Impegno per profughi e migranti e giornalismo indipendente: una scelta di campo

21.09.2017 – Milano Redazione Italia

Impegno per profughi e migranti e giornalismo indipendente: una scelta di campo
(Foto di Rita Cuna)

Sala della Libreria Popolare di via Tadino a Milano strapiena ieri per l’incontro ”Illuminare l’oscurità. Impegno per profughi e migranti e giornalismo indipendente”.

Guido Duiella della libreria dà il benvenuto ai presenti e ricorda l’importanza di questo tema già toccato in passato e di cui la libreria continuerà a occuparsi con altre iniziative simili. Prova di questo interesse è l’enorme disponibilità dimostrata nell’organizzazione dell’incontro, dalla diffusione al fondamentale coinvolgimento di un gruppo di ragazzi della Scuola di Cinema di Milano, impegnati a risolvere tutte le questioni tecniche e a girare un video che verrà presto diffuso.

Introduce e modera Antonella Freggiaro dell’associazione Abarekà, attiva in progetti di sviluppo in Mali e in iniziative anti-razziste a Milano.

Inizia Anna Polo della redazione italiana di Pressenza, ricordando com’è nato questo incontro: a fine maggio, dopo aver intervistato Daniele Biella sul suo libro “L’isola dei Giusti – Lesbo, crocevia dell’umanità” e pochi giorni dopo un altro incontro sul tema di fare rete tra attivisti e giornalismo indipendente, è sorta l’idea di ripetere l’iniziativa, concentrandosi però sugli attivisti che si occupano di profughi e migranti. Già allora il tema era caldo, con la campagna denigratoria contro le Ong già in pieno svolgimento, ma in quel momento era difficile immaginare l’escalation di calunnie, disinformazione, brutalità e cinismo a cui abbiamo assistito negli ultimi mesi da parte del governo, di molti media e della maggioranza delle forze politiche. Opporsi alla deriva razzista che sta purtroppo investendo l’opinione pubblica è diventato un impegno fondamentale e in questo senso l’immagine dell’incontro del 20 settembre è stata una luce che ha illuminato l’oscurità di questa estate difficile, aiutando a superare impotenza e scoraggiamento. Un compito che Pressenza svolge ogni giorno, pubblicando notizie che cercano sempre di trovare un equilibrio tra la denuncia e la speranza e dando spazio ai movimenti sociali, alle iniziative di solidarietà e auto-organizzazione e alle reti tra attivisti impegnate in tanti campi.

Daniele Biella, giornalista, scrittore ed educatore, racconta poi il suo viaggio sulla nave Aquarius dell’ong Sos Méditerranée, impegnata in operazioni di salvataggio dei migranti con l’aiuto di Medici senza frontiere. Tornato da pochi giorni, questa è la prima volta che parla di quella che definisce “un’esperienza che tocca nel profondo, tra le più importanti della mia vita.” Un’occasione preziosa dal punto di vista giornalistico ed umano, cercata a lungo e arrivata al momento giusto. Partendo sapeva che, visti gli scellerati accordi stretti con la Libia dal governo italiano, poteva anche succedere di non incontrare nessuno da salvare. Invece non è stato così e alla fine, nel corso di tre operazioni, sono state portate in salvo oltre trecento persone. Con l’aiuto di foto scattate durante il viaggio Daniele coinvolge il pubblico in un’esperienza intensa, a contatto con persone reduci da mesi di violenze e torture che finalmente si sentono al sicuro e sciolgono la tensione accumulata in canti, abbracci, risate e balli. Un’esperienza che mostra come l’essere umano sappia superare i momenti più difficili. Descrive il misto di professionalità e umanità con cui gli operatori delle ong riescono a gestire queste situazioni a volte drammatiche e insiste sul concetto che sta al centro del suo libro su Lesbo: quello dei Giusti, persone coraggiose che antepongono la giustizia alla legge – quando è iniqua – la cui opera va diffusa e valorizzata.

Francesco Di Donna, responsabile medico dei progetti di Medici senza Frontiere in Italia e nel Mediterraneo centrale, si aggancia al racconto di Daniele descrivendo la sua esperienza decennale di operatore umanitario nel Mediterraneo, ma anche in contesti di guerra come la Siria e l’Afghanistan o di catastrofi naturali come i terremoti ad Haiti e in Nepal.

L’esperienza sulle navi che salvano i migranti in mare rimane comunque la più forte: il racconto è così toccante e coinvolgente che sembra di stare accanto alle persone che passano da una situazione disperata alla sicurezza totale, alla protezione di un’assistenza a 360 gradi come quella fornita dalle Ong e ringraziano chi li ha soccorsi. Dopo mesi di violenze e abusi finalmente hanno l’occasione di parlare con qualcuno di cui possono fidarsi; è stato così che è venuto fuori il tema delle terribili violenze subite in Libia, al centro della denuncia portata da Medici senza Frontiere al Parlamento Europeo.

Salvare le persone che compiono la pericolosa traversata del Mediterraneo però è solo un primo passo, a cui si sono via via affiancate attività concrete a sostegno dei più deboli e vulnerabili, come le vittime di tortura,  i migranti bloccati a Ventimiglia e a Como alla frontiera con la Francia e la Svizzera, o i rifugiati sgomberati e attaccati con cariche e idranti in piazza Indipendenza a Roma.

Pietro Massarotto, presidente del Naga, associazione impegnata da decenni nella tutela e nell’assistenza sanitaria e legale dei migranti, senza alcuna distinzione, parte dal finale dei racconti che lo hanno preceduto, dalla felicità delle persone che si sentono finalmente in salvo e avverte che quello che succede dopo è assai meno felice. Il punto centrale è semplice: non esiste un modo legale per entrare in Italia (e in Europa) e chiunque arrivi, salvo una risicata minoranza che avrebbe diritto all’asilo politico e allo status di rifugiato, di fatto non ha diritto di restare.  Inoltre l’Italia, come molti altri paesi europei, interpreta la normativa sui rifugiati in modo restrittivo, non facilita la domanda d’asilo e addirittura non la cita nei moduli che le persone appena arrivate vengono inviate a firmare, moduli spesso scritti in una lingua per loro sconosciuta. La “burocrazia del male”, la definisce.

L’argomentazione del “ci vanno bene tutti quelli che hanno diritto di restare”,  in apparenza più aperta del razzismo brutale, viene così smascherata per quello che è: una forma ipocrita di razzismo bianco, che invoca la legalità, ma in realtà veicola lo stesso messaggio. Ossia che non vogliamo nessuno.

Un po’ di luce in questo panorama fosco arriva dalle proposte elaborate dalla rete milanese “Nessuna persona è illegale” e rivolte all’amministrazione comunale, al governo italiano e all’Unione Europea. Sono più di venti e per brevità ne viene citata solo qualcuna: un permesso di soggiorno europeo, valido in Italia come in Danimarca o Lettonia, l’eliminazione della distinzione tra richiedenti d’asilo e migranti economici e la rinuncia a stipulare trattati per l’esternalizzazione delle frontiere con paesi notoriamente poco democratici come la Turchia, il Ciad, il Niger e la Libia (che in realtà non ha nemmeno un governo vero).

Alla fine si tratta di fare una scelta di campo, etica, a favore dell’immigrazione, di ragionare sul lungo periodo e non solo in base al breve orizzonte della politica e di riunire tutti i soggetti che hanno a cuore questo tema. Superando anche la divisione in settori, per cui chi si occupa di ambiente, pace e disarmo rimane scollegato dalle Ong e dagli attivisti impegnati per i migranti o per i diritti delle donne.

L’incontro si allarga a una visione più internazionale con i racconti di impegno e speranza contenuti nei video inviati da due attiviste di Barcellona e Atene. Mercé Duch, membro del Movimento Umanista e della campagna per la chiusura dei Centri di detenzione per stranieri, parla di alcuni indicatori positivi, come i gruppi auto-organizzati formatisi di recente a Barcellona: il sindacato dei venditori ambulanti, lo Spazio del Migrante, i Rifugiati Indignati e le Puttane Indignate. Sono gruppi composti da persone in condizioni molto precarie, che però lavorano in rete con altri movimenti e risultano scomodi perché mettono in discussione l’atteggiamento colonialista e paternalista ancora presente tra i benpensanti (e non solo tra loro). Così come i tanti femminismi di zingare, africane, musulmane, lesbiche e transgender, che superano l’immagine di un femminismo unico, occidentale e di classe media, denunciano tutti gli aspetti del patriarcato e rompono schemi. Cita poi i giovani che rifiutano le forme dogmatiche e autoritarie e cercano nuove forme di relazione, di lavoro e di convivenza e il numero crescente di mezzi di informazione indipendenti e alternativi, legati ai movimenti sociali e sempre più seguiti, man mano che i media tradizionali perdono credibilità.

Marianella Kloka di Atene descrive l’atteggiamento aperto e solidale di tante persone comuni nei confronti dei profughi arrivati in Grecia negli ultimi anni, la gente che offre case, cibo e vestiti, i sindaci che trovano spazi per ospitarli, le occupazioni come quelle del City Plaza ad Atene, un albergo chiuso da anni diventato un ostello auto-gestito e gli sforzi degli insegnanti per integrare bambini e adolescenti di diverse nazionalità. E tutto questo nonostante le devastanti conseguenze delle politiche di austerity e la crisi economica che perdura.

Un breve spazio per le domande del pubblico e l’incontro, durato oltre due ore nell’attenzione generale, si conclude in un’atmosfera calorosa, con i tanti attivisti presenti che si salutano, si incontrano magari per la prima volta e condividono nuove iniziative.

Foto di Rita Cuna e Andrea Pettinicchio

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Repressioni fasciste intorno al referendum catalano

20.09.2017 – Barcellona Raquel Paricio

Quest’articolo è disponibile anche in: Spagnolo

Repressioni fasciste intorno al referendum catalano
Immagine di un cartello requisito, pubblicità del 1 Ott. Traduzione: Sei nato con la capacità di decidere. Rinuncerai? Ora più che mai il futuro della Catalogna è nelle tue mani

L’azione del governo centrale, guidato dal PP, è un attentato alla democrazia, che non si è mai visto dall’epoca della dittatura.

Davanti all’imminenza di un prossimo referendum in Catalogna, il governo spagnolo ha mostrato i suoi artigli più dittatoriali, fascisti e repressivi a fronte del diritto di scelta cittadino. Questo presuppone la chiara evidenza di uno stato in crisi, di uno stato di autonomia in crisi.

Lo stato spagnolo sta imponendo in Catalogna, contro questo referendum, uno stato di emergenza, secondo le parole di Pablo Iglesias.

La bolla mediatica creata tanto dal governo centrale spagnolo quanto dalla Catalogna sta generando un’opinione sulla situazione totalmente distorta. In Catalogna, come nel resto della Spagna, esiste quasi una dittatura mediatica che esclude voci di sinistra a parte quelle indipendentiste, come CUP, ERC, o come il punto di vista di Albano Dante che da Podem (Podemos) ne appoggia la tabella di marcia separato dal resto dei membri del suo partito.

Se i media catalani indipendentisti commentano solo il Sì al referendum a partire da un posizionamento che oscura un’altra realtà, il governo centrale sta agendo in modo fascista e militare, prendendo misure repressive certamente mai viste dall’epoca della dittatura franchista, al fine di impedire questo referendum.

Alcune delle misure, eccessive e contrarie a ogni diritto delle persone, sono state ad esempio la persecuzione di tipografie che stessero realizzando qualunque manifesto, documento o scheda di votazione per il 1 ottobre, con oltre 1.300.000 manifesti e volantini sequestrati, materiale ordinato dalla Generalitat (istituzione governativa catalana, ndt) e dal CUP. Anche il trasporto pubblico metropolitano ha ritirato tutti i manifesti relativi al referendum. Il Tribunale costituzionale ha proibito la concessione di permessi e spazi municipali per la campagna referendaria. La Guardia civile è entrata nelle redazioni dei media catalani che si supponeva emettessero pubblicità istituzionale sul referendum, chiedendo ai redattori i documenti di identità e trasmettendo la comunicazione al TSJC (Tribunale superiore di giustizia catalana). Oltre 700 sindaci sono inquisiti per l’appoggio al referendum. Si è richiesto ai principali operatori telefonici (Vodafone e Movistar) di bloccare l’ingresso ai server in cui si trova il sito ufficiale del referendum (www.referendum.cat), e di alcuni dei suoi mirror (www.ref1oct.cat, www.ref1oct.eu). Si è arrivati a dire che è illegale il semplice fatto di andare a votare. Sono stati interrogati direttori di aziende che hanno concorso alla realizzazione delle urne.

Come risposta, in Catalogna, la replica popolare si dibatte tra l’esasperazione e la beffa costante di fronte a tali barbarità, indegne di un presunto stato di diritto. Alcuni settori della popolazione sono stati capaci di mettere una nota di umorismo, e quindi se è un delitto la proclamazione di qualunque atto riferito al 1 Ottobre, si possono sempre utilizzare risorse stilistiche che lo suggeriscono, come il manifesto diffuso in rete che dice: ““L’1 D’OCTUBRE ÉS AIXÒ QUE TU JA SAPS No t’oblidis de sortir de casa amb aquella cosa i ficar-la dins d’aquella altra cosa. SI?” (IL 1 OTTOBRE E’ QUELLO CHE GIA’ SAI. Non dimenticare di uscire di casa con quella cosa e metterla dentro quell’altra cosa. Si?)

Una risposta più che comica di fronte a una situazione irrazionale!

 

Traduzione dallo spagnolo di Matilde Mirabella

La Camera voterà oggi sullo Yemen e le forniture militari all’Arabia Saudita: si rispettino Costituzione, Legge 185/90 e Arms Trade Treaty

19.09.2017 Rete Italiana per il Disarmo

La Camera voterà oggi sullo Yemen e le forniture militari all’Arabia Saudita: si rispettino Costituzione, Legge 185/90 e Arms Trade Treaty
(Foto di Julien Harneis, Flickr)

Si tratta di sistemi militari che vengono utilizzati sui civili: ogni Parlamentare voti secondo coscienza esercitando il proprio senso di responsabilità

Oggi, martedì 19 settembre, si terrà alla Camera dei Deputati la discussione finale e, con ogni probabilità, la votazione su alcune mozioni concernenti la situazione di crisi nello Yemen con particolare riferimento all’emergenza umanitaria e all’esportazione di armi verso i Paesi coinvolti nel conflitto. Il dibattito prende avvio da due documenti presentati prima dell’estate: la mozione1/01662 che vede come primo firmatario Giulio Marcon (firmata da una trentina di parlamentari non solo di Sinistra italiana, ma anche di Articolo 1-MDP, Democrazia Solidale-Centro democratico oltre che da un parlamentare di maggioranza del PD;) e la mozione 1/01663 presentata da Emanuela Corda del M5S firmata da altri 11 deputati del M5S. A questi testi si sono aggiunte nelle ore immediatamente precedenti il dibattito altre tre mozioni: una a firma del Partito Democratico, una a firma di Forza Italia, la terza a firma di Scelta Civica. In tutti questi ultimi testi – diversamente dai primi presentati – non viene fatto cenno al coinvolgimento nel conflitto di ordigni prodotti in Italia e non si chiede esplicitamente una interruzione delle forniture militari.

Nel caso del Partito Democratico, la principale formazione della maggioranza di Governo, ciò contrasta con la presentazione nello scorso giugno di una risoluzione 7/01294 a prima firma Giorgio Zanin rimasta sepolta in Commissione Difesa. Nel testo, ancora non discusso, si chiedeva al Governo di lavorare verso “una immediata sospensione generalizzata delle forniture di materiali di armamento ai paesi coinvolti nel conflitto yemenita”.

Il dibattito parlamentare è scaturito in seguito ad un appello rivolto nei mesi scorsi a tutti i partiti da reti ed organizzazioni nazionali (Rete Italiana per il Disarmo, Amnesty International Italia, Fondazione Finanza Etica, Movimento dei Focolari, Oxfam Italia e Rete della Pace) per chiedere al Parlamento di farsi promotore di un effettivo processo di pace e di aiuto alla popolazione dello Yemen e, soprattutto di sospendere l’invio di materiali militari a tutte le parti in conflitto tra cui la coalizione a guida saudita.

Il Parlamento ha la responsabilità dell’applicazione della Costituzione e delle nostre leggi. Il ripudio della guerra trova concretezza nel controllo sulla produzione e sulla vendita di armi, e, laddove si dimostrano violazione dei diritti umani e conflitti armati, nessuna concessione e nessuna vendita è lecita. Violare questi principi per supposti interessi strategici significa farsi responsabili dei conflitti che destabilizzano intere regioni e alimentano il terrorismo internazionale.

Riguardo alla fornitura di sistemi militari che vengono ampiamente impiegati per bombardare zone civili uccidendo donne e bambini inermi ogni Parlamentare è perciò chiamato innanzitutto ad interpellare la propria coscienza e ad esercitare il proprio senso di responsabilità ricordando che nel suo operare «Ogni membro del parlamento rappresenta la nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato» (Costituzione, Art. 67).

Con il voto sulla situazione in Yemen, partiti e parlamentari sono chiamati oggi ad un gesto di responsabilità che va oltre gli schieramenti e le diverse posizioni politiche: fermare la fornitura di armamenti alle forze militari della coalizione guidata dall’Arabia Saudita è un dovere nazionale, è una decisione di responsabilità, è dimostrare che l’Italia mette la pace, la sicurezza e la difesa dei diritti umani al centro della propria politica estera e di difesa.

Nei giorni scorsi, per la terza volta in due anni, il Parlamento Europeo ha votato una risoluzione con la quale ha invitato l’Alto Rappresentante per la politica estera, Federica Mogherini, ad “avviare un’iniziativa finalizzata all’imposizione da parte dell’UE di un embargo sulle armi nei confronti dell’Arabia Saudita tenuto conto delle gravi accuse di violazione del diritto umanitario internazionale da parte di tale paese nello Yemen”. Il testo è stata votato con 386 voti favorevoli soprattutto del “gruppo progressista”, 107 contrari e 198 astensioni.

Diversi paesi europei, con cui l’Italia è alleata, tra cui Germania, Svezia e Olanda, già da tempo hanno interrotto le forniture di sistemi militari all’Arabia Saudita ed in particolare quelle che vengono impiegate dall’aviazione saudita nel conflitto in Yemen. Nei giorni scorsi le organizzazioni della società civile italiana hanno inoltre chiesto al Presidente del Consiglio Paolo Gentiloni di sostenere la proposta avanzata dai Paesi Bassi e dal Canada di un’indagine indipendente sui crimini di guerra in Yemen. Si tratta di un’iniziativa richiesta da tempo dall’Alto Commissario dell’Onu per i Diritti Umani e ampiamente sostenuta dalla società civile internazionale.

La nostre organizzazioni ribadiscono che qualunque voto positivo del Parlamento su questo tema debba per forza contenere nella parte dispositiva il richiamo alla necessità di un embargo sugli armamenti a tutte le parti in conflitto e la conseguente sospensione delle forniture da parte del nostro Paese. E’ per noi deprecabile la presentazione di testi che, magari a partire da una chiara lettura della situazione drammatica nello Yemen, propongono finte soluzioni che non tengano conto della responsabilità in capo anche al nostro Governo di di alimentare il conflitto armato attraverso le continue forniture di sistemi militari e munizionamento.

I documenti votati dal Parlamento Europeo sono chiari e dovrebbero spingere sia il Governo e il Parlamento italiano a promuovere e condurre in prima persona tutti i passaggi internazionali necessari per il blocco delle forniture militari alle parti in causa nel conflitto yemenita. Costruire la pace in situazioni così complesse è impresa non facile, ma diventa sicuramente impossibile se non si fermano innanzitutto i flussi di armi.

Comunicato stampa congiunto

Amnesty International Italia – Movimento dei Focolari

Oxfam Italia – Rete della Pace – Rete Italiana per il Disarmo

21 settembre, Giornata Mondiale della Pace, manifestazioni di Women’s March in tutto il mondo

18.09.2017 Redazione Italia

21 settembre, Giornata Mondiale della Pace, manifestazioni di Women’s March in tutto il mondo

In occasione della Giornata Mondiale della Pace, i gruppi Women’s March di tutto il mondo stanno organizzando marce sorelle per difendere il Diritto dei Popoli alla Pace, affermando che tale diritto non può essere garantito senza il rispetto della giustizia, della parità e della dignità.

Milano vuole dare il suo contributo  con un evento in Largo Cairoli, Beltrami giovedì 21 settembre dalle 17.30 alle 19.00. poiché crediamo fermamente che questi siano i valori fondanti di una società pacifica, dove i diritti umani di tutti vengono rispettati

Per farlo, ci vestiremo di nero e porteremo con noi un fiore bianco al quale attaccheremo un messaggio di pace. Al termine della manifestazione, dopo aver letto la Dichiarazione di Pace scritta da Women’s March in italiano e in inglese e dopo aver dato la parola ai e alle partecipanti, ci scambieremo i fiori, in modo da diffondere i nostri messaggi pacifici.

Women’s March Milan

Eventi nel mondo:

Milano https://www.facebook.com/events/296761744135922??ti=ia

Londra: https://www.womensmarchlondon.com/walk-for-peace

Ginevra: https://www.facebook.com/events/1300807626709440??ti=ia

Barcellona: https://www.facebook.com/events/1625555660822556??ti=ia

Stoccolma: https://www.facebook.com/events/123798818273652??ti=ia

Sydney: https://www.facebook.com/events/363199677456591??ti=ia

Parigi: https://twitter.com/womensmarchpar/status/906815219086843905

Taiwan: https://www.facebook.com/events/1970187246593204??ti=ia

Medellín: https://www.facebook.com/events/1965516363715221??ti=ia

 

Dichiarazione per la pace di Women’s March

Non può esserci pace senza giustizia, uguaglianza e dignità per tutti.

Siamo riunite con speranza e determinazione per creare un futuro più pacifico, ma condividiamo anche il dolore per la perdita di vite preziose dovuta alla violenza in tutte le sue forme – terroristica, statale, aziendale e domestica.

Piangiamo le persone uccise e ferite in attacchi terroristici. Le seguenti località sono state colpite negli ultimi mesi: Barcellona, Spagna; Charlottesville, USA; Turku, Finlandia; Stoccolma, Svezia; Manchester e Londra, Regno Unito; Parigi e Nizza, Francia; Berlino, Germania; Bruxelles, Belgio; Surgut, Russia; Maiduguri, Nigeria; Ouagadougou, Burkina Faso; Kabul, Afghanistan; Baghdad, Iraq; Quetta, Pakistan; Marawi, Filippine e molte altre.

Rifiutiamo le politiche che antepongono i profitti alle persone. Ricordiamo quelli che sono morti nella Grenfell Tower a Londra e annegati a Houston, nel Texas, i lavoratori immigrati nel Qatar, quelli delle fabbriche del Bangladesh e tanti altri.

Dobbiamo fermare lo sviluppo senza regole che danneggia il pianeta. Le vite di chi si trova in prima linea del riscaldamento globale vengono decimate insieme a una perdita irreversibile di specie e habitat.

Detestiamo la criminalizzazione delle persone LGBTQI, dei loro amici e delle loro famiglie, che in molte parti del mondo vengono rifiutate, perseguitate e perfino uccise a causa di quelli che amano.

Lotteremo  per gli uomini e le donne di colore uccisi o danneggiati dalle autorità.  Siamo a fianco delle loro famiglie, che mostrano coraggio e resilienza nella loro ricerca di verità, responsabilità e giustizia.

Facciamo luce sui privilegiati che traggono benefici dalle politiche razziste e sosteniamo l’uguaglianza di diritti per tutti come l’unico modo di ottenere giustizia.

Dobbiamo educare i nostri figli perché non perpetuino questo razzismo sistematico, mentre li prepariamo ad assumersi la responsabilità di creare un’eredità migliore per le nostre comunità.

Denunciamo le vite perse e distrutte per sempre a causa della violenza domestica e l’uso dei corpi delle donne come armi da guerra, devastando intere generazioni attraverso la privazione dei diritti fondamentali, lo stupro e la sottomissione.

Proteggiamo i rifugiati fuggiti dalle loro case e dai loro paesi devastati dalla guerra e da altre cause al di là del loro controllo e tutti quelli, compresi innumerevoli bambini innocenti, rimasti vulnerabili e senza casa. Difendiamo quelli che vengono imprigionati in centri di detenzione dove i diritti umani non sono rispettati.

Non possiamo permettere che le devastazioni e le enormi perdite di vite umane dovute alla guerra continuino in luoghi come la Siria, lo Yemen, il Sud Sudan e l’Afghanistan. Denunciamo la promozione politica di un’industria bellica che mette le armi in mano a chi viola i diritti umani.

Ci vedremo a vicenda. Ci ascolteremo. Impareremo.

RESTIAMO UNITE PER LA PACE, CONTRO LE FORZE DELL’ODIO E DELL’ESCLUSIONE.

 

Bando delle armi nucleari: Italia ripensaci!

16.09.2017 Pressenza IPA

Bando delle armi nucleari: Italia ripensaci!
(Foto di Scarabeokheper – Altervista)
Petizione /appello che si può firmare qui
Al presidente della Repubblica, ai presidenti di Camera e Senato, al Capo del Governo
All’ONU il 7 luglio scorso è stato adottato uno storico Trattato che proibisce gli ordigni “atomici” promosso dalle nazioni che non possiedono il nucleare, assenti le 9 nazioni che possiedono la bomba “atomica” e tutti i Paesi NATO (eccetto l’Olanda).
Un movimento mondiale disarmista, coordinato da ICAN a cui hanno aderito oltre 600 reti pacifiste,  che ha sospinto il voto coraggioso di 122 stati “battistrada” – per lo più del “movimento dei non allineati”-, ha reso concreta la speranza che l’Umanità riesca finalmente a liberarsi dalla più terribile minaccia per la sua sopravvivenza, tenendo conto che una guerra nucleare può essere scatenata addirittura per caso, per incidente o per errore di calcolo.
Anche il Parlamento Europeo ha approvato, il 27 ottobre 2016, una risoluzione su questi temi (415 voti a favore, 124 contro, 74 astenuti), invitando tutti gli Stati membri dell’Unione Europea a “partecipare in modo costruttivo” ai negoziati ONU, quelli che successivamente hanno varato il Trattato del 7 luglio.
Ci ha sorpreso e indignato l’assenza del governo italiano alle sedute dei negoziati in sede ONU.
Siamo coscienti, con tutte le alte autorità scientifiche, civili, morali e religiose, che in tal senso si sono espresse, che la deterrenza nucleare e la minaccia della distruzione reciproca sono contrarie al bene dell’umanità e all’etica di ogni civile convivenza.
Lo abbiamo già ricordato ma non lo si ripeterà mai abbastanza: indipendentemente dallo Stato di appartenenza, l’esistenza stessa delle armi nucleari è universalmente riconosciuta come una terribile minaccia per la vita dei popoli e dell’ecosistema terrestre. Una minaccia oltretutto assurda perché una guerra nucleare, persino con limitato scambio di missili, risulterebbe comunque catastrofica.
In ragione di ciò, CHIEDIAMO al nostro governo di lavorare perché questi ordigni siano ripudiati e di attivarsi perché vengano ovunque aboliti.
Per questo CHIEDIAMO che l’Italia ratifichi al più presto il Trattato di Interdizione delle Armi Nucleari del 7 luglio 2017, in coerenza con l’art. 11 della nostra Costituzione, anche per dare impulso all’alternativa di una economia di pace.
L’italia, per essere coerente e credibile con quanto sopra richiesto, deve liberarsi con decisione autonoma delle bombe nucleari USA ospitate a Ghedi ed Aviano, anche perché, nell’interpretazione che dobbiamo far valere, violano anche  il Trattato di Non Proliferazione Nucleare. Si tratta delle bombe B61 indicate dalla Federation of American Scientists (ma ufficialmente è “riservato” quante e dove siano), che ora verranno rimpiazzate dalle più micidiali B61-12. E dovremmo mettere in conto anche la possibilità, segnalata sempre dalla FAS, di Cruise con testata atomica a bordo della VI Flotta USA con comando a Napoli. La VI Flotta attracca nei numerosi porti italiani ufficialmente a rischio nucleare.
Ascoltiamo il monito ancora attuale dell’appello Russell – Einstein, che invitava ad eliminare le armi nucleari prima che eliminassero loro l’intero genere umano:“ricordiamo la comune umanità e mettiamo in secondo piano il resto”.
Disarmisti Esigenti – WILPF Italia – NO GUERRA NO NATO – LDU – Campagna OSM-DPN – IPRI-CCP – Fucina per la nonviolenza – Pressenza – Mondo Senza Guerra e Senza Violenza.
Proponiamo che questo testo serva come base di una mozione da far approvare al proprio Consiglio Comunale, alla propria associazione, comunità religiosa, comitati, gruppi di base, movimenti politici.

Rapporto ONU: di nuovo in aumento la fame nel mondo, responsabili i conflitti e il cambiamento climatico

15.09.2017 – Roma UN Food and Agriculture Organisation

Rapporto ONU: di nuovo in aumento la fame nel mondo, responsabili i conflitti e il cambiamento climatico

Dopo una costante diminuzione da oltre un decennio, la fame nel mondo è di nuovo in aumento, colpendo nel 2016 circa 815 milioni di persone, vale a dire l’11% della popolazione mondiale, afferma la nuova edizione del rapporto annuale delle Nazioni Unite sulla sicurezza alimentare e la nutrizione nel mondo pubblicato oggi.  Inoltre molteplici forme di malnutrizione minacciano la salute di milioni di persone in tutto il mondo.

L’aumento – 38 milioni di persone in più rispetto all’anno scorso – è dovuto in gran parte alla proliferazione di conflitti violenti e agli shock legati al clima, secondo The State of Food Security and Nutrition in the World 2017 (Lo Stato della Sicurezza Alimentare e della Nutrizione nel Mondo).

Circa 155 milioni di bambini di età inferiore ai cinque anni sono sotto sviluppati (troppo bassi per la loro età), mentre 52 milioni soffrono di deperimento cronico, che significa che il loro peso non è adeguato rispetto alla loro altezza. Circa 41 milioni di bambini sono invece in sovrappeso. Preoccupano inoltre, secondo il rapporto, l’anemia delle donne e l’obesità degli adulti. Queste tendenze sono una conseguenza non solo dei conflitti e del cambiamento climatico, ma anche dei grandi mutamenti nelle abitudini alimentari e dei rallentamenti economici.

Il rapporto è la prima valutazione globale dell’ONU sulla sicurezza alimentare e sulla nutrizione rilasciata dopo l’adozione dell’Agenda per lo sviluppo sostenibile 2030, che mira a porre fine alla fame e a tutte le forme di malnutrizione entro il 2030 come priorità politica a livello internazionale.

Esso identifica i conflitti – sempre più aggravati dal cambiamento climatico – come uno dei fattori chiave dietro il riacutizzarsi della fame e di molte forme di malnutrizione.

“Nel corso degli ultimi dieci anni i conflitti sono aumentati drasticamente e sono diventati più complessi e di difficile risoluzione”, hanno dichiarato nella loro prefazione comune al rapporto i responsabili delle agenzie ONU che lo hanno curato (l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Alimentazione e l’Agricoltura (FAO), il Fondo Internazionale per lo Sviluppo Agricolo (IFAD), il Fondo delle Nazioni Unite per l’Infanzia (UNICEF), il Programma Alimentare Mondiale (WFP) e ‘l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS). E hanno fatto notare come alcune delle più alte percentuali di bambini che soffrono la fame e la malnutrizione sono concentrate in zone di conflitto.

“Questo è un campanello d’allarme che non possiamo permetterci di ignorare: non porremo fine alla fame e a tutte le forme di malnutrizione entro il 2030 se non affrontiamo tutti i fattori che minano la sicurezza alimentare e la nutrizione”, hanno affermato. “A tal fine assicurare società pacifiche e inclusive è una condizione necessaria”.

Agli inizi del 2017, per diversi mesi, la carestia ha colpito alcune parti del Sud Sudan e c’è il rischio concreto che possa riapparire nel paese e in altre zone colpite da conflitti, soprattutto nel nordest della Nigeria, in Somalia e nello Yemen, hanno fatto notare.

Anche regioni più pacifiche, ma colpite da siccità o da inondazioni legate in parte al fenomeno meteorologico di El Niño, così come dal rallentamento economico globale, hanno visto deteriorarsi la sicurezza alimentare e la nutrizione.

Dati chiave

La fame e la sicurezza alimentare

  • Numero complessivo di persone che soffrono la fame nel mondo: 815 milioni, di cui:
    • 520 milioni in Asia
    • 243 milioni in Africa
    • 42 milioni in America Latina e Caraibi
  • Quota della popolazione mondiale che soffre la fame: 11%
    • In Asia: 11,7%
    • In Africa: 20% (nell’Africa orientale, 33,9%)
    • In America Latina e Caraibi: 6,6%

Malnutrizione in tutte le sue forme

  • Numero di bambini di età inferiore ai 5 anni che soffrono di disturbi della crescita (altezza troppo bassa per la loro età): 155 milioni
    • Di questi vivono in paesi colpiti da vari livelli di conflitto: 122 milioni
  • Bambini sotto i 5 anni affetti da deperimento (peso corporeo troppo basso per l’altezza): 52 milioni
  • Numero di adulti obesi: 641 milioni (il 13% di tutti gli adulti del pianeta)
  • Bambini sotto i 5 anni in sovrappeso: 41 milioni
  • Numero di donne in età riproduttiva affette da anemia: 613 milioni (circa il 33% del totale)

L’impatto del conflitto

  • Degli 815 milioni di persone che soffrono la fame 489 milioni vivono in paesi colpiti da conflitti
  • La prevalenza della fame nei paesi colpiti dal conflitto è di 1,4 – 4,4 punti percentuali superiore a quella di altri paesi
  • In situazioni di conflitto aggravate da condizioni di fragilità istituzionale e ambientale, la prevalenza è superiore a 11-18 punti percentuali
  • Le persone che vivono in paesi colpiti da una crisi prolungata hanno quasi 2,5 volte maggiori probabilità di essere malnutrite delle persone che vivono altrove.

Comunicato stampa congiunto

Questa è la prima volta che UNICEF e OMS si uniscono alla FAO, all’IFAD e al WFP per preparare The State of Food Security and Nutrition in the World. Questo cambiamento riflette la visione più ampia dell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile sulla fame e su tutte le forme di malnutrizione. La UN Decade of Action on Nutrition, (La decade di Azione sulla Nutrizione delle Nazioni Unite, N.d.T) istituita dall’Assemblea Generale, pone l’attenzione su questo impegno motivando i governi a stabilire obiettivi e investire in misure per affrontare le molteplici dimensioni della malnutrizione.

Il rapporto The State of Food Security and Nutrition in the World comprende misurazioni avanzate per quantificare e valutare la fame, tra cui due indicatori sull’insicurezza alimentare e sei indicatori sulla nutrizione.

I responsabili delle agenzie che hanno pubblicato il rapporto odierno sono: José Graziano da Silva, Direttore Generale della FAO; Gilbert F. Houngbo, Presidente dell’IFAD; Anthony Lake, Direttore Esecutivo dell’UNICEF; David Beasley, Direttore Esecutivo del WFP; Tedros Adhanom Ghebreyesus, Direttore Generale dell’OMS.

Follie della scienza?! Cassini vaporizza 30 kg di plutonio su Saturno

14.09.2017 Angelo Baracca

Follie della scienza?! Cassini vaporizza 30 kg di plutonio su Saturno
(Foto di NASA)

Domani, 15 settembre, la sonda Cassini, alimentata con energia nucleare, verrà fatta disintegrare e vaporizzare nell’atmosfera di Saturno con i suoi circa 35 Kg di plutonio.

È il caso di precisare, per i lettori ignari, che la Terra, cioè noi, abbiamo evitato eventi simili nel passato per pura fortuna! Per ammissione della stessa Nasa, il lancio della sonda aveva 1 probabilità su 1.500 di fallire (si ricordi l’esplosione dello Space Shuttle Challenger il 28 gennaio 1986, con la morte degli 8 membri dell’equipaggio (i motivi sono bene descritti, e vale la pena leggerli, in Wikipedia, https://it.wikipedia.org/wiki/Disastro_dello_Space_Shuttle_Challenger#Impossibile_la_fuga_dell.27equipaggio). La manovra “a fionda” e passaggio ravvicinato della sonda era molto rischiosa: la stessa Nasa ammise che la popolazione mondiale avrebbe potuto ricevere dosi micidiali di radiazioni.

Il pianeta Saturno non avrà questa fortuna: nonostante i vicini satelliti Titano ed Encelado sono tra i possibili luoghi del sistema solare che potrebbero ospitare forme di vita extraterrestri biotiche o prebiotiche. E dire che tra gli scopi enunciati dalla Nasa c’è la ricerca di vita extraterrestre!

La stessa Nasa ha alternative all’utilizzo del plutonio in sonde nello spazio profondo: nel 2016 raggiunse Giove la sonda Juno alimentata ad energia solare (http://www.focus.it/scienza/spazio/juno-10-cose-da-sapere-sulla-sonda-di-giove).

Le spese militari italiane spiegate in 4 minuti

13.09.2017 Rete Italiana per il Disarmo

Le spese militari italiane spiegate in 4 minuti

A quanto ammontano le spese militari italiane in un anno, in un giorno, in un’ora? Quanti sono gli effettivi delle nostre Forze Armate? Quanti i comandanti e quanti i comandati? Per acquistare nuovi armamenti (cacciabombardieri, navi militari, blindati e carri armati) quanti miliardi vengono impiegati, ogni anno?

Se non conoscete le risposte il video sottostante, basato sui dati ufficiali elaborati da Osservatorio Mil€x e dai principali centri di ricerca mondiali sulle spese militari, servirà ad esaudire la vostra curiosità. Se invece l’enorme e sbilanciato impatto degli investimenti armati dell’Italia era a voi noto avrete uno strumento in più per diffondere numeri e analisi. In ogni caso, un video da rilanciare!

Noi pensiamo che una valutazione seria ed approfondita della spesa miltiare del nostro Paese sia fondamentale per esercitare un corretto controllo democratico. Una valutazione che non si può condurre senza un lavoro di studio preciso e competente, che necessita tempo e professionalità. Il lavoro che l’Osservatorio Mil€x ha deciso di intraprendere fin dall’inizio e che vi chiediamo di sostenere, per garantirlo anche in futuro. Non è facile occuparsi di questi temi, che per molti dovrebbero continuare a rimanere nascosti, opachi, poco conosciuti. Per qusto motivo abbiamo bisogno del vostro aiuto, possibile anche con il crowdfunding popolare promosso in collaborazione con Banca Etica e Produzioni dal Basso.

Se pensi anche tu che sia fondamentale svelare tutti i segreti delle spese militari italiane è il momento di sostenere Mil€x e tutti i suoi sforzi. Perché nessun altro ti dirà quello che ti diciamo noi, con dati e notizie inedite. E i “soldi armati” continueranno ad essere avvolti da un’opacità inaccettabile…

Mobilità sostenibile nel Luinese: un’esperienza unica in Italia con Equostop

12.09.2017 Redazione Italia

Mobilità sostenibile nel Luinese: un’esperienza unica in Italia con Equostop

Equostop è la fiducia nelle relazioni senza orario e tempi incerti di attesa. Relazioni che sono progetto: uscire di casa e muoversi con la volontà di coinvolgere e farsi coinvolgere da un mondo possibile presente nella nostra quotidianità.

Sempre più i problemi dei cambiamenti climatici stanno interrogando il nostro vivere quotidiano: l’uomo, con il suo stile di vita, ha creato condizioni tali da determinare una crisi ambientale di proporzioni catastrofiche.

I governi stanno reagendo alle sollecitazioni degli scienziati con accordi a livello mondiale per tentare di evitare la catastrofe. L’accordo “storico” siglato a Parigi a dicembre del 2015 in seno alla Conferenza Mondiale per i Cambiamenti Climatici (COP21) prevede un impegno a limitare il riscaldamento “ben al di sotto dei 2 °C” dai livelli preindustriali con la volontà di contenerlo entro 1,5 °C.

Noi pensiamo che il contrasto ai cambiamenti climatici possa avvenire solamente se agli impegni dei governi uniamo il cambiamento dei nostri stili di vita. Partendo da questo principio TERREdiLAGO e GIM (Gruppo Impegno Missionario) di Germignaga, insieme ad altre cinquanta associazioni, hanno organizzato a Germignaga il 29 novembre 2015 la Marcia Globale per il Clima, un grande evento a cui hanno partecipato circa 3.500 persone per dire che contro i cambiamenti climatici si può fare qualcosa. Da questo evento è nato un impegno a promuovere progetti per combattere i cambiamenti climatici partendo dal basso e creando reti tra le associazioni che condividono l’attenzione alla salvaguardia del creato.

I nostri stili di vita e consumo hanno un impatto notevole sull’ambiente e sulle persone. E’ fondamentale imparare a modificare i nostri comportamenti in questo periodo di transizione tra l’era del carbone e l’era delle rinnovabili affinché questa transizione non sia gestita ancora una volta dalla logica del profitto a ogni costo, ma sia improntata a un’economia basata sulle relazioni, sulla condivisione, sulla partecipazione e sulla solidarietà.

Su queste basi è partito all’inizio del 2016 il progetto Equostop, che si propone di affrontare il problema della mobilità, seconda principale causa di emissione di CO2 nell’atmosfera, partendo da una considerazione semplicissima: le nostre strade sono percorse ogni giorno da migliaia di automobili che trasportano poco più di una persona, inquinano tantissimo, occupano spazio, costano e spesso ci fanno pure perdere tempo in code estenuanti o nella ricerca di un parcheggio. Basterebbe trovare un sistema per poter salire su questo treno quasi vuoto che ogni giorno percorre le nostre strade e avremmo risolto o perlomeno ridotto il problema.

Una volta si usava l’autostop ma oggi, in una società individualista, diffidente e poco propensa all’incontro, non è più una soluzione praticabile. Equostop propone una soluzione nuova: vogliamo mettere in connessione una comunità di persone che hanno capito che il problema dell’ambiente riguarda tutti noi, nessuno escluso. Equostop è un mezzo che pone le condizioni per migliorare la relazione tra persone che non si conoscono, applicando l’economia della condivisione (la “sharing economy”) di beni che quasi tutti noi abbiamo: l’auto e le tecnologie digitali disponibili sui nostri cellulari.

Come funziona Equostop? Essenzialmente le associazioni che hanno partecipato alla Marcia Globale per il Clima stanno man mano aderendo alla “Carta dei principi sulla mobilità sostenibile”; fatto questo ciascuna associazione potrà dare ai propri associati la “equocard”, che servirà sia per chiedere un passaggio (mostrandola al bordo della strada come si faceva con il dito dell’autostop) che per dare un passaggio esponendola all’interno della proprio autovettura. Quando vedremo una persona che sul bordo della strada espone la “card” di Equostop significa: sono un volontario di un’associazione del territorio, ho bisogno di un passaggio e sono disposto a contribuire in modo volontario alle spese di trasporto.

L’appartenenza ad associazioni no profit con scopi sociali funge da garanzia della sicurezza e affidabilità di trasportatori e trasportati.

Con questo semplice gesto di chiedere o dare un passaggio si ottengono enormi benefici: si migliora l’ambiente riducendo il numero di auto in circolazione e quindi le emissioni di CO2, si creano proficue relazione tra le persone riducendo le spese di trasporto e creando un momento piacevole di socialità e solidarietà con trasportatori e trasportati garantiti dalle associazioni.

A tutto questo possiamo unire, tramite una convenzione in corso di stipula, anche i vantaggi di un’app scaricabile sui nostri cellulari. La app ci consente di calcolare i kilometri percorsi con Equostop, trasformandoli in kg di CO2 non emessa in atmosfera con un intelligente sistema di “punti NO CO2”, di informare gli altri equostoppisti che stiamo chiedendo un passaggio in un ben determinato punto della nostra zona e di rendere quindi tracciabile il nostro passaggio,

Abbiamo quindi realizzato un innovativo sistema di “car pooling istantaneo” che rende il progetto ancora più efficiente e attraente.

I fondamenti di Equostop sono il senso di appartenenza a una comunità sensibile ai problemi dell’ambiente e aperta all’incontro e alla relazione con l’altro e un enorme lavoro di crescita democratica per trasformare tutti noi in consumatori consapevoli e responsabili degli effetti che i nostri stili di vita hanno sull’ambiente e sulle altre persone;  tutto questo non lo faranno mai società private che, pur nella validità dei progetti imprenditoriali, possano promuovere progetti nel settore della mobilità sostenibile.

Per tutti questi motivi le Amministrazioni Comunali dovrebbero farsi promotrici insieme alle associazioni di Equostop, vedendolo come una forma accessibile e distribuita di mobilità nel territorio, patrocinandolo nel proprio Comune, identificando dei “punti di relazione”, dove attraverso appositi cartelli si segnala una zona idonea a chiedere un passaggio (ad esempio vicino alle pensiline degli autobus che ormai diventano sempre più rari), promuovendo incentivi che premino la raccolta di “punti di NO CO2” da parte dei cittadini, diventando così dei Comuni virtuosi anche nel complesso tema della mobilità sostenibile.

I volontari di GIM\TERREdiLAGO

info@terredilago.it

http://www.terredilago.it/

 

 

 

Myanmar (Birmania): 300.000 profughi Rohingya in soli 15 giorni!

 

11.09.2017 Associazione per i Popoli Minacciati

Myanmar (Birmania): 300.000 profughi Rohingya in soli 15 giorni!
Campo profughi di Kutupalong in Bangladesh (Foto di John Owens)

L’Associazione per i popoli minacciati (APM) ha chiesto una sessione speciale del Consiglio di Sicurezza dell’ONU sulla crisi dei Rohingya. I  numeri dei rifugiati stanno letteralmente esplodendo, l’Asia sud-orientale è in tensione a causa del dramma dei profughi Rohingya. La  comunità internazionale degli stati deve agire per evitare un ancor più massiccio esodo di Rohingya dalla Birmania. Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite in questo momento non deve limitarsi a semplici  appelli alla moderazione verso tutte le parti coinvolte nel conflitto, ma deve spingere il governo della Birmania alla ricerca di una soluzione politica credibile a questo conflitto e ad astenersi da ogni violenza  contro la popolazione civile. Con 300.000 nuovi rifugiati in soli 15  giorni, il conflitto dei Rohingya è una delle peggiori crisi umanitarie di questo millennio”.

L’organizzazione per i diritti umani ha anche sollecitato la fine  dell’impunità in Myanmar. I responsabili della violenza eccessiva contro  la popolazione civile devono essere legalmente perseguiti,  indipendentemente dal fatto che le vittime fossero musulmani Rohingya,  Hindu o buddisti Rakhine. Se la magistratura birmana non è in grado di garantirlo o non ne ha la volontà, allora il Consiglio di Sicurezza  dell’ONU deve dare mandato alla Corte penale internazionale dell’Aia (CPI) perché venga avviata un’indagine preliminare.

Nonostante uno specifico mandato del Consiglio dei diritti dell’uomo delle Nazioni Unite, le autorità della Birmania rifiutano da mesi l’ingresso degli esperti delle Nazioni Unite per i diritti umani nel paese. Gli esperti dovrebbero valutare la dimensione e le motivazioni della violenza nello stato di Rakhine, nel quale i Rohingya dal mese di novembre / dicembre 2016 lamentano massicci attacchi da parte dell’esercito birmano contro la popolazione civile, dopo che combattenti armati Rohingya avevano attaccato diversi posti di frontiera nel mese di ottobre 2016. In quel periodo così come oggi, il principale responsabile della violenza è l’esercito della Birmania sotto il comando del generale Min Aung Hlaing.

La perdurante impunità è fonte di ulteriori timori di nuove violenze, che sfocerà in un ulteriore esodo di massa dei Rohingya. Lottare contro  l’impunità e ricostruire la fiducia non sono un lusso inutile, ma il  prerequisito essenziale per porre un argine al dramma dei profughi. Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha già affrontato la recente impennata del conflitto Rohingya il 30 agosto 2017 su richiesta della Gran Bretagna. Il risultato era stato un semplice appello privo di significato alle parti in conflitto. Ma ora molti governi asiatici premono perché le Nazioni Unite adottino un approccio più deciso.