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Il governo del Regno Unito si prepara per le proteste anti-Trump “come se Londra stesse bruciando”

Il governo del Regno Unito si prepara per le proteste anti-Trump “come se Londra stesse bruciando”

12.07.2018 Pressenza London

Quest’articolo è disponibile anche in: Inglese, Spagnolo, Greco

Il governo del Regno Unito si prepara per le proteste anti-Trump “come se Londra stesse bruciando”
(Foto di Stop Trump Coalition / Screengrab tramite Common Dreams)

Di Jake Johnson, cronista per Common Dreams

Mentre “la vergognosa farsa del governo” del Primo Ministro del Regno Unito Theresa May   continuava il suo lento crollo lunedì con le dimissioni del ministro degli esteri Boris Johnson, le autorità britanniche si affrettavano a prepararsi per le proteste “senza precedenti” contro l’imminente visita del Presidente degli Stati Uniti Donald Trump organizzando una grande mobilitazione della polizia, mirata a contenere quello che gli organizzatori hanno soprannominato “Il Carnevale della Resistenza.”

Centinaia di migliaia di britannici scenderanno in strada a livello nazionale venerdì in segno di protesta contro Trump, che dovrebbe arrivare nel Regno Unito giovedì sera. Ci si aspetta che le proteste, durante le quali un pupazzo gonfiabile con le sembianze di Trump alto circa 6 metri sorvolerà Londra, siano così estese che i funzionari della Casa Bianca hanno rivelato i loro timori che Trump, ossessionato dalla folla, possa prendersela con i suoi ospiti britannici.

Dobbiamo mostrare al mondo ciò che milioni di persone in questo paese pensano del fanatismo e dell’odio che Trump rappresenta,ha dichiarato lunedì al TIME Owen Jones, un editorialista del Guardian che ha contribuito a organizzare le manifestazioni anti-Trump. “Abbiamo assistito all’ascesa dell’estrema destra in Gran Bretagna e in Europa e l’unica lezione che dovremmo imparare dalla storia è che quando i razzisti e l’estrema destra si mobilitano, si reagisce, non li si lascia marciare e salire al potere.”

Secondo il Sunday Times, i funzionari della Casa Bianca stanno pianificando di fare tutto il possibile per “proteggere” Trump dalle manifestazioni, mantenendo un programma molto ben dettagliato, ma questo sarà difficile, perché i britannici hanno organizzato delle enormi manifestazioni nelle principali città del paese.

Parlando con il Guardian lunedì, un capo della polizia ha affermato che il dispiegamento di forze richiesto dal governo per contenere le manifestazioni di massa era al livello che sarebbe stato necessario “se Londra stesse bruciando.”

“Donald Trump ama atteggiarsi a duro a livello internazionale, ma sembra che sia troppo spaventato per affrontare i manifestanti a Londra” ha dichiarato il gruppo Stand Up to Trump, alludendo ai piani del presidente degli Stati Uniti di tenersi alla larga dalle strade della capitale. “Se questo fosse vero, sarebbe già una grande vittoria per i manifestanti.”

La Coalizione Stop Trump – un gruppo di organizzazioni che hanno svolto un ruolo importante nella pianificazione delle azioni a livello nazionale –ha fornito una mappa delle proteste che il team di Trump tenterà di evitare.

Dopo aver appreso che il governo sta lavorando per un’imponente presenza della polizia alle manifestazioni, Amnesty International ha ammonito le autorità britanniche perché non tentino di limitare  la libertà di espressione nel tentativo di “tranquillizzare i visitatori.”

Allan Hogarth, responsabile della politica di Amnesty International U.K., ha affermato che la visita di Trump è una “grande opportunità per il Regno Unito di dimostrare che la protesta pacifica è una componente essenziale di una società libera ed equa, non qualcosa da zittire perché può causare un imbarazzo politico.”

Riconoscendo che Trump deve “essere sconfitto principalmente negli Stati Uniti,” Sam Lund-Harket, l’organizzatore di Global Justice Now, ha scritto in un post sul blog che i progressisti del Regno Unito hanno il compito di mostrare solidarietà ai loro alleati americani, scendendo in strada numerosi per denunciare il programma distruttivo e carico di odio del presidente.

“Con Theresa May come Primo Ministro, il Regno Unito è un alleato fondamentale di Trump, quindi è importante che non possa comparire senza incontrare un’opposizione significativa,” ha concluso Lund-Harket. “Fortunatamente, decine di migliaia di persone, se non centinaia di migliaia, invaderanno Londra venerdì 13 luglio per manifestare contro di lui.”

Traduzione dall’inglese di Simona Trapani

 

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Inviata a tutti i parlamentari la proposta di IALANA affinché l’Italia firmi il TPAN

14.07.2018 Redazione Italia

Inviata a tutti i parlamentari la proposta di IALANA affinché l’Italia firmi il TPAN

In occasione del primo anniversario dell’adozione da parte dell’ONU del Trattato di Proibizione delle Armi Nucleari il Coordinamento di Associazioni di ICAN in Italia ha provveduto a inviare ad ogni parlamentare la Proposta di Legge elaborata da IALANA affinché l’Italia firmi e ratifichi il Trattato, contribuiendo così alla sue entrata in vigore, per la quel necessitano un minimo di 50 ratifiche.

Questa è stata la prima azione pubblica del Coordinamento costituitosi il 7 di Luglio scorso. L’azione continuerà con azioni di sensibilizzazione presso le varie sedi istituzionali affinché la Proposta di Legge venga calendarizzata, discussa e approvata.

Il testo della Proposta è disponibile sul sito del Coordinamento a questo link:

https://www.coordinamentoicanitalia.org/wp-content/uploads/2018/07/proposta-di-legge-per-firma-TPAN-IALANA.pdf

 

«No Borders». Iniziativa al confine italo-francese

13.07.2018 Melting Pot Europa

«No Borders». Iniziativa al confine italo-francese

E domani la manifestazione “Ventimiglia città aperta”, per il permesso di soggiorno europeo e il diritto alla mobilità umana.

Decine di attivisti/e si sono diretti questo pomeriggio al confine italo-francese nel corso della prima giornata di mobilitazione lanciata dal Progetto 20K per la libertà di movimento degli esseri umani e il permesso di soggiorno europeo. Mobilitazione che si concluderà domani, con una manifestazione a Ventimiglia per la quale si prevedono arrivi da diverse città italiane, e non solo.

La frontiera “bassa” era militarizzata già dalle prime ore della mattina, di fronte all’annunciato tentativo di border crossing. Controlli a tappeto e traffico rallentato, schieramenti di polizia sia francese che italiana. Il clima di tensione era palpabile anche nella città di Ventimiglia con un dispiegamento massivo di forze dell’ordine e identificazioni dei solidali.

Nonostante questo, il corteo ha avanzato in maniera compatta fino a pochi metri dal blocco messo in atto dalle forze dell’ordine. Tende, giubbotti di salvataggio e una gigantesca scritta “no border” fatta a pochi passi da uno dei confini più militarizzati d’Europa rappresentano un segnale non solo per il governo italiano e quello francese, ma per l’intera Unione Europea, complice della carneficina che si sta compiendo nel Mar Mediterraneo e del trattamento disumano ricevuto dai migranti nei lager libici.

All’indomani del vertice dei ministri dell’interno dell’Ue, tenutosi a Innsbruck, che ha confermato la volontà europea di bloccare i flussi migratori e di rivedere al ribasso le già carenti politiche di accoglienza, l’iniziativa di oggi mira ad aprire uno spazio pubblico che rivendica il diritto a migrare, all’accoglienza, a una cittadinanza universale fatta di diritti e reddito.

La manifestazione di domani attraversando la città di Ventimiglia ribadirà il fatto che esistono ancora tante persone in grado di opporsi con forza a quelle politiche che respingono ai confini migliaia di donne, uomini e bambini, lasciando transitare liberamente merci e capitali.

Ergastolo: il Parlamento prenda atto della sentenza della Corte Costituzionale

11.07.2018 Associazione Antigone

Ergastolo: il Parlamento prenda atto della sentenza della Corte Costituzionale

La Corte Costituzionale con la sentenza numero 149 depositata in data odierna ha dichiarato che è incostituzionale negare i benefici ad alcune categorie di detenuti ergastolani. “Nella sentenza – si legge nel comunicato ufficiale – la Corte ha censurato il rigido automatismo stabilito dalla legge penitenziaria, che impediva al giudice di valutare i progressi compiuti da ciascun condannato, sacrificando così del tutto la funzione rieducativa della pena sull’altare di altre, pur legittime, funzioni”.

La sentenza sottolinea, in particolare, come siano incompatibili con il vigente assetto costituzionale norme “che precludano in modo assoluto, per un arco temporale assai esteso, l’accesso ai benefici penitenziari a particolari categorie di condannati (…) in ragione soltanto della particolare gravità del reato commesso, ovvero dell’esigenza di lanciare un robusto segnale di deterrenza nei confronti della generalità dei consociati”; ed evidenzia come le conclusioni da essa raggiunte siano coerenti con gli insegnamenti della Corte europea dei diritti dell’uomo, secondo cui gli Stati hanno l’obbligo “di consentire sempre che il condannato alla pena perpetua possa espiare la propria colpa, reinserendosi nella società dopo aver scontato una parte della propria pena”.

“Si tratta – dichiara Patrizio Gonnella (Antigone) – di una sentenza di importanza enorme che erode l’ergastolo ostativo. E’ un colpo al populismo penale. Speriamo sia capito. C’è ancora tempo, fino al 3 agosto, per approvare la riforma dell’ordinamento penitenziario pendente alle Camere. Una riforma ben più timida rispetto alle parole e alla decisione della Consulta, che ringraziamo sentitamente. La Costituzione non può essere evocata ad anni, a settimane o a giorni alterni”.

Andrea Oleandri
Ufficio Stampa Associazione Antigone

Sulla sinistra “rossobruna”

10.07.2018 Redazione Italia

Sulla sinistra “rossobruna”

di Carlo Galli 

Nonostante la sua critica dello Stato come organo politico dei ceti dominanti, nonostante il suo internazionalismo, la sinistra in Occidente ha sviluppato la sua azione all’interno dello Stato: ha cercato di prendere il potere e di esercitarlo al livello dello Stato, ha investito nella legislazione statale innovativa, e nella difesa e promozione della cittadinanza statale per i ceti che ne erano tradizionalmente esclusi. Nella sinistra agiva l’impulso a considerare lo Stato come una struttura politica democratizzabile, sia pure a fatica; mentre le strutture sovranazionali erano per lei deficitarie di legittimazione popolare. La sinistra italiana, per esempio, fu ostile alla Nato (comprensibilmente) ma anche alla Comunità Europea. E in generale le sinistre difesero gelosamente le sovranità nazionali e si opposero a quelle che definivano le ingerenze dei Paesi occidentali nelle faccende interne degli Stati sovrani dell’Est, quando qualcuno protestava perché vi venivano calpestati i diritti umani. L’internazionalismo della sinistra rimase al livello di generica approvazione dell’esistenza dell’Onu, di più o meno platonica solidarietà per le lotte dei popoli oppressi, e di sempre più cauta collaborazione con i partiti comunisti fratelli. L’internazionalismo inteso come spostamento del potere fuori dai confini dello Stato, avversato dalle sinistre, fu invece praticato vittoriosamente dai capitalisti e dai finanzieri.

Caduta l’Urss, la sinistra aderì entusiasticamente al nuovo credo globale neoliberista e individualistico, e alla critica dello Stato (soprattutto dello Stato sociale) e della sovranità – oltre che dei sindacati e dei corpi intermedi – che esso comportava. L’idea dominante era che la sinistra di classe non era più ipotizzabile perché le classi non esistevano più, e perché vi era ormai una stretta comunanza d’interessi fra imprenditori e lavoratori. La giustizia sociale era un obiettivo raggiungibile solo se si lasciava che il mercato svolgesse la propria funzione di generare la crescita complessiva della società: la politica era solo un accompagnamento di processi di sviluppo in realtà autonomi. Gli inconvenienti del mercato si dovevano correggere nel mercato. Sono state le sinistre a introdurre il neoliberismo in Europa: Blair, Delors, Mitterand, Schroeder, Andreatta, D’Alema, Bersani. La sinistra storica divenne così un partito radicale di massa, schiacciato sulle logiche dell’establishment e sulla sua gestione, impegnato – senza esagerare – sui diritti umani e civili visti come sostitutivi dei diritti sociali. Una sinistra dei ceti abbienti e cosmopoliti, incapace di interrogare radicalmente i modelli economici vigenti, le strutture produttive e le loro contraddizioni.

La critica alle storture, alle disuguaglianze, alla subalternità del lavoro, che invece si manifestarono nelle società occidentali soprattutto a partire dalla Grande crisi del 2008, e alla logica deflattiva dell’euro ordoliberista – con cui l’Europa volle giocare la propria partita nel mondo globale –, fu lasciata alle sinistre radicali (Tsipras, Corbin, Mélenchon, e negli Usa Sanders), generose ma anche confusionarie, e per ora minoritarie, e ai movimenti populisti e sovranisti spesso di destra, che oggi intercettano il bisogno di protezione e di sicurezza di gran parte dei cittadini. Che sono preoccupati per la propria precarietà economica, per il declassamento sociale e per i migranti, visti come problema di ordine pubblico ma anche come competitori per le scarsissime risorse che lo Stato destina all’assistenza e al welfare. Le destre politiche approfittano, come sempre, dei disastri provocati dalle destre economiche (e dalle sinistre che hanno dimenticato se stesse).

Mentre la sinistra deride e insulta gli avversari politici, grida al fascismo fuori tempo e fuori luogo (banalizzando una tragedia storica), e di fatto nega i problemi reali rispondendo alle ansie dei cittadini con prediche moralistiche e con la proposta di dare a Balotelli la maglia di capitano della nazionale, come segno anti-razzista, la destra politica e i populisti quei problemi li riconoscono e ne approfittano. Naturalmente, la interpretazione che ne danno è più che discutibile: i migranti e la casta (bersagli dei populisti e delle destre) non sono i principali responsabili della crisi e della disgregazione che ha colpito il Paese. Ma almeno queste forze anti-establishment porgono ascolto ai cittadini, che infatti li votano, mentre non votano le sinistre, che fanno sterile e superficiale pedagogia mainstream, e che ora scoprono con stupore di essere confinate nei quartieri alti, mentre nelle periferie degradate il proletariato e i ceti medi impoveriti – che ancora esistono, nonostante le analisi di sociologi non troppo perspicaci – votano destre e populisti.

In questo contesto, i sovranisti di sinistra (che non si possono definire “rosso-bruni”, che vuol dire “nazi-comunisti” – ed è un po’ troppo –) cercano di recuperare il tempo e lo spazio perduti dalle sinistre liberal e globaliste. Cercano insomma di sottrarre la protesta sociale alle destre, e tornano così allo Stato, nella consapevolezza che senza rimettere le mani su questo e sulla sovranità – che è un concetto democratico, presente nella nostra Costituzione, e che di per sé non implica per nulla xenofobia e autoritarismo – non ci si può aspettare alcuna soluzione dei nostri problemi, che non verrà certo da quelle potenze sovranazionali che li hanno creati (naturalmente, esistono forti responsabilità anche interne del nostro Paese, che andranno affrontate). Ovviamente è una strategia rischiosa, non garantita, forse anti-storica (ma lo Stato, in ogni caso, è ancora il protagonista della politica mondiale); e, altrettanto ovviamente, facendo ciò le sinistre sovraniste sposano, entro certi limiti, gli argomenti della destra, e ne condividono i nemici (la sinistra moderata – mondialista e europeista –, e il capitale globale). Ma se la sinistra sovranista sa fare il proprio mestiere riesce a distaccarsi chiaramente dalla destra politica perché è in grado di dimostrare che questa dà a problemi veri risposte parziali, illusorie e superficiali: la destra va sfidata non sui migranti, ma sulle politiche del lavoro; non sui vitalizi, ma sulla critica della forma attuale del capitalismo; non sull’euro, ma sulla capacità del Paese di non essere l’ultima ruota del traballante carro europeo; non sul nazionalismo, ma su un’idea non gerarchica di Europa. La sinistra sovranista – che è meglio definire radicale – ha il compito di dimostrare che destre e populismi sono l’altra faccia del neoliberismo e della globalizzazione che dicono di combattere; che sono apparentemente alternativi ma che in realtà ne sono subalterni.

Siamo alla fine del ciclo democratico e progressivo apertosi con la vittoria sul fascismo: una fine sopraggiunta dapprima nelle strutture economiche, e ora nel pensiero e nella pratica politica. In campo, duramente contrapposte ma complementari, ci sono establishment e anti-establishment: due destre, una economica (a cui è di fatto alleata la ex-sinistra liberal) e l’altra politica, l’una moderata e l’altra estrema. Lo spazio della sinistra non è accostarsi ai moderati, né mimare gli estremisti di destra, ma praticare la profondità, la radicalità dell’analisi; il suo compito è dimostrare che il cleavage destra/sinistra esiste ancora, ma è nascosto, e complesso. E che per il bene di tutti lo si deve fare riaffiorare.

Chi sono veramente i poveri in Italia?

10.07.2018 Il Cambiamento

Chi sono veramente i poveri in Italia?
(Foto di Il Cambiamento)

Articolo di Paolo Ermani

L’Istat ha diffuso dati secodo cui in Italia ci sono 5 milioni di poveri, ma suddivisi tra “assoluti” e “relativi”. Ma che vuol dire poveri relativi e assoluti? O si è poveri o non lo si è. Dividere in due categorie la povertà ha l’obiettivo comunque di catalogare più persone possibili secondo il parametro dei soldi che possono spendere.

La povertà relativa è sostanzialmente la non possibilità di poter spendere quello che una persona spende mediamente secondo parametri standard del tutto aleatori. Quindi se la persona che rientra nella media acquista cose superflue o spreca i suoi soldi e io non lo faccio, io rientro automaticamente nella categoria dei poveri, relativi o assoluti che siano. Immaginiamo che io autoproduca una grossa parte del cibo e dell’energia che consumo  e che lavori e guadagni quello che mi basta per sopperire al resto delle spese. Va da sé che avrò bisogno di pochi soldi per vivere, perché mi autoproduco già molto del necessario. Ma secondo l’Istat se vivo con meno di 826 euro al nord e 560 euro al sud rientro addirittura nella categoria di povertà assoluta, anche se non lo sono affatto. Andrebbe dunque ridimensionato non solo il dato dei cosiddetti poveri, ma anche il concetto stesso di povertà utilizzato quando si confeziona questo tipo di statistiche.

Ci sono sempre più persone che scelgono di vivere fuori dalle città in paesi medio piccoli e meno costosi,  che scelgono di condividere, lavorare meno, guadagnare meno, spendere meno, non sprecare e vivere più sobriamente perché hanno deciso che stare dentro la ruota del criceto per comprare quello che dice la pubblicità è una grande balla non più credibile. E magari hanno anche valutato che rimanere in città infernali, dove è difficile fare autoproduzione e i costi sono altissimi, non è l’idea migliore.  Proprio queste persone, solo per le loro scelte di sobrietà e intelligenza, sono entrate nelle famose soglie di povertà senza assolutamente esservi realmente. E’ evidente che guardare solo alle spese che sostiene un individuo non può essere un parametro attendibile, da nessun punto di vista. Anche perché gli sprechi di una famiglia media italiana sono elevati; quindi, già riducendo quelli, ci si avvicina alla cosiddetta soglia fittizia di povertà.

I dati dell’Istat sulla povertà sono probabilmente inattendibili e forse i “poveri” sono anche leggermente aumentati dallo scorso anno perché magari più gente autoproduce, ha smesso di lavorare a tempo pieno per ritrovarsi alla pensione e chiedersi che cavolo ha fatto nella vita, e quindi ha scelto di lavorare part time e vive dignitosamente lo stesso; eppure, secondo i parametri, è automaticamente povero.

Ci sono ormai moltissimi progetti di vita e organizzazioni diverse: cohousing, ecovillaggi, comunità intenzionali, sostegno reciproco, scambio di beni e servizi non in denaro, progetti dove le persone scelgono di condividere alcune spese, vivere senza sprechi e dandosi una mano. Automaticamente, riducendo le spese ovvero gli sprechi, possono permettersi di lavorare meno. Per l’Istat tutte le persone che fanno scelte simili, scelte e non rinunce, sono in povertà relativa o assoluta. Va da sé che mettere queste persone nel calderone della povertà non ha senso alcuno. Se infatti si ragiona su parametri e valori ben diversi da quelli esclusivamente monetari, ci si imbatterà in persone come David Bonanni  che vive con poche centinaia di euro al mese e non è affatto povero e nemmeno misero; ha semplicemente scelto di fare una vita diversa dal rincorrere la crescita del PIL. E secondo i dati ISTAT Bonanni cosa sarebbe? Al di sotto pure della povertà assoluta? Cioè un indigente? Andatelo a trovare e vedrete se le cose stanno come vorrebbe l’Istat. Allora, sarebbe un povero assoluto anche Simone Perotti, che mediamente vive con spese mensili fra i sette e gli ottocento euro? Per chi lo conosce si può dire tutto tranne che sia persona che fa la fame o che gira l’Italia con un saio, a piedi nudi e chiedendo l’elemosina. Semplicemente sono anche loro fra le tante persone che non corrono più dentro la ruota del criceto e pensano che lo scopo della vita non si basi sull’acquisto compulsivo ma su tanti altri valori e relazioni non mediate dai soldi.

Inoltre quello che ci dovrebbe spiegare l’Istat è se i dati della presunta povertà facciano riferimento anche ai redditi delle persone. Vengono per caso calcolate pure le persone che dichiarano redditi zero o ridicoli anche se hanno una gioielleria o la Ferrari in giardino? E di gente del genere l’Italia è molto fornita. Anche questi personaggi sono catalogati come poveri assoluti o relativi? Perché se fosse così, allora la fotografia sarebbe ben diversa.

Sgombriamo il campo dagli equivoci o dalle possibili speculazioni e farneticazioni di chi pensa o urla che mezza Italia fa la fila alla Caritas: la miseria (che è cosa ben diversa dalla povertà) in Italia esiste ed è un fattore sul quale assolutamente intervenire per dare mezzi e aiuto a chi è in condizioni difficili. Qui non si sta dicendo che persone in difficoltà in Italia non ci siano, così come avviene in qualsiasi paese a capitalismo avanzato che esclude quelli che non riescono ad aumentare costantemente il livello di giri della ruota da criceti. Ce ne sono eccome, ma spesso sono vittime della logica per la quale “esisti se guadagni e consumi senza porti alcuna domanda”. E se improvvisamente non mantieni più il ritmo o hai qualche rovescio e comunque rimani dentro alla società dell’individualismo sfrenato, da quella stessa società sarai posto ai margini fino alle estreme conseguenze. Ad oggi scegliere di vivere e supportare un sistema dove i soldi sono tutto, è il miglior modo per cadere in miseria a causa di qualche sfortuna, anche perché chi utilizza gli altri, in caso di disgrazia o in vecchiaia, si trova probabilmente da solo ed ecco spiegati i casi di manager o gente ricca che a causa di rovesci si sono ritrovati per davvero a fare la fila alla Caritas. Una società che non è solidale, dove la comunità è distrutta,  nelle città formicaio, povertà o miseria sono molto più probabili. Laddove la comunità è forte e si sostiene, dove le persone non hanno bisogno di guadagnare chissà cosa, ricevono gratificazione, supporto e beni materiali in maniera più semplice e forte che non nella società delle vetrine.

Altro elemento fuorviante è quello dell’Istat che pensa alla vita dignitosa o “standard di vita minimamente accettabile” in base a quello che ci si può comprare. Io allargherei il discorso della dignità e ci metterei anche parametri diversi. Cosa significa davvero fare una vita dignitosa? E’ dignitosa la vita di chi si ammazza di lavoro trascurando il compagno o la compagna e i figli, per poi comprare le stupidaggini che impone la pubblicità? E’ dignitosa la vita di chi lavora in posti che affamano e mandano in miseria altra gente? E’ dignitosa la vita di chi inquina l’ambiente? E’ dignitosa la vita di chi pensa solo a fregare il prossimo e fare carriera sgomitando e facendo le scarpe a tutti? Avranno magari soldi queste persone per non rientrare nella falsa categoria dei poveri, ma non fanno una vita dignitosa e hanno una miseria altrettanto terribile di quella materiale, cioè quella dell’animo.

Ma chi è veramente povero? Come disse l’ex presidente dell’Uruguay Pepe Mujica  citando Seneca  “Povero è colui che ha bisogno di tanto”.

Se ho poco ma per me quel poco basta, non sono povero, a prescindere da quello che dice l’Istat.

Salsa di pomodoro “SfruttaZero”, un progetto di denuncia, solidarietà e speranza

Salsa di pomodoro “SfruttaZero”, un progetto di denuncia, solidarietà e speranza

09.07.2018 Anna Polo

Salsa di pomodoro “SfruttaZero”, un progetto di denuncia, solidarietà e speranza
(Foto di Ela Francone)

Nella Puglia dove imperversano capolarato e sfruttamento, un gruppo di giovani italiani e migranti ha dato vita a un’esperienza straordinaria, restituendo un significato positivo a un simbolo locale quale il pomodoro. Ne parliamo con Graziana dell’associazione Solidaria (Bari), che si occupa della comunicazione, della distribuzione della Salsa SfruttaZero e partecipa alla fase collettiva della trasformazione.

Che cosa vi ha spinto a lanciare questo progetto coraggioso?

Per comprendere cosa ci abbia spinto a dar vita SfruttaZero bisogna fare qualche passo indietro. SfruttaZero infatti è un progetto che nasce a Bari nel 2014 dall’associazione Solidaria e che dal 2015 viene condiviso con l’associazione Diritti a Sud (Nardò), ma è frutto di un percorso più lungo. Un percorso che ha inizio nel 2008 con il sostegno da parte di nativi/e alle rivendicazioni di rifugiati politici e richiedenti per il diritto ai documenti, all’accoglienza, all’abitare attraverso pratiche di solidarietà dal basso – sportello di orientamento legale e sanitario, corsi di italiano, riappropriazione a scopo abitativo di immobili pubblici abbandonati – per approdare alla costruzione di esperienze di mutualismo e lavoro collettivo cooperativistico in cui protagonisti sono lavoratori e lavoratrici migranti e nativi assieme.

In una regione come la Puglia, tristemente nota per il fenomeno del caporalato e per le condizioni al limite della schiavitù che ogni estate subiscono braccianti agricoli, in gran parte migranti, abbiamo pensato di ridare significato positivo ad un simbolo della nostra terra, qual è il pomodoro, producendo salsa di pomodoro all’interno di una filiera agroalimentare completamente “fuori mercato” e per l’appunto a sfruttamento zero. Nel rispetto dunque di chi ci lavora e della terra, in cui tutti e tutte vengono dignitosamente retribuiti e partecipano in maniera orizzontale ai processi decisionali, dimostrando che lavorare senza padroni e senza essere schiavi è possibile.

SfruttaZero è un progetto che vuole rivendicare il diritto a un lavoro e a un reddito fuori dalle logiche dello sfruttamento e della precarietà e che contemporaneamente denuncia il fenomeno del caporalato, mettendo in luce come questo sia un anello di una lunga catena di sfruttamento che si estende lungo tutta la filiera agroalimentare – dalle campagne sino al settore della logistica e distribuzione – a causa dei prezzi imposti dalla Grande Distribuzione Organizzata per mere ragioni di profitto e delle leggi a protezione della GDO.

Inoltre abbiamo pensato che SfruttaZero potesse essere una risposta bella e concreta alle crescenti pulsioni razziste che contrappongono lavoratori italiani a quelli  stranieri, alimentate appositamente da chi vuole farci credere che l’”immigrato” sia la causa di ogni male. Noi invece pensiamo che un modo per provare a ribaltare questo sistema di oppressione e uscire da una condizione di subalternità sia sostenersi reciprocamente, essere assieme nelle lotte e nelle rivendicazioni, mettere in campo una solidarietà reciproca in grado di rispondere ai bisogni concreti e alle condizioni materiali di vita per tutti, nativi e migranti. Occorre essere uniti e solidali, ribaltare questo immaginario falso e tossico. Il “nemico” è un altro, è chi specula e crea profitto sulle nostre vite.

Quante persone sono coinvolte al momento?

Al momento tra Bari e Nardò sono coinvolte circa quaranta persone, impiegate nelle diverse fasi del processo produttivo: agricolo, distributivo, trasformativo, amministrativo e comunicativo.

Che piani avete per il futuro?

Continuare a produrre salsa di pomodoro, avviando magari anche altre produzioni agroalimentari. L’obiettivo principale resta sempre e comunque quello di rendere questo progetto solido e duraturo nel tempo, affinché sia in grado di rispondere alle esigenze materiali di vita e ai desideri di chi vi partecipa. Al momento siamo ancora tutti impegnati in altri lavori precari e vorremmo che questo potesse diventare il nostro lavoro.

Pensiamo che tutto ciò possa avvenire rafforzando l’intera filiera produttiva sino ad oggi realizzata e la rete di relazioni solidali che in questi anni abbiamo costruito.

SfruttaZero nel tempo è diventato un progetto sempre più partecipato e condiviso. A Bari, ad esempio, coltiviamo i pomodori e li trasformiamo assieme ad Ortocircuito – il primo orto sociale urbano della città, che nasce come progetto della masseria didattica “Masseria dei Monelli” (Conversano) – e agli e alle abitanti di Villa Roth – un’esperienza di autogestione a scopo abitativo, frutto di una vertenza da parti di rifugiati politici cui è seguita un’assegnazione da parte del Comune di Bari e in cui attualmente vivono assieme italiani e africani.

Sia a Bari che a Nardò curiamo l’intero processo produttivo, dalla coltivazione dei pomodori seguendo i principi dall’agro-ecologia sino alla distribuzione del prodotto finito. Abbiamo acquistato un furgoncino e pertanto quando possibile effettuiamo direttamente noi le consegne in tutta Italia. Con tanta fatica sia Solidaria che Diritti a Sud sono finalmente riuscite nell’ultimo anno a prendere un terreno in affitto in cui portare avanti progetti di agricoltura sociale che non siano soltanto stagionali. Adesso non ci resta che dotarci di un laboratorio di trasformazione che possa essere condiviso con altre realtà che assieme a noi portano avanti un ragionamento sulle filiere agroalimentari alternative alla GDO. Questo il passaggio importante a cui stiamo lavorando e non è affatto facile perché necessita di molte risorse economiche di cui, ahinoi, al momento non siamo dotati.

Dove si trova esattamente la salsa Sfruttazero e come si fa a ordinarla?

È possibile trovare la salsa SfruttaZero sia a Bari che a Nardò, nei due luoghi in cui viene prodotta. La si può trovare anche in altre zone d’Italia. Le nostre due realtà fanno parte di “Fuorimercato, autogestione in movimento”, una rete a livello nazionale in cui ci sono fabbriche e fattorie recuperate, spazi sociali autogestiti e di mutuo soccorso, case editrici indipendenti, progetti di autoproduzioni agroalimentari e artigianali, cucine e spacci popolari, case editrici indipendenti. Una rete che unisce molte esperienze di mutuo soccorso e lavoro cooperativistico e con cui proviamo a costruire non semplicemente un mercato alternativo, ma una vera e propria alternativa a questo mercato. La sfida è costruire una logistica altra e autogestita. E’ possibile trovare la salsa SfruttaZero proprio in alcuni nodi logistico-distributivi di Fuorimercato, ad esempio il Bread&Roses a Bari, la Ri-Maflow a Trezzano sul Naviglio (Milano), Commmunia a Roma, Venti Pietre a Bologna.

Ad ogni modo per avere ogni informazioni è possibile contattare la pagina fb SfruttaZero o inviare una mail a sfruttazero@gmail.com.

Avete pensato a iniziative per far conoscere anche al di fuori della Puglia la vostra importante esperienza?

Negli anni SfruttaZero ha trovato un riscontro favorevole e un grande sostegno, non solo in Italia. L’anno scorso, ad esempio siamo stati a Brema al Solidaria Sommer Fest, un grande e bellissimo festival antirazzista.

Attorno a SfruttaZero si è venuta a creare una bella comunità. Partecipiamo sempre ad iniziative in cui ci invitano a far conoscere SfruttaZero, quello che facciamo a Bari e Nardò. E noi siamo sempre ben lieti di farlo, pensiamo che questi progetti dovrebbero moltiplicarsi e fare rete tra loro.

Quest’anno il 2 giugno abbiamo organizzato la prima grande festa di SfruttaZero, ospitata da una bellissima esperienza che è il laboratorio urbano Ex Fadda (San Vito dei Normanni). Una festa che per l’occasione abbiamo chiamato “Libera Repubblica del Pomodoro”, un nome per noi significativo perché vorremmo che emergesse che quello che stiamo costruendo e che questa miriade di progetti di mutuo soccorso nati in tutta Italia sono embrioni di nuovi istituzioni, sono degli strumenti per provare a ricostruire, partendo dalla solidarietà e dal basso, quelle relazioni sociali che si sono atomizzate e frammentate. Il 2 giugno sarà un appuntamento fisso, vorremmo trasformarlo in un vero e proprio festival, in un momento di confronto e socialità.

Cosa possono fare i media indipendenti per aiutarvi in questo senso?

Sicuramente diffondendo il progetto, facendo emergere il senso profondo di quello che facciamo, il suo significato politico e sociale per dare voce a questa economia sociale e solidale che molte realtà con fatica e passione stanno provando a realizzare.

 

Foto di Ela Francone

Foto di Solidaria

Foto di Ela Francone

Foto di Ela Francone

Foto di Janos Chialà

Foto di Solidaria

Corte Suprema americana, sterzata a destra?

06.07.2018 Domenico Maceri

Corte Suprema americana, sterzata a destra?
(Foto di AscendedAnathema, Wikimedia Commons)

“Mi sento onorato che abbia scelto di farlo durante il mio mandato”. Con queste parole Donald Trump commentava in un comizio nel North Dakota la decisione di Anthony Kennedy di ritirarsi dalla Corte Suprema nella quale aveva servito per trenta anni.

I giudici sono nominati per ragioni politiche che loro stessi, nonostante la rispettabilità tipica dei magistrati, manifestano mediante il timing del loro ritiro. Un giudice nominato da un presidente repubblicano fa del tutto per lasciare la Corte Suprema durante una presidenza dello stesso partito nel malcelato tentativo di vedersi reincarnato in una giovane copia di se stesso.

Naturalmente l’età va presa in considerazione. Kennedy ha 81 anni ed è quindi più che maturo per la pensione, considerando che in molte professioni ci sarebbe già andato da una ventina d’anni. Con un presidente repubblicano senza garanzie di un secondo mandato, Kennedy avrà scelto di lasciare per togliere la possibilità a un presidente democratico di nominare il successore. Ovviamente, la ragione ufficiale per il ritiro è che vuole passare più tempo con la famiglia.

In una situazione diversa si trovano invece Ruth Bader Ginsburg (85 anni) e Stephen Breyer (80) nominati da presidenti democratici, i quali faranno del tutto per togliere a un presidente repubblicano l’opportunità di nominare i loro successori. Si ricorda ovviamente che a volte si possono avere “sorprese” come ci testimonia il caso di Antonin Scalia, giudice molto conservatore, morto inaspettatamente nel 2016 all’età di 79 anni. Barack Obama ebbe l’opportunità di sostituirlo con un giudice di tendenze diverse scegliendo Merrick Garland, moderato ma pendente a sinistra. I repubblicani che controllavano il Senato decisero però di non considerarlo per la conferma con la scusa che un presidente alla fine del suo mandato non merita il diritto di nominare giudici della Corte Suprema. Con l’elezione di Trump sono riusciti a confermare Neil Gorsuch nominato dal nuovo presidente.

Se la conferma di Gorsuch non ha avuto un cambiamento notevole sulle decisioni della Corte Suprema poiché Kennedy ha continuato ad agire da ago della bilancia fra quattro giudici conservatori e altrettanti tendenti a sinistra, il nuovo giudice potrebbe spostare il baricentro della Corte decisamente a destra, con un impatto determinante per molti anni. Trump ha già dato indicazioni che nominerà un conservatore che potrebbe ribaltare alcune decisioni storiche come quella di Roe Vs. Wade, che dal 1973 garantisce l’aborto.

Mitch McConnell, il presidente del Senato, ha dichiarato la sua intenzione di procedere tempestivamente con la conferma del giudice che Trump nominerà. La situazione è però incerta. Persino la scelta dell’inquilino alla Casa Bianca ha già diviso i repubblicani. Uno dei più papabili, il giudice Brett Kavanaugh, ha suscitato preoccupazioni agli elementi di estrema destra, che lo considerano poco affidabile in parte per i suoi legami storici con la famiglia degli ex presidenti Bush, che ha pubblicamente preso le distanze da Trump. Più pericolosa per ribaltare Roe Vs. Wade sarebbe un’altra possibile nominata, Amy Coney Barrett, la quale in un articolo del 1998 ha scritto che se i criminali meritano la giusta punizione, “i non nati sono vittime innocenti”.

Ma chiunque sia la scelta di Trump il candidato alla Corte Suprema dovrà essere confermato, scatenando ovviamente una dura battaglia al Senato. I democratici sono in minoranza e quindi avranno poche chance di creare un’opposizione efficace. Chuck Schumer, il leader democratico, ha però dichiarato che se Obama non aveva il diritto di nominare un giudice per la Corte Suprema perché era a fine mandato e bisognava aspettare il risultato dell’elezione presidenziale del 2016, adesso bisogna fare la stessa cosa e aspettare l’esito delle elezioni di midterm.

McConnell dissente, anche se non avrà il terreno spianato per la conferma. La maggioranza repubblicana al Senato (51-49) non gli permette di commettere errori, come è avvenuto con la fallita revoca dell’Obamacare, la legge sulla sanità approvata da Obama. Al momento, infatti, con l’assenza di John McCain che sta curandosi per una seria malattia in Arizona, McConnell avrà bisogno di tutti  i voti dei senatori repubblicani. Due di loro però, Lisa Murkowski (Alaska) e Susan Collins (Maine) hanno già dichiarato la loro preoccupazione per il possibile pericolo di revocare la legge sull’aborto che un nuovo giudice molto conservatore potrebbe causare. Questa possibilità ha già mobilitato gruppi di lobby di sinistra che mirano a spendere milioni di dollari per convincere Murkowski e Collins a opporsi a nomine che potrebbero mettere in pericolo il diritto all’interruzione della gravidanza.

Il ritiro  di Kennedy offre una buona opportunità ai repubblicani per consolidare  la maggioranza alla Corte Suprema. Trump però potrebbe nominare un moderato poco diverso da Kennedy, spianando la strada per la  conferma al Senato e attirando alcuni voti di senatori democratici conservatori, ma con ogni probabilità sceglierà un conservatore. Dopotutto il 45esimo presidente deve ricompensare quegli elettori che hanno votato per lui solo per le sue promesse di nominare giudici conservatori alla Corte Suprema.

In tal caso i democratici dovranno sperare che uno dei cinque giudici conservatori prenda il posto di Kennedy come ago della bilancia. C’è già un candidato in questo senso. John Roberts, il presidente della Corte Suprema, ha già svolto questo ruolo nella sentenza del 2012 sulla legalità dell’Obamacare, nella quale  si è allontanato dai colleghi conservatori, beccandosi duri insulti da Trump. Roberts è un conservatore, ma da presidente della Corte Suprema si preoccupa anche di mantenere la legittimità delle toghe cercando di confermare l’indipendenza dei magistrati agli occhi dell’opinione pubblica americana. Una Corte Suprema dominata da una forza politica schiacciante farebbe perdere la fiducia nel terzo ramo del governo americano, che spesso è chiamato a fare da arbitro su questioni di vitale importanza.

Maglietta rossa: migliaia di adesioni per la giornata di sabato 7 luglio

06.07.2018 Redazione Italia

Maglietta rossa: migliaia di adesioni per la giornata di sabato 7 luglio
(Foto di https://www.facebook.com/isentinellidimilano/posts/sabato-7-luglio-indossiamo-una/954540051395082/)

Don Ciotti: “I segni sono importanti ma poi bisogna organizzare il dissenso, trasformandolo in progetti e speranze”.

Gli scrittori Roberto Saviano, Carlo Lucarelli, Lorenzo Marone e Giuseppe Catozella aderiscono all’appello di Libera, Legambiente, Arci e Anpi

Sono migliaia le adesioni di associazioni, comitati, scuole, musicisti, giornalisti, scrittori, singoli cittadini che hanno risposto all’appello “Una maglietta rossa per fermare l’emorragia di umanità” da indossare sabato 7 luglio, lanciato da Luigi Ciotti, presidente Libera e Gruppo Abele, Francesco Viviano, giornalista, Francesca Chiavacci, presidente nazionale Arci, Stefano Ciafani, presidente nazionale Legambiente Carla Nespolo, presidente nazionale ANPI.

Nelle ultime ore adesioni sono arrivate da Acli, Medici Senza Frontiere, Amnesty International Italia, Uisp, Fiom Cgil, Articolo 21, Un ponte per, Giustizia e Libertà. All’appello ha aderito anche Roberto Saviano, Carlo Lucarelli, Giuseppe Catozzella, Lorenzo Marone.

Di rosso era vestito il piccolo Aylan, tre anni, la cui foto nel settembre 2015 suscitò la commozione e l’indignazione di mezzo mondo. Di rosso- si legge nell’appello- erano vestiti i tre bambini annegati nei giorni scorsi davanti alle coste libiche. Di rosso ne verranno vestiti altri dalle madri, nella speranza che, in caso di naufragio, quel colore richiami l’attenzione dei soccorritori. Fermiamoci allora un giorno, sabato 7 luglio, e indossiamo tutti una maglietta, un indumento rosso, come quei bambini. Perché mettersi nei panni degli altri – cominciando da quelli dei bambini, che sono patrimonio dell’umanità – è il primo passo per costruire un mondo più giusto, dove riconoscersi diversi come persone e uguali come cittadini.

“Non basta più indignarci – commenta Luigi Ciotti, presidente Libera e Gruppo Abele – oggi bisogna provare disgusto, un disgusto che deve risvegliare le coscienze e salvarle da una passività che le rende complici. La maglietta rossa da indossare è un segno e segni sono importanti ma poi bisogna organizzare il dissenso, trasformandolo in progetti e speranze. Il vero cambiamento passa dai fatti, dal loro linguaggio silenzioso ma profondamente chiaro e vero.”

Tante le iniziative programmate: magliette rosse per l’equipaggio della Goletta Verde di Legambiente che salperà da Ostia per navigare verso la Campania, anche i componenti dei Modena City Rambles indosseranno maglietta rossa nel concerto di Ghilarza (Or), i membri della Seefuchs, il peschereccio dell’Ong tedesca Sea-Eye, impegnata in operazioni di ricerca e soccorso indosseranno tutti la maglietta rossa. La Uisp rilancerà iniziativa in chiusura dei Mondiali Antirazzisti che si concluderanno sabato 7 luglio a Castelfranco Emilia. Iniziative e flash mob anche in Germania, Turchia, Francia e Belgio.

http://www.libera.it/schede-554-maglietta_rossa_migliaia_di_adesioni_per_la_giornata_di_sabato_7_luglio

Più spesa militare, meno sicurezza! 04.07.2018 – Angelo Baracca

04.07.2018 Angelo Baracca

Più spesa militare, meno sicurezza!
(Foto di Avvenire)

È necessario essere molto chiari di fronte alla richiesta-ricatto di Trump di aumentare la spesa militare, portandola (per capire di cosa si tratta) dai circa 70 milioni al giorno attuali verso i 100 milioni. Una vera dilapidazione, un ceffone alla miseria, alla fame e alle disuguaglianze nel mondo!

Maggiore spesa militare, maggiore acquisto e modernizzazione degli armamenti, incrementando la vendita di armi a Paesi che le utilizzano per fare guerre ad altri Paesi causando morti e maree di disperati in fuga, prosecuzione o intensificazione delle nostre missioni militari all’estero a sostegno di politiche neocoloniali di controllo di aree e risorse strategiche: tutto ciò non aumenterà affatto la nostra sicurezza, ma ci renderà sempre meno sicuri! Ci renderà sempre più obiettivi di eventuali attentati, nonché oggetto di ondate di disperati che dai loro Paesi distrutti o dispotici da qualche parte del mondo dovranno pur andare! Dato che fuggono dalle nostre guerre e dai regimi dispotici che l’Occidente agiato alimenta. Del resto, come noi italiani da più di un secolo fa abbiamo invaso le Americhe ed altri Paesi per cercare una vita migliore; o di lavoro, essendo umiliati e discriminati in Germania, o in Svizzera.

Questa politica, quella degli Stati Uniti, quella della NATO – soprattutto dopo il suo stravolgimento in Alleanza aggressiva dopo il 1990, anziché scioglierla – ci rende sempre meno sicuri! Gli Stati Uniti non hanno mai abbandonato una politica fatta di imperialismo, di imposizione, dominio e rapina di risorse in tutto il mondo. E tramite l’appartenenza alla NATO ci soggiogano a questa politica, ci condannano (consenzienti, o complici!) ad avere più di 100 basi militari statunitensi e NATO sul nostro territorio, ci trascinano nella partecipazione a guerre.

Tutto ciò è l’esatto opposto della nostra sicurezza, è una politica autolesionista per il nostro Paese e il nostro Popolo, è antitetico a quello che sarebbe il nostro interesse.

Se al contrario cominciassimo a ridurre la spesa militare, cessassimo di vendere armi in primo luogo a Paesi che le utilizzano in guerre palesemente di distruzione, adottassimo un politica internazionale di non intervento militare per nessuna ragione, sviluppassimo relazioni di coesistenza e cooperazione pacifica con tutti i Paesi, vicini e lontani, abbandonassimo logiche di sfruttamento dei Paesi del cosiddetto Terzo Mondo, ci ponessimo lo scopo di diminuire le disuguaglianze e le ingiustizie, al nostro interno e sul piano internazionale: questa sarebbe la vera sicurezza!

Sparirebbero i nostri nemici, perché nessun popolo può avercela con un popolo amico e collaborativo. Non esistono popoli nemici: solo popoli che gli interessi di chi detiene il potere economico e politici sobilla contro altri popoli!

Come diceva Martin Luther King: “Abbiamo imparato a nuotare come i pesci, a volare come gli uccelli, ma non abbiamo imparato a vivere come fratelli!”. E aggiungerei, a liberarci da chi ci sfrutta!