Ultima parte di Ragaz sulla Fede del socialismo religioso

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Il socialismo religioso non è un socialismo colorato religiosamente, né un cristianesimo colorato socialmente, ma una crescita del cristianesimo dal quale scaturisce il suo senso sociale e socialista, come il sole spunta da dietro le nuvole; non è un rattoppo,  un mosaico, ma una figura genuina, totale, organica, il figlio legittimo della originale verità cristiana e il rinnovamento del mondo attuale. Devono esser notati ancora due punti che possono spiegare il senso del movimento.

Si capisce chiaramente da quanto detto che possono darsi, anzi diverse forme di socialismo religioso. Queste differenze possono riferirsi ora alla religione, ora al socialismo, ora al loro rapporto reciproco (vi sono anche sfumature!) ora avranno il loro fondamento nel modo particolare dell’origine , nella situazione particolare, nei compiti particolari che derivano. Gli uni avranno un modo determinato e ricco di pensieri dietro di loro, gli altri si concentreranno di più su alcuni punti; gli uni andranno più con la socialdemocrazia, gli altri più con l’anarchia e degli altri ancora forse addirittura col bolscevismo. Tutto ciò è possibile e realmente succede.  Come socialista religioso si può provenire da un ambito prevalentemente religioso liberale oppure prevalentemente religioso –positivo e portar con sé i gusci d’uovo di questa esperienza. Si potrà aderire più strettamente al marxismo oppure esser più riservato nei suoi riguardi. Si può sottolineare la necessità della lotta di classe oppure combatterla, tenendo presente fin dall’inizio solo la sua forma militaristica, piena di odio. E così via. E’ stato già accennato all’inizio di questo saggio che vi può, inoltre, essere un socialismo religioso giudeo e cristiano, protestante e cattolico.

Questa diversità di forme del socialismo religioso ha naturalmente  il suo lato negativo. Essa può portare ad una confusione, ad una avversione reciproca, ad una guerra spirituale tra fratelli. Se ne hanno esempi funesti. E tuttavia non bisogna non bisogna turbarsi troppo per ciò. La primavera del socialismo religioso deve aprirsi in variopinta ricchezza di forme. E’ necessaria solo quella libertà e apertura di spirito che non si attacca alla diversità, ma vede l’unità oltre di essa e cerca l’unità. Solo un tale spirito corrisponde, del resto, all’essenza del socialismo. Il socialismo deve avere una fisionomia ecumenica, una fisionomia tendente al tutto, tendente all’unità. Per questo l’adesione al movimento operaio in tutte le sue forme gli sarà di grande utilità. Gli restituisce proprio quel che esso deve dargli. Lo preserva da frazionamenti settari. Il socialismo religioso non può escogitare teorie proprie nell’aria rarefatta di conventicole e accarezzare i propri sentimenti preferiti, ma deve lottare nel duro lavoro della formazione del mondo con l’avverso  materiale della realtà. Questo è per lui il mezzo migliore per superare il suo soggettivismo . Questo è per lui il mezzo migliore per superare il soggettivismo. Allora quelle forme che sono anche unirsi in una certa società esteriore che può anche esprimersi  nell’azione comune. Intono a questo nocciolo, tutto il ricco movimento diventerà a poco a poco un organismo.

Ma, alla fine, proprio questo compito indirizza il socialismo  religioso oltre se stesso. E questo è quel che io vorrei ancora dire a conclusione.  Come la parola “socialismo religioso” poteva essere solo indicazione di una realtà più grande, più profonda. Il socialismo religioso è solo una realtà passeggera. Entra in scena per il fatto che son qui necessità e promessa “sociale”, lo pone in relazione con il “religioso”. Ma il fine deve essere:  un risveglio della cristianità in tutto il suo senso nel quale è compreso anche quello sociale. Quando questo risveglio è avvenuto, il socialismo troverà il suo adempimento. La parola vivente di Dio entrerà  nella materia della questione sociale e diverrà una nuova forma della causa di Cristo. Ma in essa, insieme con il socialismo affonderà anche il religioso poiché adempiuti. Dobbiamo definire ciò che la nuova riforma della cristianità? Possiamo farlo nel senso che alla redenzione individuale di cui la riforma del sec XVI e quelle susseguenti hanno studiato così profondamente e chiaramente senso e iter , segue ora la sociale – e precisamente da Dio. In questo modo, però abbiamo davanti agli occhi il regno. Ad esso indica il socialismo religioso. E così intende anche il proprio tramonto quando prega per l’effusione dello Spirito Santo.

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Buon sabato: festeggiamo 74.000 visite su ecumenici.it

Dio ci diede la sua parola da cui va riconosciuta la sua volontà. La Bibbia dev’essere letta e ponderata, ogni giorno nuovamente.

D. Bonhoeffer

Per noi quaccheri che riconosciamo lo Spirito Santo l’autorità assoluta, Dio continua a parlare anche oggi e non solo migliaia di anni fa nella Bibbia. Ascoltiamo la voce del fratello e della sorella in cui si incarna la guida divina. Dio è vivente e non è muto e parla per mezzo di noi.
Amen
Preghiamo per ciascuno di noi che legge affinché le benedizioni dal Cielo ci accompagniano nel nostro quotidiano. Abbiamo come unica guida lo Spirito che ci resta fedeli nonostante i nostri limiti umani

Salmi 34

Espressioni di lode per la liberazione
1S 21:10-15 (Sl 33:18-22; 84:11-12; 91) 1P 3:9-12; Pr 14:26-27
1 Di Davide, quando si finse pazzo davanti ad Abimelec e, scacciato da lui, se ne andò.
Io benedirò il SIGNORE in ogni tempo;
la sua lode sarà sempre nella mia bocca.
2 Io mi glorierò nel SIGNORE;
gli umili l’udranno e si rallegreranno.
3 Celebrate con me il SIGNORE,
esaltiamo il suo nome tutti insieme.
4 Ho cercato il SIGNORE, ed egli m’ha risposto;
m’ha liberato da tutto ciò che m’incuteva terrore.
5 Quelli che lo guardano sono illuminati,
nei loro volti non c’è delusione.
6 Quest’afflitto ha gridato, e il SIGNORE l’ha esaudito;
l’ha salvato da tutte le sue disgrazie

Preghiamo con gli atti dei martiri di Lione ricordano quelli di oggi di Siria

Siria: i cristiani formavano poco meno del 15% della popolazione (circa 1,2 milioni di persone) sotto il censimento del 1960, ma non si è tenuto nessun censimento più recente. Stime correnti li stabilizzano al 10% circa della popolazione (2.100.000), grazie alla natalità inferiore e ai più alti livelli di emigrazione rispetto ai compatrioti musulmani.: Preghiamo con le parole dei martiri di Lione per la loro distretta e persecuzione religiosa. Se taciamo non diamo possibilità allo Spirito di agire.

(…) .24 “Dopo alcuni giorni gli empi torturarono di nuovo il martire, pensando che, se avessero applicatoi medesimi strumenti di supplizio sulle sue carni ora che avevano visto enfie e ustionate, avrebbero avuto ragione di lui,m visto che non poteva sopportare neppure d’essere sfiorato con la mano; o altrimenti , se fosse perito sotto le torture, il fatto avrebbe atterrito gli altri. Quanto a lui, non gli accadde invece proprio niente del genere; anzi, contro ogni umana aspettativa, il misero corpo si sollevò e raddrizzòsotto i successivi tormenti e riacquistò il primitivo aspetto e l’uso delle membra, cosicché quella seconda tortura gli fu, per grazia di Cristo, non già un supplizio ma rimedio. (…)

Lessico cristiano
Airo ossia innalzare (gesto del giurare) o togliere (i peccati)

Sollevare da terra, innalzare b) sollevare (per) portare c) portare via, togliere.
Nell’accezione fondamentale di sollevare (a) il verbo è usato solo nel linguaggio religioso nel N.T. per indicare il gesto del giuramento. (Apoc 10,5), il gesto dell’orante che alza gli occhi al cielo Io11,41 e la preghiera nella sua espressione più semplice ed essenziale Act 4,24
Il significato di (assumere e ) portare (b). L’espressione fa da contrapposto all’altra “portare il giogo della Torà, dei comandamenti ecc. e designa l’obbedienza alla volontà di Dio annunziata da Gesù. In Mc 8,34 sono rappresentati metaforicamente lo spirito di abnegazione e la disposizione al martirio che devono animare i seguaci di Gesù. Metaforica è anche l’espressione di Mt 4,6 a indicare la protezione da parte degli angeli custodi.
Col significato di portare via, togliere © il verbo è usato nel N.T. nelle seguenti espressioni di chiara intonazione religiosa. Riferito alla morte in Act 8,33. Ancora alla morte, difficilmente alla separazione dei discepoli dal mondo: Io 15,15,all’esclusione della salvezza  Mt 21,43, dalla scienza Lc 11,52, alla consumazione del giudizio Act8,33, alla croce di Cristo che ha cancellato il nostro debito Col 2,14, all’espiazione del peccato; 1 Io 3,5. Si è discusso per molto tempo se nell’espressione giovannea di Io 1,29 il verbo vada inteso  nell’accezione di “portare” (v. 2) oppure in quella di “togliere” (v. 3). In entrambi i casi si tratta sempre dell’espiazione dei peccati altrui; soltanto è diverso il mezzo “portare il peccato” significa espiarlo sopportandone vicariamente la pena; “togliere il peccato” significa invece, annullarlo con uno strumento efficace di espiazione. Se in Io 1,29 il senso originario indica il “servo di Jahvé” la frase alludeva certo alla sopportazione vicaria della pena del peccato . (Confronta Is 53,12 Egli ha preso su di sé i peccati dei molti Is 16,11; Ma l’evangelista ha inteso sottolineare la cancellazione del peccato ad opera  della morte espiatrice di Gesù. La sua frase va perciò così tradotta: ecco l’agnello di Dio che toglie il peccato del mondo (attraverso la forza espiatrice del suo sangue, cfr 1Io 1,7)

La Storia non è mai a senso unico: Sabato alla Ragaz col Malawi

In Malawi le persone albine vivono un calvario quotidiano
Le Monde, Francia

Non solo scherzi, battute e maltrattamenti, la loro differenza significa spesso la morte. In Malawi le persone colpite da albinismo – un’anomalia genetica ereditaria caratterizzata da una depigmentazione della pelle legata all’assenza di melanina – vivono nella paura, esposte a violenze di ogni genere. Nel paese africano sono tra settemila e diecimila le persone coinvolte.

In un rapporto del 7 giugno, Amnesty international denuncia “un’ondata senza precedenti di attacchi brutali”, alimentata da pratiche rituali e dalla passività delle autorità di questo stato dell’Africa australe chiuso ira il Mozambico, lo Zambia e la Tanzania. Tuttavia, le autorità di Lilongwe, hanno giudicato “scorrette” le accuse di lassismo nei confronti delle violenze.

Dal novembre 2014 almeno 18 persone sarebbero state uccise e cinque altre rapite, secondo l’organizzazione di difesa dei diritti umani, che precisa che aprile 2016 è stato il mese più cruento con quattro omicidi. Neanche i bambini piccoli sono risparmiati.

Crudeli superstizioni

Cacciati come animali, gli albini sono preda di bande criminali che commerciano le loro membra, in particolare le loro ossa. Queste, vendute ai guaritori tradizionali, servono a preparare pozioni magiche che dovrebbero portare ricchezza, felicità e fortuna.

Finora questo orrendo traffico era concentrato in Tanzania, ma ha finito per estendersi al Malawi, dove i crimini sono raramente oggetto di un’inchiesta e dove le sanzioni sono più lievi, sottolinea The Economist. Nella maggior parte dei casi gli omicidi non sono compiuti dai guaritori, ma dalla popolazione locale alla quale viene promessa una generosa somma di denaro (fino a 75mila dollari per un intero corpo). Talvolta sono implicate le stesse famiglie, allettate dal profitto e perché non danno molto valore a dei bambini affetti da albinismo, spiega un esperto citato dalla rivista inglese.

Per le ong la fine di questa violenza potrà arrivare solo attraverso una maggiore sensibilizzazione, perché molto spesso le persone con albinismo sono considerate come una maledizione e dunque non umane.

(Traduzione di Andrea De Ritis)

Buon sabato a tutti e tutte

Oggi alle ore 15 meeting zoom informale: prenotati con un SMS al 392 1943729 per conoscere il numero del meeting che possiamo comunicare solo alle ore 14.45

Siamo arrivati al 33esimo sabato/ Salmo insieme: abbiamo motivo di ringraziare il Signore per questa testimonianza che oggi si irrobustisce col lavoro digitale sul socialismo religioso.
Una manciata di persone di fronte ad un oceano … abbiamo bisogno della sua presenza.

Salmi 33

Di Davide, quando si finse pazzo in presenza di Abimelech e, da lui scacciato, se ne andò.

Alef
Benedirò il Signore in ogni tempo,
sulla mia bocca sempre la sua lode.

Bet
Io mi glorio nel Signore,
ascoltino gli umili e si rallegrino.

Ghimel
Celebrate con me il Signore,
esaltiamo insieme il suo nome.

Dalet
Ho cercato il Signore e mi ha risposto
e da ogni timore mi ha liberato.

He
Guardate a lui e sarete raggianti,
non saranno confusi i vostri volti.

Zain
Questo povero grida e il Signore lo ascolta,
lo libera da tutte le sue angosce.

Het
L’angelo del Signore si accampa
attorno a quelli che lo temono e li salva.

Tet
Gustate e vedete quanto è buono il Signore;
beato l’uomo che in lui si rifugia.

Iod
Temete il Signore, suoi santi,
nulla manca a coloro che lo temono.

Caf
I ricchi impoveriscono e hanno fame,
ma chi cerca il Signore non manca di nulla.

(…)
Martirio di Giustino, Caritone, Carito, Evelpisto, Ierace, Peone, Liberiano e della loro comunità

1. Al tempo degli iniqui decreti dell’idolatria i santi su menzionati furono tratti in arresto e fatti comparire davanti al prefetto di Roma, Rustico.
(…)
5 1. Il prefetto fa a Giustino: “Se saria fustigato e decapitato, credi che salirai in cielo? 2. Rispose Giustino: “Confido di ottenerlo con la mia perseveranza, se non cesso di perseverare. So che questo è riservato a quanti hanno vissuto rettamente, ma soltanto alla conflagrazione del mondo”. 3. Il prefetto Rustico domandò “Comunque lo pensi, salirai al cielo?”. Rispose Giustino: “Non lo penso: ne sono assolutamente convinto” 4. Il prefetto Rustico disse: ” Se non obbedite sarete giustiziati” 5. Ribatté Giustino: E’ nei nostri voti d’essere salvati, una volta giustiziati”, Il prefetto Rustico sentenziò : “Quando non hanno voluto sacrificare agli dei siano fustigati e condotti all’esecuzione secondo la procedura di legge”.
6. I santi martiri rendendo gloria a Dio vennero al solito luogo delle esecuzioni e portarono a compimento la loro testimoni9anza con la professione di fede nel nostro Salvatore, al quale è gloria e potenza insieme con il adre e lo Spirito Santo ora e nei secoli dei secoli. Amen

Sabato alla Ragaz: politica estera

Jakob Künzler e gli armeni

Testimone del genocidio, nato a Hundwil nell’Appenzello, infermiere e medico a Urfa, nel sud dell’Anatolia, salvò con la moglie Elisabeth migliaia di orfani armeni

(Paolo Tognina) Nella primavera del 1915, mentre in Europa infuriava la Prima guerra mondiale, in Turchia si consumò un’immane tragedia che costò la vita a oltre un milione di persone. La popolazione armena che per secoli aveva vissuto sotto il dominio ottomano fu vittima di un crimine su vasta scala, organizzato in modo sistematico. “Il mio popolo giace sul banco del macellaio”, balbettò la massima autorità religiosa armena in mezzo a un fiume di lacrime mentre uomini, donne e bambini venivano uccisi senza pietà o trascinati a morire in mezzo al deserto.

Da Basilea a Urfa
Jakob Künzler, originario dell’Appenzello, aveva seguito a Basilea, nell’Istituto evangelico per diaconi, una formazione in campo infermieristico. Quando, sul finire dell’Ottocento, ci furono i primi pogrom contro gli armeni, venne mandato, insieme al medico basilese Hermann Christ, a lavorare nel piccolo ospedale di Urfa, fondato nel sud della Turchia dal missionario evangelico tedesco Johannes Lepsius.
A Urfa, Künzler curò persone di ogni religione e gruppo etnico, imparò l’armeno, il turco, l’arabo, il curdo e l’inglese. Con la sua instancabile prontezza nell’aiutare e la sua indole affabile, si guadagnò la fiducia di molte persone di tutti gli strati sociali e di tutte le comunità religiose.

In mezzo alla tragedia
Poco prima dello scoppio della Prima guerra mondiale, il medico svizzero dell’ospedale di Urfa rientrò in patria per un congedo. Künzler rimase solo, con la moglie, Elisabeth, a continuare il lavoro. Tenne aperto l’ospedale, curò i feriti di guerra e visitò i malati durante l’epidemia di tifo.
Quando ebbe inizio lo sterminio, Elisabeth Künzler – che aveva buone relazioni con molte donne musulmane – riuscì col loro aiuto a portare al sicuro ad Aleppo donne e bambini armeni. Per due anni la collaboratrice danese di Künzler, Karen Jeppe, tenne nascosti sette uomini armeni. E il domestico musulmano dei Künzler, Alì, provvide a portare cibo a diverse persone nascoste.
Impegnato ogni giorno a portare pane e indumenti ai deportati, a ricucire le loro ferite e a occuparsi di malati in preda a delirio febbrile, Künzler annotò nel suo diario ciò che vedeva e sentiva. Oggi è considerato a livello internazionale uno dei più importanti testimoni del genocidio armeno. Raccolse innumerevoli testimonianze, al punto che non poté esserci più alcun dubbio: non stava avvenendo un massacro come altri, le uccisioni erano decise dalle autorità centrali ottomane che coordinavano le operazioni mandando gli ordini attraverso la rete telegrafica. In quel modo, fu “cancellato in modo pianificato e deliberato un intero popolo”.

L’esodo degli orfani
La resistenza dei dignitari locali fu inutile. Il cadì di Urfa fu trasferito per motivi disciplinari essendosi rifiutato di eseguire gli ordini di deportazione. Inutilmente i musulmani conservatori dissero che ciò che veniva fatto agli armeni era in contraddizione con il Corano. Anche Jakob e Elisabeth Künzler non poterono fermare le uccisioni, ma solo prestare aiuto, lenire le sofferenze, nascondere e proteggere un certo numero di persone.
Terminata la Prima guerra mondiale, quando la persecuzione degli armeni rimasti riprese con rinnovato vigore, i Künzler riuscirono con un’azione temeraria a portare in salvo, oltre il confine, verso il Libano, circa ottomila orfani. Costretti a chiudere e abbandonare l’ospedale di Urfa, continuarono la loro missione di aiuto agli armeni nell’orfanotrofio di Ghazir, in Libano, sostenuto da organizzazioni svizzere e americane.
Il diario di Jakob Künzler, “Im Lande des Blutes und der Tränen”, pubblicato la prima volta nel 1921, è stato riedito a Zurigo (Chronos Verlag) da Hans-Lukas Kieser, nel 1999 e ristampato più volte

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Una nuova pagina: la Fede dei socialisti religiosi

Ragaz

Prima parte sul socialismo religioso

Ci è venuto estremamente chiaro che non è l’uomo che sottoscrive formule di fede che corrisponde all’ideale del discepolo di Gesù, ma l’uomo che attacca la necessità e la miseria, lotta per la giustizia sociale e nella fede rimuove le montagne del male.

  1. Ragaz Weltreich, vol. 1, p. 184

 

Nato il 28 luglio 1868 in Tamins, studio della teologia a Basilea, a Jena, a Berlino; nel 1889 parroco di montagna a Flerden,nel 1892 insegnante di religione e nel 1984 parroco di Chur; nel 1904 parroco della cattedrale di Basilea; nel 1906 con la conferenza “il Vangelo e l’attuale lotta sociale” tenuta in occasione della festa della società dei predicatori svizzeri, promosse la fondazione del movimento religioso- sociale. Nel 1907 viaggio negli Usa, conferenza al Congresso mondiale per il libero cristianesimo a Boston, nel 1908 professore di teologia sistematica e pratica a Zurigo, nel 1914 viaggio in Inghilterra; nel 1921 ritiro dall’insegnamento; dal 1921 presidente del Settlement del gardenhof (scuola popolare dei lavoratori); viaggi in Olanda. Germania, Scandinavia e Cecoslovacchia in qualità di Presidente della lega internazionale dei socialisti religiosi; morto il 6 dicembre 1945.

Ragaz e il Regno di Dio

Ragaz che aveva sofferto a causa di una religione senza legame alla realtà, vedeva con grande interesse nel socialismo un movimento, in cui ,come egli credeva, si manifestava la realtà del Regno di Dio. La questione sociale non era una verità fondamentale  del Regno di Dio? La socialdemocrazia nelle sue richieste non riprendeva delle richieste fondamentali dell’annuncio messianico? Non si rivolgeva essa, come l’annuncio messianico, ai poveri e ai diseredati? Perciò si apprenda dai socialdemocratici con quanta forza e quanta santa passione si debba annunziare accanto a un cielo nuovo una terra nuova. “E come la socialdemocrazia, anche la chiesa come il socialismo doveva intraprendere la lotta per contrastare il capitalismo, il militarismo, l’egoismo, la fede nella violenza e tutto l’ateismo sociale del nostro mondo. Questioni come disoccupazione, insufficienza di alloggio, lavoro e riposo, guadagno e profitto, tutto il problema sociale, devono essere affrontate dai suoi dirigenti, nelle chiese, scuole, giornali come parte del problema religioso. Essa deve distinguersi nello zelo per la Giustizia di Dio su una nuova terra”.

Il socialismo attirò l’attenzione di Ragaz sulle questioni sociali e l’incidenza nella realtà. Egli così lo può definire come “Giovanni il Battista” che precedette il Cristo. Tuttavia benché stimi tanto il socialismo e lo comprenda nel suo profondo, Ragaz non dimentica che il socialismo è soltanto un mutamento sociale. L’annuncio del Regno di Dio è invece più del socialismo. Anche un nuovo ordinamento sociale non orta via dal mondo il caso, la morte, la malattia, la colpa, il peccato. Tutte queste questioni sono senza risposta nel socialismo. Quale funzione spetta al socialismo all’interno dell’annunzio del Regno di Dio? Esso è prefigurazione del regno veniente. E’ l’indirizzo verso il più grande che in esso risplende, anche attraverso le sue manchevolezze e i suoi errori. E’ messaggero dell’avvento di un movimento di portata maggiore che si prepara a venire nel mondo. Questo è più grande del socialismo “ma porta sulle sue onde anche la vittoria del socialismo”. Perciò la lotta per il socialismo è lotta anticipatoria per il regno vivente”

 

Introduzione

La valorizzazione  odierna dei socialisti religiosi

L’eredità dei socialisti religiosi è nuovamente entrata far arte della discussione teologica in base a motivi fondati. A tratti, ci si rende conto che delle questioni che attualmente si impongono all’attenzione generale, sono state già una volta, almeno in forma simile, all’ordine del giorno di un piccolo gruppo all’interno della Chiesa. Si crede di intravvedere dei precursori, benché non si lasciano ancora intravvedere punti di aggancio e di continuazione. Questo dipende certamente dal fatto che l’eredità dei socialisti religiosi, per decenni, era pressoché scomparsa sia nella Chiesa che nella teologia.

Quel che la storia ecclesiastica tramanda, è riassunto in una brevità laconica e ha pochissimi valore informativo. Anche lì dove vengono riportate informazioni più estese su questa tendenza teologica, il suo intento resta estremamente vago. E anche quando singoli autori si sono accuratamente ed estesamente si sono occupati della biografia e della teologia di singoli socialisti religiosi, le ricerche sono guidate solo dall’interesse storico. Stimoli oppure chiarificazioni di problemi non vengono più attesi, finora, da una tale teologia. Sembra che il suo intento e la sua opera non ispirino più nessuno, il suo pensiero non dia alcun apporto ai nostri problemi. Sembra che il tempo l’abbia da molto superata, senza che essa abbia lasciato tracce durature.

Anzi si era detto dappertutto nei circoli ecclesiastici e teologici “che qui non c’era più niente da “prendere”. E dato che si pretendeva che non c’era più niente da “prendere”, non si faceva nemmeno lo sforzo di una ricerca approfondita.

Gli eventi storici esteriori, come il Nazismo, la guerra e la restaurazione ecclesiastica del dopoguerra favorirono la dimenticanza in modo eminente.

 

Tre tipi di repressione

Ma non ci sarebbe stato affatto bisogno di questi avvenimenti storici per strappare dalla memoria il ricordo dell’intento dei socialisti religiosi, durante la Repubblica di Weimer. Poiché fin dall’inizio della loro attività, essi si trovarono di fronte a una opposizione massiccia. Chi volesse scrivere la storia del socialismo religioso si imbatterebbe primariamente in quella della sua repressione. Se si osserva più da vicino, si riscontra nella estesa e molteplice vita della chiesa e della teologia dei primi decenni di questo secolo un raro e strano accordo nel comune rifiuto del socialismo religioso. Quasi tutti avrebbero potuto sottoscrivere quel che il residente dei positivi formulava in questi termini nel Sinodo regionale del Baden, Bender 1930: “Lasciate in pace la nostra chiesa col vostro socialismo religioso”. Questo atteggiamento o ,meglio, questo emozionalità fu in grado di unire le più diverse contro quel gruppo nella chiesa che essi, tutti insieme, sentivano come nemico comune. L’articolazione teologica del rifiuto che, nella sua differenziazione lascia riconoscere le singole posizioni, non riesce a nascondere che sotto vi è un interesse più profondo che unisce tutti.

La Chiesa ufficiale  giudicava più o meno così come si può leggere nell’”Annuale ecclesiastico” del 1935: “ Di fronte a questo illusionismo, noi abbiamo meno fiducia in esso del loro portatori: Concessioni alle realtà temporali (i cosiddetti ordini economici) non hanno mai guidato e dato impulso al cammino della fede”. Si rimprovera ai socialisti religiosi di idealizzare il proletariato e di essere i fautori dell’utopismo che si aspettava dal campo del sentimento proletario, che sprizzava di odio verso tutti i “possidenti”, che coltivava sistematicamente invidia e astio, sarebbe cresciuta una morale nobile, pura e più nobile. Come argomento decisivo si adduceva che Cristo non aveva predicato la lotta di classe. Così il giudizio della Chiesa è sicuro: “Come è ed opera, l’associazione dei socialisti religiosi è una truppa ausiliaria per Marx e Bebel, ma non per la fede in Dio”.

Inoltre si credeva di aver scoperto che i socialisti religiosi immedesimavano assolutamente il nuovo sistema economico socialista con il Regno di Dio. Questa favola convenuta si rivelò estremamente efficace. Essa furia di essere ripetuta, passò da una non verità al rango di una convinzione profondamente radicata, superando in ciò la stessa dialettica hegeliana.

Questo comportamento, benché voglia passare per teologico, certamente non si può spiegare dalla sola teologia. Se lo si vuole veramente comprendere, bisogna cercare gli interessi profondi che si nascondono dietro l’argomentazione teologica.

Bisogna, allora, rappresentarsi  la situazione della Chiesa e, in modo particolare dei parroci, che K.W. Dahm caratterizza circa in questa maniera: “ nella chiesa dominava in generale una mentalità di crisi. Essa proveniva dalla perdita di stabilità di istruzioni precedentemente solide. Così era estremamente cresciuta l’insicurezza della posizione dei parroci. Vi si aggiungeva, inoltre, la “terribile serietà dei fatti” costituita dai piani anticlericali di alcuni socialdemocratici, dalla “caccia ai preti” della stampa di sinistra e dall’associazione di liberi pensatori, dalla fame, e a tratti dalla miseria causata dal congelamento del sostentamento dei parroci,  e infine, in alcuni posti, da espulsioni e maltrattamenti. Tutte queste manifestazioni, causate dal cambiamento sociale, formarono la mentalità di crisi con tutti i suoi specifici interessi ed effetti.  Essa di manifestò allora in manifestazioni ed opinioni che non potevano corrispondere  alla nuova realtà democratica e repubblicana. Così la Chiesa, in generale, rimase come era stata in precedenza, di tendenze conservatrice e monarchiche.L’80% dei parroci si identificava coi partiti nazional-tedeschi, conservatori che miravano a liquidare la Repubblica. Così la massa dei foglietti parrocchiali, ecclesiastici propagandò una politica conservatrice, borghese, per lo più tedesco-nazionale. Era di moda essere antidemocratico, antifascista e naturalmente anche antisocialista. Questo significò concretamente negli insegnamenti che si trassero dalla prima guerra mondiale, che i responsabili delle chiese e la molteplicità dei membri della comunità non condannarono lo spirito della guerra, lo sciovinismo e il militarismo. Piuttosto fu condannato “l’inconvertito popolo tedesco” per la sua mancanza di resistenza, per la sua infedeltà agli Hohenzollern e per la sua condiscendenza alle idee democratiche e socialiste. La leggenda della pugnalata, secondo la quale l’armata invitta sarebbe  stata vittima di estremisti di sinistra venne, perciò divulgata con un zelo particolare e accettata credulonamente nei circoli ecclesiastici.

Appare quindi chiaro che le chiese, che sentivano minacciata i loro interessi dal nuovo stato, dissero che le loro emozioni contro i partiti socialisti che apparivano loro come segnati dal “marchio di Caino della rivoluzione di novembre”. Nel condannare i partiti socialisti come “malfattori di novembre”, la loro identificazione si aggrappava a immagini e fatti dell’ordine vecchio, sepolto.

Con un simile stato di cose, come si poteva permettere l’annuncio e l’opera  di un gruppo che si votava verso il nuovo, criticava vivacemente e combatteva i modelli coi quali ci si identificava? Non dovevano le Chiese reagire con il rifiuto, la malcelata ostilità che esse allora mostrarono così abbondantemente? Il pregiudizio nei riguardi dei socialisti religiosi, come si rivelò costantemente nello sleale maneggio per la rioccupazione delle parrocchie che divenivano spontaneamente religioso-socialiste, negli intrighi all’interno delle direzioni della Chiesa per impedire ai socialisti religiosi di inviare nei diversi collegi il numero di rappresentati che loro spettava in base al risultato delle elezioni ecclesiastiche e infine la persecuzione e punizione unilaterale dell’attività politica svolta dai pastori religiosi socialisti, veniva motivata teologicamente, scaturiva però senza dubbio da un interesse social politico reazionario.

Benché nella odierna communis opinio, il socialismo religioso goda di altissima come font di teologia dialettica, proprio i teologi dialettici non trassero il minimo profitto dalla sua quasi totale repressione.  Essi tramandarono  per lo più le formulazioni che hanno impedito una recezione libera dai pregiudizi sul socialismo religioso negli ultimi decenni.  E si servì dei loro slogan quando si volle motivare perché nella discussione teologica si credette di poter lasciare cadere a sinistra il socialismo religioso.

A questo punto non possiamo aprire una discussione di principio, piuttosto verranno esaminate, a mo’ di esempio, alcune posizioni di rifiuto che hanno determinato la discussione circa il socialismo religioso e la sua repressione. Kark Bart in un confronto con Paul Tillich definisce questo modo di far teologia sedizioso. Egli nel giudizio delle realtà mondane, non si sente separato da Tillich da questo o da quello, ma proprio nel centro, nel giudizio della questione-Dio. Così egli rimprovera a Tillich che al suo Dio manca il propriamente divino, vale a dire la caratterizzazione come agire libero, personale, con un chiaro carattere pneumatico  tramite il quale viene sottratto ad ogni diretto approccio intellettualistico che vuol fare i conti con lui. Chi osa parlare di Dio . – dichiara Barth a Tillich – deve tenere presente che egli parla di qualcosa di cui egli non piuò disporre di naturale con lampante naturalezza, ora in una maniera ora in un’altra, solo perché ne ha possibilità logiche. Per questo motivo la teologia di Tillich sfocerebbe in una generalizzazione colpevole. “Questo sostenere fra Dio, il Tutto e Ognuno, fra Cielo e Terra, questo generale e ampio rullo compressore della Fede e della rivelazione che io nel leggere il Tutto e il Niente di Tillich, non mi posso trattenere non mi osso vedere avanzare pianificando case, uomini e animali, come se d’altronde non fosse naturale che dappertutto fossero regni, giustizia e grazia, Tutto, semplicemente  Tutto è immerso nella contesa della Pace del “paradosso positivo” che è così è a portata di mano nonostante la sua “invisibilità” in realtà non è più un paradosso, questo non ha più alcun affinità col Dio di Lutero e di Kierkegard, mentre ne ha con Scheileirmaker e Hegel”.

(…) Manca la pagina 21 del testo, non resa disponibile su Google.

Na dove gli uomini credono di poter cambiare in qualche modo, lì la vera indigenza non è stata ancora vista anzi non è ancora presentita. “Li non si sa ancora niente dell’inguaribile bisogno dell’Assoluto”. Questo bisogna resta, nonostante tutti gli sforzi possibili degli uomini. Esso rode il tutto e il singolo e rende dubbiosi tutti i beni. Ma lo si vede e rende proprio solo con quell’ascolto e quella visita che ascolta e vede l’Assoluto.

Colui che ascolta e vede l’Assoluto, si imbatte sub specie aeterni nella estrema oppressione, nel più acuto contrasto con l’eterno, nel più decisivo, o – o, o noi o l’eternità. Colui che crede, sia pure solamente per rendere possibile una considerazione oggettiva, culturale e storica che qui sia osto un tanto-quanto,  vale a dire un incontro ordinato e tranquillo di ciò che noi siamo e di ciò che è l’eternità, oppure il racchiudimento dell’eternità

Il rapporto della iniziale della iniziale azione di Dio con la sua apparizione culturale di ogni volta non è quello dell’ineliminabile contrasto della sua forma visibile. Perciò non si può mai vincere il cristianesimo a favore dei propri contemporanei, adattando la sua forma esteriore alle esigenze del tempo. Così Gogarten conclude reguardendo Fuchs: “ Chi tocca questo punto vuol fare da mediatore fra l’eternità e il tempo e brancola, mentre con le mani più pure e la migliore volontà, solo e sempre nel tempo”.

Lo spavento per la “sintesi”, che come abbiamo visto Gogarten respingeva, faceva allontanare anche Gunther Dehn da quelle tendenze cui egli aveva inizialmente dato l’avvio. Cristianesimo e socialismo non potevano in alcun modo essere uniti. Colui che lo tentava si avvia ad una strada di un ibrido auto-potenziamento. Cosi Dehn scoprì del titanesimo nell posizioni di C. Blumhardt  e del secolarismo e false tendenze dell’autonomia dei suoi successori. Egli li credette impegnati in uno sforzo meramente umano, presuntuoso, verso l’autoliberazione ed ebbre timore che questa via della sintesi opprimesse Dio.

Poiché tutto il socialismo gli appare sempre più dal punto  di vista dell’”autonomia”, dell’”autoliberazione”, dell’”autodivinizzazione”. I cristiani che lo sostengono possono essere soltanto ad uno stato larvalela comprensione dell’essenza e del compito della Chiesa. Essi finiscono nel secolarismo e vi perdono la sostanza cristiana. Non è affatto un miracolo se perdono la passione religiosa.

L’emozionalità, priva di fondamento storico, (…)

Scomparsa della pagina 23 da Google.

(…) La Chiesa non può partecipare a queste azioni di soccorso. “Queste teorie devono scomparire affinché noi impariamo nuovamente a credere in Gesù Cristo… Nell’acuto crisi attuale esse affondano insieme a molte ideali e teorie degli ultimi secoli. La bancarotta dell’uomo non si può nascondere”.

Ed effettivamente un anno dopo che queste righe erano state scritte, nel 1933, essa non si poteva più nascondere. Il macabro sta solo nel fatto che Hermann Sasse poteva integrare così enfaticamente il suo modo di pensare nazionalsocialista in una teologia di liberazione di Cristo.

Presso Sasse si può constatare apertamente che l’interesse temporale e politico guidò l’argomentazione, apparentemente teologica, contro i socialisti religiosi.

Dall’estensione del rifiuto si può comprendere che l’opera dei socialisti religiosi morì d’asfissia quando era ancora allo stato embrionale, che il loro intento non potè neppure  raggiungere la coscienza di un pubblico ecclesiastico e teologico più ampio e che, perciò, finalmente, il suo ricordo affondò nella sabbia. Le diverse Chiese nazionali, teologi dialettici e altri avevano fatto il possibile per mettere da parte le sorti e l’opera del movimento e di sopprimerla mettendo in discussione all’infinito il diritto della intenzione socialista-religiosa. Non si parlava di Dio come essi ne parlavano. Il modo in cui essi cercavano una via di collegamento fra la salvezza eterna e il bisogno attuale era un modo conciliatorio e non aveva alcun sentore del bisogno dell’assoluto. Il modo, infine, in cui essi epigoni di Shleirmacher, cercavano di addivenire ad un accordo con gli epigoni di Feuerbach, sfociava semplicemente in eresia e umanitarismo.

In questo caso l’umanità del rifiuto, da parte dei più diversi strati, non è convincente, anzi sospetta. Lo stesso interesse, come abbiamo dimostrato, univa in questo punto posizioni teologicamente tutt’altro che simili. Una predecisione politica conservatrice, tedesco nazionale fino a nazionalsocialista. La reazionaria identificazione con i modelli di un ordine passato doveva necessariamente portare alla collisione con l’intento dei socialisti religiosi  che consideravano criticamente quell’ordine e combattevano per un nuovo ordine sociale. La Chiesa disturbata nei suoi affetti e interessi  reagì allora nei riguardi dei socialisti religiosi con pedanteria, con evidente irritazione e solo malcelata aggressività.

Quando poi, dopo la seconda guerra mondiale, che non c’era più niente da apprendere dai socialisti religiosi, allora si è compreso quanto detto precedentemente, non sembrerà lontana dal vero la supposizione,  che nel caso si tratti di una repressione riuscita-

Ne risulta pure, però che sia un pregiudizio teologico, sia una profonda uniformità si sono opposti a una giusta valutazione delle intenzioni, delle attività e peculiarità di questo movimento.

Oggi comunque, data la circostanza storica, e le mutazioni verificatesi nel frattempo nella società e nella teologia, sembra si dia la possibilità per una verifica più giusta. Vuole essere intenzione di questo libro sia introdurre nella storia di questo movimento, sia di portare alla luce il compito specifico che i socialisti religiosi si erano proposti all’interno della Chiesa. Ci rifacciamo per lo più a lavori brevi e per lo più completi. La scelta degli autori vuole mostrare l’estensione dell’ossatura del movimento. Essa vuole evidenziare sia la diversità che la somiglianza nelle tendenze. Però non verranno trascurati documenti , come manifesti e risoluzioni, in cui si esprime la volontà collettiva dei socialisti religiosi.

 

Continua col breve sommario storico

 

Buon sabato ricordando gli Armeni

Martirio di Policarpo

(…)
1.1 Abbiamo voluto narrarvi per iscritto, fratelli, la vicenda di quanti hanno testimoniato la fede e del beato Policarpo, che con la sua testimonianza , quasi ne apponesse il sigillo, pose fine alla persecuzione. In effetti, pressochè tutti i fatti precedenti ad esso ebbero luogo perché il Signore dell’alto potesse mostrarci quale deve essere la vera testimonianza secondo l’insegnamento del Vangelo. 1,2 Policarpo, differì, al modo del Signore, la propria consegna alle autorità, perché anche noialtri divenissimo suoi imitatori, guardando non solo a noi stessi, ma pure al nostro prossimo. E’ infatti segno di amore vero e saldo il desiderare non solo la propria salvezza, ma anche quella di tutti i fratelli.
2.1 Beate dunque e nobili tutte le testimonianze che sono state rese secondo il volere di Dio. Bisogna infatti che noi si sia assai prudenti e si rimetta a lui la completa giurisdizione su tutto. 2.2 In effetti, chi non sarebbe ammirato dinanzi al coraggio e alla resistenza loro e alla loro devozione verso il Signore? Con le carni consumate dai flagelli, tanto da farsene visibili le interne strutture sino alle vene profonde e alle arterie, essi hanno sopportato la tortura al unto da muovere i presenti alla pietà e al pianto; e a tale estremo coraggio sono giunti, che nessuno di loro ha emesso voce nè gemito, mostrando a noi tutti che in quell’ora, nella quale veniamo tormentati, erano assenti dalla propria carne i valorosissimi testimoni di Cristo, o meglio, che il Signore era presente per parlare con essi.
(…)
Amen

Preghiamo per la ricerca cristiana in corso non solo verso il lessico neotestamentario, affinchè possiamo capire il frutto dello spirito nei secoli con le Scritture ma anche la testimonianza dei socialisti religiosi che si sono impegnati nel dare una dimensione non individualista alla Fede nel Messia del Regno. Nuovi traguardi ci sono dinnanzi e riprendiamo al Sabato la politica estera come esempio ereditato da Ragaz e la sua comunità emancipata dai riti.

Salmi 32

1 Esultate, giusti, nel Signore;
ai retti si addice la lode.
2 Lodate il Signore con la cetra,
con l’arpa a dieci corde a lui cantate.
3 Cantate al Signore un canto nuovo,
suonate la cetra con arte e acclamate.
4 Poiché retta è la parola del Signore
e fedele ogni sua opera.
5 Egli ama il diritto e la giustizia,
della sua grazia è piena la terra.
6 Dalla parola del Signore furono fatti i cieli,
dal soffio della sua bocca ogni loro schiera.
7 Come in un otre raccoglie le acque del mare,
chiude in riserve gli abissi.
(…)

Lessico cristiano:Airesis ossia dottrina o scuola o anche la comunità degli Esseni o eresia

Airesis ossia dottrina o scuola o anche la comunità degli Esseni o eresia

  1. AIRESIS NELLA GRECITA’ CLASSICA E NELL’ELLENISMO

Airesis deverbale di airein nella grecità classica può significare a) presa per es. di una città b) scelta (dal medio aireomai): in generale la possibilità di scegliere anche per una carica; inclinazione c) decisione impresa, proposito diretto a un fine, quasi come proairesis. Quest’ultima accezione si è mantenuta nell’ellenismo, dal quale è passata nella letteratura cristiana.

Da questo significato fondamentale deriva l’accezione “oggettiva” di airesis, prevalete nell’ellenismo ossia di a) dottrina b)scuola. La airesis del filosofo, che nell’antichità comporta sempre anche l’adozione di una particolare norma di vita, ha come oggetto determinati dogmata, ai quali gli altri concedono la loro proskilisis. Essa si presenta come dottrina di una scuola.  Cfr il titolo di un’opera di Antipatro di Tarso (secc II a.C.) e lo scritto di Crisippo (Diog. L. VII 191) e inoltre le designazioni delle scuole filosofiche come aireseis in Polyb V 93,8 (peripatetici). Gli elementi essenziali e costitutivi di questa società sono: la formazione della airesis, nel seno di una comunità più vasta che la comprende e quindi la sua delimitazione da altre scuole; l’autorità assoluta, pacificamente riconosciuta, di un maestro; una dottrina in parte dogmatica accettata e in parte soggetta a libera discussione; il carattere privato di tutto ciò.

  1. AIRESIS E MIN NEI LXX E NEL GIUDAISMO

Nei LXX la parola airesis è usata piuttosto raramente e sempre nell’accezione generica di scelta (per libera scelta, volontariamente) come traduzione dell’ebraico n daba. Più importante è il significato della parola nel giudaismo ellenistico e rabbinico. Non fa meraviglia che Filone usi airesis per indicare tanto una scuola filosofica greca (p. es. Plant 151) quanto i Terapeuti, presentati come una sublime comunità filosofica (p. es. Vit. Cont. 29). Analogamente Giuseppe designa come Airesis la comunità degli Esseni (Bell. II 118) e in genere ogni setta religiosa ebraica, da lui concepita alla stregua delle scuole filosofiche greche: Esseni, sadducei e Farisei. Anche se sulla scelta di Giuseppe può aver influito la tendenza ad equiparare concetti diversi, essa era tuttavia giustificata dalla effettiva analogia strutturale fra le “scuole” palestinesi-giudaiche e quelle greche.

Il termine equivalente nel giudaismo rabbinico è min, che significa tanto airesis quanto airetixos (min per lo più indica la setta). In Giuseppe è anzitutto una designazione generica delle varie correnti correnti e fazioni giudaiche, ma poiché alcuni minim si allontanavano dalla tradiuzione rabbinica e ortodossa, ben presto la parola fu usata in malam partem per indicare come “eretici” determinati partiti e sette avversate dai rabbini. E’ questo il significato della parola negli scritti rabbinici databilidalla fine del sec II d. C., per es. nella Boirkat hamminim che probabilmente fu inserito nella preghiera delle Shemoné Esre verso la fine del sec I. Alla fine del sec. II la parola subisce un’ulteriore trasformazione semantica e passa a designare non più gli appartenenti alle sette giudaiche, bensì gli infedeli, soprattutto gli etnico-cristiani e gli gnostici. Altro termine di significato analogo usato dai rabbini è mahaloqet , che però indica quasi sempre le beghe e i dissensi personali e quindi corrisponde meglio al greco scisma, mentre l’esatto equivalente di airesis è min.

  1. AIRESIS NEL N.T.

In relazione a questo addentellato ellenistico e giudaico va analizzato e compreso il valore semantico di airesis negli scritti neotestamentari.

  1. L’uso di airesis negli Atti corrisponde esattamente a quello di Giuseppe e dei più antichi resti rabbinici. Anche il cristianesimo è definito dagli avversati come una airesis.
  2. L’addentellato greco-giudaico non può tuttavia spiegare l’origine del peculiare concetto cristiano di eresia. Quest’ultimo infatti non ha subito una evoluzione parallela a quella del corrispondente rabbinico min, ossia non è stato prima la designazione generica e neutra di qualunque “scuola” e poi, sensu malo, denominazione delle scuole non ortodosse. Il cristianesimo ha guardato sempre con sospetto e avversione l’airesis e quando ha cominciato ad usare la parola in senso tecnico, ricollegandola più o meno consapevolmente con le scuole filosofiche greche e col giudaismo , è stato per indicare con essa le sette e fazioni religiose esterne al cristianesimo e alla Chiesa. Il concetto cristiano di airesis non sorge dall’affermarsi di una nuova ortodossia, ma deriva da una nuova realtà di fatto, ossia dall’esistenza e dalla natura della ecclesia cristiana. Ecclesia e airesis sono due realtà che si escludono a vicenda. Questo risulta evidentemente già in Gal 5,20, dove le airesis – intese come in tutto il N.T. – non ancora in senso tecnico vengono annoverate sullo stesso piano delle di eris, zelos, tumoi, ectrai,… L’incompossilità della Chiesa e dell’airesis è affermata ancor più risolutamente in 1 Cor 11,18. In questo passo Paolo, accennando all’assemblea cultuale in cui la comunità si presenta come ecclesia, ritorna sugli scismata di cui ha parlato in 1 Cor 1,10 ss ossia delle beghe tra i fedeli causate dai personalismi. Paolo crede in parte alle notizie che gli sono stati riferite circa i dissensi nella chiesa: è necessario, infatti, che vi siano addirittura (xai) aireseis ev umin, perché si possano riconoscere i cristiani di provata fede. Non importa se qui Paolo si ispiri o meno a un detto apocrifo di Gesù; la sua è comunque una postulazione dogmatica dell’aidresis come necessario fenomeno escatologico. L’airesi è perciò nettamente distinta dallo scisma e molto più grave di questo, in quanto essa intacca il fondamento stesso della Chiesa ossia la dottrina (2Pet 2,1) e in modo radicale da dare inevitabilmente origine ad una comunità diversa e separata dall’ecclesia . La Chiesa, in quanto società pubblica e giuridicamente costituita di tutti i credenti , non può ammettere l’airesis, ossia una scuola o una setta a carattere privato e necessariamente parziale senza degradare ad airesis anche se stessa, perdendo così la sua essenziale prerogativa unitaria e “cattolica”. Allo stesso modo – per citare un caso di ovvia analogia – lo stato o il popolo che ammettono l’incontrollata esistenza di una fazione dissolvono se stessi.

 

  1. AIRESIS NELLA CHIESA ANTICA

Anche nell’epoca successiva l’airesis continuò ad essere concepita come un sinistro fenomeno escatologico costituzionalmente opposto alla ecclesia. Questo risulta chiaramente da Ign. Eph 6,2; Tr. 6,1; Ist Dial 51,2 dove il concetto e la parola hanno ormai assunto un significato tecnico. Ma, il fatto più significativo in questo periodo – nel quale è anche la conferma dell’incompatibilità fra la ecclesia e l’airesis – è l’uso costante di airesis per designare le varie e contrastanti sette cristiane, uso fondato sulla chiara consapevolezza della sostanziale affinità fra i movimenti radicali  e le aireseis nel senso tradizionale della parola, ossia le scuole filosofiche greche e le sette giudaiche (Iust. Ap I 26,8; Dial 80, 4) “Eretica” è considerata dalla chiesa soprattutto la “scuola” gnostica. E’ significativo d’altra parte che all’accusa elevata da Celso contro la molteplicità di sette nel cristianesimo  Origene (Cels III 12) non sappia opporre altro argomento nella medicina, nella filosofia greca, nell’esegesi scritturale giudaica e nel cristianesimo. Ciò dimostra, infatti, che origine non si rendeva conto della sostanziale incompatibilità fra ecclesia e qualunque airesis.

Aireticos o eretico

Dopo quanto si è detto, il significato della parola non richiede molte delucidazioni. Come sostantivo aireticos s trova già nella grecità classica e precisamente nell’accezione di colui che sa scegliere giustamente (Ps. Plat. Def 412 a). Manca invece in Giuseppe. Nel greco dei cristiani la parola è usata fin dalle origini nel senso tecnico di seguace di un’eresia.  Nel N.T. si legge Ti, 3,9. Per l’uso della parola negli antichi scritti ecclesiastici  cfr Didasc. 33,31; 118,33 Iren III 3,4 (Policarpo).

Sabato alla Ragaz: Coraggiosa la decisione parlamentare tedesca di ricordare…

IL GENOCIDIO DIMENTICATO 29 maggio 15

L’Impero ottomano ha eliminato gli armeni, ma anche altre popolazioni cristiane, tra cui gli assiro-caldei

Lo scorso 24 aprile numerose commemorazioni hanno ricordato il genocidio armeno avvenuto 101 anni fa. La Turchia, che non ha ancora riconosciuto questi fatti storici, non ha riconosciuto nemmeno il genocidio di un’altra comunità cristiana per mano dell’Impero ottomano e nella stessa epoca. Oltre 250.000 assiro-caldei sono morti tra il 1915 e il 1918. Joseph Yacoub, professore di scienze politiche all’Università cattolica di Lione (nella foto), fa luce su questo dramma ancora misconosciuto.

Professor Yacoub, quest’anno si ricordano i 100 anni del genocidio armeno. Ma il genocidio assiro-caldeo, accaduto nello stesso periodo, è molto meno conosciuto. Perché?
Tra il 1915 e il 1918 sono morti tra i 250.000 e i 350.000 assiro-caldei, ossia più della metà della comunità. Coloro che non sono stati uccisi sono morti di fame, di malattia, di sfinimento sulle strade. Questi massacri hanno avuto luogo su un’area molto estesa: in Anatolia orientale, nell’Hakkari, nel nord dell’Iran e nella provincia di Mosul. Tra il 1915 e il 1925 il genocidio assiro-caldeo era un problema internazionale; dopo il 1925 una cappa di piombo è calata su questa tragedia. Grazie alla diaspora, la questione è tornata alla ribalta a partire dal 1980. La Francia ha avuto un ruolo importante in questo. Domenica 26 aprile 5.000 assiro-caldei hanno partecipato al “ravivage de la flamme du Soldat inconnu”, su iniziativa del deputato e sindaco di Sarcelles, François Pupponi. La questione ritrova oggi il proprio posto sulla scena internazionale. Un altro barlume di speranza viene da papa Francesco. Nel suo discorso sul genocidio armeno, lo scorso 12 aprile, il pontefice ha riconosciuto anche il genocidio siriaco, assiro e caldeo.

Questo genocidio era pianificato?
Diversi documenti provano che si trattava di una strategia elaborata dal potere ottomano dei Giovani Turchi. Nel 1920 Joseph Naayem pubblicò Les Assyro-chaldéens et les Arméniens massacrés par les Turcs (“Gli assiro-caldei e gli armeni massacrati dai turchi”), in cui si trovano testimonianze schiaccianti contro l’Impero ottomano. Gli assiro-caldei non erano vittime collaterali del genocidio armeno. Erano presi di mira nella loro umanità, poiché non erano né turchi né musulmani. Molti poemi, molti lamenti, sono stati scritti da testimoni oculari dei massacri. Tutti questi poemi concordano nel dire che la decisione fu presa a Istanbul. Ad essi si aggiungono le testimonianze di missionari domenicani: il frate Hyacinthe Simon affermava che quella politica era stata pianificata ai più alti livelli dello Stato.

Perché eliminare quella popolazione?
Le cause risalgono al 19. secolo. Dal Congresso di Berlino, nel 1878, l’Impero ottomano perdette consecutivamente dei territori in Europa. Dopo le guerre balcaniche del 1912-1913, avendo perduto tutto in occidente ripiegò sulla parte orientale del suo territorio: l’Anatolia e i paesi arabi. Proclamando la jihad, i Giovani Turchi speravano che il mondo musulmano si ribellasse e si unisse a loro. Ma i musulmani non reagirono. Gli arabi si sollevarono per sottrarsi alla giurisdizione dell’Impero ottomano. I Giovani Turchi scatenarono allora un’ondata di soprusi contro le popolazioni armena e assiro-caldea, che consideravano un ostacolo alla “turchizzazione” del paese. Nel 1915 oltre il 20% della popolazione turca apparteneva a minoranze etniche (armeni, greci pontici, assiro-caldei, siriaci). Cento anni dopo essi non superano lo 0,001% della popolazione. Coloro che non furono eliminati intrapresero la strada dell’esilio.

Il genocidio fisico fu accompagnato da un genocidio culturale?
Il senso dato al termine genocidio non considera soltanto lo sradicamento fisico. L’inventore del concetto di genocidio, Raphael Lemkin, vi incluse le dimensioni architettonica, ambientale e culturale di un gruppo. Da parte loro, gli antropologi hanno coniato il termine etnocidio. Si tratta di eliminare le tracce di una comunità. Ho accertato la distruzione di circa 400 tra chiese, monasteri e luoghi di culto delle Chiese assira-nestoriana, cattolica caldea, siriaca ortodossa e siriaca cattolica. La provincia di Hakkari (nel sud-est della Turchia) contava da sola oltre 200 lughi di culto. Oggi sono tutti in rovine.

Ci furono all’epoca reazioni da parte della comunità internazionale?
All’inizio ci furono reazioni nella stampa: a partire dal marzo 1915, il New York Times pubblicò numerosi articoli dei suoi corrispondenti, attirando l’attenzione su quei massacri. Lo stesso in Gran Bretagna, ma anche in Francia, su quotidiani come Le Gaulois, Le Petit Parisien, le Parisien, la Presse e Le Figaro. I leader politici francesi erano informati di questi massacri. Nel 1919 alcune delegazioni assiro-caldee intervennero alla Conferenza di pace di Parigi. L’Oeuvre d’Orient, la Chiesa cattolica di Francia, la Chiesa anglicana e il Vaticano avevano fornito un aiuto umanitario alla comunità.

Pensa che sia importante creare una nuova loi mémorielle (“legge sulla memoria”), come quella alla quale lavorano i deputati François Pupponi e Jean-Pierre Blazy?
Il Parlamento armeno ha riconosciuto il genocidio assiro-caldeo all’unanimità. La Francia si appresta a farlo. Presentando il progetto di legge sul genocidio assiro-caldeo il deputato sindaco di Gonesse, Jean-Pierre Blazy, ha evocato tutte le leggi sulla memoria (in particolare sulla Shoah e sul genocidio armeno) adottate dal Parlamento francese. La comunità assiro-caldea spera che l’iniziativa prolunghi le leggi sulla memoria esistenti con una legge sul genocidio assiro-caldeo. È importante ricordarci di quelle vittime cadute, a lungo dimenticate. Trovo che la dichiarazione del presidente tedesco Joachim Gauck, lo scorso 23 aprile in una chiesa protestante di Berlino, sia stata notevole. Ha riconosciuto i genocidi armeno, assiro-armeno e greco pontico e anche la parte di responsabilità della Germania, in quanto i due Imperi erano alleati durante la prima guerra mondiale. È un testo positivo e promettente, che mette la Turchia con le spalle al muro.

Oggi gli assiro-caldei, come le altre Chiese cristiane d’Oriente, sono confrontati con la minaccia jihadista. Il cristianesimo rischia di scomparire dalla regione dopo quasi duemila anni di storia?
Spero di no. Minacce pesano oggi nella provincia di Mosul in Iraq e nella provincia del Khabur in Siria. Ironia della sorte, quelli del Khabur sono i figli dei deportati dei massacri dell’Iraq del 1933, essi stessi superstiti del genocidio del 1915 sotto l’Impero ottomano. Ma possiamo arrivare a dire che ci sarà un’estinzione? Io non credo. Il genocidio del 1915 è stato un momento tragico per la comunità. Eppure essa non è scomparsa. Oggi ci sono assiro-caldei che vivono in diaspora che ricostruiranno i loro villaggi e restaureranno chiese. L’attaccamento a quelle terre della Mesopotamia è immenso. Ne sono la prova gli assiro-caldei che erano fuggiti per stabilirsi nei villaggi del Caucaso, nell’Armenia e nella Georgia attuali. A Verin Dvin (Armenia) le persecuzioni e il regime comunista produssero una rottura totale con il paese. L’ateismo provocò la chiusura di tutti i luoghi di culto. Malgrado ciò, oggi parlano tutti l’aramaico e hanno riaperto le loro chiese. Il sindaco del villaggio è assiro-caldeo. La metà delle strade porta nomi assiri. Malgrado le difficoltà la comunità resta legata alla propria terra e alla propria identità. (intervista di Matthieu Stricot; in “Le Monde des religions”; trad. it. G. M.

Buon sabato: onoriamo il comandamento divino con gioia

 

Sopravvalutiamo facilmente l’importanza delle nostre azioni e attività rispetto a ciò che siamo diventati solo grazie ad altri

  1. Bonhoeffer

 

 

Salmo 30 in favore dei bambini delle famiglie arbobaleno, affidate alle sentenze dei giudici e non della Legge ordinaria

 

1 Al maestro del coro. Salmo. Di Davide.

2 In te, Signore, mi sono rifugiato,

mai sarò deluso;

per la tua giustizia salvami.

3 Porgi a me l’orecchio,

vieni presto a liberarmi.

 

http://www.laparola.net/testo.php?versioni[]=C.E.I.&riferimento=Salmi30

 

 

O Dio onnipotente, che ci impone di passare attraverso la porta della giustizia (Sl 117,19) e di preparare la via a Cristo signore (Is 40,3), sii propizio e concedici di non essere tormentati da alcuna infermità mentre sosteniamo la presenza fulgente del medico celeste.

 

Lessico cristiano: Gesù è l’atleta

 

Atleo ossia atleta

Atleo significa sostenere una gara o una lotta e da esso derivano atlesis, sunatlelo, usati spesso nella diatriba in senso figurato. I LXX usano il verbo soltanto negli scritti più tardi, specialmente in 4 Mach dove esso designa il cimento dei martiri. Nel N.T. ricorre sporadicamente nel corpus paolino.

Atleo in 2 Tim 2,5. La lotta per il Vangelo, nella quale è impegnato soprattutto il capo della comunità, deve essere condotta con la massima concentrazione delle energie e con illimitata disposizione al sacrificio, ma anche nel pieno rispetto delle regole.

Sunatleo è usato due volte nella lettera ai Filippesi per indicare la lotta comune dei cristiani per il trionfo del Vangelo. In 1,27 sono i compagni di sofferenza dell’Apostolo, in 4,3 il verbo è riferito ai suoi collaboratori.

Atlesis in Heb 10,32 s richiama l’idea che della folla che nell’arena o altrove assiste al ludibrio e alla tortura dei martiri. Si tratta di una compenetrazione di immagine e realtà, quale è stata rilevata a proposito di 4 Mach 17,14 ss.

Nella lettera a Policarpo Ignazio chiama atletes il capo della comunità temprato dalla battaglia missionaria, fermo e incrollabile di fronte ai disagi e alle avversità. Egli regge sulle sue robuste spalle il peso della chiesa (1,3). A lui come a Timoteo, viene imposta sobrietà come particolare dovere (2,3). Egli deve resistere a tutti i colpi dell’incudine (3,1). In 1 Clem 5,1 dove si parla della persecuzione dei dixaioi ad opera dello zelos in modo analogo a Heb 11atletai sono gli apostoli. Gli Atti di Tommaso (39) vanno ancora più in la, definendo atletes lo stesso Cristo, prototipo del perfetto atleta.

La madre di Sansone

 

Una donna senza nome partorisce un figlio: un eroe sia pur consacrato a Dio ma infedele. Forte e debole. Lei ha garantito l’ortodossia di non bere alcolici, mangiare alimenti impuri, a non tagliare i capello segno della consacrazione. Ma lui mangerà miele dalla carcassa di leone (quindi impuro), sarà rissoso e burlone e sensibile al fascino delle donne.

Se la madre  accoglie con gioia l’annuncio dell’evento della nascita di un liberatore di Dio e lo condivide col marito, senza indagini in merito, il padre incredulo sulle modalità della svolta e risvolti educativi  più che la sua sterilità.

Dio si ripresenta ancora solo alla donna con un suo messaggero e non al padre nonostante la sua richiesta. E lei corre a chiamare il marito che vede. Lo sottopone a interrogatorio. Lo invita a tavola e cerca di conoscere il nome dell’Angelo del Signore. Gli risponde “esso è meraviglioso”.

Poi teme e afferma che” moriranno certamente perchè hanno visto Dio” ma in Giud 13,23 la moglie serena replica che Dio “avesse voluto farci morire, non avrebbe accettato la loro offerta né fatto vedere e sentire che abbiamo visto e udito.

La Fede non è risposta a una domanda sul nome ma Fiducia come quella della donna.

 

Sabato alla Ragaz

Il Kenya minaccia di chiudere il campo profughi più grande del mondo

http://www.internazionale.it/notizie/2016/05/13/kenya-profughi-dadaab

 

 

 

 

 

Sabato alla Ragaz: la vittoria contro un milionario a Londra

Figlie di Agar e di Sara

 

Le donne dell’esodo sono molteplici: da una parte le donne egiziane a cui Dio, attraverso la loro antenata Agar, ha promesso una grande discendenza. Perdono i loro primogeniti nella lotta tra due potenze nella lotta fra il Dio del Faraone e quello di Israele. La disubbidienza della figlia del Faraone non è bastata ad allontanare la morte dalle loro case. Piangeranno le figlie di Agar.

Dall’altra le donne ebree che, nonostante il  loro ruolo attivo nell’evento fondatore, sempre più saranno allontanate dal elemento del sacro. Sono esse che preparano il cibo per la Pasqua, che sottraggono i gioielli alle donne egiziane, che segnano le loro case col sangue, che cantano e lodano il Dio liberatore, seguendo Miriam nella danza. Tuttavia, il loro ruolo nella vita cultuale d’Israele si farà sempre più marginale, fino a scomparire e a diventare divieto. Non c’è posto per le donne laddove prevale la logica dello scontro. O meglio solo ai margini, nel dissenso sommerso, nell’astuzia resistente, nella scelta di una solidarietà che non conosce differenze, esse recuperano un protagonismo salvifico, in sintonia col Dio della vita

 

 

Sabato alla Ragaz con la politica estera: UK

 

Il laburista Sadiq Khan è il nuovo sindaco di Londra. Figlio di un conducente di autobus pachistano, Khan ha ottenuto il 44 per cento dei voti alle amministrative del 5 maggio, mentre il conservatore milionario Zac Goldsmith solo il 35 per cento. In Scozia, gli indipendentisti della premier Nicola Sturgeon si confermano il partito più votato, ma hanno perso la maggioranza assoluta al parlamento di Edimburgo.

(fonte www.internazionale.it )