Migranti: “Il governo sostenga e non attacchi il lavoro delle Ong”

13.06.2018 Redazione Italia

Migranti: “Il governo sostenga  e non attacchi il lavoro delle Ong”

“Qualsiasi vita è sacra e va difesa. E la dignità umana è un valore inalienabile che va salvaguardato sempre”. Elio Pacilio, membro del board di Green Cross International e presidente della Ong Green Cross Italia, commenta la vicenda della nave Aquarius, per giorni abbandonata in mezzo al mar Mediterraneo con a bordo 629 persone, che dopo il rifiuto dell’Italia e di Malta saranno accolte dalla Spagna ma impiegheranno altri quattro giorni per raggiungere Valencia.

“Coloro che sono espropriati di tutti i beni materiali, che sono stati violati nel corpo e che vedono distrutte le proprie comunità, hanno il diritto di fuggire da quelle condizioni e di cercare la salvezza – prosegue Pacilio –. Non è tollerabile che ancora una volta si pensi di risolvere i flussi migratori riducendoli a una mera questione di polizia. Usare spudoratamente la tragedia di centinaia di migliaia di persone per fini elettorali e per manovre diplomatiche approssimative è controproducente per l’Italia e drammatico per quelle persone che hanno un disperato bisogno di aiuto”.

L’impressione è dunque che alla fine tutto si riduca a un attacco alle ONG che sono lodevolmente impegnate per salvare vite umane ed evitare sciagure, a sostegno e in coordinamento con la Marina, le capitanerie di Porto e le popolazioni di approdo.

“Mentre alla plenaria del Parlamento Europeo si è discussa l’emergenza umanitaria nel Mediterraneo – conclude Pacilio -, l’appello è a utilizzare tutti i fondi stanziati. E se veramente si ha a cuore l’aiuto allo sviluppo locale, per costruire opportunità di coesione e progresso economico nei Paesi a lenta crescita, è opportuno che si decida un aumento significativo dei fondi per la cooperazione allo sviluppo”.

Ufficio stampa e Relazioni Esterne Green Cross Italia Onlus Ong 

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#Apriteiporti, manifestazioni in tutta Italia

12.06.2018 Redazione Italia

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#Apriteiporti, manifestazioni in tutta Italia
(Foto di https://www.facebook.com/20maggiosenzamuri/)

C’è un’Italia che si ribella alla politica spietata e cinica del governo e scende in piazza per l’accoglienza. Qui di seguito l’elenco della manifestazioni di ieri, oggi, domani e sabato.

– Ancona: martedì 12, alle 18.30, in piazza della Repubblica

– Berlino: martedì 12, alle 9.00, Hiroshimastraße 1

– Brescia: martedì 12 alle 18.30, in piazza Paolo VI

– Brindisi: martedì 12 alle 11, in Piazza Vittorio Emanuele II

– Catania: martedì 12 alle 17, via Etnea angolo via Prefettura

– Como: martedì 12 alle 18, in piazza Boldoni

– Fano: martedì 12 alle 21, presso l’Anfiteatro Rastatt in Viale Adriatico

– Ferrara: martedì 12 alle 18.30, in piazza del Municipio

– Firenze: martedì 12 alle 18.30, l’appuntamento è davanti alla prefettura, in via Cavour 1

– Genova: martedì 12 alle 18.00, in piazza De Ferrari

– Lecce: martedì 12 dalle 8.00 sit in davanti alla prefettura in via XXV Luglio

– Lucca: martedì 12 alle 19.30, in piazza Napoleone

– Milano: martedì 12 alle 18.30, l’appuntamento è in Piazza della Scala (con l’indicazione di portare un drappo bianco)

– Modena: martedì 12 alle 19.00, piazzale Sant’Agostino

– Napoli: martedì 12 dalle 17 alle 20, l’appuntamento è alla Metro Toledo

– Parma: martedì 12 alle 18.30, ai Portici del Grano in piazza Garibaldi

– Pavia: martedì 12 alle 19, in Piazza della Vittoria

– Pisa: martedì 12 alle 19, in Piazza Giuseppe Mazzini

– Roma: sabato 16, manifestazione organizzata da Usb, alle 14.00 a Piazza della Repubblica

– Salerno: martedì 12, alle 10.30, in piazza Giovanni Amendola

– Torino: martedì 12 alle 18.00, appuntamento in piazza Castello davanti alla Prefettura

– Trento: martedì 12 alle 18, appuntamento in via Piave 1, presso il Commissariato del Governo

– Venezia: mercoledì 13 alle 17, ingresso del Porto (Tronchetto)

Manifestazioni si sono già svolte lunedì 11 giugno a Bari, Bologna, Cagliari, Palermo e Roma.

Acquarius: i comboniani fanno appello a Conte

11.06.2018 Agenzia DIRE

Acquarius: i comboniani fanno appello a Conte
(Foto di DIRE)

“Come cittadini e cristiani siamo esterrefatti e indignati della decisione del ministro degli Interni Matteo Salvini che impedisce alla nave Aquarius di portare in salvo nei porti italiani 629 migranti, salvati in acque territoriali libiche”: comincia così una lettera-appello al premier Giuseppe Conte pubblicata oggi dai missionari comboniani.

“Il rifiuto di prestare soccorso ai migranti non ha precedenti nella nostra storia ed è in flagrante violazione delle convenzioni internazionali, di cui anche l’Italia è firmataria, che obbligano il soccorso in mare a chi è in pericolo di morte” si legge nel documento. “Tra i migranti sulla nave ci sono oltre cento minori non accompagnati e sette donne incinte. Una cinquantina di migranti sono stati salvati mentre erano a rischio di morire annegati”.

Nella lettera i comboniani richiamano le responsabilità di più Paesi. “Deploriamo la decisione di Malta, prima destinazione di sbarco, che si è rifiutata di accettare l’attracco della nave Aquarius” sottolineano i missionari. “Così come la chiusura di Francia e Spagna ad ogni possibilità di accoglienza dei migranti. Ma è deplorevole e vergognoso che l’Italia decida diallinearsi, facendo così pagare a persone innocenti bisognose di aiuto il prezzo di una diatriba tra stati su chi si debba assumere la responsabilità di accogliere i migranti”.

Poi l’appello. “Chiediamo pertanto che il nuovo governo italiano ritorni sulla decisione presa dal ministro Salvini e dia immediatamente il benestare alla nave Aquarius di approdare a uno dei porti italiani più vicini a dove si trova ora la nave” scrivono i missionari. “È vero, l’Italia non puo’ essere lasciata sola di fronte a un fenomeno migratorio che ha una portata enorme e implicazioni internazionali (specie nel bacino del Mediterraneo) che chiamano in causa l’attenzione e il peso geopolitico dell’Unione Europea”.

Secondo i missionari, “è quindi corretto e giusto che il governo italiano faccia sentire le propria voce a Bruxelles, chiedendo ai partner europei di farsi carico, anche loro, del dossier migranti”. “Nello stesso tempo pero’ l’Italia non puo’ sottrarsi al dovere di accogliere persone che, in gran parte, cercano di costruirsi una vita migliore in Europa e che, in alcuni casi, fuggono da guerre e da regimi dittatoriali” scrivono i comboniani. “È importante che l’Italia mantenga un doppio ruolo: essere un porto sicuro per i migranti e nel contempo non smettere di sollecitare l’Europa a trovare soluzioni percorribili (non semplicemente fondate sul controllo militare delle aree di transito dei migranti, come avviene in Niger e Mali), anche nei paesi di partenza dei migranti”.

Secondo i comboniani, ” partner europei devono essere sollecitati a spostare il baricentro delle proprie politiche verso il Mediterraneo”. “È qui e in particolare attraverso la pacificazione e la stabilizzazione degli stati nordafricani – concludono i missionari – che si possono cominciare a costruire nuovi equilibri politici ed economici”.

#Aprite i porti, appello ai sindaci

10.06.2018 Redazione Italia

#Aprite i porti, appello ai sindaci
(Foto di Baobab Experience)

“Oggi pomeriggio Matteo Salvini ha rifiutato l’attracco ai porti italiani dell’imbarcazione di soccorso Acquarius” scrive sulla sua pagina Facebook Baobab Experience.

“A bordo della nave Aquarius, l’unica Ong al momento presente nel Mediterraneo, vi sono 629 migranti tra cui 123 minori non accompagnati, 11 bambini e 7 donne incinte, partiti dalla Libia e soccorsi in varie operazioni nel corso della notte.

Una decisione senza precedenti nel nostro paese, adottata d’intesa dai Ministri dell’Interno e delle Infrastrutture Danilo Toninelli, che viola la Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo e che offende il senso d’umanità che dovrebbe sempre guidare i rappresentanti delle istituzioni. Quello che chiediamo è un gesto politico e umano. Lo chiediamo ai Sindaci delle città portuali, che aprano i porti all’umanità in modo simbolico. Lo chiediamo alla politica, lo chiediamo ai cittadini, non chiudetevi all’umanità.

“Il rifiuto di accesso ai porti di imbarcazioni che abbiano effettuato il soccorso in mare può comportare la violazione degli articoli 2 e 3 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU). Il rifiuto, aprioristico e indistinto, di far approdare la nave in porto comporta l’impossibilità di valutare le singole situazioni delle persone a bordo e viola il divieto di espulsioni collettive previsto dall’art. 4 del Protocollo n. 4 alla CEDU.

In rispetto della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU) e dell’umanità che dovrebbe sempre indirizzare le scelte di una società civile, chiediamo ai Sindaci di aprire i porti alle imbarcazioni di soccorso ai migranti”.

All’appello hanno già risposto i sindaci di Napoli De Magistris, di Messina Accorinti, di Palermo Orlando, di Taranto Melucci e di Reggio Calabria Falcomatà.

“Napoli è pronta, senza soldi, a salvare vite umane. Se un ministro senza cuore lascia morire in mare donne incinte, bambini, anziani, esseri umani, il porto di Napoli è pronto ad accoglierli” ha dichiarato De Magistris.

“La nave Aquarius doveva attraccare a Messina, noi siamo pronti ad accoglierla anche contro il Ministro dell’Interno Matteo Salvini” gli ha fatto eco Accorinti.

E da Palermo si è unito il sindaco Orlando, dichiarando: “Palermo è stata e sarà sempre pronta ad accogliere le navi, civili o militari che siano, impegnate nel salvataggio di vite umane nel Mediterraneo. Quelle navi e quegli uomini che rispettano la legge del mare e la legge internazionale, sottraendo alla morte uomini, donne e bambini che alcuni vorrebbero consegnare nelle mani della criminalità internazionale. A violare la legge internazionale, quella che impone come priorità assoluta il salvataggio delle vite umane, è il Ministro dell’Interno italiano che, qualora ce ne fosse stato bisogno, ha dato ulteriore dimostrazione della natura culturale dell’estrema destra leghista.”

Anche il sindaco di Taranto Melucci si è detto disposto ad accogliere la nave Aquarius: “Taranto  è pronta ad abbracciare ogni vita in pericolo, senza se e senza ma” ha dichiarato.

“C’è una nave in mezzo al Mediterraneo con 629 persone a bordo, fra cui 11 bambini e sette donne incinte, in condizioni molto precarie di salute. Di fronte a uomini, donne e bimbi che hanno bisogno di essere curati, la strategia non può essere quella di chiudere i porti senza un criterio”  ha scritto il sindaco di Reggio Calabria Falcomatà su Facebook.

“Lo diciamo chiaramente: anche oggi Reggio Calabria si rende disponibile ad accogliere chi salva vite umane in mezzo al mare. Così come in passato abbiamo dato degna sepoltura a 45 disperati migranti morti nel Mediterraneo. Il nostro cuore è grande, più grande di chi vuole speculare senza un briciolo di umanità. Noi restiamo umani”.

 

#Aprite i porti, appello ai sindaci

10.06.2018 Redazione Italia

#Aprite i porti, appello ai sindaci
(Foto di Baobab Experience)

“Oggi pomeriggio Matteo Salvini ha rifiutato l’attracco ai porti italiani dell’imbarcazione di soccorso Acquarius” scrive sulla sua pagina Facebook Baobab Experience.

“A bordo della nave Aquarius, l’unica Ong al momento presente nel Mediterraneo, vi sono 629 migranti tra cui 123 minori non accompagnati, 11 bambini e 7 donne incinte, partiti dalla Libia e soccorsi in varie operazioni nel corso della notte.

Una decisione senza precedenti nel nostro paese, adottata d’intesa dai Ministri dell’Interno e delle Infrastrutture Danilo Toninelli, che viola la Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo e che offende il senso d’umanità che dovrebbe sempre guidare i rappresentanti delle istituzioni. Quello che chiediamo è un gesto politico e umano. Lo chiediamo ai Sindaci delle città portuali, che aprano i porti all’umanità in modo simbolico. Lo chiediamo alla politica, lo chiediamo ai cittadini, non chiudetevi all’umanità.

“Il rifiuto di accesso ai porti di imbarcazioni che abbiano effettuato il soccorso in mare può comportare la violazione degli articoli 2 e 3 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU). Il rifiuto, aprioristico e indistinto, di far approdare la nave in porto comporta l’impossibilità di valutare le singole situazioni delle persone a bordo e viola il divieto di espulsioni collettive previsto dall’art. 4 del Protocollo n. 4 alla CEDU.

In rispetto della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU) e dell’umanità che dovrebbe sempre indirizzare le scelte di una società civile, chiediamo ai Sindaci di aprire i porti alle imbarcazioni di soccorso ai migranti”.

All’appello hanno già risposto i sindaci di Napoli De Magistris, di Messina Accorinti, di Palermo Orlando, di Taranto Melucci e di Reggio Calabria Falcomatà.

“Napoli è pronta, senza soldi, a salvare vite umane. Se un ministro senza cuore lascia morire in mare donne incinte, bambini, anziani, esseri umani, il porto di Napoli è pronto ad accoglierli” ha dichiarato De Magistris.

“La nave Aquarius doveva attraccare a Messina, noi siamo pronti ad accoglierla anche contro il Ministro dell’Interno Matteo Salvini” gli ha fatto eco Accorinti.

E da Palermo si è unito il sindaco Orlando, dichiarando: “Palermo è stata e sarà sempre pronta ad accogliere le navi, civili o militari che siano, impegnate nel salvataggio di vite umane nel Mediterraneo. Quelle navi e quegli uomini che rispettano la legge del mare e la legge internazionale, sottraendo alla morte uomini, donne e bambini che alcuni vorrebbero consegnare nelle mani della criminalità internazionale. A violare la legge internazionale, quella che impone come priorità assoluta il salvataggio delle vite umane, è il Ministro dell’Interno italiano che, qualora ce ne fosse stato bisogno, ha dato ulteriore dimostrazione della natura culturale dell’estrema destra leghista.”

Anche il sindaco di Taranto Melucci si è detto disposto ad accogliere la nave Aquarius: “Taranto  è pronta ad abbracciare ogni vita in pericolo, senza se e senza ma” ha dichiarato.

“C’è una nave in mezzo al Mediterraneo con 629 persone a bordo, fra cui 11 bambini e sette donne incinte, in condizioni molto precarie di salute. Di fronte a uomini, donne e bimbi che hanno bisogno di essere curati, la strategia non può essere quella di chiudere i porti senza un criterio”  ha scritto il sindaco di Reggio Calabria Falcomatà su Facebook.

“Lo diciamo chiaramente: anche oggi Reggio Calabria si rende disponibile ad accogliere chi salva vite umane in mezzo al mare. Così come in passato abbiamo dato degna sepoltura a 45 disperati migranti morti nel Mediterraneo. Il nostro cuore è grande, più grande di chi vuole speculare senza un briciolo di umanità. Noi restiamo umani”.

 

Kiev: facciamo il bis finché Putin gioca a calcio?

09.06.2018 Leopoldo Salmaso

Kiev: facciamo il bis finché Putin gioca a calcio?
(Foto di cittadino ucraino)

Insoliti movimenti di truppe corazzate a Nova Kakhovka, città chiave per l’acquedotto di Crimea.

Si sa che il golpe fascista ucraino del 2014 ebbe luogo durante i giochi olimpici invernali di Sochi (Russia), e molti autorevoli commentatori concordano nel dire che, davvero, Putin e il suo entourage erano assorbiti dal palcoscenico olimpionico al punto da sottovalutare le trame occidentali che quel golpe prepararono, finanziarono, e continuano a sostenere avendo insediato al potere le loro marionette, a partire da Poroshenko (il miliardario ‘re del cioccolato’) che conferì la cittadinanza ucraina a tre portaborse dell’occidente 6 ore prima di farli giurare come ministri.

Ora, a pochi giorni dall’inizio del campionato mondiale di calcio, si registrano concentramenti di truppe ai confini e dentro le regioni ucraine filo-russe. Le due foto qui riprodotte sono state prese quattro giorni fa a Nova Kachovka, la città sul Dnieper da cui parte l’acquedotto che rifornisce tutta la penisola di Crimea.


Però Putin pochi giorni fa, di fronte alla crescente pressione militare contro il Donbass e la sua capitale Donetsk, avrebbe detto chiaro e tondo che non si lascerà sorprendere una seconda volta: “Se attaccano Donetsk sarà una disgrazia per tutto il resto dell’Ucraina”.

Ventimiglia: la “caccia al nero” e la solidarietà che resiste

07.06.2018 Unimondo

Quest’articolo è disponibile anche in: Spagnolo

Ventimiglia: la “caccia al nero” e la solidarietà che resiste
(Foto di foto: https://www.facebook.com/pg/progetto20k/photos/?ref=page_internal)

L’ultimo è stato trovato venerdì 25 maggio, nell’orrido del Frejus. Il corpo del ragazzo migrante, morto mentre cercava di attraversare il confine italiano verso la Francia, era in avanzato stato di decomposizione, e ovviamente senza documenti: come per gli altri prima di lui, ci vorrà del tempo prima di arrivare a una identificazione. E’ accaduto con Blessing, 21 anni, caduta nel fiume mentre fuggiva da un inseguimento della Police NationalMamadou è morto invece per sfinimento, dopo aver vagato tre giorni sulle montagne al Monginevro. Insieme a suo cugino Ibrahim, ancora minorenne, volevano cercare rifugio alla chiesa di Claviere ma, braccati da alcuni agenti delle forze dell’ordine (non si sa ancora se italiani o francesi) si sono persi nella fuga. Ibrahim alla fine è riuscito a salvarsi, ma con l’arrivo della stagione calda e il disgelo, le brutte sorprese potrebbero non essere finite.

Come il Mediterraneo, infatti, anche le montagne si sono trasformate in un cimitero a cielo aperto: si parla di 17 persone migranti morte dal 2015 ad oggi, anche se, in realtà, non esiste ancora un elenco ufficiale. Quello che si sa per certo, è che non si tratta di semplici vittime della montagna. “Queste morti sono la conseguenza diretta della chiusura della frontiera”: ne sono sicuri gli attivisti dell’Associazione Ambulatorio Internazionale Città Aperta (AAICA) di Genova, che in questi ultimi anni hanno fornito assistenza ai migranti respinti dalla Francia e accampati a Ventimiglia, l’ultima città italiana prima del confine francese. Sabato 26 maggio hanno raccontato la loro esperienza presso la Biblioteca Interculturale Cittadini del Mondo a Roma, nell’ambito di un incontro dal titolo “Il Silenzio Rimbombante. Ventimiglia la nostra Calais”.

A Calais si trova infatti il grande accampamento di rifugiati e migranti in viaggio verso il Regno Unito, diventato a poco a poco una sorta di città (o “giungla” come ormai viene definita). Uno spauracchio per tutte le città di confine, compresa Ventimiglia, che agli occhi delle nostre istituzioni rischiava di riprodurne i meccanismi. E allora meglio sgomberare, “pulire”, e quando la determinazione delle persone in fuga la vince, far finta di non vedere. “Da quando nel 2015 la Francia ha sospeso gli accordi di Schengen è cambiato tutto” racconta Lia Trombetta, attivista e medico di AAICA. E’ da lì, infatti, che sono cominciati i blocchi e i rastrellamenti sulla base del colore della pelle, dando l’avvio a una vera e propria caccia al migrante sulle Alpi innevate. La Francia è la meta, ma chi viene preso è ricacciato verso l’Italia (minori compresi). Pian piano i respinti e i nuovi arrivati hanno cominciato ad assembrarsi a Ventimiglia, in attesa di ritentare l’impresa. Giovani, ma anche donne e bambini, che spesso dopo il deserto, le torture in Libia, la traversata del Mediterraneo, come in un crudele gioco a tappe, ora devono affrontare la montagna prima del tanto agognato premio finale: la prospettiva di un futuro e di una vita dignitosa da ricostruire altrove, magari ricongiungendosi ad amici e parenti. “A Ventimiglia abbiamo assistito a una deriva illegale dello stato – spiegano gli attivisti – dal 2015 la situazione è cambiata molte volte, con forme di repressione e resistenza molto diverse”.

Poco alla volta, sorgono accampamenti spontanei, in particolare sotto al ponte del cavalcavia che costeggia il fiume Roya. Vivono tra cumuli di immondizia, con tende e ripari costruiti alla bell’e meglio, sopravvivono grazie alle distribuzioni di cibo e coperte, tra identificazioni quotidiane, risse – inevitabili in un contesto del genere – malattie, problemi di ogni tipo. Ma del resto non è permesso loro di organizzarsi in maniera più umana e dignitosa. “Molte ong hanno offerto il loro aiuto ma non erano ben viste – raccontano gli attivisti – servizi basilari come l’acqua, bagni chimici, presidi medici, venivano infatti considerati un ‘pull factor’, ovvero un motivo di attrazione, inteso dalle istituzioni in senso ovviamente negativo”. Dappertutto dunque carenza: di servizi, ma anche di informazioni basilari, in primis sulla salute, come ha più volte sottolineato Antonio Curotto, anche lui medico di AAICA e volontario di lunga data in contesti del genere.

Solo la solidarietà non è mai mancata, malgrado le difficoltà, i fogli di via, i bastoni tra le ruote da parte delle autorità e delle istituzioni. Gli attivisti ripercorrono la storia della permanenza dei migranti nella città ligure di confine: dai primi sgomberi all’occupazione degli scogli dei Balzi Rossi, il trasferimento alla chiesa nel quartiere Gianchette, con circa 1000 persone; la nascita, a giugno 2016, del campo istituzionale della Croce Rossa, che ancora esiste (“un campo di transito, tipologia che nemmeno esiste nella legislazione italiana”) che però di persone ne poteva ospitare solo 300, il presidio Caritas nella chiesa di S. Antonio, anch’esso insufficiente. Il 18 aprile a Ventimiglia il campo informale che si trovava sotto il cavalcavia, nel letto del fiume Roya adiacente a Via Tenda, è stato sgomberato con le ruspe.” Da agosto 2017 la zona è pesantemente militarizzata e sono poche le esperienze ancora in piedi, come l’infopoint Eufemia, del Progetto20k rete di solidarietà e aiuto concreto per la libertà di movimento – spiegano – Sulle montagne al confine, i sentieri sono pattugliati dai droni, così come dalla gendarmeria francese, arrivata ad accamparsi sparsa in piccole pattuglie sparse sui monti”.

Non tralasciano ovviamente di raccontare le violenze subite dai ragazzi durante le identificazioni tramite le impronte digitali, descritte anche nel rapporto Amnesty, Hotspot Italia, uscito nel novembre 2016; e poi i rastrellamenti per le strade, con i giovani costretti a salire sui bus verso il sud Italia, fino ai rimpatri di massa dei sudanesi tramite voli charter con destinazione Khartoum, sulle quali sta tuttora indagando la Corte Europea dei Dritti dell’Uomo. “La caccia al migrante continua” spiegano gli attivisti, che non nascondono la preoccupazione per il futuro, specie dopo gli ultimi rivolgimenti politici post-elezioni. Eppure l’esperienza di Ventimiglia non è stata vana. Al contrario, la descrivono come “un esperimento politico a tratti incredibile, fatto di assistenza, solidarietà e autogestione”. L’occupazione nel 2015 degli scogli dei Balzi Rossi da parte dei migranti ne è un esempio: “Quella di essere visibili sugli scogli e vivere questa lotta alla luce del sole è stata una loro scelta politica” raccontano, descrivendo, pur con le difficoltà del contesto, la nascita di nuove pratiche collettive, frutto di assemblee in tutte le lingue e momenti di incontro e partecipazione. “Forse è anche per questo che è stato considerato pericoloso e subito sgomberato”.

Ma loro non hanno mollato, e questo nonostante la costante e crescente criminalizzazione della solidarietà da parte delle istituzioni: “Si è cominciato già nel 2015, con il divieto di somministrare cibo e bevande in luoghi pubblici, per questioni di igiene, dicevano”. Oggi ad essere messe sotto accusa non sono solo le organizzazioni della società civile e le ong ma anche numerosi cittadini europeifiniti sotto processo per aver fornito soccorso e riparo ai migranti in transito.

“In questi ultimi anni i confini si sono allargati e trasformati – spiega Giulia Bausano, attivista e fondatrice del blog Parole sul Confine, nato proprio per dar voce ai soggetti di queste esperienze, i migranti e gli attivisti solidali, che altrimenti si disperderebbero – da Genova a Nizza, da Ventimiglia a Bardonecchia, da Briançon a Torino, fino alla Libia e perfino da noi a Roma. Sono i nuovi confini interni ed esterni, dove si sperimentano nuove pratiche di controllo sociale e repressione del dissenso, ma in cui si è mossa una sorta di resistenza sotterranea, fatta di vie di fuga alternative, mutuo aiuto, incontro e confronto, che ci hanno aiutato a non abbandonare la speranza”.

Anna Toro

 

Ventimiglia: la “caccia al nero” e la solidarietà che resiste

07.06.2018 Unimondo

Ventimiglia: la “caccia al nero” e la solidarietà che resiste
(Foto di foto: https://www.facebook.com/pg/progetto20k/photos/?ref=page_internal)

L’ultimo è stato trovato venerdì 25 maggio, nell’orrido del Frejus. Il corpo del ragazzo migrante, morto mentre cercava di attraversare il confine italiano verso la Francia, era in avanzato stato di decomposizione, e ovviamente senza documenti: come per gli altri prima di lui, ci vorrà del tempo prima di arrivare a una identificazione. E’ accaduto con Blessing, 21 anni, caduta nel fiume mentre fuggiva da un inseguimento della Police NationalMamadou è morto invece per sfinimento, dopo aver vagato tre giorni sulle montagne al Monginevro. Insieme a suo cugino Ibrahim, ancora minorenne, volevano cercare rifugio alla chiesa di Claviere ma, braccati da alcuni agenti delle forze dell’ordine (non si sa ancora se italiani o francesi) si sono persi nella fuga. Ibrahim alla fine è riuscito a salvarsi, ma con l’arrivo della stagione calda e il disgelo, le brutte sorprese potrebbero non essere finite.

Come il Mediterraneo, infatti, anche le montagne si sono trasformate in un cimitero a cielo aperto: si parla di 17 persone migranti morte dal 2015 ad oggi, anche se, in realtà, non esiste ancora un elenco ufficiale. Quello che si sa per certo, è che non si tratta di semplici vittime della montagna. “Queste morti sono la conseguenza diretta della chiusura della frontiera”: ne sono sicuri gli attivisti dell’Associazione Ambulatorio Internazionale Città Aperta (AAICA) di Genova, che in questi ultimi anni hanno fornito assistenza ai migranti respinti dalla Francia e accampati a Ventimiglia, l’ultima città italiana prima del confine francese. Sabato 26 maggio hanno raccontato la loro esperienza presso la Biblioteca Interculturale Cittadini del Mondo a Roma, nell’ambito di un incontro dal titolo “Il Silenzio Rimbombante. Ventimiglia la nostra Calais”.

A Calais si trova infatti il grande accampamento di rifugiati e migranti in viaggio verso il Regno Unito, diventato a poco a poco una sorta di città (o “giungla” come ormai viene definita). Uno spauracchio per tutte le città di confine, compresa Ventimiglia, che agli occhi delle nostre istituzioni rischiava di riprodurne i meccanismi. E allora meglio sgomberare, “pulire”, e quando la determinazione delle persone in fuga la vince, far finta di non vedere. “Da quando nel 2015 la Francia ha sospeso gli accordi di Schengen è cambiato tutto” racconta Lia Trombetta, attivista e medico di AAICA. E’ da lì, infatti, che sono cominciati i blocchi e i rastrellamenti sulla base del colore della pelle, dando l’avvio a una vera e propria caccia al migrante sulle Alpi innevate. La Francia è la meta, ma chi viene preso è ricacciato verso l’Italia (minori compresi). Pian piano i respinti e i nuovi arrivati hanno cominciato ad assembrarsi a Ventimiglia, in attesa di ritentare l’impresa. Giovani, ma anche donne e bambini, che spesso dopo il deserto, le torture in Libia, la traversata del Mediterraneo, come in un crudele gioco a tappe, ora devono affrontare la montagna prima del tanto agognato premio finale: la prospettiva di un futuro e di una vita dignitosa da ricostruire altrove, magari ricongiungendosi ad amici e parenti. “A Ventimiglia abbiamo assistito a una deriva illegale dello stato – spiegano gli attivisti – dal 2015 la situazione è cambiata molte volte, con forme di repressione e resistenza molto diverse”.

Poco alla volta, sorgono accampamenti spontanei, in particolare sotto al ponte del cavalcavia che costeggia il fiume Roya. Vivono tra cumuli di immondizia, con tende e ripari costruiti alla bell’e meglio, sopravvivono grazie alle distribuzioni di cibo e coperte, tra identificazioni quotidiane, risse – inevitabili in un contesto del genere – malattie, problemi di ogni tipo. Ma del resto non è permesso loro di organizzarsi in maniera più umana e dignitosa. “Molte ong hanno offerto il loro aiuto ma non erano ben viste – raccontano gli attivisti – servizi basilari come l’acqua, bagni chimici, presidi medici, venivano infatti considerati un ‘pull factor’, ovvero un motivo di attrazione, inteso dalle istituzioni in senso ovviamente negativo”. Dappertutto dunque carenza: di servizi, ma anche di informazioni basilari, in primis sulla salute, come ha più volte sottolineato Antonio Curotto, anche lui medico di AAICA e volontario di lunga data in contesti del genere.

Solo la solidarietà non è mai mancata, malgrado le difficoltà, i fogli di via, i bastoni tra le ruote da parte delle autorità e delle istituzioni. Gli attivisti ripercorrono la storia della permanenza dei migranti nella città ligure di confine: dai primi sgomberi all’occupazione degli scogli dei Balzi Rossi, il trasferimento alla chiesa nel quartiere Gianchette, con circa 1000 persone; la nascita, a giugno 2016, del campo istituzionale della Croce Rossa, che ancora esiste (“un campo di transito, tipologia che nemmeno esiste nella legislazione italiana”) che però di persone ne poteva ospitare solo 300, il presidio Caritas nella chiesa di S. Antonio, anch’esso insufficiente. Il 18 aprile a Ventimiglia il campo informale che si trovava sotto il cavalcavia, nel letto del fiume Roya adiacente a Via Tenda, è stato sgomberato con le ruspe.” Da agosto 2017 la zona è pesantemente militarizzata e sono poche le esperienze ancora in piedi, come l’infopoint Eufemia, del Progetto20k rete di solidarietà e aiuto concreto per la libertà di movimento – spiegano – Sulle montagne al confine, i sentieri sono pattugliati dai droni, così come dalla gendarmeria francese, arrivata ad accamparsi sparsa in piccole pattuglie sparse sui monti”.

Non tralasciano ovviamente di raccontare le violenze subite dai ragazzi durante le identificazioni tramite le impronte digitali, descritte anche nel rapporto Amnesty, Hotspot Italia, uscito nel novembre 2016; e poi i rastrellamenti per le strade, con i giovani costretti a salire sui bus verso il sud Italia, fino ai rimpatri di massa dei sudanesi tramite voli charter con destinazione Khartoum, sulle quali sta tuttora indagando la Corte Europea dei Dritti dell’Uomo. “La caccia al migrante continua” spiegano gli attivisti, che non nascondono la preoccupazione per il futuro, specie dopo gli ultimi rivolgimenti politici post-elezioni. Eppure l’esperienza di Ventimiglia non è stata vana. Al contrario, la descrivono come “un esperimento politico a tratti incredibile, fatto di assistenza, solidarietà e autogestione”. L’occupazione nel 2015 degli scogli dei Balzi Rossi da parte dei migranti ne è un esempio: “Quella di essere visibili sugli scogli e vivere questa lotta alla luce del sole è stata una loro scelta politica” raccontano, descrivendo, pur con le difficoltà del contesto, la nascita di nuove pratiche collettive, frutto di assemblee in tutte le lingue e momenti di incontro e partecipazione. “Forse è anche per questo che è stato considerato pericoloso e subito sgomberato”.

Ma loro non hanno mollato, e questo nonostante la costante e crescente criminalizzazione della solidarietà da parte delle istituzioni: “Si è cominciato già nel 2015, con il divieto di somministrare cibo e bevande in luoghi pubblici, per questioni di igiene, dicevano”. Oggi ad essere messe sotto accusa non sono solo le organizzazioni della società civile e le ong ma anche numerosi cittadini europeifiniti sotto processo per aver fornito soccorso e riparo ai migranti in transito.

“In questi ultimi anni i confini si sono allargati e trasformati – spiega Giulia Bausano, attivista e fondatrice del blog Parole sul Confine, nato proprio per dar voce ai soggetti di queste esperienze, i migranti e gli attivisti solidali, che altrimenti si disperderebbero – da Genova a Nizza, da Ventimiglia a Bardonecchia, da Briançon a Torino, fino alla Libia e perfino da noi a Roma. Sono i nuovi confini interni ed esterni, dove si sperimentano nuove pratiche di controllo sociale e repressione del dissenso, ma in cui si è mossa una sorta di resistenza sotterranea, fatta di vie di fuga alternative, mutuo aiuto, incontro e confronto, che ci hanno aiutato a non abbandonare la speranza”.

Anna Toro

 

Lombardia: fallimento totale delle delibere regionali per i malati cronici

06.06.2018 – Fulvio Aurora Vittorio Agnoletto

Lombardia: fallimento totale delle delibere regionali per i malati cronici
(Foto di Amstead23, Wikimedia Commons)

I numeri parlano da soli e non lasciano scampo.

I toni trionfalistici dell’assessore regionale alla sanità, Giulio Gallera, sprofondano di vergogna sotto la cruda verità delle cifre.

Su 3.057.519 malati cronici che hanno ricevuto le lettere dalla regione solo l’8,44% ha firmato il contratto con un gestore, la cosiddetta presa in carico e solo il 4,6% (140.724) ha firmato il PAI, il Piano Assistenziale Individuale. Oltre il 90% dei cittadini cronici contattati dalla Regione fino ad ora non ha indicato alcun gestore e oltre il 95% di questi stessi cittadini non ha firmato alcun PAI.

Una vera e propria disfatta che appare ancora  più grave se si considerano tutti i soldi pubblici spesi dalla giunta regionale per reclamizzare le proprie iniziative verso i malati cronici attraverso spot, inserzioni e la stampa di centinaia di migliaia di opuscoli. Sarebbe interessante sapere quanto ha speso fino ad ora la Regione per fare tutto questo e scopriremmo che l’adesione al gestore di ogni singolo cittadino è costata non pochi euro alle finanze pubbliche, ossia a ciascuno di noi.

Che si tratti di un totale fallimento lo dimostrano i continui rinvii all’avvio del progetto decisi dallo stesso assessorato: inizialmente tutto il sistema avrebbe dovuto partire a pieno regime dal 1° gennaio 2018, poi è stato rinviato al 1° gennaio 2019 e ora l’ assessore afferma che saranno necessari circa cinque anni ! La fase di reclutamento avrebbe dovuto concludersi prima entro il 2017, poi nel 1° semestre del 2018, ora si parla del 31 dicembre 2018 e poi si vedrà.

Un risultato atteso considerato che la maggioranza degli stessi Medici di Medicina Generale,  si è rifiutata di aderire alle proposte della Regione e che nella città metropolitana di Milano  i ¾ dei MMG hanno detto di no. Dopo i MMG sono stati i medici ospedalieri a contestarne la realizzabilità: per fare i PAI vari specialisti dovrebbero essere spostati dai loro reparti provocando gravi danni alla qualità dell’assistenza ospedaliera; il medico specialista inoltre può non avere la competenza per compilare un PAI ad es. di un paziente con pluripatologie con il rischio di creare danni al cittadino e di assumersi una responsabilità legale al di sopra delle proprie competenze, come illustrato da un documento dell’Ordine dei Medici di Milano.

Per non parlare del complicato rapporto tra MMG e clinical manager che si tradurrà in un enorme perdita di tempo per i MMG e di un  sistema informatico non all’altezza del progetto: come faranno i MMG a relazionarsi con l’operato del clinical manager considerato che la grande maggioranza delle strutture ospedaliere non inserisce online per i singoli MMG  gli esami effettuati dai loro pazienti ?

La cosa più corretta che potrebbe fare l’assessore Gallera è prendere atto del fallimento e dimettersi. Le bugie hanno le gambe corte… la verità prima o poi è destinata ad emergere nella sua semplice evidenza.

Dott. Vittorio Agnoletto, medico, co-conduttore di “37e”, la trasmissione sulla salute di Radio Popolare

Fulvio Aurora, Medicina Democratica, responsabile nazionale settore vertenze

RiArtEco, sbarca a Livorno la “carovana” per l’arte dai rifiuti, partita dalla Sicilia

05.06.2018 – Livorno Redazione Italia

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RiArtEco, sbarca a Livorno la “carovana” per l’arte dai rifiuti, partita dalla Sicilia
(Foto di RiArtEco)

In mostra quadri, installazioni e sculture realizzate da 47 artisti

 

Sbarca anche a Livorno la mostra itinerante, partita da Messina, “RiArtEco”: 47 opere di 47 artisti realizzate con materiali riciclati. Dopo aver fatto tappa a Roma (Ladispoli) e poi a Siena, la mostra sarà inaugurata a Livorno nei grandi spazi della Biblioteca dei Bottini dell’Olio, nel quartiere de La Venezia, venerdì prossimo 8 giugno (l’inaugurazione alle ore 18) .  L’esposizione rimarrà aperta fino al 21 giugno, ad ingresso libero, con orario: dal lunedì al sabato ( 8.30-19.30); la domenica (10- 19).

Dopo Livorno, RiArtEco  si trasferirà a Genova.

 

“ E’ con grande soddisfazione che accogliamo negli spazi dei Bottini dell’Olio questa interessante esposizione di riciclo artistico – dichiara l’assessore alla cultura Francesco Belais – i cittadini potranno vedere che cosa può essere ricreato con materiali di scarto: opere di eco-design originali e creative che  non solo risultano esteticamente belle, ma sono anche portatrici di valori sociali e sinonimo di rispetto per l’ambiente e di lotta all’abbandono indiscriminato dei rifiuti    ”. “ Una mostra che riveli quanto di più artistico può nascere dal riclo dei materiali non può che essere gradita in questo momento in cui Livorno sta implementando la raccolta differenziata estendendo il porta a porta a tutto il territorio” aggiunge l’assessore all’ambiente Giuseppe Vece. “Una mostra educativa che attraverso l’arte sensibilizza maggiormente i consumatori verso acquisti consapevoli”.

 

 

RiArtEco non è semplicemente una mostra di opere d’arte realizzate dal riciclo dei materiali, bensì è il segno dell’impegno costante di artisti, designer, curatori, rappresentanti delle istitituzioni e semplici cittadini in difesa della nostra casa comune, la Madre Terra. Una filosofia di vita che accoglie quanto scartato dalla società post consumistica, ormai al collasso, per rigenerarlo e contribuire alla diffusione di un nuovo corso economico e sociale opposto alla ripetitività trasmissiva di modelli preordinati, al culto ossessivo per l’immagine artefatta, all’acquisto compulsivo di  di prodotti di scarsa qualità ed inutili secondo le regole dell’obsolescenza programmata, perché le risorse a nostra disposizione sono in scadenza e noi naufraghiamo in un mare di rifiuti.  Il movimento artistico e di idee RiArtEco lavora per contrastare il senso edonistico di questa liturgia degli sprechi che incarna i valori del degrado urbano e morale, agendo con la vitalità di nuove abilità creative sul rinnovamento dei processi produttivi grazie all’adozione delle cosiddette “best practice”. L’arte seleziona e corregge la realtà imperfetta, diceva Goethe, e ogni artista per mezzo della propria visione poetica suggerisce una chiave di lettura alle umane contraddizioni, cosi noi giochiamo a contaminare la critica sociale, ironica e dissacrante di matrice dadaista con l’estetica Pop fino alle nuove forme espressive per trovare, nell’intreccio di geometrie significanti e diversi linguaggi comunicativi, soluzioni per l’utente da applicare nella realtà concreta. Le opere così espandendosi oltre la fisicità della tela, abitano lo spazio espositivo ed incontrano il visitatore per instaurare con lui un dialogo, raccontare la storia di una rinascita quella del rifiuto che “estratto dalla sua realtà limitata a conferirgli misura”, parafrasando nuovamente Goethe, riconquista la dignità nel gesto liberatorio e libertario dell’artista.

 

RiArtEco.  http://www.riarteco.it