Basta con le separazione delle famiglie. Proteste in tutto il mondo

23.06.2018 Redazione Italia

Quest’articolo è disponibile anche in: Inglese

Basta con le separazione delle famiglie. Proteste in tutto il mondo
(Foto di https://www.facebook.com/familiesbelongtogetherinternational/?ref=br_rs)

Un’ondata di proteste sta dilagando negli Stati Uniti e in tutto il mondo contro la politica di Donald Trump e della sua amministrazione di separare i bambini immigrati dai loro genitori.

Giovedì 28 giugno  Women’s March and partners organizzeranno un’azione di disubbidienza civile di massa a Washington, D.C., per “chiedere sicurezza e libertà per le famiglie di immigrati e i loro bambini e la fine della politica di tolleranza zero dell’amministrazione Trump, che criminalizza automaticamente gli immigrati privi di documenti e separa le famiglie.” 

Families Belong Together!  annuncia che  sabato 30 giugno si terranno manifestazioni a Washington, D.C. e in tutto il paese per dire che le famiglie devono restare unite e libere

In questi giorni si stanno organizzando eventi in tutto il mondo. Ecco una lista (aggiornata quotidianamente) :

21 giugno –  Irlanda, Dublino

22 giugno, Berlino, Germania

22 giugno, Palmy, Nuova Zelanda

24 giugno, Lione, Francia

28 giugno  Washington D.C.

30 giugno –  Museumplein, Amsterdam.

30 giugno, Londra, Regno Unito

30 giugno, Berlino, ambasciata americana

30 giugno, Roma, Italia

30 giugno, Londra, Ontario, Canada

30 giugno, Ottawa, Canada

30 giugno, Toronto, Canada

30 giugno, Victoria, B.C., Canada

30 giugno Sydney, Australia

1 luglio, Dunedin, Nuova Zelanda

Nel frattempo l’esercito degli Stati Uniti sta preparandosi a sistemare fino a 20.000 bambini immigrati in basi militari in Texas e Arkansas. Un portavoce del Pentagono ha dichiarato che le basi ospiteranno “minori stranieri non accompagnati”, ma altri rapporti suggeriscono che le basi potrebbero essere usate a tempo indeterminato per detenere intere famiglie, in seguito all’ordine esecutivo firmato dal Presidente Trump per mettere fine alla separazione dei bambini dai loro genitori alla frontiera tra Stati Uniti e Messico. Giovedì il Dipartimento di Giustizia ha chiesto a un tribunale federale di modificare una disposizione che limita a 20 giorni la detenzione delle famiglie.

 

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Milano Pride – Presentazione del libro Allah loves Equality

22.06.2018 – Milano Redazione Italia

Milano Pride – Presentazione del libro Allah loves Equality

Giovedì 28 giugno dalle ore 18 alle 20

Libreria Claudiana Milano

Via Francesco Sforza, 12/A, 20122 Milano

La storia della campagna contro l’omofobia nell’Islam e contro l’islamofobia nella comunità LGBTQIA (lesbica, gay, bisessuale, transgender, queer, intersessuale e asessuali), nata dall’idea di un giovane regista pakistano che vive in Italia.

La trasformazione di quella campagna, diventata famosa nel mondo, in un progetto cinematografico per documentare la vita delle persone omosessuali e transessuali nei paesi con leggi che criminalizzano la loro condizione, iniziata dal viaggio in Pakistan e dalla realizzazione del primo documentario pronto in contemporanea con uscita del libro. Questo libro è il racconto della storia attraverso la voce degli attivisti.

In occasione del Milano Pride, la Consulta Milanese per la Laicità delle Istituzioni vi invita alla presentazione del libro con i curatori Michele Benini, Elena De Piccoli e Wajahat Abbas Kazmi.

Introduce Marco Mori, per la Consulta milanese per la laicità delle istituzioni

Costituito il coordinamento ICAN Italia

 

21.06.2018 – Roma Redazione Italia

Costituito il coordinamento ICAN Italia

In una riunione svoltasi presso la Casa Internazionale delle Donne su iniziativa della WILPF Italia si è costituito il Coordinamento ICAN Italia con il documento riportato qui sotto. Il coordinamento si è dotato di una mlist di coordinamento e sta allestendo un sito web informativo che dia conto di tutte le iniziative italiane che puntano all’obbiettivo principale di ICAN in questo momento, far sì che il massimo numero di paesi firmino e ratifichino il trattato di Proibizione delle Armi Nucleari.



Fondazione del Coordinamento ICAN Italia

In data odierna, in presenza, delega o in collegamento virtuale dei membri sottoscritti, si è realizzato un Coordinamento delle Associazioni Aderenti a ICAN in Italia.

Scopo di tale coordinamento è quello di aumentare l’efficacia delle azioni di ICAN in Italia con particolare riferimento alla campagna affinché l’Italia firmi e ratifichi il Trattato di Proibizione delle Armi Nucleari.

Il coordinamento è aperto a tutte le associazioni nazionali ed internazionali membri di ICAN o la cui domanda sia in corso di valutazione. Il coordinamento intende anche valorizzare e includere tutti i comitati locali  aventi per scopo l’appoggio alla campagna ICAN e il disarmo nucleare.

Il coordinamento si dota di un sito web di carattere informativo che cercherà di dare conto di tutte le iniziative in corso e di quelle che il coordinamento riterrà opportuno adottare. Il coordinamento si scambia informazioni tramite una m-list.

Resta salva l’autonomia delle singole associazioni in iniziative direttamente organizzate e gestite.

Roma, 17 Giugno 2018, Casa Internazionale delle Donne

Firmano in ordine alfabetico per associazione di appartenenza

Membri attuali di ICAN

Michele Di Paolantonio, AIMPGN (IPPNW Italy)

Barbara Lagomarsino, Cormuse

Joachim Lau (IALANA)

Patrick Boylan, PeaceLink

Olivier Turquet. Pressenza

Antonia Sani, WILPF,

Maria Miraglia , World Foundation for Peace

Altre associazioni aderenti

Angelo Baracca, Comitato Fermare la Guerra, Firenze

Alessandro Capuzzo,   Comitato pace convivenza e solidarietà Danilo Dolci di Trieste

Francesco Lo Cascio, consulta del comune di Palermo per la pace, la Nonviolenza, i diritti umani e il disarmo;  MIR PALERMO aps

Alfonso Navarra, Disarmisti Esigenti

Oliviero Sorbini , Accademia Kronos

Giuseppe Farinella , Il Sole di Parigi

Laura Tussi , ANPI di Nova Milanese

Adriano Ciccioni, Città Verde Milano

Massimo Aliprandini, Lega Obiettori di Coscienza

Fabrizio Cracolici, Lega per il disarmo unilaterale

Ungheria: resisteremo alla nuova legge contro migranti e ONG

20.06.2018 Amnesty International

Ungheria: resisteremo alla nuova legge contro migranti e ONG
Viktor Orbán (Foto di European Parliament via Flickr.com)

Dopo l’approvazione a larga maggioranza da parte del parlamento ungherese di un pacchetto di leggi punitive, tra cui quella che criminalizza il legittimo lavoro sui migranti da parte di attivisti e organizzazioni non governative, la direttrice di Amnesty International per l’Europa Gauri van Gulik ha rilasciato questa dichiarazione:

“Notiamo con amara ironia che, proprio durante la Giornata mondiale del rifugiato, l’Ungheria ha approvato oggi una legge che prende di mira le persone e le organizzazioni che stanno dalla parte dei migranti, dei richiedenti asilo e dei rifugiati”.

“Criminalizzare il fondamentale e legittimo lavoro per i diritti umani è un evidente attacco contro le persone che cercano riparo dalla persecuzione e coloro che svolgono ammirevoli attività per dar loro una mano. Oggi è stato raggiunto un nuovo punto in basso nella crescente repressione contro la società civile”.

“Resisteremo passo dopo passo, contrastando la crescente ondata d’intolleranza istituzionale contro migranti, richiedenti asilo e rifugiati e il tentativo di stigmatizzare, intimidire e spaventare le organizzazioni della società civile ungherese”.

“L’indomita azione delle organizzazioni che difendono i diritti umani in Ungheria è più vitale che mai e ci impegniamo a rimanere al loro fianco”.

Ulteriori informazioni
In occasione del voto odierno del parlamento di Budapest, Amnesty International ha pubblicato un documento intitolato “Ungheria: le nuove leggi che violano i diritti umani, minacciano la società civile e compromettono lo stato di diritto devono essere accantonate”.

Il pacchetto di leggi approvato oggi criminalizza una serie di legittime attività in favore dei migranti, dei richiedenti asilo e dei rifugiati protette dal diritto internazionale dei diritti umani e dalle leggi dell’Unione europea. Coloro che violano la nuova normativa rischiano fino a un anno di carcere.

Tra le norme approvate c’è il cosiddetto “VII emendamento” alla Costituzione che infligge un altro colpo ai diritti umani e allo stato di diritto. Il testo proibisce il reinsediamento di popolazioni straniere in territorio ungherese, limita lo svolgimento di proteste pacifiche, pregiudica l’indipendenza del potere giudiziario, introduce il reato di assenza di fissa dimora e chiede alle autorità dello stato di proteggere la “cultura cristiana” dell’Ungheria.

Considerate complessivamente, queste modifiche alla legislazione ungherese pongono una grave minaccia al diritto di chiedere asilo, alla libertà di movimento, a

Giornata Mondiale del Rifugiato: potenziare i corridoi umanitari

19.06.2018 Comunità Papa Giovanni XXIII

Giornata Mondiale del Rifugiato: potenziare i corridoi umanitari
(Foto di Comunità Giovanni XXIII)

L’esperienza in Libano e Siria della Giovanni XXIII

«La guerra in Siria è iniziata 7 anni fa. Tanti bambini siriani non hanno mai vissuto in un mondo “normale”. L’unica casa che conoscono è la loro tenda di tela e legno al campo profughi. Gli unici aerei che conoscono sono quelli che sganciano bombe su di loro. Il viaggio per loro è quello che hanno fatto attraversando i chilometri che separavano l’orrore della guerra alla miseria del campo profughi, oggi il loro unico orizzonte. Quel che loro stanno vivendo molti di noi italiani possono capirlo, perché l’hanno vissuto durante la Seconda Guerra Mondiale.»A parlare è una giovane volontaria di Operazione Colomba, il corpo di Pace della Comunità Papa Giovanni XXIII. Da cinque anni alcuni volontari della Comunità di don Benzi vivono nel campo profughi siriani di Tel Abbas, nel nord del Libano. Condividendo la vita quotidiana, le tende, il fango e – a volte – anche la paura. Alcune famiglie che vivevano nel campo profughi sono giunte in Italia tramite i corridoi umanitari, accompagnate dai giovani volontari della Giovanni XXIII che si sono occupati della loro accoglienza ed integrazione in Italia.«Noi siamo andati a vivere con loro. Di più, siamo andati a vivere come loro. Eppure dovrebbero essere loro a vivere come noi. – spiega Giovanni Paolo Ramonda, Presidente della Comunità Papa Giovanni XXIII – Nel 2016 siamo riusciti per la prima volta, grazie alla collaborazione di Sant’Egidio e Valdesi, ad aprire due corridoi umanitari, facendo giungere in modo legale e sicuro intere famiglie di siriani. Questo progetto è talmente valido che ora possiamo portare in salvo altre famiglie siriane. Il tutto a costo zero per lo Stato italiano, che non destina risorse a questi progetti. La nostra missione in Libano e l’accoglienza delle famiglie siriane in Italia è tutta sulle nostre spalle. Ci affidiamo solamente alla Provvidenza ed agli italiani di buon cuore».

«Stiamo assistendo ad un fenomeno epocale, non più un’emergenza. – conclude Ramonda – L’ONU parla di 68 milioni di profughi nel mondo. Persone costrette a scappare dalla loro terra per fuggire da guerre e persecuzioni. Nell’affrontare questo problema non si può pensare solo di chiudere frontiere o porti, ma occorre gestire in modo regolato l’immigrazione e l’integrazione, potenziando vie legali e sicure per arrivare in Europa e sottrarre questa povera gente dalle mani dei trafficanti di uomini».

Amnesty International accusa Israele: i trasferimenti “volontari” di richiedenti asilo sono forzati e illegali

18.06.2018 Amnesty International

Amnesty International accusa Israele: i trasferimenti “volontari” di richiedenti asilo sono forzati e illegali
(Foto di WorkingFamiliesParty on Foter.com / CC BY-NC)

In un nuovo rapporto diffuso oggi, Amnesty International ha accusato la politica del governo israeliano di trasferire richiedenti asilo eritrei e sudanesi di essere crudele e illegale.

Nell’ottobre 2017 Israele ha annunciato che avrebbe iniziato a trasferire cittadini eritrei e sudanesi verso “paesi terzi” non espressamente nominati che si erano detti disponibili ad accoglierli. Pur se ampiamente risaputo che i paesi in questione erano Ruanda e Uganda, le autorità israeliane non lo hanno mai confermato e recentemente la Corte suprema ha sospeso tutte le espulsioni degli eritrei e dei sudanesi.

Nondimeno, il programma di trasferimenti “volontari” verso l’Uganda, cominciato nel 2013, è andato avanti.

Amnesty International ha documentato trasferimenti il cui carattere “volontario” non era conforme agli standard internazionali e dunque crudeli e illegali. Le autorità israeliane hanno emesso documenti e fornito rassicurazioni verbali alle persone da espellere, le quali avrebbero ricevuto un permesso di soggiorno per poter lavorare e sarebbero state protette dal rischio di essere rimandate nei paesi di origine.

Il governo ugandese ha sempre negato l’esistenza di un accordo per l’accoglienza delle persone espulse da Israele, negando implicitamente la presenza di richiedenti asilo provenienti da Israele e rifiutando di riconoscere qualsiasi obbligo nei loro confronti.

I richiedenti asilo espulsi verso l’Uganda hanno raccontato ad Amnesty International di come le promesse israeliane si sono rivelate vane. Invece di un permesso di soggiorno, si sono ritrovati in condizioni di irregolarità, a rischio d’arresto, senza possibilità di lavorare e a rischio di essere rimandati nei paesi di origine, in violazione del principio internazionale di non respingimento.

“Il malfunzionante sistema d’asilo israeliano lascia i richiedenti asilo eritrei e sudanesi in una sorta di limbo per anni. Persone che arrivano in Israele per cercare un riparo trascorrono lunghi anni in carcere e vedono violati i loro diritti fondamentali all’asilo, alla salute e al benessere, con la prospettiva di essere trasferiti in un paese sconosciuto o di essere rimandati in quella situazione di persecuzione dalla quale sono fuggiti”, ha dichiarato Charmain Mohamed, direttore del programma Diritti dei migranti e dei rifugiati di Amnesty International.

“Chiediamo al governo israeliano di porre fine a queste procedure, garantire ai richiedenti asilo l’accesso a un’efficace procedura per determinare il loro status di rifugiati e un percorso per ottenere uno status legale in Israele”, ha aggiunto Mohamed.

Scelte estreme
Per realizzare il suo rapporto, Amnesty International ha condotto 30 approfondite interviste con richiedenti asilo eritrei e sudanesi, alcuni dei quali già espulsi da Israele in Uganda e Ruanda, altri ancora in Israele e uno sottoposto a rimpatrio forzato in Sudan.

Il rapporto rivela come Israele abbia messo molti richiedenti asilo di fronte a una “scelta”: espulsione verso un paese terzo, ritorno nei paesi di origine o detenzione a tempo indeterminato.

Emanuel (nome di fantasia) è detenuto dal novembre 2017 nella prigione israeliana di Saharonim per aver rifiutato il trasferimento in Ruanda:
“Ogni giorno, a qualunque ora, il personale del carcere e del ministero dell’Interno mi dice che farei meglio ad andare in Ruanda, altrimenti lascerò Israele dentro una bara. Ma io ho amici in Ruanda che mi dicono di non andare, che lì la situazione è molto difficile. Preferisco morire in Eritrea, almeno mia madre potrà visitare la mia tomba, che andare in Ruanda o Uganda”.

Amnesty International ha documentato numerosi casi di richiedenti asilo espulsi da Israele con la promessa che avrebbero ottenuto un permesso di soggiorno e trovato un lavoro, per poi scoprire che nulla di quanto promesso era vero. Nessuno dei richiedenti asilo intervistati da Amnesty International ha ricevuto un permesso di soggiorno all’arrivo in Uganda o altri documenti che avrebbero consentito di risiedere e lavorare nel paese.

“Quando sono arrivato all’albergo si è fatto avanti un sudanese. Mi ha detto che se gli avessi dato 400 dollari Usa mi avrebbe fatto avere i documenti per restare in Uganda. Gli ho dato i soldi e non si è più fatto vedere”, ha raccontato Musa (nome di fantasia), un richiedente asilo trasferito in Uganda nel 2017.

Sulla base delle sue ricerche, dunque, Amnesty International è arrivata alla conclusione che i trasferimenti di richiedenti asilo eritrei e sudanesi che Israele qualifica come “volontari” sono illegali secondo il diritto internazionale e violano il principio internazionale di non respingimento.

Il rapporto mette inoltre in luce quanto il sistema israeliano d’asilo sia intenzionalmente malfunzionante e che le possibilità di trovare protezione in Israele siano pari a zero per quasi tutti i richiedenti asilo.

Amnesty International ha esaminato i casi di 262 richiedenti asilo eritrei che hanno ripetutamente fatto domanda d’asilo tra il 2016 e il 2018. La maggior parte di loro ha tentato da una a quattro volte, 18 tra cinque e sei volte, 14 almeno sette volte e sette almeno 10 volte.

Nonostante Israele sostenga che i richiedenti asilo eritrei e sudanesi sono “migranti economici”, la maggior parte di essi è effettivamente in cerca di riparo dalla persecuzione e da altre violazioni dei diritti umani. La percentuale di accettazione delle richieste d’asilo da parte di cittadini eritrei e sudanesi negli stati membri dell’Unione europea è, rispettivamente, del 90 e del 53 per cento mentre in Israele è, rispettivamente, dello 0,1 per cento e dello 0,01 per cento.

“Israele è uno dei paesi più prosperi della regione ma sta venendo meno alle sue responsabilità di fornire un rifugio a chi, in fuga dalla guerra e dalla persecuzione, si trova già sul suo territorio. Non solo, ma cerca persino di trasferire le sue responsabilità all’Uganda e ad altri paesi che già ospitano alcuni dei più ampi numeri di rifugiati del mondo”, ha concluso Mohamed.

Ulteriori informazioni
Il 17 maggio 2018 Amnesty International ha scritto al primo ministro ugandese, Ruhakana Rugunda, chiedendo chiarimenti su eventuali negoziati o accordi in atto con Israele. La lettera contiene una sintesi del presente rapporto e sollecita ulteriori informazioni sui richiedenti asilo trasferiti da Israele a partire dal 2013.

Analoghi chiarimenti e informazioni sono stati chiesti a Israele con una lettera datata 1° giugno 2018.

Amnesty International accusa Israele: i trasferimenti “volontari” di richiedenti asilo sono forzati e illegali

18.06.2018 Amnesty International

Amnesty International accusa Israele: i trasferimenti “volontari” di richiedenti asilo sono forzati e illegali
(Foto di WorkingFamiliesParty on Foter.com / CC BY-NC)

In un nuovo rapporto diffuso oggi, Amnesty International ha accusato la politica del governo israeliano di trasferire richiedenti asilo eritrei e sudanesi di essere crudele e illegale.

Nell’ottobre 2017 Israele ha annunciato che avrebbe iniziato a trasferire cittadini eritrei e sudanesi verso “paesi terzi” non espressamente nominati che si erano detti disponibili ad accoglierli. Pur se ampiamente risaputo che i paesi in questione erano Ruanda e Uganda, le autorità israeliane non lo hanno mai confermato e recentemente la Corte suprema ha sospeso tutte le espulsioni degli eritrei e dei sudanesi.

Nondimeno, il programma di trasferimenti “volontari” verso l’Uganda, cominciato nel 2013, è andato avanti.

Amnesty International ha documentato trasferimenti il cui carattere “volontario” non era conforme agli standard internazionali e dunque crudeli e illegali. Le autorità israeliane hanno emesso documenti e fornito rassicurazioni verbali alle persone da espellere, le quali avrebbero ricevuto un permesso di soggiorno per poter lavorare e sarebbero state protette dal rischio di essere rimandate nei paesi di origine.

Il governo ugandese ha sempre negato l’esistenza di un accordo per l’accoglienza delle persone espulse da Israele, negando implicitamente la presenza di richiedenti asilo provenienti da Israele e rifiutando di riconoscere qualsiasi obbligo nei loro confronti.

I richiedenti asilo espulsi verso l’Uganda hanno raccontato ad Amnesty International di come le promesse israeliane si sono rivelate vane. Invece di un permesso di soggiorno, si sono ritrovati in condizioni di irregolarità, a rischio d’arresto, senza possibilità di lavorare e a rischio di essere rimandati nei paesi di origine, in violazione del principio internazionale di non respingimento.

“Il malfunzionante sistema d’asilo israeliano lascia i richiedenti asilo eritrei e sudanesi in una sorta di limbo per anni. Persone che arrivano in Israele per cercare un riparo trascorrono lunghi anni in carcere e vedono violati i loro diritti fondamentali all’asilo, alla salute e al benessere, con la prospettiva di essere trasferiti in un paese sconosciuto o di essere rimandati in quella situazione di persecuzione dalla quale sono fuggiti”, ha dichiarato Charmain Mohamed, direttore del programma Diritti dei migranti e dei rifugiati di Amnesty International.

“Chiediamo al governo israeliano di porre fine a queste procedure, garantire ai richiedenti asilo l’accesso a un’efficace procedura per determinare il loro status di rifugiati e un percorso per ottenere uno status legale in Israele”, ha aggiunto Mohamed.

Scelte estreme
Per realizzare il suo rapporto, Amnesty International ha condotto 30 approfondite interviste con richiedenti asilo eritrei e sudanesi, alcuni dei quali già espulsi da Israele in Uganda e Ruanda, altri ancora in Israele e uno sottoposto a rimpatrio forzato in Sudan.

Il rapporto rivela come Israele abbia messo molti richiedenti asilo di fronte a una “scelta”: espulsione verso un paese terzo, ritorno nei paesi di origine o detenzione a tempo indeterminato.

Emanuel (nome di fantasia) è detenuto dal novembre 2017 nella prigione israeliana di Saharonim per aver rifiutato il trasferimento in Ruanda:
“Ogni giorno, a qualunque ora, il personale del carcere e del ministero dell’Interno mi dice che farei meglio ad andare in Ruanda, altrimenti lascerò Israele dentro una bara. Ma io ho amici in Ruanda che mi dicono di non andare, che lì la situazione è molto difficile. Preferisco morire in Eritrea, almeno mia madre potrà visitare la mia tomba, che andare in Ruanda o Uganda”.

Amnesty International ha documentato numerosi casi di richiedenti asilo espulsi da Israele con la promessa che avrebbero ottenuto un permesso di soggiorno e trovato un lavoro, per poi scoprire che nulla di quanto promesso era vero. Nessuno dei richiedenti asilo intervistati da Amnesty International ha ricevuto un permesso di soggiorno all’arrivo in Uganda o altri documenti che avrebbero consentito di risiedere e lavorare nel paese.

“Quando sono arrivato all’albergo si è fatto avanti un sudanese. Mi ha detto che se gli avessi dato 400 dollari Usa mi avrebbe fatto avere i documenti per restare in Uganda. Gli ho dato i soldi e non si è più fatto vedere”, ha raccontato Musa (nome di fantasia), un richiedente asilo trasferito in Uganda nel 2017.

Sulla base delle sue ricerche, dunque, Amnesty International è arrivata alla conclusione che i trasferimenti di richiedenti asilo eritrei e sudanesi che Israele qualifica come “volontari” sono illegali secondo il diritto internazionale e violano il principio internazionale di non respingimento.

Il rapporto mette inoltre in luce quanto il sistema israeliano d’asilo sia intenzionalmente malfunzionante e che le possibilità di trovare protezione in Israele siano pari a zero per quasi tutti i richiedenti asilo.

Amnesty International ha esaminato i casi di 262 richiedenti asilo eritrei che hanno ripetutamente fatto domanda d’asilo tra il 2016 e il 2018. La maggior parte di loro ha tentato da una a quattro volte, 18 tra cinque e sei volte, 14 almeno sette volte e sette almeno 10 volte.

Nonostante Israele sostenga che i richiedenti asilo eritrei e sudanesi sono “migranti economici”, la maggior parte di essi è effettivamente in cerca di riparo dalla persecuzione e da altre violazioni dei diritti umani. La percentuale di accettazione delle richieste d’asilo da parte di cittadini eritrei e sudanesi negli stati membri dell’Unione europea è, rispettivamente, del 90 e del 53 per cento mentre in Israele è, rispettivamente, dello 0,1 per cento e dello 0,01 per cento.

“Israele è uno dei paesi più prosperi della regione ma sta venendo meno alle sue responsabilità di fornire un rifugio a chi, in fuga dalla guerra e dalla persecuzione, si trova già sul suo territorio. Non solo, ma cerca persino di trasferire le sue responsabilità all’Uganda e ad altri paesi che già ospitano alcuni dei più ampi numeri di rifugiati del mondo”, ha concluso Mohamed.

Ulteriori informazioni
Il 17 maggio 2018 Amnesty International ha scritto al primo ministro ugandese, Ruhakana Rugunda, chiedendo chiarimenti su eventuali negoziati o accordi in atto con Israele. La lettera contiene una sintesi del presente rapporto e sollecita ulteriori informazioni sui richiedenti asilo trasferiti da Israele a partire dal 2013.

Analoghi chiarimenti e informazioni sono stati chiesti a Israele con una lettera datata 1° giugno 2018.

Le intimidazioni della polizia contro chi vuole manifestare

17.06.2018 Potere Al Popolo

Le intimidazioni della polizia contro chi vuole manifestare

Ieri siamo stati a Roma.
Una manifestazione autorizzata, organizzata da un sindacato a cui anche Potere al Popolo come partito, ha aderito.

Questo il trattamento riservato dalle Forze dell’ordine a tutti i pullman in arrivo al casello. Il nostro pullman è stato fermato addirittura due volte. La prima volta la polizia è salita sul pullman e ha detto che dovevamo mostrare i documenti davanti alla nostra faccia e ci avrebbero fotografato tutti.

La stessa cosa è accaduta a tutti i pullman che si sono recati a Roma a protestare contro il governo. A chiedere maggiori diritti, a chiedere che venissero mantenute le promesse di governo come l’abolizione della Riforma Fornero, del Jobs Act, a denunciare che non si può morire perché ti sparano alla testa mentre cerchi lamiere per ripararti quando ti sfruttano per una miseria come bracciante.

La disposizione è stata data dal Viminale, cioè dal Ministero degli Interni. Cioè da Matteo Salvini.
La democrazia sta scomparendo piano piano. Anche manifestare il dissenso è sempre più difficile, aumentano le intimidazioni. Come l’altro giorno, quando 3 giornalisti che indagavano sui soldi fatti sparire dalla Lega sono stati trattenuti in caserma per ore senza motivo.

Stiamo diventando uno stato di polizia senza accorgercene, dove se vuoi manifestare contro il governo, si fa una bella foto alla tua faccia e al tuo documento. Del resto tutte le promesse di questo governo non verranno mantenute. Non ci sono le coperture. L’unico modo sarà fare ulteriore tagli alla spesa pubblica, aumentare le privatizzazioni, peggiorare i servizi, ed ecco che è bene avere una stretta sulle proteste e chi non vuole accettare questo stato di cose.

Se è lecito che un agente chieda i documenti a qualcuno, è altrettanto vero che ci dovrebbe essere un motivo e non un’azione sistematica verso tutti i gruppi che vanno a un corteo autorizzato. Il metodo della schedatura “volante” su un pullmann, con foto dei documenti di identità e dei volti non ci pare il massimo della democrazia e trasparenza.

Una domanda viene spontanea: poi quelle foto che fine fanno? Vengono distrutte? Vengono conservate in qualche modo? Si segnala che quella persona quel giorno ha manifestato? Che ha una determinata idea politica? Chi gestisce questi dati? Con quale diritto?

E ora arrivano anche i taser, oltre che la garanzia di impunità alle forze dell’ordine: leggi di più qui

#Io non sto con Salvini#

16.06.2018 Francesco Gesualdi

#Io non sto con Salvini#
(Foto di Medici senza Frontiere)

Basta usare il pretesto degli scafisti per chiudere i nostri porti. La verità è che noi i migranti non li vogliamo. Abbiamo almeno il coraggio di parlare chiaro e di assumerci le nostre responsabilità. Abbiamo saccheggiato l’Africa per secoli, l’abbiamo occupata militarmente, diamo protezione alle multinazionali che continuano a depredarla. Il risultato è disoccupazione, caos e povertà. E dopo averla ridotta in macerie, ora i loro profughi non li vogliamo.

Mi vergogno di appartenere ad un paese che ha dichiarato guerra ai più poveri, mentre vuole abbassare le tasse ai più ricchi, che ne hanno sempre pagate poche. Mi terrorizza la superficialità e il qualunquismo che vedo crescere. Mi auguro che ci sia rimasto un barlume di civiltà per capire che quest’emergenza umanitaria non si risolve con la repressione e con le armi, ma con la capacità di soccorso e con la volontà di aggredire le cause economiche e sociali che producono malessere.

Alex Zanotelli: razzismo, una santa collera!

15.06.2018 Alex Zanotelli

Quest’articolo è disponibile anche in: Spagnolo

Alex Zanotelli: razzismo, una santa collera!
(Foto di https://www.facebook.com/sanctuarymovement/)

L’onda nera del razzismo e della xenofobia che sta dilagando in Europa, dall’Ungheria all’Austria, dalla Polonia alla Slovenia travolge oggi anche il nostro paese. Il volto più noto di questo razzismo nostrano è certamente Salvini, segretario della Lega e oggi Ministro degli Interni nel nuovo governo giallo-verde. (Non dimentichiamoci che Salvini è consigliato da Bannon, ex-consigliere di Trump e portabandiere dell’ultra destra sovranista mondiale!).

E in queste prime settimane di governo giallo-verde, Salvini ha subito rivelato la sua strategia politica con degli slogan che fanno paura. “E’ finita la pacchia dei migranti, i clandestini devono fare le valigie, se ne devono andare”, “Nessun  vice-scafista deve attraccare nei porti italiani”, “Siamo sotto attacco e chiediamo alla NATO di difenderci dai migranti e terroristi,” “l’Italia non può essere il campo profughi d’Europa.”

Pesante l’attacco contro la Tunisia come paese “ esportatore di galeotti.” La politica leghista vuole creare “più centri di espulsione” per sbarazzarsi di 500.000 irregolari rimandandoli ai loro paesi. Pesanti le parole del Ministro degli Interni contro il sindaco Mimmo Lucano che ha fatto rifiorire il paese di Riace (Calabria) accogliendo migranti: “ E’ lo zero!” Altrettanto dura la politica del Ministro degli Interni contro i Rom: vuole smantellare i loro campi con le ruspe e attuare quanto concordato nel “contratto” di governo :”l’obbligo della frequenza scolastica, pena la perdita della responsabilità e potestà genitoriale.” Siamo alle Leggi speciali per i Rom? Inoltre egli promette il pugno duro per la sicurezza e il decoro urbano, a spese dei senza fissa dimora, dei poveri, degli ultimi. E il Segretario della Lega è passato subito dalle parole ai fatti con il rifiuto alla nave “Acquarius”, che portava oltre 600 migranti, di attraccare ai porti italiani. Un atto vergognoso giocato sulla pelle dei poveri, ma anche illegale perché viola la nostra Costituzione e i trattati internazionali firmati dall’Italia “sulla ricerca e salvataggio marittimo”.

E’ ormai Salvini che impazza a tutto campo, mentre i Cinque Stelle sono già prigionieri del campo di forza della Lega che ha sempre più consensi alla base e riceve gli elogi di Bannon, di Marine Le Pen e del gruppo di Visegrad. Dobbiamo riconoscerlo: siamo davanti a un “razzismo di Stato” preparato in questo ventennio da leggi come la Turco-Napolitano, la Bossi-Fini, i decreti Maroni, la realpolitik di Minniti e da un crescente razzismo degli italiani. E’ un fenomeno questo che ci interpella tutti: società civile, cittadinanza attiva, movimenti popolari, chiese, comunità cristiane.

Come missionario mi appello per primo alla Chiesa italiana perché faccia un serio esame di coscienza cercando di capire quanto i cristiani abbiano contribuito a questo disastro. E’ mai possibile che le nostre comunità abbiano dimenticato quelle parole così chiare di Gesù:” Ero affamato…. ero assetato… ero forestiero…. e non mi avete accolto”? Non è forse questo il momento più opportuno per aprire le nostre comunità ad accogliere coloro che sono minacciati di espulsione? A che cosa servono i conventi o le case religiose se non ad accogliere coloro che la società opulenta non vuole?

Dovrebbe farci pensare che negli USA tante chiese e comunità cristiane si siano dichiarate “sanctuary”, luoghi di rifugio per coloro che Trump (altro razzista!) ha deciso di deportare ai loro paesi dove rischiano la vita! Non è forse il momento in cui lanciare il “Sanctuary movement” anche in Italia per salvare tanti migranti da morte sicura? E’ mai possibile che negli USA lo stato della California si sia dichiarato “santuario” per gli irregolari che Trump vuole espellere e in Italia nessuna comunità cristiana ancora abbia fatto un tale passo?

Mi appello alla cittadinanza attiva di questo paese perché in fretta crei gli anticorpi per reagire al fascio-leghismo nostrano. E’ fondamentale imboccare seriamente la strada della disobbedienza civile per tutte quelle leggi che disumanizzano i nostri fratelli e disumanizzano anche noi. “Una legge che degrada la personalità umana è ingiusta”- così scriveva dal carcere di Birmingham, Martin Luther King.  “I primi cristiani si rallegravano per essere considerati degni di soffrire per quello in cui credevano- scriveva sempre dal carcere Martin Luther King. Allora la chiesa non era un semplice termometro che misurava le idee e i principi dell’opinione pubblica: era un termostato che trasformava il costume della società. Quando i primi cristiani entravano in una città, le autorità si allarmavano e subito cercavano di imprigionarli perché “disturbavano l’ordine pubblico” ed erano “agitatori venuti da fuori”. Ma i cristiani non cedettero, chiamati ad obbedire a Dio e non agli uomini”.

E’ questo lo spirito che deve ritornare ad animare le comunità cristiane per poter sconfiggere, insieme a tanti uomini di buona volontà, l’onda nera del razzismo e della xenofobia che ci sta travolgendo. Dobbiamo farlo insieme, credenti e laici, memori di quanto afferma il danese Kaj Munk, pastore luterano anti-nazista, ucciso come un cane nel 1944:”Quello che a noi manca è una Santa collera!

I numeri, la “vita reale” e l’invasione che non c’è

14.06.2018 Unimondo

Quest’articolo è disponibile anche in: Spagnolo

I numeri, la “vita reale” e l’invasione che non c’è
(Foto di https://www.flickr.com/photos/angelagennaro/36759241625)

Gli stranieri a Roma e nel Lazio sono troppi, e in continuo aumento? Se si ascoltano i cittadini lamentarsi sui bar e negli autobus sembrerebbe di sì. Peccato che le ricerche e i numeri dicano tutt’altro. “La notizia è che non c’è alcuna invasione. I dati, infatti, non mostrano un grande cambiamento rispetto all’anno scorso, ma questo non viene detto”.

Ad affermarlo, la ricercatrice del Centro Studi e Ricerche Idos, Ginevra Dimaio, introducendo il nuovo rapporto dell’Osservatorio Romano sulle Migrazioni, presentato a Roma il 7 giugno e giunto quest’anno alla sua XIII edizione. Uno studio in cui la situazione della Capitale e della regione diventano una sorta di laboratorio, “una lente d’ingrandimento che aiuta a leggere in maniera paradigmatica l’immigrazione a livello nazionale”. E che ci mostra ancora una volta come vi sia una percezione falsata del fenomeno, alimentata in primis dalla propaganda politica in perenne clima di campagna elettorale. “Si tratta di un tema importantissimo ma che purtroppo soffre di una pessima narrazione – ha detto Benedetto Coccia, rappresentante dell’Istituto di Studi Politici San Pio V (istituto che per il terzo anno consecutivo ha dato il suo apporto alla ricerca) – L’immigrazione è un fenomeno, e tutti i fenomeni, se non gestiti o mal governati, possono creare problemi. Ma non può essere definito, come spesso viene fatto, un problema di per sé”.

Vediamo così che nella regione gli stranieri sono 662.927 – il 51,9% dei quali donne – il 13,1% dei residenti in tutto il paese. Tra il 2015 e il 2016 si registra un incremento di appena lo 0,4%,mentre la popolazione complessiva in Italia è diminuita dello 0,1% (“e di questo – dicono gli studiosi – forse dovremmo preoccuparci”). A questo andamento hanno contribuito diverse voci, tra cui i nuovi nati da genitori stranieri. “Questo significa che esiste una fetta di popolazione stabile che qui fa nascere i propri figli: 7300 nel corso del 2016, ovvero il 15,4% di tutti i bambini nati in regione” spiega Dimaio. L’altra voce rilevante sono i nuovi stranieri che si sono iscritti in anagrafe direttamente provenienti dall’estero: 30.600, quasi il 12% del totale delle iscrizioni che si sono avute in Italia. “Sono indice di una popolazione che continua a stabilizzarsi”. Roma è come sempre il fulcro: con 544.956 residenti stranieri a inizio 2017, la Città Metropolitana è la prima provincia per numero di immigrati, confermandosi così la capitale dell’immigrazione in Italia. Oltre la metà vengono dall’Europa e, tra questi, prevalgono i comunitari (78,5%); il secondo continente è l’Asia (26,2%), seguito da Africa (10,9%), America (8,6%) e Oceania. Per quanto riguarda gli Stati di provenienza, al primo posto si collocano i romeni (181mila, il 33,3% del totale), seguiti da filippini, bangladesi, cinesi, ucraini, polacchi, albanesi, peruviani, indiani (per la prima volta fra i primi dieci), egiziani.

Roma è anche la provincia in cui il numero di rifugiati e richiedenti asilo è in assoluto il più alto: sono 17.939, ovvero il 9,1% dei rifugiati e richiedenti asilo soggiornanti in Italia. E se spesso l’accoglienza per questa categoria di persone presenta grosse lacune, il report non manca di sottolineare pratiche positive come il sistema dello Sprar, i progetti di accoglienza diffusa attivati dai comuni su base volontaria. Il Lazio in particolare ne è stato protagonista, con una rete che rappresenta il 12% di quella nazionale, anche se restano comunque troppo pochi i comuni che hanno aperto le proprie porte ai migranti in questo senso: solo uno su otto. “Abbiamo un patrimonio edilizio immenso disponibile, e fuori dalla cinta di Roma c’è tutto un mondo che può beneficiare moltissimo dal sistema di accoglienza” ha commentato Vincenzo Lodovisi, vice Presidente di Anci Lazio. Lodovisi parla di “risorse umane che arricchiscono, in termini economici, culturali e di interscambio”, ricordando l’importanza di pianificare con, e non contro le comunità locali.

Spazio, nel rapporto, anche alle tantissime esperienze di convivenza sociale, riservando numerosi capitoli anche alla questione linguistica e della scolarizzazione, alle pratiche religiose, all’importanza delle donne migranti, così come “al dramma crescente dei tanti insediamenti informali in cui troppi migranti − in transito o richiedenti tutela internazionale − sono costretti a vivere, in condizioni sempre più rischiose per la loro salute fisica e mentale”. Successi e sconfitte, dunque, criticità ma anche progetti e buone pratiche da implementare, come ad esempio i corridoi umanitari: un progetto che offre ai rifugiati e ai richiedenti asilo vulnerabili vie d’accesso sicure e legali sul territorio italiano, e che durante la presentazione del report sono stati definiti “la ribellione alla rassegnazione”. Rassegnazione che in molti casi è diventata assuefazione al dolore degli altri, istupidimento e incattivimento prodotto dai discorsi d’odio e dalle fake news con cui veniamo bombardati di continuo, e a cui nemmeno più i numeri possono porre un argine.

“Oggi ribattere con dei dati oggettivi alle bugie o alla propaganda non è più sufficiente, non esiste più una soglia di verità” si è detto durante la presentazione del Rapporto. Eppure la vita reale – molto più complessa rispetto alle semplificazioni di slogan e propaganda – prima o poi chiederà conto. Quella realtà che il mondo della società civile, delle associazioni, del volontariato, con i loro progetti ed esperienze, conoscono molto bene. Nel report ne vengono citati tantissimi. “Sono la testimonianza di un tessuto urbano che c’è, è solidale, si spende, e ci fa sentire meno soli – commenta Ginevra Dimaio –. Come voci di confine che dalle periferie hanno cominciato pian piano a farsi sentire, tutte insieme sono diventate un messaggio che si è fatto più chiaro: ci dicono che, se vissuta e conosciuta da vicino, la migrazione può essere anche una bella storia”.

 

Anna Toro