E adesso, Riforma Migratoria

07.09.2017 – Stati Uniti Ilka Oliva Corado

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E adesso, Riforma Migratoria
Mi dispiace dire che non mi commuove per niente il fatto che sia cancellato il programma DACA (Deferred Action for Childhood Arrivals) che beneficiava i “Sognatori” (Dreamers). Anche se da ora in poi potrebbe trasformarsi in una legge che permetterebbe loro la residenza permanente nel caso che il Congresso legiferi a loro favore. Oppure potrebbero diventare deportabili come lo siamo noi paria.
DACA è nata nella confusione delle lotte per la Riforma Migratoria; Obama, astuto nel mestiere dell’inganno, ha approfittato del momento e ha offerto un programma che avrebbe beneficiato una minoranza, solamente ottocentomila persone dei 30 milioni che qui vivono senza documenti. Poi ha proposto il DAPA (Deferred Action for Parents of Americans and Lawful Permanent Residents), che era un altro imbuto che avvantaggiava solo i genitori di questi “Sognatori”, se avevano figli nati nel paese. DAPA beneficiava solamente cinque milioni, altri venticinque milioni restavano esclusi. (Da più di venti anni continuano a mantenere la cifra di dieci milioni ma è un trucco politico). DACA è stato proposto per persone minori di 31 anni arrivate in America da bambini e che abbiano studiato qui.
DACA e DAPA non avrebbero mai dovuto essere accettati, la battaglia era per una Riforma Migratoria, o questo o niente. Invece hanno accettato il DACA come un salvagente per loro e non si sono preoccupati di lasciare fuori i braccianti e i lavoratori agricoli.
Quando è stato approvato il DACA, mentre qualcuno piangeva per la felicità, in milioni piangevano per la tristezza di sapersi abbandonati, traditi da quegli studenti, emigranti come loro, che per essere cresciuti in questo paese, si credevano diversi.
Tutti quelli che emigrano hanno dei sogni, a prescindere dall’età, dalla condizione economica, dall’origine, dallo status migratorio. Sono persone, e come persone sentono, anelano, amano. Tutti siamo sognatori, non solo quelli che hanno avuto l’opportunità di studiare in questo paese. Sognano quelli che puliscono i cessi dal lunedì alla domenica, quelli che raccolgono frutta e verdura dall’alba al tramonto. Quelli che marciscono nelle fabbriche. Quelli che si spezzano la schiena tagliando l’erba, costruendo case, ponti, edifici. Quelli che badano agli anziani, ai bambini appena nati. Quelli che mandano insieme ai soldi ai loro familiari nei paesi d’origine, la loro nostalgia, la loro malinconia, il loro dolore per il rimpianto, la loro stanchezza, la loro disperazione, la loro agonia e i loro desideri.
Non sono mai stata d’accordo con DACA e neppure con DAPA, ho sempre sostenuto la Riforma Migratoria perché le battaglie si fanno per tutti. Questo paese è mantenuto dai migranti che lavorano come mano d’opera a poco prezzo. In altre parole, dai paria. La ragione per cui non viene approvata la Riforma Migratoria è la perdita milionaria che costerebbe alle grandi imprese che contrattano mano d’opera a poco prezzo e non pagano i contributi. Qua stanno tutti i “però” della Riforma. Non ha niente a che vedere con valori, razzismo, leggi o patria. Ha a che vedere con denaro e ingiustizia.
Capisco la rabbia e il dolore che devono provare adesso i “Sognatori”; io l’ho visto nelle persone di più di 70 anni che lavorano per tre turni al giorno dal lunedì alla domenica, senza diritti lavorativi o umani, perché un gruppo ha accettato il DACA e ha lasciato cadere la Riforma migratoria.
Questi “Sognatori” che sono usciti dall’ombra e all’improvviso si sono ritrovati in alto e hanno lievitato in nome del DACA, oggi atterrano nello stesso suolo su cui camminano i paria, senza diritti e senza risorse.
Comunque sia, se il DACA arriverà a convertirsi in legge o no, è tempo che questi “Sognatori” si uniscano ai paria, al cuore e al sangue bollente dei milioni di sans papier che sono rimasti fuori. E’ l’ora di unirsi ai paria e chiedere tutti la Riforma Migratoria. Se parliamo di umanesimo, sappiamo bene cosa si dovrebbe fare. Diritti per tutti, senza doppi giochi. Riforma Migratoria o niente.
E’ l’ora che questa collera, questo dolore sia trasformato in forza per prendere l’iniziativa, per avanzare spalla a spalla, paria e studenti, migranti tutti, sans papier, in cerca della Riforma Migratoria. Che gli serva da lezione, di identità e di umanità. Non si conquistano benefici sul dolore degli altri. E’ una legge della vita.
Tradotto da Alessandra Riccio, Nostramerica 
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Così cambia la scuola del nord

06.09.2017 – Anna Molinari Unimondo

Così cambia la scuola del nord
(Foto di Ichef.bbci.co.uk)

La Finlandia è nota ormai da molto tempo per la qualità del suo sistema educativo e continua a guadagnarsi posizioni molto elevate nelle classifiche internazionali di settore. Nell’era del digitale, il Paese sta però ripensando il proprio modo di insegnare, con l’obiettivo di porvi al centro competenze e materie: non è raro, infatti, incontrare classi che lavorano sempre più spesso con strumenti multimediali di ultima generazione, imparando la storia comparata attraverso il confronto, per esempio, tra le terme dell’antica Roma e le moderne Spa, oppure disquisendo sull’architettura e gli scopi degli stadi contemporanei rispetto al Colosseo. Altrettanto frequente è l’utilizzo di stampanti 3D per elaborare modelli che verranno poi utilizzati in attività o giochi con i compagni di classe. E la differenza con una classica lezione di storia antica è lampante: in questo caso i ragazzi acquisiscono abilità tecnologiche, di ricerca e comunicazione, e sviluppano ottime capacità interpretative in ambito culturale. Ogni gruppo di lavoro diventa esperto su quel tema, che verrà poi presentato e condiviso con il resto della classe – un metodo di lavoro che non sostituisce, ma affianca, le lezioni “normali”.

Da oltre vent’anni la Finlandia gode di ottima reputazione quando si parla di educazione e la capacità del Paese di formare studenti competitivi che non cominciano la scuola dell’obbligo prima dei 7 anni, hanno orari scolastici ridotti, vacanze più lunghe, pochi compiti a casa e nessun esame ha a lungo affascinato esperti e formatori in tutto il mondo. Nonostante ciò, la Finlandia sta rivoluzionando questi parametri, convinta che in un mondo che va digitalizzandosi a velocità esponenziale sia di vitale importanza non relegare l’apprendimento agli strumenti fino ad ora più noti e utilizzati (libri, lavori di gruppo): dall’agosto dello scorso anno è diventato infatti obbligatorio per le scuole finlandesi un insegnamento che favorisca la collaborazione, assieme alla scelta da parte di ogni studente di un tema che senta particolarmente rilevante, in modo da organizzare il resto del lavoro attorno a questo focus. Lo scopo di questa nuova didattica, conosciuta come PBL – Phenomenon Based Learning, è quello di dotare studenti e studentesse delle competenze necessarie per “fiorire nel 21esimo secolo” (Kirsti Lonka), diventando persone capaci di identificare quelle fake news di cui tanto si parla ultimamente, di evitare le trappole del cyber bullismo e di acquisite abilità tecniche basilari come installare un antivirus, un nuovo software o una stampante.

Se tradizionalmente l’apprendimento è diventato una lista di materie e di fatti da conoscere/imparare, nei casi migliori edulcorati da qualche nozione di cittadinanza, nella vita reale il nostro cervello non è costruito a compartimenti che ricalchino le varie discipline. Pensiamo invece in maniera olistica, e se ragioniamo sui problemi che affliggono il mondo contemporaneo (crisi globali, migrazioni, economia, era della post-verità) ci rendiamo presto conto che, se non li abbiamo noi, non stiamo nemmeno dando ai nostri figli gli strumenti per gestire la complessità di un mondo come quello in cui stanno crescendo. Accompagnare le generazioni di domani a credere che il mondo sia semplice e che, se imparano alcune nozioni fondamentali, siano “pronti per partire”, è un errore che potrebbero non perdonarci. Imparare a pensare e a capire sono invece abilità fondamentali e necessarie, che rendono il processo di apprendimento divertente, mentre promuovono benessere e fiducia in se stessi e nelle proprie capacità di leggere la realtà. E questo succede fin da piccoli, soprattutto andando a scuola, e soprattutto quando la scuola “ha il profumo di casa”. Per esempio come nell’Istituto comprensivo di Hauho, 40 minuti a nord di Hameenlinna: si lasciano le scarpe all’entrata, in alcune classi le sedie sono fitness balls, sulle porte sono fissate barre per le trazioni e i docenti vivono con scioltezza l’utilizzo dei cellulari in classe come opportunità di apprezzarne l’utilizzo quali strumenti di ricerca, non semplicemente come mezzi per comunicare con gli amici.

Non tutti però condividono questo approccio, temendo soprattutto un abbassamento degli standard raggiunti, e ovviamente l’idea che sottende al sistema PBL non nasconde alcune criticità: una di queste è il timore che non fornisca agli studenti un solido background che permetta loro di affrontare poi lo studio di determinate materie in maniera più approfondita. Potrebbe essere inoltre causa dell’aumento del divario tra studenti più e meno abili, un gap che in Finlandia, storicamente, è sempre stato molto contenuto: questa metodologia si dimostra infatti ottimale per gli studenti più brillanti, capaci di riconoscere il valore di questo tipo di educazione e di astrarre competenze da esperimenti concreti. Permette loro la libertà di imparare secondo la propria andatura e di fare il passo successivo al momento in cui si sentono pronti. Ma per gli alunni meno capaci di autogestirsi, questo approccio lascia troppa libertà quando invece avrebbero bisogno di una guida più forte che però, in alcuni casi, rischia di avere meno skills digitali dello studente che dovrebbe supportare.

La domanda che viene spontanea è allora: perché questo desiderio di cambiare la struttura di un sistema educativo che già ottiene ottimi risultati così come è attualmente impostato? Anneli Rautiainen, della Finland’s national agency for education, si rende conto delle preoccupazioni che possono emergere e ci tiene a sottolineare che questi cambiamenti vengono introdotti gradualmente, in modo da incoraggiare gli insegnanti a lavorare in questo modo e i ragazzi a farne esperienza. Nessun cambio di rotta radicale e improvviso quindi, ma il tentativo di includere alcune competenze nel modo di imparare a cui si è abituati. E quanto ai risultati?

Per il momento è ancora presto per valutare l’efficacia di questa correzione di rotta, ma di certo qualche caratteristica da segnalare della scuola finlandese c’è: gli insegnanti sono molto rispettati e la professione ben remunerata; il sistema scolastico è altamente centralizzato e la maggior parte delle scuole sono finanziate da fondi pubblici; i giorni di scuola sono brevi e le vacanze estive si stendono su 10 settimane; la media di studenti per scuola è di 195 alunni, 19 per classe circa; la popolazione è per lo più omogenea e a livello nazionale si rispettano profondamente attività come l’insegnamento e la lettura; e come altre nazioni, anche la Finlandia negli ultimi anni sta affrontando sfide significative in ambito finanziario e sociale (soprattutto per quanto riguarda i fenomeni migratori). Se per ora sembra che i cambiamenti introdotti riscuotano l’approvazione di ragazzi e genitori, il gradimento non è sufficiente a fare di questo approccio una certezza. Viene d’altronde spontaneo provare a immaginare se una virata analoga potesse funzionare anche in altri Paesi, compresa l’Italia, dove alcuni esperimenti in questo senso vengono messi in pratica, anche se per lo più da scuole private e su scala decisamente minore. Probabilmente una diffusa diffidenza nei confronti di un’innovazione didattica che non ha ancora dato risultati monitorati e chiari è tra le cause principali, senza contare che replicare un modello di questo tipo significa avere a disposizione insegnanti motivati con un’ampia capacità di supportare le attività proposte e dirigenti scolastici con significative capacità gestionali/organizzative per affrontare il cambiamento, caratteristiche non scontate nel mondo della scuola di oggi. Non ci resta che attendere per avere maggiori elementi, tenendo però presenti i riscontri fino ad ora ottenuti: decisivo miglioramento nel lavoro di squadra, nella comunicazione e nell’autogestione del lavoro.

Numero chiuso e istruzione universitaria di qualità

05.09.2017 Davide Schmid

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Numero chiuso e istruzione universitaria di qualità
Università Statale di Milano (Foto di Massimo Mantellini, Flickr)

Dopo aver completato la triennale in Scienze Politiche a Milano, ho continuato a studiare in Inghilterra e ora sto finendo un dottorato all’università di Sheffield. Posso quindi intervenire nel dibattito sul numero chiuso all’università in Italia portando la mia esperienza nei due Paesi.

Sono contrario al numero chiuso, ma credo che questa opposizione vada assolutamente abbinata a una campagna per un maggiore investimento nell’università e a una riforma che punti a smantellare il “baronato” e tutte le strutture di potere nel mondo accademico. Il problema delle risorse e della qualità dell’educazione è reale, ma non si risolve semplicemente limitando l’accesso e rendendo l’università più elitaria.

Ho sempre trovato criticabile come metodo di selezione l’idea di introdurre un esame di ingresso, o di limitare l’accesso a seconda del voto preso all’esame di maturità. Molte persone conosciute durante la triennale, che hanno poi continuato con successo la carriera universitaria, forse non sarebbero riuscite ad accedervi altrimenti. Inoltre, un esame di ingresso potrebbe sfavorire gli studenti provenienti dagli istituti tecnici, spesso appartenenti a classi più svantaggiate, e impedirne di fatto l’accesso all’università.

Il modello inglese che ho potuto conoscere da vicino in questi anni ha una base elitaria, con una fascia molto ristretta di università di qualità (con maggiori fondi a disposizione) e, poi, varie università di livello via via inferiore. È in sostanza una riproposizione del modello classista della società del Regno Unito all’interno del sistema universitario stesso.

Quello inglese è un sistema che mostra tutte le contraddizioni di un’università mercificata e organizzata intorno a criteri di produttività e rendimento. Sicuramente rispetto all’Italia e ad altri sistemi continentali più tradizionali è più dinamico, dispone di maggiori fondi e offre migliori possibilità agli accademici giovani. D’altra parte prevede però un regime di disciplina molto forte: tutti gli studenti sono sotto pressione per produrre ricerche di alto livello e stressati per i numerosi compiti legati all’insegnamento, alla ricerca e alle questioni amministrative. Poi, si sta diffondendo una crescente precarizzazione dell’impiego, rispetto anche solo a un decennio fa: un numero sempre maggiore di posizioni sono per uno o due anni – a volte anche per un solo semestre – invece che a tempo indeterminato. E tutto questo si regge infine su tasse universitarie molto alte, sull’indebitamento degli studenti per accedere all’università e sulla forte commercializzazione del mondo universitario. L’esempio più eclatante in questo senso sono gli Stati Uniti, dove le università sono diventate compagnie di investimento a pieno titolo che gestiscono portafogli immobiliari vastissimi e considerano l’insegnamento quasi un’attività secondaria.

Il modello italiano, abbastanza orizzontale e universale – almeno in teoria – va difeso perché rappresenta un’idea più inclusiva e meno competitiva di insegnamento universitario. In questo senso bisognerebbe facilitare l’accesso agli studenti lavoratori, introdurre lezioni serali e altre misure simili.

Per alcune facoltà specialistiche come medicina, o per altre dove l’insegnamento richiede strumentazioni molto sofisticate e costose (ingegneria, chimica, eccetera) il numero chiuso più essere effettivamente una necessità; ma nelle facoltà umanistiche l’unico limite mi pare sia costituito dal blocco delle assunzioni e dalla mancanza di posti di insegnamento per ricercatori e precari. In questo ambito non vedo giustificazioni al numero chiuso: molto meglio investire per assumere ricercatori e insegnanti e magari mandare in pensione qualche barone.

Insomma, invece di idealizzare il modello anglo-sassone, l’Italia dovrebbe proteggere e incentivare un’istruzione universitaria pubblica, inclusiva e di qualità.

Storico: Israele, la Corte Suprema esaminerà una causa sulla Commissione per l’Energia Atomica

04.09.2017 Angelo Baracca

Storico: Israele, la Corte Suprema esaminerà una causa sulla Commissione per l’Energia Atomica
Negev Nuclear Research Center , immagine satellitare, 1960 (Foto di GlobalSecurity.org)

Mesi fa 108 ricorrenti presentarono una causa legale che chiedeva che venga stabilita una legislazione che regoli le funzioni della Commissione per l’Energia Atomica Israeliana (IAEC), i suoi ruoli, autorità, forma di organizzazione e gestione, e per chiedere il controllo delle sue attività e dei suoi impianti. In qualsiasi paese democratico è una cosa ovvia, un settore così importante non può essere lasciato al completo arbitrio del governo.

Infatti l’IAEC fu creata nel 1952, ma i suoi ruoli e i metodi di controllo delle attività non sono mai stati regolati da una legge: essi furono stabiliti con ordini amministrativi segreti, emessi dall’allora Primo Ministro David Ben-Gurion, e in seguito con una serie di decreti governativi pure segreti. La Commissione si occupa di temi che riguardano la salute e la sicurezza dei cittadini israeliani, compresi la sicurezza nucleare, l’autorizzazione degli impianti e delle attività, il trattamento delle scorie nucleari (pensiamo alle vicende e le contestazioni del progetto di deposito nucleare nazionale in Italia), oltre ad essere consulente del governo per la politica nucleare.

È appena il caso di ricordare che Israele non ha mai ammesso ufficialmente e pubblicamente l’esistenza del suo arsenale nucleare, e non ha aderito al Trattato di Non Proliferazione: che cosa accadrebbe in qualsiasi altro paese che tenesse segreto ai suoi stessi cittadini il proprio arsenale nucleare?

Il governo israeliano aveva chiesto alla Corte Suprema di rigettare totalmente la causa, senza nessuna udienza, sostenendo che la Corte Suprema non ha l’autorità di ordinare al primo ministro di legiferare. Ma la Corte ha respinto la posizione del governo: questa è la prima volta nella storia dello Stato di Israele che una corte esercita una critica legale sulla IEAC e le sue attività. Durante l’udienza i giudici si occuperanno dei regolamenti più segreti dello Stato di Israele, e decideranno se essi sono soddisfacenti e se consentire al governo di continuare ad usarli, oppure accettare la richiesta dei ricorrenti di stabilire una legislazione che regoli le operazioni e consenta un reale controllo.

Shimon Dolev, Direttore del Movimento Israeliano per il Disarmo, ha dichiarato che “il solo fatto che la Corte Sprema esaminerà questo caso è una vittoria. … Speriamo che a seguito di ciò, sia che vinciamo o che perdiamo, avremo alla fine una discussione vera sulla natura del controllo della IAEC e delle sue strutture. Questa non è la fine del ‘regno del segreto’, l’ambiguità nucleare di Israele non cambierà, ma la sicurezza dei cittadini deve essere tenuta in conto più della convenienza dello Stato e della Commissione”.

Si tenga presente che la IAEC ha il compito di controllare che il reattore nucleare di Dimona operi secondo la legge e non in segreto: il reattore fa parte del centro segreto nel deserto del Negev in cui è stato sviluppato l’arsenale nucleare di Israele.

Anche il Prof, Avner Cohen, dell’Istituto Internazionale Middlebury di Monterrey, autore del libro Israel and the Bomb (1998), ha riconosciuto la novità senza precedenti di questa udienza, perché la Corte Suprema riconosce che la situazione attuale è altamente problematica.

#Cristianinmoschea: partono le #FestedelDialogo in Italia e in Terra Santa

 

03.09.2017 Co-mai Comunità del Mondo Arabo in Italia

#Cristianinmoschea: partono le #FestedelDialogo in Italia e in Terra Santa

Si chiamano #FestedelDialogo: sono un insieme di appuntamenti dedicati alla conoscenza, al dialogo, all’informazione e alla pace nel mondo, per contrastare con la forza dell’unione l’ignoranza, la paura, il pregiudizio e il terrorismo. Si svolgeranno in tutte le regioni Italiane e in Terra Santa a partire dal 1° settembre, giorno della festa musulmana dell’Eid, sino all’11 del mese presso moschee, chiese e centri culturali. L’iniziativa, che punta al coinvolgimento dei fedeli appartenenti alle diverse religioni, è lanciata dalle Comunità del Mondo Arabo in Italia (Co-mai), dal Movimento Internazionale “Uniti per Unire” e dalla Confederazione Internazionale #Cristianinmoschea; è maturata a seguito del grandissimo successo e messaggio costruttivo degli eventi #Musulmaninchiesa e #Cristianinmoschea dell’ 11 e 12 Settembre 2016, giunti ora alla seconda edizione, e nati con lo stesso obiettivo: costruire ponti di pace, favorire il dialogo e accrescere l’informazione sulla convivenza di culture e religioni diverse, guardando “alle cose che uniscono e non a quelle che dividono”.

Ad oggi, In Italia, il programma delle adesioni alle #FestedelDialogo è ricco e vario, secondo quanto riferito dai coordinatori regionali  Co-mai e  #Cristianinmoschea:

Il 1° settembre, tutte le moschee italiane  per la Festa dell’Eid, che si festeggia dopo la preghiera della mattina, accoglieranno i visitatori  di tutte le nazionalità e le religioni. Tra le tante iniziative locali, la Comunità islamica di Trieste condivide questa festività dalle ore 8.30 presso “Pala Trieste”, in V. Flavia n. 3; nella stessa giornata, a Napoli, alle ore 9.00 è condivisa la preghiera del mattino con i visitatori di tutte le fedi in Piazza Garibaldi e a Bari la preghiera del mattino diviene una preghiera comune presso il Centro Islamico di Puglia in V. Cifarelli n. 28; a Forlì la Grande Moschea sita in via Ravignana apre le porte per condividere la preghiera del mattino; a Roma la Moschea di El Fath, in Via della Magliana n. 77, condivide questa festività con due preghiere alle ore 8.00 e alle ore 9.00. Nel Lazio la preghiera condivisa ci sarà anche per la Moschea Dar al Islam in V. dell’Esercito n.58 alle ore 8.00, e per la Moschea di Ostia, con doppia preghiera, alle ore 8.00 e alle ore 9.00 in Via Isola Salomone; così come a Perugia, alle 8.30, il Centro Islamico di Perugia di V. Carattoli n.11/13 festeggia l’Eid all’insegna del dialogo. La preghiera è condivisa anche al Centro Islamico Assalam di Corciano (Perugia), in V. Ponchielli n. 35; nelle Marche l’Eid a porte aperte è previsto anche per il Centro Culturale della Misericordia a Fabriano, in V. Cavallotti n. 84, a partire dalle 8.30, mentre il Centro Culturale Al Huda di Jesi lo festeggia presso la palestra Carbonari alle 9.00. La Moschea di Forlì, in V. Bassetti, il 2 settembre organizza un evento di preghiera comune a partire dalle 17.00, col coinvolgimento delle autorità; in Lombardia la Moschea aderisce festeggiando l’Eid con una preghiera condivisa presso la Moschea di Segrate (Milano) in V. Cassanese n.3 e con un pranzo dalle ore 12.00 presso Autasi Onlus in V. Alberto da Giussano n.3, a Cinisello Balsamo (Milano).

Tra il 4 e il 5 settembre, poi, si svolgeranno una serie di incontri dedicati al dialogo organizzati dal Centro culturale Mecca di Torino; il 10 settembre è la volta di Roma, dove il Vescovo anglicano Luis Miguel Perea Castrillon, Vice Presidente della Confederazione #Cristianinmoschea, organizza con Foad Aodi, Presidente di Co-mai e Uniti per Unire, un incontro a porte aperte con il coinvolgimento di autorità e rappresentanti delle Comunità, presso l’Istituto delle Suore Oblate del S.Cuore Di Gesù, in V. del Casaletto n.128, alle ore 17.00; nella stessa giornata, dalle ore 10.00 alle ore 15.00, a Fabriano, nelle Marche, si svolgeranno iniziative congiunte presso il Centro Culturale della Misericordia, in V. Cavallotti n. 84.

In data 11 settembre, le iniziative si concluderanno con una festa presso la Moschea Assalam di Reggio Emilia, in V. Flavio Gioia n. 7/9, che durerà tutto il giorno, dalle 10.00 alle 20.00.

Partecipano all’iniziativa anche Imam, moschee e centri culturali di altre regioni, tra le quali Lombardia, Lazio, Umbria, Campania e Sicilia. Eventuali iniziative che si aggiungeranno al calendario saranno divulgate dal nostro ufficio stampa nazionale o dai coordinatori regionali della Confederazione #Cristianinmoschea e della Co-mai. Parallelamente, anche in Terra Santa, sono portate avanti varie iniziative per le #Festedeldialogo.

Il Prof. F. Aodi, fondatore di Co-mai e #Cristianinmoschea e Focal Point per l’Integrazione in Italia per l’Alleanza delle Civiltà UNAoC , a conclusione della missione “Pace, dialogo, conoscenza e informazione in Terra Santa”, che l’ha visto incontrare Rabbini, Imam e altre figure chiave del dialogo inter religioso, ha aperto presso il Comune di Taiba, davanti a una platea di 500 donne musulmane, ebree e cristiane, il Convegno dedicato alla pace e al Dialogo organizzato dal Movimento Women Wage Peace.  “Ringrazio la stampa che ci ha seguito”, ha dichiarato, “ma ancora di più i rappresentanti di Women Wage Peace che ci sostengono e hanno risposto positivamente al nostro appello. Siamo lusingati – prosegue – che in Terra Santa, la culla delle tre grandi religioni, venga portato avanti il messaggio delle #FestedelDialogo. Senza troppe parole vogliamo dimostrare che possiamo costruire insieme ponti di pace, contro l’ignoranza, l’odio religioso e il terrorismo che miete vittime in Europa e in Medio Oriente. Sono fiero di questa onda popolare, al femminile, colorata da tutte le religioni, che si muove dal basso per costruire la pace in Terra Santa. Siamo tutti stanchi delle guerre e degli scontri: la politica deve cambiare agenda, a favore della pace”.

Hanno partecipato al Convegno, oltre al Sindaco di Taiba, Avv. Sohaa Mansour, il Presidente della Lista Unitaria Araba, On. Ajman Odeh; Marie Lyne Smadja e Susan Abed, rappresentanti locali e nazionali di Women Wage Peace, che hanno apprezzato quest’onda di riformismo, di dialogo tra le religioni, che parte da Gerusalemme e da Nazaret.

Tra le iniziative in programma in Terra Santa: per il 1° settembre, numerose moschee, imam, rabbini, sindaci, giornalisti, intellettuali e associazioni aderiscono alle #Festedeldialogo. Tra i principali: l ‘Imam della città di Jajulia, Jaber Jaber, organizzerà una preghiera comune presso lo stadio, che unirà migliaia di fedeli delle tre moschee in loco;  l’11 settembre, Shazarahel, Vice Presidente della Confederazione Internazionale Laica Interreligiosa  e Coordinatrice del Dipartimento #DonnedelDialogo di Uniti per Unire in Terra santa, insieme al Rabbino Rav Mordekhai Chriqui organizzerà (ore 18.00) una preghiera presso l’Istituto “Ramhal” di Gerusalemme, che sarà videoripresa e trasmessa in diretta su Facebook. In questa occasione sarà lanciato l’evento di portata storica – promosso da Foad Aodi – #Musulmaninsinagoga, la cui organizzazione è prevista nei prossimi mesi e che unirà elementi di tutte le religioni, sulla base del principio che tutti i luoghi sono sacri e aperti a tutti,  senza muri, ma con ponti di pace.

Oltre al Movimento Women Wage Peace, aderiscono alle #FestedelDialogo anche: il Sindaco di Taiba (che propone d’ intensificare la collaborazione con Co-mai e Uniti per Unire), la Preside e la Vice Preside della scuola “Ajyal” di Jaljulia, rispettivamente Fidaa Aodi e Hala Aodi. Con questa scuola, Foad  Aodi si propone di lavorare per intensificare lo scambio attraverso la collaborazione “Scuola, istruzione, conoscenza e dialogo interreligioso”. Anche i giovani e gli studenti delle scuole e gli università in Terra Santa saranno coinvolti per le #Festedeldialogo: la settimana prossima, Shazarahel visiterà questa scuola, con l’obiettivo di organizzare eventi di sensibilizzazione rivolti ai giovani ebrei, musulmani e cristiani.

“Qui in questi giorni stanno avvenendo tanti piccoli-grandi miracoli e proprio a partire “dal basso” dichiara Shazarahel. “Il problema del conflitto – aggiunge – nasce dal fatto che, in effetti, si vive nel medesimo territorio e tuttavia non ci si conosce se non attraverso stereotipi e pregiudizi alimentati dalla propaganda politica. Bambini ebrei e musulmani non si sono mai potuti conoscere davvero. Si tratta di mondi chiusi ed ermetici, di vasi non-comunicanti. Se vogliamo risanare gli odi e le paure, dobbiamo fare in modo che le persone si incontrino e imparino a conoscersi”.

 

Los Angeles sostituirà il Columbus Day con l’Indigenous Peoples Day

02.09.2017 Democracy Now!

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Los Angeles sostituirà il Columbus Day con l’Indigenous Peoples Day
(Foto di https://www.facebook.com/SFIPD/)

Mercoledì 30 agosto il Consiglio Comunale di Los Angeles City ha deciso di eliminare il Columbus Day dal calendario delle celebrazioni cittadine e di sostituirlo con una giornata di vacanza dedicata ai popoli indigeni, riconoscendo il genocidio avvenuto con la colonizzazione europea delle Americhe.

Con questo voto quasi unanime (14 consiglieri favorevoli e 1 contrario), il secondo lunedì di ottobre commemorerà i “popoli indigeni, aborigeni e nativi”. Cristoforo Colombo è stato a lungo criticato per aver massacrato e ridotto in schiavitù il popolo indigeno degli Arawak e per aver aperto le Americhe alla colonizzazione europea.

Diverse altre città americane — tra cui Seattle, Portland, Albuquerque, San Fernando e Denver — hanno già sostituito il Columbus Day con l’Indigenous Peoples Day.

 

L’Aachen Friedenspreis assegnato ai NO MUOS

01.09.2017 Redazione Italia

L’Aachen Friedenspreis assegnato ai NO MUOS
(Foto di http://www.nomuos.info)

Il 1° settembre 2017 alle 19 è prevista ad Aquisgrana la consegna ufficiale del prestigioso Aachener Friedenspreis (Premio di Aquisgrana per la pace) al Movimento No Muos.

L’Aachener Friedenspreis è il più ambito riconoscimento europeo per la pace, che dal 1988 si assegna ogni anno in Germania e prevede due sezioni: una tedesca e l’altra internazionale.

L’8 maggio 2017, nel corso della consueta conferenza stampa ad Aquisgrana, è stato dato l’annuncio che per quest’anno il premio sarà assegnato a noi No MUOS.

Nell’esprimere tutta la nostra soddisfazione per l’importante riconoscimento internazionale conseguito, ribadiamo la validità di un impegno che dura da molti anni, caratterizzato da iniziative di ogni tipo, dall’informazione all’azione, con conferenze, azioni legali cortei, e occupazioni delle antenne della base USA, l’invasione della stessa, i blocchi stradali. Il tutto grazie al consenso popolare che questa lotta si è saputa conquistare e ai valori di auto-organizzazione, indipendenza, partecipazione dal basso e solidarietà alla base di questo impegno.

L’assegnazione del Premio per la Pace è un incoraggiamento a proseguire la battaglia contro la militarizzazione della Sicilia e del Mediterraneo, contro i micidiali respingimenti di migranti di Frontex e dei governi europei, contro le guerre imperialiste che insanguinano il pianeta, delle quali il sistema MUOS, con le sue quattro stazioni sparse nel mondo, di cui una a Niscemi, è uno strumento essenziale.

La nostra resistenza continuerà fino a quando le antenne NRTF e le parabole del MUOS non verranno smontate, fino a quando Sigonella e tutte le altre basi USA in Sicilia non verranno smantellate. La Sicilia non vuole più essere una piattaforma militare al centro del Mediterraneo, ma una terra di pace, di accoglienza, e di benessere per chi ci vive.

Movimento NO MUOS

http://www.nomuos.info

C’erano una volta gli Yazidi del Sinjar

31.08.2017 Unimondo

C’erano una volta gli Yazidi del Sinjar
(Foto di Foto: https://www.flickr.com/photos/dfid/14915495042/)

Nadia Murad è una giovane ambasciatrice delle Nazioni Unite di origine curda e di culto yazida che lavora per la pace e i diritti delle vittime di tratta delle persone ed è stata a sua volta vittima dell’Is nell’agosto del 2014, quando venne rapita insieme a molte altre donne dal villaggio di Kocho vicino a Sinjar, nel nordovest dell’Iraq. Portata a Mosul e acquistata come schiava da un uomo che aveva una moglie e una figlia, dopo il primo tentativo di fuga per punizione è stata stuprata da sei miliziani che la hanno tenuta in prigionia per tre mesi, fino a quando finalmente è riuscita a fuggire e a raggiungere la Germania.

Secondo dati dell’Onu in quell’estate circa 5.000 Yazidi che non erano in grado di fuggire o non volevano convertirsi all’Islam finirono uccisi e altri 430.000 riuscirono a fuggire dalle milizie dell’Is che miravano ad espellere e distruggere tutti gli Yazidi dalla regione del Sinjar. Un numero ancora imprecisato di donne e ragazze Yazidi sono state rapite, violentate, costrette a sposarsi o vendute nei mercati degli schiavi e solamente 900 di loro, come Murad, sono riuscite a fuggire. Oggi, mentre si stima che ci siano ancora circa 3.400 persone prigioniere dell’Is, in Germania vivono almeno 120.000 membri della più grande comunità yazida della diaspora, 5.000 dei quali nell’area di Bielefeld, dove in molti si sono rifugiati a causa delle persecuzioni religiose subite già a partire dagli anni ‘80.

In occasione del terzo anniversario di quello che anche l’Unione Europea nel febbraio del 2016 ha definito un genocidio, l’Associazione per i Popoli Minacciati (Apm) e l’organizzazione umanitaria yazida con sede in Germania Hawar.help hanno chiesto alle istituzioni politiche tedesche ed europee di aiutare tutti i sopravvissuti di questo orribile crimine che si trovano ancora in uno stato di emergenza umanitaria. La richiesta riguarda il sostegno agli Yazidi che vivono ormai da molti anni in Germania perché possano sostenere direttamente la loro comunità religiosa rimasta in Iraq. Per Hawar “è urgente e necessario sviluppare progetti concreti di aiuti allo sviluppo per i profughi yazidi, soprattutto donne e bambini, come è già stato realizzato ad esempio nella regione della bassa Sassonia e del Baden-Württemberg con l’assistenza psicologica a gruppi di donne traumatizzate. I profughi, inoltre, non hanno possibilità finanziarie e non sono al momento in grado di trovare i finanziamenti per la ricostruzione della loro terra d’origine”.

Per l’Apm si tratterebbe “di un gesto importante e non solo simbolico per mostrare ai sopravvissuti al genocidio la nostra vicinanza”. L’obiettivo a lungo termine degli Yazidi, invece, è quello di identificare i responsabili del genocidio e portarli davanti alla Corte Penale Internazionale dell’Aia. Già lo scorso marzo l’Apm si era appellata al presidente del Consiglio di sicurezza dell’Onu Matthew Rycroft per ottenere l’apertura di un’indagine della Corte per l’individuazione e il perseguimento del genocidio commesso contro gli Yazidi. “Per i sopravvissuti alle violenze commesse dal cosiddetto Stato islamico contro gli Yazidi e anche contro persone appartenenti ad altre minoranze è oltremodo avvilente vedere che i responsabili del genocidio e dei crimini di guerra restino impuniti mentre l’Is continua a pubblicare in rete le immagini di vecchie e nuove violenze” ha dichiarato l’Apm. Per i sopravvissuti il riconoscimento ufficiale di questo genocidio rappresenta la speranza di ottenere un domani, si spera non molto lontano, non solo giustizia, ma anche una qualche forma di autonomia amministrativa nella regione montuosa del Sinjar, la principale zona di insediamento degli Yazidi in Iraq.

Negli ultimi anni gli Yazidi, anche attraverso l’organizzazione americana Yazda, sono stati molto attivi nel cercare di diffondere la consapevolezza del genocidio subito dalla loro piccola comunità. Anche dall’altra parte dell’oceano hanno fatto appello alla Corte Penale Internazionale, come pure alle Nazioni Unite, nella speranza sia avviata la prima procedura internazionale contro lo Stato islamico con l’imputazione di genocidio. Per Murad “in ogni angolo del mondo è necessario che si sappia quello che ci è successo, in modo che il mondo si renda conto della sofferenza di più di 3.000 donne e ragazze che sono tuttora in schiavitù e vengono stuprate ogni ora e ogni giorno, del genocidio subito da una comunità pacifica e impotente, come pure del dolore di tutte le minoranze e di chiunque non condivida l’interpretazione dell’Islam portata avanti dallo Stato Islamico. La violenza contro le donne e i bambini deve finire, nessun’altra ragazza deve subire quello che ho subito io”. Per Murad, inoltre, è più che mai necessario “svegliare i giovani musulmani e renderli consapevoli della malvagità dello Stato Islamico, in modo che nessuno più si unisca ad esso. Voglio che il mondo sappia che lo Stato Islamico non rappresenta alcuna religione, ma rappresenta il male. E in questo modo sento di fare qualcosa, di resistere al nemico, ed è qualcosa di più utile che piangere e compiangermi in una stanza”.

Al momento il riconoscimento da parte dell’Unione Europea del genocidio dell’Isis contro gli Yazidi e i cristiani e altre minoranze religiose ed etniche è positivo ma non basta: “Yazda e la comunità degli Yazidi accolgono questo riconoscimento del genocidio da parte dell’UE e sperano che possa essere il primo passo verso la fine delle sofferenze delle minoranze religiose in Iraq e in Siria” – ha spiegato Murad Ismael, co-fondatore e direttore esecutivo di Yazda. “Ma il linguaggio della risoluzione, per quanto riguarda la parte concernente gli Yazidi, non rende conto della portata effettiva del nostro genocidio. I numeri dei rapiti che vengono riportati sono assai lontani da quelli reali. La risoluzione non fa menzione in grande dettaglio degli stupri sistematici, delle conversioni forzate, degli sfollati. Yazda chiede che la risoluzione sia emendata in modo tale da riflettere il reale livello di sofferenza degli Yazidi”.  Secondo le Ong che operano in questa fascia di terra al confine tra l’Iraq e la Siria, sono ancora troppi gli esseri umani, per lo più donne e bambini, nella mani dell’Is e ancora nessuna forza militare è intervenuta per liberarli. Oggi chi, tra gli Yazidi, non è stato catturato da Isis o non è stato ucciso, è sfollato nei campi profughi e difficilmente riuscirà a tornare a casa. Il risultato è che le comunità sono ormai completamente abbandonate e il culto yazida (con Yazidi ci si riferisce erroneamente a questo popolo di etnia curda, ma il termine è relativo al culto che contiene in sé elementi di cristianesimo, Islam e zoroastrismo) sembra al momento cancellato da questo tentativo di pulizia etnica.

Alessandro Graziadei

Scrive Andrea Malavolti: L’Italia paga i trafficanti libici?

30.08.2017 Avanti On Line

Scrive Andrea Malavolti: L’Italia paga i trafficanti libici?
(Foto di http://www.amnesty.it)

L’accusa è netta e grave, in qualunque lingua la giri. «Rome paying Libyan traffickers to stem flow of Med refugees». Roma avrebbe pagato i trafficanti di esseri umani in Libia per fermare il flusso di migranti. Lo scrive Tom Kington dall’Italia riprendendo l’agenzia di stampa ‘Middle East Eye’ che cita ‘fonti libiche’. L’Italia è sospettata di aver pagato 5 milioni a trafficanti libici per fermare il flusso di migranti attraverso il Mediterraneo per un mese.

Sempre secondo il quotidiano conservatore britannico, ciò coinciderebbe con la diminuzione dell’86 per cento del numero di migranti partiti dalla Libia questo mese. Il report collega la notizia ad imprecisate ‘European intelligence agencies’ (un ‘piacerino’ non da poco, se confermato, ai colleghi italiani), e dice del pagamento di quei 5 milioni avvenuto dopo una riunione a Sabratha, a ovest di Tripoli, tra le spie italiane e membri della milizia Anas Dabbashi, che è coinvolta nella tratta di esseri umani. Il capo della milizia, Ahmed Dabbashi, avrebbe chiesto agli italiani anche un hangar per il suo quartier generale, per fermare il traffico.

Le rivelazioni giungono a ridosso della riunione chiave a Parigi tra i leader africani e l’UE sulla riduzione del flusso di migranti, e questa non sembra una ‘cortesia’ casuale. L’accusa è netta e grave, in qualunque lingua la giri. «Rome paying Libyan traffickers to stem flow of Med refugees». Roma avrebbe pagato i trafficanti di esseri umani in Libia per fermare il flusso di migranti. Lo scrive Tom Kington dall’Italia riprendendo l’agenzia di stampa ‘Middle East Eye’ che cita ‘fonti libiche’. L’Italia è sospettata di aver pagato 5 milioni a trafficanti libici per fermare il flusso di migranti attraverso il Mediterraneo per un mese. Sempre secondo il quotidiano conservatore britannico, ciò coinciderebbe con la diminuzione dell’86 per cento del numero di migranti partiti dalla Libia questo mese.

Il report collega la notizia ad imprecisate ‘European intelligence agencies’ (un ‘piacerino’ non da poco, se confermato, ai colleghi italiani), e dice del pagamento di quei 5 milioni avvenuto dopo una riunione a Sabratha, a ovest di Tripoli, tra le spie italiane e membri della milizia Anas Dabbashi, che è coinvolta nella tratta di esseri umani. Il capo della milizia, Ahmed Dabbashi, avrebbe chiesto agli italiani anche un hangar per il suo quartier generale, per fermare il traffico. Le rivelazioni giungono a ridosso della riunione chiave a Parigi tra i leader africani e l’UE sulla riduzione del flusso di migranti, e questa non sembra una ‘cortesia’ casuale.

Disoccupazione giovanile: deve suonare la sveglia

29.08.2017 Il Cambiamento

Disoccupazione giovanile: deve suonare la sveglia

Gli ultimi dati Eurostat danno l’Italia di quasi venti punti al di sotto della media europea per l’occupazione giovanile. E mentre il ministro del Lavoro, lo stesso del governo precedente che ci ha traghettati fin qui!) annuncia 2 miliardi di stanziamenti, Confindustria replica: ce ne vogliono 10. Intanto…

La percentuale dei giovani italiani che lavorano resta di quasi venti punti inferiore alla media europea. Nel 2016 – secondo gli ultimi dati Eurostat – in Italia era occupato il 29,7% delle persone tra i 15 e i 29 anni, un dato a una distanza ancora siderale dall’Unione Europea a 28 (48,2%). L’Italia fa meglio solo della Grecia (28,6%) mentre la Germania ha una percentuale di occupati tra i giovani del 58,2%.

La situazione si aggrava se si guarda alla fascia dei 25-29 anni ovvero quella nella quale, finiti gli studi, si dovrebbe entrare nel mondo del lavoro. In questa fascia in Italia lavora solo il 53,7% dei giovani, in crescita dal 52,2% del 2015, mentre nell’Ue lavora il 73,2%. In questa fascia di età l’Italia è il fanalino di coda con un dato peggiore anche della Grecia.

Intanto, di fronte a una tragedia che imporrebbe solo di impegnarsi in silenzio per agire veramente, il sottosegretario al Lavoro, Luigi Bobba, commenta in un’intervista a Radio 24: «Nella legge di bilancio faremo un intervento strutturale importante d’incentivi per favorire l’occupazione giovanile.  Ma si tratta d’ipotesi sul tavolo di lavoro, al momento non c’è nulla di definitivo. Questo è l’elemento prioritario su cui concentrarsi. L’ipotesi è quella di sgravi contributivi per tre anni per spingere le aziende a privilegiare l’assunzione dei giovani». Ma finora il governo, e i governi, in che direzione guardavano? Erano distratti da altro? O ci hanno distratto con altro?

Anche il ministro del lavoro Giuliano Poletti (che era ministro anche prima, con il precedente governo Renzi) suona la carica alla lettura dei datti, definendo come «plausibile» la creazione di 300 mila posti di lavoro. Lo ha fatto parlando da ospite al meeting di Rimini, quello dell’Amicizia fra i Popoli organizzato dalla Fondazione che fa capo a Comunione e Liberazione. A Rimini c’era anche il presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia, che invece ha criticato il governo sui provvedimenti che dovrebbero garantire maggior occupazione giovanile: “Due miliardi non bastano. Su un triennio occorre un’operazione da una decina di miliardi di euro per attivare 900.000 nuovi posti di lavoro per i giovani”..

E allora? Allora proviamo a guardare la cosa da una prospettiva differente, come ci insegna Andrea Strozzi, bioeconomista ed esperto di downshifting.

«In futuro non lavorerà nessuno. O quasi. E’ fondamentalmente su questa irreversibile tendenza che dovrebbe concentrarsi il dibattito politico ed economico di questi anni» scriveva poco più di un anni fa su Il Fatto Quotidiano, auspicando «un serio e sano dibattito sul reddito di cittadinanza» per scongiurare «l’altrimenti inevitabile implosione del paradigma capitalistico e offrendo ai cittadini – che per parte loro si dovranno impegnare a ridurre significativamente la sbornia consumistica – la possibilità di restare inclusi in un modo di vita almeno dignitoso».

Il reddito di cittadinanza «si può leggere come un meccanismo di ridistribuzione intertemporale» prosegue Strozzi. «Il mercato tradizionale, che si è arricchito sfruttando un meccanismo distorto, è chiamato a rifinanziare una maggiore equità distributiva. Lo vedo come un processo circolare. Per parte mia, adotterei meccanismi redistributivi ancora più “feroci”: non mi limiterei cioè al reddito di cittadinanza, ma mi spingerei a introdurre delle misure forzose per riequilibrare la distribuzione del reddito. Ma attenzione: i soldi non andrebbero presi da chi ne ha le tasche piene solo per finanziare il mercato dei cellulari o delle auto. Andrebbero invece usati per avviare iniziative socialmente virtuose e orientate alla tutela dell’ecosistema». Di cui tutti noi, giovani e vecchi compresi, facciamo parte. Basta, dunque, ragionare solo su crescita e miliardi; cominciamo a leggere i numeri, anche quelli della disoccupazione giovanile, in modo costruttivo per smetterla di suicidarci.