“Come osano” – Extinction Rebellion risponde all’accusa di terrorismo da parte della polizia

11.01.2020 – Extinction Rebellion

Quest’articolo è disponibile anche in: Inglese

“Come osano” – Extinction Rebellion  risponde all’accusa di terrorismo da parte della polizia
(Foto di Raphael Sanis – XR)

Come osano. I giovani di tutto il paese lottano disperatamente per un futuro. Insegnanti, nonni, infermiere hanno fatto del loro meglio, con amorevole nonviolenza, per convincere i politici e le grandi imprese a fare qualcosa per il terribile stato del nostro pianeta.

Ed è così che l’Establishment risponde. [1]

In un mondo di disinformazione, dove le menzogne viaggiano più velocemente della verità, non possiamo fare a meno di chiederci se questo sia stato un tentativo deliberato di mettere a tacere una causa legittima. Non sarebbe meglio se si concentrassero sui veri estremisti, sulle compagnie di combustibili fossili e su chi è al loro servizio?

Un numero record di persone nel Regno Unito ha espresso preoccupazione per l’emergenza climatica ed ecologica. La verità è venuta fuori. Il 2020 è l’anno in cui dobbiamo agire per salvare il nostro futuro.

L’ex sovrintendente capo della polizia Rob Cooper ha detto: “Trovo sorprendente che la polizia del sud-est dell’Inghilterra consideri Extinction Rebellion un gruppo estremista. XR è un gruppo nonviolento che lavora  per salvare il pianeta dall’inazione del governo e dall’emergenza climatica ed ecologica”.

Siamo grati al Guardian per aver portato alla luce tutto questo e speriamo che gli agenti nazionali antiterrorismo correggeranno questa ridicola decisione.

Se vogliono aggiungere qualcuno alla loro lista di gruppi estremisti, forse dovrebbero considerare la lobby dei combustibili fossili – sembrano molto efficaci nell’indottrinare i politici di tutto il mondo e nel permettere alle compagnie petrolifere, del gas e del carbone di ricevere enormi sussidi mentre il pianeta brucia.

L’ex sergente investigativo della polizia metropolitana Paul Stephens ha dichiarato: “Quando si sveglierà la polizia? L’emergenza climatica ed ecologica è la più grave minaccia alla sicurezza pubblica della storia. Più a lungo questo governo rimanderà il momento di affrontarla e continuerà a investire nei combustibili fossili, maggiore sarà il problema per la polizia.

“Chi non ha criticato il nostro sistema di governo negli ultimi anni? Siamo tutti estremisti?

“Non ho mai visto nessun membro di Extinction Rebellion incoraggiare la violenza in alcun modo e verso nessuno. Al contrario. Come ex ufficiale di polizia con 34 anni di esperienza, dubito seriamente dell’indipendenza politica di chi ha pubblicato questa sciocchezza.

Spero davvero che il programma “Prevent” (che punta a catturare chi si ritiene pronto a commettere atrocità, N.d.T) non sia stato usato come un modo per continuare le tattiche intimidatorie usate contro i manifestanti pacifici lo scorso ottobre.

Nota

[1] https://www.theguardian.com/uk-news/2020/jan/10/xr-extinction-rebellion-listed-extremist-ideology-police-prevent-scheme-guidance

LA TANTO DECANTATA “LIBERTÀ DI STAMPA” NEGLI USA

https://thegrayzone.com/2020/01/09/paypal-blocks-donations-iran/?fbclid=IwAR0B4miaPR2OaUMoojqgPgzDWaK9TI1gfJrNHywupIsP6zZyxYpEk_3PTPg

LA TANTO DECANTATA “LIBERTÀ DI STAMPA” NEGLI USA

Ben Norton, direttore di “The Grayzone”: ”A seguito dell’assassinio del principale generale iraniano Qassem Soleimani da parte del governo degli Stati Uniti , PayPal ha ritardato e bloccato piccole donazioni a The Grayzone che menzionavano la copertura di notizie di questo sito web sull’Iran.

Allo stesso tempo, il colosso dei social media Facebook ha censurato un video di Grayzone che riportava l’escalation del governo USA contro l’Iran e il suo alleato Hezbollah.

Nel 2010, PayPal ha congelato le donazioni a WikiLeaks , l’organizzazione giornalistica informatrice il cui editore Julian Assange è attualmente imprigionato e torturato . La società di servizi bancari online ha ino

ltre sospeso definitivamente l’account WikiLeaks.

Ora i siti web di giornalismo indipendente come The Grayzone stanno soffrendo di blocchi imposti da PayPal che sembrano direttamente collegati alle azioni aggressive di Washington in Medio Oriente.

Il 3 gennaio, un lettore ha provato a fare una donazione di $ 10 a The Grayzone tramite PayPal. Il piccolo donatore, un cittadino americano che vive in California, ha scritto il seguente messaggio per accompagnare la donazione: “Grazie per tutto il vostro eccellente lavoro e in particolare per la copertura di GrayZone sull’assassinio di Soleimani e sulla guerra con l’Iran. Siete così penetranti e brillanti. ”

Grayzone ha prontamente ricevuto un’e-mail dalla società tecnologica in cui affermava che la donazione era “in sospeso”. Il messaggio indicava: “Per rispettare le normative governative, PayPal è tenuto a rivedere determinate transazioni”.

Il giorno successivo, il piccolo donatore ha comunicato a The Grayzone di aver ricevuto un’email dal dipartimento di conformità di PayPal chiedendo che “fornissero le seguenti informazioni”:
“Una spiegazione del riferimento a ‘Iran’.

• Lo scopo di questo pagamento, inclusa una spiegazione completa e dettagliata di ciò che si intende pagare.

• Una ricevuta di vendita o altra documentazione relativa a questa transazione.

• Nome completo, indirizzo e posizione corrente del Beneficiario del pagamento. ”

Quindi, il 6 gennaio, PayPal ha notificato a The Grayzone che la donazione “è stata annullata”.

“Sono rimasto così colpito dalla vostra copertura dell’omicidio americano di Soleimani che vi ho fatto una donazione di $ 10 tramite PayPal e ho fatto commenti elogiativi sulla tua copertura degli avvenimenti che riguardano l’ Iran nella sezione commenti”, ha scritto il piccolo donatore a The Grayzone. “Oggi ho ricevuto il seguente messaggio da PayPal che mi chiedeva di visitare il loro sito e spiegare perché ho fatto riferimento all’Iran”.

Il sostenitore ha aggiunto: “Davvero? Sono ora soggetto a sorveglianza perché ho usato la parola “Iran”? Perché continuate a utilizzare PayPal che da molto tempo si è dimostrata l’ennesimo corporation totalitaria? ”

Il donatore ha dichiarato di aver deciso di chiudere il proprio conto PayPal, aggiungendo: “Non devo a PayPal una spiegazione del perché ho usato la parola” Iran “.”
L’incidente è strano. Ma non è stata l’unica volta in cui The Grayzone ha avuto difficoltà a ricevere donazioni.

Seconda donazione PayPal congelata in due giorni
Il 5 gennaio, The Grayzone ha ricevuto un altro messaggio da un lettore. Questo sostenitore ha affermato di aver cercato di dare $ 25 al sito web delle notizie, ma anche la società tecnologica ha bloccato la loro donazione.

La società ha inviato sia al donatore che a The Grayzone un messaggio che diceva: “Per rispettare le normative governative, PayPal è tenuto a rivedere determinate transazioni. Il pagamento che hai inviato è attualmente in fase di revisione e completeremo questo processo entro 72 ore. ”
Il donatore ha commentato: “Non mi è mai capitato che paypal fosse in ritardo in un pagamento o una donazione. Quindi questo sembra riguardare voi ragazzi. L’ACLU (American Civil Liberties Union), dovrebbe esaminare questo aspetto. In bocca al lupo!”

The Grayzone ha chiesto al sostenitore se aveva usato la parola “Iran” nel messaggio che accompagnava la loro piccola donazione. Ha risposto che l’aveva fatto..

“Stavo lodando il videocast di due ore molto informato e molto razionale che voi ragazzi avete trasmesso”, ha detto il donatore, riferendosi a una discussione di Grayzone sulla politica americana sull’Iran e sull’omicidio da parte del presidente Trump del sommo generale Qassem Soleimani.

Facebook censura il video di Grayzone che parla di Iran e Hezbollah
Mentre PayPal ha bloccato piccole donazioni a The Grayzone che menzionano la sua copertura in Iran, un’altra società di Big Tech sta censurando le notizie del sito Web di notizie su Iran e Hezbollah.

Il 9 gennaio, questo giornalista ha ricevuto un avviso su Facebook che la società aveva censurato un video giornalistico fattuale che conteneva discorsi pubblici tenuti dal leader supremo iraniano Ali Khamenei e dal segretario generale libanese di Hezbollah Hassan Nasrallah, che mostrava come avevano chiesto di proteggere i civili, mentre il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha avvertito che avrebbe attaccato siti culturali all’interno dell’Iran.
Il video non conteneva commenti o opinioni. Ha semplicemente presentato il video dei leader mondiali che parlano. Ma senza alcuna spiegazione. Facebook ha affermato che il nostro video ha violato le sue “Norme della community su individui e organizzazioni pericolosi”.
Grayzone ha contattato sia PayPal che Facebook con richieste di commento. Le società non hanno risposto al momento della pubblicazione.

Sembra che PayPal automatizzi il processo di revisione delle donazioni per assicurarsi che siano conformi alle sanzioni del governo degli Stati Uniti, evidenziando particolari parole chiave come “Iran”. Apparentemente, il dragnet dell’azienda è così ampio che ora sta reprimendo i giornalisti indipendenti che riferiscono sul Medio Oriente e fanno affidamento su donazioni per sostenere il loro lavoro.
Grayzone ha affrontato difficoltà simili questo agosto in Venezuela, che sta subendo un blocco economico del governo degli Stati Uniti, che ha portato alla morte di decine di migliaia di civili.

Quando un reporter di The Grayzone ha provato a pagare un cittadino venezuelano utilizzando l’app Zelle per il trasferimento di denaro, ha ricevuto un’e-mail dal dipartimento di conformità delle sanzioni della sua banca che richiedeva ulteriori informazioni sulla transazione, anche se si trattava di un pagamento a un civile venezuelano privato che non aveva affatto rapporti col governo.
Queste misure restrittive e apparentemente arbitrarie da parte delle grandi società tecnologiche mostrano come le sanzioni aggressive del governo degli Stati Uniti alle nazioni straniere stiano soffocando la libertà di parola e minacciando il giornalismo indipendente in patria.”

Preghiera del sabato

Salmi 89:28-29. .33-37

28 Gli conserverò la mia grazia per sempre,
il mio patto con lui rimarrà stabile.
29 Renderò eterna la sua discendenza
e il suo trono come i giorni dei cieli.

33 ma non gli ritirerò la mia grazia
e non verrò meno alla mia fedeltà.
34 Non violerò il mio patto
e non muterò quanto ho promesso.
35 Una cosa ho giurato per la mia santità,
e non mentirò a Davide:
36 la sua discendenza durerà in eterno
e il suo trono sarà davanti a me come il sole,
37 sarà stabile per sempre come la luna;
e il testimone ch’è nei cieli è fedele». [Pausa]

La miniera di carbone Adani è un sacrilegio in terra indigena

10.01.2020 – Associazione per i Popoli Minacciati

La miniera di carbone Adani è un sacrilegio in terra indigena
(Foto di Joegoauk Goa via Flickr (CC BY-SA 2.0))

La controversa miniera di carbone del gruppo indiano Adani, che si dovrebbe realizzare nello stato australiano del Queensland, violerebbe i diritti dei popoli indigeni. L’Associazione per i Popoli Minacciati (APM) fa notare che parte di quella che sarà la più grande miniera di carbone al mondo si trova su terreni appartenenti alle tribù Wangan e Jagalingou. Le due tribù combattono il progetto dal punto di vista legale da decenni.

Se la miniera dovesse entrare in funzione come previsto, l’impatto sulle tribù Wangan e Jagalingou sarà catastrofico, poiché l’inquinamento diretto causato dal funzionamento della miniera non inquina solo il loro habitat. Il gestore della miniera prevede di prelevare 12,5 miliardi di litri d’acqua all’anno dal vicino fiume Suttor. Inoltre l’estrazione del carbone si svolgerà in parte in terra sacra, le cui piante e animali sono culturalmente estremamente importanti per queste persone. È uno scandalo che lo Stato abbia cancellato ai Wangan e i Jagalingou i titoli che garantivano loro il possesso delle loro terre ancestrali.

L’Australia ha ratificato la Dichiarazione delle Nazioni Unite sui diritti dei popoli indigeni nel 2009. Questa stabilisce chiaramente che le popolazioni indigene interessate devono dare il loro previo consenso esplicito a qualsiasi intervento nel loro territorio ancestrale. Poiché ovviamente non è stato dato nessun consenso da parte delle due tribù, lo stato del Queensland sta violando la dichiarazione ONU sui popoli indigeni.

La miniera Adani estrarrà carbone dal bacino Galileo. I combustibili fossili come il carbone sono in gran parte responsabili del cambiamento climatico causato dall’uomo. Gli enormi incendi che attualmente infuriano nel continente australiano sono in buona parte riconducibili al cambiamento climatico. In questa situazione, la progettazione della più grande miniera di carbone al mondo, che consumerebbe anche miliardi di litri d’acqua ogni anno, è stata oggetto di aspre critiche internazionali. Gli esperti si aspettano inoltre che anche la vicina Grande Barriera Corallina, già colpita dal cambiamento climatico, venga ulteriormente inquinata dal funzionamento della miniera. A causa di sempre più numerose posizioni internazionali contrarie, anche la Siemens AG, che inizialmente voleva sostenere il progetto, ha sospeso il suo previsto coinvolgimento.

Milano, protesta per la distruzione del Parco Bassini

09.01.2020 – Thomas Schmid

Milano, protesta per la distruzione del Parco Bassini
(Foto di Fridays for Future Milano)

Un corteo promosso dal Comitato Salviamo il Parco Bassini con centinaia di manifestanti, fiaccole e carri pieni di rami provenienti dagli alberi tagliati, è partito oggi alle 17 dal parco in zona Lambrate, per concludersi in Piazza Scala, dove rami e tronchi sono stati lasciati davanti all’ingresso di Palazzo Marino.

Una settimana fa il Politecnico, con il benestare del Comune, aveva iniziato il taglio di ippocastani e platani secolari nel parco per far posto a un nuovo edificio del Dipartimento di Chimica, impedendo l’accesso ai manifestanti con un massiccio intervento delle forze di polizia e carabinieri.

Tagliati gli alberi, resta comunque il suolo da difendere, che non è semplicemente un luogo per parcheggiare la macchina o costruire edifici. I manifestanti chiedono che il Parco Bassini rimanga un’area verde non edificata e che il Comune di Milano vieti la costruzione di nuovi edifici su tutte le aree verdi della città.

L’ipocrisia del Sindaco Sala è scandalosa: da un lato si proclama paladino del verde dichiarando l’emergenza climatica e ambientale, dall’altro procede a grandi passi con il consumo di suolo in aree su cui mai prima si era costruito.

Foto di Emanuele Regalini, Fridays for Future Milano e Thomas  Schmid

Ripristinato il dominio ventennale www.ecumenici.it , tolto alle ideologie delle Chiese per il suo significato originario — Quaccheri cristiani ecumenici per fare il bene

Il disturbatore era riuscito nel 2019 a toglierci il dominio, per noi storico. per dispetto non avendolo mai usato. Oggi nel 2020 ne rientriamo in possesso con soddisfazione. E° importante sottrarlo alle chiese e consegnarlo al MONDO ABITATO. Questo significa per il greco il termine. Senza ideologie di sovrastrutture cristiane.

via Ripristinato il dominio ventennale www.ecumenici.it , tolto alle ideologie delle Chiese per il suo significato originario — Quaccheri cristiani ecumenici per fare il bene

Dossier poverta° in Italia, ignorato dai media

Italia insostenibile: più di 17 milioni di poveri ed esclusi

È il dato più allarmante che viene fuori da Rapporto Istat Sdgs (Sustainable Development Goals) sugli indicatori di sviluppo sostenibile. L’Italia peggiora su povertà e disuguaglianze, lavoro, condizioni delle città e alimentazione

( Laurent EMMANUEL / AFP)

Più di 17 milioni di italiani sono a rischio povertà ed esclusione sociale. Inclusi quelli che un lavoro ce l’hanno, visto che gli occupati che non hanno un reddito sufficiente sono il 12,2%. E oltre 5 milioni sono in povertà assoluta, con una forte incidenza (12%) tra i bambini. È il dato più allarmante che viene fuori da Rapporto Istat Sdgs (Sustainable Development Goals) sugli indicatori di sviluppo sostenibile, ovvero i 17 obiettivi dell’Agenda 2030 dell’Onu finalizzati al l’eliminazione della povertà, alla protezione del pianeta e al raggiungimento di una prosperità diffusa. La situazione italiana vede progressi sull’istruzione di qualità, parità di genere, industria e innovazione, energia sostenibile e giustizia. Ma sul fronte delle condizioni sociali la situazione peggiora: restano alte povertà e disuguaglianze, non migliorano lavoro, condizioni delle città e alimentazione. Con differenze notevoli tra le regioni: la situazione peggiore si vede in Sicilia, Calabria e Campania.

La fotografia che emerge dal rapporto è quella di un Paese “insostenibile”, bocciato sul fronte delle disuguaglianze. Con le condizioni della popolazione a più basso reddito che continuano a peggiorare. Tra 2016 e 2017 la povertà o esclusione sociale risulta in calo, ma coinvolge ancora il 28,9% della popolazione, circa 17 milioni e 407mila persone. In questo insieme si trovano gli italiani con povertà di reddito, che riguarda il 20,3% della popolazione. Il 10%, poi, è in condizione di grave deprivazione materiale e l’11,8% vive in famiglie a bassa intensità lavorativa.

Se si considerano gli occupati che vivono in condizione di povertà reddituale, l’Italia è quintultima in Europa con 12,2% di lavoratori a rischio povertà. Una percentuale che negli ultimi 13 anni è aumentata sia al Nord (6,9%) che al Sud (22,8%), raddoppiando fino a raggiungere l’11,2% al Centro. E nonostante la diminuzione della disoccupazione, il tasso di mancata partecipazione al lavoro è quasi doppio rispetto alla media Ue. La quota di Neet resta la più elevata nell’Ue. In contemporanea, però, la quota di spesa pubblica per misure occupazionali e per la protezione sociale dei disoccupati nel 2017 è risultata in calo sia sia rispetto alla spesa pubblica sia rispetto al Pil.

Così 5 milioni e 58mila di italiani restano in povertà assoluta. Con condizioni critiche soprattutto tra i minori, tra i quali i poveri assoluti sono il 12,1%. Mentre, l’altra faccia della medaglia è che un bambino su tre (6-10 anni) è in sovrappeso. Tra i più giovani, poi, l’altro dato allarmante è quello che riguarda l’uscita precoce da scuola, aumentata negli ultimi due anni, fino ad arrivare nel 2018 al 14,5%, soprattutto al Sud.

Gli italiani con povertà di reddito sono il 20,3% della popolazione. Il 10% è in condizione di grave deprivazione materiale e l’11,8% vive in famiglie a bassa intensità lavorativa

Sul fronte della popolazione femminile, si riscontra una diminuzione della violenza sulle donne, ma un aumento della gravità dei casi violenti. Peggiora anche il tasso di occupazione delle donne con figli in età prescolare. Né si riescono a gestire le nuove disuguaglianze create dall’arrivo dei migranti. Anzi, nel 2017 per la prima volta, , dopo un decennio in costante crescita, si è registrato un grande calo (-26,4%) del numero di acquisizioni di cittadinanza.

Oltre al benessere economico, sociale e reddituale, gli indicatori Sdgs tengono conto anche dei fattori di benessere legati all’ambiente e ai servizi. E anche qui, tra qualche dato con il segno più, spiccano notizie tutt’altro che positive. Il livello di inquinamento atmosferico da particolato ha smesso di scendere, con valori superiori alla media Ue che si registrano soprattutto nelle città della Pianura Padana. Oltre un terzo (32,4%) delle famiglie dice di avere difficoltà di collegamento con i servizi pubblici nella zona in cui risiede. E in più si registra un aumento delle costruzioni abusive: ogni 100, 20 non sono in regola. A questo dato si affianca l’intensificazione delle calamità naturali, con eventi disastrosi come frane, alluvioni, incendi boschivi, ondate di calore e deficit idrici. Tutti fenomeni legati anche al cambiamento climatico. E in questo l’Italia ha sì ridotto le emissioni di gas serra di 7,2 tonnellate pro capite, meno della media Ue. Con il cemento che continua ad avanzare, occupando in media 14 ettari di suolo al giorno. Mentre i boschi aumentano, ma solo per l’abbandono dei paesaggi rurali dell’entroterra e non certo per politiche ambientali lungimiranti.

Poveri anziani, quasi la metà non può permettersi di accendere il riscaldamento

Un’indagine di Spi Cgil e Fondazione Di Vittorio rivela che per il 14% degli anziani la pensione non basta per potersi permettere una temperatura adeguata in casa, e il 33% potrebbe essere a breve in questa situazione

(Pixabay)

Quasi la metà degli anziani non si può permettere di accendere i termosifoni in casa. O rischia di non poterlo fare più nel prossimo futuro. Sono i “poveri energetici”, gli italiani con una pensione che non basta a pagare le bollette del gas, dell’acqua calda e dell’elettricità. Di loro si è occupata un’indagine realizzata dallo Spi, il Sindacato dei pensionati della Cgil, e dalla Fondazione Giuseppe Di Vittorio, secondo cui a vivere in questa situazione è il 47% degli anziani intervistati da Nord a Sud. Con conseguenze gravi anche sullo stato di salute e i livelli di mortalità.

Dai risultati emersi dalle interviste (979), viene fuori che il 14% dei pensionati non riesce a mantenere una temperatura adeguata in casa. E non solo perché far partire la caldaia costerebbe troppo a fine mese, ma anche perché nel 18% dei casi negli appartamenti manca del tutto l’impianto di riscaldamento. In altri casi sono gli infissi a essere inadeguati. E per sostituirli, la pensione non basta.

Oltre i “poveri energetici” veri e propri, il 33% degli intervistati è a rischio povertà energetica. Con condizioni economiche né agiate né di indigenza, ma comunque non in grado di poter garantire una temperatura confortevole tra le mura di casa nel prossimo futuro..

segue

Il 14% dei pensionati non riesce a mantenere una temperatura adeguata in casa. E non solo perché far partire la caldaia costerebbe troppo a fine mese, ma anche perché nel 18% dei casi negli appartamenti manca del tutto l’impianto di riscaldamento

I poveri energetici sono per lo più anziani soli, vedovi o vedove, che vivono in piccoli appartamenti tra i 40 e i 60 metri quadri, in condomini cittadini, e senza grandi attività sociali. Le donne sono la maggioranza. E più si va avanti con l’età più le condizioni economiche peggiorano. I più poveri sono gli ex artigiani e le ex casalinghe. Se la passano quelli che hanno lavorato come operai. Ma tra coloro che non hanno una pensione da lavoro, affidandosi a invalidità, reversibilità o pensione sociale, le condizioni di fragilità economica sono ancora più gravi.

Tra chi è in affitto, poi, le ristrettezze energetiche aumentano: una sola pensione non basta a pagare la rata mensile e a riscaldare la casa. Il 73,8% tra i più poveri accende i riscaldamenti “solo se strettamente necessario”. Con una spesa media annua per il gas di soli 258 euro, circa 500 euro in meno dei coetanei che se la passano meglio.

Dal punto di vista territoriale, la quota più sostanziosa di poveri energetici si trova in Calabria (45,4%), cui si contrappone il dato registrato in Toscana (6,8% di poveri). L’incidenza della povertà raddoppia per coloro che sono separati (o divorziati) o vedovi e arriva a superare il 30% per nubili e celibi. E «a uno stato di povertà energetica si accompagnano generalmente condizioni di salute precarie, se non compromesse», spiegano nell’indagine.

Un bonus sociale per l’energia elettrica e il gas, in realtà, ci sarebbe dal 2008. Ma quello che viene fuori dai dati è che solo il 30% di chi aveva diritto ne ha usufruito, tra una platea di destinatari ridotta all’osso, buoni di copertura della spesa troppo bassi e un inter amministrativo e burocratico da azzeccagarbugli. Non proprio agevole per un 70-80enne.

Fonte L°inchiesta

Il ruolo dell°Italia in caso di guerra

Il ruolo dell’Italia in caso di guerra

07.01.2020 – Luca Cellini

Il ruolo dell’Italia in caso di guerra
“Nato per uccidere” (Foto di da Full Metal Jacket)

Ho sempre creduto che la Costituzione italiana fosse fra le più belle del mondo, riguardo la sua applicazione invece credo si sia davvero lontanissimi.
Ciò viene dimostrato stando almeno agli ultimi avvenimenti legati al Medio Oriente.

Mi spiego meglio: si può essere concordi oppure no che la Costituzione italiana sia fra le più belle del mondo, però, leggendola, tutti potranno concordare fin dalle prime battute che, la Carta costituzionale italiana sia decisamente antibellicista e fermamente contro la guerra. Così come del popolo italiano volendo si possa dir tutto, ma certo non se ne possa mettere in dubbio, il fortissimo e più che motivato rifiuto di fondo sia alla guerra che al nucleare. Gli italiani infatti, vi hanno rinunziato più volte con tanto di referendum sull’energia nucleare, perfino quella a scopi civili.

Eppure, nonostante tutto ciò, l’Italia specie in questi ultimi anni è divenuto il “gabinetto di guerra” operativo degli Stati Uniti e della NATO.
La base militare di Camp Darby a Livorno è divenuta il principale arsenale militare statunitense in Europa, il più grande degli Stati Uniti al di fuori del proprio territorio. A Camp Darby transitano via mare le rotte della guerra. A Camp Darby ci sono armi strategiche e tattiche di ogni tipo, 125 bunker, dove si stima sia stoccato circa un milione di proiettili di artiglieria, ma anche bombe aeree, e missili. Secondo alcuni esperti militari ci sarebbero anche dotazioni nucleari, oltre a carri armati e diversi veicoli militari aerei e terrestri.
Si tratta di una sorta di grandissimo hub delle armi. Il più grande di tutto il patto atlantico. Queste arrivano via mare, a bordo di imponenti navi della USS Navy, fino al porto di Livorno. Da qui sono stoccate a Camp Darby, per poi essere smistate e destinate in Giordania, Arabia Saudita e altri paesi mediorientali per rifornire le forze di Washington impegnate nei vari teatri di guerra principalmente dell’area mediorientale, dalla Siria allo Yemen, ma anche alla Libia, senza dimenticare ovviamente l’Iraq.

Oltre Camp Darby, sul suolo italico in prima linea nella politica della guerra, c’è la base militare di Sigonella in Sicilia, da cui decollano i caccia da guerra impiegati nei vari conflitti, e i droni controllati a distanza, uguali a quello usato ad esempio per il blitz nei giorni scorsi per uccidere il generale iraniano Soleimani.
Ancora In Sicilia, a Niscemi, dal 2014 è sorto uno dei centri di trasmissione del MUOS (Mobile User Objective System): un sistema di comunicazione satellitare militare ad alta frequenza (UHF) e a banda stretta (fino a 64 kbit/s), utilizzato direttamente dal Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti. Il MUOS è un sistema composto da quattro satelliti (più uno di riserva) e quattro stazioni di terra, una delle quali è quella di Niscemi. Il MUOS integra le comunicazioni di guerra delle forze navali, aeree e terrestri in movimento in qualsiasi parte del mondo, e per questo, proprio in questi giorni è impegnato direttamente nella trasmissione e nel controllo operativo di varie operazioni di guerra in Medio Oriente.

Sempre in Italia abbiamo già adesso circa 90 testate nucleari, diverse delle quali stanziate presso la base militare di Aviano nel Veneto. Un potenziale nucleare già adesso capace di oltrepassare la potenza distruttiva di 300 Hiroshima. E così, giusto perché eravamo in aria natalizia, proprio nei giorni di Natale si è saputo di un altro bel regalino, che sta per esserci recapitato dai nostri amici alleati a stelle e strisce. 50 Bombe Nucleari USA dalla Turchia dirette in Italia.
Cinquanta testate nucleari strategiche pronte per essere portate dalla base turca di Incirlik, in Anatolia, alla base Usaf di Aviano, in Friuli Venezia Giulia. Gli Usa diffidano sempre di più della fedeltà alla Nato del presidente turco Erdogan, e così ripiegano sulla sempre più fedele Italia. Questa notizia ci è stata riportata da Fanpage e poi ripresa dall’Ansa, il 30 dicembre, 4 giorni prima del blitz americano che ha visto l’uccisione in Iraq del generale iraniano Soleimani. La fonte è il generale a riposo Chuck Wald della US Air Force in una intervista rilasciata in esclusiva all’agenzia Bloomberg.

Tutto questo sarebbe quanto meno “degno” di una interrogazione parlamentare urgente, per chiedere sia al Governo ma anche al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, perché, sebbene la nostra Costituzione parli in modo chiaro e inequivocabile di ripudio della guerra, e il popolo italiano si sia espresso più volte per via referendaria nell’essere fermamente contrario all’uso del nucleare, persino in campo civile, perché Stati Uniti d’America e la NATO, continuino a riempire il “patrio suolo” di ordigni nucleari militari, e di armi di ogni specie e tipo, usate nel conflitto mediorientale. Sì, sono questioni serie queste che dovrebbero spiegarci sia la Presidenza della Repubblica che il Governo, aprire quantomeno una discussione in Parlamento; un organo creato apposta per trattare e parlamentare almeno degli aspetti più importanti che riguardano da vicino il nostro paese, le nostre vite, il nostro futuro. Ciò a maggior ragione in una ipotesi di possibile conflitto armato di tipo diretto tra Stati Uniti e Iran. Non è forse questa una flagrante violazione del dettato costituzionale? E l’ultima azione condotta per ordine diretto di Trump non è forse in totale violazione del Diritto Internazionale, che è stato stracciato con un semplice click remoto via Web. Un raid quest’ultimo, che è stato giudicato un crimine anche dall’Alto Commissariato per i Diritti Umani delle Nazioni Unite.

Con l’ultima mossa operata dalle forze armate statunitensi, le istituzioni internazionali, a salvaguardia della pace, della cooperazione mondiale e del rispetto delle Carte universali e del Diritto, sono state sbeffeggiate e calpestate.
La parola stessa, e le rassicurazioni che proprio Trump pochi giorni prima, a fine anno, pubblicamente aveva dato, sono state cancellate, rimangiate una ad una. Persino quei paesi europei che da oltre 75 anni vengono chiamati “alleati” sono stati oltraggiati, di fatto resi ridicoli, rendendo evidente che in termini decisionali è come se nemmeno esistessero. Di questo, a partire da oggi e nei prossimi giorni a seguire si dovrebbe discutere in Parlamento in modo urgente, perché questa è la funzione per cui è stato creato l’organo parlamentare.
Oppure tutto è stato già deciso dal signor Trump, magari con un bel tweet, come va tanto di moda oggi nel “club” esclusivo dei “grandi statisti”, quelli che con un sol click sullo smartphone decidono sulle vite di migliaia, forse milioni di persone. Ivi compreso anche le nostre sorti, quelle di un Paese che nonostante sia fondato sul ripudio assoluto della guerra, ci deve vedere costretti come nazione, a essere proni in prima linea all’interno di un conflitto che va crescendo.

Tutto ciò, a quanto pare sta accadendo finora, senza avere nemmeno la possibilità di esprimersi all’interno dell’istituzione del nostro Parlamento, che, vista l’aria pesantissima che tira, avrebbe quantomeno la funzione di discutere della drammatica condizione in cui come paese Italia ci veniamo a trovare; delle pesantissime implicazioni che comporta in questo momento l’essere più che alleati, di fatto complici di una nazione terza che sta operando al di fuori di ogni criterio del Diritto Internazionale, e anche al di fuori di ogni mandato delle Nazioni Unite. In seno a questo, c’è anche assoluto bisogno di discutere di come in questo momento il nostro suolo si trovi ad essere sede operativa di vere e proprie operazioni di guerra, senza che il nostro Stato riesca più esercitare una qualche forma decisionale su ciò che viene operato sul nostro stesso territorio.  Discutere evidenziando che in questo momento, il nostro ruolo, più che alleati ci vede in parte complici, in parte militarmente occupati da una nazione terza che sembra prepararsi a scendere in guerra, non più per procura, bensì all’interno di un conflitto armato diretto contro altri Stati.
È di tutto questo che c’è assoluta urgenza di discutere all’interno del Parlamento, e quanto meno venire informati sui fatti gravissimi, e su questioni di vitale importanza che mettono a serio rischio il nostro Stato e le nostre vite di 60 milioni di cittadini.

Ciò assume ancor di più carattere di urgenza alla luce degli intensi movimenti bellici e militari che proprio in questi giorni stanno interessando il nostro territorio. E’ per questo che, restiamo in attesa che uno dei nostri massimi organi istituzionali, riferendoci al Presidente della Repubblica, Capo delle Forze Armate, e al Governo, primo e più importante organo decisionale chiamato a deliberare e decidere su questioni di vitale importanza per il Paese, abbiano la bontà di informarci su cosa stia avvenendo, e quali siano le nostre intenzioni come nazione che ripudia la guerra, all’interno invece di uno scenario che ci vede fortemente coinvolti in uno stato di pre-guerra. Nel frattempo, ci perdonino infine gli onorevoli deputati, se fra le lecite richieste avanzate, si possa almeno sperare che, fra una querelle televisiva sugli ospiti del prossimo Festival di Sanremo, e un gossip su quale sia la prossima fiamma di Salvini, ci possa essere in questo nostro Paese almeno una qualche componente parlamentare che prenda la briga  e l’impegno di poter muovere una interrogazione parlamentare della massima urgenza sui pericolosi scenari di guerra che vanno addensandosi all’orizzonte sul nostro Paese, e che, non ce ne vogliano se glie lo ricordiamo, riguardano tutti noi e le nostre vite veramente da molto vicino.

Libia: 5 scuole distrutte e 210 chiuse a causa dei combattimenti a Tripoli e nei dintorni. Oltre 115.000 bambini senza istruzione

07.01.2020 – UNICEF

Libia: 5 scuole distrutte e 210 chiuse a causa dei combattimenti a Tripoli e nei dintorni. Oltre 115.000 bambini senza istruzione

Il recente aumento delle violenze a Tripoli e nei dintorni, in Libia, ha causato conseguenze devastanti sull’istruzione dei bambini, con 5 scuole distrutte e 210 chiuse, portando oltre 115.000 bambini fuori da scuola nelle aree di Ain-Zara, Abu Salim e Soug al Juma’aa.

Il 3 gennaio 4 scuole sono state attaccate nella località di Soug al Jum’aa, a est di Tripoli, causando danni considerevoli, con impatto su circa 3.000 studenti.

I recenti attacchi alle strutture scolastiche e l’insicurezza a Tripoli e nei dintorni stanno mettendo a rischio le vite dei bambini solo per andare a scuola ogni giorno. Nessun genitore dovrebbe mai scegliere fra l’istruzione dei suoi figli e la loro sicurezza. Più che luoghi sicuri per apprendere e crescere, le scuole a Tripoli sono diventate luoghi di paura.

I bambini che non vanno a scuola sono esposti a maggiore rischio di violenza e reclutamento nei combattimenti.

L’istruzione è un diritto di base per ogni singolo bambino – anche in aree colpite da conflitto. Gli attacchi alle strutture scolastiche sono una gravissima violazione contro i diritti dei bambini, il diritto internazionale umanitario e i diritti umani. Privare i bambini dell’opportunità di apprendere ha un impatto devastante sul loro benessere e futuro.

L’UNICEF chiede alle parti in conflitto in Libia di proteggere i bambini sempre, fermare gli attacchi contro le scuole e astenersi dalle violenze, inclusi gli attacchi indiscriminati sui civili e le infrastrutture civili.