmi una una guida indiana, vennero a Filadelfia per affari un uomo e tre donne da una zona un po’ oltre quella città. Informato del loro arrivo per lettera, li incontrai in città nel quinto mese del 1763. Dopo aver conversato un po’ con loro, scoprendo che erano persone valide, con il concorso di amici in quel luogo, ci accordammo che mi sarei unito a loro nel loro ritorno; e stabilimmo di incontrarci alla casa di Samuel Foulk a Richland nel settimo giorno, del sesto mese. Ora, siccome questa visita mi pareva importante e avveniva in un tempo in cui viaggiare poteva essere pericoloso,memorabili furono i benefici che ricevetti dalla divina provvidenza per prepararmi a questo, e credo che sia bene per me darne qui breve notizia

Dopo aver deciso di andare, il pensiero del viaggio si accompagnava spesso con un’insolita tristezza, e in quei momenti il mio cuore si rivolgeva frequentemente al Signore invocando interiormente il suo aiuto celeste, affinché io potessi seguirlo dovunque egli mi avesse guidato [122-123].

E così presi commiato dagli amici con vero affetto e tenerezza, pensando di procedere nel mio viaggio il giorno seguente. Essendo stanco andai a letto presto. Dopo aver dormito un po’, fui svegliato da un uomo che chiamava alla mia porta. Mi alzai e fui invitato ad andare nel locale pubblico della nostra città ad incontrare alcuni amici che erano venuti da Filadelfia così tardi che gli amici erano andati quasi tutti a letto. Questi amici mi informarono che la mattina precedente era arrivato un corriere da Pittsburgh che portava la notizia che gli indiani avevano preso un forte agli inglesi verso occidente e ucciso e scotennato gli inglesi in diversi luoghi, alcuni vicino a Pittsburgh. Alcuni anziani amici di Filadelfia, conoscendo il tempo stabilito per la mia partenza, si erano consultati e avevano pensato bene di informarmi di queste cose prima che io partissi da casa, in modo da tenerne conto decidendo poi come credevo meglio. Tornai a letto e non dissi niente a mia moglie fino al mattino. Il mio cuore si rivolse al Signore per ricevere dall’alto la sua istruzione celeste; era il momento dell’umiltà.

Quando la informai, la mia cara moglie apparve molto preoccupata, ma in poche ore mi convinsi che era mio dovere procedere nel mio viaggio, e lei sopportò questo con grande rassegnazione.

In questo conflitto interiore esplorai a fondo il mio cuore e invocai con forti grida il Signore perché non fosse assecondato alcun moto dell’animo che non fosse nello spirito puro della verità.

Le cose prima menzionate, di cui avevo così ampiamente parlato in pubblico, apparivano ora nuove davanti a me e mi sentivo interiormente spinto ad affidarmi al Signore perché disponesse di me secondo il suo volere. Così mi congedai dalla mia famiglia e dai vicini in grande sottomissione di spirito e mi recai alla nostra assemblea mensile a Burlington. Dopo aver preso commiato dagli amici attraversai il fiume, accompagnato da Israel e John Pemberton. Il giorno seguente presi commiato da Israel e John mi fece compagnia fino alla casa di Samuel Foulke. Qui incontrai i suddetti Indiani, e fummo felici di rivederci.

Qui incontrai il mio amico Benjamin Parvin, che era informato per lettera e che propose di unirsi a me. Questo fu per me motivo di gran pena, poiché, essendo il viaggio pericoloso, pensai che se fosse venuto sostanzialmente per farmi compagnia e che se fossimo stati presi prigionieri, sentirmi causa delle sue difficoltà sarebbe stato motivo per me di ulteriore afflizione. Così gli dissi francamente quello che pensavo e gli feci capire che ero rassegnato ad andare da solo, ma che se, dopo tutto, veramente credeva che fosse stato suo dovere venire, la sua compagnia sarebbe stata per me di grande conforto. Era un periodo di intensa prova spirituale, e Benjamin appariva così preso dall’idea del viaggio da non potermi lasciare andare facilmente. Così continuammo, accompagnati dai nostri amici John Pemberton, William Lightfoot di Pikeland, e alloggiammo a Bethlehem. Qui ci accomiatammo da John e William  proseguimmo avanti nel nono giorno, del sesto mese, e dormimmo sul pavimento in una casa a circa cinque miglia da Fort Allen. Qui ci congedammo da William, e in questo posto incontrammo un commerciante indiano giunto recentemente dal Wyoming. In una conversazione con lui appresi che molti bianchi vendono spesso rum agli Indiani, cosa che ritengo un gran male. In primo luogo, per il fatto che essi in questo modo sono privati della loro ragione, i loro animi sono violentemente eccitati, e spesso sorgono litigi che finiscono male: l’amarezza e il risentimento che ne derivano durano sovente assai a lungo. In secondo luogo, quando cominciano ad essere alcolizzati, vendono spesso a basso prezzo per comprare rum le pelli e pellicce, che hanno procurate con tanta fatica e ardue spedizioni di caccia e con le quali avrebbero voluto comprare abiti. Quando in seguito soffrono per la mancanza delle cose necessarie per vivere, si adirano con quelli che al solo scopo di guadagnare hanno approfittato della loro debolezza. Di queste cose i loro capi si sono spesso lamentati nei loro trattati con gli inglesi. Vicino alla nostra tenda, ai lati di ampi alberi scorticati per questo scopo c’erano varie rappresentazioni di uomini che andavano e ritornavano dalle guerre, e qualcuno ucciso in battaglia; era un sentiero battuto dai guerrieri. E mentre mi aggiravo guardando quelle storie indiane, dipinte soprattutto in rosso, ma alcune in nero, pensavo alle numerose afflizioni che arrecano nel mondo l’orgoglio e la crudeltà, pensavo agli sforzi e alle fatiche dei guerrieri che attraversano montagne e deserti, pensavo alla loro miseria e angoscia quando erano feriti dai loro nemici lontano da casa, ai colpi che subivano, alla grande stanchezza per l’inseguirsi l’un l’altro sulle rocce e sulle montagne, all’ inquietudine e all’agitazione di chi vive in queste condizioni, e all’odio che cresce nell’animo dei bambini nelle nazioni in guerra tra di loro. Durante queste meditazioni il desiderio di nutrire lo spirito di amore e pace tra questa gente si rinnovò con forza dentro di me.

Questa era la prima notte che noi dormivamo nei boschi, e tutto ci sembrava scoraggiante, perché eravamo bagnati per aver viaggiato nella pioggia, e bagnati erano anche la terra, la nostra tenda, e i cespugli sui cui avevamo pensato di stendere le nostre coperte. Ma sapevo che era il Signore ad avermi spinto avanti finora: egli avrebbe disposto di me secondo quello che gli sarebbe sembrato bene, e per questo mi sentivo tranquillo. Così accendemmo un fuoco davanti all’ingresso aperto della nostra tenda.

Con alcuni cespugli raccolti da terra e le nostre coperte ci preparammo un letto, e stendendoci giù dormimmo un po’. Al mattino non sentendomi molto bene, mi immersi tutto nel fiume. L’acqua era fredda e subito sentii rinnovarsi le mie forze.

Undicesimo giorno del sesto mese. Poiché i cespugli erano bagnati restammo dentro alla tenda fino a circa le otto, quindi continuammo il nostro cammino, traversammo un’alta montagna che doveva avere una base di quattro miglia, e al lato nord era più ripida di tutte le altre tutte le altre. Attraversammo anche due paludi, e dal momento che si era messo a piovere sul far della sera, piantammo la nostra tenda e ci accampammo.

In cammino, verso mezzogiorno, fummo raggiunti da uno dei fratelli moravi che andavano a Wyalusing, con lui c’era un indiano che sapeva parlare inglese; essendo vicini mentre i nostri cavalli pascolavano, conversammo per un po’ amichevolmente; quindi, dal momento che loro viaggiavano più in fretta di noi, ben presto ci lasciarono. Questo moravo, intesi, aveva passato qualche tempo in primavera a Wyalusing ed era stato invitato da qualcuno di loro a tornare .

Dodicesimo giorno, sesto mese, primo giorno della settimana. Essendo un giorno di pioggia restammo nella nostra tenda, e qui fui indotto a pensare alla natura della prova che era di fronte a me.

L’amore era stato il primo moto dell’animo, e di qui era sorta l’aspirazione a passare qualche tempo con gli indiani, in modo da poter sentire e comprendere la loro vita e lo spirito in cui vivono, per vedere se potessi ricevere qualche informazione da loro, o se essi potessero in qualche misura essere aiutati a progredire dal fatto che tra di loro seguivo i principi della Verità. E siccome al Signore piacque aprirmi la strada in un periodo in cui crescevano i guai determinati dalla guerra e a causa del tempo molto umido viaggiare era più difficile del solito in quella stagione, considerai tutto questo come un’occasione favorevole per rafforzarmi spiritualmente ed entrare in una maggior simpatia con loro. Siccome il mio occhio era rivolto al grande Padre delle misericordie, desiderando umilmente apprendere in qual senso la sua volontà stesse disponesse di me, fui reso tranquillo e contento [126-128]. Fui indotto ad un rigoroso e penoso esame di coscienza, nel quale cercavo se io, come individuo, mi fossi mantenuto libero da tutte le cose che tendevano a provocare guerre o collegate ad esse, sia in questa terra che in Africa, e il mio cuore era profondamente preoccupato che in futuro io potessi in tutte le cose aderire fermamente alla pura Verità e vivere e camminare nella schiettezza e nella semplicità di un sincero discepolo di Cristo [129].

Raggiungemmo l’accampamento indiano nel Wyoming, e qui ci venne detto che un messaggero indiano era stato in quel posto un giorno o due prima di noi e aveva portato notizie sulla conquista di un forte inglese nell’ovest da parte degli indiani che avevano ucciso tutti quanti vi abitavano e tentavano ora di conquistare un altro forte. Venimmo anche a sapere che un altro messaggero indiano era giunto in quel posto circa a mezzanotte, subito prima che noi arrivassimo lì, da una cittadina a circa dieci miglia sopra Wyalusing e aveva portato notizie secondo cui qualche guerriero indiano che veniva da regioni lontane era arrivato in quella cittadina con gli scalpi di due inglesi e aveva detto alla gente che c’era la guerra con gli inglesi.

Le nostre guide ci condussero alla casa di un uomo molto anziano, e subito dopo che noi avemmo sistemato il nostro bagaglio, venne un uomo da un’altra casa indiana un po’ distante. Io, percependo che c’era un uomo vicino alla porta, uscii; teneva un tomahawk avvolto, nascosto sotto un mantello di pelliccia e appena mi avvicinai lo impugnò. Ciò nonostante gli andai incontro e rivolgendomi a lui amichevolmente mi resi conto che capiva un po’ di inglese. Allora il mio compagno venne fuori e ci intrattenemmo con lui spiegandogli la natura della nostra visita da quelle parti; e allora lui, entrando con noi nella casa, parlò con le nostre guide, assunse un contegno amichevole, si sedette e fumò la sua pipa.

Per quanto spiacevole fosse stato il fatto che egli impugnasse l’ ascia nell’istante in cui mi avvicinai a lui, credo che non avesse altro scopo che di essere pronto a rispondere ad una eventuale violenza nei suoi confronti.

Ascoltando le notizie portate da questi corrieri indiani, e considerando quanto ci avevano detto gli indiani che ci ospitavano: che gli indiani che erano intorno al Wyoming prevedevano di spostarsi entro pochi giorni in qualche villaggio più grande, pensai che tutte le apparenze esteriori indicavano che era pericoloso viaggiare in quel momento. Dopo un duro giorno di viaggio la notte mi trovai ad affrontare un momento di dolorosa prova spirituale, in cui dovetti ripercorrere e ripensare a tutti i passi che avevo intrapreso dal primo momento in cui avevo cominciato la visita. Anche se dovevo lamentare qualche debolezza in cui talvolta ero caduto, pure non potevo trovare di essere incorso in una volontaria disobbedienza. Ora, dal momento che ero convinto di essere giunto fino a questo punto per senso del dovere, imploravo con il più grande fervore di spirito il Signore affinché mi mostrasse che cosa dovevo fare.

In quel momento di angoscia fui preso dallo scrupolo che potessero avere qualche spazio in me il desiderio della reputazione di uomo fermamente determinato a perseverare attraverso i pericoli, o il timore del disonore per esser tornato senza aver compiuto la missione. Così giacqui carico di pensieri per gran parte della notte, mentre il mio caro compagno dormiva accanto a me, fino a quando il Signore, il mio misericordioso Padre, che vedeva i conflitti della mia anima, si compiacque di darmi tranquillità.

Allora ritrovai la forza di porre la mia vita e tutto il resto nelle mani di Dio. Mi addormentai e dormii un poco verso la fine della notte e al mattino ci alzammo.

Allora nel quattordicesimo giorno, del sesto mese, cercammo e visitammo tutti gli indiani che potevamo incontrare lì intorno, siccome si trovavano soprattutto in un posto a circa un miglio dal luogo in cui eravamo alloggiati, ed erano forse venti in tutto. Qui espressi la mia preoccupazione e dissi loro che un amore vero mi aveva spinto a lasciare la mia famiglia, a venire a vedere gli indiani e a parlare con loro dove essi abitavano. Alcuni di loro apparivano gentili e amichevoli [129-131].

Continuammo e raggiungemmo Wyalusing circa a metà del pomeriggio, e il primo indiano che vedemmo era una donna di modesto aspetto, con un bambino, che prima parlò alla nostra guida e poi con una voce armoniosa espresse la sua gioia di vederci, avendo udito in precedenza della nostra venuta. Poi ci sedemmo su un ceppo dietro indicazione della nostra guida, che andava in città a dire alla gente che eravamo arrivati. Il mio compagno ed io eravamo seduti accanto in una profonda tranquillità interiore, la povera donna venne a sedersi vicino a noi. Fummo invasi da religioso timore, e ci rallegrammo sperimentando nelle nostre anime la manifestazione dell’amore divino.

Dopo un po’ udimmo un suono che veniva da una conchiglia, e arrivò John Curtis e un altro indiano che gentilmente ci invitò in una casa vicino al villaggio, dove trovammo circa sessanta persone che sedevano in silenzio. Dopo esser rimasto seduto un po’ di tempo, mi alzai e con qualche commozione li misi al corrente della natura della mia visita e del fatto che un sincero interesse per il loro bene mi aveva spinto a venire da così lontano per vederli.Tutto in poche brevi frasi, che qualcuno di loro,  comprendendo, tradusse agli altri; e la gioia apparve tra di loro. Allora mostrai loro la lettera che mi autorizzava, e ne venne illustrato il contenuto; e il fratello moravo che ci aveva sorpassato nel viaggio, essendo anch’egli presente, mi diede il benvenuto.

Diciottesimo giorno, sesto mese. La mattina ci riposammo, e gli indiani, sapendo che il fratello moravo ed io eravamo di differenti società religiose, e avendolo alcuni del loro popolo incoraggiato a venire e a stare un poco con loro, erano, credo, preoccupati che qualche discussione o discordia potesse avere luogo nelle loro assemblee. Dopo, credo, essersi consultati, mi fecero sapere che il popolo a una mia richiesta si sarebbe riunito in ogni momento in assemblea e mi dissero anche che prevedevano che il fratello moravo parlasse nelle riunioni già stabilite, che si tenevano normalmente di mattina e verso sera.

Così trovai la libertà nel mio cuore di parlare al fratello moravo e gli dissi quanto fossi sollecito per il bene di quelle persone e che ero convinto che nessun effetto negativo sarebbe conseguito al fatto che io eventualmente parlassi qualche volta nei loro incontri quando l’amore mi inducesse a farlo, senza farli riunire appositamente in momenti in cui di solito non si incontravano. Egli ci disse di essere ben disposto nei confronti di un mio eventuale discorso, in qualunque momento mi fossi avessi sentito di farlo.

Così verso sera andai alla loro assemblea, dove si percepiva il puro amore evangelico, che inteneriva i cuori di alcuni di noi. Gli interpreti sforzandosi di mettere il popolo a conoscenza di quello che io dicevo, in brevi frasi, incontravano qualche difficoltà: nessuno di loro era padrone della lingua inglese e di quella delaware. Così si aiutavano l’un l’altro e potemmo procedere insieme, in presenza dell’amore divino. Poi, sentendomi invadere dallo spirito di preghiera, dissi agli interpreti che avevo sentito nel mio cuore il desiderio di pregare Dio e che ero convinto che se io avessi pregato in un modo giusto, mi avrebbe ascoltato e espressi loro la mia volontà di fare a meno della traduzione. Così il nostro incontrò terminò con una manifestazione dell’amore divino. Prima che il popolo fosse uscito osservai Papunehang (l’uomo che era stato pieno di zelo negli sforzi per riformare quella città, sincero e tenero di cuore) parlare a uno degli interpreti. Mi fu detto in seguito che in sostanza lui aveva detto questo: «Amo sentire da dove vengono le parole.»

Diciannovesimo giorno del sesto mese, primo giorno della settimana. La mattina, nell’assemblea, l’ indiano che era venuto con il moravo, appartenendo egli stesso a quella società, pregò, e il moravo parlò brevemente alla gente. Nel pomeriggio si incontrarono ancora ed essendo il mio cuore pieno di sollecitudine per il loro bene, parlai loro un poco attraverso gli interpreti, ma nessuno traduceva bene.

Sentendo irrompere il flusso dell’amore , dissi agli interpreti che ero convinto che qualcuno tra il popolo mi avrebbe compreso, e così procedetti. Credo che lo Spirito Santo, in quell’esperienza, sia stato presente edificando i cuori di alcuni, anche se non tutte le parole erano comprese [132-133].

Ora, sentendomi libero di tornare, alla conclusione del mio intervento nella riunione presi congedo da loro, tutti insieme. Così ci preparavamo a tornare a casa. Ma qualcuno dei loro uomini più attivi ci disse che quando saremmo stati pronti a partire, il popolo avrebbe voluto venire a stringerci la mano, cosa che fecero quelli che erano soliti venire alle riunioni. Seguendo un’ispirazione interna, andai tra alcuni di quelli che non erano venuti alla riunione e presi congedo anche da loro. Il fratello moravo e il suo interprete indiano nel momento di separarci ebbero per noi manifestazioni di grande riguardo [135].

Ci aspettavamo di avere come compagnia solo due indiani, ma quando fummo pronti a partire scoprimmo che molti di quelli che stavano andando a Behtlehem con pelli e pellicce avevano deciso di accompagnarci. Caricarono due canoe e ci invitarono a entrarci, dicendoci che con le piogge le acque erano salite e allora era meglio che i cavalli li prendessero quelli che erano più esperti dei guadi del fiume. Così noi, con parecchi indiani, andammo in canoa, e altri andarono a cavallo, ce n’erano sette oltre a noi. Ci demmo appuntamento una volta con i cavalieri lungo la strada, verso sera, un po’ oltre il ramo del fiume chiamato Tunkhannock, e alloggiammo lì; alcuni dei giovani andarono a caccia prima del crepuscolo e portarono un cervo[135].

Venticinquesimo giorno del sesto mese. Raggiungemmo Bethlehem, stando attenti a precedere gli altri e ad avvertire la gente per strada e nei pressi che si trattava di indiani. Trovammo che questo era necessario perché gli abitanti della frontiera erano spesso allarmati per i rapporti sulle uccisioni di inglesi da parte di indiani a ovest.

Nella nostra compagnia c’erano alcuni che non ricordavo di aver visto alle riunioni, e qualcuno di loro all’inizio era molto riservato, ma restando parecchi giorni insieme e comportandoci amichevolmente verso di loro e rendendo loro favori appropriati per i servizi che essi ci avevano reso, divennero più liberi e socievoli.

Ventiseiesimo giorno del sesto mese e primo della settimana. Dopo esserci sforzati di sistemare nel modo migliore possibile con gli indiani, tutte le cose relative al nostro viaggio, ci congedammo da loro, e mi parve che in generale si separassero da noi con molto affetto. In seguito, dopo aver raggiunto Richland, avemmo una riunione molto buona con i nostri amici. Qui presi commiato dal mio gentile amico e compagno Benjamin Parvin, e accompagnato dal mio amico Samuel Foulke cavalcai fino alla casa di John Cadwalader da cui raggiunsi casa mia il giorno successivo, trovando la mia famiglia abbastanza bene. Loro e i miei amici apparivano tutti felici di vedermi ritornare da un viaggio che sapevano pericoloso. Ma mentre ero stato lontano la mia mente era stata tanto impegnata nello sforzo per ottenere una perfetta rassegnazione, e io ero stato così spesso confermato nella convinzione che qualunque cosa il Signore si fosse compiaciuto di assegnarmi sarebbe stata positiva, da esser preoccupato di dover ammettere un certo grado di egoismo nell’essere troppo felice. Mi sforzai di migliorare, attraverso a quelle prove, secondo quanto il mio benigno Padre e protettore disponeva per me.

Tra gli abitanti inglesi e Wyalusing c’era solo uno stretto sentiero, in molti luoghi ostruito da cespugli e interrotto da numerosi alberi caduti, cosa che insieme con le montagne, le paludi e le aspre rocce, lo rendeva un percorso difficile, tanto più a causa dei numerosi serpenti a sonagli ( ne uccidemmo quattro). Chi non ci è stato non ne ha che un’idea molto vaga. Ma io non vi appresi solo la pazienza, ma imparai anche a essere riconoscente a Dio, che perciò mi guidò intorno e mi insegnò ad avere una percezione pronta e viva della sofferenza delle creature come me, che vivono tra tante difficoltà [136-137].

1772

Ottavo giorno, sesto mese, 1772. Arrivato a Londra e andato direttamente all’assemblea annuale dei ministri e degli anziani che si era riunita (credo) da circa un’ora. In questo incontro la mia mente era umilmente contrita. La riunione per gli affari correnti ebbe luogo nel pomeriggio e con gli aggiornamenti durò quasi una settimana. In questi incontri io sentivo una viva preoccupazione perché gli amici si stabilissero nella pura vita della verità e il mio cuore si aprì nella riunione dei ministri, in quello per gli affari correnti , e in molte riunioni per il culto pubblico: sentivo la mia mente unita in vero amore con i fedeli servitori che ora si riunivano in quest’assemblea annuale venendo da molti luoghi [181].

Dopo aver indagato in diversi posti ho trovato che il prezzo della segale era di circa 5 scellini per bushel; il grano circa otto scellini, la farina d’avena 12 scellini per 120 libbre; la carne di montone da 3 a 5 penny per libbra; la pancetta da 7 a nove penny, il formaggio da 4 a 6 penny; il burro da 8 a 10 penny, l’affitto della casa per un povero da 25 a 40 scellini all’anno, da pagare ogni settimana; la legna da fuoco molto scarsa e cara; il carbone in qualche luogo 2 scellini e 6 penny per 112 libbre, quello vicino alle miniere costava meno di un quarto di quel prezzo. Oh, possano i ricchi considerare le condizioni dei poveri!

La paga degli operai in molte contee vicino a Londra, è di 10 penny al giorno nelle attività comuni; il datore di lavoro procura un po’ di birra leggera e l’operaio si procura il cibo; ma nel tempo del raccolto e della fienagione, le paghe sono di uno scellino e l’operaio usufruisce dell’intero pasto. In qualche parte nel nord dell’Inghilterra i braccianti poveri che lavorano mangiano nei luoghi di lavoro e sembrano stare molto meglio di quanto non avvenga vicino a Londra. Donne laboriose che filano nelle manifatture guadagnano al giorno alcune 4 penny, alcune 5, e così via; 6, 7, 8, 9 penny, o 10, e si procurano con i loro mezzi la stanza e il pasto. Un gran numero di poveri vive fondamentalmente di pane e acqua nelle regioni meridionali dell’Inghilterra e un certo numero anche in quelle settentrionali, e molti bambini poveri non imparano a leggere. Possano quelli che vivono nel benessere tenere a mente queste cose!

Spesso le vetture postali superano le cento miglia in 24 ore, e ho sentito amici in molti posti raccontare che è comune per i cavalli muoiano uccisi dalla durezza del trattamento cui sono sottoposti. Di altri ho sentito che spinti a correre fino a diventare ciechi. Queste carrozze che corrono gran parte della notte spesso nel buio investono la gente.

Gli addetti svolgono il loro lavoro, ciascuno al proprio posto, tutta la notte durante l’inverno. Alcuni che percorrono grandi distanze, soffrono molto nelle notti d’inverno, e in parecchi luoghi ho sentito che muoiono assiderati. Tanto grande è la fretta che anima questo mondo, la fretta di fare affari e di arricchire. Si leva per questo oggi il lamento della creazione!

Siccome non ho viaggiato a cavallo, ho avuto molte proposte di utilizzare queste vetture, ma non l’ho mai fatto e non mi sono mai permesso di inviare lettere attraverso questi corrieri postali, col sistema con cui funzionano oggi: le tappe sono stabilite così rigidamente, e un corriere dipende talmente dall’orario dell’altro da percorrere 100 miglia in 24 ore, con grandi sofferenze di questi poveretti nelle fredde e lunghe notti d’inverno.

In America ho sentito parlare del modo in cui funzionano questi corrieri postali e ho avvertito gli amici dell’assemblea generale dei ministri e degli anziani a Philadelphia e dell’assemblea annuale dei ministri e anziani a Londra invitandoli a non inviarmi normalmente lettere per posta. Anche se è probabile che in questo modo avrò più raramente notizie della famiglia che ho lasciato alle spalle, pure per amore della giustizia sono egualmente, contento, per dono di Dio.

Ho provato un grande dolore da quando sono su questa isola, a causa dei membri della nostra Società inseriti in vari tipi di affari e traffici poco puliti. Enorme è il commercio degli schiavi dall’Africa!

E per fornire di carichi queste navi viene impiegata molta gente tra cui molti fanno parte della nostra Società! Gli amici in origine rifiutavano di fare o di commerciare cose superflue, sulla base dei loro principi religiosi, di questo abbiamo ampie testimonianze scritte; ma per mancanza di fede alcuni lasciarono spazio a queste cose, perfino alcuni i cui esempi erano lodati nella nostra Società, e da allora altri si sono hanno presi maggiori libertà. Membri della nostra Società hanno lavorato per produrre cose superflue e le hanno comprate e vendute, e in questo modo la vista di molti si oscurò. Infine gli amici cominciarono a fare uso del superfluo nei vestiti, nei mobili delle loro case, e questa pratica si diffuse ampiamente, fino al punto che una quantità di cose superflue è comune tra di noi.

In questo stato di decadenza molti guardano all’esempio altrui e rifiutano troppo spesso il puro sentimento della Verità. Negli ultimi anni ho percepito acutamente la necessità che gli amici scavino in profondità, buttino via le scorie e ritrovino la roccia, il fondamento sicuro, prestando ascolto a quella divina voce che risuona chiara e certa. Ho sentito in questa voce che non inganna che se gli amici che hanno conosciuto la Verità si mantengono in quella tenerezza di cuore in cui si abbandonano tutte le prospettive di guadagno esteriore , e la fiducia è solo nel Signore, questi guiderà con misericordia alcuni di loro a essere modelli di abnegazione nelle cose relative al commercio e nel lavoro artigianale. Allora alcuni che hanno in abbondanza i tesori di questo mondo costituiranno un esempio di vita semplice e frugale, e retribuiranno i loro dipendenti in modo più generoso di quanto non sia ora in uso in qualche luogo.

Ventitreesimo giorno, ottavo mese. In questo giorno sono stato a Preston Patrick. Qui ho sognato mia madre. Ho partecipato a una buona assemblea. Sono stato ospitato parecchie volte in case di amici che si circondano di vari oggetti che producono l’impressione di lusso e di esteriorità e, muovendomi con riservatezza, ebbi occasione di conversazioni private, in cui la divina bontà ci donò istanti di commozione.

La deviazione dalla quella semplicità che è in Cristo , generale nella nostra Società, il commercio di schiavi tra quest’isola e l’Africa, gli altri traffici basati sull’oppressione, i molti che lavorano nelle fabbriche per mandare avanti traffici poco onesti, e quelli che si acquistano invece una grandezza esteriore con questa sorta di guadagni: questa degenerazione mi pesa tanto, la mia ribellione è così profonda, il desiderio di riforma è così ardente nel mio cuore! Potessimo giungere al giusto uso delle cose, vivendo di poco, così da abitare, su quella santa montagna in cui esse non possano né ferire né distruggere [Is.11,9]! Potessimo non solo evitare di opprimere le creature come noi, ma anche liberarci da ogni legame di interesse con persone che pubblicamente praticano l’oppressione, in modo che in noi si realizzi la profezia: «Starai lontano dall’oppressione» [Is. 54:14] Mentre ero sottoposto a questa prova qualche volta ha contributo a mitigare la mia sofferenza la vista di innocenti uccelli sui rami e di pecore al pascolo, che agiscono secondo la volontà del loro Creatore .

Ventiseiesimo giorno, ottavo mese, 1772. Trovandomi ora nella casa di George Crosfield nella contea di Westmoreland sento il bisogno di affidare alla scrittura quello che mi è sembrato un caso non comune. Durante una malattia, la pleurite, circa due anni e mezzo fa, giunsi così vicino alle porte della morte da dimenticare il mio nome. Mentre dunque desideravo di scoprire chi ero, vidi una massa di materia di un colore fosco, oscuro, tra il sud e l’est. Mi fu detto che questa massa era formata da esseri umani nella più miserabile delle condizioni di vita, e che io ero mescolato con loro e che quindi non potevo considerarmi come un essere distinto o separato. Rimasi in questo stato per parecchie ore. Udii poi una voce dolce e melodiosa, più pura e armoniosa di ogni altra voce che mai avessi udito, e credetti fosse la voce di un angelo che parlava con altri angeli. Le parole erano: «John Woolman è morto». Subito mi ricordai che una volta io ero John Woolman, e assicurandomi di essere vivo nel corpo mi interrogai a lungo su quello che la voce celeste poteva significare. Ero convinto al di là di ogni dubbio che fosse la voce di un santo angelo, ma tuttavia il mistero rimaneva.

Fui allora condotto in spirito nelle miniere, dove povera gente oppressa scavava tesori per quelli che sono chiamati cristiani. Udii quegli uomini bestemmiare il nome di Cristo e io ero addolorato, perché il suo nome mi era prezioso. Venni a sapere che a questi infedeli era stato detto che essere oppressi dai seguaci di Cristo. Essi dicevano tra sé: «Se Cristo li ha indotti a trattarci in questo modo, allora Cristo è un crudele tiranno.»

Per tutto questo tempo il canto dell’angelo rimase un mistero, e al mattino la mia cara moglie e altri vennero accanto al mio letto, e io chiesi loro se sapevano chi ero; loro mi dissero che ero John Woolman e pensarono che fossi fuori di me, perché non raccontai loro osa mi aveva detto l’angelo, e non volevo parlarne molto con nessuno. Ero invece molto desideroso di riflettere in profondità sul significato di quel mistero.

La mia lingua era spesso così secca che io non potevo parlare fino a quando io l’avessi mossa radunando un po’ di saliva. Dopo esser giaciuto immobile per un un certo tempo, sentii finalmente la potenza divina disporre la mia bocca alla parola,. Dissi allora: «Sono crocefisso con Cristo,e nonostante ciò io vivo, eppure non io, ma Cristo vive in me, e la vita che vivo ora nella carne è per fede nel Figlio di Dio, che mi ha amato e ha dato se stesso per me» [Gal 2:20]. Allora il mistero fu rivelato, e io ho percepito che c’era gioia in cielo su un peccatore pentito e che quelle parole «John Woolman è morto» non significavano altro che la morte della mia volontà.

Nono mese, 28, 1772. Trovandomi ora nella casa del mio amico Thomas Priestman nella città di York, così debole nel corpo da non sapere come la mia malattia possa finire, sono preoccupato di affidare alla scrittura un caso il cui ricordo mi ha spesso colpito. Un onesto amico in America, che morto poco meno di un anno fa, qualche mese prima della sua scomparsa, mi disse in sostanza quello che segue.

Aveva visto in sogno o in una visione notturna un grande stagno di sangue da cui sorgeva una nebbia. Aveva visto questa nebbia, a una certa distanza, diffondersi intorno, e un gran numero di persone vi camminava avanti e indietro, e i loro abiti avevano il colore del sangue. Compresi che egli aveva visto rappresentata in questo stagno di sangue la condizione degli uomini crudeli di cuore a causa dei quali tanto sangue si sparge in Africa, tante vite sono distrutte nella traversata per il fetore  insopportabile e altri tormenti, e l’ oppressione estrema porta molti schiavi a una morte prematura. Quella nebbia in cui la gente camminava rappresentava il guadagno ricavato dalla mercanzia e dai traffici che molti praticavano pur sapendo che il guadagno veniva dall’oppressione.

Questo amico avendo avuto negli ultimi giorni della sua malattia desiderio di vedermi, mi mandò alla fine un messaggero e senza indugio andai. Chiese di stare con me in privato, ciò che gli fu concesso, e allora mi disse alcune cose in merito ai guadagni ottenuto con la schiavitù. Non poteva lasciare in pace questo mondo senza confidarsi con me. Per tutto questo tempo apparve calmo e tranquillo. Acconsentì che entrasse la sua famiglia, e i segni della morte si manifestarono in circa un’ora.

Dopo circa cinque ore dal mio arrivo, credo, egli trasse quietamente il suo ultimo respiro. Siccome non credo abbia lasciato nessuna memora scritta di quel sogno o di quella visione della notte, credo che sia ora opportuno che sia io a farlo [181-187].