la pace vista dai sufi

Virgilio Eneide (XI, 362). “Nulla salus in bello: pacem te poscimus omnes.”

(Nessun bene dalla guerra; Pace, noi tutti ti invochiamo).

GUERRA E PACE

 Premessa

Un bicchiere d’acqua. Se lo rovescio l’acqua cade, e giunta a terra, se vi è una fessura, penetra sempre più in basso, sempre più nel profondo buio. Perché salga al cielo occorre che io la faccia bollire affinché divenga vapore acqueo grazie al fuoco e al tempo. Così è l’uomo: affinché non cada in basso è necessario uno sforzo costante, buona volontà, attenzione. Le religioni, tutte le religioni lo aiutano a seguire le vie del bene, a sfuggire alle tentazioni di questo basso mondo che come seduzioni diaboliche lo vogliono trascinare al godimento temporale, ma contemporaneamente al male.

Così è anche la religione islamica. Nonostante che in suo nome – così come è avvenuto anche per le altre religioni – integralisti, estremisti, terroristi, gente insomma malvagia, egoista, deviata e senza raziocinio alcuno trascinino il nome dell’Îslâm nel fango, anche se l’Îslâm in questo non c’entra proprio per nulla, anche se le loro azioni sono esattamente il contrario di ciò che l’Îslâm insegna.

Il male è forte, ed è necessaria una grande forza per contrastare la malvagità di politici corrotti, di esseri in mala fede, degli arrivisti egoisticamente impazziti, dei detrattori di questa e di ogni altra religione. Chi parla male di una religione, l’Îslâm o qualsiasi altra, non capisce la luce della Fede che è in ciascuna di esse, e nega a se stesso la bontà divina che Dio ha comunque concesso ad ogni essere umano, poiché “ogni” essere umano è sua creatura.

La pace

Il saluto usuale di un musulmano è: âlSalâm âleikum, la pace sia con voi. E, dice il Corano(36ª58): La parola di Dio è “Pace”. I cattolici hanno la bellissima frase Gloria in excelsis Deo et in terra pax hominibus bonae voluntatis. “Pace agli uomini di buona volontà” è anche un concetto che si legge nel Corano, Corano in cui la parola “pace” è citata trentacinque volte. Dice il Corano (10ª25): Dio chiama al soggiorno della Pace, e dirige chi Egli vuole sulla via diritta. (15ª46) Entrate[ in Paradiso] in pace e con sicurezza. (16ª32) Le persone che sono buone vengono chiamate dagli angeli, che dicono loro: “La Pace sia con voi; entrate in Paradiso, come ricompensa delle vostre azioni”.

La pace è anche la qualità dei maggiori profeti. Si legge infatti nel Corano: (20ª47) [Gli angeli dissero a Mosè:] “Pace su chiunque segue una giusta Via”. (19ª15) Di Gesù il Corano dice: La pace su di lui il giorno in cui nacque, il giorno in cui morirà, e il giorno in cui verrà resuscitato vivo. (19ª33) E ancora nel Corano Gesù stesso ripete: La pace su di me il giorno in cui io nacqui, il giorno in cui morirò e il giorno in cui sarò resuscitato vivo.

Vediamo ora l’attualizzazione della pace fra le varie comunità del mondo, ossia fra i diversi gruppi etnici e religiosi della terra. Dice il Corano (11ª118): Se il Signore avesse voluto, avrebbe fatto delle genti una sola comunità. E in 16ª 93: Se Dio avesse voluto, certo, avrebbe dato a voi una comunità (una religione) unica. La varietà di comunità serve dunque, sempre come dice il Corano, perché esse si confrontino reciprocamente, concorrano l’una l’altra nel bene, e nessuna prevarichi su altre.

Certo, queste comunità spesso hanno disatteso l’unità universale che è in definitiva l’unità dell’Uno in assoluto, Dio. Sarebbe necessario oggi recuperare la dimensione religiosa delle varie culture umane, ed ogni credente, di qualsiasi religione sia, dovrebbe capire che tutte le religioni partono da un unico ceppo; sono tutte frammenti di un unico grande specchio, e come ci si può specchiare nello specchio intatto, così ci si specchia (parzialmente) in ogni suo frammento. Questo è senz’altro il primo, essenziale passo, verso la pace universale.

Jalâl âlDîn Rûmî (il san Francesco dei Sufi, 1207-1273) scrisse: “Le vie sono diverse, la meta è unica. Non sai che molte vie conducono a una sola meta? La meta non appartiene né alla miscredenza né alla fede; lì non sussiste contraddizione alcuna. Quando la gente vi giunge, le dispute e le controversie che sorsero durante il cammino si appianano; e chi si diceva l’un l’altro durante la strada “tu sei un empio” dimentica allora il litigio, poiché la meta è unica”. Questo non è “superamento” della religione, ma “rispetto” d’ogni religione, come insegna lo stesso Corano, e la chiave di volta è il dialogo. Il dialogo ha come scopo la scoperta dei valori comuni e il rispetto dei valori altrui.

La guerra

In arabo “guerra” si dice harb, termine che appare nel Corano 9 volte. Anche qitâl, muqâtâl, radicale che si legge nel Versetto 2ª190: Combattete [qâtilûâ] sulla Via di Dio quelli che vi combattono, ma non eccedete. Certo, Dio non ama quelli che eccedono. Il termine “lotta” 9 volte. “Combattimento”, in modo esplicito ed implicito, in tutti i suoi significanti e tutte le sue accezioni, 30 volte.

Il termine jihâd significa “sforzo”, ed appare nel Corano cinque volte, indicando chiaramente lo sforzo che ognuno deve compiere all’interno del sé per vincere le proprie passionalità terrene ed i propri egoismi. In Occidente è stato tradotto a volte con “Guerra santa”, termine quest’ultimo coniato da Pietro l’Eremita nel 1096, quando organizzò la Prima Crociata; ma è una traduzione del tutto errata e capziosa. In arabo Guerra santa si dice âlharam âlqitâl, o anche âlharb âlquds, termini che non appaiono mai nel Corano, per il quale dunque, in effetti, nessuna guerra è santa.

Si tenga presente, comunque, che il Corano, come la Bibbia, è anche un libro storico; quindi dà relazioni di battaglie del tempo del Profeta, e tali accenni al combattimento sono da riferirsi al tempo e alle circostanze, e non fanno parte dei precetti religiosi.

D’altronde il Corano dice (17ª33): E, salvo un diritto, non uccidete la vita; Dio l’ha resa sacra. E in 5ª22: Abbiamo prescritto (ai figli di Israele) che chiunque uccide un essere umano non colpevole d’assassinio o di corruzione sulla terra è come se avesse ucciso tutta l’umanità; e chiunque gli concede salva la vita, è come se facesse dono della vita a tutta l’umanità.

Riguardo a ciò ecco un chiaro hadîth del Profeta: “Quando due musulmani si gettano l’uno contro l’altro con la spada in mano, entrambi, assassino e vittima, andranno all’inferno (Bukhârî, II,22).” E ancor più specifico, il Corano ingiunge, in 4ª93: Chiunque uccide un credente, la sua ricompensa è l’Inferno, e vi rimarrà in eterno. E su di lui la collera di Dio e la Sua maledizione, e gli prepara un castigo enorme.

Per il Corano, come ho detto, la guerra è solo di difesa, ed è autorizzata in casi specifici. 22ª39-40: Ne è data autorizzazione a coloro che sono attaccati, dal momento che in verità sono lesi (e Dio è certo atto a soccorrerli); e a coloro che sono espulsi dalle loro dimore senza diritto (solo perché dicevano: “Dio è il nostro signore”). Se Dio non difendesse le genti deboli quando contro di esse muovono guerra le genti malvagie e violente, le abbazie verrebbero demolite, e così le chiese, le sinagoghe, le moschee, in cui il Nome di Dio è molto invocato. Dio sostiene coloro che Lo adorano. Dio certo è forte, è potente.

Quindi: nessuna guerra di religione. Nessuna guerra per imporre la religione. Lo dice il Corano (2ª256) Nessuna costrizione in fatto di religione: la giusta direzione si distingua da sé dall’errore, e chiunque rinnega il Ribelle e crede in Dio ha afferrato l’ansa più solida, che non si spezza. Dio sente e sa. Ancora nel Corano (23ª62) Dio dice: Io non costringo nessuno, se non secondo le sue capacità. E nessuno verrà leso, poiché il detentore del Libro che dice la verità sono Io. D’altronde il Corano vieta di considerare ebrei e cristiani come nemici dell’Îslâm a causa della loro religione, poiché dice (29ª46): Con le genti del Libro parlate in modo cortese (salvo che con coloro che sono ingiusti). E dite loro: “Crediamo in ciò che è stato rivelato a voi e in ciò che è stato rivelato a noi; il nostro Dio è lo stesso vostro Dio. A Lui noi siamo sottomessi”.

Va considerato inoltre che per il Corano, la religiosità non consiste soltanto nel seguire un ritualismo, e basta. Il Corano enuncia chiaramente: (2ª177) La religiosità non consiste nel volgere il vostro volto verso oriente o verso occidente. La religiosità consiste […] nel dare per amor Suo dei propri beni ai parenti, agli orfani, agli indigenti, ai viaggiatori, ai mendicanti, e per la liberazione degli schiavi; nell’osservare la preghiera, nel versare la zakàt. Sono veri credenti quelli che rimangono fedeli agli impegni assunti, che sono perseveranti nelle avversità, nel dolore e nel momento del pericolo. Ecco le genti sincere. E ancora (25ª63-76): Ecco come sono i servi del Misericordioso: camminano sulla terra con umiltà; quando gli ignari si rivolgono loro, dicono loro: “Pace” […]. Quando dispensano, non sono né prodighi né avari, poiché il giusto sta nel mezzo; e non invocano altra divinità accanto a Dio; e non uccidono anima alcuna se non secondo diritto, perché Dio l’ha proibito; e non compiono atti osceni; chiunque lo fa incorre nel peccato, avrà un castigo doppio il giorno della resurrezione, e rimarrà oppresso dall’ignominia, a meno che non si penta, creda e compia opera buona; perché a quelli Dio muterà il male in bene – perché Dio è perdonatore, compassionevole. E non testimoniano falsamente, e passano nobilmente attraverso la vanità; e quando i versetti di Dio sono recitati non rimangono sordi e ciechi. E dicono: Signore, da’ a noi, alle nostre mogli, ai nostri discendenti, la serenità; e fa’ di noi un esempio ai fedeli”.

Poi chiaramente il Corano indica quale deve essere l’atteggiamento del musulmano nei confronti delle altre religioni rivelate: (2ª 62) Sì, i musulmani, gli ebrei, i Cristiani, i Sabei, chiunque ha creduto in Dio e nel Giorno ultimo e compiuto opera buona, per costoro la loro ricompensa presso il Signore. Su di loro nessun timore, e non verranno afflitti.

(2ª136) Dì: noi crediamo in Dio, in quel che ci ha rivelato, e in quello che ha rivelato ad Abramo, a Ismaele, a Isacco, a Giacobbe, alle Tribù, in quel che è stato dato a Mosè e a Gesù, e in quel che è stato dato ai profeti dal loro Signore: noi non facciamo differenza alcuna con nessuno di loro. E a Lui noi siamo sottomessi. (5ª 68-69) Dì: Genti del Libro, sarete sul nulla fintanto che non seguirete la Thora, il Vangelo e ciò che vi è stato rivelato dal vostro Signore […]. Sì, i musulmani, gli Ebrei, i Sabei, i Cristiani – chiunque crede in Dio e nel Giorno ultimo e compie opera buona -nessun timore per loro e non verranno afflitti.

(4ª163-165) Sì, noi ti abbiamo fatto rivelazione, come Noi abbiamo fatto rivelazione a Noè e ai profeti dopo di lui. E noi abbiamo fatto rivelazione ad Abramo, a Ismaele, a Isacco, a Giacobbe, e alle Tribù, a Gesù, a Giobbe, a Giona, ad Aronne, a Salomone, e abbiamo dato il Salterio a Davide. Per comunicare con Mosè Dio ha parlato. E vi sono dei messaggeri di cui ti abbiamo narrato in precedenza, e messaggeri di cui non ti abbiamo narrato, messaggeri annunciatori e messaggeri avvertitori, affinché dopo i messaggeri non ci fossero più per le genti argomenti contro Dio. E Dio è Potente e Saggio

Ma continuiamo a leggere che cosa dice il Corano a proposito della tolleranza interreligiosa: (9ª6) Se un idolatra ti chiede asilo, concedigli asilo. Ascolterà la Parola di Dio. Poi fallo giungere in un luogo per lui sicuro. Ciò perché in verità è gente ignara. (18ª29) La verità emana dal Signore. Creda chi vuole, non creda chi non vuole. E inoltre il Corano afferma il rispetto per i culti di tutte le religioni: Dio dice (22°67) Ad ogni religione abbiamo dato i suoi riti che vanno osservati. Perciò non discutano con te: invitali al Signore, e allora sarai su una giusta Via.

D’altronde lo stesso Profeta disse: “Tre sono i nemici dell’Îslâm: gli estremisti, gli estremisti, gli estremisti.” Nulla vieta di intendere come estremisti sia gli integralisti, sia i terroristi. **

Oggi tutti invocano la pace, ma secondo i concetti di Seyyd Hossein Nasr, grande filosofo iraniano contemporaneo, “La Pace non è mai raggiunta proprio perché dal punto di vista metafisico è assurdo aspettarsi che una cultura consumistica ed egoistica, dimentica di Dio e dei valori dello spirito, possa darsi la pace. La pace fra gli esseri umani è il risultato della pace con se stessi, con Dio, con la natura, secondo una componente etica che abbia superato false morali, preconcetti, interessi unilaterali e presuntuose ignoranze. Essa è il risultato dell’equilibrio e dell’armonia che si possono realizzare soltanto aderendo agli ideali precipui delle correnti mistiche. In questo contesto è quindi di vitale importanza la pace fra le religioni.

“In tema di pace va poi detto qualcosa a proposito della “pace interiore”, che oggi gli esseri umani cercano disperatamente tanto da aver favorito l’insediamento in Occidente di pseudo-yoghi e di falsi guaritori spirituali. In realtà si avverte per istinto l’importanza dell’ascesa mistica ed etica, ma ben pochi accettano di sottoporsi alla disciplina di una tradizione autentica, la sola che possa produrre effetti positivi”. (fine citazione)

Il senso della pace, insomma, non è ancora il senso cosciente della condizione umana, quale la fede in Dio e l’adesione sincera alla religione (qualsiasi essa sia) suscitano autenticamente in ogni essere umano.

I Sufi dicono che l’Ebraismo è la religione della SPERANZA, il Cristianesimo è la religione dell’AMORE, l’Islâm è la religione della FEDE. Ed ecco: questo è il terzo polo, equilibrio delle vicende umane in tutta la loro estensione: la Fede, la Speranza e l’Amore, origini della mistica, della spiritualità, dei valori sublimati che ci conducono alla comprensione di Dio, nostro Signore unico ed assoluto, il Creatore di tutto. La comprensione dei “valori dell’altro”, il giusto equilibrio fra rispetto e reciproca conoscenza, sono i valori eminenti che possono restituire al mondo, dopo due millenni di incomprensioni e di lotte fratricide, la pace cui tutti gli “uomini di buona volontà” ambiscono.

Nella Bibbia Dio chiede a Caino: “Caino, dove è tuo fratello Abele?”. Il più alto grado di comprensione di Dio, la settima tappa nella evoluzione mistica, è simbolizzato per i mistici musulmani, i Sufi, dai termini “ritmo e simmetria”. Secondo la simmetria, tocca allora a noi porci la domanda: “Uomo, dove è Caino?”; e tocca a noi scoprire che è in ciascuno di noi. Il nostro sforzo, il nostro jihad maggiore, è vincere questo nemico di noi stessi che è in ciascuno di noi, ed operare una comprensione del cuore verso tutte le creature di Dio. Poiché tutto ciò che è in questo mondo fenomenico è creato da Dio, e allora noi siamo tutti fratelli. Voglia Dio che noi si sia fratelli di Abele, non di Caino, ma spetta a ciascuno di noi – in prima persona – compiere lo sforzo individuale per esserlo.

Concluderò infine con una novelletta, che nel 1946 pubblicai nel “Corrierino dei Piccoli” sotto lo pseudonimo di Manlio Gabrielli.

All’inizio dei tempi, vivevano su una splendida isola tropicale Serenità, Buon Umore, Saggezza, Gratitudine, Perseveranza, Amore, e Bontà. Un brutto giorno approdò a quell’isola la Malvagità, e l’isola cominciò a tremare. Tutti seppero che da lì a poco si sarebbe sprofondata nell’Oceano – accade anche alle cose migliori – e i sette compagni cercarono di mettersi in salvo sull’unica nave che possedevano.

Essa però aveva solo cinque posti. Allora l’Amore, poiché amava tutti, e la Bontà, nella sua infinita bontà, dissero agli altri di imbarcarsi, e rimasero nell’isola pericolante. Poco dopo passò la nave della Ricchezza, e i due chiesero: “Ci puoi portare con te?” “Non posso – rispose. – Ci sono troppo oro e troppi gioielli sulla mia nave, non c’è più posto per nessuno.”

Poco dopo passò la nave dell’Orgoglio, che alla domanda d’aiuto diede questa riposta: “Non posso: qui ogni cosa è così superbamente perfetta, che se imbarcassi anche voi mi rovinereste tutto.”

Passò poi la Depressione, che a sua volta rispose: “Sono così sconsolata e triste che ho bisogno di rimanere sola.” Anche l’Ignavia passò, ma quasi senza sentire le grida di richiamo, perduta com’era nella propria indolenza.

Ed ecco, quasi al limitare del disastro, avvicinarsi veloce la barca del Tempo, agile e snella, a vele spiegate. Ascoltò Amore e Speranza e disse: “Il mio naviglio è leggero, e deve correre rapido. Perciò porto con me solo Amore.” In effetti solo il Tempo sa quanto vale l’Amore.

Ed ecco ultima, proprio ultima, passare una piccola nave. La Bontà chiese aiuto, fu imbarcata, e dopo lunga navigazione eccoli giungere alla terra ferma. La Bontà, alla fine in salvo, si volse allora alla sua salvatrice e chiese: “Adesso dimmi chi sei. Come ti chiami?” E quella: “Io sono la Speranza.”

* * *

* Atteniamoci al vocabolario: dal radicale J-H-D, ricchissimo di morfemi, abbiamo il verbo di prima forma jahada (fi): sforzarsi, applicarsi con zelo, usare diligenza; di quarta forma âjhada: incitare al bene, spronare allo zelo, applicarsi, affaticare; di ottava forma îjtahada: applicare il proprio acume a trarre norme giuridiche dal Corano e dagli âhâdîth. Il muj-tahid è il dotto che trae le norme giuridiche, il dotto nelle scienze teologiche, il diligente, lo zelante; la îjtihâd è l’applicazione, l’assiduità, l’iniziativa zelante, il lavoro fatto dai dotti per trarre norme giuridiche; juhd è lo sforzo, l’applicazione, come jahd (plurale juhwd): assiduità, applicazione, abilità, lavoro, fatica. Nel Corano è ben distinto il “piccolo sforzo” (âlJihâd âlÂAsghar) che può essere accorpato alla guerra difensionale, dal “grande sforzo” (âlJihâd âlÂkbar), che è lo sforzo esercitato da ciascuno all’interno di se stesso per evolvere, vincere le proprie passioni, educare la propria psiche.

Gabriele Mandel khân, Vicario generale per l’Italia della Confraternita sufi Jerrahi-Halveti

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