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Il governo del Regno Unito si prepara per le proteste anti-Trump “come se Londra stesse bruciando”

Il governo del Regno Unito si prepara per le proteste anti-Trump “come se Londra stesse bruciando”

12.07.2018 Pressenza London

Quest’articolo è disponibile anche in: Inglese, Spagnolo, Greco

Il governo del Regno Unito si prepara per le proteste anti-Trump “come se Londra stesse bruciando”
(Foto di Stop Trump Coalition / Screengrab tramite Common Dreams)

Di Jake Johnson, cronista per Common Dreams

Mentre “la vergognosa farsa del governo” del Primo Ministro del Regno Unito Theresa May   continuava il suo lento crollo lunedì con le dimissioni del ministro degli esteri Boris Johnson, le autorità britanniche si affrettavano a prepararsi per le proteste “senza precedenti” contro l’imminente visita del Presidente degli Stati Uniti Donald Trump organizzando una grande mobilitazione della polizia, mirata a contenere quello che gli organizzatori hanno soprannominato “Il Carnevale della Resistenza.”

Centinaia di migliaia di britannici scenderanno in strada a livello nazionale venerdì in segno di protesta contro Trump, che dovrebbe arrivare nel Regno Unito giovedì sera. Ci si aspetta che le proteste, durante le quali un pupazzo gonfiabile con le sembianze di Trump alto circa 6 metri sorvolerà Londra, siano così estese che i funzionari della Casa Bianca hanno rivelato i loro timori che Trump, ossessionato dalla folla, possa prendersela con i suoi ospiti britannici.

Dobbiamo mostrare al mondo ciò che milioni di persone in questo paese pensano del fanatismo e dell’odio che Trump rappresenta,ha dichiarato lunedì al TIME Owen Jones, un editorialista del Guardian che ha contribuito a organizzare le manifestazioni anti-Trump. “Abbiamo assistito all’ascesa dell’estrema destra in Gran Bretagna e in Europa e l’unica lezione che dovremmo imparare dalla storia è che quando i razzisti e l’estrema destra si mobilitano, si reagisce, non li si lascia marciare e salire al potere.”

Secondo il Sunday Times, i funzionari della Casa Bianca stanno pianificando di fare tutto il possibile per “proteggere” Trump dalle manifestazioni, mantenendo un programma molto ben dettagliato, ma questo sarà difficile, perché i britannici hanno organizzato delle enormi manifestazioni nelle principali città del paese.

Parlando con il Guardian lunedì, un capo della polizia ha affermato che il dispiegamento di forze richiesto dal governo per contenere le manifestazioni di massa era al livello che sarebbe stato necessario “se Londra stesse bruciando.”

“Donald Trump ama atteggiarsi a duro a livello internazionale, ma sembra che sia troppo spaventato per affrontare i manifestanti a Londra” ha dichiarato il gruppo Stand Up to Trump, alludendo ai piani del presidente degli Stati Uniti di tenersi alla larga dalle strade della capitale. “Se questo fosse vero, sarebbe già una grande vittoria per i manifestanti.”

La Coalizione Stop Trump – un gruppo di organizzazioni che hanno svolto un ruolo importante nella pianificazione delle azioni a livello nazionale –ha fornito una mappa delle proteste che il team di Trump tenterà di evitare.

Dopo aver appreso che il governo sta lavorando per un’imponente presenza della polizia alle manifestazioni, Amnesty International ha ammonito le autorità britanniche perché non tentino di limitare  la libertà di espressione nel tentativo di “tranquillizzare i visitatori.”

Allan Hogarth, responsabile della politica di Amnesty International U.K., ha affermato che la visita di Trump è una “grande opportunità per il Regno Unito di dimostrare che la protesta pacifica è una componente essenziale di una società libera ed equa, non qualcosa da zittire perché può causare un imbarazzo politico.”

Riconoscendo che Trump deve “essere sconfitto principalmente negli Stati Uniti,” Sam Lund-Harket, l’organizzatore di Global Justice Now, ha scritto in un post sul blog che i progressisti del Regno Unito hanno il compito di mostrare solidarietà ai loro alleati americani, scendendo in strada numerosi per denunciare il programma distruttivo e carico di odio del presidente.

“Con Theresa May come Primo Ministro, il Regno Unito è un alleato fondamentale di Trump, quindi è importante che non possa comparire senza incontrare un’opposizione significativa,” ha concluso Lund-Harket. “Fortunatamente, decine di migliaia di persone, se non centinaia di migliaia, invaderanno Londra venerdì 13 luglio per manifestare contro di lui.”

Traduzione dall’inglese di Simona Trapani

 

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Contro la nuova legge sulla legittima difesa, mobilitazione di Antigone

22.10.2018 Associazione Antigone

Contro la nuova legge sulla legittima difesa, mobilitazione di Antigone

Contro la nuova legge sulla legittima difesa, mobilitati con noi!

Il 23 ottobre la legge per l’allargamento del regime della legittima difesa inizierà dal Senato il suo iter parlamentare. Questa proposta metterà a rischio la sicurezza, fondandosi sull’assenza totale di bisogni reali di prevenzione criminale.

Da qualche settimana abbiamo lanciato una petizione popolare con la quale chiediamo al Parlamento di non approvare la legge. Attualmente 27.000 persone la hanno già firmata. In vista dell’approdo al Senato vogliamo rilanciare alcune iniziative per far sentire forte la nostra voce.

Mobilitati con noi. Ecco come puoi farlo:

1. Puoi farlo su twitter. Il 23 ottobre a partire dalle ore 10.00, pubblica un tweet con questo testo “Contro la liberalizzazione dell’omicidio, contro il Far West in Italia, no alla legge sulla legittima difesa #NoFarWest”, oppure con un testo a tua scelta. Ricorda solo di utilizzare l’hashtag #NoFarWest.

2. Puoi farlo su tutti i socialCliccando su questo link trovi un foglio A4: stampalo, fatti una foto e condividila sui tuoi account twitter, facebook o instagram, ricordandoti di utilizzare l’hashtag #NoFarWest nel testo che deciderai di scrivere per accompagnare la foto.

3. Puoi farlo via mail. Sempre già da oggi puoi scrivere ai Senatori della Commissione Giustizia una lettera nella quale gli chiedi di non approvare questa legge. Qui trovi il testo della lettera che abbiamo predisposto noi (insieme agli indirizzi e-mail dei Senatori). Anche in questo caso puoi anche decidere di utilizzare la nostra lettera o scriverne un’altra.

4. Puoi farlo sul webFirmando la nostra petizione e condividendola con i tuoi amici e conoscenti per far aumentare il numero dei firmatari.

Nei prossimi giorni inoltre organizzeremo altre iniziative. Ne daremo notizia sul nostro sito e sui nostri account facebook e twitter. Seguici per rimanere aggiornato su questa iniziativa.

Il tema della patria, è una questione di destra?

22.10.2018 Tobia Savoca

Il tema della patria, è una questione di destra?
(Foto di flickr)

Il richiamo al popolo è un elemento che accomuna le componenti politiche vogliono sostituirsi a chi ha governato in Europa fino all’avvento dell’avvento della corazzata pentaleghista.

A sinistra alcuni teorici rivedono i fondamenti filosofici della visione marxista criticandola con elementi diversi.

Il risultato di queste riflessioni passa attraverso una serie di operazioni di maquillage comunicativo che svelano ancora una volta quanto la forma in politica sia sostanza, o meglio quanto la politica giochi su simboli e codici.

Così in Francia Mélenchon sostituisce lotta di classe con popolo costruendo un’ esempio di populismo di sinistra. L’appellativo di “partito”, come per i Cinquestelle in Italia, viene abbandonato: “il movimento è al popolo quello che il partito era alla classe”. Il termine stesso di “sinistra” è tralasciato da Mélenchon, considerandolo deteriorato dall’esperienza del Partito Socialista al potere e reso inattraente per l’opinione pubblica.
Le bandiere rosse e l’Internationale, che avevano segnato la campagna presidenziale del 2012, risultata un fallimento, vengono sostituite dalle bandiere tricolore e da La Marseillaise nel 2017.

Nonostante la France Insoumise abbia costruito la sua strategia comunicativa sul principio di non lasciare all’estrema destra il monopolio delle bandiere, dell’inno, dei concetti di sovranità, di sicurezza e di laicità, e nonostante si voglia far passare l’equivalenza che dare potere al popolo significa democrazia, le dinamiche interne della gestione gerarchica e del coinvolgimento della base, secondo alcuni, sono piuttosto verticali.

In Italia questo dibattito si declina, intorno alla nascita di una nuova associazione, Patria e Costituzione, che tende ad operare questo tipo di meccanismo di riattivazione della nozione di Patria, a fini democratici e costituzionali, rielaborando pensieri di Gramsci e Togliatti, e cercando di scavare nel passato di un pensiero di sinistra scrostandolo della retorica cosmopolita (confusa con l’internazionalismo) che è servita al centro-sinistra liberale per giustificare l’apertura delle frontiere a merci e quindi alle persone.

Cercando di partire da una lotta sovranista e quindi su base nazionale vorrebbe ricostruire il tessuto connettivo di uno Stato che non sia quello rappresentato dalla sua versione fascista, per in seguito confrontarsi in piano di parità con gli altri paesi europei. Anche loro vorrebbero governare il fenomeno migratorio, e non lasciare all’autoregolazione del mercato l’integrazione delle persone, con la possibile conclusione che non si possa accettare tutti e che bisognerà escludere qualcuno per l’interesse nazionale, probabilmente aprendo le porte ai soli rifugiati.

Indicare la Costituzione come limite dell’uso politico della “Patria” appare troppo vago, come vaga e incompleta ne è la sua attuazione da tempi ben antecedenti l’integrazione europea.

Contraddittoria quindi appare l’idea di volere dire “prima gli sfruttati” e di “regolare i flussi in base alle esigenze nazionali” che equivale a dire “prima gli sfruttati italiani”.

La sinistra europea sta quindi ragionando sul recupero di alcune battaglie e di alcuni temi per meglio affrontare la destra o, contemporaneamente per fare piazza pulita dei resti dei vecchi partiti di sinistra, cercando di accompagnare questo vento di insicurezza derivante dalla mondializzazione e di sfruttarlo a fini elettorali, sopratutto alla luce delle europee.
Il sovranismo può permettere un recupero delle prerogative statali ma non garantisce, da solo, il superamento dei problemi di natura globale. Quella nazionale non deve essere una battaglia politica fine a se stessa, ma un quadro d’azione.
Concatenare battaglia locale quindi nazionale ed internazionale è quindi necessario e le due lotte non possono e non devono essere scisse, ma nessun tipo di lotta che si dica di sinistra dovrà mai mettere da parte anche uno solo degli oppressi e degli sfruttati.

Un nuovo, duro attacco contro l’esperienza di accoglienza di Vicofaro

21.10.2018 Unione Sindacale di Base

Un nuovo, duro attacco contro l’esperienza di accoglienza di Vicofaro
(Foto di Controradio)

Ieri sera, 20 Ottobre, intorno alle ore 20:00, un insensato dispiegamento di forze dell’ordine – un centinaio di uomini in divisa tra poliziotti, carabinieri, polizia municipale, finanzieri, vigili del fuoco, accompagnati da tecnici Asl – si è presentato presso la comunità di Vicofaro per un inutile controllo dei documenti degli ospiti, mentre si stava svolgendo una tranquilla serata conviviale.

Nessuna irregolarità nei documenti dei ragazzi ospiti del centro, nessun nuovo elemento di problematicità della struttura, peraltro ispezionata appena un mese fa, e dove già sono in corso i lavori di adeguamento necessari. Appare chiaro, dunque, come ancora una volta si stia solo cercando di intimidire e ostacolare l’esperienza di accoglienza e integrazione di Vicofaro. Di più. A Pistoia come a Riace e in tutto il territorio nazionale assistiamo alla sempre più violenta delegittimazione e criminalizzazione di chi si occupa degli ultimi, degli sfruttati, dei dimenticati della società. Mentre lo Stato è assente e non offre alcuna alternativa concreta che non sia la vuota retorica dell’espulsione dei migranti, chi tra mille difficoltà tenta di far integrare uomini e donne che fuggono dalla miseria, dalla guerra, dalle barbarie, si trova a doversi paradossalmente difendere come il peggior criminale in circolazione.

Noi non ci stiamo! Come organizzazione sindacale staremo sempre a fianco di don Massimo, della sua comunità, delle compagne e dei compagni che dedicano il loro tempo al lavoro di accoglienza che lo Stato non sa e non vuole offrire.

Questa sera, alle ore 20:00, parteciperemo alla cena di solidarietà che si terrà presso i locali adiacenti ala Parrocchia.

USB – Confederazione Toscana

Deriva della politica e via maestra

19.10.2018 Rocco Artifoni

Quest’articolo è disponibile anche in: Spagnolo

Deriva della politica e via maestra
(Foto di Gianfranco Goria via Flickr.com)

Negli ultimi mesi e giorni in Italia abbiamo assistito ad una sceneggiata politica alquanto deleteria: profughi bloccati in porto su una nave per diversi giorni, bambini stranieri esclusi dalla mensa scolastica, ministri che di fronte ai rilievi europei sulla manovra economica dichiarano “me ne frego” e che alle critiche di autorità indipendenti replicano “si presenti alle elezioni”, testi di legge (forse) manipolati, proposte di condoni e di depenalizzazioni per evasori con sconti fiscali di molto superiori alle imposte pagate dai contribuenti onesti, rovesciamento del criterio di progressività del sistema tributario (chi più ha evaso più risparmia), ecc.

Tutto ciò è in palese contrasto con la Costituzione vigente, che stabilisce il diritto di asilo (art. 10), la protezione dell’infanzia (art. 31), il riconoscimento delle autorità sovranazionali (art. 11), la sostenibilità del debito pubblico (art. 97), il dovere inderogabile di solidarietà (art. 2), l’uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge (art. 3), l’obbligo di pagare le imposte secondo equità (art. 53), il dovere di fedeltà alla Repubblica e l’osservanza della Costituzione (art. 54), ecc.

L’attuale Governo sembra aver perso completamente la bussola di una politica al servizio della comunità, fondata sul rispetto dei diritti umani. Si è scavato un abisso nei confronti dell’idea che la politica sia la forma più alta ed esigente della carità, come ha insegnato il magistero della chiesa cattolica. Purtroppo aveva ragione Platone: “In politica presumiamo che tutti coloro i quali sanno conquistarsi i voti, sappiano anche amministrare uno Stato o una città. Quando siamo ammalati chiamiamo un medico provetto, che dia garanzia di una preparazione specifica e di competenza tecnica. Non ci fidiamo del medico più bello o più eloquente”.

Recenti ricerche hanno mostrato come tra i 14 Paesi più sviluppati del mondo, l’Italia sia al primo posto per tasso d’ignoranza della popolazione. Massimo Gramellini recentemente su La Stampa ha scritto che “la prevalenza del cretino, o comunque del mediocre, raggiunge la sua apoteosi in quella caricatura di democrazia che è diventata la nostra democrazia”. Dobbiamo forse arrenderci di fronte alla banalità del male insito nella delega incondizionata di un popolo incompetente e indifferente? Com’è possibile ritrovare un senso alla partecipazione politica che abbia nel cuore e nella mente il compito di rimuovere gli ostacoli al pieno sviluppo della persona umana (art. 3)?

Oggi occorre riandare alle fonti: ripartire dalla Costituzione e da coloro che ce l’hanno lasciata in eredità come testamento spirituale. Una classe politica che ha servito il Paese davvero “con disciplina e onore” (art. 54). Nelle parole dei Costituenti emerge in modo indelebile il senso della comunità e le indicazioni delle strade da seguire.

Piero Calamandrei, nel suo celebre discorso del 1955, ha esortato gli studenti di una scuola: “voi giovani alla Costituzione dovete dare il vostro spirito, la vostra gioventù, farla vivere, sentirla come vostra, metteteci dentro il senso civico, la coscienza civica, rendersi conto che nessuno di noi nel mondo è solo, che siamo parte di un tutto”. Giuseppe Dossetti, 40 anni dopo, ha aggiunto:  “Cercate di conoscerla, di comprendere in profondità i suoi princìpi fondanti, e quindi di farvela amica e compagna di strada. Essa può garantirvi effettivamente tutti i diritti e tutte le libertà a cui potete ragionevolmente aspirare;  vi sarà presidio sicuro, nel vostro futuro, contro ogni inganno e contro ogni asservimento, per qualunque cammino vogliate procedere, e qualunque meta vi prefissiate”.

Per contrastare la deriva del Paese è necessario anzitutto promuovere lo sviluppo della “cultura” (art. 9) e della “scuola” (art. 34). Per questo, come propose Aldo Moro, la Costituzione deve essere insegnata “nella scuola di ogni ordine e grado” (ordine del giorno approvato all’unanimità dall’Assemblea Costituente). La Costituzione rimane la via maestra per formare – come ci ha insegnato don Lorenzo Milani – cittadini sovrani. Perché il contrario del “me ne frego” della politica attuale è sempre il motto della scuola di Barbiana: I care.

Assemblea Nazionale di Potere al Popolo a Roma

18.10.2018 – Roma Potere Al Popolo

Assemblea Nazionale di Potere al Popolo a Roma
(Foto di https://www.facebook.com/poterealpopolo.org/)

Sabato 20 e domenica 21 ottobre 2018

PROGRAMMA 

★ Sabato 20 ottobre – ore 10 – Csa Intifada (v. di Casal Bruciato, 15, Roma)

TAVOLI DI LAVORO tra gli attivisti e le attiviste di Potere al Popolo
I testi di convocazione: https://goo.gl/dYphGi

★ ore 14 – Piazza della Repubblica, Roma
20 Ottobre_Potere Al Popolo Scende in Piazza!_ Per le nazionalizzazioni, il lavoro, il reddito

★ Domenica 21 ottobre – ore 10 – Teatro Italia (v. Bari, 18, Roma)

ASSEMBLEA NAZIONALE DI POTERE AL POPOLO
Il testo di convocazione: https://bit.ly/2J0gJ2e

Come abbiamo deciso collettivamente lo scorso agosto durante il “Potere al Popolo Camp”, il 20 e 21 ottobre tutte le attiviste e gli attivisti di Potere al Popolo! sono invitati a partecipare alla due giorni nazionale di dibattito, discussione e confronto.

Dopo la campagna di adesione e la votazione dello Statuto, siamo chiamati adesso a decidere collettivamente i prossimi passi da muovere tutti insieme. Davanti alla barbarie che ci circonda, alle politiche del governo giallo-verde, al clima d’odio e di paura che si sta spargendo per tutto il paese, dobbiamo costruire un’opposizione reale al governo Conte e continuare a costruire il nostro movimento su ogni territorio, creando presidi di lotta, mutualismo e solidarietà e costruendo un modello alternativo all’individualismo razzista e xenofobo che si sta diffondendo in tutto il paese.

Per questo abbiamo deciso di strutturare la due giorni partendo dai Tavoli di Lavoro su temi specifici di sabato mattina, per poter avere uno sguardo preciso e complessivo su ogni ambito che andiamo ad affrontare e poter preparare una road-map e un’azione pratica per i prossimi mesi.

Domenica, nell’assemblea plenaria, daremo voce a tutti i territori e decideremo insieme i prossimi appuntamenti di quest’autunno.

A brevissimo tutte le specifiche delle singole giornate e le informazioni pratiche e logistiche (pullman, ospitalità etc.etc) per poter consentire a tutti e tutte la più grande partecipazione possibile.

“Chiediamo ai Sindaci di dare la cittadinanza onoraria a Domenico Lucano”

17.10.2018 Rete dei Comuni Solidali

“Chiediamo ai Sindaci di dare la cittadinanza onoraria a Domenico Lucano”

L’intera Rete dei Comuni solidali (Recosol) si stringe a Riace e al sindaco Mimmo Lucano. Amministratori, associazioni, volontari di ogni parte d’Italia al fianco di Riace che in tutti questi anni ci ha insegnato che le migrazioni se gestite nel modo corretto possono essere una risorsa e non necessariamente un problema. Ci ha insegnato che si può accogliere facendo l’interesse non solo dei migranti, ma anche dei propri cittadini e del proprio territorio.

L’“esilio” deciso dal tribunale del Riesame dopo la revoca degli arresti domiciliari è un’azione che non fermerà il lavoro del primo cittadino e soprattutto non spegnerà lo spirito solidale innescato. In attesa degli sviluppi giuridici Re.Co.Sol rimane al fianco di tutti i primi cittadini che ogni giorno -da anni- operano per migliorare le condizioni sociali di tutte e tutti.

Chiediamo a tutti i Comuni di accogliere Mimmo Lucano, che ha reso Riace la casa di tutti e che adesso non può essere casa sua. E ai primi cittadini della Rete di conferirgli la cittadinanza onoraria. «Riace, i riacesi e Mimmo Lucano non siano oggetti di strumentalizzazioni -afferma Giovanni Maiolo, legale rappresentante Re.Co.Sol- Si leggono in vari organi di stampa e si ascoltano in vari programmi televisivi allusioni che tendono a ledere il lavoro e l’operato di persone per bene. L’accoglienza e le politiche sociali non si chiudono con nessuna mandata. Restiamo umani». « Riace rappresenta concretamente la dimostrazione di un’Accoglienza Possibile, che per qualcuno va colpita e smantellata. Proprio perché diventata simbolo di un “modello altro” di relazione con il mondo, va umiliata e cancellata. Non si interviene -come sarebbe giusto e opportuno, nel caso ci fossero state storture e inadeguatezze- per porvi rimedio: semplicemente si spazza via tutto».

Concordiamo con Lucano secondo cui: «Lo Sprar di Riace non lo chiude il Viminale, lo chiudo io. Non sono degni del messaggio di umanità ed accoglienza. Non vogliamo più essere i capri espiatori di politiche repressive. È ora di cambiare marcia. Insieme a tutti i solidali e coloro i quali scelgono di ‘restare umani’, per citare Vittorio Arrigoni, creeremo un nuovo progetto di accoglienza, autogestito e autosufficiente. Pagheremo prima i debiti che a causa di questo sistema farraginoso abbiamo contratto e poi ognuno per la sua strada. Se il Viminale non ha fiducia in noi, l’accoglienza la facciamo da soli, con il crowfunding, con la solidarietà. A Lodi hanno in una settimana racimolato i soldi, negati da Salvini, per le mense dei bimbi dei rifugiati, questo è l’esempio. È necessario ritrovare l’entusiasmo ma il modello Riace sopravviverà, nessuno sarà obbligato ad andarsene. Metteremo a sistema tutte le strutture che abbiamo costruito – il frantoio, la fattoria didattica, l’albergo solidale, le imprese zootecniche. A prescindere dai finanziamenti Sprar».

Quindi ribadiamo la nostra richiesta ai quasi 300 sindaci aderenti alla Rete dei Comuni Solidali: concedete la cittadinanza onoraria a Mimmo Lucano. 10, 100, 1000 Riace.

Guerra e fame: un legame riconosciuto

16.10.2018 Redazione Italia

Guerra e fame: un legame riconosciuto

Il rapporto di Azione contro la Fame sottolinea lo stretto legame tra conflitti e malnutrizione, portando alla luce una serie di dati allarmanti.

“La guerra crea fame e la fame scatena conflitti; i dati allarmanti del nostro rapporto confermano un legame strettissimo e devastante tra guerra e fame. Se i governi e le istituzioni sovranazionali non riusciranno a ridurre i conflitti e a garantire il rispetto dei principi stabiliti dal diritto internazionale umanitario vedremo crescere ulteriormente il numero di persone che soffrono la fame, vanificando i progressi faticosamente conquistati in questi ultimi 15 anni,” dichiara Simone Garroni, Direttore Generale di Azione contro la Fame Italia.

L’esperienza di Azione contro la Fame in circa 50 Paesi del mondo ha fornito numerose prove del rapporto bilaterale tra guerra e fame: da una parte le guerre distruggono mercati e mezzi di sostentamento e producono spostamenti massicci che innescano un elevato rischio di insicurezza alimentare; dall’altra, l’insicurezza alimentare e la competizione per le risorse naturali o il cibo è all’origine di gran parte dei conflitti attivi oggi nel mondo.

Il rapporto di Azione contro la Fame fornisce gli esempi e le cifre del legame tra guerra e fame:

1 Paese su 4 nel mondo ha un conflitto in corso.
6 persone su 10 che soffrono la fame vivono in un Paese in conflitto.
122 dei 151 milioni di bambini colpiti da malnutrizione cronica vivono in un Paese in conflitto.
In 24 paesi su 46 con conflitti attivi, la prevalenza di malnutrizione acuta è superiore al 30%
Il 77% dei conflitti ha all’origine l’insicurezza alimentare della popolazione.
Nel 2017 è stato superato il record di sfollati dalla seconda guerra mondiale, con 66 milioni di persone. Più della metà sono sfollati a causa della violenza, una cifra che si è raddoppiata tra il 2007 e il 2015.

LE GUERRE CAUSANO LA FAME

La violenza, specialmente nelle guerre moderne che colpiscono in modo massiccio la popolazione civile, provoca spostamenti di massa di persone che fuggono con ciò che è rimasto, abbandonano i loro mezzi di sostentamento e si concentrano in luoghi con acqua e servizi igienici precari dove dipendono dagli aiuti umanitari per sopravvivere. Il numero di sfollati a causa della violenza è raddoppiato tra il 2007 e il 2015 e si calcola che una persona sfollata trascorra in media più di 17 anni nei campi profughi o presso le popolazioni ospitanti, creando per di più tensioni e concorrenza per le risorse naturali o l’occupazione.

Nelle guerre le colture vengono abbandonate, i periodi di semina e raccolta saltano, l’offerta ai mercati viene interrotta così come le vie di trasporto e approvvigionamento: tutto questo ha un impatto feroce sulla popolazione.

LA FAME CAUSA GUERRE

A sua volta, l’aumento dei prezzi del cibo e delle materie prime ha scatenato molti dei conflitti attuali. In diversi contesti, come nel Sahel, l’aumento dei prezzi dei prodotti alimentari, la siccità e la competizione per i pascoli sempre più asciutti hanno generato tensioni tra le popolazioni pastorali, fino a sfociare in veri e propri conflitti.

LA FAME COME ARMA DI GUERRA

Ed esiste una dimensione del problema che non dobbiamo dimenticare: l’uso crescente della fame come arma di guerra, attraverso l’assedio sistematico di civili, l’attacco alle infrastrutture di base per l’acqua e il sostentamento, il blocco degli aiuti umanitari. Si tratta di una tendenza in aumento in conflitti sempre più spesso combattuti da gruppi armati con poche risorse militari, che trovano quindi nella fame un’arma di guerra molto economica e praticabile.

ALCUNI CASI

Il rapporto analizza 13 casi concreti di aree e paesi in conflitto, tra cui alcuni particolarmente significativi:

in Yemen, dove la guerra civile dal 2014 fino a oggi ha causato oltre 16.000 vittime, si stima che 22 milioni di persone (due terzi del Paese) dipendano dagli aiuti umanitari, 17,8 milioni soffrano di insicurezza alimentare, e oltre 8 milioni di persone – di cui la metà bambini – sono attualmente sull’orlo della carestia. Gli sfollati interni ammontano a 3 milioni e oltre 450.000 sono i bambini severamente malnutriti. In questo Paese, dove Azione contro la Fame lavora dal 2012 e nel 2017 ha assistito 650.000 persone con programmi di supporto nutrizionale, sicurezza alimentare e accesso all’acqua, accedere alle vittime è difficilissimo e non vengono rispettati i corridoi umanitari.

La regione del Lago Chad, (Niger, Chad, Nigeria e Camerun) dove dal 2009 il gruppo Boko Haram ha intensificato la sua azione e gli scontri hanno provocato oltre 37.500 morti e quasi 2 milioni e mezzo di sfollati. 7 milioni di persone nella regione soffrono di insicurezza alimentare e oltre mezzo milione di bambini è colpito da malnutrizione acuta. Quest’area è particolarmente soggetta ai cambiamenti climatici e la stagione della fame diventa ogni anno più dura, assottigliando le risorse a disposizione della popolazione. Le violenze di Boko Haram non hanno fatto altro che esacerbare il processo migratorio e oggi assistiamo a una vera e propria crisi regionale. La Conferenza di Berlino ha deciso di impegnare 2 miliardi di dollari per far fronte alla crisi ma è necessario che agli impegni della comunità internazionale seguano i fatti.

in Myanmar, dove nell’agosto 2017, dopo un attacco da parte di un gruppo di ribelli, si è riaccesa la persecuzione della minoranza musulmana dei Rohingya, causando in poche settimane la fuga di centinaia di migliaia di persone verso il confinante Bangladesh. Oggi i profughi sono 1 milione e solo nei campi gestiti da Azione contro la Fame sono stati presi in cura più di 18.500 bambini affetti da malnutrizione acuta grave. Il governo del Myanmar ha firmato a giugno un accordo con le Nazioni Unite che autorizzava un’ispezione dello stato di Rakhine, per lavorare congiuntamente al processo di rimpatrio, ma le agenzie internazionali non hanno ancora visitato il luogo, rendendo la soluzione quanto meno lontana. In ogni caso, il processo di rimpatrio deve rispettare gli standard internazionali, su base volontaria e garantendo la completa sicurezza della popolazione.
Il 24 maggio le Nazioni Unite hanno adottato la risoluzione 2417, invitando tutte le parti in conflitto a conformarsi al diritto umanitario internazionale, che vieta gli attacchi contro i civili e contro le infrastrutture civili critiche – incluse fattorie, mercati, sistemi idrici e altri elementi essenziali per produrre e distribuire alimenti. La risoluzione incita anche il Segretario Generale ad allertare il Consiglio di Sicurezza in quei contesti dove un conflitto minaccia la sicurezza alimentare.

“Siamo fiduciosi che questa risoluzione porterà l’impegno politico ai massimi livelli, evitando il deteriorarsi di gravi crisi alimentari. Tuttavia se vogliamo assicurare il progresso nella lotta contro la fame, la comunità internazionale deve farne una priorità politica globale,” aggiunge Garroni.

Ecco perché Azione contro la Fame invita tutti gli attori interessati a intraprendere azioni concertate per spezzare il circolo vizioso di guerra e fame. In particolare, Azione contro la Fame sottolinea la necessità di un approccio globale che garantisca la stretta aderenza al diritto internazionale umanitario, la responsabilità per la non conformità ad esso e la mobilitazione ai massimi livelli nel caso di uso della fame come arma di guerra.

Azione contro la Fame è un’organizzazione umanitaria internazionale leader nella lotta contro le cause e le conseguenze della fame. Da quasi 40 anni, in circa 50 Paesi, salviamo la vita di bambini malnutriti, assicuriamo alle famiglie acqua potabile, cibo, cure mediche e formazione, consentendo a intere comunità di vivere libere dalla fame.

Per maggiori informazioni: Gemma Ghiglia – gghiglia@azionecontrolafame.it – 0283626111

L’ILVA come paradigma dell’industrializzazione malata italiana

15.10.2018 Redazione Italia

L’ILVA come paradigma dell’industrializzazione malata italiana
(Foto di PeaceLink)

di Andrea Intonti

Armi (Salto di Quirra); rifiuti – tossici e non – come nella “terra dei Fuochi” in Campania o sotto l’autostrada Brescia-Bergamo-Milano (BreBeMi); produzione industriale priva di qualunque vincolo di tutela ambientale e sanitario: sono i tre pilastri su cui, dal 1948 ad oggi, governi di differente colore, durata e sensibilità hanno svenduto l’ambiente e la salute dei cittadini italiani sull’altare di un profitto senza programmazione, di politiche economiche ed occupazionali che assicura(va)no posti di lavoro e tumori e che oggi portano l’Italia a fare i conti con bambini nati deformi (Augusta-Melilli-Priolo), animali geneticamente modificati e latte materno alla diossina. Un modello economico che abbiamo anche esportato, con navi piene di rifiuti poi fatte affondare nel Mediterraneo o inviate come parte della (mala) cooperazione italiana.

Un’Italia svenduta che ha permesso di cementificare ciò che non poteva essere cementificato, di corrompere ai più diversi livelli istituzionali, nascondere dati arrivando persino ad uccidere, in maniera più o meno diretta, con veleni e pestaggi: è il caso, mai comunque accertato in via definitiva, di Salvatore Gurreri, ucciso la notte tra il 12 e 13 giugno 1992 probabilmente perché unico “ostacolo” alla costruzione dello stabilimento Isab a Marina di Melilli.

Dall’Ilva di Taranto alla Caffaro di Brescia, dalla Montedison di Porto Marghera, al “triangolo della morte” tra Augusta, Melilli e Priolo fino a Ceprano e il fiume Sacco, oggi è possibile imbastire una ricerca storico-geografica di questa “Italia dei Veleni”, come spesso viene chiamata. Una ricerca che da Nord a Sud, isole comprese, parla della trasformazione di quella grande industria su cui è basato il “miracolo” italiano post-bellico nella principale accusata dell’avvelenamento di ambiente e corpi, tanto che oggi molti di quei siti sono dichiarati “ad alto rischio di crisi ambientale”.

Una trasformazione che inizia ufficialmente il 10 luglio 1976, quando 300 grammi di diossina – ma indagini successive arriveranno a parlare anche di 15-18 kg vengono espulsi per effetto dell’avaria al sistema di controllo di un reattore nel cielo sopra gli stabilimenti dell’Icmesa (Hoffman-La Roche) a Seveso, da cui inizia anche la storia del traffico di rifiuti tossici del nostro Paese e l’Unione Europea vara la omonima direttiva sulla sicurezza industriale – la prima sull’argomento – che imporrebbe tra le altre il censimento di sostanze e lavorazioni nocive, la costruzione degli stabilimenti lontani dai centri abitati e la previsione di piani d’emergenza in caso di incidente. Imporrebbe, al condizionale, perché la storia dell’ambiente svenduto italiano andrà in tutt’altra direzione. Paradigmatica, in tal senso, la storia dell’Ilva di Taranto, dove tutto questo viene racchiuso in un «unico, coerente» e criminale «quadro politico».

La (falsa) favola di Taranto la prospera

È il 27 novembre 1964 quando a Taranto il Presidente della Repubblica Giuseppe Saragat inaugura il quarto centro siderurgico italiano, che va ad aggiungersi a quelli di Napoli-Bagnoli (in attività dal 1905), Piombino (1911) e Genova-Cornigliano (1953, ma già pronto nel 1942), tutti sotto il controllo dell’Italisider, gruppo Iri[1].
Per la città pugliese è la fine di una crisi occupazionale – e dunque economica – dovuta al crollo della produzione bellica, cui Taranto è profondamente legata grazie alla presenza dell’Arsenale Militare (inaugurato nel 1889) e dei Cantieri navali Tosi (1914), che di fatto strutturano l’urbanistica cittadina: i primi 258 ettari dello stabilimento hanno sblocco sul mare – da dove arrivano le materie prime – e su due arterie autostradali fondamentali per l’Italia come la Roma-Napoli e l’autostrada Jonica.

Nel primo decennio di produzione il reddito pro-capite di contadini che si riqualificano in operai aumenta del 274%, mentre negli anni ’80 lo stabilimento si sviluppa già su 1.500 ettari, dove 200 km di binari, 50 km di strade e 190 km di nastri trasportatori prendono il posto di 20.000 ulivi. Un’operazione, ben indennizzata, che riporta alla stretta attualità del controverso gasdotto Tap.

La “città” dell’Italsider fagocita la città di Taranto in un «processo barbarico di industrializzazione»[2], mentre nel 1965 viene firmata la prima ordinanza sui reflui dello stabilimento, prontamente censurata dalla Democrazia Cristiana, che guida l’Area di sviluppo industriale e il governo nazionale (Moro II).
Tra lavoro e ambiente è quest’ultimo a rimetterci, in una fase storica in cui la cultura ambientalista è ancora poco diffusa, a Taranto come nel resto dell’Italia[3].

La “favola” della più prospera città del Sud Italia dura poco: a urlare che “il re è nudo” sono prima i sindacati, che nel 1972 costringono l’azienda a qualche minima accortezza ambientale (come l’installazione di filtri per i camini) e poi il pretore Franco Sebastio, che nel 1982 condanna i vertici dell’azienda per emissioni nocive. La pena è però risibile: 15 giorni di carcere poi trasformati in multa, in un processo che vede tra i testimoni anche i cittadini dei quartieri Tamburi, Paolo VI e della città vecchia, i più esposti alle polveri prodotte dall’Italsider, che non sembrano più essere così innocue. Quartieri nei quali, quando il vento da nord-ovest è carico di veleni (nei cosiddetti “wind days”) costringe alla chiusura di finestre e scuole, aggiungendo ai danni ambientali e sanitari quello all’istruzione dei bambini.
È però la politica di liquidazione delle aziende Iri negli anni ’90 – tra cui anche l’Italsider – a chiudere definitivamente il capitolo di “Taranto la prospera”.

Nel 1995 lo Stato si accolla 7.000 miliardi di lire nella cessione dello stabilimento di Taranto[4] – che torna sotto l’effigie di “Ilva Spa” – al gruppo Riva, all’epoca tra le più importanti società della siderurgia italiana.
Da cinque anni l’area Ilva è dichiarata “ad alto rischio di crisi ambientale” dal governo, ma nell’accordo con i Riva non vi è traccia di tutele ambientali o sanitarie. La nuova proprietà stabilisce invece reparti confino – pratica in voga ancora oggi in molte grandi industrie italiane – e utilizza la legge sui benefici per l’esposizione all’amianto per sostituire i vecchi operai sindacalizzati con lavoratori più giovani, più precari e per questo più sensibili al salario sicuro che alla tutela della salute.

Scelta che dieci anni dopo – mentre i vertici del gruppo vengono condannati in via definitiva per tentata violenza privata e mobbing – ribalta la “favola” della città prospera nell’incubo della crisi sanitaria: con 93 grammi emessi ogni anno, l’Ilva di Taranto è la maggior fonte di diossina in Europa, dove il limite è fissato ad un grammo l’anno. Un dato pubblico – ma poco noto – che l’associazione PeaceLink scopre nel 2005 nel Registro europeo delle emissioni inquinanti. «La cosa più assurda», denuncia Alessandro Marescotti, presidente dell’associazione alla giornalista Marina Forti[6] «è che»

quei dati sulla diossina erano nel registro europeo perché forniti dalle istituzioni italiane: le quali però non avevano giudicato necessario allertare le istituzioni locali

Dalla “favola” all’incubo: la crisi sanitaria svela il “modello Riva”

Il danno genotossico di diossine e “diossino-simili”[5] – in grado cioè di modificare il DNA – è accertato dall’Unione Europea già dal 2001, ma l’Italia nel 2006 decide di non inserire nel nuovo Codice dell’Ambiente il limite alle emissioni di diossina, fissato dal Protocollo di Aharus in a 0,4 mg/m3.
Negli anni successivi i livelli di inquinamento prodotti saranno addirittura superiori alle prime denunce, arrivando nel 2008 a 170 grammi l’anno. Denunce che non arrivano dalle istituzioni ma dai comitati di cittadini e medici, che pagano di tasca propria le analisi. È sempre una colletta – gestita dall’associazione “Arcobaleno nel cuore” – che nel 2017 permette l’apertura del reparto di oncoematologia pediatrica dell’ospedale SS. Annunziata, mentre i governi nazionali, con ben dodici decreti “Salva-Ilva”, rendono evidente la propria posizione sulla vicenda.
È una sottovalutazione del danno che priva l’Italia di biomonitoraggi su vasta scala, in grado di “profilare” l’evolversi geografico e temporale di malattie e sostanze tossiche e che pesa sia in termini di costi economici e sanitari – pubblici quanto privati – che di scelte politiche. «Il problema», evidenzia a Linkiesta.it nel 2012 Giuseppe Merico, allora primario di pediatria del SS. Annunziata, è che

queste mutazioni si trasmettono per due generazioni, quindi i figli le trasmetteranno a loro volta alla prossima generazione

Intanto nel 2000 i 4.383 ettari dell’area Ilva diventano Sito di Interesse Nazionale (SIN) – di cui non fa parte il quartiere Tamburi – e del quale nel 2017 è bonificato solo l’8%, mentre i vertici della società – dai Riva agli ex direttori Luigi Capogrosso, Antonio Lupoli e Ruggero Cola fino agli ex commissari Piero Gnudi ed Enrico Bondi – nel corso degli anni vengono accusati tra gli altri dei reati di
• disastro ambientale colposo e doloso;
• avvelenamento di sostanze alimentari;
• omissione dolosa di cautele contro gli infortuni sul lavoro;
• getto e sversamento di sostanze pericolose

Dal punto di vista giudiziario, la svolta arriva il 21 gennaio 2013: l’arresto a Londra di Fabio Riva – vicepresidente del gruppo omonimo e figlio del patron Emilio – è il momento più notiziabile del processo per l’ambiente svenduto tarantino, uno dei più importanti nella storia d’Italia. Proprio “Ambiente svenduto” è il nome che nel 2012 (e poi nel 2016) la Procura di Taranto sceglie per l’inchiesta sui danni ambientali e sanitari prodotti dall’Ilva. Il processo viene azzerato dalla Corte d’Assise per un vizio di forma, per poi ripartire da zero nel 2016.

Un’altra inchiesta giudiziaria – “Environment sold out” del 2012 – racconta il ruolo di “tessitore” giocato da Girolamo Archinà, ex capo delle relazioni esterne dell’Ilva, nella rete di relazioni su cui si è basato per decenni il potere dei Riva. Una rete che ha tenuto insieme politica e clero, forze dell’ordine, giornali e università.

Svendere ambiente e salute come politica industriale

A Taranto come a Porto Marghera, a Perdasdefogu come nel triangolo Augusta-Melilli-Priolo o nelle “terre dei fuochi” di Brescia e della Campania, per precise e paracriminali scelte politiche l’ambiente è stato svenduto insieme al futuro del nostro Paese: la salute di bambini e neonati (0-14 anni la fascia più colpita), che, a Taranto, hanno una possibilità di vita nel primo anno ventuno volto minore rispetto ai bambini del resto della Puglia (e del 23% in meno nella fascia 1-14 anni).

La causa principale, evidenziano le più recenti analisi, è l’inquinamento atmosferico di origine industriale – che a Taranto si declina soprattutto nelle diossine, nell’anidride Solforosa (SO2, che a contatto con le mucose si trasforma in acido solforico), benzo(a)pirene, naftalene e Pm10 che portano a malattie neurologiche, cardiache, infezioni respiratorie, renali e dell’apparato digerente. Le analisi realizzate sugli abitanti dei quartieri Tamburi e Paolo VI – oltre che a Massafra e Statte[8] – evidenziano
• aumento delle malattie respiratorie del 24% nei bambini del quartiere Tamburi e del 26% in quelli del quartiere Paolo VI;
• +10% infarto al miocardio;
• +9% malattie per effetti dell’anidride solforosa industriale (che vede +29% per infarto al miocardio e +17% per tumori ai polmoni);
• + 5% tumori polmonari;
• +4% mortalità per esposizione alle polveri sottili
Pm10 (+29%) e SO2 (+42%) sono inoltre responsabili dell’aumento di tumori al polmone. L’Istituto Superiore di Sanità evidenzia inoltre che a Taranto l’esposizione ai metalli pesanti porta alla diminuzione – di circa 10 punti – del quoziente intellettivo nei bambini più vicini alla zona industriale rispetto ai bambini degli altri quartieri della città. Non a caso PeaceLink parla di vero e proprio «genocidio silenzioso».

“Mortalità in eccesso” è il concetto chiave usato quando muoiono operai per tumori alla pleura, alla vescica o allo stomaco per l’esposizione all’amianto o agli idrocarburi policiclici aromatici (IPA), alle polveri minerali o ai policlorobifenili (Pcb), eredità di quella “favola” trasformatasi in incubo. Un incubo che continua negli aborti spontanei e in quello che è forse l’effetto più infame della non tutela ambientale e sanitaria, a Taranto e nell’intera “Italia dei veleni”: la contaminazione del latte materno[7], che i pediatri comunque consigliano alle mamme, per i maggiori effetti benefici – tra cui la mitigazione degli effetti inquinanti – sullo sviluppo del neonato rispetto al latte artificiale, comunque non esente da possibile tossicità.
Una situazione che ha, per Taranto, anche una valenza “classista”: l’incidenza di malattie e ricoveri ospedalieri a Taranto è più alta (del 20%) nei quartieri più vicini allo stabilimento (Tamburi; Paolo VI), dove il livello socio-economico è più basso.

Nel 2014, analisi richieste dall’associazione “Fondo Antidiossina” su alcuni campioni di latte materno di mamme con età superiore ai 33 anni riportano il superamento dei limiti per policlorodibenzodiossine (Pcdd); policlorodibenzofurani (Pcdf); policlorobifenili, diossine e ”diossino-simili” per valori superiori tra il 700% e il 1500% rispetto ai limiti stabiliti per latte crudo e prodotti lattiero caseari.
Secondo i dati dell’Asl di Taranto la Puglia è agli ultimi posti a livello nazionale per allattamento al seno esclusivo, con Taranto che rappresenta un caso ancor peggiore.
Uno studio condotto raccogliendo dati tra il 2008 e il 2012 evidenzia un tasso di tumori maligni nella fascia 0-14 anni di 165,2 per milione in tutta la Puglia, e di 216,2 a Taranto.

Taranto e la Puglia sono comunque parte di un’Italia che da Nord a Sud è maglia nera in Europa per incidenza dei tumori in età pediatrica, con un incremento del 90% negli ultimi dieci anni (fonte: ministero dell’Ambiente), anche – e forse soprattutto – per l’incidenza e la diffusione dell’inquinamento di terra, acqua, aria e di conseguenza della catena alimentare.

L’”imbroglio” ArcelorMittal: nuovo padrone, stessi problemi?

Una situazione che non sembra migliorerà nemmeno con il raggiunto accordo tra il governo Conte e ArcelorMittal. Anzi, secondo quanto riportano Rosy Battaglia ed Emanuele Isonio su Valori.it, alla nuova proprietà è concessa sia l’immunità penale che la possibilità di aumentare le emissioni dell’Ilva del 16% («nello scenario migliore»), anche alla luce del fatto che l’Autorizzazione Integrale Ambientale (AIA) per lo stabilimento varata dal governo Gentiloni il 29 settembre 2017 «ricalca nella sostanza il piano degli “investitori”».

Sarebbe potuto essere un “nuovo inizio” tanto per la “città” dell’Ilva quanto per l’intera città di Taranto, con logici riflessi sul piano nazionale, ma nelle trattative non si è mai sfiorato né il tema della (necessaria) riconversione ambientale ed economica né della possibile introduzione, come richiesto dalla Fiom, di valutazioni preventive sull’impatto ambientale e sanitario (come le VIIAS), in grado non solo di rendere pubblici tali dati per cittadini, associazioni e giornalisti – rendendo più efficace il controllo democratico – sia sull’Ilva che sulle altre grandi opere italiane, ma anche di rendere più consapevoli le scelte del decisore pubblico.

Lavoro o salute? Se la politica italiana non sa come uscire dalla industrializzazione “malata”

Esperti di varia natura, ex operai, sindacalisti guardano alla riconversione del bacino della Ruhr (Germania) come ad una possibile strada per far tornare a Taranto l’antica prosperità ed un ambiente più sano. Ma nelle stanze del governo – nazionale e locale – il cambiamento non si vede e, anzi, le istituzioni rimangono ancorate ad un dilemma tanto vecchio quanto anacronistico: scegliere tra difesa del lavoro o difesa della salute. Perché al di là delle sentenze giudiziarie, la questione dell’ambiente svenduto, in Italia come all’estero inficia le possibilità di ottenere, per tutti, le migliori condizioni di vita, generazioni future incluse.

Perché, come denuncia Alessio Arconzo ne “Il Paese dei veleni”

Il dramma di Taranto non era inevitabile. Indubbiamente è stato il frutto di una decisione scellerata, aggravata negli anni dalla latitanza dello Stato e dalla volontà di insabbiare la verità su una industrializzazione malata

Servono 30 miliardi di euro per ripulire l’Italia dai danni di questa «industrializzazione malata», che a livello europeo pesa per 157 miliardi (l’1,23% del Pil). Non una cifra impossibile da trovare se si considera che per la sola introduzione della flat tax il governo Conte ha deciso di rinunciare, ogni anno, a 70 miliardi di euro di entrate. Per dare un lavoro «sano e pulito» e «chiudere l’Ilva» a Taranto, scrive a giugno Alessandro Marescotti su PeaceLink, sarebbe bastato quel miliardo e duecento milioni che l’ex ministro Pinotti (governo Renzi) ha destinato – «in gran segreto» – all’acquisto di 8 F-35. Insomma, i soldi non mancano, quale governo deciderà di aggiungere anche la volontà politica di tutelare ambiente e salute degli italiani?

Note:
1. L’Italsider viene creata nel 1961 per raggruppare il comparto siderurgia della Finsider, società finanziaria del gruppo Iri, uno dei pilastri individuati dal governo nel 1948 – attraverso il “piano Sinigaglia”, dal nome dell’allora presidente della finanziaria – per il rilancio dell’Italia post-bellica. Con la privatizzazione delle aziende Iri lo stabilimento di Bagnoli viene chiuso, quello di Piombino passa al gruppo Lucchini di Brescia, mentre gli stabilimenti di Taranto e Genova-Cornigliano passano invece nel portfolio del gruppo Riva;
2. “Taranto strangolata dal boom”, Antonio Cederna, Corriere della Sera, 18 aprile 1972;
3. A Taranto il movimento ambientalista nasce proprio in protesta alle emissioni dell’Italsider con una manifestazione – “Taranto per una industrializzazione umana” del febbraio 1971 – in cui in Piazza della Vittoria vengono esposte lenzuola annerite dai veleni dell’acciaieria;
4. “Profitto e veleni: l’Ilva di Taranto”, Alessio Arconzo, “Il Paese dei Veleni. Biocidio, viaggio nell’Italia contaminata”, Andreina Baccaro, Antonio Musella, Roma, Round Robin, 2013;
5. La diossina si produce per incenerimento, tende ad accumularsi soprattutto nei tessuti adiposi di origine animale e quindi nel latte (e derivati) bovino e ovino, entrando così nella catena alimentare. I tempi di latenza sono lunghi anche decenni. È accertato che l’esposizione alle diossine – che si legano al recettore AhR (Aryl Hidrocarbon Receptor, che svolge un ruolo nello sviluppo immunitario, vascolare, emopoietico ed endocrino oltre che nella regolazione del ritmo sonno-veglia) è correlata allo sviluppo di vari tumori oltre che a disturbi riproduttivi, endometriosi, anomalie dello sviluppo cerebrale, endocrinopatie (diabete e tumore alla tiroide), disturbi polmonari, danni metabolici, cardiovascolari, empatici, cutanei, deficit del sistema immunitario, ritardo nella crescita del feto – la fase in cui l’esposizione più pericolosa – e del neonato, anomalie del comportamento, malformazioni urogenitali. Nei bambini è inoltre comprovato, oltre alla riduzione del quoziente intellettivo, un aumento dell’iperattività, di ansia e depressione e una alterazione del comportamento sociale;
6. Marina Forti, “Malaterra. Come hanno avvelenato l’Italia”, Bari, Laterza, 2018;
7. Tenendo per base l’assunzione media, per un neonato, di una quantità tra gli 800 ml e il litro di latte materno al giorno, e che in esso i grassi – a cui si attaccano le sostanze nocive – costituiscono il 4% del latte, è stato calcolato che un bambino allattato al seno assuma tra i 90 e i 1000 picogrammi (un picogramma equivale a un miliardesimo di milligrammo) di “tossicità equivalente” (TEQ) al giorno per i bambini di Taranto, con dosi anche maggiori rinvenute durante le analisi del latte delle mamme di Brescia (una delle zone più inquinate del Nord Italia grazie agli stabilimenti Caffaro) e di quelle che vivono intorno all’inceneritore di Montale (Pistoia). L’Unione Europea ha fissato il limite di assunzione “non nociva” a 2 pg/kg di peso per gli adulti. L’analisi del latte materno è il modo più semplice per valutare l’impatto degli agenti inquinanti sugli esseri umani;
8. Le analisi sono state realizzate dal Dipartimento di Epidemiologia del Servizio Sanitario Regionale del Lazio, Asl Taranto, Arpa Puglia e AreS Puglia. Per approfondire: I bambini di Taranto vogliono vivere – Rosy Battaglia, giustiziambientale.org, 28 luglio 2017.

240.000 persone manifestano a Berlino per la solidarietà e contro l’esclusione

 

14.10.2018 Reto Thumiger

Quest’articolo è disponibile anche in: Spagnolo, Tedesco

240.000 persone manifestano a Berlino per la solidarietà e contro l’esclusione
(Foto di #unteilbar)

Nell’appello lanciato da #unteilbar (indivisibile) si legge: “Non permetteremo che lo stato sociale  venga contrapposto ai richiedenti asilo e ai migranti. Siamo decisi a resistere quando i diritti e le libertà fondamentali corrono il rischio di ulteriori restrizioni. Ci si aspetta che accettiamo come “normale” la morte di chi cerca rifugio in Europa. Molti di noi si sono già impegnati in questo senso.”

Il fatto che alla manifestazione di Berlino di sabato 13 ottobre abbiano partecipato oltre 240.000 persone ha probabilmente superato le aspettative più ottimistiche degli organizzatori e costituisce un segnale diverso, colorato e pieno di speranza in un momento in cui si assiste a un drammatico spostamento politico e il razzismo e la discriminazione stanno diventando socialmente accettabili.

L’autunno di protesta in Germania è cominciato con ottime condizioni meteorologiche e molteplici messaggi. Oltre agli appelli alla solidarietà e contro l’odio e la xenofobia, la protesta ha toccato anche altri temi: le precarie condizioni di lavoro, i tagli alle spese sociali, gli affitti troppo alti e perfino la protezione del clima.

Questo è forse il significato più importante di #unteilbar: diversi settori di popolazione si rifiutano di combattersi, consapevoli che tutti i problemi e i conflitti hanno la stessa radice.