Autori: Rufus M. Jones

Rufus M.Jones fu il massimo storico del movimento quacchero di cui propose una interpretazione di tipo teologico «liberale» (cf. postfazione di P.C.Bori). Fu per lungo tempo professore a Haverford College ( vicino a Philadelphia). Ebbe anche un importante ruolo nella attività umanitaria dell’American Friends Service Commettee. Le pagine seguenti sono tratte da Finding the Trail of Life, (Trovare la traccia della vita, 1926, e poi 1954).
La mia vita e un’ampia osservazione dei bambini mi hanno convinto che l’esperienza mistica è molto più comune di quello che si crede di solito. I bambini non sono così assorbiti come noi dalle cose e dai problemi. Non sono pienamente organizzati per affrontare il mondo esterno tanto quanto lo siamo noi, adulti. Non vivono sulla base di teorie bell’e pronte. Sono più aperti alla sorpresa e alla meraviglia. Sono più sensibili ad ammonizioni, a lampi, ad ispirazioni. L’invisibile colpisce le loro anime e essi sentono la
sua presenza come un qualcosa del tutto naturale. Wordsworth era senza dubbio un insolito e non comune fanciullo, ma molto bambini, che non furono mai poeti, hanno sentito quello che lui ha sentito. «Spesso ero
incapace», ha scritto nella prefazione alla sua grande «Ode» «di pensare alle cose esterne come dotate di un’esistenza esterna, e sentivo di essere partecipe di tutto quello che vedevo come qualcosa che non era
separato dalla mia natura immateriale, ma ineriva ad essa. Molte volte mentre andavo a scuola mi sono arrampicato per un muro o su per un albero per richiamare me stesso alla realtà da quest’abisso di idealismo». Il mondo interiore è tanto reale quanto quello esterno, fino a quando gli eventi ci forzano a occuparci soprattutto del mondo esteriore [10-11].
Le mie radici erano profondamente piantate nel sottosuolo quacchero, per molte generazioni .
C’erano, tuttavia, alcune caratteristiche connesse al mio ingresso nel mondo che potevano naturalmente scoraggiare un nuovo venuto. La casa in cui giunsi era ammobigliata in maniera estremamente semplice.
Ero lontano molte miglia da una qualunque città; un freddo e ventoso inverno aveva raggiunto il suo apice, il 25 gennaio del 1863, non c’erano comodità, e pochi presupposti per quello che noi di solito chiamiamo
cultura. Ma questi aspetti mi infastidivano poco. Non sapevo affatto che questo è un mondo di ineguaglianze e non prevedevo affatto la battaglia attraverso cui uno conquista quello che ha.
Il solo fatto reale che posso riferire riguardo a queste prime ore mostra qual era la più alta ambizione della mia famiglia e illustrerà anche un tratto caratteristico di quella persona della mia famiglia che ha fatto molto per dare forma alla mia vita in quegli anni, quando io ero plastico al tocco. Appena mi trovai tra le braccia di mia zia Pace, la sorella più vecchia di mio padre, che viveva con noi – santa tra i santi di Dio- ebbe una «manifestazione»  : altre ne aveva avuto, perché aveva il dono della visione profetica.
«Questo bambino – disse – un giorno testimonierà il messaggio dell’Evangelo in terre lontane e a popoli di là dal mare». Questo disse in modo solenne, con calma e convinzione, come se vedesse la piccola cosa improvvisamente dal suo grembo alzarsi, andare. Quella profezia può sembrare come una semplice parola ma esprimeva il più alto ideale di quella donna totalmente dedita, e la sua fede nel compimento di quella profezia non venne ami meno, perfino quando il ragazzo mostrava segni di fare tutto meno che realizzare quella speranza. Se i vicini, nel periodo della mia giovinezza, fossero stati informati di questa profezia, ho paura che sarebbero rimasti quasi scossi nella loro fede nella previsione di questa straordinaria donna che tutti loro amavano e nella cui capacità di comprendere essi implicitamente confidavano.
Mentre ero troppo giovane per avere una religione per me stesso, mi trovavo in una casa dove la religione manteneva la sua fiamme sempre accesa. Avevamo ben poca «roba», ma eravamo ricchi di un benessere invisibile. Non ero stato battezzato e «fatto cristiano» in una chiesa, ma ero asperso dalla mattina alla sera dalla rugiada della religione. Non consumammo mai un pasto che non cominciasse con un silenzio di ringraziamento; non cominciammo mai una giornata senza una «riunione di famiglia» in cui la mamma leggeva un capitolo della Bibbia, lettura seguita da silenzio intenso. Questi silenzi, durante i quali i bambini
della mia famiglia erano fatti tacere in una sorta di timore reverenziale, segnarono significativamente il mio sviluppo spirituale. C’era lavoro dentro e fuori la casa che aspettava di essere fatto, eppure eccoci seduti in silenzio, quieti, senza far nulla. Scoprii ben presto che qualcosa di reale stava accadendo. Sentivamo aprirsi dentro la via che conduce laggiù, donde vengono le parole vive: e molto spesso venivano.
Qualcuno rendeva onore a Dio e parlava con lui in maniera così semplice e tranquilla che lui non sembrava mai lontano. Le parole aiutavano a spiegare il silenzio. Stavamo trovando quello che cercavamo. Quando cominciai a pensare a Dio non ho mai pensato a lui come distante. Durante gli incontri alcuni degli Amici che pregavano parlavano forte quando lo invocavano, ma a casa egli udiva sempre facilmente e sembrava essere lì con noi nel silenzio vivente. I miei primi passi nella religione furono dunque azioni. Era una religione che facevamo insieme. Quasi niente mi veniva detto come per istruirmi. Tutti ci riunivamo insieme per ascoltare Dio e poi uno di noi gli parlava per gli altri. In questi semplici modi la mia disposizione religiosa veniva inconsciamente formata e le radici della mia fede nelle realtà invisibili penetravano in profondità, al di sotto del mio modo di pensare ancora grezzo e infantile[18-22].
Una delle più recenti memorie domestiche dopo la nebbia che avvolge i «primi anni» è il ritorno di mia zia Pace -la zia della profezia- da un’ampia visita religiosa alle assemblee dei quaccheri dell’Ohio e dello Iowa. Senza dubbio io ero molto impressionato dalle cose che lei mi aveva portato. Per me erano meravigliose come lo erano i nativi dalla pelle scura che Colombo riportò dal suo viaggio per la gente che si affollava intorno alla nave con cui era ritornato. Allora lo Iowa era più lontano di quanto non lo siano ora le Filippine. Ma l’impressione seguente fu procurata dalle storie meravigliose di provvidenziali interventi e singolari indicazioni di cui aveva fatto esperienza durante il viaggio. Io ascoltavo come se uno degli Argonauti stesse raccontando le sue avventure alla ricerca del Vello d’oro. Per ogni luogo dove c’era una casa per le assemblee quacchere aveva il suo episodio particolare che mi veniva continuamente raccontato. Ogni piccolo ragazzo che lei aveva incontrato e con cui aveva parlato in quel mondo lontano mi veniva nominato e descritto. Fu questo il primo evento che mi fece capire che il mondo è tanto grande.
Prima di questo, mi sembrava che finisse dove il cielo toccava le colline. Ma ora mia zia era stata oltre il luogo dove il cielo discende, e lei aveva trovato che la terra andava oltre, laggiù! Ma dopo tutto, la cosa più straordinaria era il modo in cui Dio si era preso cura di lei e gli aveva detto cosa fare e cosa dire in ogni luogo in cui era stata. Tutto questo mi sembrava esattamente uguale alle cose che mi avevano letto riguardo alla vita di Giuseppe, Samuele e Davide, e immaginavo che tutti coloro che fossero buoni fossero accuditi e guidati in quella maniera meravigliosa. Decisi di essere buono, per essere uno di quelli che sono guidati in quel modo ![28-29]
Tuttavia, la cosa che ha avuto più influenza sulla mia liberazione dalla paura fu la mia scoperta infantile che Dio era con me e che io appartenevo a lui. Dico «scoperta» ma si tratta di una maturata lentamente, soprattutto come risultato dell’atmosfera della mia casa. Dio, come ho detto, era reale per tutti nella nostra famiglia, come lo era la nostra casa o la nostra fattoria. Ho compreso presto che la zia Pace lo conosceva e che la nonna aveva vissuto più di ottanta anni in una relazione intima con lui.
Colsi la loro fede semplice e presto ne ebbi una per mio conto. Gradualmente giunsi a sentirmi sicuro che qualunque cosa potesse esserci nel buio della mia camera, Dio era certamente lì, più forte di tutto il resto messo insieme. Imparai a sussurrargli appena entrato nel letto -non ho mai imparato a pregare in ginocchio di fianco al letto. Non ho mai visto nessuno farlo fino a quando non sono andato al collegio. Gli «affidavo» tutto. Gli dicevo che non potevo occuparmi di me stesso e gli chiedevo di proteggere e curare il ragazzino che aveva bisogno di lui. E credevo che lo avrebbe fatto. Sapevo che zia Pace non aveva mai avuto dubbi e cercavo di seguire il suo piano di vita. C’erano delle occasioni nella mia infanzia in cui il Dio che amavo era più reale delle cose di cui avevo paura e sono convinto che tutti i bambini sarebbero religiosi in una maniera genuina se avessero qualcuno che li guidasse rettamente verso Dio, a cui essi appartengono[38-39].
Tutti, a casa, così come molti dei nostri visitatori, credevano implicitamente nell’immediata guida divina. Coloro che partivano dalla nostra assemblea per svolgere un intenso ministero religioso -ed accadeva spesso – sembravano sempre essere scelti per queste importanti missioni direttamente, come lo erano i profeti di un tempo. Fra i miei ricordi remoti c’è quello degli Amici seduti a parlare con la nonna di qualche «preoccupazione» che li dominava e l’intero argomento sembrava importante come se fossero stati chiamati da un re della terra ad amministrare un impero. Sono stati in parte questi casi di divina elezione e l’impressione costante che Dio stesse usando queste persone che sapevo suoi messaggeri, a rendermi sicuro del fatto che eravamo il popolo da Lui scelto. Ad ogni modo sono cresciuto con questa ferma convinzione, e gli eventi che saranno raccontati in un capitolo seguente hanno approfondito questo sentimento[47-48].
Quando avevo dieci anni sopraggiunse una delle crisi della mia vita. Era una grande sfortuna, che si rivelò una benedizione, come avviene di solito, se uno ha gli occhi per vederlo. Era una ferita al piede che per poco non mi costò una gamba e minacciò seriamente la mia vita. Attraverso il dolore e la sofferenza ho scoperto che cos’era l’amore di una madre[60].
Per nove mesi non mossi un passo, e per la prima settimana della mia malattia mia madre sedette ogni notte di fianco a me sentii il suo amore scendere su di me. Quando mi assaliva il dolore che mi tormentava, bisognava fare qualcosa per distrarmi, per far passare le lunghe ore, mentre ognuno in casa era occupato nelle proprie mansioni. La nonna, che aveva ottantotto anni, aveva molto tempo libero, e così fu fatto in modo che noi due ci intrattenessimo l’un l’altro. Decisi di leggere la Bibbia ad alta voce per lei.
Lei poteva lavorare a maglia meccanicamente con ferri velocissimi, senza prestare attenzione alle dita più di quanta non ne prestasse alle lancette dell’orologio[61].
Prima di cominciare il Nuovo Testamento stavo bene abbastanza per poter uscire, così la mia lettura si interruppe, e solo molto più tardi ho meditato in profondità il messaggio che veniva dal Signore.
L’Antico Testamento era il libro della mia infanzia. I miei eroi e le mie eroine erano lì. Furono la mia prima poesia e la mia prima storia, e di lì cominciò a formarsi la mia idea di Dio. L’idea di scelta, il fatto che Dio scelse un popolo e individui per le sue missioni, si radicò nel mio pensiero[65].
Ma per quanto amassi intensamente la Bibbia e per quanto nei primi anni credessi che si dovesse prendere in modo letterale, debbo dire con riconoscenza di aver colto molto presto la fede e l’idea, insegnata da George Fox e da altri capi dei quaccheri, secondo cui Dio si rivela continuamente, e la verità non è qualche cosa di concluso, ma si dispiega con il procedere della vita. Nonostante il fatto di aver vissuto in una comunità nelle foreste in cui non erano penetrate idee moderne, e nonostante appartenessi a una famiglia intensamente evangelica, sono cresciuto, per quanto riguarda la Scrittura, con un atteggiamento di apertura. L’ho cercata, l’ho amata, e ho creduto in essa, ma non penso che Dio abbia cessato di parlare alla stirpe umana quando «l’amato discepolo» finì il suo ultimo libro nel Nuovo Testamento. Proprio il fatto che lo spirito di Dio potesse imprimere il suo pensiero e la sua volontà sui santi di un tempo, e lo avesse fatto, mi rendeva fiducioso che potesse continuare a farlo, e che, di conseguenza, una maggiore luce e verità
potesse irradiarsi tra gli uomini nel nostro tempo e in quello futuro. Non posso essere abbastanza grato per il fatto che quel piccolo gruppo di fedeli che rese la Bibbia il mio libro vivente e mi aiutò a trovare e ad amare i suoi tesori, avesse anche una profondità spirituale sufficiente a darmi la chiave di una libertà più ampia che mi rese capace anche negli anni successivi di conservare la Bibbia come il mio libro, senza impedirmi nello stesso tempo di fare uso di tutto quello che la scienza e la storia avevano rivelato o potevano rivelare del lavoro creativo di Dio e del suo occuparsi degli uomini[65-66].
Tra le tante influenze che hanno contribuito a formare e determinare la mia infanzia -e così in una certa misura la mia intera vita- devo dare ampio rilievo alle visite degli Amici itineranti che giungevano a noi da lontano e da vicino. Era un nuovo costume, questo costante cambio di ministri dotati. Qualcosa di simile evidentemente accadeva nella chiesa primitiva, come mostrano gli Atti degli Apostoli, e accadeva anche in piccole sette religiose che in diversi periodi hanno mantenuto un’intenso scambio di visite, ma gli Amici nella prima metà del diciannovesimo secolo avevano sviluppato una forma itinerante di ministero che era quasi senza parallelo. Era un metodo ammirevole, specialmente per i nostri vicini della campagna.
Eravamo isolati, e senza questo contatto con il grande mondo avremmo avuto una vita sempre più ristretta, ma attraverso questa splendida ibridazione spirituale, avevamo la possibilità di crescere e di migliorare la qualità della nostra vita e del nostro pensiero. In questo modo gli angoli della terra giungevano alla nostra umile porta. Entrammo in un contatto vivente con la fede e il pensiero dei quaccheri in ogni luogo dove «la nostra società religiosa», come noi la chiamavamo, aveva aderenti. Questi visitatori ci portavano nuovi messaggi, ma ciò che non era meno importante, erano personalità uniche ed erano carichi di sapere e di episodi accumulati nei viaggio, e per questo formavano un eccellente sostituto dei libri che non avevamo.
Parlavano con un’autorevolezza e godevano di un’influenza che la gente di casa raramente ha e portarono un contributo alla mia vita che difficilmente posso sopravvalutare.
Anche il nostro gruppo locale aveva il suo flusso in uscita di ministri itineranti ed io ero interessato nell’ascoltare la storia delle esperienze riferite dai nostri membri che ritornavano come lo ero nell’ascoltare gli stranieri che giungevano tra di noi da lontano. Un mio prozio, per fare queste visite religiose, guidò la sua carrozza almeno due volte dal Maine all’Ohio e in Indiana, visitando famiglie e partecipando a riunioni dei luoghi in cui arrivava e vivendo la maggior parte del tempo del viaggio nella sua stessa carrozza. Mia zia Pace fece molti viaggi in remote regioni in America e riportò grandi quantità di informazioni e di saggezza. Lo zio Eli e la Zia Sybil, che nella mia gioventù tra i quaccheri viventi erano tra
i primi quanto a doni e efficacia nel ministero, andavano avanti e indietro come spole spirituali, intrecciando le loro fila di verità ora nelle nostre vite, ora in qualche remoto punto della terra. Era un fatto molto comune e ordinario per gli Amici del New England recarsi in carrozza nelle «Province», specialmente in Nuova Scozia, in visite religiose, e appena le ferrovie resero facili e rapidi i viaggi, c’era un flusso quasi ininterrotto di ministri in viaggio[74-76].
Provavo un certo timore reverenziale per queste persone perché venivano sempre con una «preoccupazione», il che significa che avevano lasciato le loro case e intrapreso il lungo viaggio perché avevano ricevuto un inconfondibile e irresistibile chiamata ad uscire e predicare quello che era stato loro assegnato. Questa non era una visita ordinaria. L’uomo che giungeva sotto il nostro tetto era venuto perché Dio lo aveva mandato. Credo che avesse qualcosa dentro di lui che gli aveva detto di andare e dove andare [78].
Questi ministri itineranti ci raccontavano della vita e del lavoro in terre lontane. I loro racconti ci interessavano e nella nostra vita ristretta svolgevano in qualche modo il servizio dei cantori girovaghi nei giorni dei vecchi castelli. Ci portavano nuove esperienze, un tocco di vita più vasta e di associazioni più ampie e per me, almeno, resero più reale il legame con Dio. Da essi ho ricavato un senso più chiaro di quello che potevo essere [83].
Molto spesso in questi incontri per il culto, che di solito duravano per quasi due ore, c’erano lunghi periodi di silenzio, perché non abbiamo mai cantato per riempire le pause. Non credo che nessuno mi abbia mai detto a cosa serviva il silenzio. Non sembra necessario spiegare il silenzio quacchero ai bambini.
Loro sentono quello che significa. Non sanno che fare di periodi molto lunghi di silenzio, ma c’è qualcosa nei brevi , vivi e pulsanti momenti di silenzio che soddisfa la vita sommersa del bambino e lo indirizza verso una vita più nobile e una più santa aspirazione. Non so se c’è un metodo di culto che operi con un potere più sottile o che con più efficacia formi moralmente e culturalmente. Qualche volta una vera onda spirituale poteva riversarsi sull’assemblea in questi momenti silenziosi, che mi facevano sentire molto solenne , mi trascinavano -anche se ero un ragazzo spensierato- in qualcosa di più profondo dei miei stessi pensieri, e mi davano un senso momentaneo di quello Spirito che era stato la vita e la luce degli uomini di tutte le età e di tutti i luoghi Nessuno in quel gruppo aveva mai udito la parola «mistico» e nessuno avrebbe riconosciuto cosa significava se fosse stato applicato a questa forma di culto, ma questa era una religione mistica nel miglior senso della parola, e del tutto inconsciamente io venivo preparato ad apprezzare e in un tempo successivo a interpretare l’esperienza e la vita dei mistici [89-90].
Nei nostri incontri per discutere questioni pratiche , se avessimo seguito il metodo comunemente usato nel mondo, avremmo deciso tutto in venti minuti. Ma spesso noi passavamo due ore in queste operazioni, perché ogni questione doveva essere immersa in un’atmosfera spirituale […] Non si andava ai voti. Ognuno diceva qualcosa a suo modo. Un momento di silenzio sopraggiungeva , e il segretario si alzava e diceva: «Risulta che l’assemblea intende» fare questo e quello. Spontaneamente da
tutte le parti della casa sorgevano voci, alte , basse, che dicevano: «sono d’accordo con questo», «anch’io», «era quel che pensavo anch’io», «questo mi va bene». E così noi passavamo all’argomento seguente [96- 97].
C’erano due pratiche che erano sempre eccitanti e ogni volta io ero solito sperare che si presentassero . Una era«la dichiarazione di intenzione di matrimonio». Quando questo accadeva l’uomo e la donna si sedevano insieme di fronte all’assemblea nel silenzio più completo possibile. Era una prova destinata a porre un freno alla fretta della coppia di unirsi in matrimonio: dovevano essere sicuri che l’unione avvenisse in cielo. Si alzavano con solennità e ci informavano del loro proposito di unirsi in
matrimonio e i genitori annunciavano il loro consenso. L’assemblea «univa» e veniva concesso il permesso a «procedere». Lo stesso matrimonio si realizzava in un’assemblea ancora più solenne, quando l’uomo e la donna si univano «fino a che morte li separi». Ricordo una di queste occasioni, in cui l’uomo intimidito chiese alla sposa «di diventare suo marito», ciò che rese l’assemblea meno solenne del solito.
L’altro evento interessante era quando i ministri venivano resi disponibili («liberati») per rendere servizio «altrove». Se il ministro era un’Amica, come spesso accadeva nella nostra assemblea, veniva con un «compagno». Passavano in mezzo, sedevano con la testa inchinata. Lentamente le corde del venivano slacciate, il cappellino allungato al compagno, e la donna che svolgeva la funzione di ministro si alzava per dire che per un lungo periodo il Signore l’aveva chiamata per svolgere il servizio in un’ altra assemblea annuale; che lei aveva ricacciato quell’idea, pensando di non poter intraprendere un’opera così importante, ma che la sua mente non poteva trovare pace; e che ora era venuta per chiedere
agli Amici di lasciarla libera per questo servizio. Uno dopo l’altro gli Amici «prendevano parte al suo impegno» e veniva invocata la benedizione del Signore sul messaggero che sarebbe partito.
Pareva di essere in cielo, in qualcuno di questi eventi. Le voci di uomini forti suonavano soffocate dalla commozione quanto l’amato fratello o la sorella venivano equipaggiati e inviati. Da questo piccola assemblea partivano messaggeri per ogni parte del mondo, e l’atto di «liberazione» era qualcosa che non avrebbero mai dimenticato, superato solo dalle profonda gioia con la stessa compagnia li salutavano al ritorno, quando, alla fine del viaggio, «i verbali venivano restituiti».[98-100]
Il punto di svolta, anche se di per sé non era affatto una meta conseguita, fu per me un semplice incidente, di benedetta memoria. Avevo trasgredito in qualche modo, facendo qualcosa che aveva addolorato tutti a casa, e mi attendevo una punizione severa, cosa estremamente infrequente a casa nostra.
Con mia sorpresa mia madre mi prese la mano e mi condusse nella mia stanza; poi si inginocchiò con grande solennità di fianco a me, e offrì una preghiera che raggiunse la parte più intima della mia anima, e anche colui che è il vero Soccorritore. Nessun santo dei santi sarebbe sembrato più terribile per la presenza di Dio al pio Ebreo di quanto quella camera mi sembrava a me. Una cosa era ascoltare una preghiera nella casa della assemblea o nell’assemblea di famiglia, una completamente diversa era ascoltare il mio caso presentato davanti a Dio, in parole che mi fecero capire quello che ero, e in modo non meno chiaro quello che avrei dovuto essere, e che cosa potevo essere con il suo aiuto. Imparai quel giorno a cosa serve una madre! E anche se ero molto lontano dall’essere vinto, ero almeno al punto in cui potevo in maniera più distinta sentire il filo che legava la mia anima al Padre scuotermi e tirarmi [109-110].
Penso che lo zio Eli più di ogni altro mi abbia aiutato a capire -non con quello che diceva, ma con quello che faceva- che la bontà di carattere che io cercavo non è qualcosa di miracoloso che scende dal cielo nell’anima, ma piuttosto è qualcosa che si forma dentro nel momento in cui uno esegue  fedelmente i compiti che sono stabiliti per lui e lavora con entusiasmo a rendere buoni gli altri. L’ho visto incanutirsi e
diventare sempre più curvo col passare degli anni, ma nessun segno dell’età indeboliva minimamente i suoi sforzi di migliorare il nostro vicinato. Predicava il Vangelo nel primo giorno della settimana, e il giorno
dopo lavorava a un progetto per costruire una biblioteca nella cittadina. Un giorno cercava di fare qualcosa per distruggere il saloon e per far progredire la causa della temperanza, e il giorno seguente raccoglieva denaro per sostenere un’istituzione educativa. Ora era occupato nell’organizzare luna locale società missionaria e il giorno dopo sosteneva la causa di un migliore sistema di tassazione per la città. Se prendeva la carrozza era per andare alla stazione per cominciare un’ampia visita religiosa, o per dirigersi verso la casa di un vicino ammalato. In tutte queste opere per il miglioramento dell’uomo a casa e fuori non l’ho mai visto scoraggiato o in dubbio rispetto allo scopo finale. Era sempre pieno di speranza e di coraggio, felice e raggiante di essere capace lavorare per la soluzione dei problemi umani.
Ma la cosa che mi impressionava di più, da ragazzo pensieroso quale ero, era il fatto che in tutto questo lavoro imbarazzante e faticoso egli diventava sempre più simile al mio ideale di santo. Il suo volto era raggiante; il suo sorriso era sempre pronto ad aprirsi. Noi eravamo tutti più felici quando lui veniva, e lui stesso sembrava avere una specie di pace interiore che era molto simile a quella che io credevo avessero le creature celesti. Fu la sua predicazione a influenzare la prima fase della mia vita; ma era soprattutto la sua vita vittoriosa, che parlava con una potenza inesprimibile come quello del tramonto o del cielo stellato, ad influenzarmi in quel periodo critico. Sentii che la strada per diventare buono era di andare ad operare nella potenza di Dio per aiutare gli altri a diventare buoni, e per aiutare a risolvere i problemi di quelli tra cui noi viviamo.
Ho avuto un’ulteriore conferma di questa verità da un evento che in un primo momento si presentò come una calamità. Una mattina uscii per nutrire le nostre bestie e i cavalli nella stalla, e con mio orrore scoprii che un pauroso temporale nella notte aveva distrutto la stalla con quasi tutto quello che possedevamo lì dentro. Era una catastrofe quale non ne avevo conosciute prima. Posso ricordare ora come mi sentivo mentre attraversavo di corsa il vicinato per chiamare gli uomini e per vedere se insieme potevamo salvare qualcosa. La notizia si sparse rapidamente, e prima che il giorno fosse finito degli uomini che venivano da vicino o da lontano si radunarono nel nostro cortile. Era tutta gente che lavorava duramente come noi, con ben pochi beni oltre alle loro forti braccia. Ma prima di separarsi avevano deciso di andare a lavorare subito e di rimpiazzare quello che il temporale aveva distrutto. L’intero vicinato era andato a lavorare, e una nuova struttura sorse ove prima c’era la rovina.
Era un semplice fatto, che forse è accaduto in molte città , ma mi colpì stranamente. Vidi, come non avevo mai visto prima, che la religione di questi uomini non era semplicemente un affare da manifestare nelle assemblee; non era semplicemente una maniera per conquistarsi un posto in cielo. Era qualcosa che li rendeva preoccupati per gli altri e pronti a sacrificarsi per gli altri. Mi resi conto di come essa vi si esprimesse in azioni pratiche da un senso si cortesia e di giustizia. In quei giorni in cui lavoravo in un freddo inverno del Maine, tra quegli uomini con i loro abiti rozzi e le mani indurite, io aiutavo a costruire molto più di una stalla; mi stavo formando un’idea più larga della religione in base alla quale vivevano uomini come questi.