Intervista

Quando fui interrogato sotto esame dal Prof Garrone in Facoltà Valdese per l’Introduzione all’Antico Testamento fui cortesemente ripreso sulla importanza dei 10 comandamenti fra i punti di unione con l’ebraismo, dimenticanza classica di un luterano dell’epoca. Oggi lo riporto quale Maestro insuperabile…. mentre guardo la serie televisiva “Shtisel”, su Netflix. Lui non la conosce ma conosce molto d’altro.
 
 
Prof. Daniele Garrone, Lei ha curato l’edizione del libro Ebraismo. Guida per non ebrei pubblicato da Claudiana: su quali basi è possibile costruire una nuova visione dell’ebraismo?
È ancora necessario combattere il pregiudizio e l’ignoranza. Per quel che riguarda le chiese cristiane, è necessario fare i conti con il superamento di una visione polemica, denigratoria e trionfalistica nei confronti dell’ebraismo che ha improntato per secoli l’insegnamento su Israele e gli ebrei e l’atteggiamento nei loro confronti.
 
Si tratta di portare a compimento un processo iniziato, all’inizio faticosamente, dopo la Shoah, se si fa eccezione per pochi pionieri anteriori a questa tragedia. Per il mondo cattolico romano, il Concilio Vaticano II è l’inizio di una svolta. Nel mondo protestante, i passi più significativi si verificano a partire dagli anni ’70 del Novecento. La Guida vuole fornire un contributo alla costruzione di una nuova visione dell’ebraismo utilizzabile a livello di base nella formazione (catechesi, insegnamento) delle comunità cristiane
 
In che cosa può contribuire la Guida?
La Guida vuole fornire un contributo alla costruzione di una nuova visione dell’ebraismo utilizzabile a livello di base nella formazione (catechesi, insegnamento) delle comunità cristiane.
 
Nella sua prima parte, la Guida presenta – in forma accessibile al largo pubblico – una serie di informazioni basilari per comprendere la vita, le tradizioni, i riti e la quotidianità dei circa 15 milioni di ebrei che vivono nel mondo, di cui poco più di un terzo nello Stato di Israele. Vengono presentate le Scritture e le tradizioni rabbiniche (Mishnah e Talmud); le principali correnti (ortodossi, riformati, conservatori; misticismo); le più importanti preghiere quotidiane; le feste annuali e il sabato. Come dice il titolo originale del volume (uscito in tedesco a cura della Chiesa evangelica luterana in Germania e diffuso in oltre 100.000 copie), si tratta di “quel che ognuno dovrebbe sapere dell’ebraismo”.
Una seconda parte presenta una sintetica panoramica della storia del popolo ebraico, dai tempi biblici fino alla vita attuale dello Stato di Israele. Abbiamo mantenuto anche nell’edizione italiana tutti riferimenti alla storia degli ebrei in Germania, aggiungendo in appendice una sezione sulla storia egli ebrei in Italia, in gran parte segnata dalla prossimità dello Stato della Chiesa.
 
La parte più caratteristica della Guida è senz’altro la terza, intitolata “Cristiani ed ebrei – Ebrei e cristiani”. Qui viene presentata e impugnata la visione dell’ebraismo proprio del secolare antigiudaismo cristiano e si propone la nuova visione dell’ebraismo improntata alla nozione della “mai revocata elezione di Israele” e a una rinnovata ermeneutica dei testi del Nuovo Testamento.
 
Qual è la percezione ebraica del cristianesimo?
 
Dobbiamo, da parte cristiana, accettare serenamente una asimmetria nel rapporto tra cristiani ed ebrei. Il cristianesimo nasce come filiazione dell’ebraismo del I secolo della nostra era. Fin dall’inizio, è dunque impossibile per un cristiano non rapportarsi alle Scritture comuni, la Bibbia ebraica, il nostro Antico Testamento. È impossibile non parlare, leggendo il Nuovo Testamento, dell’ebraismo del tempo di Gesù, delle sue correnti e delle sue idee. L’affermazione del cristianesimo implicò anche, da parte della società divenuta “cristiana”, la definizione dello status degli ebrei sul piano sociale e normativo. L’irriducibile alterità degli ebrei, con i quali si aveva al tempo stesso tanto in comune, ma da cui si era divisi sull’interpretazione delle Scritture e sulla lettura della figura di Gesù, fu avvertita come minaccia a cui si reagì con misure discriminatorie e con una teologia dai forti accenti anti-ebraici. L’ebraismo non ha lo stesso bisogno di parlare dei cristiani per definire la propria identità. Inoltre, secoli di antigiudaismo cristiano, spesso virulento, hanno impedito che si sviluppasse tra gli ebrei un interesse per la figura dell’ebreo Gesù e per il cristianesimo come uno degli esiti delle Scritture ebraiche.
 
Qual è lo stato del dialogo cristiano-ebraico?
Direi che, almeno per quel che riguarda le posizioni ufficiali delle chiese cattolica e protestanti, e quindi l’indirizzo che ne deriva per i loro membri, ha raggiunto risultati significativi la revisione critica non soltanto delle vicende di discriminazione e persecuzione degli ebrei, ma anche e soprattutto dell’insegnamento che aveva alimentato l’antigiudaismo.
 
Ad esempio, non si insegna più che la chiesa ha soppiantato Israele, che essa è l’unica erede legittima e interprete autentica delle Scritture di Israele, la Bibbia ebraica o Antico Testamento.
 
Il compito che ci sta ancora largamente davanti è duplice. Si tratta in primo luogo di articolare in positivo una visione teologica del popolo ebraico. In secondo luogo, e questa è forse la cosa più importante, si tratta di far giungere ogni cristiano e ogni cristiana ad una visione corretta, serena e aperta di Israele e del popolo ebraico. Come per secoli visioni distorte e polemiche dell’ebraismo hanno fatto parte del bagaglio del cristiano qualunque, dobbiamo far sì che visioni corrette siano radicate. Scopo del dialogo ebraico cristiano non è quello di suscitare entusiasmo – che poi spesso lascia il posto a delusione e animosità – ma di creare un rapporto sereno con chi, come il popolo ebraico, ci è vicino come nessun altro, ma anche irriducibilmente altro

Meeting Minutes

Meeting Minutes domenicale
 
“…lasciare andare il giorno con tutto ciò che esso contiene..”
 
“Non c’è alcuna verità rispetto a Gesù senza verità rispetto agli uomini: la menzogna distrugge la comunità.”
 
Dietrich Bonhoeffer
 
 
Ho tanta paura di aver reso Dio gretto, limitato, riducendolo alla risibilità della mia prudenza,
 
Don Siro Politi, preteoperiao
 
 
* Giornata mondiale della democrazi (ONU)
 
* Beata vergine Addolorata (cattolici)
 
*1980 nasce in UK Agatha Cristie
 
*1970 Scompare Mauro de Mauro.
 
*1993 A Palermo, vine assassinato il prete antimafia don Pino Puglisi
 
* Giornata particolare per l’ebraismo italiano:
 
 
Buona Giornata Europea della Cultura Ebraica a tutti!
 
 
 
Non ci riconosciamo assolutamente in gruppi liberali quaccheri in Italia non Cristocentrici e aderenti ai Vangeli. Le nuove modeste attività di Bologna non ci riguardano. Noi non ci consideriamo chiesa in primis e non stiamo assieme alle altre chiese a CEC. Solus Spiritus Solo Christo.

Riconversione e disarmo, quelle parole espulse dal dibattito italico

14.09.2019 – Alessio di Florio

Riconversione e disarmo, quelle parole espulse dal dibattito italico
La vignetta di Mauro Biani riprodotta sulla copertina del libro “F-35: una follia lunga vent’anni” (Foto di altreconomia.it)

Gli F35, programma aeronautico internazionale che coinvolge (con tutti i governi che si sono succeduti negli ultimi lustri) la Difesa italiana, sono al centro da anni di critiche e contestazioni. In occasione delle elezioni politiche del 2013 ci fu la corsa dei partiti a proclamare che l’avrebbero ridimensionato. O addirittura cancellato. In tempi di campagna elettorale purtroppo da sempre l’italiano è abituato ad ogni sorta di promessa che viene poi, puntualmente, cancellata. E per gli F35 non è andata diversamente. La Rete Italiana per il Disarmo e altre organizzazioni pacifiste hanno prodotto dossier su dossier, denunce su denunce, sulla “qualità” degli aerei e su come quei fondi potevano essere investiti in maniera più fruttuosa. Dal risanamento del territorio di un Paese dove altissimo è il pericolo del dissesto idrogeologico (e la cronaca di questi anni ci ha documentato perfettamente, tra disastri e lutti, quanto questo pericolo sia terribile) alla possibilità di fornire istruzione universitaria gratuita a chi non può permetterselo (in un Paese dove sempre più le disuguaglianze sociali ed economiche aumentano sarebbe una rivoluzione) o alla costruzione e ristrutturazione delle scuole. Gli ultimi dati sulla inadeguatezza al rischio sismico delle scuole italiane, in alcune regioni anche oltre il 50% non rispettano standard di sicurezza contro i terremoti, sono di questi giorni. Ma il j’accuse più forte contro gli F35 non è dei disarmisti e dei pacifisti ma, in un assurdo che supera anche il teatro pirandelliano, de facto della Difesa USA e del governo che più negli anni l’ha sponsorizzato e sostenuto.

Come riportato nel 2014 da Francesco Vignarca su Altreconomia, il 19 settembre 2014 “ alla Lockheed Martin, capofila del programma, è stata accordata una modifica di un precedente contratto, per complessivi 25 milioni di dollari ” per “ intervenire con sistemazioni di post-produzione sugli aerei del lotto VI ”. In più le necessità operative e di supporto annuali triplicano i costi complessivi del progetto. Un paio di anni prima, rivelò sempre Vignarca, uno studio del governo canadese rapportato all’adesione italiana al progetto colloca la spesa complessiva “ per acquisto e gestione di una flotta di 90 aerei ad oltre 50 miliardi di euro ”, praticamente una finanziaria e molto di più di quanto occorre per disinnescare la clausola di salvaguardia sull’Iva annualmente. Ma le criticità economiche non finiscono qui. Sempre dagli USA nel 2014 arrivò un rapporto secondo cui i costi annuali per gli F35 sono dell’80% superiori a 4 diversi aerei già in dotazione all’esercito a stelle e strisce. E anche qui tutto è partito da stime della Difesa statunitense. Sono passati 5 anni e diversi altri dossier sulle criticità, economiche e funzionali, degli F35. Ma, nonostante le promesse elettorali e non solo, il progetto internazionale è andato avanti per l’Italia a gonfie vele. Altri Stati hanno diminuito o azzerato il proprio impegno, il BelPaese no. Al di là delle belle parole retoriche in occasione di cerimonie e anniversari l’impegno per la Pace e il disarmo non esiste più. Basterebbe (per chi ha tempo e soprattutto lo stomaco così forte da sostenerlo) risfogliarsi e riascoltarsi i programmi e dibattiti pubblici degli ultimi anni. Nessuna parola per la riconversione delle spese militari, nessun impegno per la difesa non armata e nonviolenta (nonostante una campagna sostenuta da tantissime organizzazioni e cittadini!). In questi anni sono state tagliate tutte (o quasi) le spese pubbliche possibili, milioni di italiani si sono ritrovati senza assistenza sanitaria e previdenziale. Eppure le spese militari (in una dinamica terribilmente identica alla Grecia massacrata dalla crisi finanziaria e dall’austerity) hanno visto solo balzi in avanti.

Una dimostrazione di quanto disarmo e riconversione sono stati banditi viene dalla Sardegna. La guerra in Yemen e le criminali conseguenze dei bombardamenti dell’Arabia Saudita hanno scalfito il “muro di gomma” del silenzio mediatico. Le denunce di varie associazioni per i diritti umani, e anche di alcune trasmissioni televisive nazionali, hanno mostrato anche in Italia quel che sta accadendo. Alimentando un fragile e debole dibattito in quanto le bombe sganciate in Yemen vengono prodotte anche in Sardegna. Nonostante silenzi, reticenze e un inner circle mediatico di ben altra “sensibilità” (ammesso e non concesso che si possa parlare di sensibilità per chi si schiera con militarismo e guerre), questo dibattito ha prodotto anche conseguenze in Parlamento: il 25 giugno scorso una mozione di maggioranza votata alla Camera ha chiesto al governo di bloccare l’esportazione di alcuni tipi di armi – le bombe d’aereo e i missili – verso i due Paesi fino a che non ci sarà una svolta concreta nel processo di pace con lo Yemen . Nei giorni successivi Rwm, azienda del gruppo tedesco Rheinmetall con sede a Domusnovas, in Sardegna, e a Ghedi, in provincia di Brescia, ha annunciato la sospensione delle licenze per l’esportazione di bombe d’aereo e componenti verso l’ Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti. Dopo l’approvazione della mozione parlamentare il Comitato per la riconversione della Rwm si è rivolta alle istituzioni sarde e nazionali, ai sindacati, all’Università e all’imprenditoria “ al fine di promuovere e sostenere la messa in atto di attività alternative a quelle della produzione di bombe ” e per la salvaguardia dei lavoratori che “ non devono subire le conseguenze di un’eventuale chiusura dello stabilimento e conseguente delocalizzazione ”. Davanti a questo scenario ci si aspetterebbe un rilancio della possibilità di riconversione della fabbrica e un ritorno a discussioni su disarmo e alternative alle spese militari. Resistenze da parte di determinati settori politici o, al massimo imprenditoriali. Per motivi ideologici i primi ed economici i secondi. E invece, colpo di scena, la negazione di ogni possibile alternativa all’industria bellica è venuta dai sindacati. Negli Anni Ottanta furono tra i primi in Italia a parlare, e produrre documenti su documenti, sulla riconversione delle spese militari e sul disarmo.

Negli Anni Novanta e Duemila in prima fila nelle manifestazioni pacifiste con i tre sindacati confederali tra i promotori della “Tavola della Pace” e della Marcia Perugia-Assisi. Eppure oggi, nella Sardegna da cui partono le bombe per la guerra in Yemen viene da loro un secco no alla riconversione. Una decisione presa dall’assemblea dei lavoratori l’11 settembre che ha approvato un documento dove si fa riferimento ad “ un’alternativa ” che vada incontro “ alle esigenze della Difesa dello Stato Italiano e dei paesi europei ” e la “ non accettazione di alternative quali la riconversione della produzione ”. Un rifiuto quest’ultimo motivato con il fallimento di passate riconversioni delle industrie minerarie, fatti drammatici per l’intera società sarda che lasciano un senso di smarrimento, indignazione e scetticismo. In conclusione del documento i lavoratori hanno chiesto all’azienda di proseguire gli investimenti programmati. Che i lavoratori siano esasperati e indignati di fronte a rischi, come già accaduto a tantissimi altri in Sardegna e tutt’Italia, per il proprio lavoro è giusto e sacrosanto. Mai sacrificare migliaia di famiglie, mai gettare nel dramma della disoccupazione i lavoratori. Ma stupisce che i sindacati, vicini storicamente anche alle istanze pacifiste, non abbiano ripreso i temi della riconversione pacifica e delle alternative all’industria militare stupisce. Ancor di più alla luce di quanto accaduto lo scorso 1° marzo quando la Camera dei Deputati ha ospitato il Convegno “Produzione e commercio di armamenti: le nostre responsabilità”. In tale occasione Sergio Bassoli (esponente della CGIL e della segreteria della Rete della Pace) ha dichiarato che “ un Paese civile come l’Italia non può vendere le armi ad un Paese come l’Arabia Saudita ” e che “ se si segue la prospettiva secondo cui se non vendiamo noi, vendono altri, andiamo a sbattere ”.