Salvare il Centro Antiviolenza: si consegnano 30000 firme

25.07.2017 Redazione Italia

Salvare il Centro Antiviolenza: si consegnano 30000 firme
Giovedì 27 luglio alle ore 16 presso la Sala Stampa della Camera dei Deputati verranno presentate le circa 30.000 firme raccolte in pochi mesi per salvare il centro Antiviolenza sulle donne “Marie Anne Erize” a Tor Bella Monaca.
Il Municipio VI assegnò al progetto i locali in via Amico Aspertini con procedura diretta e per meriti straordinari, fino a quando a Marzo 2017 una mozione della maggioranza Cinquestelle al Consiglio del Municipio VI ha impegnato il Presidente a rientrare in possesso dei locali in questione.
Seguono comunicazioni frastagliate agli occupanti, fino a quando lo scorso 17 luglio una nuova mozione impegna Presidente e Giunta alla redazione di un bando per l’assegnazione dei locali in Via Aspertini a favore di un non meglio identificato progetto di sostegno alla genitorialità.
Proprio per opporsi agli ultimi due provvedimenti sono nate le due ultime raccolte firme sulla piattaforma Change.org ‘Salviamo di nuovo il centro antiviolenza di Tor Bella Monaca’ e ‘Non abbandonare le donne vittime di violenza a Tor Bella Monaca’ lanciate dalla Presidente del Centro Stefania Catallo e della Deputata del PD Laura Coccia e che hanno raggiunto circa 30 mila firme.
“Quella del bando è una foglia di fico, – attacca l’on. Laura Coccia – nella situazione attuale porterebbe alla chiusura di un servizio fondamentale per il sostegno e la protezione delle donne vittime di violenza. Purtroppo la realtà ogni giorno ci racconta di femminicidi e discriminazioni violente a carico di figlie, compagne, mogli, madri. Non possiamo voltarci dall’altra parte e far finta che la sostituzione di un servizio specifico e molto apprezzato come quello del centro “Marie Anne Erize” con un non meglio precisato servizio di supporto alla genitorialità, non sia un grave danno per questa periferia che Raggi aveva promesso di non lasciare indietro e che invece rischia di vedersi privata di un punto di riferimento”.
L’ultima petizione, proposta proprio dalla deputata Dem, chiede intanto la sospensione della procedura di rientro in possesso dei locali, la sospensione delle procedure di bando per un servizio generico e di specificare l’esigenza di un centro antiviolenza, consentendo in questo periodo al CESPP di proseguire il servizio, e di considerarne l’esperienza e il lavoro svolto finora.
“Con un atto di prepotenza istituzionale vogliono sfrattarci dal centro di Tor Bella Monaca – dichiara Stefania Catallo Responsabile del Centro -. Siamo abituate a rispondere alla violenza di mariti e compagni che massacrano di botte le donne, quindi questo manipolo di arroganti arroccato al VI Muncipio non ci spaventa davvero.Ora vogliono chiaramente pilotare il bando di gara e usano il sostegno alla genitorialità, facendo finta di non sapere che da settembre sperimenteremo proprio al Mariane Erize la prima Comunità di destini delle Giovani Madri, come annunciato il 1 luglio (molto prima della loro mozione) dal palco della manifestazione pubblica di Piazza Santi Apostoli presente la presidente della Camera Boldrini.Oltretutto la mozione dei Cinquestelle contro di noi è improponibile, tardiva, ingerente, carente di motivazione tanto da essere sospetta. Vogliono solo pilotare l’eventuale bando che in 4 mesi non hanno ancora scritto. Dicessero chiaramente perché il centro antiviolenza Marianne Erize dà loro tanto fastidio o quale altra associazione amica degli amici di chi ha messo gli occhi addosso a questi locali”
Per partecipare alla conferenza stampa è necessario l’accredito con una mail a uffstampalauracoccia@gmail.com entro mercoledì ore 18. La Sala Stampa della Camera dei Deputati si trova in Via della Missione 4 – per gli uomini è obbligatoria la giacca.

Egitto, a 18 mesi dalla scomparsa di Regeni, Amnesty chiede a Gentiloni garanzie sul non ritorno dell’ambasciatore

24.07.2017 Amnesty International

Egitto, a 18 mesi dalla scomparsa di Regeni, Amnesty chiede a Gentiloni garanzie sul non ritorno dell’ambasciatore
(Foto di Flavio Lo Scalzo)

18 MESI DALLA SCOMPARSA DI GIULIO REGENI AL CAIRO: MENTRE L’UNIONE EUROPEA PARE AMMORBIDIRE LA POSIZIONE SUI DIRITTI UMANI IN EGITTO, AMNESTY INTERNATIONAL ITALIA CHIEDE AL PRIMO MINISTRO GENTILONI GARANZIE SUL NON RITORNO DELL’AMBASCIATORE

Alla vigilia del diciottesimo mese dalla sparizione, al Cairo, del ricercatore italiano Giulio Regeni, il cui corpo venne ritrovato orribilmente torturato alcuni giorni dopo, Amnesty International Italia ha scritto al presidente del Consiglio Paolo Gentiloni chiedendo se, dopo la recente missione nella capitale egiziana di una delegazione della Commissione difesa del Senato, la posizione del governo sul mancato ritorno dell’ambasciatore abbia subito mutazioni.
Nella sua lettera al primo ministro, il presidente di Amnesty International Italia Antonio Marchesi fa riferimento a quanto riportato dall’autorevole portale indipendente egiziano Mada Masr circa il possibile ritorno dell’ambasciatore italiano al Cairo nel mese di settembre, che sarebbe stato annunciato dalla stessa delegazione parlamentare italiana.
Marchesi ha ribadito che qualunque forma di rafforzamento delle relazioni fra i due paesi non può prescindere dagli sviluppi nella ricerca della verità per Giulio Regeni. La scelta di revocare l’unica misura adottata in un anno e mezzo fra le diverse possibili, rischia di compromettere definitivamente il raggiungimento di quel risultato.
Domani, 25 luglio, si terrà a Bruxelles un vertice di alto livello del Consiglio di associazione Unione europea – Egitto. Le riunioni erano state sospese dopo la rivolta del 2011, ma ora, a causa delle preoccupazioni sulla sicurezza regionale e i flussi migratori in aumento, è stato deciso di riprenderle. Si teme pertanto che gli stati membri dell’Unione europea siano disposti a chiudere un occhio sulle gravi violazioni dei diritti umani nel paese.
 
“C’è il concreto pericolo che le violazioni dei diritti umani in Egitto vengano messe sotto il tappeto e che l’Unione europea dia priorità alla sicurezza, all’immigrazione e ai rapporti commerciali a spese dei diritti umani. L’Unione europea dovrà dire all’Egitto, il 25 luglio e in seguito, che non accetterà compromessi in questo senso”, ha dichiarato David Nichols, responsabile di Amnesty International per la politica estera dell’Unione europea.
Dopo il massacro di Rabaa dell’agosto 2013, quando al Cairo le forze di sicurezza uccisero almeno 900 persone in un solo giorno, gli stati membri dell’Unione europea avevano deciso di sospendere le licenze all’esportazione di ogni tipo di armi che avrebbero potuto essere usate a scopo di repressione interna.
Il rapporto dell’Unione europea sull’Egitto, pubblicato in vista del Consiglio di associazione del 25 luglio, neanche menziona Rabaa e il fatto che, da allora, nessuno è mai stato chiamato a rispondere né tanto meno è stato indagato per quel massacro. Il rapporto tace anche sul ricorso alle esecuzioni extragiudiziali, sugli sgomberi forzati di migliaia di famiglie nel Sinai e sull’assenza di procedimenti giudiziari per i responsabili degli attacchi settari contro i cristiani copti.
Le forze di sicurezza egiziane beneficiano della completa impunità per le violazioni dei diritti umani, come le sparizioni forzate, la tortura, le morti in custodia e le esecuzioni extragiudiziali. Nonostante tutto ciò, quasi la metà degli stati membri dell’Unione europea – Italia inclusa – ha proseguito, in violazione degli obblighi di diritto internazionale, a inviare armi all’Egitto.
 
“In Egitto è in corso un’ondata senza precedenti di violazioni dei diritti umani. Nell’ultimo anno e mezzo decine di difensori dei diritti umani si sono visti congelare i beni patrimoniali, hanno subito divieto di viaggi o sono stati interrogati per accuse ridicole che potrebbero comportare l’ergastolo e la fine delle attività delle organizzazioni indipendenti”, ha sottolineato Nichols.
 
“Mentre la società civile subisce una crescente repressione, le forze di sicurezza egiziane hanno mano libera per compiere massicce violazioni come le detenzioni arbitrarie, la tortura e le uccisioni illegali. L’Unione europea deve usare la sua autorevolezza e dire chiaramente, anche durante il vertice del 25 luglio, che non resterà in silenzio di fronte al fosco quadro delle violazioni dei diritti umani in Egitto.”
Il rapporto dell’Unione europea non fa menzione neanche del terribile omicidio di Giulio Regeni e della detenzione, arrivata al quarto anno, del cittadino irlandese e prigioniero di coscienza Ibrahim Halawa.
Amnesty International chiede all’Unione europea di sostenere la richiesta di un’indagine efficace, indipendente e imparziale sulla sparizione e l’uccisione di Giulio Regeni e l’immediato e incondizionato rilascio di Ibrahim Halawa.
Il 4 luglio, in vista del vertice del Consiglio di associazione Unione europea – Egitto, Amnesty International aveva espresso le preoccupazioni sopra descritte in una lettera all’Alta rappresentante dell’Unione europea Federica Mogherini.

pensiero del 24 del settimo mese

 

24 del settimo mese

Chi non è con me, è contro di me; e chi non raccoglie con me, disperde

Luca 11,23

E’ bello che il corpo soffra a causa delle occupazioni della mente, è male che le attitudini della mente soffrano a causa degli allettamenti de corpo.

Talmud

Gloria all’uomo che nell’ora della morte è tanto puro e innocente quanto nel giorno della sua nascita

Talmudi-

No TAV: lettera aperta a Repubblica e Chiamparino

22.07.2017 PresidioEuropa No TAV

No TAV: lettera aperta a Repubblica e Chiamparino
(Foto di Wikimedia Commons)

Gentile Direttore de La Repubblica,

e, p.c. : Egr. Sig. Sergio Chiamparino – Presidente della Giunta Regionale del Piemonte

Lettera Aperta – La Francia deve chiarire la sua posizione sulla Torino-Lione: ha un margine di ambiguità e non va bene.

Nell’articolo apparso oggi su La Repubblica – Torino la giornalista Maria Chiara Giacosa riporta che il Presidente della Giunta Regionale del Piemonte  Sergio Chiamparino ha affermato che “La Francia deve chiarire la sua posizione sulla Torino-Lione: ha un margine di ambiguità e non va bene. La Francia ha iniziato prima, è più avanti noi sui cantieri, e adesso ci ripensa?”.

 

Ci permettiamo di credere che il Presidente Chiamparino non sia ben informato: sono anni che l‘ Alta Amministrazione della la Francia (dalla Corte dei conti, alla Direzioni del Tesoro, al Presidente della Commission Mobilité 21, il deputato Philippe Duron) allerta il potere politico dell’insostenibilità di molti progetti ferroviari, tra i quali la Torino-Lione.

 

Sulla scia delle allerte che l’Alta Amministrazione francese aveva inviato al Presidente precedente, il nuovo inquilino dell’Eliseo, nell’ambito di una profonda ristrutturazione delle spesa pubblica, ha affermato a Rennes il 1° luglio (dunque 3 settimane fa, ma nessuno se n’era accorto…): “La Francia deve oggi concentrare di più i suoi investimenti sul rinnovamento della rete esistente… questo è l’orizzonte del quinquennato.”

 

Non crediamo che la posizione della Francia sia quindi ambigua. Siamo invece certi che la Francia ha il diritto di ripensarci.

 

Siamo di fronte ad un processo decisionale che è iniziato da tre settimane e che, al termine delle Assise della Mobilità previste  per il mese di settembre 2017 e ampiamente partecipate, si concluderà nel 2018 con l’approvazione da parte del Parlamento francese del Piano di Mobilità che conterrà la qualità e la quantità degli investimenti per la mobilità delle persone e delle merci in Francia nel prossimo quinquennio.

 

Forse il Presidente Chiamparino non è al corrente che la vera ambiguità del progetto Torino-Lione, al di là della sua inutilità, è l’iniqua ripartizione dei costi (ex art. 18 Accordo del 2012) che impone all’Italia di pagare per i suoi 12 chilometri del tunnel transfrontaliero di 57 chilometri, la maggior parte dell’investimento.

 

La Francia dovrebbe pagare il 42,1% per i suoi 45 km in Francia, mentre l’Italia pagherebbe il 57,9% di tutti i costi per i suoi 12,2 km che insistono sul territorio nazionale italiano.

 

Salvo il probabile aumento del costo certificato di €8,6 miliardi, l’Italia pagherebbe €2,99 miliardi (costo al km per 12,2 km: €245 milioni), mentre la Francia dovrebbe versare €2,17 miliardi (costo al km per 45 km: 48 milioni di €). L’Unione Europea dovrebbe investire €3,44 miliardi di € (60 milioni al km). http://www.presidioeuropa.net/blog/?p=9871

 

Ebbene la Francia, nonostante questa generosità italiana, dimostra oggi la sua libertà di decisione. Ci auguriamo che Chiamparino, nel momento in cui discuterà del progetto con i suoi amici francesi, Gentiloni e Delrio, si ricordi di citare questa verità incontestabile: l’Italia ha ceduto una parte della sua sovranità alla Francia.

 

Sulla perdita della sovranità dell’Italia ci aspettiamo una dichiarazione ufficiale da parte del Presidente Chiamparino.

Qui abbiamo riportato alcuni articoli dai media francesi che offrono ampie spiegazioni sul processo di ristrutturazione della spesa ferroviaria (e non solo) francese. La Pausa : Dossier dalla Francia

Cogliamo l’opportunità per rallegrarci con il Presidente Chiamparino che finalmente pare cominci a capire l’inutilità di quest’opera, dato che afferma che “il suo valore effettivo è prossimo a quello simbolico” che è immateriale per definizione.

 

Perché la Guerra? Una riflessione sull’eredità lasciata da Einstein, Freud e Gandhi

 

22.07.2017 Robert Burrowes

Quest’articolo è disponibile anche in: Inglese

Perché la Guerra? Una riflessione sull’eredità lasciata da Einstein, Freud e Gandhi

Nel 1932, Sigmund Freud ed Albert Einstein hanno condotto una corrispondenza pubblicata sotto il titolo “Perché la Guerra?” Vedi  ‘Perché la guerra: la poco nota corrispondenza di Einstein e Freud su violenza, pace, e natura dell’ essere umano’. Questo dialogo fra due figure così influenti del XX secolo simboleggia in vari modi lo sforzo compiuto da molti uomini per comprendere questo fenomeno misterioso e così incredibilmente dannoso dell’esperienza umana: l’istituzione della guerra.

In un articolo recente, il Professor Johan Galtung, fondatore della ricerca sulla pace, ha voluto ricordarci della riflessione lasciataci da Freud e Einstein a questo riguardo, riflettendo sul loro dialogo ed individuandone i limiti, come ad esempio il loro insuccesso a rintracciare ed elaborare le cause e tutte le componenti del conflitto. Vedi ‘Freud e Einstein sulla Pace’.

Ovviamente, Freud ed Einstein non sono stati i primi a porsi questa domanda. Il loro dialogo è stato preceduto da molti individui ed organizzazioni, come la Lega Internazionale delle Donne per la Pace e la Libertà (Women’s International League for Peace and Freedom) e l’associazione pacifista War Resisters’ International, che hanno cercato di capire, prevenire e/o bloccare determinati conflitti, ma anche di comprendere e porre fine alla stessa istituzione della guerra, come esemplificato dal patto Kellogg-Briand del 1928 che bandisce la guerra come mezzo di risoluzione dei conflitti. Inoltre, visto l’insuccesso delle iniziative precedenti, molti individui ed organizzazioni dopo Freud e Einstein si sono impegnati a capire, prevenire e/o impedire i conflitti, e questi sforzi sono andati in diverse direzioni.

Uno dei più famosi tra questi è Mohandas K. Gandhi, che ha sviluppato e condiviso un modello di resistenza basato sulla nonviolenza chiamato satyagraha (aggrapparsi alla verità) per superare la violenza e lo sfruttamento su larga scala. Il suo concetto di nonviolenza è stato applicato con successo alla causa dell’indipendenza indiana contro il dominio coloniale degli inglesi. Pur essendo consapevole di dovere molto a chi fosse venuto prima di lui, Gandhi esaltava l’importanza di trovare nuovi mezzi per lo sviluppo futuro. “Se vogliamo il progresso non dobbiamo ripetere la storia, ma costruire una storia nuova. Dobbiamo aggiungere nuovi tasselli all’eredità che ci è stata lasciata dai nostri antenati.”

Il mio viaggio nella comprensione della violenza umana è iniziato con la morte dei miei due zii Bob e Tom durante la Seconda Guerra Mondiale, dieci anni prima della mia nascita. La mia infanzia, negli anni 50 e 60 è cosparsa di loro ricordi, come la partecipazione a cerimonie di commemorazione all’altare del ricordo, dove veniva esaltato il loro servizio militare. Vedi “My Brothers” sul sito web di mio padre.

Però, all’inizio del 1960, grazie agli articoli di giornale e alle foto, sono venuto a conoscenza dello sfruttamento e della fame in Africa ed in altre parti del mondo, e come tutti gli studenti universitari all’inizio del 1970, leggevo libri sulla distruzione dell’ambiente. Il problema non era solo la guerra; la violenza assumeva anche molte altre forme.

“Perché gli esseri umani sono violenti?” continuavo a chiedermi. Dato che pensavo che la risposta a questa domanda ci fosse, da qualche parte, continuavo a leggere, non solo Freud e Karl Marx, ma anche i lavori di molti altri studiosi, come Frantz Fanon, anarchici, femministe e tutti coloro che scrivessero da un’altra prospettiva, offrendo diverse spiegazioni, dirette, strutturali o altro.

All’inizio degli anni 80 avevo iniziato a leggere Gandhi e a comprendere la nonviolenza, nel modo in cui Gandhi l’aveva praticata e spiegata, con una profondità che sembrava superare gli attivisti che conoscevo e anche le opere degli studiosi che avevo letto.

Inoltre, iniziavo ad avere la sensazione che la mente umana non potesse essere compresa limitandosi a considerarla solo come un organo pensante, e che molta letteratura e molti professionisti della psicologia e specialmente della psichiatria non fossero riusciti a tenere conto della sua profondità emotiva e della sua complessità e delle implicazioni che tutto ciò avesse per i conflitti e la violenza. Per questi motivi mi fu chiaro che l’eredità di Freud era stata davvero compresa e sviluppata solo da pochi. Tutto ciò è accaduto perché il problema principale riguarda i sentimenti (e in relazione alla violenza la paura repressa e la rabbia in particolare). Vorrei spiegarne il motivo.

La violenza è qualcosa che normalmente si identifica come qualcosa di fisico: essa implica azioni come colpire, tirare pugni e utilizzare delle armi. Questo è un tipo di violenza, quello più spesso denunciato, che viene inflitto su popolazioni indigene, donne, e persone di colore, ad esempio.

Tuttavia Gandhi ha anche identificato lo sfruttamento come violenza e Galtung ha elaborato questo concetto con la sua nozione di “violenza strutturale”. Sono state identificati anche altri tipi di violenza, che assumono molte forme, come la violenza finanziaria, la violenza culturale, e la violenza ecologica. Però, la violenza può essere ancora più impercettibile e quindi molto meno visibile. Ho etichettato queste due forme di violenza come “violenza invisibile” e “violenza completamente invisibile”. È tragico, ma la violenza invisibile e la violenza completamente invisibile ci sono inflitte senza pietà dalla nascita e pertanto ne siamo tutti terrorizzati.

Cosa sono quindi la violenza invisibile e la violenza completamente invisibile?

Essenzialmente, la violenza invisibile è nelle piccole cose che facciamo ogni giorno, in parte perché siamo semplicemente “troppo occupati”. Ad esempio, quando non abbiamo tempo per ascoltare ed apprezzare i pensieri ed i sentimenti di un bambino, questo impara a non ascoltare sé stesso, distruggendo il suo sistema di comunicazione interna. Quando non lasciamo che un bambino dica ciò che vuole (oppure lo ignoriamo quando lo fa), egli sviluppa delle disfunzionalità nella comunicazione e nel comportamento perché cerca di soddisfare le proprie esigenze (è una strategia basilare di sopravvivenza, si è programmati geneticamente per farlo).

Quando incolpiamo, condanniamo, offendiamo, prendiamo in giro, imbarazziamo, rimproveriamo, umiliamo, scherniamo, provochiamo, facciamo sentire in colpa, inganniamo, mentiamo, corrompiamo, ricattiamo, facciamo del moralismo e/o giudichiamo un bambino, miniamo il suo senso  di autostima e gli insegniamo a incolpare, condannare, offendere, prendere in giro, imbarazzare, rimproverare, umiliare, schernire, provocare, far sentire in colpa, ingannare, mentire, corrompere, ricattare, fare del moralismo e/o giudicare.

Il risultato principale di questo bombardamento di violenza invisibile durante l’infanzia è che il bambino viene travolto completamente dalle emozioni di paura, dolore, rabbia e tristezza (tra molte altre). In ogni caso, anche i genitori, gli insegnanti, ed altri adulti si intromettono con le espressioni di queste emozioni e con le risposte comportamentali che sono naturalmente generate da queste, ed è questa violenza completamente invisibile che spiega come si verifichi la disfunzione comportamentale.

Per esempio, ignorare i bambini quando esprimono le loro emozioni, consolarli, rassicurarli o distrarli quando le esprimono, prenderli in giro o ridicolizzare le loro emozioni, terrorizzarli per non fargliele esprimere (per esempio urlando quando piangono o si arrabbiano), e/o controllare in modo violento un comportamento generato da queste emozioni  (per esempio picchiandoli, bloccandoli o rinchiudendoli dentro una stanza), fanno sì che il bambino non abbia altra scelta se non quella di reprimere inconsciamente la propria consapevolezza di queste emozioni.

Quando un bambino viene spaventato e reprime la propria consapevolezza delle emozioni (invece di essere libero di avere le proprie emozioni e di agire di conseguenza), egli ha anche inconsciamente represso la consapevolezza della realtà che ha provocato queste emozioni. Ciò provoca conseguenze catastrofiche per l’individuo, la società e la natura, perché egli ormai reprimerà facilmente la consapevolezza delle emozioni che hanno lo scopo di comunicargli come agire in ogni circostanza e acquisterà progressivamente una varietà di comportamenti disfunzionali, che potranno manifestarsi con la violenza verso sé stessi, verso gli altri, o verso l’ambiente.

Inoltre, questo danno emozionale (o psicologico) può portare ad una combinazione unica dei comportamenti violenti. Alcuni di questi individui finiranno a lavorare in uno di quei ruoli che specificatamente richiedono o “giustificano” l’uso della violenza, come la polizia, gli avvocati e i giudici ed anche i soldati dell’esercito. Altri agiranno al di fuori della “violenza legalizzata” e verranno etichettati come “criminali”.

Ma voi vi starete chiedendo qual è il nesso fra la guerra e l’infanzia.

La risposta è semplice: gli autori di violenze, e tutti quelli che collaborano con loro, “nascono” durante l’infanzia. E questi autori e collaboratori sono tutti estremamente spaventati, senza alcun potere e odiano sé stessi – per maggiori dettagli sulle caratteristiche psicologiche degli autori di violenza ed i loro collaboratori, vedi Perché la Guerra? e Fearless Psychology and Fearful Psychology: Principles and Practice – E continuano a svolgere tutte le funzioni essenziali per la creazione, il mantenimento, la preparazione, e la legittimazione delle istituzioni della guerra.

Se non fosse per la violenza a cui noi tutti siamo soggetti impietosamente durante l’infanzia, non vi sarebbe alcun interesse alla violenza o a qualsiasi forma di guerra. Se fossimo cresciuti senza violenza, saremmo ovviamente pacifici e collaborativi, e spenderemmo il nostro tempo cercando di sviluppare il nostro potenziale evolutivo e di promuovere gli altri e la nostra stessa vita, invece di entrare a far parte della macchina militare (o burocratica o aziendale) di qualcun altro.

Se questi argomenti ti toccano, ti invito a fare  ‘La mia promessa ai Bambini’.

Se ti interessa anche ridurre la violenza nel mondo, considera la possibilità di partecipare al ‘Progetto Flame Tree per Salvare la Vita su Terra’, sottoscrivendo l’impegno online ‘La Carta del Popolo per Creare un Mondo Nonviolento’ e visita questi due siti web su come impostare la tua campagna per la nonviolenza e contro la guerra: Nonviolent Campaign Strategy Nonviolent defense/liberation strategy.

Un bambino non nasce per fare la guerra, ma se gli infliggi abbastanza sofferenza e distruggi la sua capacità di diventare sé stesso, egli sarà terrorizzato e percepirà la violenza e la guerra come la società vuole che egli le percepisca. E così la guerra e la violenza prospereranno.

Se vogliamo fermare la guerra, dobbiamo innanzitutto fermare la guerra degli adulti contro i bambini.

 

Traduzione dall’inglese di Gentian Cane, revisione di Francesca Conte tramite Trommons

pensiero del 23 del settimo mese

23 del settimo mese

Di beni autentici non ce ne sono molti. E’ un bene autentico quello che è tale per tutti.

Perciò, per non deviare dallo scopo prefisso, occorre che esso sia un bene che corrisponda al bene comune. Chi dirige la sua attività verso questo scopo, acquisterà quel bene.

Marco Aurelio

“Ama l’Eterno, il tuo Dio , con tutto il tuo cuore”. Il tuo cuore sia tutto consacrato a Dio, la pace regni dentro di te, perché le inclinazioni che tu senti siano sottomesse al sentimento del bene.

Talmud

pensiero del 22 del settimo mese

22 del settimo mese

Chi uccide degli esseri viventi, dice il falso , si impadronisce di un bene di altri, seduce una donna altrui, chi per desiderio di inebriarsi si abbandona alle bevande alcoliche , costui già in questo mondo si scava sotto le proprie radici.

O uomo! Sappi cje si prepara la rovina chi non vince se stesso; bada che vanità e vanaglorianon apportino durevole tristezza.

Grandi e piccoli doni ricevono coloro che mendicano ; chi si affligge per il cibo e la bevanda che altri abbiano ricevuto, costui non troverà per se riposo , né il giorno né la notte.

Colui nel quale ogni odio si è spento, nel quale è sradicato in radice, costui giorno e notte si diletta nella quiete.

Dhammapada

Che cosa c’è dietro la secretazione del Pentagono delle ispezioni alle atomiche in Italia?

21.07.2017 Angelo Baracca

Che cosa c’è dietro la secretazione del Pentagono delle ispezioni alle atomiche in Italia?
(Foto di US Army)

 

Una notizia diffusa della giornalista Stefania Maurizi, sempre informata e rigorosa, su Repubblica online di ieri[1], sul segreto imposta dalla US Air Force e dal Joint Chiefs of Staff è indubbiamente degna di nota ed inquietante, ma il risalto che ha avuto su certi organi di stampa[2] appare a mio parere un po’ strumentale. Soprattutto a fronte del risalto enormemente minore che è stato dato – con ritardo e accompagnato da riserve – dello storico Trattato di proibizione delle armi nucleari (Tpan) stabilito il 7 luglio scorso a conclusione dei negoziati all’Onu, approvato da 122 Stati, quasi 2/3 terzi degli Stati membri dell’Onu.

Intanto, di che cosa si tratta? È (o dovrebbe essere) a tutti noto che gli Usa schierano in Italia (e in altri paesi europei, ma in numero minore) bombe termonucleari B-61 a gravità, che addirittura stanno ammodernando con lo sviluppo della testata B-61-12 con un programma del costo di $ 10 miliardi. Questo schieramento viene “giustificato” in base al nuclear-sharing (condivisione nucleare) della Nato, con l’affermazione, sia pure pretestuosa, che esso sia autorizzato dal Trattato di Non Proliferazione (Tnp) del 1970.

Il discorso è lungo e complesso. Una prima domanda sorge spontanea: la formulazione del nuovo Tpan, ed anche il lungo negoziato che l’ha prodotto, sono stati scandalosamente ignorati dai media nostrani (solo Avvenire ne ha dato tempestiva notizia, con grande risalto). Le scarse osservazioni che sono state fatte tendono a depotenziarne la portata, continuando invece ad insistere sul vecchio Tnp (tipici a questo proposito il ritardo nel dare la notizia e le riserve espresse dal Manifesto, che ora da un risalto sproporzionato alla presente notizia). È il caso di ricordare che la negoziazione del nuovo Tpan è stata indotta da una forte mobilitazione della società civile internazionale e voluta da una forte maggioranza dei paesi non nucleari all’Onu, i quali erano ormai sfiduciati da decenni di insistenza per il rispetto del Tnp, che dal 1970 prevedeva con l’Art. VI “trattative in buona fede per arrivare al disarmo nucleare, e generale, totali”: negoziati mai avviati! Non solo, ma sotto il regime del Tnp la consistenza degli arsenali nucleari proliferò da 30.000 al numero demenziale di 70.000 nel 1985, e gli stati nucleari proliferarono da 6 a 10! Insomma, nella realtà un trattato di proliferazione ad uso e consumo degli Usa!

Dopo questi sintetici richiami, che ci sembrano doverosi, vediamo che cosa realmente è avvenuto sotto il regime 37-ennale del Tnp: perché se può sembrare giusto chiedere il rispetto del Tnp, ci sembra non solo inutile, ma decisamente fuorviante, intestardirsi a chiedere da un trattato quello che evidentemente non da, mettendo invece in secondo piano la novità storica del nuovo Tpan.

Intanto riporto (con il suo consenso) un’annotazione che ricevo dall’Avv. Claudio Giangiacomo della Ialana-Italia: “all’epoca del Tnp gli Usa non comunicarono l’esistenza degli accordi sul nuclear sharing che pare sia stato comunicato solo per via riservata all’Urss (che ovviamente lo sapeva già ma aveva interessi analoghi per i paesi del patto di Varsavia)”. Ma c’è di più. La presenza delle testate nucleari sul territorio italiano rimanda necessariamente alla presenza e all’assetto giuridico delle basi militari statunitensi e Nato. Ebbene, riporto dei brani di un articolo dell’Avv. Giangiacomo apparso nel Dossier di Mosaico di Pace sul numero di Aprile scorso[3]:

“la costruzione e gestione delle basi militari è regolata da convenzioni bi- o  multilaterali tra i paesi della Nato. [I quali] sarebbero dovuti essere stati assunti nelle forme previste dagli artt. 72 ed 80 della Costituzione italiana (procedimenti abbreviati solo in casi d’urgenza, e ratifica da parte delle Camere di trattati internazionali che importino variazioni del territorio od oneri alle finanze): invece è stata utilizzata la cosiddetta procedura semplificata, non prevista dalla Costituzione ma disciplinata dalla legge 11.12.1984 n. 839, senza però, come prescritto, procedere alla loro pubblicazione, sottraendoli così sia al controllo delle Camere che del Presidente della Repubblica. Solo nel 1995 venne firmato  lo “shell agreement” (“accordo conchiglia”), l’accordo quadro fra Italia e Usa sulle basi in Italia, che venne poi pubblicato nel 1998 a seguito della gravissima strage del Cermis (quando un aereo militare americano volando a bassa quota troncò il cavo della funivia, causando 20 vittime). Rimane invece totalmente segreto il Bilateral Infrastrutture Agreement del 20.10.1954 che regola le condizioni dell’utilizzo delle basi americane in Italia, anch’esso approvato con la procedura semplificata. Pur limitandoci a quanto oggi noto, si può sicuramente affermare che le basi non possono in alcun modo ritenersi ‘extra territoriali’.”

Inoltre, saltando altre osservazioni importanti, Giangiacomo afferma che “sia le istallazioni che le medesime operazioni ed attività delle forze ospitate [nelle basi militari Usa], anche per la parte posta sotto il Comando Usa, debbano rispettare le leggi vigenti in Italia, tanto che al Comandante italiano è rimesso il controllo del loro rispetto”.

Da queste osservazioni, risulta evidente la responsabilità diretta del governo italiana per le attività svolte nelle basi militari: tanto più, ci sembra, per l’autorizzazione di ordigni terribili come le testate termonucleari.

Dal nostro punto di vista, si conferma insomma come il Tnp funga nella sostanza come una cortina dietro la quale viene surrettiziamente “legittimata” la presenza delle armi nucleari sul nostro territorio. Giangiacomo rileva ancora come

“indipendentemente dalla violazione del Tnp, la permanenza in Italia di ordigni nucleari sia effettuata in palese violazione della legge n. 185 del 9 luglio 1990 che espressamente prevede all’art. 1 comma 7:  Sono vietate la fabbricazione, l’importazione, l’esportazione ed il transito di armi biologiche, chimiche e nucleari, nonché la ricerca preordinata alla loro produzione o la cessione della relativa tecnologia‘.

Sebbene al successivo comma 9 lett. c) del medesimo articolo si preveda una inapplicabilità della norma in relazione ai materiali di armamento e di equipaggiamento delle forze dei paesi alleati, questa deroga è limitata al transito e non alla permanenza stabile nel territorio italiano.”

In sostanza il governo italiano, anche nella discussione di mozioni al Senato sul nuovo Trattato, seguita a trincerarsi dietro il Tnp e rifiuta di aderire al nuovo Tnap, ignorando bellamente, in primo luogo, gli obblighi che derivano dalle sue proprie leggi.

Questa lunga premessa è per me propedeutica per capire che cosa comporti ora la secretazione dei report sulla sicurezza delle atomiche schierate in Italia (non sulla “dislocazione” come titola Il Manifesto). Osserva ancora Giangiacomo: “Paradossalmente la dichiarazione del segreto apposto dal Pentagono è una ammissione della loro presenza”.

Infatti, il maggiore esperto, Hans Kristensen della Fas, precisa nell’intervista effettuata da Vignarca sul Manifesto di oggi: i report “ci confermano se una certa base abbia o meno missione nucleare. La US Air Force pubblicava tradizionalmente tali informazioni per le installazioni europee ma nel corso del tempo le ha ridotte, per rendere più difficile ad opinione pubblica (e potenziali avversari) capire quali unità fossero o meno nucleari. … Diverso quando un’intera unità fallisce un’ispezione: l’impressione di incompetenza che ne deriva è palese. Come nell’incidente del 2007 alla base di Minot, in cui sei missili nucleari da crociera vennero imbarcati per errore su un bombardiere e portati in giro per gli Stati uniti. A mio parere la decisione di secretare i risultati delle ispezioni cerca di evitare qualsiasi tipo di imbarazzo alle Forze Armate per questo tipo di errori”.

Ma di nuovo, il governo italiano è disposto o no a pretendere dagli Usa la permanenza stabile nel territorio italiano di armi nucleari, vietata dalla legge n. 185 del 9 luglio 1990? I pacifisti vogliono decidersi a pretendere dal nostro governo tale rispetto, invece di trincerarsi sul rispetto del Tnp, che finisce per fare il gioco del governo? E di schierasi compatti, invece, sull’adesione al Tpan, che dichiara l’assoluta illegalità delle armi nucleari, e impone agli Stati che intendano aderirvi di dichiarare “se ci sono armi nucleari sul proprio territorio o in qualsiasi luogo sotto la propria giurisdizione o controllo che siano possedute o controllate da un altro Stato” (Art. 2 comma c[4]), ed ovviamente a pretenderne e garantirne la rimozione per aderire al Tnap. Ed è proprio questo che il governo non vuole, in ossequio ai voleri di Usa e Nato!

Last but not least, mi sia consentito di dire che l’eccessiva drammatizzazione della notizia in questione  fa da pendant alla disinformazione sui principali rischi incombenti delle armi nucleari, il loro ammodernamento che è ben più massiccio e grave di quello delle B-61-12 (mille miliardi di $ a fronte di 10 miliardi!), nonché le migliaia di missili nucleari transcontinentali mantenuto in stato di allerta pronti al lancio immediato (launch on warning) con il rischio concretissimo di una guerra per errore: abbiamo già rischiato per lo meno una ventina di volte questo olocausto nucleare: sotto il regime vigente del Tnp!

[1]     http://www.repubblica.it/esteri/2017/07/20/news/gli_usa_mettono_il_segreto_sulle_armi_atomiche_in_italia-171195615/?ref=RHPPLF-BH-I0-C8-P6-S1.8-T1

[2]     Ad esempio Il Manifesto, https://ilmanifesto.it/pentagono-top-secret-la-dislocazione-delle-atomiche-in-italia/

[3]               “Apocalisse nucleare?”, Mosaico di Pace, aprile2017, http://www.mosaicodipace.it/mosaico/i/3765.html

[4]             Treaty on the Prohibition of Nuclear Weapons, http://undocs.org/A/CONF.229/2017/8

pensiero del 21 del settimo mese

21 del settimo mese

Tutti gli animali privi di ragione e tutto il mondo materiale sono messi a tua disposizione, creatura razionale, e tu, senza dubbio , te ne puoi servire. Ma serviti degli esseri dotati di ragione come te, non dimenticando neppure per un istante del legame spirituale che ti lega a loro

Marco Aurelio

In ogni momento della nostra vita dobbiamo sforzarci di cercre non quello che ci separa dagli altri, ma quello che con loro abbiamo in comune

John Ruskin

Le associazioni ambientalista promuovono stopcarbone2025

 

20.07.2017 Greenpeace Italia

Le associazioni ambientalista promuovono stopcarbone2025
(Foto di http://www.stopcarbone2025.org/)

Petizione salviamo #MIGLIAIADIVITE, per la chiusura di tutte le centrali a carbone in Italia entro il 2025: tante firme e adesioni

La Strategia Energetica Nazionale potrebbe essere l’occasione per liberarsi di un rischio per clima, salute e ambiente. Dalle 11,00 cominciata una mobilitazione su Twitter per promuovere la petizione.

Il link della petizione www.stopcarbone2025.org 

Sono già 5.000 circa le firme raccolte dalla petizione #MIGLIAIADIVITE, anciata da WWF Italia, Greenpeace Italia e Legambiente, per chiedere al Governo italiano la chiusura definitiva di tutte le centrali a carbone entro il 2025. Moltissime le adesioni di associazioni e gruppi, tra cui Accademia Kronos, Associazione Comuni Virtuosi, Cittadini per l’Aria, Earth Day Italia, FOCSIV (Federazione Organismi Cristiani di Servizio Internazionale Volontario), Fondazione Univerde, Marevivo, Quale Energia e tanti altri. Tra coloro che hanno dichiarato il loro appoggio alla petizione, anche Agostino Re Rebaudengo, Vicepresidente di Elettricità Futura. Dalle 11,00 di oggi le Greenpeace, Legambiente e WWF Italia hanno lanciato una maratona su Twitter per promuovere la petizione.

In questi giorni si sta definendo la strategia energetica dell’Italia (SEN), con un documento in consultazione fino al 31 agosto. Successivamente verrà ultimato e pubblicato il testo definitivo della Strategia. E’ quindi importante che i cittadini italiani facciano sentire la propria voce in questi mesi.

L’Italia ha l’occasione di decidere di uscire dal carbone, dismettendo il combustibile fossile più altamente nocivo per il clima, salvando migliaia di vite e cambiando le sorti del futuro energetico del nostro Paese. In Italia, le 12 centrali a carbone esistenti nel 2013 causavano circa 10 morti premature a settimana e costavano agli italiani ogni anno 1,4 miliardi di euro di spese sanitarie. Oggi, di quelle 12 centrali ne restano realmente operative 8, tra cui le più grandi e inquinanti; gli impatti sono appena ridotti.

Il carbone è tra i combustibili fossili quello che, se bruciato, emette più CO2 ed è quindi tra i principali responsabili del cambiamento climatico le cui conseguenze toccano tutti. Uscire dal carbone vorrebbe dire per l’Italia una riduzione di CO2 fino a quasi 40 milioni di tonnellate l’anno (dati 2015), in pratica oltre il 40% del settore elettrico e circa l’11% del totale delle emissioni nazionali.

Nella bozza di SEN presentata a metà giugno, per la prima volta si prende in esame l’uscita dal carbone come fonte di energia elettrica, ma purtroppo il Governo non è riuscito ad assumere una posizione netta e ambiziosa a favore di una data certa e possibile: per i promotori della petizione, il carbone in Italia deve chiudere entro il 2025.   Oggi abbiamo a disposizione tutte le tecnologie e conoscenze per guardare a un futuro 100% rinnovabile anche prima del 2050.

La proposta SEN  prevede: uno scenario base, con il mantenimento di 4 centrali sulle 8 attualmente pienamente funzionati, tra cui la centrale Federico II di Brindisi, la più inquinante d’Italia come dimostrano i dati di emissione e gli studi sanitari ed epidemiologici, oltre ad essere l’impianto che mediamente ha le più alte emissioni di CO2 (se pienamente funzionate può arrivare a superare le 15 Mt anno) uno intermedio, con la chiusura anche di Brindisi, e uno più avanzato, che prevede la chiusura di tutte le centrali entro il 2030, e non al 2025, come necessario.

Per aderire alla petizione www.stopcarbone2025.org