L’Italia è responsabile dell’azione libica nel Mar Mediterraneo

11.11.2017 ASGI Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione

L’Italia è responsabile dell’azione libica nel Mar Mediterraneo
(Foto di Medici senza Frontiere)

Quanto accaduto il 6 novembre nel Mediterraneo centrale conferma l’idea già sostenuta dall’Asgi in tante altre occasioni: la Guardia Costiera libica e le autorità libiche non sono interlocutori affidabili, né tanto meno hanno la possibilità o la volontà di effettuare operazioni di ricerca e salvataggio con le attrezzature fornite dall’Italia. Essi costituiscono, invece, lo strumento cui Italia e Ue hanno appaltato le politiche di respingimento dei migranti che cercano di raggiungere l’Europa.

E’ importante sottolineare che l’episodio si inserisce all’interno del coordinamento da parte del Comando Generale di Guardia Costiera italiano di una operazione di ricerca e salvataggio, evidentemente gestita senza il rispetto e le precauzioni della Convenzione di Amburgo del 1979.

Inoltre, tutti sanno che i migranti che si imbarcano in condizioni così precarie lo fanno per necessità, cercano di trovare rifugio da violenze e condizioni degradanti che subiscono in Libia e prima ancora nei loro paesi: tale circostanza è stata anche accertata recentemente dalla Corte di Assise di Milano. Ciononostante è proprio in Libia che essi sono respinti per essere nuovamente sottoposti a detenzione ed a torture, nonostante le autorità italiane abbiano positiva e diretta conoscenza delle torture e delle violazioni dei diritti delle persone ai quali sono sottoposti i migranti nei centri di detenzione in Libia.

E’ importante sottolineare, peraltro, che ciò avviene esclusivamente grazie ed in esecuzione del finanziamento e dei mezzi, anche navali, forniti dall’Italia alla Libia in esecuzione dell’accordo stipulato lo scorso 2 febbraio dal governo Gentiloni con Fāyez Muṣṭafā al-Sarrāj; dunque per attuare uno dei tanti accordi e partenariati stipulati dall’Italia, spesso senza alcun controllo parlamentare ed in spregio all’art. 80 Cost., con governi dittatoriali o istituzioni fantoccio (tra i quali anche il Sudan, il Niger, l’Afghanistan, la Turchia), totalmente incapaci di garantire l’incolumità e i diritti delle persone.

Lo stesso Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa ha chiesto al governo italiano, con nota del 28 settembre scorso, chiarimenti in merito a tali respingimenti e alla natura dell’accordo con la Libia: la risposta del Ministro dell’interno italiano, On.le Minniti (per il quale non è l’Italia a respingere le persone, ma la Libia) risulta essere sostanzialmente vuota e certamente irrispettosa a fronte della conoscenza delle reali politiche di delega, aiuto e supporto dell’Italia alla Libia e al contemporaneo ostacolo posto alle attività di ricerca e salvataggio in mare da parte delle ONG operanti nel Mediterraneo centrale.

Occorre, dunque, certamente ricordare le responsabilità della Libia in quanto occorso. Al contempo, tuttavia, occorre sottolineare la responsabilità dell’Italia e dell’Unione Europea per quanto avvenuto il 6 novembre o in occasioni similari, perché tali eventi si generano solo grazie alla delega delle attività di respingimento da loro fornita alla Libia, al loro coordinamento pratico, alle loro politiche, alla fornitura di mezzi finanziari e risorse strumentali, dunque grazie all’aiuto e al sostegno alla commissione di crimini da parte della Libia o di altri regimi non democratici.

La responsabilità dell’Italia per la violazione (tra gli altri) degli artt. 3, 5, 8 e 13 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, del principio di non refoulement e di numerose norme di diritto internazionale anche a tutela dei rifugiati non è solo morale e politica, ma altresì giuridica, derivando dalla violazione della Costituzione italiana e dalla normativa internazionale sulla responsabilità degli Stati nella violazione del diritto internazionale (cfr. art. 16 del Progetto di articoli sulla responsabilità internazionale degli Stati).

L’Italia, invero, altro non fa che delegare i respingimenti, le torture ed i trattamenti inumani alla Libia con prassi già condannata dalla Cedu con la nota sentenza Hirsi contro Italia.

Diviene dunque improcrastinabile e necessario attuare una seria revisione della politica in materia di immigrazione che ponga quale prioritaria l’esigenza di tutelare la vita e la dignità delle persone.

Per fare questo l’Unione Europea e l’Italia devono, quantomeno:

  1. Rivedere le politiche di chiusura delle frontiere dell’Unione, perché ciò costringe le persone nelle mani di trafficanti senza scrupoli, eassicurare il principio di libertà di circolazione delle persone, consentendo l’ingresso delle persone straniere in Italia in condizioni di sicurezza e garantendo un idoneo titolo di soggiorno temporaneo in vista della possibile integrazione sociale e lavorativa e, solo a seguito di un ragionevole periodo di tempo, prevedere la possibilità di revocarlo o non rinnovarlo dando luogo alle politiche di rimpatrio;
  2. Disdettare accordi e partenariati con Stati(o loro presunti rappresentanti) che non garantiscano i diritti umani e non siano firmatari delle principali convenzioni internazionali in materia. Italia ed Ue non devono delegare l’uso della forza e di trattamenti inumani a tali Stati o a compagini straniere al fine di limitare o impedire il diritto di una persona o un richiedente asilo di lasciare un certo paese per accedere agli ordinamenti democratici europei;
  3. Abbandonare l’utilizzo di forze marittime o militari armate straniereper limitare o impedire il diritto di lasciare un certo paese da parte di migranti e richiedenti asilo. Non fornire assistenza a paesi africani o di altre regioni che impediscono alle persone di lasciare i loro paesi di nazionalità o di residenza abituale o, comunque, a paesi i cui regimi non siano democratici;
  4. Abbandonare definitivamente l’ideadi potere definire alcun paese come “sicuro” a meno che tale paese:
  5.   a) preveda nella sua legislazione e nella prassi la possibilità di riconoscere lo status di rifugiato o uno status ad esso equivalente secondo quanto previsto dalla Convenzione di Ginevra sui rifugiati del 1951 e dal Protocollo del 1967;
  6.   b) garantisca un regime giuridico e procedurale tale da escludersi la possibilità che un migrante non sia rimpatriato in un paese che sia o sia stato recentemente scenario di conflitti armati e violenza indiscriminata nei confronti dei civili, nonché ove vi siano seri rischi di violazione dei diritti umani fondamentali, o la loro vita o la loro libertà potrebbero essere posti in pericolo, anche a seguito di persecuzioni, torture o trattamenti o punizioni crudeli, inumani o degradanti;
  7.   c) riconosca, assicuri e protegga il diritto al lavoro dei rifugiati e delle persone a esse assimilate, sia pur con permessi temporanei;
  8.   d) riconosca, assicuri e protegga il diritto alla salute e all’istruzione e fornisca l’accesso ai servizi sociali delle stesse persone, in condizioni di parità con i propri cittadini;
  9.   e) riconosca, assicuri e protegga le libertà fondamentali e la sicurezza delle stesse persone.
  10. Contribuire alla riforma del Regolamento Dublino, perfezionando il testo approvato dalla Commissione per le libertà civili, la giustizia e gli affari interni (LIBE) del Parlamento Europeo, che riforma profondamente il Regolamento n. 604/2013.

In ogni caso al fine di contrastare l’attuale politica italiana ed europea che arma e sostiene le autorità libiche e liberticide, l’ASGI ha articolato una serie di iniziative anche giudiziarie tra cui la notifica di un ricorso al Tribunale Amministrativo del Lazio contro il Ministero degli Affari Esteri e del Ministero dell’Interno, di cui si darà completa notizia la prossima settimana, quando il ricorso sarà depositato presso l’autorità giudiziaria.

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Bando Internazionale sui droni killer

09.11.2017 Pressenza Budapest

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Bando Internazionale sui droni killer

Appello di ricercatori canadesi per il divieto internazionale di usare l’intelligenza artificiale come arma, altrimenti saranno macchine – non persone – ad avere diritto di vita o di morte sulla popolazione.

 

I membri della comunità di ricerca sull’intelligenza artificiale sollecitano il primo ministro del Canada ad aderire alla richiesta di vietare su scala internazionale le armi letali autonome che operano senza un significativo controllo umano nel momento in cui sprigionano una forza letale.

Una lettera aperta di cinque esperti canadesi nel campo della ricerca sull’intelligenza artificiale sollecita il Primo Ministro a risolvere immediatamente il problema delle armi autonome letali (spesso denominate “robot killer”) e ad assumere una posizione di leadership sulla scena internazionale contro i Sistemi di armi mortali autonome, nei prossimi incontri delle Nazioni Unite a Ginevra.

2 novembre 2017

All’onorevole Justin Trudeau, C.P., M.P.
Primo Ministro del Canada

Langevin Building, 80 Wellington Street
Ottawa, Ontario
K1A 0A2

e, p.c.:

  • Navdeep Bains, Ministro dell’Innovazione, delle Scienze e dello Sviluppo Economico;
  • Chrystia Freeland, Ministro degli Affari Esteri;
  • Harjit S. Sajjan, Ministro della Difesa;
  • Kirsty Duncan, ministro delle Scienze;
  • Mona Nemer, Consigliera scientifica.

OGGETTO: DIVIETO INTERNAZIONALE DI MILITARIZZARE L’INTELLIGENZA ARTIFICIALE 

Signor Primo Ministro,
Come membri della comunità di ricercatori canadesi sull’Intelligenza Artificiale (IA), vorremmo ringraziarLa per l’interesse che Lei manifesta verso l’IA in generale e per l’investimento significativo che il Canada sta facendo su ricerca e innovazione in materia di IA.

Come Lei sa, la ricerca sull’IA, ossia i tentativi di fabbricare macchine in grado di svolgere compiti intelligenti, ha compiuto progressi spettacolari nel corso dell’ultimo decennio. L’evoluzione dell’IA classica, spinta dai rapidi progressi nell’apprendimento automatico, ha esaltato le ambizioni della comunità IA di costruire macchine in grado di eseguire operazioni complesse, con o senza supervisione o intervento umano. Una vasta gamma di applicazioni sta già sostenendo una crescente varietà di prodotti di consumo volti a migliorare le infrastrutture, i trasporti, l’istruzione, la salute, le arti, l’esercito, la medicina e il commercio.
L’IA riveste un’importanza di natura trasformatrice. Queste trasformazioni, reali e potenziali, richiedono non solo capacità di comprensione, ma anche e sempre di più vigile attenzione morale.

È per tutti questi motivi che la comunità canadese di ricercatori sull’IA esorta Lei e il Suo governo a fare del Canada il 20° paese del mondo a sollevarsi, a livello internazionale, contro la militarizzazione dell’IA.
I sistemi autonomi di armi letali senza un significativo controllo umano che determini la legittimità degli obiettivi e lo sprigionamento di una forza letale equivalgono a posizionarsi sul lato sbagliato della linea morale stabilita.
A tal fine, invitiamo il Canada ad annunciare il suo sostegno alla richiesta di vietare i sistemi di armi letali autonomi durante la prossima Conferenza dell’ONU riguardante la Convenzione delle Nazioni Unite sulle armi classiche (CCW). Il Canada dovrebbe anche impegnarsi a lavorare con altri Stati per concludere un nuovo accordo internazionale allo scopo di raggiungere questo obiettivo. Così facendo, il nostro governo riaffermerà anche la sua leadership morale sulla scena internazionale, come aveva già fatto con il Trattato di Ottawa – la Convenzione internazionale del 1996 per la messa al bando delle mine antiuomo, su iniziativa del ministro degli affari esteri dell’epoca, Lloyd Axworthy, che Suo padre aveva nominato al Gabinetto federale.

Siamo lieti che la Convenzione abbia deciso di formare un Gruppo di esperti governativi sui sistemi di armi autonome. A questo proposito, molti membri della nostra comunità di ricerca sono impazienti di mettere le loro competenze a disposizione del governo del Canada.
Come hanno recentemente rilevato molte aziende leader nell’IA e nella robotica a livello mondiale, società canadesi comprese, i sistemi di armi autonome rischiano di realizzare la terza rivoluzione bellica.
Nello sviluppo di tali sistemi, i conflitti armati potrebbero svolgersi su una scala mai vista prima e a una velocità che gli esseri umani non sono nemmeno in grado di concepire.

La tragica conseguenza di questo fenomeno è che sarebbero macchine – non persone – ad avere diritto di vita o di morte sulla popolazione.
La comunità canadese di ricerca sull’IA non potrebbe approvare un tale uso, in quanto il suo scopo principale è quello di studiare, progettare e promuovere la ricerca sull’IA a fini benefici.

La forte leadership che il Canada continua a dimostrare attraverso il suo coinvolgimento nella tecnologia e nell’innovazione salvaguarderà la nostra reputazione di leader internazionale nello sviluppo della tecnologia IA solo nella misura in cui tale investimento terrà conto anche del suo impatto sul piano giuridico, etico e sociale.

La invitiamo dunque ad assumere una posizione di leadership forte contro i sistemi di armi autonome letali sulla scena internazionale nelle future riunioni del CCW, previste per il novembre 2017 presso le Nazioni Unite.

La preghiamo di gradire, Signor Primo Ministro, l’espressione della nostra più alta considerazione

Seguono le firme dei cattedratici proponenti:

  • Ian Kerr, titolare della cattedra di ricerca in etica, diritto e tecnologia, Università di Ottawa (Canada);
  • Yoshua Bengio, titolare della cattedra di ricerca in algoritmi di apprendimento statistico, Università di Montreal (Canada);
  • Geoffrey Hinton, ingegnere ricercatore presso Google e primo consulente scientifico del Vector Institute;
  • Rich Sutton, titolare della cattedra AITF in apprendimento tramite rinforzo e intelligenza artificiale, Università dello stato di Alberta (Canada);
  • Doina Precup, titolare della cattedra di ricerca in apprendimento automatico, Università McGill (Canada).

 

Traduzione dal francese di Mariapia Salmaso

 

La Russia, i russi e Putin

08.11.2017 Damiano Mazzotti

La Russia, i russi e Putin
(Foto di questiondigital.com)

“Un secolo di Russia” è un saggio molto interessante che prende in esame la cultura, l’economia e la politica russa (Lorenzo Gianotti e Nicola Lombardozzi, Editori Riuniti, 213 pagine, euro 16).

 

Nel centenario della Rivoluzione Russa è sicuramente molto utile riflettere più a fondo con un libro equilibrato e appassionato che descrive bene la cultura centralista russa, e che affronta questioni molto spinose come il conflitto con l’Ucraina nel Donbass e l’annessione della Crimea. Quindi gli autori prendono in esame il ruolo stabilizzante di Putin e quella destabilizzante della mafie e “del pizzo di Stato” che coinvolge molte burocrazie ufficiali (compresa la polizia e la magistratura).

Oggi un grande mafioso russo “veste in maniera sobria, non ha il corpo coperto di tatuaggi, manda i figli a studiare all’estero. Vive una doppia vita tra relazioni sociali riservate alle élite e un sottobosco criminale cui è rimasto il ruolo di manovalanza pura. A loro, ai manovali, sono concessi rituali e abitudini legati al passato” (p. 188). In alcuni cimiteri ci sono foto molto eloquenti.

Vladimir Putin non vuole rischiare a livello di sicurezza interna e ha creato la Guardia nazionale che dipende direttamente da lui. Questo corpo è dotato di carri armati e di mitragliatrici Tokar-2  che hanno un effetto dirompente e spietato in tutti gli ambienti urbani, contro terroristi e altri nemici.

In Russia e ai confini della Russia “Ogni tentativo di stravolgere il sistema si ritroverebbe contro un’orda di ceceni che non sono più delle belve autodidatte che combattono all’arma bianca ma unità regolari, armate addestrate e con l’ordine preciso di non fare prigionieri” (Vladimir Goljsev, storico e blogger, p. 177). Si può affermare che “gli inglesi trovarono la soluzione del problema scozzese trasformando montanari ribelli e aggressivi nella loro élite militare” e Putin ha adottato lo stesso metodo con i ceceni (conversazione privata, p. 176).

Negli ultimi anni le migliori risorse russe si stanno trasferendo all’estero: “si valuta che nel 2014-15 abbiano abbandonato la Russia 200 mila persone con un profilo professionale elevato… il 42 per cento dei top-manager russi di società russe aveva l’intenzione di trasferirsi all’estero e uno ogni sei pensava di farlo entro i prossimi due anni con Usa, Germania e Gran Bretagna come possibili destinazioni” (p. 146). Tutti valori sottostimati poiché molte persone non notificano la loro partenza. Negli Stati Uniti ci sono almeno “16.000 superlaureati provenienti dall’ex Urss” (Lev Gudkov, Centro Levada, 2016, p. 147). A Londra i critici e gli oppositori del Cremlino vivono negli stessi ambienti dei rampolli dei miliardari e dei ministri russi.

In ultima analisi sarebbe meglio condividere il pensiero di George F. Kennan: “durante la guerra fredda, sosteneva che la sola via per contenere la Russia non fosse quella di isolarla, ma di coinvolgerla in un sistema globale” Gleb Pavlovskij, politologo russo, p. 201). Oggi il maggior pericolo “è che uno stato sovrano in possesso di un enorme arsenale di armi di distruzione massiva possa diventare incontrollabile” (Pavlovskij, 2016). Gli Stati Uniti non possono continuare a spingere ai margini la Russia: “Dobbiamo avere un approccio con la Russia di bilanciamento ottimale tra collaborazione e competizione per un complesso di questioni di mutuo interesse” (Matthew Rojansky, Istituto Kennan del Centro Woodrow Wilson, p. 202).

 

Nicola Lombardozzi è dal 1989 agli Esteri di Repubblica che dirigerà per dieci anni. Dal 2009 al 2016 corrispondente per Repubblica da Mosca. Ha seguito da inviato a Kiev la rivolta della Majdan. Poi in Crimea tutte le fasi dell’”invasione mascherata” e della annessione della penisola alla Russia.

Lorenzo Gianotti è nato nel 1939, è stato un senatore per molti anni e ha una prolungata conoscenza dell’Unione Sovietica (dal 1922 al 1991, 15 paesi), della Russia e dell’Est europeo.

 

Nota tedesca – Un avvicinamento “con la Germania, nel campo della scienza e della formazione rappresenta una sorta di compensazione per il diradarsi della cooperazione politica” (Thomas Sebastian Vitzthum, Die Welt, agosto 2015). Nelle università tedesche sono presenti più di undicimila studenti russi (nota a p. 109).

Nota epidemiologica – In Russia la speranza di vita è la più bassa del continente europeo: 63 anni. La quota dei defunti maschi tra i 30 3 i 45 anni d’età è alta. Le spiegazioni più probabili sono: “l’ambiente sporco e pericoloso, la bassa qualità dei prodotti, la loro mancanza, la cattiva alimentazione, le pessime condizioni abitative, l’organizzazione produttiva pericolosa. La criminalità. I suicidi… Non c’è da stupirsi se in queste condizioni molta gente beve e molti muoiono avvelenati dalla vodka” (Vasilij Vlasov, 2015, p. 111).

Nota militare – In Siria gli aerei militari russi hanno compiuto tanti voli al giorno quanti quelli della coalizione Usa al mese. La flotta militare russa ha lanciato missili dal Caspio, a distanza di 1,5 mila chilometri” (Kim Sengupta, The Indipendent, 2016, p. 157).

Nota internazionale – Putin è riuscito a vincere la guerra in Siria e ora ha stabilizzato la regione. La Russia ha gestito anche importanti accordi energetici con il Qatar e con la Cina, accordi facilitati dal ponte finanziario italiano di BancaIntesa (Demostenes Floros, analista di Limes). Inoltre l’Italia sta diventando un ponte diplomatico tra Stati Uniti e Russia attraverso la gestione ben diversificata dei diritti di estrazione dell’Eni, che negli ultimi anni ha scoperto giacimenti di gas molto importanti. Comunque attualmente la Russia fornisce il 70 per cento del gas consumato in Europa. Nonostante tutto l’apparato burocratico e militare americano continua a considerare la Russia un paese ostile, anche se è la Cina che detiene il 90 per cento delle riserve di terre rare e ha iniziato a vendere il petrolio nella sua valuta nazionale. La Russia probabilmente non è nemmeno capace di stimare le proprie riserve minerarie se si pensa ai vastissimi territori ghiacciati e quasi inesplorati. In ogni caso Putin è una persona molto razionale e nessun russo ha fretta di morire (a differenza di molti fondamentalisti islamici). Però alcuni russi nazionalisti e parte delle forze armate, “temono che il grande disegno russo-cinese di costituire due blocchi euroasiatici interconnessi finisca per far assumere alla Russia… il ruolo di bacino di risorse da far sfruttare ai cinesi” (Fabio Mini, 2017, p. 82). La rivoluzione ucraina del 2004 gestita dagli Usa ha fatto scattare la reazione russa (p. 74).

Apertura del 3° Forum sociale mondiale antinucleare

08.11.2017 – Parigi Rédaction France

Quest’articolo è disponibile anche in: Spagnolo, Francese

Apertura del 3° Forum sociale mondiale antinucleare

Seduta plenaria d’apertura del Forum sociale mondiale, 2 Novembre 2017, Intervento di Dominique Lalanne.

In questo Forum sociale mondiale sul nucleare parleremo del nucleare militare. Ricordate, il nucleare
militare è all’origine del nucleare civile. In questa sala, lo sappiamo tutti!

Il primo annuncio importante a questo proposito è che il premio Nobel per la pace 2017 è stato
attribuito alla campagna ICAN, la Campagna Internazionale per l’Abolizione delle Armi Nucleari.
(applausi)
E siamo numerosi in questa sala a poter dire di aver ricevuto questo premio Nobel! Possiamo
applaudire questi numerosi amici!
(applausi)
Questo premio Nobel arriva a coronamento del successo a cui abbiamo contribuito, quello di far
votare all’ONU, nel mese di Luglio 2017, un Trattato di proibizione delle armi nucleari: 122 paesi hanno
votato a favore del testo finale, un solo paese, i Paesi Bassi, ha votato contro; soggetti a forti pressioni
diplomatiche, nessuno dei paesi nucleari ha voluto partecipare al voto. Un testo che vieta il possesso e la fabbricazione di armi nucleari così come la minaccia di attacchi nucleari, vieta cioè ogni potenzialità di utilizzo e tutta la dottrina della “dissuasione nucleare”.

Il processo ha occupato gli ultimi dieci anni. Gli stati nucleari hanno dato prova di una tale malafede
da 70 anni in qua che i paesi non nucleari hanno preso l’iniziativa per imporre questa legislazione
internazionale. In effetti, i 5 stati nucleari che esistevano nel 1970 si erano impegnati in un trattato internazionale a eliminare “con buona volontà” i propri armamenti nucleari. È il Trattato di nonproliferazione a prevedere ciò all’articolo 6. Da quella data, 4 nuovi paesi hanno acquisito delle armi nucleari e nessuno dei paesi nucleari prevede di abbandonare tale tipo di arma. E questi stessi paesi nucleari hanno tutti definito programmi di ammodernamento dell’arsenale nei 50 anni a venire!

Si è quindi levata un’opposizione internazionale. I due terzi dei paesi si sono pronunciati a favore di
un tale Trattato nel dicembre 2016 allorquando i 5 membri del Consiglio di Sicurezza dell’ONU hanno fatto di tutto per impedire il voto. Gli Stati Uniti e la Francia in testa. Le pressioni diplomatiche, le minacce; da 10 anni è stato adoperato qualunque mezzo contro un tale trattato d’interdizione. Abbiamo vinto noi. Per noi, è solo una prima tappa.

Questo Forum sociale mondiale ci permetterà di fare il punto per passare alla tappa successiva, quella
in cui le armi nucleari saranno realmente eliminate, al fine di proclamare la loro abolizione, com’è
accaduto per la schiavitù. Potrete partecipare a numerosi gruppi di lavoro, per l’informazione e il dibattito, per riflettere sul nostro impatto sull’opinione pubblica dei nostri paesi, per analizzare come bloccare i “decisori”, per organizzare la pressione sui complessi militar-industriali che dettano le proprie scelte per conservare, o addirittura aumentare, la manna finanziaria di 100 miliardi di euro all’anno per le armi nucleari. Uno scandalo per l’umanità che deve affrontare i gravi problemi legati al riscaldamento globale, alle ingiustizie e allo sfruttamento predatorio delle risorse e dell’ambiente.

Attualmente, 15.000 bombe nucleari sono a disposizione per annientarci, di cui 2000 in stato di
allerta permanente. Siete qui in Francia e la Francia dispone di un sottomarino costantemente pronto a
scagliare 96 bombe nucleari dotate di una potenza distruttiva pari a mille volte la bomba di Hiroshima.

Vi trovate in un paese che si vanta di assicurare la sicurezza internazionale grazie alla sua capacità di “dissuasione nucleare” e che minaccia d’insicurezza e morte tutti coloro che potrebbero colpire i suoi “interessi vitali”. Siete nell’Unione Europea che conta 4 stati che ospitano armi nucleari americane e che dicono di partecipare alla “condivisione nucleare” della NATO, cioè ad un programma per il quale i piloti di bombardieri di questi paesi sono pronti a partire per commettere crimini contro l’umanità bombardando delle città. Vivete su un pianeta in cui i dirigenti di nove paesi si riconoscono il diritto di vita e di morte su tutta la popolazione del mondo! Il terrorismo di questi stati è la loro dottrina ufficiale e molti gruppi estremisti vedono dunque nella violenza e nella distruzione l’unica risposta possibile alla violenza maggiore degli Stati.

Il trattato di proibizione delle armi nucleari è una grande tappa, ma quali sono le tappe successive
che analizzeremo in questi tre giorni?

Pensiamo in primo luogo alle vittime dei test nucleari. I paesi nucleari hanno esploso più di 2000
bombe di cui alcune avevano una potenza 1000 volte superiore alla bomba di Hiroshima. Ci sono state
milioni di vittime. Molti sono morti, molti hanno visto la propria salute devastata e si presentano ora anche dei danni genetici. Terremo delle sessioni di lavoro con associazioni di veterani e di vittime. Come riparare i danni umani e ambientali? Il trattato di proibizione lo ha reso  un obbligo.

In numerosi paesi dell’Unione Europea i parlamentari eletti hanno espresso la propria opposizione
alle armi nucleari. Ciò è accaduto nei paesi che ospitano le armi americane, i Paesi Bassi, la Germania, il Belgio e l’Italia. Ma gli esecutivi di questi paesi rifiutano questa decisione democratica. Il Parlamento Europeo ha votato una Risoluzione nel novembre 2016 chiedendo a tutti i paesi membri di sostenere il Trattato di Proibizione. In Europa sono 7 i paesi favorevoli al Trattato di Proibizione: l’Austria, la Danimarca, l’Irlanda, Malta (4 paesi UE) come anche l’Islanda, la Norvegia e la Svizzera. L’arma nucleare è chiaramente incompatibile con la democrazia. Ciò non pone problemi nei paesi non democratici ma qui, in Francia, come possiamo tollerare che un solo uomo, il Presidente della Repubblica, possa decidere da solo, sulla base di criteri volontariamente vaghi e nel brevissimo tempo di qualche decina di minuti, di lanciare attacchi nucleari da 1000 Hiroshima?

Rifiutare che sia la democrazia a decidere sulla questione del nucleare militare comporta inevitabilmente rifiutare che sia la democrazia a decidere sul nucleare civile e in numerosi altri campi della società, dai grandi progetti inutili alle ingiustizie sociali. Ancora una volta è possibile individuare il forte legame tra nucleare civile e nucleare militare. Il nucleare militare ha trasformato le nostre società in dittature nucleari.

Il Trattato di Proibizione apre una possibilità di dibattito all’opinione pubblica, è tempo che gli eletti siano all’ascolto dei popoli, è tempo che i cittadini si esprimano sul loro rifiuto di un’arma di distruzione di massa e che impongano le proprie scelte ai detentori del potere.

Infine il Trattato di Proibizione apre delle prospettive d’azione, dal momento che sono vietate tutte le attività che, direttamente o indirettamente, contribuiscono alla realizzazione ed al dispiegamento delle armi nucleari. Le industrie, le banche i lavoratori… la Francia vende bombardieri nucleari all’India, ciò sarà vietato dal Trattato, ma saranno vietati anche la costruzione di questi aerei, i prestiti bancari per facilitare le operazioni, la fabbricazione di parti di questi aerei, dal tappo di plastica fino ai circuiti elettronici.

Il premio Nobel per la Pace che ci è stato attribuito quest’anno è un simbolo di qualità, certo, ma
soprattutto un incoraggiamento a tutti, i gruppi, le cittadine, i cittadini. Dobbiamo interpellare l’opinione pubblica perché essa si manifesti ed imponga ad ogni paese l’obbligo di firma del Trattato di Proibizione col fine ultimo di liberare il mondo dalle armi nucleari.

Auguro a tutti voi un buon Forum Sociale Mondiale, siamo sulla buona strada.
Sì, vinceremo!
(applausi)

Roma, Centro antiviolenza Erize: “La Cura. No alla violenza, sì al recupero”

06.11.2017 Redazione Italia

Roma, Centro antiviolenza Erize: “La Cura. No alla violenza, sì al recupero”
(Foto di Centro antiviolenza Marie Anne Erize)

CONFERENZA STAMPA

SALA STAMPA CAMERA DEI DEPUTATI

“La Cura. No alla violenza, sì al recupero” sfilata di abiti da sposa organizzata dal centro anti-violenza di Tor Bella Monaca Marie Anne Erize

Mercoledì 8 novembre, alle ore 17,30, presso la Sala Stampa della Camera dei Deputati, verrà presentata alla stampa “La Cura. No alla violenza, sì al recupero” sfilata di abiti da sposa organizzata dal centro anti-violenza di Tor Bella Monaca Marie Anne Erize.

La sfilata si terrà si terrà sabato 11 novembre alle 21 presso Palazzo Englefield in Via IV Novembre 157 e vedrà la partecipazione di dodici coppie di indossatori, scelti tra gli utenti, ex utenti e sostenitori del centro, che sfileranno con gli abiti nuziali della collezione storica della sartoria del centro. Tra di loro, l’onorevole Laura Coccia, che pur con disabilità motorie è ben decise a sfilare, per sostenere le attività del centro, e Sara Manfuso dell’associazione I Woman, che indosserà un modello storico della maison Elvira Gramano.

La conferenza stampa e la sfilata assumono un forte valore per la difesa del lavoro del Centro Anti-violenza e biblioteca in uno dei quartieri più difficili della Capitale e alla luce della minaccia di sfratto ancora pendente da parte del Municipio (http://www.huffingtonpost.it/2017/03/17/sfrattato-centro-antiviolenza-roma_n_15424078.html ) e dalle intimidazioni ricevute dalla Presidente Stefania Catallo (http://torri.romatoday.it/tor-bella-monaca/minacce-centro-antiviolenza.html).

L’evento è stato patrocinato dalle Tassiste Romane che in questi giorni esporranno all’interno dei taxi una peonia di carta colorata come simbolo della loro partecipazione, e la locandina dell’evento.

L’immagine della locandina, vuole significare la speranza e la certezza di poter ricominciare a vivere, dopo l’uscita da situazioni di violenza. Perché che sia vittime ed ex maltrattanti, è necessario metterci la faccia per dimostrare che esiste una via d’uscita, sempre.

Sala stampa ingresso Via della Missione n. 4

Per accrediti inviare Nome e Cognome a uffstampalauracoccia@gmail.com  Per gli operatori audio/video/foto inviare Nome, Cognome, data e luogo di nascita e indicazione caratteristiche attrezzature.

Quest’anno siamo tornati indietro sulla parità tra uomini e donne

 

05.11.2017 Mariano Quiroga

Quest’articolo è disponibile anche in: Spagnolo

Quest’anno siamo tornati indietro sulla parità tra uomini e donne

Negli ultimi 11 anni tutte le regioni del pianeta hanno ridotto la disparità di genere nel tema salariale. Tuttavia, l’ultimo rapporto presentato quest’anno ,” The global Gender Gap Report“, mostra una stasi nel progresso globale.

Dietro questo ritorno indietro, vi è una stasi nella parità di genere nei quattro pilastri analizzati dal rapporto: conquiste nel campo dell’istruzione, sanità e speranza di vita, opportunità economica e potere politico, sebbene le due ultime aree rappresentino un maggior motivo di preoccupazione. Erano queste due categorie quelle che registravano le maggiori differenze di parità, ma fino al 2017 erano anche le due aree che miglioravano rapidamente.

“Stando agli attuali livelli di progresso, ci vorranno 10 anni per eliminare la disparità globale tra uomini e donne”, segnalano gli esperti del Forum Economico Mondiale.

Il salto qualitativo vissuto nel 2017 fa ritardare di 17 anni l’eliminazione della disparità, in quanto nel 2016 si calcolava che fossero necessari 83 anni per raggiungere l’uguaglianza, una meta che si allontana.

Nelle aziende le prospettive sono persino peggiori: il forum calcola che l’uguaglianza tra lavoratrici e lavoratori non giungerà fino a 217 anni- vale a dire nel 2234, quando lo scorso anno era previsto che arrivasse nel 2186.

In ogni caso, il panorama a tinte fosche riguarda la metà del pianeta, in quanto la metà dei 144 paesi analizzati hanno dato segni di miglioramento.

Il rapporto ripropone l’Islanda come il paese con minore disuguaglianza, seguito dalla Norvegia e dalla Finlandia. Al quarto posto si trova il Ruanda, uno stato a forte presenza femminile, derivata dalle guerre e dai genocidi che ha subito il paese. Tra i primi dieci posti, l’unico paese latinoamericano è il Nicaragua, al sesto, nono e decimo posto non troviamo paesi europei, bensì la Nuova Zelanda e le Filippine.

Mantenendo l’attuale livello di progresso nell’America Latina e nei Caraibi, la disuguaglianza dovrebbe sparire tra 79 anni, migliorando in più di due decenni la media planetaria.

L’Islanda quest’anno ha proposta una riforma legislativa che vuole eliminare la disuguaglianza salariale tra uomini e donne per il 2022, continuando ad essere il primo della lista di paesi che più si avvicina all’eliminazione della discriminazione verso le donne.

 

Traduzione dallo spagnolo di Cristina Quattrone

Rosatellum: una legge elettorale che tradisce i principi costituzionali

04.11.2017 Rocco Artifoni

Rosatellum: una legge elettorale che tradisce i principi costituzionali
(Foto di http://www.sinistraemezzogiorno.it)

«L’idea è buona, ma se noi proponiamo una simile legge, questa legge sarà chiamata “truffa” e noi saremo chiamati “truffatori”». Fu certamente profetico Mario Scelba, Ministro degli Interni, quando nel 1953 il governo De Gasperi pose la questione di fiducia in entrambi i rami del Parlamento sulla nuova legge elettorale, che introdusse un premio di maggioranza consistente nell’assegnazione del 65% dei seggi alla lista o al gruppo di liste collegate che avesse superato la metà dei voti validi. L’anno successivo il Parlamento abrogò quella legge, che di fatto non fu mai utilizzata e che è passata alla storia come legge “truffa”.

A posteriori si può tranquillamente dire che in fondo non si trattava di una “truffa” grave, poiché lo scopo del premio era quello di dare più stabilità al governo, che comunque era sostenuto dalla maggioranza dei rappresentanti del popolo sovrano. In questo modo rischiavano di essere alterati alcuni equilibri costituzionali (per esempio per l’elezione del Presidente delle Repubblica), ma certamente si trattava di una “forzatura” meno grave di altre più recenti, che hanno trasformato in maggioranze assolute ciò che il corpo elettorale aveva indicato soltanto come maggioranze relative , cioè comunque minoranze, talvolta anche poco consistenti, come nelle ultime elezioni politiche del 2013.

Già il “Mattarellum” (approvato nel 1993) presentava qualche aspetto di dubbia costituzionalità, ma certamente peggio si può dire del “Porcellum” (approvato nel 2005 e così definito significativamente dal suo principale estensore) e del recente “Italicum” (voluto a colpi di fiducia dal governo Renzi nel 2015), considerato che queste ultime due norme elettorali sono state parzialmente annullate dalla Corte Costituzionale.

Con la firma apposta dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella si è concluso l’iter legislativo della nuova legge elettorale, detta “Rosatellum”, che verrà utilizzata nelle elezioni politiche del 2018. Il Presidente del Consiglio Paolo Gentiloni il 13 dicembre 2016, presentando il programma dell’attuale governo alla Camera dei deputati, aveva dichiarato che «il governo non sarà l’attore protagonista del confronto parlamentare sulla legge elettorale». Poi sappiamo com’è andato a finire questo percorso, lastricato di voti di fiducia governativi, mentre la coerenza politica è stata gettata alle ortiche per l’ennesima volta.

Occorre anche ricordare che il “Rosatellum” ci viene proposto come seconda norma elettorale (la prima è stata l’“Italicum”) dall’attuale Parlamento che è stato nominato con il “Porcellum”,  poi risultato incostituzionale. Approvare una nuova legge elettorale non era sicuramente un obbligo, dato che vigente era il “Consultellum”, cioè il residuo auto applicativo delle due precedenti leggi elettorali, dopo i tagli subiti dalla penna della Consulta. Tra l’altro diverse simulazioni sugli esiti del prossimo voto per il Parlamento hanno mostrato come il risultato in termini di seggi ottenuti dai vari partiti non sarebbe molto diverso applicando il “Consultellum” o il “Rosatellum”. Perciò viene da chiedersi perché abbiamo dovuto assistere a questo accanimento per approvare ad ogni costo la nuova legge elettorale, che tra l’altro non garantisce affatto la governabilità.  Il sospetto è che, mentre quasi tutti i partiti ufficialmente sostengono che la sera delle elezioni i cittadini abbiano il diritto di sapere chi ha vinto, in realtà gli stessi sono ben contenti di avere le mani libere per decidere con chi allearsi dopo il voto alla luce dei risultati. Per questa ragione i candidati devono essere decisi tutti dall’alto, poiché è indispensabile che siano di provata fede al “capo” del partito, figura prevista non casualmente dal “Rosatellum” (come già dall’“Italicum”).

Così facendo, si trasforma il voto del cittadino da libero a predeterminato nelle candidature e si condizionano fortemente le funzioni politiche dell’eletto, che invece dovrebbe essere “senza vincolo di mandato” (art. 67 Costituzione).

Ma c’è di più e di peggio: alcuni costituzionalisti hanno sottolineato la palese incostituzionalità dell’impostazione del sistema elettorale del “Rosatellum” per diversi aspetti.

Anzitutto all’elettore è attribuito un unico voto, che serve per proclamare i vincitori nei collegi uninominali e, al contempo, per distribuire gli altri seggi nei collegi plurinominali proporzionali con listini bloccati.

L’unicità del voto, in un contesto di duplicità del canale rappresentativo, sembra però violare il principio costituzionale di uguaglianza, poiché i voti degli elettori dei candidati vincenti nei collegi uninominali vengono contati due volte. Benché quegli elettori, una volta assegnato il seggio in palio nel collegio uninominale, siano già pienamente rappresentati (addirittura con il risultato del 100%), essi determinano anche l’assegnazione degli altri seggi da ripartire su base proporzionale. Non era così con il “Mattarellum”, che prevedeva il meccanismo dello “scorporo”, in base al quale i voti che avevano già prodotto la rappresentanza nei collegi uninominali non venivano contati ai fini del riparto proporzionale.

Inoltre, il “Mattarellum” prevedeva due voti distinti: uno per l’uninominale e l’altro per il proporzionale. In questo modo, cioè con una votazione disgiunta, l’elettore era libero di scegliere la persona preferita per l’uninominale e qualsiasi lista tra quelle nel proporzionale, non necessariamente collegate al candidato dell’uninominale.

Ma quel che è peggio è che con il “Rosatellum”  il voto dato al candidato nel collegio uninominale, se non viene indicato anche un partito collegato, si trasferisce automaticamente alle liste che lo appoggiano, in proporzione alle scelte effettuate degli altri elettori. In questo modo l’attribuzione del voto è condizionata dalle altrui scelte.

Non solo: la legge stabilisce una soglia del 3% a livello nazionale per l’attribuzione dei seggi, ma nel caso una lista abbia un consenso compreso tra l’1% e il 3%, i voti verrebbero redistribuiti alle eventuali altre liste in coalizione. Ciò implica una palese disparità di trattamento tra il voto degli elettori che votano per piccoli partiti non coalizzati e quelli coalizzati, ma soprattutto non era mai stato inventato prima d’ora il trasferimento di voti da un partito ad un altro. Come è stato acutamente osservato dal costituzionalista Lorenzo Spadacini, potrebbe accadere che un elettore voti per un partito animalista e che il suo voto serva ad eleggere un deputato favorevole alla caccia di un partito coalizzato.

In conclusione  si può dire che il “Rosatellum” istituisca per legge la trasmissione e persino l’espropriazione del voto dei cittadini, violando sostanzialmente i principi del voto eguale, libero, personale e diretto (artt. 3, 48, 56 Costituzione). Tra le leggi elettorali approvate dal dopoguerra ad oggi, questa è sicuramente la peggiore. Gli estensori della legge “truffa” – al confronto – erano dei dilettanti.

Con 9 milioni di morti all’anno, l’inquinamento uccide più della guerra, del fumo e di varie altre malattie messe insieme

 

03.11.2017 Pressenza London

Quest’articolo è disponibile anche in: Inglese, Greco

Con 9 milioni di morti all’anno, l’inquinamento uccide più della guerra, del fumo e di varie altre malattie messe insieme
Panoramica dei principali effetti sulla salute umana di varie forme di inquinamento (Foto di Mikael Häggström, Wikimedia Commons)

La rivista Lancet mette in risalto che l’inquinamento è una “profonda e dilagante minaccia che colpisce molti aspetti del benessere e della salute umana.”
di Andrea Germanos, editorialista per Common Dreams

L’inquinamento, “una delle più grandi sfide esistenziali nell’epoca dell’Antropocene“, uccide 9 milioni di persone all’anno, più delle morti causate dal fumo, tre volte di più delle morti causate dall’AIDS, dalla tubercolosi e dalla malaria, e 15 volte di più delle morti causate dalla guerra e da altre forma di violenza.

I dati vengono dall’ultimo nuovo studio globale sull’inquinamento e salute pubblicato su Lancet, che chiede una mobilizzazione di risorse ed un’azione politica capace di affrontare una minaccia pesante e diffusa in tutto il mondo.

“L’inquinamento è molto di più di una sfida ambientale, è una minaccia profonda e pervasiva che coinvolge molti aspetti della salute e del benessere umano. Merita tutta l’attenzione dei leaders di tutto il mondo, della società civile, dei professionisti della salute e delle persone”, dichiara il professore Philip Landrigan, della Ichahn School of Medicine di Mount Sinai, co-direttore della Commissione Internazionale biennale di Lancet.

L’inquinamento dell’aria, sia esterna che domestica, gioca il ruolo più importante nelle morti causate da inquinamento (6,5 milioni nel 2015), ed è responsabile di malattie cardiovascolari, tumori polmonari e malattie polmonari ostruttive croniche (COPD).  Inoltre l’inquinamento dell’acqua, dei luoghi di lavoro (come l’esposizione all’asbesto) e l’inquinamento da piombo, aggiungono altre morti al bilancio totale, che secondo i ricercatori è sottostimato.

Se si osserva chi è maggiormente coinvolto, si può vedere che esiste una diffusa iniquità. La quantità di morti causate da inquinamento (92 percento) colpisce i paesi a basso o medio reddito. India e Cina registrano il più alto numero di morti, rispettivamente con 2,5 e 1,8 milioni. Inoltre i ricercatori rivelano che, globalmente, le morti sono prevalenti tra le minoranze e gli emarginati.

L’inquinamento è un problema estremamente costoso. Anche ignorando l’impatto economico e. guardando soltanto ai costi del welfare, si arriva a 4600 miliardi di dollari o al 6,2 percento del prodotto interno lordo mondiale.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha applaudito alle nuove analisi. “L’inquinamento è il sintomo e una conseguenza non voluta di uno sviluppo malato e insostenibile” scrivono Maria Neira, Michaela Pfeiffer, Diarmid Campbell-Lendrum, e Annette Prüss-Ustün del Dipartimento dei Determinanti ambientali e sociali della Salute Pubblica.

“Se vogliamo ridurre in modo sostanziale il peso globale delle malattie dovute all’ambiente, abbiamo bisogno di agire a monte e affrontare gli elementi chiave e le fonti dell’inquinamento, così da assicurare che le politiche di sviluppo e gli investimenti siano sani e sostenibili e che le scelte che facciamo, a livello governativo, privato e individuale, possano coltivare un ambiente più sano e sicuro. In altre parole, abbiamo bisogno di andare verso l’approccio del “non fare danno” e assicurare che lo sviluppo migliori in maniera attiva ed esplicita le condizioni ambientali e sociali, che favoriscono e sono causa di malattie” essi aggiungono.

Secondo Pamela Das, editore esecutivo senior, e Richard Horton, capo-redattore di Lancet, questi nuovi dati dovrebbero essere “un tempestivo appello all’azione”.

“Ora è il momento di accelerare la nostra risposta collettiva. Le attuali e future generazioni meritano di vivere in un mondo senza inquinamento”, scrivono in un commento sui dati pubblicati.

 

Traduzione dall’inglese di Annalaura Erroi

Dall’inizio dell’anno sono morti 566 “Nessuno”

02.11.2017 Articolo 21

Dall’inizio dell’anno sono morti 566 “Nessuno”

Nel giorno dei nostri morti, ricordiamoci di dire una preghiera per quelli dimenticati: dei tanti “Nessuno”. Che Papa Francesco apra il cuore e i cervelli dei nostri politici e amministratori che mai si occupano dei caduti sul lavoro: chi non è credente si ricordi con un pensiero di queste vittime dell’indifferenza. In questi dieci anni di monitoraggio dell’”Osservatorio Indipendente di Bologna morti sul lavoro” i morti sul lavoro non sono calati, ma sono addirittura aumentati.

Dall’inizio dell’anno sono morti sui luoghi di lavoro 566 lavoratori: con i morti sulle strade e in itinere con il mezzo di trasporto, si superano i 1.150 morti complessivi. Gli agricoltori schiacciati dal trattore sono come tutti gli anni il 20% del totale. L’agricoltura, come tutti gli anni, supera abbondantemente il 30% dei morti sul lavoro.  Oltre il 25% di chi muore sui luoghi di lavoro ha più di 60 anni. Gli edili superano il 20% di tutti i morti sul lavoro. La maggioranza di queste vittime cade dall’alto, dai tetti e dalle impalcature. Nelle aziende dove è presente il sindacato le morti sono quasi inesistenti: le poche vittime nelle fabbriche che superano i 15 dipendenti sono per la stragrande maggioranza lavoratori che lavorano in aziende appaltatrici nell’azienda stessa: spesso manutentori degli impianti.

La Legge Fornero ha fatto aumentare le morti sul lavoro tra gli ultra sessantenni. Gli stranieri morti per infortunio sono oltre il 10% dall’inizio dell’anno; è così tutti gli anni. Il 30% dei morti sul lavoro sparisce ogni anno dalle statistiche. Tra l’altro e in ogni caso i morti sui luoghi di lavoro monitorati dall’Osservatorio sono sempre molti di più di quelli monitorati dell’INAIL.

Carlo Soricelli, curatore dell’Osservatorio Indipendente di Bologna morti sul lavoro 

http://cadutisullavoro.blogspot.it

 

Condanna all’attentato di New York da parte delle comunità arabe italiane

01.11.2017 Redazione Italia

Condanna all’attentato di New York da parte delle comunità arabe italiane

“Le Comunità del mondo Arabo in Italia (Co-mai) e la Confederazione Internazionale Laica Interreligiosa (CILI- Italia), condannano il feroce attentato di New York (opera del 29nne, di origini uzbeke, Sayfullo Saipov, apparentemente legato all’ISIS: piombato con un camion su una delle piu’ affolate piste ciclabili di Manhattan, causando almeno 8 morti e una quindicina di feriti, N.d.R.). Esprimiamo la massima solidarietà ai familiari delle vittime e ai feriti, e ribadiamo il nostro impegno #uniticontroilterrorismocieco. Quel terrorismo che colpisce tutti senza distinzione tra religioni e civiltà, e questi attentati del “franchising del terrore” che mirano a una guerra alle religioni, e non c’entrano direttamente con l’ ISIS: il quale è ormai un semplice marchio, utilizzabile a costo zero per chi vuole dare un significato alla sua morte, senza realmente appartenere a questo movimento terroristico, che è già sconfitto in Siria e in Iraq e col quale hanno perso anche i suoi reali finanziatori”.

Queste le parole del fondatore delle Co-mai e di CILI Italia, Foad Aodi, medico fisiatra: che chiude con l’ appello, rivolto a tutte le comunità straniere, di denunciare “qualsiasi persona o situazione sospetta, per garantire la sicurezza di tutti”

http://www.co-mai.org