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Il governo del Regno Unito si prepara per le proteste anti-Trump “come se Londra stesse bruciando”

Il governo del Regno Unito si prepara per le proteste anti-Trump “come se Londra stesse bruciando”

12.07.2018 Pressenza London

Quest’articolo è disponibile anche in: Inglese, Spagnolo, Greco

Il governo del Regno Unito si prepara per le proteste anti-Trump “come se Londra stesse bruciando”
(Foto di Stop Trump Coalition / Screengrab tramite Common Dreams)

Di Jake Johnson, cronista per Common Dreams

Mentre “la vergognosa farsa del governo” del Primo Ministro del Regno Unito Theresa May   continuava il suo lento crollo lunedì con le dimissioni del ministro degli esteri Boris Johnson, le autorità britanniche si affrettavano a prepararsi per le proteste “senza precedenti” contro l’imminente visita del Presidente degli Stati Uniti Donald Trump organizzando una grande mobilitazione della polizia, mirata a contenere quello che gli organizzatori hanno soprannominato “Il Carnevale della Resistenza.”

Centinaia di migliaia di britannici scenderanno in strada a livello nazionale venerdì in segno di protesta contro Trump, che dovrebbe arrivare nel Regno Unito giovedì sera. Ci si aspetta che le proteste, durante le quali un pupazzo gonfiabile con le sembianze di Trump alto circa 6 metri sorvolerà Londra, siano così estese che i funzionari della Casa Bianca hanno rivelato i loro timori che Trump, ossessionato dalla folla, possa prendersela con i suoi ospiti britannici.

Dobbiamo mostrare al mondo ciò che milioni di persone in questo paese pensano del fanatismo e dell’odio che Trump rappresenta,ha dichiarato lunedì al TIME Owen Jones, un editorialista del Guardian che ha contribuito a organizzare le manifestazioni anti-Trump. “Abbiamo assistito all’ascesa dell’estrema destra in Gran Bretagna e in Europa e l’unica lezione che dovremmo imparare dalla storia è che quando i razzisti e l’estrema destra si mobilitano, si reagisce, non li si lascia marciare e salire al potere.”

Secondo il Sunday Times, i funzionari della Casa Bianca stanno pianificando di fare tutto il possibile per “proteggere” Trump dalle manifestazioni, mantenendo un programma molto ben dettagliato, ma questo sarà difficile, perché i britannici hanno organizzato delle enormi manifestazioni nelle principali città del paese.

Parlando con il Guardian lunedì, un capo della polizia ha affermato che il dispiegamento di forze richiesto dal governo per contenere le manifestazioni di massa era al livello che sarebbe stato necessario “se Londra stesse bruciando.”

“Donald Trump ama atteggiarsi a duro a livello internazionale, ma sembra che sia troppo spaventato per affrontare i manifestanti a Londra” ha dichiarato il gruppo Stand Up to Trump, alludendo ai piani del presidente degli Stati Uniti di tenersi alla larga dalle strade della capitale. “Se questo fosse vero, sarebbe già una grande vittoria per i manifestanti.”

La Coalizione Stop Trump – un gruppo di organizzazioni che hanno svolto un ruolo importante nella pianificazione delle azioni a livello nazionale –ha fornito una mappa delle proteste che il team di Trump tenterà di evitare.

Dopo aver appreso che il governo sta lavorando per un’imponente presenza della polizia alle manifestazioni, Amnesty International ha ammonito le autorità britanniche perché non tentino di limitare  la libertà di espressione nel tentativo di “tranquillizzare i visitatori.”

Allan Hogarth, responsabile della politica di Amnesty International U.K., ha affermato che la visita di Trump è una “grande opportunità per il Regno Unito di dimostrare che la protesta pacifica è una componente essenziale di una società libera ed equa, non qualcosa da zittire perché può causare un imbarazzo politico.”

Riconoscendo che Trump deve “essere sconfitto principalmente negli Stati Uniti,” Sam Lund-Harket, l’organizzatore di Global Justice Now, ha scritto in un post sul blog che i progressisti del Regno Unito hanno il compito di mostrare solidarietà ai loro alleati americani, scendendo in strada numerosi per denunciare il programma distruttivo e carico di odio del presidente.

“Con Theresa May come Primo Ministro, il Regno Unito è un alleato fondamentale di Trump, quindi è importante che non possa comparire senza incontrare un’opposizione significativa,” ha concluso Lund-Harket. “Fortunatamente, decine di migliaia di persone, se non centinaia di migliaia, invaderanno Londra venerdì 13 luglio per manifestare contro di lui.”

Traduzione dall’inglese di Simona Trapani

 

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Esercito del Kosovo, minaccia alla pace?

 

18.12.2018 – Gianmarco Pisa

(Foto di Serbian Orthodox Church with Warning against Vandalism, Prizren, Kosovo: Adam Jones, Ph.D. [CC BY-SA 3.0, from Wikimedia Commons])

Si è svolto, lo scorso 17 dicembre, un importante briefing, di fronte al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, focalizzato sugli sviluppi della situazione in Kosovo, a cura di Jean-Pierre Lacroix, sotto-segretario generale per le operazioni di mantenimento della pace (le Peacekeeping Operations) delle Nazioni Unite.

L’informativa si è svolta all’indomani della precipitazione delle relazioni bilaterali serbo-kosovare e del deterioramento della situazione politica nella regione, causati dalla recente decisione del parlamento kosovaro di formare un esercito nazionale, trasformando le attuali FSK (Forze di Sicurezza del Kosovo) in una vera e propria armata. Si tratta, nelle parole dello stesso responsabile delle operazioni di peacekeeping delle Nazioni Unite, di un fattore di «ulteriore deterioramento delle relazioni tra Belgrado e Pristina».

La decisione assunta dal parlamento kosovaro, che pure dovrà essere perfezionata in una serie di ulteriori passaggi e richiederà non poco tempo per andare a regime ed essere definitivamente perfezionata, resta, tuttavia, assai grave e preoccupante. Con il provvedimento adottato lo scorso 14 dicembre, infatti, le attuali FSK vedono ampliati i propri compiti e il proprio mandato, si vedono attribuire il compito di difendere la sovranità e l’integrità del Kosovo, vengono autorizzate all’uso della forza armata. Saranno composte, in definitiva, da 5.000 effettivi e 3.000 riservisti, avranno dotazioni e strutture da vera e propria forza armata, potranno essere impegnate in missioni militari internazionali. Diventano, cioè, un vero e proprio esercito, un nuovo soggetto del sistema della militarizzazione, nel cuore, peraltro, dei Balcani Occidentali.

Il tutto in un contesto di tensione, sempre potenzialmente esplosivo. Nel briefing di fronte al Consiglio di Sicurezza, è stato ricordato come già lo scorso 21 novembre la tensione era salita, all’indomani dell’annuncio, da parte delle autorità kosovare, di imporre unilateralmente ed arbitrariamente nuove tariffe sulle merci provenienti dalla Serbia e dalla Bosnia, addirittura decuplicandole, portandole dal 10 % al 100 %. In risposta, i sindaci delle quattro municipalità a maggioranza serba del Kosovo del Nord hanno annunciato le loro dimissioni e i consigli municipali hanno interrotto le comunicazioni ufficiali con Pristina.

Nella ricostruzione effettuata da Jean-Pierre Lacroix, le intenzioni delle autorità kosovare, in ordine alla creazione di una nuova forza armata nella regione, sono state chiarite attraverso una dichiarazione con la quale era stato annunciato il “diritto del Kosovo” di dotarsi di «un esercito, una forza professionale multi-etnica, costruita secondo i più alti standard della NATO». Tuttavia, all’iniziativa kosovara, la NATO stessa ha risposto, con le parole del Segretario Generale dell’Alleanza Atlantica, Jens Stoltenberg, che ha dichiarato il proprio disappunto per il fatto che «la decisione di avviare un cambiamento del mandato della Forza di Sicurezza del Kosovo sia stata presa nonostante le preoccupazioni espresse dalla NATO» e ha aggiunto che «tuttelepartidevonogarantire che la decisione odierna non aumenti ulteriormente le tensioni nella regione».

La Serbia ha definito l’iniziativa unilaterale del Kosovo come un atto di «aggressione politica» e ha invitato la KFOR, la forza multinazionale della NATO già presente nella regione, a dissuadere qualsiasi tipo di “Esercito del Kosovo” dall’operare. La confusione e la tensione si stendono dunque su questa nuova, grave, violazione della legalità internazionale. La risoluzione 1244 del 1999 è chiara nel riaffermare «l’impegno di tutti gli Stati membri per la sovranità e l’integrità territoriale della Repubblica Federale di Jugoslavia [oggi Serbia]», nel decidere «il dispiegamento in Kosovo di una presenza internazionale civile e di sicurezza sotto l’egida delle Nazioni Unite» e nello stabilire di «disarmare l’UCK e le altre forze militari degli Albanesi Kosovari». Quanto poi al su richiamato «compito di difendere la sovranità del Kosovo», è la stessa risoluzione 1244 a prevedere di «organizzare una amministrazione ad interim per il Kosovo, sotto la quale la popolazione del Kosovo eserciti una sostanziale autonomia all’interno della Repubblica Federale di Jugoslavia [oggi Serbia]».

Non a caso, il giorno stesso, 14 dicembre, il Segretario Generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, «ha preso atto con preoccupazione» dell’adozione delle norme sull’“Esercito del Kosovo”, ribadendo che solo la KFOR ha la responsabilità di garantire un ambiente sicuro nella regione, invitando tutte le parti ad astenersi da qualsiasi azione che possa aumentare le tensioni. Come ha ricordato, in conclusione, Jean-Pierre Lacroix, «la missione delle Nazioni Unite in Kosovo (UNMIK) si concentra sulla costruzione della fiducia inter-comunitaria, essenziale per la normalizzazione a lungo termine delle relazioni tra Belgrado e Pristina».

Famiglia Regeni ad Articolo21: la “scorta mediatica” ha assunto anche il significato di “vicinanza empatica”

17.12.2018 Articolo 21

Famiglia Regeni ad Articolo21: la “scorta mediatica” ha assunto anche il significato di “vicinanza empatica”
(Foto di Art. 21)

13 dicembre 2018, per Articolo21 è una giornata di festa, una giornata per essere soddisfatti del lavoro che quotidianamente il giornalismo compie per illuminare storie, situazioni, fatti che altrimenti cadrebbero facilmente nell’oblio. Un pensiero fatto di luoghi comuni porta ad un linguaggio che ripete: tanto, a cosa vuoi che serva, è come combattere contro i mulini a vento…ma le parole che accompagnano le nostre azioni sono fondanti, nella formazione del pensiero.

Noi genitori di Giulio Regeni stiamo vivendo personalmente quanto la sinergia tra le storie ed un giornalismo coerente siano una possibilità per tutti coloro che purtroppo si trovano ad affrontare vicende a volte inimmaginabili per la loro tragicità.

Poi c’è il 14 dicembre, il 14 è la data che ogni mese mette in contro luce il punto sulla ricerca della Verità e Giustizia, per Giulio e tutti i Giuli e tutte le Giulie d’Egitto. Vi ringraziamo per il Vostro aiuto, per la “scorta mediatica” che è divenuta anche per cittadini non giornalisti un modo di pensare, osservare, chiedere, pretendere.

La “scorta mediatica” ha assunto anche il significato di “vicinanza empatica”, per noi con la famiglia di Andy Rocchelli, fotoreporter ucciso nel Donbass il 24 maggio, per il cui omicidio è in corso il processo a Pavia e sappiamo che la Fnsi si è costituita parte civile. Siamo vicini anche a Denis Cavatassi, unico cittadino italiano al mondo condannato alla pena di morte ed in attesa di conoscere l’esito della sentenza della corte suprema Thailandese.

Per lui chiediamo di aderire all’iniziativa lanciata da Alessandra Ballerini di mandare una lettera a Denis per fargli sapere che non è solo. Infine cogliamo l’occasione per lanciare una proposta: cerchiamo giornalisti e giornaliste disposti a fare un passo in più nella strada in salita per la verità per Giulio: chi è disposto/a ad andare al Cairo per Giulio ? Se qualcuno di voi ha alzato in cuor suo la mano chiediamo di raccordarsi con la nostra legale.

Grazie ancora e buon lavoro, Paola e Claudio Regeni

Camerun, rilasciati 289 detenuti delle regioni anglofone

16.12.2018 Riccardo Noury

Camerun, rilasciati 289 detenuti delle regioni anglofone
(Foto di youtube)

Il 13 dicembre 2018 il presidente del Camerun Paul Biya ha graziato 289 detenuti delle regioni anglofone del paese dove è in corso una sanguinosa rivolta per migliori condizioni economiche e contro l’uso della lingua francese, costata solo nell’ultimo anno centinaia di morti.

Tra i rilasciati c’è il giornalista e attivista per i diritti umani Michel Biem Tong (nella foto), arrestato quasi due mesi fa.

Ci si augura che questo sia solo il primo di una serie di gesti distensivi, indispensabili per riportare la calma nelle due regioni del Camerun.

Amnesty International auspica che, a seguire, siano rilasciati anche Fomusoh Ivo Feh,  Afuh Nivelle Nfor e Azah Levis Gob, tre studenti condannati a 10 anni per aver condiviso una barzelletta su Boko haram.  Per la loro scarcerazione si sono finora mobilitate oltre 310.000 persone di ogni parte del mondo.

 

Hackerato su Facebook

Sono stato bloccato su Facebook anche come membro che pubblica post in tutte 
le mie pagine del profilo hackerato Maurizio Benazzi con e.mail maurizio.benazzi.poste.it: non posso più aggiornare Stop alla 
fabbrica degli F35, Meeting House degli Amici, Leonard Ragaz e Clara 
Nadig, Resistenza Olgiatese, quaccheri cristiani, casa di preghiera, 
Albert Schweier non ufficiale e Gruppo Ecumenici.
Hanno cambiato e.mail e telefono cellulare e si sono appropriati della identità richiedendo 50 euro per riprestinare il tutto. Seguirà settimana prossima denuncia in attesa di quello che mi risponderà Facebook che non ha fatto nulla ad agosto 2018 (quando fu hacherato la prima volta)
Vogliate scusare l'occorso le attività permangono nei gruppi e nella 
nuova pagina di profilo personale con e.mail maurizio.benazzi63@gmail.com

Baobab Experience: “Stanotte 52 persone hanno dormito per strada”

15.12.2018 – Roma Redazione Italia

Baobab Experience: “Stanotte 52 persone hanno dormito per strada”
(Foto di https://www.facebook.com/BaobabExperience/)

Ieri è passato un mese esatto dallo sgombero del presidio umanitario di Piazzale Maslax dove per oltre 18 mesi Baobab Experience in rete con altre associazioni ha prestato assistenza ad oltre 2000 migranti.

Uno sgombero che nelle intenzioni di chi lo ha preteso doveva inibire l’arrivo di altri migranti nell’area mettendo la parola fine ad un flusso di transito sulla Stazione Tiburtina.

Nonostante le pressioni e i continui sgomberi, ma soprattutto per la tutela di chi durante e dopo lo sgombero non è stato accolto, abbiamo proseguito a mantenere alta e vigile la presenza dei volontari a Piazzale Spadolini anche monitorando la situazione nei giorni successivi. Ora che un mese esatto è passato vogliamo tracciare un bilancio di quanto accade nello snodo ferroviario di Roma est.

Ribadiamo che dallo sgombero del 13 novembre rimangono non accolti ancora 41 migranti, dei quali purtroppo 7 non risultano a noi più reperibili. Ricordiamo che tra le ormai restanti 34 persone orfane di accoglienza che proseguono nel dormire per strada dopo la chiusura di Piazzale Maslax ci sono 20 richiedenti la protezione internazionale e 12 tra titolari di protezione internazionale e speciale. Abbiamo anche un ragazzo con titolo per lavoro e un ultimo dalla condizione legale non regolarizzata. Tutte persone che come vediamo continuano a dormire all’addiaccio nonostante la maggior parte dei casi sia accoglibile dalle istituzioni.

Come un mantra, proseguiremo nel denunciare tutte le sere quanti saranno all’addiaccio, sperando che entro Natale le Istituzioni FS e Comune di Roma rispondano alla nostra petizione change.org/Accogliamo, facendo nascere un info migranti stabile un hub di primissima accoglienza, affinché nessuno a Roma nel 2018, straniero o meno,  sia più costretto a passare la notte al gelo.

Baobab Experience: “Stanotte 52 persone hanno dormito per strada”

15.12.2018 – Roma Redazione Italia

Baobab Experience: “Stanotte 52 persone hanno dormito per strada”
(Foto di https://www.facebook.com/BaobabExperience/)

Ieri è passato un mese esatto dallo sgombero del presidio umanitario di Piazzale Maslax dove per oltre 18 mesi Baobab Experience in rete con altre associazioni ha prestato assistenza ad oltre 2000 migranti.

Uno sgombero che nelle intenzioni di chi lo ha preteso doveva inibire l’arrivo di altri migranti nell’area mettendo la parola fine ad un flusso di transito sulla Stazione Tiburtina.

Nonostante le pressioni e i continui sgomberi, ma soprattutto per la tutela di chi durante e dopo lo sgombero non è stato accolto, abbiamo proseguito a mantenere alta e vigile la presenza dei volontari a Piazzale Spadolini anche monitorando la situazione nei giorni successivi. Ora che un mese esatto è passato vogliamo tracciare un bilancio di quanto accade nello snodo ferroviario di Roma est.

Ribadiamo che dallo sgombero del 13 novembre rimangono non accolti ancora 41 migranti, dei quali purtroppo 7 non risultano a noi più reperibili. Ricordiamo che tra le ormai restanti 34 persone orfane di accoglienza che proseguono nel dormire per strada dopo la chiusura di Piazzale Maslax ci sono 20 richiedenti la protezione internazionale e 12 tra titolari di protezione internazionale e speciale. Abbiamo anche un ragazzo con titolo per lavoro e un ultimo dalla condizione legale non regolarizzata. Tutte persone che come vediamo continuano a dormire all’addiaccio nonostante la maggior parte dei casi sia accoglibile dalle istituzioni.

Come un mantra, proseguiremo nel denunciare tutte le sere quanti saranno all’addiaccio, sperando che entro Natale le Istituzioni FS e Comune di Roma rispondano alla nostra petizione change.org/Accogliamo, facendo nascere un info migranti stabile un hub di primissima accoglienza, affinché nessuno a Roma nel 2018, straniero o meno,  sia più costretto a passare la notte al gelo.

William Penn e il progetto di un parlamento europeo

William Penn e il progetto di un parlamento europeo
di Giacomo Mazzei
Ricorre quest’anno il trecentesimo anniversario della scomparsa di William Penn, il quacchero inglese fondatore della Pennsylvania, a cui si deve il primo preveggente progetto di un parlamento europeo elettivo. Ben noto agli specialisti ma pressoché sconosciuto ai più, il suo Discorso intorno alla pace presente e futura dell’Europa, eloquente e dettagliato appello alla Istituzione di una dieta, parlamento, o stati generali europei, merita di essere riscoperto e valorizzato come una pietra miliare nella storia del pensiero pacifista e federalista. Pubblicato nel lontano 1693 e scritto da un uomo la cui figura è intimamente legata sia alla storia europea che a quella americana, il Discorso rappresenta una suggestiva testimonianza della comunanza di taluni valori profondamente radicati su entrambe le sponde della Manica e dell’Atlantico, ed è per questo straordinariamente attuale. William Penn vanta una biografia di assoluto rilievo. Campione di tolleranza e della libertà di coscienza, moralista e pensatore politico immerso nella temperie del suo tempo, nacque nel 1644, nel pieno della guerra civile inglese. Morì nel 1718, dopo una vita avventurosa, non priva di agi, grazie a un’estrazione sociale aristocratica, ma neppure di rinunce e sofferenze, in coerenza con scelte coraggiose compiute sin dalla gioventù. Figlio di un potente ammiraglio di Marina membro della Camera dei Comuni, il giovane Penn, “testa calda” di un’antica famiglia legata alla Corona dai tempi di Guglielmo il Conquistatore, si adeguò con fatica al cursus honorum previsto per un gentiluomo del suo rango. Maturò presto convinzioni critiche verso la Chiesa anglicana, tra studi irregolari e viaggi che lo misero in contatto con i coevi fermenti del protestantesimo europeo. Espulso dall’università di Oxford per il suo anticonformismo religioso, approdò sul continente per un Grand Tour durante il quale conobbe gli sfarzi della corte parigina, visitò Torino e il Ducato di Savoia, ma trascorse anche buona parte del suo tempo presso l’università protestante di Saumur, nella Loira. Tornato in Inghilterra, studiò legge e fu quindi inviato dal padre in Irlanda, per attendere ai possedimenti di famiglia sull’isola. Fu lì che, poco più che ventenne, entrò a far parte della Società degli Amici, la setta religiosa i cui aderenti erano noti con l’appellativo, originariamente un epiteto, di “quaccheri”. Dopo la conversione, Penn s’impegnò nella predicazione, spingendosi fino in Olanda e Germania. Svolse inoltre un’intensa attività pubblicistica. Più volte incarcerato per le sue idee, la sua vena letteraria non s’interruppe neppure quando fu “ospite” nella Torre di Londra. Ispirato dalla fede e pronto al sacrificio, fu però anche scaltro e politicamente avveduto. Nonostante la detenzione e pur non disdegnando l’amicizia di radicali repubblicani, mantenne sempre buone amicizie a corte. Nel 1681, una volta ereditata la fortuna di famiglia, il favore del re, il quale saldava così un cospicuo debito dovuto al padre, gli valse la concessione di un vasto territorio delle colonie inglesi nel Nord America, che, in onore del defunto ammiraglio, fu chiamato Pennsylvania. Varcato una prima volta l’oceano, Penn si dedicò alla creazione di un’ideale comunità cristiana nel Nuovo Mondo, che offrisse rifugio non solo agli amici quaccheri, ma anche ad altre minoranze religiose oppresse e perseguitate nelle isole britanniche e nel resto d’Europa, comprese le terre da lui visitate nel corso della sua predicazione. Molti furono gli olandesi e i tedeschi che migrarono verso le Pennsylvania. Della colonia di cui era proprietario e governatore, e di cui fondò la capitale Filadelfia, “città dell’amore fraterno”, egli scrisse inoltre la prima costituzione, tra le più liberali dell’epoca. Propugnò infine l’armoniosa convivenza con le popolazioni native. Famoso, seppur forse un po’ mitizzato, il Trattato di Shackamaxon del 1682. Dei valori ai quali improntò la sua impresa è infuso anche il Discorso, pubblicato mentre infuriava una sanguinosa guerra tra Francia e Lega d’Augusta, e recante in epigrafe un passo delle 1 Beatitudini, «beati pacifici», assieme alla massima ciceroniana «cedant arma togae», ovvero: che le armi cedano il posto al diritto! Nel testo, l’autore, sincero uomo di pace e grande ammiratore dell’esperienza federativa delle Sette Province Unite, oggi Paesi Bassi, propose l’istituzione di un’assemblea parlamentare in cui le controversie tra sovrani europei, non meno di quelle tra loro e i propri sudditi, fossero sanate sulla base della giustizia e non della forza. Il Discorso presenta tratti di sorprendente modernità anche sul piano dell’ingegneria costituzionale, prefigurando alcuni dei meccanismi di rappresentanza vigenti nell’odierno Parlamento Europeo. Prevede infatti la ripartizione dei seggi tra Stati secondo un criterio proporzionale degressivo, la possibilità della formazione di gruppi multinazionali e altresì che i parlamentari siano chiamati a esprimersi con voto segreto, ovvero secondo coscienza e quindi in possibile disaccordo con i parlamentari del proprio Stato di appartenenza. Degna di nota è poi la scala geografica del progetto, che abbraccia l’intero continente e contempla addirittura la possibilità di annoverare tra gli Stati membri la Russia e l’Impero Ottomano, per i quali è prevista una rappresentanza parlamentare equivalente a quella dei principali regni europei. Quest’apertura, riconducibile agli insegnamenti della religione quacchera, rappresenta un unicum rispetto ai progetti di pace del tempo, come il Gran disegno del Duca di Sully, di alcuni decenni precedente, o il Progetto di pace perpetua dell’Abate di Saint-Pierre, pubblicato pochi anni dopo il Discorso di Penn e ad esso ispirato, che immaginavano invece di unire l’Europa sotto il vessillo cristiano, escludendo sia i musulmani, sia gli ortodossi e “asiatici” russi. L’opera di Penn si colloca dunque, in maniera al tempo stesso autorevole e originale, alle origini di un importante filone della cultura europea, che attraversa i secoli e comprende celebri esponenti di primo piano, da Immanuel Kant a Jeremy Bentham, a Victor Hugo, a Charles Lemonnier, fino ad Altiero Spinelli, tutti accomunati dal proposito di garantire la pace in Europa attraverso l’unificazione politica. Inoltre, occorre ricordare che l’illustre quacchero è capostipite anche di un’altra, non meno esemplare tradizione: quella della resistenza non-violenta al potere costituito in nome dei diritti fondamentali della persona, che annovera nelle sue fila personaggi come Lev Tolstoj, Bertha von Suttner, il Mahatma Gandhi, Martin Luther King. E infatti, non a caso, quaccheri furono non pochi degli attivisti che si batterono pacificamente per l’abolizione prima della schiavitù e poi della segregazione razziale negli Stati Uniti. Oltreoceano Penn è considerato uno dei numi tutelari della nazione americana. Thomas Jefferson, con una qualche esagerazione, ma certamente manifestando tutta la sua ammirazione, lo definì «il più grande legislatore che il mondo abbia mai prodotto». Un altro presidente, Ronald Reagan, conferì la cittadinanza onoraria postuma a lui e sua moglie Hannah, la quale attese agli affari del marito durante la malattia che ne afflisse l’ultimo scorcio di vita e per alcuni anni dopo la sua morte. Si tratta di un riconoscimento riservato a pochissimi, finora soltanto otto personalità, tra cui Winston Churchill, il Marchese di Lafayette e Madre Teresa di Calcutta. E anche qui non è un caso se proprio a Filadelfia, divenuta in età coloniale il principale centro culturale di lingua inglese in America, fu proclamata nel 1776 quella Dichiarazione d’Indipendenza di cui lo stesso Jefferson fu estensore, e se alcuni anni dopo, correva il 1787, sempre nella capitale della Pennsylvania, si tenne l’omonima Convenzione da cui scaturì la Costituzione degli Stati Uniti. Come si è visto, quella di Penn è una figura che appartiene altrettanto legittimamente alla storia europea e, più un generale, al mondo atlantico complessivamente inteso, con vari rivoli dipanatisi nel tempo. Uno di questi conduce addirittura a un paesino calabrese che conta appena cinquemila abitanti. Non molti sanno infatti che in provincia di Vibo Valentia esiste la piccola Filadelfia italiana, fondata nel 1783 dal vescovo Giovanni Andrea Serrao, fratello massone di Gaetano Filangieri e del suo “amico americano” Benjamin Franklin, che ricostruì un precedente centro distrutto dal terremoto con quel che si può definire un colpo di genio: utilizzò infatti l’originaria 2 pianta disegnata un secolo prima da Penn per fondare la capitale della sua Pennsylvania, riproducendone finanche la toponomastica. Ancora oggi, a Filadelfia calabra c’è l’unica via in Italia intitolata a Penn. Peccato soltanto per il vescovo Serrao, finito decapitato durante la repressione della Repubblica napoletana nel 1799. Il nesso transatlantico suggerito persino da questa singolare vicenda rappresenta il tema di fondo della conferenza dal titolo William Penn, fondatore della Pennsylvania, progenitore del Parlamento Europeo. La conferenza, assieme al seminario di studi che vi farà seguito, forniranno l’occasione sia per una riflessione di carattere storico sia per considerazioni sulla rilevanza dell’opera di Penn e delle sue idee ai giorni nostri, come indicato dal sottotitolo dell’evento: L’attualità del padre fondatore inglese del pacifismo e del federalismo a 300 anni dalla scomparsa. Ne parleranno alcuni dei maggiori esperti internazionali. Del profilo biografico di Penn, e dell’eredità ideale che ci ha lasciato, si occuperà Andrew Murphy, scienziato della politica prestato alla storiografia, curatore degli scritti politici di Penn (2002) e autore, oltre a diversi saggi su religione e politica negli Stati Uniti, di Liberty, Conscience, and Toleration: The Political Thought of William Penn (2016) e William Penn: A Life, la prima biografia di Penn in oltre quarant’anni, che vedrà le stampe nelle prossime settimane. Daniele Archibugi si soffermerà invece sul Discorso, in particolare, sulla modernità di quel testo. Oltre a rivestire la carica di direttore dell’Istituto di Ricerche sulla popolazione e le politiche sociali del CNR, Archibugi è studioso della globalizzazione e ha dedicato, nel corso degli anni, numerosi scritti al pensiero cosmopolita, curando, tra l’altro, la prima edizione italiana del Discorso, pubblicato nella raccolta Filosofi per la pace (1991). Peter van den Dungen, decano degli studi sulla pace, fondatore e coordinatore della Rete internazionale dei musei per la pace, approfondirà quindi l’esperienza di Penn da primo governatore della Pennsylvania, “amico” dei nativi del Nord America. Van den Dungen ha curato l’introduzione all’edizione del Discorso pubblicata dalla biblioteca dell’Onu nel 1983 e ha scritto su Penn e altri “irenisti” inglesi, tra cui John Bellers, amico e correligionario di Penn, anch’egli autore di un progetto di unificazione europea. Infine, volgendo lo sguardo decisamente al presente, Andrew Lane, direttore del Quaker Council for European Affairs, con sede a Bruxelles, riferirà sull’impegno per la convivenza pacifica e la prevenzione dei conflitti da parte degli odierni epigoni di Penn in Europa. — Questa e-mail è stata controllata per individuare virus con Avast antivirus. https://www.avast.com/antivirus

Biafra: una ferita ancora aperta

14.12.2018 – Casalecchio di Reno (BO) Redazione Italia

Biafra: una ferita ancora aperta

Il 30 novembre 2017, su invito di Alessandro Michelucci, direttore della rivista on-line “La causa dei popoli”, ho tenuto a Firenze una
conferenza sul Biafra in qualità di ex-membro della segreteria del Comitato Nazionale per la Pace in Biafra”.

Alla conferenza, illustrata con numerose slides sull’attività del Comitato, era presente un consistente gruppo di giovani biafrani
residenti nel circondario fiorentino.

Co-relatore della serata, introdotta da Michelucci, era un giovane biafrano di Roma che ha parlato dell’attuale situazione in Biafra,
mostrando meraviglia per la quantità e qualità delle iniziative promosse in Italia all’epoca della guerra.

La conferenza che si terrà martedì 18 dicembre alla Casa per la Pace ‘La Filanda’ di Casalecchio di Reno (Bologna) costituisce pertanto il
proseguimento della conferenza fiorentina.

L’occasione che ci ha indotto a rinnovare a Casalecchio di Reno l’esperienza di Firenze è stata la mostra fotografica sul ’68 allestita
alla Filanda nei giorni scorsi. Alla sua inaugurazione ho accennato brevemente alla guerra biafrana, di cui quest’anno ricorre il 50°
anniversario. Perché, allora, non cogliere questa importante occasione per ricordare anche nel territorio bolognese una guerra che, dopo la sua conclusione all’inizio del 1969, nei decenni successivi è stata dimenticata, nonostante fosse stata la prima grande guerra africana con il coinvolgimento di USA, URSS e dei rispettivi alleati. Occasione, per di più, per far conoscere la difficile condizione in cui il Biafra si
trova, ancora oggi, nel contesto nigeriano.

La conferenza, infine, sarà anche l’occasione per esporre e commentare una decina di manifesti originali di quegli anni (1967-1970) sul tema trattato. Manifesti, tra l’altro, casualmente recuperati nei giorni scorsi nell’archivio personale dello scrivente.

Vittorio Pallotti

La Svizzera firmerà il Trattato di Proibizione delle Armi Nucleari

13.12.2018 Redazione Italia

Quest’articolo è disponibile anche in: Francese

La Svizzera firmerà il Trattato di Proibizione delle Armi Nucleari
(Foto di Parlamento Svizzero)

La mozione presentata da  Carlo Sommaruga (PS/GE) all’inizio dell’anno richiedeva al Consiglio Federale svizzero di firmare il Trattato di Proibizione delle Armi Nucleari.

Prima del voto di questa mozione, che è stata approvata dalle due assemblee legislative (Conseil National e Etats) di cui è dotato il sistema di governo federale svizzero, la Commissione Esteri aveva dato parere sfavorevole, anche se di stretta misura, ma nelle assemblee la sinistra, tradizionalmente antinucleare, ha trovato alleati in altre forze politiche e la mozione del deputato socialista è passata con ampio margine, con disappunto del Governo Federale che aveva dichiarato la sua contrarietà, preoccupato per la pressione delle potenze nucleari.

“Una vittoria della Svizzera umanista” ha dichiarato Maya Brehm, tra i fondatori di ICAN nel paese. “Si scontravano due concezioni della neutralità” ha aggiunto, “Il principio della neutralità attiva, che impone alla Svizzera di svolgere il suo ruolo internazionale affermando la sua tradizione umanitaria attraverso i principi, ha prevalso sulla neutralità di attesa, che considera che si può essere neutrali solo non prendendo mai una decisione”.

“ICAN seguirà da vicino i prossimi passi del Consiglio federale, ma spera che la decisione parlamentare abbia già un impatto all’estero. Diversi Stati osservano la Svizzera prima di commentare. Sappiamo che la Finlandia, la Svezia, la Norvegia e persino il Kuwait aspettano la decisione svizzera prima di decidere. La Svizzera sta quindi inviando un messaggio positivo” ha concluso Brehm.

Ora il voto parlamentare è vincolante e quindi, in tempi ancora da definire, la Svizzera si unirà ad Austria, Vaticano e San Marino che sono gli altri stati europei che hanno firmato il TPAN. Inutile sottolineare che si tratta di stati che non fanno parte della NATO, fortemente contraria al trattato. In questo senso la posizione della Spagna dove il governo di Sanchez sostenuto da Podemos ha detto di voler firmare sembra essere prossima ad aprire una breccia e a rendere sempre più inefficace l’azione di boicottaggio delle grandi potenze nucleari.

Solidarietà ai familiari delle vittime di Strasburgo, condanna con fermezza e senza ambiguità

12.12.2018 Co-mai Comunità del Mondo Arabo in Italia

Solidarietà ai familiari delle vittime di Strasburgo, condanna con fermezza e senza ambiguità
(Foto di wikimedia commons)

Un appello alla comunità musulmana e araba in Francia, in Italia e in Europa: denunciate qualsiasi sospetto, senza paura.

Solidarietà ai francesi e ai famigliari delle vittime e dei feriti , condanna con fermezza e senza ambiguità del feroce attentato a Strasburgo. Cosi le Comunità del mondo arabo in Italia (Co-Mai) e la Confederazione Internazionale Laica Interreligiosa (Cili-Italia) denominata proprio #Cristianinmoschea continuano il loro impegno sulla politica dei “due binari”: da una parte condannare, prevenire e combattere il terrorismo, garantendo la sicurezza di tutti senza distinzioni tra italiani e cittadini di origini straniera, sia laici quanto appartenenti a tutte le religioni. Bisogna proseguire e promuovere politiche per l’integrazione, facendo proposte concrete alle istituzioni, dichiara il prof. Foad Aodi, Fondatore di Co-mai e di Cili-italia.

“In questi ultimi anni molto difficili dal punto di vista degli attentati terroristi, soggetti a strumentalizzazioni politiche contro l’ immigrazione, i musulmani ed il mondo arabo, non abbiamo mai perso la speranza di arrivare ad una proficua convivenza tra le religioni e le civiltà, condannando tutti gli attentati senza ambiguità e senza paura” – continua Aodi -, che si appella a tutte le comunità musulmane, arabe e di origine straniera in Francia, in Italia e in Europa, alle quali chiede di non esitare a denunciare qualsiasi elemento sospetto, senza allarmismi, augurandosi che al più presto possibile venga arrestato l’attentatore in fuga e si ritorni, in tempi brevi, alla serenità per tutti, senza mai abbassare la guardia contro ogni tentativo o provocazione, che cercano di scatenare una guerra tra religioni.

Aodi ricorda che l’evento del 14.12, promosso dai nostri movimenti e con la Asl Roma 4 e Asl Roma 5, tende proprio a valorizzare il dialogo e la convivenza interreligiosa e interculturale .