La Società degli Amici

 

Giorgio Fox e la religione laica degli “Amici” Prima parte di cinque

La religione laica degli Amici

Circa un terzo della popolazione del nostro pianeta professa nominalmente il Cristianesimo, e di questi, meno della metà il Cattolicesimo.

Il tipo di Cristianesimo ortodosso, che al cercatore indipendente di verità  offre un Credo antiquato e una raccolta voluminosa di Concili e di Sillabi; che, quale mezzo per sublimare e trascendere se stesso, offre al fedele riti e sacramenti dotati  di virtù magica; che al viandante desideroso di un amico esperto compagno di via, offre di arruolarsi in un gregge e seguire docilmente il pastore autoritario, – il quale a sua volta dipende da un pastore supremo, assoluto sovrano, – questo tipo di Cristianesimo voi lo conoscete;  come volontari frequentatori di prediche e di catechismi, ovvero come uditori obbligati nelle scuole di Stato italiane, alle quali il Concordato impose l’insegnamento cattolico: e non occorre che io ve ne parli. Con la sua teologia d’origine ellenica, liturgia orientale, e organizzazione romana; grazie ad abilità e virtù di suoi membri e agli stessi difetti e alle debolezze del sistema, e livellandosi all’umanità media, esso ha posto radici vaste e tenaci, se non profonde, e offre un aspetto massiccio e corrente a chi,  sfornito di acuto senso critico e di esigenze spirituali superiori, ne esamini l’architettura esteriore e l’apparente solidità strutturale.

Vorrei oggi presentarvi  invece un altro tipo di Società religiosa, largamente cristiana, caratterizzata: dall’assenza di qualunque credo dottrinale, pur con libertà ai suoi membri di aderire a dottrine fondamentali  e tradizionali cristiane; dall’importanza  prevalente, assorbente, assegnata a una concezione morale della vita ispirata specie da “Discorso del Monte” , ma presa sul serio, e non giocando a rimpiattino con la propria coscienza: dall’eliminazione completa, radicale, di qualunque sacerdotalismo, di qualunque sacramentalismo e ritualismo; quindi dalla completa laicità in religione, senza intermediari di sorta, ma non senza una valida fraterna assistenza nel camino della vita spirituale; e governata da una teocrazia democratica, che riconoscendo la rivelazione dell’anima dell’universo nella voce della coscienza individuale, è protesa con riverenza in ascolto della voce di tutte le coscienze che riconoscono nell’uomo Dio. Giacchè è solo dall’esperienza di ciò che di divino abbiamo constatato nell’uomo che ci è possibile indurre l’idea di Dio, e non già viceversa. “Qualunque cosa sia Dio, l’uomo è divino” (Pandit Nehru):

Questa Società sorse appunto tre secoli fa in Inghilterra, col nome di Società degli Amici, (Friends)  in un’epoca di fermenti spirituali, dalla ridiscoperta fatta negli anni 1647- 49 dell’anima desolata e angosciata di un giovane artigiano, George Fox di Fenny Drayton, respinta e ricacciata dentro di sé dalla vacuità delle Chiese: la ridiscoperta del Dio entro di noi, di quella luce interiore che “illumina ogni uomo che viene  al mondo,” e da tre secoli essa vive nobilmente, opera intensamente, rende una solenne testimonianza al suo principio della costituzione divina della coscienza, mostrando coi fatti che essa non è anarchica; o piuttosto, che costruire su tale base una società religiosa vitale e moderna, federazione di libere cellule, non è utopia. Giacchè “E? pienamente legittimo indurre dall’esistenza di una cosa la sua possibilità”. “A fianco ad posse valet illatio”:

Scopo di questa presentazione non è già di fare del proselitismo: bensì , -oltre a quello culturale di diffondere la conoscenza storica delle religioni e dei loro valori spirituali, – quello specialmente di allargare e snebbiare l’angusto orizzonte spirituale di tante anime religiose con un  grande esempio storico, rispondendo alla ingenua  domanda , che spesso si presenta come una obiezione formidabile: “ Come è possibile che esista una società religiosa senza dommi, senza sacramenti, senza riti, e soprattutto senza un clero? Come può una religione fondarsi su un’esperienza religiosa personale e di carattere prevalentemente morale? “  In realtà , sotto questa diffidenza per una religione umanistica di esperienza personale, prevalentemente morale, s’indovina un’ansia patetica per quello che diverrebbe la sorte del povero Dominiddio, qualora, apparentemente  messolo in disparte, nessuno sembrasse più curarsi proprio di lui; non più spropositando sulla Sua natura, non più speculando né fantasticando sui misteri della Sua vita intima, sul numero delle Sue persone e sulla topografia dell’aldilà; non più cianciando sulla tecnica dell’azione divina sulle anime, sulla riclassificazione dei Suoi attributi, la Sua azione da tutta l’eternità, il “cachet” miracolistico e il corteo fantasmagorico delle Sue manifestazioni i suoi misteriosi piani per l’avvenire. Però questo allarme per lo spodestamento di Dio è, come vedremo, del tutto infondato: per ché tutto quanto a noi è possibile conoscere della realtà suprema e universale, ci è rivelato nella coscienza umana, che è per noi la perenne progressiva espressione della continua incarnazione dell’anima del mondo nell’uomo, al di là della quale  non  è possibile per noi riuscire nella nostra ricerca di Dio. Giacché “chi non ama il fratello che vede, come può amare Dio che non vede?” E’  tuffandosi nell’intimo della propria coscienza, in armonia con quella dei loro fratelli, è bene a un’esperienza di Dio che gli “Amici” giungono, perché “in Lui viviamo, siamo, ci muoviamo”; e noi non possiamo rappresentarcelo che come un uomo ideale.

 

CRISI RELIGIOSA DI GIORGIO FOX

Dalla persona di G. Fox e del decorso della sua vita non diremo qui che poche parole. Il suo ritratto ci è dato, oltreché dal suo Giornale  autobiografico, dal suo più illustre amico e seguace , il famoso William Penn.

Nato a Fenny  Drayton, nella contea di Leincester, nel 1624, da agiati genitori – il padre tessitore di proverbiale onestà, e la madre giudicata della “razza dei martiri” – egli si distinse già da fanciullo per la gravità , interiorità e speciale sensibilità. Ancora giovanetto, posto come apprendista presso un calzolaio, commerciante anche di be3stiame e lana, del quale presto divenne il “factotum”, egli spiccò per scrupolosa sincerità e rettitudine. Quando il giovane Giorgio aveva pronunziato il biblico “Verily” (“Amen”: “In verità, per certo”) si poteva con sicurezza contare sulla sua parola.

Ma presto il contrasto tra la sua anima retta e pura, sensibile, delicata, aspirante verso le ragioni ideali del bello e del buono, e la società corrotta, falsa febbrile, furiosa di passioni politiche – siamo nel periodo della lotta fra la Monarchia degli Stuarts e il Parlamento- , lo scosse dalla sua visione serena, suscitò il tumulto nella sua anima, e gli impose l’alternativa dell’essere o non essere se steso: del valore della vita e della difesa dei propri  valori spirituali. Fu la sua “tempesta del dubbio”: la sua crisi di gioventù, rappresentativa della crisi di un’epoca. Carlyle , nel suo “Sartor Resartus” ne fa il seguente quadro, per mezzo  del paradossale Teufelsdroeck.

“Forse l’incidente più notevole dela Storia moderna è non già la dieta di Worms, e meno ancora la battaglia di Austerlits o di Waterloo…,ma un incidente sorvolato dalla maggiore parte degli storici, mentre altri lo pongono in ridicolo: cioè quello di George Fox che si foggia un abito di pelle. Questo giovane seduto nella sua bottega a lavorare pelli conciate, tra pinze, barattoli di colla, resine, e setole aveva dentro di sé  uno Spirito vivente…, che non si rassegnava a restarsene lì sepolto sotto  monti di cianfrusaglie… Il compito  di confezionare  ogni giorno un paio di scarpe, sia pure con la prospettiva del salario e di divenire un giorno uno stimato Maestro Calzolaio …, non bastava a soddisfare uno spirito ardente come il suo. Mentre lavorava di resina e di martello, gli giungevano sentori, splendori, e terrori dalla sua patria lontana; giacché questo povero calzolaio era un uomo: e quel Tempio immenso del quale, come uomo, era stato destinato sacerdote, era per lui pieno di un sacro mistero.

Il Clero del vicinato, gli autentici e consacrati Guardiani e interpreti di quello stesso sacro mistero, prestarono l’orecchio, senza cercare di dissimulare la loro noia, alle sue richieste di consiglio; e come soluzioni alle sue perplessità, gli suggerirono di “Gustare tabacco, di bere qualche bicchiere di birra e ballare con delle belle ragazze”. Ciechi. Duci di ciechi! E che giustificazione avevano le loro rendite parrocchiali riscosse e divorate: che bisogno c’era di foggiare quei loro tricorni dalle falde larghe, e d’indossare cotte e sottane; che necessità c’era di tanto indaffararsi, e fare riparazioni alla Chiesa e suonare d’organi e di campane, e far tanto chiasso nel loro angolo del gran mondo di Dio…, se l’uomo non fosse  altro che una macchina per digerire, e il suo stomaco con le sue appendici la sola Grande Realtà?

Fox volse le spalle con le lagrime agli occhi e con un santo disgusto, e ritornò al suo tavlo di lavoratore del cuoio…e alla sua Bibbia.

Una montagna di ceneri più alta dell’Etna si era adesso accumulata sul suo spirito: ma spirito esso era , e non si rassegnava ad essere soffocato. Per lunghi giorni ed altrettante notti di silenziosa agonia egli lottò in quel negozio di calzolaio, divenuto più sacro di ogni santuario del Vaticano e della Madonna di Loreto; lottò e si dibattè per liberarsi…

“Così bendato, inceppato, con mille esigenze di lavoro, obblighi, cinghie e stracci e ritagli non posso più vederci né  muovermi, non appartengo più a me stesso ma al Mondo: e intanto il Tempo passa e il Cielo è in alto e l’abisso è profondo. Uomo! Pensa ai casi tuoi se hai cervello in testa! Che cosa me l’impedisce? Che cosa mi trattiene qui?… Il bisogno? Il bisogno! E di che? Potranno tutti i guadagni di tutte le scarpe sotto la luna bastare a trasportarmi fino a quella terra luminosa laggiù? .. Oh! So io dove ritroverò la mia libertà spirituale: nella foresta; là dove il cavo di un albero mi darà alloggio, e frutta selvatiche saranno il mio cibo! E per abito…? Ah! E non posso io cucirmi un abito di pelle di durata eterna? “ E Giorgio Fox, un bel mattino, stende per l’ultima volta la sua tavola di tagliatore e taglia le pelli su un nuovo modello, e la cuce insieme a formarsene una tuta, lavoro di congedo della sua lesina. Cuci, nobile spirito! Ogni foro della tua lesina va dritto al cuore della schiavitù, del culto del Mondo e del Dio Mammone. A lavoro compiuto, vi è nella Grande Europa un uomo libero: e quell’uomo sei tu…”

“Se Diogene”, conclude Carlyle dietro la maschera di Teufelsdroek, “fu il più grande uomo dell’antichità, ( salvo un po’ di decoro),a più forte ragione G. Fox fu il più grande tra i moderni: perché anche egli si erge sulla base adamantina della sua umanità, rigettando ogni puntello e ogni sostegno: non con un selvaggio disprezzo svalutando la Terra dal Tempio della sua botte, ma… proclamando sotto l’usbergo della sua tuta di pelle la dignità e la divinità dell’uomo, con spirito di amore”.

Fin qui Carlyle.

 

Quando G.Fox ebbe fatta l’esperienza fondamentale della sua vita, quella della “Luce  interiore”, cioè dell’immanenza del divino nell’anima di ogni uomo, la sua vita fu trasformata: egli divenne, con frase di Wordsworth, “uno spirito dedicato”. La sua biografia, nel periodo  dal 1647-49, anni della sua “illuminazione”, al 1690, ultimo della sua vita terrena, può chiudersi in due parole: apostolato e prigionia: entrambi nella serenità e nella gioia.

Quella che era stata più di venti secoli prima l’intuizione della conciliazione degli opposti del grande Eraclito di Efeso, quando scriveva: “Dio è giorno e notte, inverno ed estate, guerra e pace, abbondanza e penuria; come in noi abita la stessa cosa che è vita e morte, veglia e sonno, gioventù e vecchiaia: e la maggior parte della realtà divina sfugge alla nostra conoscenza soltanto a causa della nostra incredulità. Gli  uomini non sanno quanto ciò che è diverso sia in armonia”: quella che era stata due secoli prima l’esperienza del  cardinale di Cues (il Cusano, arcivescovo di Bressanone), cioè che il pensiero razionale, sottoposto  al principio di contraddizione, è inetto ad approssimarsi a quella “conciliazione degli opposti” cioè dei terribili contrasti  della vita e dell’esistenza, che è l’unica sintetica vivente dell’Universo; che solo la “intelligentia”, l’intuizione morale e religiosa, può sollevarsi al di sopra di tutte le antitesi vigenti nella  sfera della ragione, “ratio”, e ritrovare l’unità e la ragione sufficiente del mondo e della vita umana – questa stessa fu l’esperienza fondamentale dell’incolto giovane calzolaio puro di cuore: e anch’egli pronunziò allora il suo “Everlasting Yea”; il suo “Eterno sì”: e si riconciliò con la vita.

“Vidi che, se vi era un oceano di tenebre e di morte, vi era anche un oceano di luce e di amore che si estendeva su di esso. E vidi l’immensità e la bellezza della mia missione: strappare gli uomini alle loro chiese e ai culti umani, verso il culto in spirito e verità: condurli a quella luce interiore che indicherebbe loro la strada che mena a Dio”.

 

INTUIZIONE RELIGIOSA DI GIORGIO FOZ

“Tutto il nostro sforzo è rivolto a condurre gli uomini al loro vero Maestro dentro di sé. (“Giornale” di G. Fox).

In questo  enunziato della propria missione, che sembrava riecheggiare il monito del Buddha morente: “Monaci, siate luce a voi stessi, siate rifugio a voi stessi, non cercate rifugio in alcun altro”, – con la sostanziale differenza che il “dentro di sé” è sentito da George Fox in un modo immanente che è insieme trascendente – è chiusa tutta la ridiscoperta del fondatore della Società degli Amici, di un rapporto diretto e personale dell’io cosciente con l’io profondo, il “Dio in noi”;  e della rivoluzione perenne e immediata di Lui ad ogni anima individuale: “Luce che illumina ogni uomo che viene al mondo”. Perché  “Tutti vivono in Dio”; e ciascuno , nella propria coscienza, viene a contatto con quella super-anima , superiore a quella individuale, che opera in essa e in tutte le anime per un fine universale.

Che poi G. Fox abbia tradotto in termini tradizionali cristiani questa sua originale esperienza, ed abbia interpretato costantemente la “luce interiore”, “la luce e la vita”, lo “Spirito di Dio ad ognuno accordato, la grazia di Dio che adduce salvezza e che è apparsa a tutti gli uomini”: come una presenza vivente in ognuno, del Cristo eterno o “Logos” – apparso nel tempo di Gesù,  “Dio in noi” che “abita nei cuori” – che egli e molti suoi seguaci a tutt’oggi, abbiano condiviso, riguardo al Gesù storico, per essi incarnazione del “Cristo eterno” le dottrine tradizionali cristiane, anche su alcuni punti che dovevamo poi essere logicamente minati dalla sua concezione fondamentalmente immanentistica, ciò non deve far meraviglia. Le più grandi scoperte nel mondo dello spirito vengono alla luce non già in pure intelligenze ragionanti, ma in uomini legati e circoscritti storicamente per necessità psicologiche e sociali d’interpretazione ed espressione a se stessi e agli altri, alle forme mentali, alle formule, ai simboli, ai miti, alle costruzioni ideologiche del loro tempo e ambiente; in mentalità e coscienze condizionate dalla civiltà e coltura , che ha fornito l’l’”humus” da cui è germogliato il fiore esotico  della loro intuizione originale. E noi dobbiamo guardarci dalla svalutare il contributo di preziosa originalità apportato da G. Fox, perché esso ci è offerto in una cornice tradizionale, e talora è nascosto e apparentemente soffocato, da una vegetazione parassitaria.

 

Quando G. Fox ebbe, nella sua angosciosa crisi giovanile, sperimentato appieno la vacuità di tutte le formole e dottrine delle Chiese e la loro impotenza a riempire il vuoto immenso del suo spirito e dare un valore alla sua vita desolata, una intuizione religiosa originale affiorò in lui. “Udii una voce che mi disse: “Vi è uno solo, Cristo Gesù, che possa dire una parola che faccia al tuo caso presente.” A queste parole il mio cuore sobbalzò di gioia… E di ciò ormai avevo l’esperienza… Vidi che la grazia DI Dio che adduce la salvezza era apparsa a tutti gli uomini, e che la manifestazione dello Spirito di Dio era accordata ad ogni uomo, perché ne tragga profitto… E questo io non vidi già con l’aiuto di uomini o per letture…, bensì nella luce del Signore Gesù Cristo e nel Suo immediato spirito e potere, appunto come i santi uomini di Dio dai quali le Sacre Scritture furono scritte. “ (Giornale) E ancora : “ Non conoscevo Dio per per rivelazione, come Colui che possiede la chiave che aveva aperto il mio cuore, e lo apre.”

La più completa emancipazione dalla schiavitù della lettera delle Scritture fu da lui raggiunta, non già rigettando la dottrina della loro divina ispirazione, ma anzi collaudandola con la sua propria esperienza.

“Perché io mi trovavo già in quello stesso Spirito dal quale le Scritture emanarono: e quello che il Signore mi rendeva chiaro internamente, io lo trovavo poi concordare con esso…” ; “La gente possedeva, sì, le Scritture, ma non era pervasa da quella stessa luce, da quello stesso potere e spirito da cui erano penetrati coloro che le  avevano dettate;  e perciò essi non conoscevano giustamente né Dio, né Cristo, né le Scritture: né avevano l’unità reciproca, trovandosi privi del potere e dello spirito di Dio.” (Giornale) Fox proclamava così antifrasando  il passo di Agostino: “Non crederei ai Vangeli se non me lo persuadesse l’autorità della Chiesa” – il canone complementare di credibilità: “ Non crederei  alle Scritture, né alla Chiesa, se non credessi anzitutto alla mia propria personale intuizione religiosa.”

Sua missione fu quindi di volgere il popolo non già alle Scritture, non già direttamente ad alcuna Chiesa o setta, ma “a quella luce, a quella grazia e a quello spirito dentro di loro, per cui mezzo potessero  conoscere la loro salvezza e la loro vita per andare a Dio: a quel divino Spirito che li introdurrebbe in ogni Verità, e che io sapevo infallibilmente non ingannerebbe alcuno”.” (Giornale). “Si da sentire la Sua presenza e possanza in mezzo ad essi nelle loro assemblee” (idem)

Questa nota della scoperta personale, e quindi della conoscenza e certezza diretta della Verità loro rivelata internamente dalla “Luce Interiore.” Dall’Io sublimale, senza bisogno di uscire da se stessi – ma pur senza disconoscere il valore della “rivelazione” affiorata nelle altre coscienze umane nella storia – ritorna assiduamente in G.  Fox e negli Amici: e ad essa nel Giornale si allude generalmente, con l’espressione “la verità eterna di Dio”, o semplicemente, “la verità”. “Spalancate le porte alla luce da qualunque parte essa venga; consultate pur gli altri, ma più di tutti ascoltate l’oracolo che è dentro di voi.” Proclamerà poi W. Channing.

E’ vero che “gli stati mistici non recano alcuna autorità, per il semplice fatto di essere mistici” – osserva W James in: La Coscienza Religiosa. “Ma i più alti fra essi accennano a direttive, verso le quali inclinano i sentimenti religiosi anche dei non mistici. Essi parlano della supremazia dell’ideale, di immensità, di unione, salvezza, riposo, con l’autorità di chi possiede queste esperienze. Essi vi sono stati e hanno visto. Invano il razionalismo protesta: giacché i nostri stessi giudizi più “razionali” si basano su di una testimonianza esattamente simile per natura  a quella che i mistici citano in favore dei loro… Anche se i cinque sensi sono assenti in tali rivelazioni, esse …sono altrettanto immediate quanto qualunque sensazione per noi: sono cioè presentazioni dirette di ciò che appare immediatamente esistente. Il mistico è insomma invulnerabile…

Egli era solo un teorico e non possedeva per esperienza ciò di cui parlava”; è la critica radicale che g. Fox fa di un prete a cui “turò la bocca”, e di tutte le dottrine religiose professate da chi non ne ha esperienza propria. Al pubblico, perciò , egli non pretende di trasmettere un suo messaggio personale; ma solo parla per “ dirigere gli uomini dalle tenebre alla luce, alla grazia di Dio nel loro interiore, che li istruirebbe gratuitamente” (Giornale) Quando, in America, gli giungerà  notizia che i magistrati di Rhode Island divisavano di raccogliere fondi per assicurarsi la sua opera di ministro residente fra loro, egli esclamerà: “ E’ ora che me ne vada: perché se il loro sguardo sarà così rivolto verso di me, o su chiunque altro di noi, essi non verranno al loro vero Maestro.

Questo sistema di stipendiare ministri ha già guastato tanti, impedendo che facessero fruttare essi stessi i propri talento: mentre il nostro sforzo tende a condurre tutti gli uomini al loro Maestro dentro di sé. (Giornale).

E’ qui la ragione e la base dell’accanita opposizione di G. Fox e degli Amici ad ogni forma di sacerdotalismo e di ministero stipendiato.

 

LA LUCE INTERIORE – MISTICA DI G. FOX

Ma occorre facciamo qui un piccolo sforzo per approfondire alquanto l’esperienza e il principio fondamentale della “Luce interiore” degli Amici. C’è una pagina del Giornale, che sembra prezioso anello di congiunzione fra la concezione fondamentale del Cardinale Cusano in : De  docta ignorantia (Della dotta ignoranza) (1449), e quella del Vico in scienza Nuova(1744): tra i motivi di naturalismo magico della Rinascienza, e le con cezioni intuizionistiche moderne.

Il Cusano aveva lì espresso l’intuizione, anzi “rivelazione” , ricevuta “superno dono a PADRE LUMINUM”, della onnipresenza dell’universo intiero in ogni singolo oggetto, “benché in modo contratto, si da non essere questo, in atto, che quello che esso singolo è veramente” . Sicché Dio è in tutte le cose, perché tutte le cose sono in Lui… per mediazione dell’universo” ; e “dire che qualsivoglia cosa è in qualsivoglia cosa, non è altro che dire: Dio, attraverso il tutto, è in tutto; e tutte le singole cose, attraverso il tutto, è in tutto; e tutte le singole cose, attraverso il tutto, sono in Dio.” E se si consideri un individuo in cui si sia incarnata in forma contratta l’umanità assoluta, “ questa ti apparirà quasi come Dio; e quell’umanità  contratta, che è l’uomo individuo, quasi come l’universo.”

Ancora, per il Cusano – “nulla l’intelletto umano può comprendere che non sia già contratto in lui, e quindi non sia se stesso in modo contratto…: giacché comprendere è esplicare, per note e segni analoghi, un certo qual modo analogo che già si trova in lui in modo contratto.”

Nel Rinascimento si faceva quindi strada l’idea naturalistico- magica, che se l’uomo è compendio ed esponente dell’universo, e fuori di lui non vi sono che frammenti, egli possiede il potere non solo di comprendere ma anche di assoggettare a sé le forze della natura, svelandole, dominandole, collaborando con gli spiriti, buoni o cattivi, per ottenere i suoi intenti.

  1. Fox, con una visione più spirituale, integra quest’analisi del “Dio è in tutte le cose o ogni cosa è in Dio, perché tutte le cose sono in tutte le cose” , nell’esperienza religiosa immediata dell’anima umana in Dio; e non pago di sapere che chi in ogni cosa riconosce un’espressione dell’Universo intiero ha visto in ogni cosa Dio, né di attribuire all’uomo, microcosmo, la virtù di scoprire e dominare le forze della natura, proclama che è nella unione mistica con Dio che l’uomo acquista la conoscenza e il dominio del mondo fisico, delle coscienze, e dell’arte di governo. Ecco la pagina, veramente straordinaria ed audace per un giovane incolto, dell’età di 25 anni, novizio nelle vie dello spirito, ridotta con alcune recisioni:

“Dio m’introdusse in grandi verità, e mi furono rischiarate meravigliose profondità, al di là di ciò che può essere spiegato con parole…

Il Signore m’illuminò su tre punti, relativi alle tre grandi professioni del mondo: la medicina, la così detta teologia, e la legge. E’ in proporzione che gli uomini si lasciano dominare dallo spirito di Dio e crescono ad immagine e nel potere dell’Onnipotente, che essi possono ricevere la parola della sapienza che tutte le cose rivela, e giungere a conoscere l’unità che si asconde nell’Essere Eterno. Mi mostrò che i medici erano privi della sapienza di Dio per mezzo della quale le creature furono fatte; e perciò non conoscevano  la loro virtù; che i preti erano privi della vera fede, che purifica e concede la vittoria e conduce il popolo fino a Dio…: mistero di fede che solo una pura coscienza comprende. E mi mostrò ancora, che i giuristi erano privi dell’equità  e della vera giustizia, e lontani da quella legge di Dio che giudicò la prima trasgressione e tutte le colpe, e che corrisponde all’offesa fatta allo Spirito di Dio, il quale viene contristato ed offeso nella persona dell’uomo. Mi fece vedere come queste tre classi… governano il mondo… senza la sapienza, senza la fede, e senza l’equità e la legge di Dio: gli uni pretendono di curare i corpi , gli altri di curare le anime, e i terzi di aver cura della proprietà privata pur essendo privi della sapienza, della fede, dell’equità e della perfetta legge di Dio: i preti essere adotti alla vera fede, che è dono di Dio; i giuristi  condotti a quella legge di Dio che fa amare il prossimo come noi stessi… e fa vedere all’uomo, se egli offende il suo prossimo offende se stesso, e gl’insegna a fare agli altri quello che vorrebbe che essi facessero a lui; i medici essere riformati anch’essi e, imbevuti di quella sapienza  di Dio dalla quale tutte le cose furono fatte e create, acquistare una giusta conoscenza delle creature e comprendere le loro virtù medicinali, di cui furono dotate dalla parola di sapienza che le fece e che le sorregge.”

Si rifletta sui concetti fondamentali di questa pagina: Qui, un secolo prima di Vico, è a così dire, ripreso e corretto o integrato il criterio Vichiano della conoscenza. “Si può conoscere veramente una cosa,” – scriverà il Vico , – “solo quando la si fa: il vero significato s’identifica col fatto. Perciò Dio soltanto può avere scienza perfetta delle cose tutte, perché Egli le crea. Invece l’uomo, essere imperfetto, può  procurarsi solo conoscenze frammentarie, ristrette a ciò che egli fa, – quale la storia del mondo umano – , – o a ciò che egli pensa, quali le verità matematiche.”

  1. Fox così corregge ed integra: L’uomo diventando partecipe, nell’unione con Dio, – cioè immergendosi nella profonda intima essenza delle cose -, della Sua sapienza, acquista anch’egli la conoscenza di quelle virtù delle cose che Dio conosce perché le fece e le sorregge.

Fu G. Fox condotto a tale straordinaria visione e affermazione, dalla sua propria esperienza di conoscenze preternormali, “ metapsichiche”; dalle sue chiaroveggenze e previsioni; dalle numerose guarigioni effettuate: poteri di cui nel Giornale si trovano copiosi esempi? Sarebbe la sua una teoria, a così dire, di “magia” religiosa, anziché antroposofico- naturalistica? Certo, la lettura del Giornale ci pone in presenza di una personalità dotata di straordinarie qualità psichiche; e sarebbe desiderabile, che uno studio più approfondito su G. Fox “medium” – analogo a quello  già stato fatto su Santa Teresa di Gesù “medium” – fosse condotto e pubblicato dalla Società degli Amici. Che, del resto, nelle origini del movimento da G. Foùx promosso abbiano abbondato i fenomeni “metapsichici” di telepatia, chiaroveggenza, previsione, ecc. risulta, fra l’altro dalla raccolta storico-critica fattene da J. W: Graham in Psychical Esperiences of Quaker Ministers. E’ quanto si constata nella storia di tutti i risvegli (“revivals”) religiosi, i quali agitando potentemente e facendo affiorare le forze giacenti sotto la soglia della coscienza, “l’io sublimale.” , sembrano offrire barlumi di anticipazione di quello che sarà , forse, indegnità”), se non possedesse in una certa misura “la Luce che rivela tutto questo, e l’amore di Dio in lui”: Il “male” è per essi , rivelato alla coscienza dalla Luce; dal “divino che è nell’uomo”. Quindi è assurdo opporre a questo principio la testimonianza di quel senso di colpa e di rimorso, di “male” che – scrive B. Croce in L’Azione Libera –fa parte del “processo di cambiamento, anzi è l’effettivo cangiarsi mercé quel dolore”. Non è sull’oscurità, ma sulla Luce che la rivela, che i Friends pongono l’accento.

La sola differenza fra la “Luce Interiore” di G. Fox e quella degli altri mistici fu anziche teorica, di ordine pratico e di grado di fiducia, “G. Fox”, scrive ancora il Grubb, “si fidava dell’esperienza personale  della immediata presenza dello Spirito e della Guida di questo , fino a un punto tale da basare su questa fiducia tutto il suo sistema religioso. Egli ripudiava tutte le difese esteriori che erano state escogitate, nella speranza di mantenere l’ordine e l’unità nella Chiesa: cioè un clero appositamente ordinato, – con sacramenti e forme ben fisse di culto, – le credenze tradizionali, la stessa lettera della Scrittura, se considerata come una regla esteriore di fede e di costumi… Gli Amici  ritenevano, che la rivelazione e l’ispirazione di Dio appartengono non soltanto al passato ma anche al presente: e mantennero le loro anime vigilanti nell’attesa. Ebbero il coraggio di confidare assolutamente nello Spirito, e lo Spirito non li abbandonò giammai” ( Grubb. Op. cit.)

Come questa posizione nettamente individualistica non degenerasse nel disfrenamento dell’”ogni libito è lecito”, e quale temperamento fosse ad essa apportato dall’influenza dello spirito della comunità e dalla organizzazione della Società, è ciò che ora vedremo. Notiamo però, che quando tra Amici si ebbero casi individuali di gravi aberrazioni, anche morali. G. Fox, nell’opporsi ad esse con l’autorità che gli veniva dal consenso della comunità, non si peritò di parlare, a nome di una sua superiore ispirazione di “resistenza” (degli aberranti) “al potere di Dio in me”, di “verità dichiarata per mezzo mio”

“HAI VISTO IL TUO FRATELLO ? HAI VISTO IL TUO DIO. INCHINATI E ADORA” (Tertulliano)

Non deve, dicevano, impressionare il fatto che trova riscontro nella psicologia di tutti gli eroi della religione e della condotta – anzi in tutte le anime radicalmente sincere che si sforzano di seguire la voce della coscienza – che G. Fox fosse , e gli amici a tutt’oggi siano, persuasi che la “Luce Interiore” rivela loro la divina volontà, e non solo come norma di condotta in generale, ma anche in modo dettagliato nelle singole azioni; giacché essi non rivendicano questo divino carattere della coscienza solo per sé, ma ugualmente per tutti gli uomini, se e in proporzione che essi prestino ascolto alla voce di Dio in loro, e seguono la “luce Interiore”. Essi volentieri ricordano “il Dio che risiede entro di te”; e “devoto a quel nume che risiede in lui stesso.” Di Marco Aurelio; il Vicino a te è Dio : con te, entro di te,” di Seneca. I casi del “Demone” di Socrate,

delle “voci” di S. Paolo, di Jeanne d’Arc, di “visioni” , e simili, nulla hanno per essi di straordinario, fuori delle forma anormale, allucinatoria, di chiaroveggenza o chiaro-udienza.

Importante conseguenza della religiosa presunzione degli Amici che anche negli altri sia la voce di Dio che parla, si è il temperamento apportato ogni altra personalità, dalla seria presa in considerazione di qualsiasi espressione d’idee o direttive di condotta pratica, che si abbia motivo di credere emanate da un profondo motivo di coscienza, e la cui impostazione generale – specie negli altri Amici – si accordi con loro; è  un impulso  spontaneo a domandarsi, di fronte a chi professi idee e opinioni diverse e segua una linea diversa di condotta, quale aspetto della verità teorica o pratica ad essi sfugga, quale elemento nuovo, e forse prezioso, l’avversario apporti, meritevole di essere assimilato, se e in quanto ciò riesca possibile, e tesoreggiato in una sintesi superiore.

Atteggiamento dunque di comprensione riverente e simpatica, che , anziché condurre alla glorificazione e alla canonizzazione dell’individualismo teorico e pratico, all’atomismo morale, e meno ancora allo sfrenato soggettivismo del: “ogni opinione è verità”, e ogni “libito è lecito” tende  invece a favorire l’apertura verso le altre coscienze, il senso dell’umiltà, e della riverenza verso la poliedrica realtà divina: a smontare l’orgoglio dell’ortodossia e la pretesa dell’infallibilità; a promuovere l’abitudine dello sdoppiamento psicologico, che considera 4 invece a favorire l’apertura verso le altre coscienze, il senso dell’umiltà, e della riverenza verso la poliedrica realtà divina: a smontare l’orgoglio dell’ortodossia e la pretesa dell’infallibilità; a promuovere l’abitudine dello sdoppiamento psicologico, che considera  in ogni questione controversa il punto di vista degli altri; a disporre ad apprendere gli uni dagli altri, e ad arricchire l’esperienza religiosa e morale di tutti con l’apporto di ognuno. E’ il fattore sociale, o della “simpatia” che compie così la sua funzione equilibratrice, ma ad un superiore livello religioso di mistica della comunità-

A questa disposizione di umiltà, di deferenza e venerazione per lo spirito  specie della comunità degli Amici, corrisponde l’atteggiamento sereno con cui questa accoglie, nelle Assemblee degli Amici, ogni opposizione d’idee e di linee di condotta che sembrino difficilmente accettabili, consacrando ad esse, occorrendo , alcuni minuti di silenziosa riflessione; eventualmente, se la refrattarietà all’assimilazione e alcuni minuti silenziosa riflessione; eventualmente , se la refrattarietà all’assimilazione e alla sintesi risulti in un primo tempo insuperabile, rinviando ad ogni decisione ad un più maturo esame, e invocando un afflusso più abbondante di luce, prima di prendere decisioni e provvedimenti, specie se di carattere disciplinare. Tutte le controversie private tra Amici debbono essere decise per mezzo di arbitri.

Ancora, è in omaggio  a tale spirito, che nella Società degli Amici, vera teocrazia democratica, il governo della comunità è collettivo; e che è uguale in ogni membro, uomo o donna, il diritto di esprimere nelle assemblee il proprio parere su ogni deliberazione da prendere; e la decisione è presa non già dietro una votazione, che creerebbe una minoranza sconfitta, ma dietro proposta del presidente- notaio “clerck” , il cui ufficio è di riassumere ed esprimere quello che a lui sembra il “sentimento dell’assemblea”.

Dallo stesso principio della “universalità della luce interiore” discende che, eguale essendo la responsabilità di ognuno nel rendere testimonianza alla voce di Dio in lui per il bene della comunità, ognuno è sacerdote, e ha il dovere di contribuire, senza compenso, all’edificazione  della comunità e al vantaggio spirituale di tutti i suoi fratelli uomini (“Volontarismo” già propugnato da Milton, divenuto qui sistema di un mistero  e di governo); ma nessuno può d’altra parte, RROGARSI UN’Autorità spirituale sui suoi fratelli, né pretendere alla funzione d’intermediario fra essi e la propria coscienza; nessuno deve pretendere alla funzione d’intermediario fra esi e le sui suoi fratelli, né pretendere alla funzione d’intermediario fra essi e la propria coscienza; nessuno deve fare un commercio delle proprie esperienze religiose e dei doni che Dio gli ha gratuitamente largito, facendo del ministero una professione. Ed è altresì questo riconoscimento  della luce divina nell’animo di ogni uomo, che – con le parole di I. Pennington , uno dei primi Amici – “Forma la vera base dell’amore e dell’unità: che sorge, non già dal riconoscere che l’uno  o l’altro incede per la stessa mia via e agisce come me, ma dal sentire che esso è animato dallo stesso spirito e dalla stessa vita che sono in me”.

 

SACERDOZIO UNIVERSALE

Qua’è la funzione che un Amico  può rivendicare; e in che consiste La missione a cui G. Fox consacrò l’intiera sua vita? L’abbiamo già inteso da lui proclamare : “Condurre gli uomini al Maestro dentro di sé”. Anticipando la concezione educativa di Pestalozzi: “Sprigionare le forze latenti, accendere una luce interiore nel fondo dello Spirito: non già imporre la propria personalità,” egli scrive “I ministri dello Spirito debbono aiutare lo Spirito prigioniero, incarcerato in ogni uomo, acciò… gli uomini siano condotti a Dio, il Padre degli Spiriti, lo servano, e realizzino l’unità con Esso, e l’uno con l’altro. La vostra condotta e vita sia una predica, fra e per ogni sorta di persone: allora voi incederete lietamente per il mondo, rispondendo al divino che è in ogni uomo, riuscendo per tutti una benedizione, e allora la testimonianza che Dio renderà in essi vi benedirà…(I sottolineamenti sono nostri).

E tale è il suo ministero: “Io li indirizzai al loro maestro, la Grazia di Dio, sufficiente a insegnar loro come vivere e che cosa evitare…, e che, se ubbidita, li condurrebbe a salvamento”;  “Li esortai ad ascoltare la voce di Dio nei loro cuori, per ché Egli era ora venuto a istruire Egli stesso il Suo popolo”. (Giornale).

Con le sue parole del famoso seguace William Penn: “ Non sono un’opinione o una teoria….nè l’assenso ad articoli di fede e a proposizioni, e la loro accettazione per quanto espressa in termini perfetti, che fanno di un uomo un vero credente o un vero cristiano: ma è la conformità del pensiero e della pratica con la volontà di Dio, in tutta la santità della  condotta, in accordo coi precetti del principio divino della luce e della vita nell’anima, quella che indica che uno è veramente figlio di Dio.” E ancora: “Gli umili, i miti, i misericordiosi, le anime giuste, pie e devote appartengono tutte alla stessa religione; e quando la morte  avrà tolto loro la maschera, esse sui riconosceranno tali, benché quaggiù le diverse livree che indossano li rendono stranieri gli uni agli LTRI”. Nobile epigrafe, per un congresso universale delle religioni.

Rovesciando la concezione prevalente tra le Chiese a tipo sacerdotale professionale – per quali la teologia e il sacramentalismo sono indispensabili per giustificare la necessità dell’esistenza di una casta di  specialisti di teologia e di tecnici del ritualismo – gli Amici confidavano e confidano , che “ a difendere contro gli errori dottrinali, inconciliabili con una concezione e una vita cristiana, non occorra un sistema di teologia né una casta sacerdotale ma provveda la pratica di questa stessa vita; che coloro i quali seguono effettivamente la “luce del Cristo”, accettino quasi per istinto le concezioni che mantengono la Sua vita nell’anima, e respingano quelle che non rispondano allo scopo; e che se tutte le energie fossero impiegate per mantenersi fedeli al Cristo, la rettitudine delle credenze si otterrebbe come per riflesso automatico” (E. Grupp, op. cit.). Già nelle prime pagine del Giornale, G. Fox scriveva : “Nessuno è vero credente, eccetto chi è trasferito dalla morte ala vita. Gli altri sono a torto chiamati “credenti”.

“Chi opera la verità viene dalla luce”. (Giov. III, 21)

L’esperienza personale di Fox nella sua crisi giovanile, nella quale nessun aiuto i preti avevano saputo dargli, contribuì a mostrargli che, “l’aver frequentato i corsi (teologi) di Oxford e Cambridge non è sufficiente per abilitare un uomo a essere ministro di Cristo” ; e quando  egli, benché semplice laico, ignaro di teologia, ebbe da sé ritrovato la Luce nel fondo della sua coscienza, ne concluse non solo che l’intermediario sacerdotale professionale era superfluo, ma che ogni Cristiano può essere chiamato ad essere ministro verso gli altri dei doni da Dio ricevuti, ogni Cristiano può annunziare la “parola di Dio”, abbandonandosi all’ispirazione che domina sovrana nelle riunioni dei fedeli; perché: “dove due o tre sono adunati nel mio nome, lì io sono in mezzo a loro”…. A Lui per ciò gli Amici lasciano il pieno controllo delle loro adunANZE; E per evo care una Sua sensibile presenza in mezzo a loro, l’unico sacramento e rito efficace da essi ammesso è il silenzio insieme , nell’atteggiamento di tuffarsi e sommergersi, quasi depersonalizzandosi, nel’anima della comunità, nella quale risiede Dio: silenzio di abbandono, attesa e preparazione, da non rompersi fino a che il Maestro invisibile ne dia il segnale, ispirando l’uno o l’altro a divenire l’organo vocale di ciò che Egli ha da dire ai suoi figli. Un silenzio, quindi, espressione diretta della fede e  esperienza dalla “Luce Interiore”.

Realtà sperimentata e ispirazione attuale: non formole di riti; non cerimoniale prestabilito; non preghiere convenzionali e stereotipate, composte da altri, in passato, in circostanze diverse da quelle tutte personali di chi le esprime: tale è il culto degli Amici, “in spirito e verità”: Ispirazione sempre personale , e sempre nuova.

Essi hanno pienamente rivendicato quella “libertà di profezia” , di cui Paolo scriveva a Timoteo: “Tutti potete, uno per uno, profetare, perché tutti imparino e tutti esortino “; e di cui un Amico scrive : “Noi vogliamo la “libertà di profezia” : non quella delegata ad un solo predicatore, che con le limitate risorse della sua esperienza e con prestabilite cerimonie liturgiche pretenda di fare la presentazione a Dio e di parlargli delle molte e diverse necessità spirituali di coloro che assistono al culto, ma quella libertà che renda possibile ad uno di esprimere le necessità di alcuni e altri quelle di altri… Le allocuzioni “preparate” non varranno mai quanto la semplice e breve offerta delle anime umili che si sentono mosse ad esprimere la loro modesta testimonianza o la loro preghiera…(E. Grupp , l. cit.).

Nelle adunanze religiose degli amici non ha luogo l’esosa mortificante distinzione tra “l’uomo spirituale e sacro” ( “sacer-dos”) , amministratore , interprete portavoce e profeta di spiritualità, e il gregge del volgo profano, laico, atto solo ad apprendere e a ricevere, da un individuo considerato di casta o grado superiore: segregato dalla massa dalla sua professione di virtù eroiche e di assenza di passioni; dalla sua coltura teologica, spesso gretta o antiquata, o cenere e scoria di religiosità altrui; dalla sua uniforme più o meno bizzarra o stravagante, “Tutti vivono in Dio”; tutti sono espressione e veicoli di vita divina; ognuno è sacerdote e responsabile dell’anima del suo fratello. “E tanto l’uomo ha di scienza (spirituale) quanto opera “ (Francesco d’Assisi).

 

ADORARE DIO IN SPIRITO E VERITA’ SINCERITA’ E SEMPLICITA’

Il culto della sincerità e del realismo; la cristallina trasparenza nella condotta dei sentimenti professati, sono la più tangibile traduzione pratica del principio centrale di G. Fox e degli Amici; della Luce Interiore guida delle azioni; il contrassegno più nobile del loro carattere.

“Sii fedele al tuo proprio io . Ne seguirà – come alla notte segue certo il giorno – che non potrai, allora essere falso verso alcun altro uomo “ (Amleto di Shakespeare):

L’ipocrisia, la falsità, la doppiezza, la reticenza prudente, l’artificio, il convenzionalismo, l’opportunismo, l’incoerenza pratica, la mancanza di carattere, specie se ammantati dall’orpello religioso e redimiti sacrilegamente, – per mezzo del giuramento – dell’aureola di santità che loro viene dall’invocata testimonianza divina della purezza d’animo, fatta da chi al proprio io e alla verità è infedele, non ebbero forse, dopo il gran martire della verità, avversario di ogni insincerità e ipocrisia, (“sia il vostro parlare : sì, sì, no, no), e flagellatore dei profanatori del tempio, un nemico più radicale, irreconciliabile, – talvolta fino alla rudezza – di G: Fox, specchio tersissimo e adamantino di sincerità. Tutto il Giornale è impregnato, profumato, di sincerità vissuta, in ogni momento e in ogni atto di una vita eroicamente fedele all’ideale. Cento volte G. Fox avrebbe potuto salvarsi dalla prigionia con una mancia al carceriere, con una garanzia in danaro, con una formalità che implicasse una qualche ammissione di colpa, quale la richiesta della “grazia” sovrana. Non superbamente, ma con dignitosa cristiana fierezza, egli si rifiutò sempre ad ogni viltà, ad ogni doppiezza, ad ogni ammissione di fiutò sempre ogni viltà, ad ogni doppiezza , ad ogni ammissione di colpa, preferendo “rimanere in prigione tutta la vita, anziché uscirne per una via che disonorasse la verità”.

E la sincerità, la semplicità, la coerenza, la coerenza fra i principi e la condotta; la identificazione completa fra la religione e la vita; il franco coraggio, e se occorre, la resistenza modesta, tenace ma non battagliera, è a tutt’oggi il “cachet” di nobiltà degli Amici: appunto perché, purtroppo, l’insincerità e l’incoerenza fra la religione professata e la pratica della condotta è vizio capitale anche tra I PROFESSI Cristiani.

E’ troppo facile fare dell’ironia sul rifiuto tenace di G. Fox di togliersi il cappello dinanzi alle autorità e ai grandi del mondo, e di attribuire loro titoli onorifici, – ciò come affermazione della uguale rispettabilità di ogni conservo del comune Padrone, che compia onestamente il suo dovere – ; sul suo uso costante di dare del “tu” a qualunque persona singola, astenendosi dal rendere ad alcuno, incontrandolo, ossequi, omaggi, auguri convenzionali, quali “servo suo” , o “buon giorno o buona sera”, -quasi che tutti i giorni non siano buoni  per  chi vuol essere buono, e quasi che tra “fratelli” vi siano “servi” – , e dal fare inchini e riverenze, ecc. ; ma è meno facile  comprendere, che sono proprio queste piccole infedeltà d’ogni ora e d’ogni  istante alla sincerità e alla propria dignità, questa mascheratura abituale di forme convenzionali di rispetto, di stima di cordialità e di altri sentimenti che non siano effettivamente provati, ecc. sono queste le radici invisibili e sottili di quella deformazione profonda del carattere , che ci fa mostrarci ciò che non siamo, e ingenera in noi quell’abituale insincerità nel parlare, nel trattare (“la parola ci fu data per Nascondere i nostri sentimenti”, disse il Talleyrand ), e nel vivere, che è divenuta una seconda natura dell’uomo “civile” , e la caratteristica della vita sociale delle nazioni “civili”. Parecchie di queste forme più affettate di reazione di sincerità sono decadute oggi nell’uso dei Friends, in proporzione che il consolidamento  dello spirito che le animava le ha rese superflue.

Della campagna condotta da G. Fox contro tutti i giuramenti – spergiuri, e contro la ridicola illusione delle pubbliche autorità, di poter puntellare con essi la fedeltà vacillante dei sudditi, – contro la quale egli appuntò la più fine ironia, additando ai suoi giudici i girella e le banderuola a vento della politica anche tra i giuratissimi componenti delle loro corti di tribunali, – sono piene le pagine del Giornale, Valgano per tutti due passi “Il Re ha giurato”, gli contesta il giudice; “il Parlamento ha giurato, i giudici han giurato, e la legge si regge su a forza di giuramenti”. “Io replicai, che ormai dovevano aver fatto l’esperienza sufficiente di ciò  che valgono i giuramenti umani… Dissi: “ Il nostro “sì” è un “sì” e il nostro “no” , fateci pur soffrire quello che soffrono, o dovrebbero soffrire , gli spergiuri “ (Giornale) E altrove: “Quale diritto avete voi, spergiuri, infedeli alla vostra promessa di concedere libertà di coscienza e religione, di esigere da noi un atto di culto qual è il giuramento?”: “Noi non osiamo giurare, perché non osiamo mentire” (W. Penn).

Alla scrupolosa e rigida sincerità e onestà degli Amici nel commercio, – furono essi ad adottare il sistema dei prezzi fissi – resero ben presto eloquente testimonianza – dopo un inizio d’isolamento  e di povertà – l’affluire ad essi della clientela, e più tardi della ricchezza. C’è una pagina del Giornale, che vale tutto un trattato di Economia Politica e di Etica Sociale:

“Da principio, quando gli Amici… si ricusarono di adottare le mode e i costumi mondani, molti di essi, commercianti di varie specie, persero la clientela, essendo la popolazione sospettosa di loro e non volendo trattare con essi. Ma più tardi, quando la popolazione fece esperienza della onestà  e veracità degli Amici, e trovò che il loro “sì” era era un sì, ed il loro “no” un no; quando constatò che negli affari facevano onore alla parola data, e mai ingannavano né truffavano; quando poté verificare che, se si mandava un fanciullo a fare acquisti ai loro negozi, il cliente era trattato ugualmente bene, come se fosse andato egli di persona, allora… la situazione si rovesciò per modo , che la domanda comune divenne: “Dove si può trovare in questo paese un mercante di stoffe o un esercente, un sarto o un calzolaio, o qualunque altro negoziante, che sia Quaker? Conseguenza fu che gli Amici facevano più affari che molti dei loro vicini, e se si faceva qualche commercio, una gran parte in esso l’avevano loro. Allora i professanti invidiosi cambiarono tono, ecc. “ (Giornale)

Lo stesso culto della semplicità e della sincerità, l’orrore dell’ostentazione, il bisogno di fare apparire in tutti i loro atti i sentimenti interiori e la stima dei veri valori, trovarono espressione in G. Fox  e negli Amici, nell’avversione al lusso, ed in una puritana preferenza pei giuochi e divertimenti semplici e poco costosi, e sopratutto che non esponessero a rilasciamento della morale. Ecco come lo spirito degli Amici a questo riguardo viene espresso nel loro manuale ufficiale di Disciplina Cristiana:                    “…. Non è già per diminuire, bensì per aumentare la loro felicità, che noi affettuosamente invitiamo i nostri cari Amici a sottomettere senza riserva tutte le loro azioni, anche quelle intese a scopo di ricreazione, alle sante limitazioni e alla disciplina dello Spirito del Signore…Si pongano essi, dietro la guida della luce interiore, in riguardo a qualche particolare divertimento, la domanda “ Importa esso una forte, o addirittura eccessiva, spesa di tempo o di danaro? Importa un incomodo o un pericolo per gli altri? Implica crudeltà verso gli animali? Conduce a cattivi incontri…, che possano indurre noi od altri in tentazione? Esercita esso un’influenza demoralizzante su coloro che se lo procurano? E’ di ostacolo al nostro progresso spirituale?”

E in particolare per il lusso, un autorevole Ami8co suggerisce di domandarsi: “La spesa che mi propongo di fare ha principalmente per fine l’agio mio personale, la vanità l’ostentazione, ovvero servirà ad elevare, raffinare abbellire la mia vita e insieme  quella degli altri , per vivere la miglior vita di cui siamo capaci? … Fino a qual punto… essa mi separerà maggiormente dai miei fratelli che sono nella povertà?”

Che questo puritanesimo dei costumi non fosse suggerito da uno spirito di rigida grettezza, da un nuovo formalismo, da paura della vita; che esso non tendesse all’abnegazione  bensì all’elevazione ed espansione della personalità, è proclamato da G. Fox in più occasioni.

“La nostra religione non consiste certo nella morigeratezza dei cibi e delle bevande, nella modestia degli abiti e nel dare del tu, nel rifiutare di toglierci il cappello e di fare riverenze… Benché  lo Spirito di Dio ci indirizzi a tutto ciò che è conveniente e decente e ci tenga lontani dalle pratiche licenziose e dissolute, e dagli sports,  passatempi e festini… e ci vieti di indossare costosi abbigliamenti… e di rendere gli onori e seguire i costumi e le mode del mondo, la nostraa religione, però, consiste essenzialmente in quello spirito che ci sospinge a “visitare i poveri, gli orfani e le vedove, e ci preserva dalle macchie del mondo: è questa la religione pura e immacolata dinanzi a Dio” (Giac. I,27)…

E’ qui la spiegazione dello sviluppo che hanno avuto nela Società degli Amici le attività assistenziali e i movimenti di riforma sociale.

ABORRIMENTO DELL’USO DELLE ARMI E DELLA GUERRA

Nessuno degli atteggiamenti caratteristici di G. Fox e degli Amici, ispirati dalla loro esperienza della universalità e immanenza della Luce Interiore in tutti gli uomini, ha avuto tanta risonanza e ha suscitato tanta opposizione, quanto la loro riprovazione di ogni uso delle armi contro individui umani, e il loro rifiuto a partecipare a qualunque atto che avesse per conseguenza la lesione dell’integrità fisica dei loro fratelli uomini.

Su questo punto, G. Fox non ebbe mai dubbi né esitazioni; e la sua testimonianza contro la guerra fu piena esplicita e decisa, fin da quando nel 1650, a 26 anni, preferì di ritornare per altri sei mesi nella  prigione di Derby, dove era stato incarcerato già sei mesi per la sua professione religiosa, anziché accettare la nomina di capitano nell’armata del Parlamento contro Carlo I Stuart. “Io risposi che sapevo bene come tutte le guerre abbiano origine dalla concupiscenza;… e che io ero animato da quella vita e da quel potere che sopprimevano il motivo di tutte le guerre… Dovetti insistere, che io ero partecipe di quell’alleanza di pace, che era stata conchiusa prima che esistessero le guerre e le lotte.” (Giornale)

“In un epoca di lotte e di spargimento di sangue, i Quakers si eressero paladini dell’uso delle armi della luce anziché di quelle della forza bruta; della dolce ragionevolezza e della persuasione morale piuttosto che della spada; dell’arbitrato anziché della guerra.” (Silvester Horne)

Non certo che G. Fox e gli Amici fossero i primi della Storia  del Cristianesimo ad assumere questo atteggiamento; chè tutte le correnti mistiche e riformatrici dei primi secoli del Cristianesimo e del medioevo cristiano furono contrarie alla guerra e al servizio militare; e i seguaci  di Fausto  Socino (1539-1604) avevano già diffuso largamente nella prima metà del sec. XVII nella stessa Inghilterra, quelle sue idee di radicale opposizione alla guerra e ad ogni violazione dell’integrità umana, che egli aveva coraggiosamente sostenuto a voce con gli scritti in Polonia: però fu coraggiosa “testimonianza  resa  dinanzi al mondo intiero” dalla Società degli Amici, già nel 1660, con le parole: “noi ripudiamo energicamente tutte le guerre e tutte le lotte, ed ogni combattimento con armi materiali, quale che ne sia lo scopo e il pretesto” (dichiarazione ufficiale diretta a Carlo II “dal tranquillo ed inoffensivo popolo di Dio, detto dei Quakers”: v. Giornale), e continuata ininterrotta, pur con poche defezioni individuali, fu essa a mantenere sempre viva in Inghilterra e nel mondo intiero, specie negli ambienti liberali e riformatori cristiani, il movimento di opposizione, non negativa ma positiva e costruttiva, alla guerra stessa, per motivi religiosi.

Ecco ciò che un Amico scrive al riguardo:

“Il principio della “Luce Interiore” significa, in linguaggio filosofico, che in ogni persona cosciente vi è ed opera una super-anima, una Coscienza superiore a quella individuale: Ciò che rende convinto l’uomo del vero, del bello e del buono, non è soltanto la sua propria ragione, ma una Ragione ed una Bontà Universale che, per così dire, si sforzano di manifestarsi la personalità di lui. In quanto l’uomo si abbandona ad essa, e ne rende possibile l’espressione, egli entra in unione non solo con Dio, ma con tutte le altre anime nele quali Dio cerca di manifestare la sua natura…Il Cristiano deve costantemente mirare al raggiungimento di questa unità. Tutto ciò che lo separa dagli altri fratelli uomini – l’orgoglio, l’avidità, l’odio, la vendetta – lo separa dal Dio rivelato dal Cristo”… (E. Grupp.  Op. cit.)

Sotto un altro aspetto ancora, il principio della Luce Interiore professato dagli Amici si rivelò ben presto ad essi e ai loro superiori militari come inconciliabile col servizio militare e con qualunque altra forma di delega ad altri della propria coscienza, voce di Dio, la decisione della prestazione dell’ubbidienza, o meno, agli ordini imposti da qualunque forma di disciplina , anche militare, erano inetti a qalunque professione o servizio, in cui : “l’ubbidienza cieca, quali cadaveri”, sia , come nel servizio e nella carriera militare, la prima condizione. Però è come nel servizio e nella carriera militare, la prima condizione. Però è soprattutto la loro esperienza diretta, comune a tutti i mistici, dell’immanenza divina in ogni anima umana, che rende loro impossibile partecipare alla distruzione, quasi fossero “carne da cannone”, dei corpi umani, dallo spirito universale organizzati e animati per effettuare attraverso ad essi la propria incarnazione progressiva nel Mondo.

Ecco alcuni passi di un documento ufficiale della Società degli Amici (Meeting Annuale del 1900)

“Il Vangelo del Regno di Dio proclamò una nuova legge di vita, quella dell’intimo  governo del Padre nel cuore dei Suoi figli, e del reciproco legame di fratellanza e del servizio gli uni degli altri: fu questo il lievito segreto, che facendo fermentare le anime individuali. fece lievitare progressivamente l’umanità intiera…”

“Anche l’istituto della guerra dovrà cessare, in proporzione che lo spirito di fratellanza e ll senso di giustizia aumenterà.

Nonostante l’abnegazione ispirata dalla devozione alla patria sui campi di battaglia, le operazioni belliche, quali si svolgono nella realtà, ci mostrano che la guerra è nella sua essenza un acciecamento  dell’amima, un anestetico del cuore, un avvelenamento della coscienza morale, un disconoscimento del valore divino della vita umana: non è un’infedeltà parziale all’idea morale, ma calpesta tutto il codice morale e getta la sua sfida a ogni legge umana. La sua ferrea disciplina calpestata la volontà e la coscienza del combattente; lo spargimento di sangue genera da un lato odio e vendetta, e dall’altro l’orgoglio insolente della conquista, lasciando nei campi da essa devastati semenzai di lotte future. Giacché , “ che cos’altro può la guerra produrre, eccetto guerre senza fine?” (Milton).

L’acquiescenza agli atti  della propria nazione, che essi siano giusti o  che siano ingiusti, non è  patriottismo. La devozione agl’interessi  superiori “piuttosto a Dio che agli uomini”, e con la mitezza e gentilezza di Cristo rendiamo la nostra testimonianza contro il male, a costo d’impopolarità e di sofferenze. Chi  ama la sua patria è geloso del suo onore dinanzi al tribunale della coscienza umana, tenero della salvezza degli elementi più belli dell’anima sua, e vivamente interessato alla conservazione di quel vigore morale che è la vita della grandezza nazionale: ben sapendo egli, che “Solo per l’anima loro le nazioni saranno grandi e libere “: (Wordsvorth).

Noi crediamo che lo Spirito finirà per redimere la vita nazionale non meno che quella individuale, per mezzo della fedele testimonianza resa dai discepoli di Cristo. Ora, se è l’amore universale di Dio – “che fa sorgere il Suo sole sui cattivi come sui buoni” – a formare la base  del comando del Signore: “amate i vostri nemici”, che è solo così diverrete  “figli di Dio”, esso dovrebbe anche dominare e rigenerare tutto lo spirito della vostra vita, facendosi vivere “di quella vita e per  quel potere che sopprime  l’occasione di tutte le guerre, tutte generate dalla “cupidigia” (Giornale di G. Fox), – come tutte le liti sono generate dal  desiderio di ricevere e di conservare. Noi perciò non saremo coerenti  nella nostra  condanna degli aumenti degli armamenti, finché continueremo  ad indulgere a quella brama di dominio che cagiona questi aumenti;  né condanneremo sinceramente la guerra finché conserveremo il culto dei lauti dividendi. Sarebbe una fatale debolezza la nostra , se denunziassimo a parole il crescente militarismo odierno, pur sostenendo quello spirito da cui scaturisce… Ci sforzeremo perciò di liberarci da tutto quello che tende a deteriorare la dignità dell’uomo o della donna nei conflitti industriali, o in quell’acuta forma di guerra che è spietata concorrenza; e di migliorare le condizioni sociali che impediscono il pieno sviluppo  delle facoltà vitali. E comprenderemo anche che (come scrive il Vescovo Westcott) “… i veri interessi di tutte le nazioni sono identici, perché  essi sono gl’interessi dell’umanità. La perdita di una nazione è la perdita di tute ; il guadagno di una, il guadagno di tutte; l’egemonia di una particolare potenza significa un impoverimento di tutto l’organismo: Una vittoria non conforme a giustizia è, sopratutto, una calamità pei vincitori… La vita delle nazioni è una, e la finalità comune è una sola…”.

“La nostra testimonianza contro la guerra non è dunque limitata, né di carattere negativo, ma ha una lunga portata. Quando noi misuriamo i valori della vita e della morte alla pura luce dello Spirito, non possiamo non restare impressionati dal valore sacro dell’umanità dinanzi a  Dio:, dalle divine Sue potenzialità… dall’alta missione alla quale è destinata. Come può un Cristiano, faccia a faccia con queste grandi verità, non rifuggire con orrore dinanzi alla carneficina di una battaglia, e non sentirsi chiamato a una guerra più santa, da essere combattuta con altre armi, per un più alto servizio di Dio e dell’umanità?”.

“La pace”, ha detto Spinoza, “non è l’assenza di guerra: essa è la virtù che nasce dal vigore dell’anima”. Tale è la pace  propugnata da G. Fox e dagli Amici, e dai membri delle Associazioni dei “Resistenti alla Guerra”, degli “Obbiettori di Coscienza”, della “”Riconciliazione dei popoli”, da essi  ispirate, che sopprimono la guerra ognuno in sé, radicalmente, non solo ricusandosi di prestare il servizio militare, ma lottando contro tutte le cause morali, politiche ed economiche di essa.

 

FILANTROPIA E RIFORME SOCIALI

Nel Giornale di G. Fox troviamo anche, come diretta conseguenza della sua visione della “Luce” o “Semenza” di Dio in tutti gli uomini, vari accenni a riforme umanitarie, filantropiche, per una maggiore giustizia sociale, che da lui invocate, propugnate e iniziate, trovarono poi nei suoi seguaci i pionieri, gli operai e gli apostoli., fino ai nostri giorni. E’ vero che comune a tutti i Cristiani ed ad altre religioni e filosofie era già da secoli il principio dell’eguaglianza e fratellanza di tutti gli uomini, della comune figliolanza di Dio, del diritto di tutti al rispetto, alla integrità e allo sviluppo della propria personalità, nella liberta e nella sufficienza dei mezzi d’esistenza: tuttavia quelle offese all’umanità e quelle ingiustizie sociali furono, e sono purtroppo ancora, l’opera anche di “Cristiani” di varie Confessioni ed esse continuano tutt’ora a sussistere, senza che la grande maggioranza dei Cristiani punto se ne commuova, né faccia alcuno sforzo per sopprimerle, eccetto una sterile, teorica professione di condanna. Gli stessi mistici a cui dobbiamo pagine di sincera e fervida deplorazione di ogni forma di offesa alla natura e dignità divina dell’uomo, si limitarono in genere a riforme di carattere strettamente religioso e nei limiti della loro Chiesa o Setta, lasciando che lo Stato – “opera del diavolo”, o al più di “questo mondo” – andasse alla deriva, essi provvedendo a segregarsene il più possibile.

Per G. Fox e per gli Amici, il principio  sperimentato della universalità della “Luce Interiore” e della divina “Semenza” , significò una ferma fiducia, anzi certezza, che, da un lato, tutti gli uomini, senza eccezione, anche i più degradati, possono essere redenti dall’amore fraterno ed elevati a un comune alto livello di vita: e dall’altro, che gli ingiusti e violenti oppressori dei loro fratelli uomini, i funzionari dello Stato , i magistrati , i potenti e i prepotenti del mondo, possono essere condotti  dalla dolce ma ferma resistenza alle loro ingiustizie e violenze, dalla calma ma inflessibile e costante protesta contro le loro aberrazioni, a riconoscere i loro torti, a rientrare nell’ordine, a salvare l’anima propria nell’atto stesso di salvare l’altrui: giacchè “colui che è ingiusto con gli altri è ingiusto verso se stesso”, e i più da compiangere erano per essi non le vittime ma i carnefici.

Tipicamente “Amica” è la motivazione addotta da G. Fox , della proposta da alcuni “Amici” fatta al Parlamento, di entrare in carcere perché i loro confratelli non vi perissero. “Ciò noi facemmo, si, per amore di Dio e dei nostri fratelli…., ma anche per amore di coloro che li avevano  gettati in prigione, perché non ricadesse su di essi sangue innocente, che grida alto dinanzi a Dio, e invoca la sua ira e vendetta”:

“Ben lontani dall’ideale del monachismo, per cui il Cristiano cerca di raggiungere nella solitudine la comunione con Dio, lasciando  che gli errori umani si correggano da sé, essi ritenevano che fosse loro compito di cambiare l’aspetto del mondo… : e non potevano restare inattivi, fino a che le anime fossero rimaste oppresse e degradate da cattive abitudini e da ingiuste leggi, le quali rendevano impossibile al germe che è in ciascuna di esse, di crescere e svilupparsi”. (E. Grupp, op. cit.)

 

Nel 1672, g. Fox così scriveva al Governatore di Rhode Island : “Apprezzate quello che Dio vi è in voi. Operate per il bene del vostro popolo. Togliete via ogni oppressione: penete la giustizia soprattutto “. E già nel 1656, la partecipazione degli Amici alle “cariche pubbliche aventi a fine la prosperità e il benessere della collettività “ era incoraggiata, allo scopo di “riuscire di modello ad esempio a coloro che non sono della Società, in ogni cosa giusta”.

Sono ben noti l’”Esperimento sacro” di William Penn, uno dei primi Amici, fondatore dello Stato di Pennsylvania (1682-1775) democratico, pacifista e disarmato, liberista in religione, e gli altri arditi esperimenti fatti dagli Amici d’assumersi la responsabilità del governo di intiere colonie, per instaurare in esse una politica cristiana. Per il trattamento umano dei negri, per la loro “liberazione dopo qualche anno di servaggio”. G. Fox , si adoperò nella sua visita in  America; e il movimento contro l’istituto stesso della schiavitù s’iniziò fra gli Amici già nel 1675. Un secolo dopo, nella loro Assemblea annuale di Filadelfia, veniva, – per la prima volta da una Confessione cristiana, – dichiarata inconciliabile la professione cristiana con lo schiavismo.

Contro le condanne a morte pronunziate “contro ladri di bestiame, di denaro e di altre piccle cose”. G. Fox protestò con veemenza presso i magistrati fin dal 1650, dopo la sua prima esperienza delle prigioni di Derby, e ancora ripetute volte in altre occasioni; e ciò in seguito a “gravi sofferenze di spirito, anzi ad un vero senso di morte”, causatigli da tale disprezzo delle vite umane. E vi associò la protesta contro le lunghe prigionie preventive e le lungaggini della giustizia, che facevano delle carceri una “scuola di corruzzione”. La riforma penitenziaria doveva  poi divenire, insieme a quella degli asili dei mentecatti, un glorioso campo d’azione degli Amici (Eroina di entrambi Elizabet Fry). Iniziate come attività filantropiche, esse dovevano sboccare in vaste riforme sociali.

Il Giornale costituisce un documento storico per la conoscenza del sistemacarcerario inglese del sec. XVII; non solo degli orrori delle prigioni, dovuti specie alla venalità del carceriere, arbitro della sorte del colpevole, e all’assoluta deficienza dell’igiene; ma anche della grande libertà di movimento e di rapporto con gli estranei, tale da farlo piuttosto somigliare a un domicilio coatto.

Appena venticinquenne, lungo i primi suoi passi sulla via dello Spirito, G. Fox sentì già con lucidità d’intuizione, che la condizione di povertà in cui versava gran parte della popolazione in seguito alla crisi economica che accompagnò e seguì quella religiosa e politica, non poteva che ostacolare lo sviluppo della “Semenza” divina affidata a tutti i cuori; e assai istruttiva è la pagina del Giornale, in cui riferisce del suo intervento alla seduta convocata per fissare i salari da valere nel distretto di Mansfield – a norma dello Statuto degli Apprendisti – , allo scopo di esortare i delegati sa “non sfruttare i servi con basse mercedi, ma a render loro ciò che era giusto ed onesto”; e nello stesso tempo, per “esortare i servi a compiere i loro doveri e servire onestamente”.

Lì ancora, ed in altre località , recatosi a varie sedute di tribunali e ad adunanze di culto, esortò “giudice e preti ad abbandonare i sistemi di oppressione e i giuramenti, a rinunziare all’inganno e agire con giustizia, e rivolgersi al Signore”; ed ebbe la soddisfazione di vedere le sue esortazioni ricevute di buon animo da ambo le parti, “perché a farle ero stato indotto dal Signore”.

Fu anche a iniziare nel 1659 nel  Cornwall una reazione alla “barbara usanza” di profittatori di naufragi, che, noncuranti di salvare la vita dei naufraghi, “si gettavano ad arraffare quanto più loro riusciva delle merci naufragate” (nel secolo XXmo), in casi analoghi d’incursioni aeree, abbiamo visto quanto poco l’umanità  si sia ancora elevata  in moti individui sopra il livello della belva). Lo scritto che egli compose e spedì “a tutte le parrocchie”, ai preti, ai magistrati”, per richiamare  all’elementare precetto del non fare agli altri quello che non avrebbe certo gradito “se si fossero essi stessi trovati in quelle condizioni di naufraghi”, ebbe – G. Fox ce lo fa sapere- “un salutare effetto  sull’animo della popolazione. E da allora , gli Amici si sono adoperati per salvare le vite umane nei frangenti di naufragi, e per conservare ai naufragi i relitti della nave e delle mercanzie, soccorrendo anche e ricoverando nelle proprie case i naufraghi, semivivi e morenti di fame”:

(Giornale).

 

 

La carità, cioè l’elemosina , come forma più elementare e più facile di filantropia, si presentò a G. Fox e ai primi Amici come il mezzo più ovvio e immediato di soccorrere tutti i loro fratelli uomini bisognosi di aiuto, ma specialmente – come San Paolo – i “domestici della fede”;  e di mostrare col fatto, che per essi la comunanza anche nei beni materiali fondamentali;  che nella loro estimativa, “il valore della vita” non consisteva “nell’abbondanza dei beni da ciascuno posseduti (Luca XII, 15) E G. Fox ci narra nel Giornale, quanta cura essi ponessero, perché i membri poveri della Società – i più di essi, ridotti alla miseria dalla lunga prigionia e dalla confisca dei beni per motivi religiosi, talché ad essi si applicava alla lettera il precetto di Paolo (II Corin. VII,14) : “Nelle presenti circostanze, la vostra abbondanza supplisca alla loro inopia…: sì da ristabilire l’uguaglianza”,  – fossero provveduti  nelle loro necessità, in modo che non cadessero a carico della pubblica beneficienza; e come anche agli estranei, quanti essi fossero, si facessero distribuzioni di pane in occasione delle Assemblee di Amici, “fino a duecento in una volta…: perché eravamo convinti di dover fare del bene a tutti”:

Ma ben presto gli Amici si avvidero, che la soluzione del problema del pauperismo in generale non si sarebbe avuta, se non rimovendo le cause della miseria e della sofferenza, con provvedimenti privati e pubblici diretti a sopprimere la disoccupazione, a migliorare l’istruzione generale e quella tecnica dei lavoratori, a elevare le condizioni dei salariati, e con provvedimenti di legislazione sociale. Già nel 1660, Thomas Atkin, un Amico in un esposto a Carlo II dichiarava: “Gli amici assistono i poveri, impedendo che tra essi vi sia un accattone; e per quelli tra loro che siano disoccupati, provvedono dando lavoro alle loro famiglie, con un salario superiore a quello accordato dai negozianti”.

Così la carità trasformatasi in filantropia, alimentava il potente interessamento degli Amici per le riforme sociali, in cui sono stati pionieri in molte direzioni.

 

ATTIVITA’ DI SERVIZIO SOCIALE ED EDUCATIVE

“Il servizio sociale non era per essi un’occupazione marginale, ma il diretto risultato della loro concezione mistica della vita: la loro risposta alle direttive dello spirito, che li rendeva sensibili alle condizioni delle vite altrui e profondamente coscienti dei vincoli comuni di umanità”: (Ruth Fry, op. cit.):

Si calcola, che fra tutte le Società religiose, quella degli Amici spicchi, in proporzione del numero dei suoi membri, per opere filantropiche, per la loro “pratical religion” per quell’”aiuto silenzioso di anonimi ad anonimi” che fu posto in rilievo nel conferimento ad essi del premio Nobel per la Pace nel Dicembre 1947.

E’ caratteristico di tale spirito, che il Comitato direttivo permanente della Società, tra le due Assemblee Annuali, conservi  tuttora il nome datole da G. Fox, di “Comitato per coloro che soffrono”: “Meeting for Suffering” : tuttora bene appropriato, essendo usuo scopo precipuo di lenire i dolori dell’umanità sofferente, dovunque.

“Nostro Amico e Fratello, Signor nostro,

Come servirti noi potremo?

Non con nomi, con forme, né con riti;

Solo seguendo Te” (G. Whittier).

Della larghezza di vedute di G. Fox e dalla sensibilità con cui il suo animo armonizzava con tutta la natura e il suo cuore palpitava col cuore di lei, il Giornale ci dà fra molti altri, due saggi.

Un Giorno, dopo un’adunanza di culto, un giovanotto, John Story, accasa la sua pipa, glie la porse, invitandolo a tirare una boccata di fumo; a rinforzo del suo invito, male a proposito, le parole del testo di Paolo: “Tutte le cose vi appartengono, ecc.” Ecco come G. Fox accoglie la proposta;  “Veramente, il giovanotto mi fece l’impressione di ardito e sfacciato; e d’altra parte, io non fumavo tabacco: però mi venne in mente, che il giovanotto avrebbe potuto interpretare il mio rifiuto come mancanza di senso di unità con l’intiera creazione, giacché mi avvidi che della religione egli aveva un’idea superficiale e vuota. Perciò presi la sua pipa e l’applicai alla mia bocca, e subito gliela restituii…; perché quella linguaccia non andasse poi a dire che io non mi sentivo unito all’intiera creazione.”

Ha causato sorpresa e suggerito qualche frase umoristica dei pedagogisti il sommario programma da G. Fox proposto per le scuole di fanciulli e fanciulle a Waltham e a Shacklewess nel 1688, al ritorno da un viaggio di organizzazione. E certo, più ingegno che ambizioso può sembrare il suo proposito di farvi “istruire le fanciulle e le giovinette in qualunque soggetto del creato che si addica alla vita civile, e di pratica utilità” .  Una vera educazione enciclopedica, teorica e pratica, sufficiente a spaventare e allontanare dall’insegnamento il più entusiasta degli educatori. Ma se tale programma tradisce un’ingenua immaturità pedagogico- didattica, esso è anche testimonio di un entusiastico apprezzamento della coltura e di una larghezza sconfinata di visione e d’interessi; di completa assenza del timore, che la coltura potesse suscitare in esse lo spirito mondano e l’orgoglio intellettuale – anziché la modestia e l’umiltà. (Venti anni prima della sua morte, nel 1671, più di quindici scuole erano state fondate dagli Amici. La biblioteca personale di G. Fox contava parecchie migliaia di volumi):

Ciò è anche un opportuno correttivo dell’errata idea, che G. Fox avversasse – come altri mistici intuizionisti – la coltura nei “ministri del vangelo”: quale sembrerebbe suggerita dalla sua ripetuta proclamazione , che “ a preparare un uomo ad essere degno ministro di Cristo non è sufficiente essere educato ad Oxford o a Cambridge.”

Del resto, quale pioniero nell’educazione bastano a designarlo la sua massima – in contrasto con la rigidezza e grettezza educativa del tempo- : “ Non reprimete nulla nei vostri figliuoli , eccetto ciò che è male, e non li correggete conforme ai vostri personali voleri”; e il fatto che egli si adoprò perché, a vantaggio speciale dei fanciulli di Filadelfia, fosse loro assegnato nella città un pezzo di terreno, che comprendesse un giardino botanico e un campo di calcio. Un migliore omaggio non avrebbe potuto esser reso all’opera educativa di g. Fox e dei primi Amici, della testimonianza di Thomas Ellwood, principale editore del Giornale e amico di Milton, il quale, lamentando di essersi lasciato sfuggire nellaa prima gioventù le occasioni di perfezionare la sua coltura, dichiarava di non essersi mai reso conto di quanto fosse stata la sua perdita finché non divenne Amico.

Che la funzione più importante della scuola fosse l’educazione del carattere, si era ben reso conto G. Fox fin dai primi passi del suo pubblico ministero, a 25 anni, quando si sentiva ispirato ad “adoprarsi presso i maestri e le maestre di scuola, esortandoli ad educare i loro allievi nella sobrietà e nel timore di Dio, perché non venissero su con un’educazione leggera, vana e frivola.” (Giornale).

Oggi numerose scuole di “Friends” , elementari secondarie e superiori e ottimi collegi di educazione varia, in Inghilterra, in America e in varie nazioni d’Europa e del Mondo, continuano a rendere testimonianza all’apprezzamento dei “Friends” per la coltura e alle loro spiccate qualità educative.

  1. Fox considerò se stesso come null’altro che un Amico, e quale sua missione quella di condurre gli uomini al loro Maestro interiore: Nessuna speciale delega o consacrazione, nessun grado gerarchico e nessun onorario erano e sono richiesti tra gli Amici per compiere con una speciale devozione e consacrazione quella missione di fratello e di amico, che Dio ha affidato a ogni uomo verso ogni altr’uomo; e nessuna autorità speciale era ed è conferita da questa professione di un più completo servizio. E a tutt’oggi , benchè coloro che desiderano, fra gli Amici, di dedicarsi particolarmente al ministero o al servizio sociale, sollecitino, specie se in procinto di viaggio per recarsi a lavorare a beneficio di comunità bisognose d’aiuto morale e materiale, e di luce e conforto spirituale, più che una delega, un accreditamento o una presentazione della comunità a cui appartengono, per mezzo della Assemblea Mensile, essi tuttavia rimangono “laici” come gli altri, o più esattamente, sacerdoti come gli altri, di quel sacerdozio universale di cui tutti sono investiti. E, a meno di dedicare tutto, o quasi, il loro tempo al ministero evangelico, o all’insegnamento o ad attività assistenziali – l’uno si compenetra con l’altro – come nel caso di missioni o di opere assistenziali, specie all’estero, – venendo allora mantenuti a spese della comunità – essi non ricevono, come si è già detto, per la loro opera spirituale alcun compenso, essendo solo indennizzati delle spese di viaggio.

La maggior parte del lavoro religioso, educativo, sociale era alle origini, ed è tuttora , esercitato gratuitamente da artigiani, agricoltori, professionisti uomini e donne che conciliano “le loro occupazioni per guadagnarsi il pane, alle quali lavorano strenuamente, con quella missione nella quale possono porre tutto il loro cuore, alla quale si dedicarono con gioia “ (J: Ruskin). Il Giornale è pieno delle rampogne di G. Fox ai ministri “mercenari” , i quali “vendono il Vangelo”, vendono quella illuminazione religiosa che Dio ha loro accordata con piena generosità, dimentichi del precetto di Gsù “Gratis riceveste, gratis date.” (Matt. Z,8)

Le donne, alla parità con gli uomini, esercitano  il ministero alle medesime condizioni; e con eguale libertà parlano nelle adunanze di culto e nelle assemblee.

A G. Fox risale l’organizzazione di teocrazia democratica della Società degli Amici. Essa è governata da Assemblee Mensili o distrettuali, per l’ordinario funzionamento della comunità della zona, per la nomina triennale di Sopraintendenti che adempiono gratuitamente varie funzioni pastorali di amministrazione e beneficenza, e da Anziani, per nutrire più direttamente la vita spirituale e morale delle comunità: da Assemblee Trimestrali di rappresentanti delle comunità di un dato distretto, con funzioni in parte relative alla vita religiosa e in parte di carattere esecutivo; da Assemblee Annuali di una delle sette  provincie, corte suprema  di appello di autonomia locale e di controllo centrale unificatore. Capo gerarchico, lo spirito divino residente in ogni membro e in tutta l’assemblea .

“Si potrebbe credere” scrive Rufus M. Jones, “che da questa sconfinata libertà e democrazia sia risultato il caos. Al contrario , ne emerse un raro tipo di direzione spirituale, per mezzo dell’influenza  personale degli uomini e delle donne che possedevano visioni profetiche; e per circa tre secoli, questa comunione di gruppi e questa soave direzione non ufficiale hanno resistito trionfalmente a tutte le tempeste , e alla influenza mortificante degli anni”. E’ questa la miglior risposta alla costante obbiezione contro il principio della “Luce Interiore” individuale. Esso produrrebbe , sì, la sfrenata anarchia, ma solo se non fosse temperato dal forte vincolo spirituale della comunità.

Laddove due o tre generazioni sono bastate – come osservò  G. Tyrrel – a far degenerare gli ordini religiosi cattolici del loro fervore primitivo, e spesso deviare dallo spirito e dallo scopo genuino del fondatore, gli Amici, a cefali e senza una gerarchia né rigidi legami d’ortodossia, sono ancora oggi quello che G. Fox fu, e quali egli – il pastore e il commesso di commercio di Fenny Drayton, privo di coltura filosofica e teologica, e ricco solo di esperienza religiosa – li volle.

Sin dalle origini, gli Amici si resero indipendenti dai servizi del clero della Chiesa Anglicana di Stato, per gli eventi principali della vita: nascita, matrimonio, morte e funerali. Essi celebrano e consacrano questi avvenimenti, specie quello del matrimonio, con un loro proprio cerimoniale, semplice e insieme impressionante, provvedendo anche agli Amici dal loro rifiuto di lasciarsi unire in matrimonio da qualsiasi autorità umana, religiosa e civile. Essi dichiarano semplicemente la loro unione,  alla presenza di Dio, davanti agli Amici riuniti in assemblea, con la formola: “Amici, io prendo per moglie (o per marito) una sposa (o uno sposo) amorevole e fedele, fino a che piaccia al Signore di separarci con la morte”. Il Giornale narra però anche di tutte le cautele e i presidii di cui G. Fox  circondò quest’atto fondamentale della vita religiosa e civile, per prevenire matrimoni precoci e impulsivi, impedire il passaggio o seconde nozze prima di avere adempiuto a tutti i doveri e gli oneri derivanti dal precedente matrimonio, e notificare tempestivamente alla comunità degli Amici a cui i due futuri sposi appartengono, le loro intenzioni.

Esemplare fu, al riguardo, la condotta da G. Fox stesso tenuta nel suo matrimonio a 45 anni. Con Margaret Fell, una vedova, la più nobile eroina del movimento, la cui dimora abituale, prima e dopo lo sposalizio, fu la prigione (solo sei dei loro ventun’anni di matrimo9nio furono vissuti insieme):
Il solo matrimonio celebrato senza intervento di Ministri di una Chiesa, né pretese sacramentali, eppure con carattere di atto sacro, è quello che da la minore percentuale di unioni infelici, e in cui il divorzio è quasi ignorato: tanta è la serietà e la santità da cui esso è preparato e presidiato.

 

UN’ARISTOCRAZIA SPIRITUALE

 

L’attività di G. Fox, in tutti gli anni in cui fu libero dal carcere, fu un’opera missionaria di araldo della verità, nell’Inghilterra, nella Scozia, nell’Irlanda e nel Paese di Galles: ma non mancò neppure, in due periodi della sua vita, l’opera di missionario in paesi stranieri, specie nelle nuove colonie inglesi d’America (1671-1673): con tutti i disagi, le sofferenze, i pericoli e anche il successo di una grande avventura spirituale, ampiamente narrati dal Giornale. Sul continente europeo, fu in Olanda, come paese spiritualmente più preparato da movimenti analoghi, che G. Fox si recò, in viaggio d’evangelizzazione, (nel 1677) con un gruppo di Amici: preceduto, nel periodo 1657-6, da altri Amici, spintisi anche in Germania, Ungheria, Polonia. Ma fu solo in Olanda, ad Amsterdam e in altre località, che poterono essere organizzate comunità permanenti di Amici.

Vivente G. Fox, altri tentativi sporadici altrettanto audaci e coraggiosi quanto malconsigliati furono fatti da animosi Amici ed Amiche, di evangelizzare la Turchia, l’Italia, la Palestina, la Cina: ma quasi nessuno di essi giunse alla sua meta: la maggior parte incontrarono pieno insuccesso; e molti languirono a lungo nelle prigioni mentre nelle prigioni; mentre uno di essi, John Luffe, fu in Roma, condannato a morte dall’Inquisizione e impiccato. Oggi in molte nazioni di Europa esistono esigui gruppi organizzati di “Friends”; oltre a numerosi “Amici dei Friends”.

Tale insuccesso missionario non fu limitato solo al periodo delle origini del Quakerismo, né è dovuto solo alla impreparazione spirituale dei paesi del Mediterraneo ad accogliere il messaggio dell’intuizione e dell’esperienza immediata individuale, di un Dio immanente all’anima di ogni uomo. Esso si perpetua, in un certo senso, tutt’oggi, negli  stessi paesi anglo-sassoni, in cui il movimento trovò  “l’umus” spirituale più adatto, cioè l’individualismo e l’abitudine all’interiorità e all’introspezione più sviluppati e la maturità del carattere più formata.

Infatti, benchè l’influenza religiosa, morale, sociale della Società degli Amici sia senza proporzione maggiore nel Mondo, di quanto l’importanza numerica di essa farebbe congetturare, non è men vero che, dal punto di vista del successo quantitativo, essa è rimasta – contrariamente alle grandiose previsioni d G. Fox stesso e dei primi Amici – un’aristocrazia spirituale, coi suoi circa 160.000 membri soltanto, dei quali circa 2/3 negli Stati Uniti, (oltre ai numerosi aderenti spirituali e simpatizzanti, o “Amici dei Friends”):

Poco, invero, per una Chiesa, benché sia molto per un “ordine religioso”, – si pensi che i Gesuiti sono 28.000 soltanto – al quale l’assomigliano piuttosto la comunanza dei fini e la coordinazione dei mezzi, la tenacia del legame spirituale dei membri, la loro stretta e intensa collaborazione, l’abbondanza dei mezzi morali e materiali che essi pongono a disposizione delle loro attività, aventi per scopo non già la formazione di proseliti, ma il servizio di tutte le buone cause, “ perdendosi per ritrovarsi”: molto, soprattutto, per un esercito  di rare individualità, di forti caratteri, di volontà, pure, sincere, adamantine, di cui tutte le Chiese scarseggiano: e più , in proporzione, quelle appunto che annoverano i loro membri a milioni.

Comunque, di questo insuccesso numerico non è difficile congetturare la ragione. Anzitutto l’assenza in essi di spirito di proselitismo conquistatore; giacché gli Amici vogliono solo serv ire, e agire da fermento per una rinascita di vita religiosa.

L’atmosfera religiosa degli Amici deve, inoltre, a chi si sollevi nella regione stratosferica che è il loro mezzo abituale, fare l’impressione di rarefatta, irrespirabile quasi, se essi provengono da regioni di basso livello, immerse in un’atmosfera greve di sacerdotalismo di ritualismo e sacramentalismo e di dommi ben definiti, una volta per tutte, da specialisti di teologia scolastica. Specie quelli usi a ricercare l’equilibrio e la pace interiore, appoggiandosi ad una autorità esterna “infallibile”, che prescriva ad essi ciò che debbono credere e operare, risparmiando loro lo sforzo di quella ricerca della verità, nella quale appunto lo spirito celebra i suoi trionfi, costoro si sentiranno, in un primo tempo, prima che il loro spirito sia disintossicato dall’anestetico del conformismo, dell’autorità esterna e intermediaria, come respinti, e rigettati sul loro debole “io” dal severo invito degli Amici – che riecheggia quello di Buddha ai suoi “Monaci” – alla interiorità, ad interrogare la propria coscienza,  voce di Dio, e a ritrovare da sé la via verso Dio: perché nulla si comprende e nulla si possiede da noi stessi scoperto e da noi stessi conquistato; e possiede, se non sia da noi stessi scoperto e da noi stessi conquistato; e solo una religione che ispiri la dignità e il dovere del giudizio personale e sviluppi il senso della responsabilità individuale è degna di un uomo.

Essi però non potranno sottrarsi, specie se vivano in ambiente di Amici e frequentino le loro adunanze e assemblee, o trascorrano un “term” nel loro ospitale “Settlement” di Woodbrooke, a quella influenza sottile, avvolgente, lentamente ma irresistibilmente conquistatrice,  che è esercitata dalla loro spiritualità, di un tono, calore, aroma di limpida sincerità in tutti i particolari, diffusa nelle parole e più nella condotta abituale e nella vita, con un eroismo divenuto quasi banale per il suo carattere di semplicità. Infine l’altezza morale loro abituale soggiorno, nella cristallina sincerità, rigida coerenza, eroica condotta: eroismo divenuto norma di vita ordinaria:

Se è vero che il maestro più efficace è l’ambiente in cui viviamo, è l’ambiente  “Quaker” l’educatore dei giovani Amici. E’ esso che trasforma i non-Amici che vengono con essi a intimo contatto: è quella loro abitudine di vedere nei fenomeni comuni della natura il grande simbolo e sacramento del divino incarnato; di scorgere “nell’aria  che respiriamo , nei cieli, nel mare, nelle luce intorno a noi e in quella dentro di noi, il tesoro divino dischiuso a chi sappia conquistarlo”,  e nella vita quotidiana, per altri sì arida e vuota e spesso sì aspra ed ingrata, un giardino di fiori e di frutti offerti: è la rivelazione abituale di quel “Dio ignoto”, ospite velato e presente in noi, a cui altri erigono altari, quasi per addurlo fra gli uomini; è l’abitudine che hanno di ravvisare nei fratelli uomini la suprema incarnazione a noi nota del divino, e nelle loro ansie e irrequietudini, nei sublimi aneliti e malcontenti, e nelle stesse loro ambasciate e “divine disperazioni”, la espressione degli sforzi del divino prigioniero, per affiorare nelle coscienze degli uomini e realizzare i suoi grandi disegni di bene.

Quando “il silenzio dell’eternità interpretato dall’amore “ Viene, nelle adunanze di culto degli Amici, interrotto , anzi animato, da qualche voce di anima che sospiri, che lotti, germa speri, da quella di un fratello maggiore che già veda e senta ciò che voi ancora cercate, l’esperienza di Agostino (Soliloqui) si rinnova: “Ecco, Tu eri in me, ed io ti cercavo fuori di me. Tu eri con me, ma io non ero con Te”; e il Dio di Pascal sussurra al cuore: “ Tu non mi cercheresti se già non mi possedessi”:

 

LA COMUNITA’ DEGLI AMICI

Se la voce della Chiesa non risuona fra gli Amici per bocca di vescovi o papi, di Concili ecumenici o di alcuna autorità “infallibile”, essa è però sempre ad essi presente e sensibile in quel “senso cristiano” di cui è depositaria la comunità degli Amici; perché essi credono come ad una vivente realtà alla promessa : “dovunque due o tre siano congregati nel mio nome, lì io sono in mezzo a loro”.

Le intemperanze individualistiche e anarchiche dei “Ranters” fecero ben presto approfondire a G. Fox la necessità che la concezione individuale della ispirazione divina fosse armonizzata con quella che la concezione individuale della ispirazione divina fosse armonizzata con quella collettiva; e una lettera circolare firmata dai più eminenti e rappresentativi Amici fu diramata nel 1673, in cui, a proposito di disposizioni disciplinari, tra l’altro s’inculcava: “nessuno si lasci andare ad un tale spirito particolarista, da indursi a ritenersi il solo giudice in causa propria, ma nello spirito di Cristo che tutto ristora e risana, sia l’offensore che l’offeso si sottomettano nell’interesse della verità, al potere di Dio che è nel suo popolo” Chi vi si ricusasse, “renderebbe sospetto se stesso e la sua causa, mostrando che egli difetta di quel senso di fratellanza che deve animare la società”:

Anche le controversie tra Amici per motivi privati sono risolte da organi propri di conciliazione e arbitrato.

Se gli Amici non hanno un Papa, se le singole comunità non hanno un Parroco, né le loro provincie un Vescovo, essi hanno bene tutto il vantaggio, il conforto e il sostegno dei loro Concilii Generali, Provinciali, Mensili con le rispettive magnifiche lettere circolari – vere encicliche e pastorali collettive – concernenti i bisogni e i problemi spirituali delle comunità, e che suggeriscono la condotta da tenere in speciali emergenze e situazioni; hanno il loro “Libro di disciplina”, il “Libro di Estratti”, e l’ampia letteratura dei più grandi Amici, mistici, filosofi, poeti, riformatori morali e sociali: hanno le loro liste di “quesiti” sui quali l’attenzione degli individui e delle comunità è richiamata ogni anno,  perché interroghino ed esaminino la loro coscienza sugli aspetti fondamentali della vita, per fissare il punto nei loro rapporti con gl’ideali cristiani. Se un lamento ragionevole può muovere chi entri nella Società degli Amici, esso non è certo quello di essere abbandonato alle sole  sue forze: ma soltanto quello, che alle “dande” dell’autorità che sostiene e comanda sono sostituiti i presidi e le forze amiche della luce, della voce collettiva e individuale, dei consigli , dei suggerimenti, degli esempi soprattutto dei fratelli; alle direttive di confessori, all’eloquenza di predicatori, ai trattati di asceti – la maggior parte, preti, frati e monache, spesso squalificati per dirigere laici che vivono in mezzo al mondo, che hanno la responsabilità di una famiglia, e conoscono difficoltà e tentazioni diverse e spesso superiori alle loro – sono sostituiti la voce e l’esempio di Sopraintendenti e Anziani, di fratelli e sorelle Amici, delle loro stesse condizioni ed esperienze quali quelli che qui accenneremo, solo come esempio, a titolo d’introduzione al Giornale e di aiuto a penetrare in quello spirito e in quell’atmosfera, che rendano intellegibile e apprezzabile il Giornale stesso e l’opera di G. Fox al comune lettore.

Durante la prima “Guerra Mondiale”, quando alcuni giovani Amici ci tentennavano fra il dovere verso l’umanità di astenersi da qualunque servizio bellico, e quello di difendere con le armi la vita del loro prossimo immediato , e anzitutto dei loro stretti congiunti, una circolare emanata dall’assemblea delle Amiche fece giungere alla loro coscienza, con la semplice, delicata ed eroica autorità di una preghiera, queste parole: “Non vi scongiuriamo, che se la vostra coscienza v’imponesse di non prendere le armi contro i vostri fratelli nemici, non vi sospinga a farlo il pensiero della difesa di noi vostre sorelle. Lasciate a Dio la cura della nostra vita”:

Nei periodi di ricostruzione dopo le due guerre mondiali, raccomandazioni  di avanzato carattere sociale- politico furono rivolte agli industriali , specie Amici, da Congressi “Quaker” d’industriali tenuti a Woodbrooke nel 1918 e nel 1949 per un contributo sempre più intenso del capitale della grande idustria al servizio della restaurazione economica della nazione nell’armonia fra capitale e lavoro. Fra le molte risonanze, di esse citiamo solo il caso estremo dei coniugi Cadbury – Bocke, Amici, che rassegnavano nel 1924 il possesso di circa 30.000 azioni della ditta Cadbury, nelle mani di un Comitato composto dei Consigli di Operai ed Operaie dello Stabilimento, perché promuovesse varie attività di vantaggio nazionale e internazionale. La cessione era accompagnata dalle semplici parole: “La grande guerra e le sue terribili conseguenze ci hanno indotto a credere, che il possesso privato del capitale sia alle radici di quasi ogni male sociale ed economico nel mondo intiero. Perciò noi sentiamo il dovere di rinunciare al privilegio che abbiamo goduto per un sì lungo tempo.

Crediamo che se una simile linea di condotta fosse generalmente adottata, una vera pace e felicità potrebbe far ritorno all’umanità soffrente”:

Parecchi industriali Amici hanno da tempo iniziato la socializzazione del loro capitale, adottando forme più o meno complete di azionariato operaio. E dobbiamo rinunziare a far qui pur un accenno alla estesa attività da essi dispiegata  nell’opera  assistenziale e di ricostruzione post- bellica, e più, a quella volta a prevenire le guerre, che fu posta in rilievo nel conferimento ai loro due rami, Inglese e Americano, del Premio Nobel , (Doc. 1947), motivato con l’opera instancabile da essi per tre secoli compiuta, per promuovere  rapporti amichevoli tra classi e nazioni: “opera anonima ad anonimi”, al di sopra di ogni divisione sociale, razziale, politica, religiosa.

“L’anima  di ogni progresso  è il progresso dell’anima” (H: Buschnell), e “l’anima individuale non si salva, che salvando l’anima sociale” (Keir Harsie):

 

I “FRIENDS” E LE ALTRE CHIESE E RELIGIONI

Quali sono i rapporti dei “Friends” con le altre Chiese cristiane e con le altre religioni? Essi hano luogo su un piano adommatico, di vita ispirata dalla loro fondamentale visione di Dio nell’uomo.

La posizione ufficiale dei “Friends” in rapporto ad altre società o chiese cristiane può essere illustrata dal recente atteggiamento di rifiuto, da parte della loro sezione Britannica ed altre Comunità  ad essa aderenti , di partecipare alla Conferenza Mondiale delle Chiese Cristiane tenuta ad Amsterdam nell’agosto – settembre 1948; mentre tre gruppi di Comunità americane vi parteciparono con riserve. L’astensione e le riserve furono motivate dalla formola di adesione richiesta dal Congresso, la quale conteneva l’accettazione , “del Signore Gesù Cristo come Dio e Salvatore”. Giacché i “Friends” ripudiano il concetto che una base di teologie o di credi sia essenziale al Cristianesimo, la cui professione consiste in una pratica di vita ispirata dall’esperienza di una “luce interiore” comune ad ogni uomo. Gesù , per essi, non è un problema teologico, bensì il supremo maestro di vita religiosa, da seguire; e le controversie cristologiche sono abbandonate alla libera speculazione individuale, non incidendo nella sostanza della vita  cristiana. Vi sono anzi fra essi comunità, quale degli Hicksiti americani, che si allontanano notevolmente dall’ortodossia cristiana in senso “Unitariano”:

Nel Convegno dei “Friends” europei a Selly Oak (Birmingham), nel luglio 1948. Horace Alexander, autorevole “Amico” , intimo collaboratore di Gandhi nell’opera di pacificazione dell’india, propugnò l’idea che il principio della “luce interiore” , o del divino in ogni uomo, è così largo, da permettere logicamente l’adesione di Indù. Maomettani, Ebrei e di altre confessioni religiose, nelle quali una comune esperienza mistica, benché espressa in forme diverse e riallacciantesi a tradizioni indipendenti , può ispirare atteggiamenti spirituali e sentimenti e norme di condotta uguali. “Chi avrebbe osato opporre un rifiuto a Gandhi”, fu chiesto nella discussione che seguì, relativa alla formazione di un circolo più vasto  di aderenti al Quakerism , da varie religioni, “se egli avesse chiesto di divenire membro della Società degli Amici”, sulla base dell’esperienza del “divino in ogni uomo?” . Non si era Gandhi , pur restando fedele all’Induismo, e simpatizzando con tutte le sincere credenze, sentito all’unisono con i “Friends”  nello spirito e nella condotta morale e sociale, fino a partecipare alle loro adunanze di culto silenzioso e a scegliere fra essi suoi intimi collaboratori?

Sulla stessa base, lo scrivente perorò nello stesso Convegno al quale era stato invitato come informatore – lo sviluppo d’intese e rapporti di collaborazione fra l’elemento colto italiano, in prevalenza laico e umanista, e i “Friends” e gli “Unitariani”, nell’intento di un risveglio religioso e di una ricostruzione spirituale nella piena libertà di credenze.

Sul terreno pratico, morale e assistenziale, poi, gli Amici non hanno alcuna pregiudiziale contro la collaborazione con individui, anche ecclesiastici, di altre Chiese e Religioni, che riconoscono l’elemento divino nell’uomo e lascino piena libertà di coscienza : anzi essi sono pacieri e mediatori ideali, tra correnti varie non solo religiose, ma anche sociali e politiche, sulla base comune a tutte, del riconoscimento dei bisogni, diritti e doveri fondamentali umani e della comune costituzione spirituale di tutti gli uomini.

In mezzo al flusso e riflusso delle armate avversarie, tra l’imperversare delle guerre civili, nei conflitti sociali di razze, negli ospedali, nei dispensari, nei campi di concentrazione, negli asili di profughi, i Friends si aggirano come nella loro patria spirituale, amici e servi dell’uomo , affabili e disinvolti, rappresentanti dei valori profondi e permanenti, retaggio di tutti.

Armati solo del loro abituale disarmo, apportatori di conforto, soccorso, serenità, amore alle vittime delle passioni umane, si sforzano di far riaffiorare, col sorriso  e calore della loro bontà inalterabile. – Con quella stessa imparziale   “divina neutralità” con cui “il Padre celeste invia egualmente la pioggia e il sole” su tutti gli attori e le vittime del dramma terreno – dal comune sottosuolo umano la linfa della bontà e della riconciliazione.

E’ così che, pur nell’infuriare d’una battaglia, i fiori del prato, la rosa selvativa e gli uccelli canori continuano sereni coi colori, col profumo e con i loro irreffrenati concenti , a rendere testimonianza al significato più vero e profondo dell’universo.

 

SGUARDO SINTETICO CONCLUSIVO

 

Ecco come, in termini di psicologia religiosa moderna, un portavoce degli Amici Refus  M. Jones, presenta lucidamente e sistema tutta la esperienza religiosa fondamentale di G. Fox e degli Amici, (An Interpretation of Quakerism) fin qui lumeggiata.

“La “Luce Interiore” di G. Fox, idea centrale nella religiosità degli Amici, non è formola teologica o una frase astratta, ma si fonda sopra un’esperienza reale: l’eterna autorivelazione che Dio fa di se stesso direttamente all’anima degli uomini nelle loro vite personali… Dovunque una vita umana si lasci penetrare dal Dio intimamente presente in ogni anima, lì è Dio: e non occorre andare a cercarlo armati di dottrine teologiche, più che un pesce debba sollevarsi per trovare l’oceano, o un’aquila debba tuffarsi per trovare l’aria.

Panteismo? Se tale fosse, qualunque religione sarebbe panteistica. Per noi la personalità umana non cessa di essere una realtà… essa non si perde, non si fonde, in Dio, e non cessa di essere tua o mia; e il mondo intiero non cessa di essere una massiccia realtà.

I misteri dela vita, relativi alla nostra natura personale, rimangono tali: troppo profondi perché noi riusciamo a scandagliarli, pur in attesa di una luce più viva. Ma nel frattempo, non ci stanchiamo di proclamare, che Dio non è assente da noi, non è inconoscibile; che Egli si è già rivelato a noi, non meno che la luce, l’elettricità, la gravitazione, la vita: e ciò nel solo modo in cui può rivelarsi appieno, cioè nella personalità umana: e questa Sua rivelazione è continua, e la nostra natura spirituale ha accesso a Lui. Ecco ciò che la “Luce Interiore” significa oggi per noi.

Naturalmente, questa rivelazione privata individuale non può sostituire la lenta verifica della verità religiosa attraverso il processo storico che forma la Storia. Nessuno può, senza grave danno, romperla coi movimenti spirituali del passato, isolandosi nella propria sorgente personale d’informazione.

Altra caratteristica principale della religione degli Amici è di essere un audace esperimento pratico di religione laica, Tutto il fardello ingombrante delle dottrine teologiche, compresa quella della “malvagità” innata della natura umana”, essa, lo getta a mare insieme a ogni residuo di professionalismo clericale, a tutto ciò che implica sacerdotalismo o intermediari religiosi fra Dio e l’uomo. Per Dio non esistono favoriti,  non esistono persone fornite dell’esclusivo privilegio di compiere atti sacri a vantaggio del pubblico; e ognuno dev’essere religioso per conto proprio, altrimenti non godrà mai i frutti della religiosità.

La vita intiera è tutta un gran sacramento: e non occorrono segni e simboli speciali per significare l’azione divina sulle anime, né mediatori professionisti per amministrarli. La coscienza dell “presenza reale” di Dio è  suscitata in noi dalle più comuni realtà della vita giornaliera; e per noi, “mistero” è veramente quel che la parola suona, cioè “servizio” , noi, “ministero”, ciò servo volontario, in generi, forme, gradi diversi, il valore spirituale dei qali sarà caratterizzato non già da un grado gerarchico, ma specie dalla fede personale, dalla sensibilità individuale alle direttive interiori, dalla disposizione a pagare il prezzo di una vita eroica.

Questa avventura cristiana di un esperimento di religione laica è uno dei tentativi più originali ed audaci e cruciali fatti dagli Amici, che aspirano tutti a essere “sacerdoti”, cioè a dare , e ricevere, cose sacre.

Essi si sforzano d’introdurre in tutte le attività della vita giornaliera e ogni attività della vita la coscienza e l’ispirazione di Dio, e di sollevare tutte le funzioni della vita giornaliera e ogni attività professionale ad un livello spirituale, facendo dei veicoli di ministero e di servizio.

Gli Amici credono inoltre, che le idee che Gesù ebbe dei valori della vita meritino di essere presi sul serio e applicate praticamente a costruire un nuovo tipo di società, un nuovo mondo; a offrire un metodo nuovo di affrontare il male; e ne han fatto il tentativo. Essi han trovato che gl’ideali e lo Spirito di Gesù, se accettati, rendono impossibile la guerra e l’uso dei metodi di odio e di vendetta. Essi sentono che questi metodi non possono risolvere i problemi umani e che bisogna trovare una via nuova: vincere il male col bene, sopraffare le tenebre con la luce, l’errore con la verità :; far consistere il guadagno e il progresso nel successo della forza dell’amore. Non si tratta, è vero, di una via ben tracciata e definita, con pali e tabelle che indichino  l’esatta direzione: e, come in tutte le avventure dello spirito, anche qui non sono esclusi i rischi e i pericoli, e si richiedono grandi visioni e attività creative. L’ubbidienza  a un comando, senza  un vivo focolare interiore, è una forma inferiore di etica; e qualunque passo dei Vangeli è suscettibile di essere  interpretato e anche torturato in modo e in sensi diversi, come abbiamo visto fare da vari pulpiti per giustificare e canonizzare la guerra “santa”.

Il nostro vangelo è fatto d’impulso spontaneo, espresso nel linguaggio vivo dei rapporti umani; è vita , movimento, ispirazione individuale colorata di varie prospettive e sfumature personali. Gli Amici sono dominati da un gran modello di vita e posseduti da una visione, un ideale, uno spirito: la grande avventura di Cristo li ha soggiogati, Può darsi che nell’interpretazione della sua vita e del suo ideale essi errino; ma che errino o siano nel giusto, essi vedono in lui quello che vedono, e non  possono fare a meno di seguire la loro visione.”

 

SAGGIO DI ADUNANZA RELIGIOSA DEGLI AMICI

 

Le impressioni del primo incontro dello scrivente con una comunità di Amici, in un “!meeting” religioso, nella loro Sala di riunione  Bourbville , presso Bimingham, e la rievocazione della figura di G. Cadbury, un Amico, potrà giovare a visualizzare e realizzare, a vantaggio di chi non ne abbia esperienza, come si svolga in concreto un’adunanza religiosa degli Amici; in quale atmosfera religiosa il Giornale di G. Fox divenga comprensibile;  e come lo spirito di lui continui inalterato nella Società da lui fondata.

“L’ampia sala, circondata da giardini, è immersa nel silenzio; semplice ma nobile l’architettura, con soffitto a travata e pareti imbiancate, senza ornamenti di sorta; niun altro arredo che file di sedie con inginocchiatoio, disposte a semicerchio… Non altare né immagini, non ministro di culto, né riti, né cerimonie io vidi; non udii formole né credi né preghiere ufficiali. Solo, dopo un breve preludio di “silenzio insieme”, destinato  a permettere alle anime individuali di depersonalizzarsi quasi, di unificarsi e di perdersi nell’anima collettiva, e di sentire lo Spirito che tutto permea e in tutte vibra  – quel silenzio eloquente solcato da lampi di luce, di amore, da onde che dai cuori salivano alle menti e dalle menti rifluivano ai cuori – un individuo qualunque della folla – nessuno si domandò chi fosse: egli era la voce dello Spirito Comune – disse la sua parola, comunicò all’assemblea la sua esperienza di quei giorni. Un’altra voce rispose…; e poi silenzio. Un modesto, incolto operaio, disse la sua semplice ma profonda verità, e innanzò la sua preghiera; un cultore di studi filosofici e sociali riprese il suo motivo e lo investì di maggiore luce, benché non di più  calore; una fanciulla  quindicenne fece squillare la sua fresca voce di gioia e di speranza; disse dei secreti che gli uccelli e i fiori le avevano confidato, delle visioni avute nella sua gioia: sembrò il trillo di un ucello penetrato nell’aula dai giardini in fiore nella primavera inondante. E poi di nuovo “il silenzio dell’eternità interpretato dall’amore”,

A un tratto si levò, non a rompere ma ad interpretare e articolare quel silenzio, un vecchio venerando che, benché fosse a me vicino, non avevo fin allora avvertito, confuso com’egli era tra una folla promiscua di “Amici”. Egli – caso non comune tra essi – curvò le ginocchia ed il capo, come se investito e sopraffatto dal senso profondo del divino che dominava potente, presente, in quella sala nuda e muta, ma popolata di “figli di Dio”: e pregò ad alta voce. Poche e semplici furono le sue parole: eppure esse erano così dense di esperienza personale, così potenti  nell’intonazione, così cristalline e luminose, che sarebbero bastate a riempire e a consacrare qualunque più veneranda cattedrale cristiana, il tempio più vasto di qualunque religione; poche e semplici, eppure nessun ‘altra parola – salvo forse quella di Keir Hardie, il minatore deputato – ha mai prodotto sul mio animo un’impressione più solenne e indelebile.

“Signore!” – disse il venerando vecchio, scandendo ogni sillaba, e versando i tesori della sua anima nell’intonazione della voce, diafano strumento di una personalità meravigliosa – “Signore! Facci bene comprendere, che la tua è una religione di servizio; che noi non avremo il diritto di chiamarti padre, fino a che non ameremo veramente, come noi stessi, tutti gli uomini fratelli; consacrando tutta la nostra vita, tutto ciò che abbiamo e tutto ciò che siamo, al loro servizio… Amen!”

“Amen!” rispose l’assemblea; e il lungo solenne silenzio che seguì  era scandito dall’invisibile sforzo di ognuno ì, di assimilare uno stato d’animo si denso di esperienza e si poderoso. Poi i convenuti si levarono, e lentamente , quasi oppressi ancora dal ricco fardello spirituale, ma con l’anima in festa, tutta profumata e consacrata, si avviarono all’uscita accolti giulivamente dai fiori e dagli uccelli della “Città Giardino”:

“chi era quel vegliardo?” – domandai io ad u Amico , appena rotto l’incanto, e quando la folla si fu riversata nel viale centrale della “Città Giardino” – “nelle cui parole vibrava così potentemente il tono di una grande vita consacrata al servizio dell’Umanità?”

“Come! Non lo conoscete?” mi rispose. “Egli è George Cadbury; un Amico: il fondatore della Città Giardino in cui ci troviamo; il creatore dello stabilimento “modello”  di Bournville, qui vicino; una delle più grandi figure di umanitario, realizzatore delle sue visioni”.

Conobbi più tardi di persona George Cadbury; studiai la sua opera d’industriale, posseduto dalla sublime ossessione di “rendere la vita degli operai e delle operaie, più degna di wssere vissuta” – Come lo aveva acclamato un Congresso  delle “Trade Unions” … ; visitai accuratamente la “Città Giardino” di Bournville, da lui fondata quale esperimento ed esempio di ciò che dovrebbe essere, dopo lo stabilimento , la casa dell’operaio…: ed ora che… la grande figura di G. Cadbury si è nascosta dietro al velo, e il suo testamento spirituale è ripreso da un forte drappello formatosi alla scuola eroica del suo esempio… noi possiamo apporre  sulla sua tomba l’epigrafe shakesperiana: “One who loved his fellow men”: “Uno che amò il suo prossimo  ì”; ovvero il motto del conte Zinzerdorf: “Nessun di noi vive per se stesso” o meglio ancora, le parole di Gesù: “Chi vuol salvare la propria vita la perderà: e chi l’avrà persa per me la salverà.”

Alle sue esequie, vera “festa del giorno natalizio”, una folla immensa di popolo che gremiva i viali e i prati della “Città Giardino” levò un inno di esultanza e di ringraziamento a Dio, per il dono concesso all’umanità nella vita e nell’esempio di G. Cadbury; e cantò l’Alleluia “per tutti i Santi che dal loro travaglio riposano”: mentre un fanciullino, figlio di un operaio  della ditta, esclamava : “Papaà, come sarà contento Dio, quando il signor George entrerà in Paradiso! Eh?”.

L’influenza dello spirito e dell’opera di George Fox dura tuttora feconda e potente nella Società degli Amici, il più audace  esperimento di una religione puramente laica e senza dommi, eppure intensamente cristiana; del Cristianesimo del “Discorso del Monte”.