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Il governo del Regno Unito si prepara per le proteste anti-Trump “come se Londra stesse bruciando”

Il governo del Regno Unito si prepara per le proteste anti-Trump “come se Londra stesse bruciando”

12.07.2018 Pressenza London

Quest’articolo è disponibile anche in: Inglese, Spagnolo, Greco

Il governo del Regno Unito si prepara per le proteste anti-Trump “come se Londra stesse bruciando”
(Foto di Stop Trump Coalition / Screengrab tramite Common Dreams)

Di Jake Johnson, cronista per Common Dreams

Mentre “la vergognosa farsa del governo” del Primo Ministro del Regno Unito Theresa May   continuava il suo lento crollo lunedì con le dimissioni del ministro degli esteri Boris Johnson, le autorità britanniche si affrettavano a prepararsi per le proteste “senza precedenti” contro l’imminente visita del Presidente degli Stati Uniti Donald Trump organizzando una grande mobilitazione della polizia, mirata a contenere quello che gli organizzatori hanno soprannominato “Il Carnevale della Resistenza.”

Centinaia di migliaia di britannici scenderanno in strada a livello nazionale venerdì in segno di protesta contro Trump, che dovrebbe arrivare nel Regno Unito giovedì sera. Ci si aspetta che le proteste, durante le quali un pupazzo gonfiabile con le sembianze di Trump alto circa 6 metri sorvolerà Londra, siano così estese che i funzionari della Casa Bianca hanno rivelato i loro timori che Trump, ossessionato dalla folla, possa prendersela con i suoi ospiti britannici.

Dobbiamo mostrare al mondo ciò che milioni di persone in questo paese pensano del fanatismo e dell’odio che Trump rappresenta,ha dichiarato lunedì al TIME Owen Jones, un editorialista del Guardian che ha contribuito a organizzare le manifestazioni anti-Trump. “Abbiamo assistito all’ascesa dell’estrema destra in Gran Bretagna e in Europa e l’unica lezione che dovremmo imparare dalla storia è che quando i razzisti e l’estrema destra si mobilitano, si reagisce, non li si lascia marciare e salire al potere.”

Secondo il Sunday Times, i funzionari della Casa Bianca stanno pianificando di fare tutto il possibile per “proteggere” Trump dalle manifestazioni, mantenendo un programma molto ben dettagliato, ma questo sarà difficile, perché i britannici hanno organizzato delle enormi manifestazioni nelle principali città del paese.

Parlando con il Guardian lunedì, un capo della polizia ha affermato che il dispiegamento di forze richiesto dal governo per contenere le manifestazioni di massa era al livello che sarebbe stato necessario “se Londra stesse bruciando.”

“Donald Trump ama atteggiarsi a duro a livello internazionale, ma sembra che sia troppo spaventato per affrontare i manifestanti a Londra” ha dichiarato il gruppo Stand Up to Trump, alludendo ai piani del presidente degli Stati Uniti di tenersi alla larga dalle strade della capitale. “Se questo fosse vero, sarebbe già una grande vittoria per i manifestanti.”

La Coalizione Stop Trump – un gruppo di organizzazioni che hanno svolto un ruolo importante nella pianificazione delle azioni a livello nazionale –ha fornito una mappa delle proteste che il team di Trump tenterà di evitare.

Dopo aver appreso che il governo sta lavorando per un’imponente presenza della polizia alle manifestazioni, Amnesty International ha ammonito le autorità britanniche perché non tentino di limitare  la libertà di espressione nel tentativo di “tranquillizzare i visitatori.”

Allan Hogarth, responsabile della politica di Amnesty International U.K., ha affermato che la visita di Trump è una “grande opportunità per il Regno Unito di dimostrare che la protesta pacifica è una componente essenziale di una società libera ed equa, non qualcosa da zittire perché può causare un imbarazzo politico.”

Riconoscendo che Trump deve “essere sconfitto principalmente negli Stati Uniti,” Sam Lund-Harket, l’organizzatore di Global Justice Now, ha scritto in un post sul blog che i progressisti del Regno Unito hanno il compito di mostrare solidarietà ai loro alleati americani, scendendo in strada numerosi per denunciare il programma distruttivo e carico di odio del presidente.

“Con Theresa May come Primo Ministro, il Regno Unito è un alleato fondamentale di Trump, quindi è importante che non possa comparire senza incontrare un’opposizione significativa,” ha concluso Lund-Harket. “Fortunatamente, decine di migliaia di persone, se non centinaia di migliaia, invaderanno Londra venerdì 13 luglio per manifestare contro di lui.”

Traduzione dall’inglese di Simona Trapani

 

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UNICEF: almeno 6.500 bambini uccisi in Yemen; preoccupazione per le nuove violenze a Hodeidah

22.09.2018 UNICEF

UNICEF: almeno 6.500 bambini uccisi  in Yemen; preoccupazione per le nuove violenze a Hodeidah

Dichiarazione del Direttore generale dell’UNICEF Henrietta Fore

22 settembre 2018 – “Le nuove violenze a Hodeidah rappresentano  l’ennesimo colpo agli sforzi di pace nello Yemen, un paese che scivola sempre più nel caos e nella miseria.  L’escalation di ostilità sta mettendo migliaia di bambini che vivono nella zona e nei dintorni a rischio imminente di essere feriti  o di morire. Gli attacchi aerei e i combattimenti a terra potrebbero anche portare a nuove ondate di sfollamenti e ad interruzioni nella fornitura di acqua potabile sicura.

Poiché l’accesso a beni e servizi essenziali è già fortemente limitato in gran parte dello Yemen, l’impatto di ulteriori violenze potrebbe essere catastrofico, con il porto di Hodeidah come punto critico di ingresso per le forniture umanitarie salvavita, il carburante e i beni commerciali da cui dipende gran parte del paese per la sopravvivenza.

Il mondo ha lanciato appelli forti e chiari affinché il porto sia risparmiato. Questi appelli devono essere onorati. Sono in gioco le vite di decine di migliaia di bambini. Non è troppo tardi per tornare al tavolo dei negoziati e riunirsi agli sforzi di pace dell’Inviato Speciale dell’ONU.

Almeno 6.500 bambini sono stati uccisi o feriti nello Yemen da quando il conflitto si è intensificato tre anni fa. Solo la pace può porre fine a questo spargimento di sangue. Fino a quando non arriverà, chiediamo alle parti la massima moderazione per risparmiare vite umane e consentire l’accesso umanitario”.

Open Arms partecipa a Palermo Pride: bisogna combattere ogni forma di discriminazione

22.09.2018 – Palermo Redazione Italia

Open Arms partecipa a Palermo Pride: bisogna combattere ogni forma di discriminazione

Oggi, sabato 22 settembre, ore 15:00: il sindaco di Dusseldorf Thomas Geisel, il sindaco di Palermo Leoluca Orlando e il Comandante dell’Astral Riccardo Gatti, si incontreranno al NH Hotel – Foro Umberto I per discutere di immigrazione e della difficile situazione di chi opera nel Mediterraneo Centrale.

Seguirà il corteo che partirà dal Foro Italico alle ore 15:30.

Ringraziamo gli organizzatori del Palermo Pride che quest’anno hanno voluto invitare organizzazioni non governative come Proactiva Open Arms, SOS Mediterranée e il Forum Antirazzista di Palermo a partecipare al corteo che si terrà domani nella città di Palermo.

Proactiva Open Arms ha aderito con grande entusiasmo al Palermo Pride per ribadire che la lotta contro ogni forma di discriminazione e di intolleranza è una battaglia che riguarda il futuro dell’Europa e di tutti i suoi cittadini e le sue cittadine. Crediamo sia importante, oggi più che mai, battersi per salvaguardare le istituzioni democratiche grazie alle quali è stato possibile costruire nell’ultimo secolo un’Unione Europea fondata sul diritto e sul rispetto della dignità umana.

Per questo domani sfileremo accanto alla comunità LGBT+, per ribadire che riconoscere e rispettare la libertà di scegliere e decidere della propria vita deve essere la base della nostra società, e che l’autodeterminazione di tutte e tutti è un principio che va ribadito e difeso. Siamo convinti che i diritti o sono di tutti e tutte o non sono di nessuno e continueremo a batterci contro ogni forma di violazione e di limitazione delle espressioni personali e della libertà di perseguire il proprio progetto di vita, nel costruire comunità di uomini e donne liberi e solidali.

CS Proactive Open Arms

L’Italia esca dall’ambiguità sul nucleare: migliaia di firme per la ratifica del TPAN

20.09.2018 WILPF (Women’s International League for Peace and Freedom)

L’Italia esca dall’ambiguità sul nucleare: migliaia di firme per la ratifica del TPAN
Una precedente manifestazione alla Farnesina (Foto di Pressenza)

Il 26 settembre, giornata  dedicata dall’ONU al disarmo nucleare, le Associazioni WILPF Italia, Donne in Nero, Disarmisti Esigenti, Pax Christi, Comboniani, IPPNW (medici contro il nucleare) consegneranno alle massime istituzioni  italiane le migliaia di FIRME  raccolte in più parti del Paese,  perché l’Italia firmi e ratifichi il TPAN (Trattato per la Proibizione delle Armi   Nucleari).  E’ l’epilogo di un iter durato vari mesi, con una corrispondenza con la Presidenza della Repubblica.

L’iniziativa ha preso il via  dalla “Carovana delle Donne per il Disarmo Nucleare,” promossa da WILPF Italia (Women’s International League for Peace and  Freedom) per rilanciare con forza il messaggio di pace di ICAN  (International Campaign to Abolish Nuclear Weapons ) Premio Nobel  2017.  Pronta e concreta l’adesione di numerose associazioni  e movimenti che in più di 20 città italiane hanno promosso dibattiti, manifestazioni, proiezioni di film, presentazioni di libri,  incontri con i giovani delle scuole sul tema della follia della violenza nucleare.

La campagna per la messa al bando delle armi nucleari in Italia è nata con un duplice obiettivo:

1)  sollecitare l’Italia a firmare e ratificare il TPAN  adottato dall’ONU il 7 luglio 2017 con l’approvazione di 122 Stati;

2) far percepire a un’opinione pubblica sempre più vasta che una guerra nucleare può essere scatenata addirittura per caso, per incidente o per errore di calcolo,  facendo   comprendere che la deterrenza nucleare e la minaccia della distruzione reciproca sono contrarie al bene dell’umanità  e all’etica di ogni civile convivenza, oltre a rappresentare una  minaccia incombente sulla vita dei popoli e dell’ecosistema terrestre.

 

A distanza di un anno dalla sua adozione, il TPAN è stato firmato da 60 stati e ratificato da 14. E’ realistico pensare che entro il 2020 si arrivi alle 50 ratifiche necessarie per la sua entrata in vigore.

 

L’Italia non ha partecipato ai  negoziati in sede ONU che hanno portato  all’adozione del TPAN, né ha compiuto passi in direzione di  firma e ratifica.

La sorpresa e l’indignazione per questa “assenza” del nostro Paese, che in tal modo si allinea “di fatto”  con gli Stati nuclearisti che si sono opposti al TPAN, ha mobilitato tanti cittadini e cittadine ad opporsi  con determinazione  alla presenza delle bombe nucleari USA ospitate nelle basi militari di  Ghedi ed Aviano, incrementando  la raccolta di firme che il giorno 26 settembre verrà presentata alle massime istituzioni, affinché l’Italia esprima la propria firma e ratifica,  contribuendo all’entrata in vigore del TPAN .

 

La delegazione sarà accolta al Ministero per gli Affari Esteri alle ore 13.

International Day of Peace 2018

19.09.2018 Redazione Italia

International Day of Peace 2018

Giornata Internazionale per la Pace

21 settembre ore 17,30

Sala delle Carrozze Villa Niscemi

La Consulta per la Pace organizza quest’anno la Giornata internazionale per la Pace presso la Sala delle Carrozze a Villa Niscemi.  Le nuovissime generazioni verso un mondo di Pace e l’adozione internazionale i temi al centro dell’evento. La Pace non è un concetto astratto, passa attraverso azioni concrete portate avanti da donne e uomini che mettono davanti alle proprie esigenze quelle delle future generazioni, per crescere insieme verso un mondo migliore.

https://www.facebook.com/events/2299308183434954/?ti=icl

 

Cile: approvato progetto di legge sull’identità di genere

18.09.2018 Redacción Chile

Quest’articolo è disponibile anche in: Spagnolo

Cile: approvato progetto di legge sull’identità di genere

Dopo cinque anni e quattro mesi di intensa discussione il progetto di legge sull’identità di genere ha concluso il suo iter nel Parlamento cileno. L’aula della Camera dei Deputati ha infatti approvato la relazione della Commissione Mista, che aveva il compito di risolvere le disparità con il Senato rispetto all’iniziativa.

In un dibattito che ha visto gruppi a favore della proposta e altrettanti detrattori, l’Assemblea ha ratificato il testo già approvato dal Senato la scorsa settimana, con 95 voti favorevoli e 46 contrari (il quorum minimo per l’approvazione era di 87 voti a favore). Il progetto adesso passa nelle mani dell’Esecutivo, pronto per essere promulgato come legge della Repubblica.

La votazione ha posto fine a un ampio dibattito in cui si sono confrontate le differenti posizioni dei parlamentari dell’emiciclo. I legislatori che si sono manifestati a favore hanno reclamato la necessità di avanzare nel riconoscimento di un diritto umano che riguarda un insieme di cittadini discriminati in Cile e hanno evidenziato vari punti specifici della cornice legale del progetto.

Qui di seguito proponiamo un estratto dell’intervento in Aula del deputato umanista del Frente Amplio, Tomás Hirsch:

“Signora Presidente, per cominciare esprimo il mio completo e assoluto sostegno a questo progetto di legge, in tutti i suoi articoli.

Sono profondamente dispiaciuto per la decisione del Senato di respingere il diritto al riconoscimento dell’identità di genere per i minori di 14 anni. Speriamo che possa essere presto regolarizzato il pieno diritto di ogni persona, indipendentemente dalla sua età, al riconoscimento legale della sua identità.

Durante molti anni, le persone trans del nostro Paese hanno dovuto vivere senza il riconoscimento legale della propria identità di genere, patendo discriminazioni e maltrattamenti ogni volta che dovevano esibire documenti d’identità che mostravano un nome o un sesso diversi da quelli con cui la persona si identifica e si esprime. Solamente da pochi anni alcuni tribunali hanno iniziato a riconoscere il diritto delle persone a cambiare il proprio nome o sesso nei registri dell’anagrafe, ma sempre a seguito di processi farraginosi e soggetti al criterio di ciascun giudice, che tra l’altro spesso includeva procedimenti lunghi e arbitrari, e la necessità di esami medici che esponevano i richiedenti ad un trattamento vessatorio.

È un diritto basilare di ogni persona il riconoscimento della propria identità, in base al modo che egli o ella sceglie di presentarsi di fronte al mondo. È fondamentale che vengano adeguate tutte le norme necessarie a garantire a ogni persona il diritto di vivere la propria vita nella maniera che preferisce, senza imposizioni da parte della società.

I princìpi dell’Umanesimo stabiliscono il rifiuto di ogni forma di violenza, intendendo la violenza come la negazione dell’intenzionalità dell’altro. Ebbene, signora Presidente, cosa ci può essere di più violento che negare a una persona il diritto a presentarsi al mondo con il genere con cui si identifica?

Il riconoscimento dell’identità di genere è necessario, affinché nessuna persona sia costretta ad affrontare una discussione pubblica sul “chi è?” per il semplice fatto che i suoi documenti mostrano un sesso o un nome diversi da quelli che ognuno riconosce come propri.

Né gli organismi pubblici, né quelli privati possono negare a nessuno il diritto alla propria esistenza. È ingiusto e violento pretendere di imporre all’altro una forma di vita, un aspetto, un nome o un’identità di genere che coincida con il proprio sesso biologico. È inumano esigere da una persona che sopporti umiliazioni e discriminazioni, rendere difficile il suo acceso al mondo del lavoro, ai servizi pubblici, a una vita familiare propriamente detta, alla salute e all’istruzione, per il fatto che la sua identità legale non coincida con l’identità autopercepita. Tutto questo è violenza.

Celebriamo quindi questa legge come un passo avanti verso l’uguaglianza di diritti di tutte le persone. Restano ancora molti aspetti nei quali avanzare per giungere a un pieno riconoscimento dell’uguaglianza di diritti per tutti, ma si tratta senza dubbio di un grande avanzamento. Per tutte queste ragioni, il mio voto sarà a favore dell’approvazione di questo progetto di legge.”

 

Per effetto di questa legge ogni persona si intende titolare dei seguenti diritti:
a) Diritto al riconoscimento e alla protezione dell’identità e dell’espressione di genere.
b) A essere riconosciuta e identificata conformemente alla propria identità ed espressione di genere nei titoli pubblici e privati che accreditano la propria identità.
c) Al libero sviluppo della propria personalità, conformemente alla sua identità ed espressione di genere, consentendo la massima realizzazione spirituale e materiale possibile.

Il diritto all’identità di genere riconosce, inoltre, i seguenti princìpi: la non patologizzazione; la non discriminazione arbitraria; la riservatezza dei procedimenti eseguiti dinanzi alle autorità amministrative o giurisdizionali; la dignità del trattamento; il superiore interesse del minore e la sua autonomia progressiva (ogni minore potrà esercitare egli stesso il proprio diritto, in base allo sviluppo delle sue facoltà, alla sua età e al suo livello di maturazione).

 

Traduzione dallo spagnolo di Domenico Musella

Trenta chiede chiarimenti sulle armi all’Arabia Saudita

18.09.2018 Redazione Italia

Trenta chiede chiarimenti sulle armi all’Arabia Saudita
(Foto di Pagina FB di Elisabetta Trenta)

A seguito delle numerose e ripetute denunce sulle forniture delle armi all’Arabia Saudita, armi che poi vengono utilizzate nel conflitto in Yemen (denunce tra l’altro reiterate più volte da Roberto Cotti, ex senatore M5s) anche l’attuale Ministro della Difesa Elisabetta Trenta ha deciso di chiedere chiarimenti.

Sul suo profilo FB privato ha dichiarato ieri “come sapete sono una persona che prima di parlare preferisce studiare e prendere contezza dei problemi nel loro complesso. È un mio modo di essere e ne vado fiera. Ma davanti alle immagini di quel che accade in Yemen ormai da diversi anni, non posso restare in silenzio. Se lo facessi, sarei un’ipocrita. Ecco perché ho chiesto un resoconto dell’export, o del transito – come rivelato in passato da alcuni organi di stampa e trasmissioni televisive, che ringrazio – di bombe o altri armamenti dall’Italia all’Arabia Saudita.”

Trenta sottolinea che la competenza di questi atti non è sua ma del ministero degli Affari Esteri (Unità per le autorizzazioni dei materiali di armamento-UAMA) e di avergli dunque inviato venerdì scorso la richiesta di chiarimenti “sottolineando – laddove si configurasse una violazione della Legge 185 del 1990 – di interrompere subito l’export e far decadere immediatamente i contratti in essere”.

Trenta conclude la nota: “la mia è una sana preoccupazione, politica e da essere umano, peraltro condivisa da ONU e Parlamento europeo. Affrontiamo il tema, non possiamo girarci dall’altra parte!”.

Le forniture in questione sono ovviamente state approvate dal precedente governo; la Legge 185 vieta che i sistemi d’arma italiani possano essere venduti a paesi in conflitto o che violano gravemente i diritti umani. L’interpretazione contrastante della legge è stata negli anni soggetto di numerose polemiche. Da più parti è stato sottolineato che l’Arabia Saudita corrisponde a queste due caratteristiche e che quindi non dovrebbero essere vendute ai sauditi né armi italiane né armi prodotte sul territorio italiano come nel caso delle delle micidiali bombe aeree  prodotte a Domusnovas in Sardegna dall’azienda tedesca Rwm Italia.

“Sembra mio figlio”, avvincente vicenda vera di profughi Hazara la cui persecuzione è ignorata

16.09.2018 Bruna Alasia

“Sembra mio figlio”, avvincente vicenda vera di profughi Hazara la cui persecuzione è ignorata

Ispiratore della storia di “Sembra mio figlio” di Costanza Quatriglio è Mohammed Jan Hazad, profugo Hazara, partito dall’Afghanistan e arrivato in Italia da bambino dopo aver attraversato il Pakistan, L’Iran, la Turchia e la Grecia per mettersi in salvo dai talebani. Dal giorno della sua fuga non ebbe più notizie di sua madre. La comunità di Jan Hazad è una delle più perseguitate del globo. Gli Hazara nei secoli scorsi costituivano la maggiore etnia dell’Afghanistan, ma a causa delle continue vessazioni oggi approssimativamente rappresentano circa il 9% della popolazione afghana. Ricordate i famosi Buddha di Bamiyan, distrutti agli inizi del millennio dai talebani? Furono, secondo alcuni, edificati dagli Haraza. Purtroppo la stampa diede più risalto alla distruzione delle statue che alle sofferenze dei loro discendenti in carne e ossa.

Nel film di Costanza Quatriglio Jan si chiama Ismail ed è interpretato da un non professionista, Basir Ahang, vero Hazara, giovane dai lunghi capelli e dai tratti mongoli come i protagonisti delle avventure di Gengis Khan da cui, secondo alcuni, proviene questo popolo. Certi dialoghi, con sottotitoli, sono nella suggestiva autentica loro lingua. Il racconto narra come Ismail, in Italia con il fratello Hassan provato dalle torture dei talebani, abbia raggiunto un equilibrio faticoso con dignità. Il suo attuale cruccio è riuscire a rivedere la madre che, dopo oltre un ventennio, ha rintracciato per caso. Quando in Afghanistan infuriava la guerra, la povera donna aveva supplicato i due figli di scappare: unica soluzione atta a salvare la pelle. Ora Ismail vorrebbe incontrarla. Ma quando la chiama lei non lo riconosce.

Il lungometraggio della Quatriglio, oltre che documento utile e mancante alla conoscenza dei più, è l’appassionante avventura di un figlio disgiunto dalla propria madre, di un uomo diviso tra due culture e due mondi dei quali sente più vicino quello che ora soddisfa la sua identità. Film che, aperto a molte soluzioni possibili, diventa emblema universale. La regista lo ambienta a Trieste, città di frontiera che, più che il confine italiano, rappresenta quello europeo. “Sembra mio figlio” è storia di esseri umani e di continenti che s’incontrano e scontrano, mescolando culture che richiedono sintesi per tradursi in crescita. Alla conferenza stampa è stato più volte rilevata la speranza che l’opera possa essere occasione di dibattito sull’assurdità del genocidio di ogni popolo e sulla comprensione delle cause della migrazione.

DATA USCITA: 20 settembre 2018
GENERE: Drammatico
ANNO: 2018
REGIA: Costanza Quatriglio
ATTORI: Hazara Basir Ahang, Dawood Yousefi, Tihana Lazovic
PAESE: Italia, Croazia, Belgio
DURATA: 103 Min
DISTRIBUZIONE: Ascent Film

Solidarietà per Delia! Salviamo il Bar Hobbit di Ventimiglia

15.09.2018 Melting Pot Europa

Solidarietà per Delia! Salviamo il Bar Hobbit di Ventimiglia
(Foto di Melting Pot Eeuropa)

A Ventimiglia, 9 km dalla frontiera francese, passano decine di migliaia di rifugiati ogni anno. Fuggono da guerre, da torture, da violenze. Tentano di varcare il confine per raggiungere familiari o conoscenti in Francia, Inghilterra e altri paesi europei, rischiando la vita durante il tragitto.

Una volta superata la frontiera spesso incontrano abusi, detenzioni e respingimenti dalla polizia francese. Questi tentativi durano mesi, mesi in cui uomini, donne e bambini rimangono bloccati a Ventimiglia, senza accesso ai servizi primari: acqua potabile, bagni pubblici, cibo, un luogo dove dormire, a parte il campo della croce rossa, militarizzato, desolato e distante. I rifugiati sono oltretutto soggetti al razzismo e all’ostracismo di buona parte della popolazione locale, ostile a chiunque non abbia la pelle bianca.
In questa situazione drammatica, tuttavia, una piccola parte della popolazione resiste: tra questi Delia, il cui bar è diventato l’anima della solidarietà a Ventimiglia.

La storia di Delia inizia 3 anni fa, quando invita a entrare e offre un pasto ad alcune donne e bambini seduti sul marciapiede di fronte al bar. Da allora, grazie al passaparola, il bar è diventato un punto di riferimento per tutti i rifugiati che transitano da Ventimiglia, oltre che per i volontari e le organizzazioni solidali.

Delia, soprannominata “Mamma Africa”, ha aiutato migliaia di persone in transito, offrendo vestiti, un pasto caldo, un abbraccio e un luogo accogliente a chiunque ne avesse bisogno. Ha distribuito scarpe, aiutato a decifrare documenti, assistito nella ricerca di alloggio, offerto pasti gratuiti a donne, bambini e a chiunque non può permettersi di pagare. Al bar Hobbit si possono caricare i cellulari e si può utilizzare il bagno (attrezzato di spazzolini, dentifricio, sapone, assorbenti e fasciatoio) senza obbligo di consumazione. I bambini hanno un angolo tutto loro, che Delia ha creato raccogliendo giocattoli usati. Il bar è spesso l’unico rifugio per i più vulnerabili, donne incinte, minori, vittime di tratta.

Tuttavia la solidarietà di Delia l’ha resa invisa al vicinato e a una parte di popolazione di Ventimiglia, che ha messo al bando il Bar Hobbit, soprannominandolo il “bar dei neri” e il “bar degli immigrati”. Insulti, aggressioni e atti vandalici fanno ormai parte della quotidianità di Delia. L’isolamento, la perdita della clientela e pressioni di vario genere hanno spinto il bar in una situazione economica sempre più grave. Delia non è più in grado di sostenere le spese ed è stata costretta suo malgrado a mettere il bar in vendita.

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“Ce lo chiede il mercato”. Hitler in giacca e cravatta

14.09.2018 Redazione Italia

“Ce lo chiede il mercato”. Hitler in giacca e cravatta
(Foto di LeopoldoSalmaso)

Oggi viene ripetuto ossessivamente l’allarme di un ritorno ai totalitarismi che si credevano estinti. Tuttavia il nuovo nazismo non si presenta sotto la forma di un dittatore con la divisa militare e il braccio teso ma sotto la forma del libero mercato.

 

Diego Fusaro su Pandora TV, 13/09/2018

La registrazione originale si trova sul sito del nostro Partner

 

Sentiamo compulsivamente ripetere che, su tutto il giro d’orizzonte, v’è il pericolo della rinascenza dei fascismi e dei nazismi, cosicché occorre ritornare alle armi per difenderci e tutelarci da questo ritorno inatteso del morto che pensavamo fosse definitivamente messo in congedo.

Da un certo punto di vista, rovesciando le grammatiche dominanti, possiamo a giusto titolo sostenere che oggi Hitler è tornato, e tuttavia il nuovo Hitler non si presenta con la svastica, con il braccio teso e con il classico baffetto; il nuovo Hitler, l’Hitler del tempo globalizzato post 1989, si presenta al contrario parlando il fluido inglese dei mercati e della deregulation, della spending review e dell’austerity.
Il nuovo Hitler non si presenta agghindato in abiti da parata militare, al contrario si presenta elegantemente vestito con giacca e cravatta e, ossequioso rispetto alle forme, continuamente condanna tutte le violenze del passato fuorché la nuova dominante violenza dell’economia di libero mercato capitalistico.
Ancora: il nuovo Hitler, a differenza del vecchio, continuamente ripete che ci vuole più libero mercato, ci vuole più Europa, ci vogliono meno tutele nel mondo del lavoro, occorre abbandonare ogni laccio e lacciuolo della politica inteso come ostacolo perniciosissimo per l’andamento del libero mercato deregolamentato.

Ecco dunque, nella sua essenza, qual è la fisionomia del nuovo Hitler del tempo del libero mercato planetarizzato: Hitler, come sineddoche della violenza inaudita, oggi si concreta in quella violenza, potremmo dire con Lucas, realizzata nel piano liscio immanente del libero mercato. E’ una violenza che non ha più bisogno, salvo eccezioni, di ricorrere alla panoplìa dei modi direttamente violenti della politica e dell’impiego diretto delle armi: ad esse ricorre soltanto quando incontri, come talvolta accade, resistenze. Lì allora occorre un nuovo dispiegamento inaudito della violenza, a colpi di bombardamenti etici, sempre in nome dei diritti umani, di esportazione missilistica della democrazia, per menzionare solo alcune delle -così à la page, in voga- forme di esportazione militare dei diritti umani e di nuovo imperialismo etico post 1989.

Nel sistema del regime capitalistico, funzionante motu proprio, senza più bisogno dell’impiego delle forme direttamente violente, il nuovo Hitler propone semplicemente la rimozione di tutto ciò che possa frenare o anche solo regolare, impedire, l’andamento del libero mercato.
Il nuovo Hitler dunque è un Hitler pienamente coerente con i nostri tempi, ed è veramente un paradosso il fatto che i sedicenti antifascisti-antinazisti-di-maniera oggi continuamente si mobilitino contro il vecchio Hitler (fortunatamente morto e sepolto) e nulla dicano invece contro il nuovo Hitler: quello del libero mercato e della deregolamentazione in nome del più-mercato-più-europa-più-libera-circolazione. Paradossalmente costoro, rivelandosi in ciò utili idioti di completamento del rapporto di forza turbo-capitalistico, nell’atto stesso con cui contrastano il vecchio Hitler morto e sepolto favoriscono l’ascesa e il dominio del nuovo Hitler, quello dell’inglese fluente, della libera circolazione delle merci.
Di più: mobilitandosi scompostamente in nome del vecchio Hitler che non v’è più, accettano pienamente il nuovo Hitler.
Di più: sono pronti, in nome della lotta contro il vecchio Hitler, ad appoggiare sempre di nuovo le nuove forme dell’hitlerismo economico ovunque dilagante.
In ciò sta la retorica paradossale del nuovo antifascismo in assenza di fascismo, che si rivela un completamento ideologico ideale per il nuovo hitlerismo economico, salutato come pur sempre migliore rispetto all’hitlerismo vecchia maniera, quando non panglossianamente esaltato ed encomiato come il mondo della libertà pienamente compiuta negli spazi del mercato deregolamentato e liberalizzato.
Occorre quindi certamente essere antinazisti, ma avendo sempre contezza del fatto che oggi il nazismo non è più quello di una volta. Ha cambiato forma, è nazismo economico deregolamentato di libero mercato senza più impedimenti etici, morali, politici e religiosi.
Il nazismo oggi è nazismo economico realizzato nel libero mercato.
Ecco perché la vecchia lotta contro il manganello oggi è del tutto inattuale e priva di una vera portata antinazista e antifascista, nella misura in cui il nuovo manganello oggi è il manganello invisibile dell’economia di mercato e delle spending review, dei tagli alla spesa pubblica e degli economicìdi finanziari che stanno distruggendo, sempre in nome dell’anonimato spersonalizzante del libero mercato, interi popoli e naturalmente, ut semper, la classe lavoratrice non più rappresentata.

L’alto commissariato per l’ONU boccia il decreto Salvini sui migranti

13.09.2018 Agenzia DIRE

L’alto commissariato per l’ONU boccia il decreto Salvini sui migranti

‘No’ dell’alto commissariato per le Nazioni Unite al decreto Salvini. Incontro dai toni cordiali tra l’Alto commissario per i rifugiati Filippo Grandi e il presidente del consiglio Giuseppe Conte, questa mattina a Palazzo Chigi. Cordiale nei toni, ma ‘schietto’ nella sostanza. Dal commissariato, a quanto apprende l’agenzia Dire, arriva una bocciatura senza sfumature del decreto sui migranti che il Viminale ha approntato e che oggi dovrebbe essere portato in Consiglio dei ministri. Grandi non ha nascosto il giudizio severo su alcune misure, che appaiono fuori dalle garanzie costituzionali e dalla cornice della carta dei diritti Onu.

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In particolare, a quanto si apprende, la stretta sulla protezione internazionale, la cancellazione di fatto del permesso per gravi motivi di carattere umanitario e la revoca della cittadinanza sono altrettanti elementi di preoccupazione per la struttura che tutela i diritti e il benessere dei rifugiati in tutto il mondo. Per ora dall’Unhcr non trapelano commenti in relazione all’incontro di questa mattina. Domani l’Alto commissario Filippo Grandi terrà una conferenza stampa a Roma.

La bocciatura del decreto Salvini da parte dell’Onu arriva dopo le parole di Michelle Bachelet sull’emergenza razzismo in Italia e la necessità di inviare osservatori. Il ministro dell’Interno Matteo Salvini ha replicato minacciando di non versare le quote di contribuzione alle Nazioni Unite. Ora lo stop sul decreto. A quanto si apprende il consiglio dei ministri avvierà oggi solo l’esame del decreto Salvini che sarà approvato nel corso di una successiva seduta.