Falluja, simbolo dei crimini di guerra americani

Falluja, simbolo dei crimini di guerra americani
prima dell’invasione americana (Foto di LCPL JOEL A. CHAVERRI, USMC)

Falluja può essere considerata il simbolo delle drammatiche conseguenze dell’invasione dell’Iraq da parte degli Stati Uniti. Prima del 2003 era una ricca città di circa 300.000 abitanti, per lo più sunniti. Una delle città più antiche dell’Iraq, chiamata la Città delle Moschee. Dopo 13 anni di distruzione da parte degli americani e dei loro alleati iracheni è un cumulo di rovine e di morti. Viene, ora, chiamata Città dei Morti.

Dopo giorni e giorni di bombardamenti da parte di americani, inglesi e australiani e di attacchi dell’esercito iracheno e delle milizie scite, Falluja è sul punto di essere riconquistata all’ISIS che la occupò all’inizio del 2014. Esercito iracheno e milizie scite hanno consiglieri militari, sempre americani e inglesi.

L’organizzazione dell’ONU per I diritti umani ha lanciato un drammatico e urgente appello per le circa 50.000 persone che si trovano intrappolate a Falluja, senza cibo nè acqua. I molti morti causati dall’offensiva sono stati giustificati dal fatto che l’SIS usa esseri umani come scudo. L’ISIS inoltre è accusata di assassinare centinaia di persone che tentano di fuggire. Coloro che riescono a fuggire sono detenuti dall’esercito iracheno e dalle milizie scite. Secondo l’UNHCR queste persone subiscono violenze o vengono torturate per far confessare l’eventuale appartenenza all’ISIS. Si parla anche di una ventina di esecuzioni, non ufficialmente confermate.

Come l’ISIS sia riuscito, due anni fa, ad avere il controllo della città sunnita non è completamente chiaro. Una spiegazione può essere la reazione a un governo settariamente scita. Le divisioni in Iraq tra sunniti e sciti, arabi e curdi sono sempre esistite, gestite anche con la forza dal regime di Saddam Hussein. Comunque la storia di Fallujia diventa drammatica dal 2003, dopo l’arrivo degli americani e l’abbattimento del regime baathista. Dentro un quadro di divisione dei popoli medio orientali e di controllo del petrolio. Un episodio di allora racconta questa tragedia. Le truppe americane aprirono il fuoco contro 200 studenti che chiedevano l’apertura della loro scuola: 17 morti e una settantina di feriti. Da allora, nei mesi successivi, Falluja fu il centro della resistenza antiamericana, composta da membri dell’esercito di Saddam Hussein e tribù sunnite. La presenza di Al Quaeda era, tutto sommato, ininfluente.

L’uccisione di quattro mercenari di Blackwater nel marzo 2004 scatenò la reazione violenta degli americani. Falluja divenne un esempio di resistenza in tutto il paese. Decine di migliaia di lavoratori sciti si sollevarono a Baghdad. Altre città insorsero in armi, Ramadi, Tikrit e Mossul. Forze anti americane si unificarono, ma città dopo città furono sconfitte dallo strapotere militare a stelle e strisce. Anche Falluja, nel novembre 2004. Dopo mesi di lungo assedio la città rimase spopolata e in rovina. 60 delle 200 moschee furono distrutte, assieme a migliaia e migliaia di edifici. Gli americani inoltre formarono squadroni della morte sciti, la Wolf Brigade contro i sunniti. Nello stesso tempo Al Quaeda, sunnita, realizzò attentati suicidi contro gli sciti. Nel 2006 la politica degli Usa, che mise il paese sotto il governo fantoccio, portò al culmine la guerra civile religiosa ed anche etnica tra iracheni, che è continuata fino al “ritiro” nel 2011. In quell’ anno gli USA, oltre al cambio di regime in Libia, insieme alla CIA si sono dedicati al rovesciamento di Bashar al-Assad in Siria, agendo innanzitutto attraverso l’Arabia Saudita e altri paesi del Golfo che armarono e finanziarono gruppi di opposizione sunnita. Chi beneficiò di queste azioni fu Al-Quaeda che dall’Iraq si traserì in Siria e giocò un ruolo. Va sottolineato che fu permesso ad Al-Quaeda di penetrare in Iraq attraverso la Turchia. In Iraq Al-Quaeda fu praticamente rimpiazzata dall’ ISIS che entrò a Falluja a fine 2013 e la conquistò completamente nel gennaio 2014. L’ISIS conquistò anche territori sunniti e la città di Mosul, facendosi paladina dell’azione contro l’invasione USA e i suoi fantocci, il governo centrale, e procurandosi mezzi militari e finanziari dagli intrighi americani in Siria.

Quello che sta avvenendo ora a Falluja è solo l’ultimo capitolo della catastrofe USA in Medio Oriente e specificatamente in Iraq. L’ultimo capitolo della tragedia che gli imperialismi americano e occidentale stanno provocando a quei popoli, in Iraq e ovunque nell’area.

Può essere fermata solo con la crescita di un movimento internazionale che si oppone alla guerra.

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Lettera aperta ai soldati americani

26.05.2016 – Praga, Repubblia Ceca Mondo Senza Guerre e Senza Violenza

Quest’articolo è disponibile anche in: Inglese

Lettera aperta ai soldati americani
(Foto di Mondo Senza Guerre)

Forze militari statunitensi attraverseranno dal 27 al 30 maggio il territorio della Repubblica Ceca all’interno dell’operazione Saber Srike. I media minimizzano l’avvenimento per non risvegliare quella sensibilità del popolo ceco che portò nel 2009 a impedire l’installazione di una base militare degli Stati Uniti. Erroneamente si parla di “transito” quando invece si svolgeranno esercitazioni congiunte dell’esercito USA e di quello ceco. Il ministro della difesa Martin Stropnicky erroneamente parla di un’esercitazione della NATO, quando in realtà è un’operazione militare dell’Esercito degli Stati Uniti in Europa (ESAREUR) che culmina con esercitazioni militari nei Paesi Baltici. Una delegazione di Mondo Senza Guerre e Senza Violenza consegnerà questa lettera all’ambasciata americana a Praga.

Gentili soldati,

Vogliate ricevere il nostro benvenuto in questo paese. Esprimiamo un’amicizia e una vicinanza che è dovuta a chi si trova, per qualsiasi ragione, lontano dalla propria terra e dai propri affetti più cari.

Questo messaggio vuole essere anche il modo di condividere con voi il nostro pensiero e le nostre inquietudini sulla situazione attuale e sulle questioni che sono senz’altro alla base della vostra presenza qui, in questi giorni.

Siamo certi, conoscendo la tradizione di democrazia e di amore per la libertà che anima i migliori ideali del vostro paese, che sarete in grado di comprendere le nostre richieste.

Già nel marzo 2015, un contingente di vostri commilitoni ha attraversato la Repubblica Ceca a bordo di mezzi da combattimento, in occasione dell’operazione denominata “Dragoon Rider”.

In quell’occasione molte persone sono accorse, alcune per darvi il benvenuto, e altre per protestare contro la vostra presenza. Increduli abbiamo assistito allo spettacolo di bambini che, con grande gioia, hanno avuto la possibilità di vedere di persona e toccare con mano mezzi ed equipaggiamenti da guerra, che probabilmente avevano visto soltanto nei film e nei videogiochi. Per molti di loro è stato un giorno di festa.

Una delle ragioni principali per cui i nostri bambini sono stati felici di visitare i vostri carri armati e di imbracciare i vostri fucili da combattimento risiede nel fatto che sono bambini nati in tempo di pace. Per loro i mitragliatori, i missili e i carri armati ricordano soltanto gli allegri pomeriggi passati al cinema con la famiglia e l’odore dei pop-corn caldi. Ed è giusto che sia così.

I nostri bambini sono nati in tempo di pace e non conoscono l’orrore della guerra, non sono mai stati terrorizzati dal rumore assordante dei cannoni, non hanno mai dovuto sentire l’odore acre di corpi bruciati e le urla disperate dei genitori che stringono tra le braccia i corpi senza vita dei propri figli.

Purtroppo questo è il vero volto della guerra e nessuno meglio di voi lo conosce bene. E se anche i nostri piccoli lo conoscessero, non sarebbero più affascinati dalle vostre divise e dai vostri carri armati, ma correrebbero a nascondersi al vostro passaggio.

I nostri bambini sono nati in tempo di pace. Ed è nostro dovere e nostra responsabilità di genitori e di esseri umani fare in modo che questa pace continui.

Ci dicono che la vostra presenza qui sia utile per mantenere la pace che in questo momento si trova in pericolo. Ci dicono che dobbiamo armarci ed essere preparati a difenderci dal pericolo di un’invasione.

In questa logica, voi sareste i “buoni”, che dovrebbero difenderci dai “cattivi”. Ma anche questo, e voi la sapete meglio di noi, è qualcosa che esiste soltanto nelle affascinanti produzioni di Hollywood tanto care ai nostri ragazzi.

Noi tutti sappiamo che la realtà è molto più complicata di così.

Noi, persone adulte, sappiamo benissimo -inoltre- che le potenti armi di cui i vostri gloriosi eserciti sono dotati sono state prodotte da qualcuno. Sappiamo benissimo che le persone che producono queste armi hanno l’interesse di creare le condizioni affinché esse siano vendute e affinché queste armi siano vendute devono sussistere necessariamente le condizioni per usarle. Sappiamo anche che le aziende che producono e vendono le armi hanno un potere sufficiente a influenzare gli avvenimenti per fare in modo di avere sempre clienti pronti ad acquistare i loro prodotti. Siamo abbastanza adulti da comprendere anche che aziende che producono armi non fanno grande differenza tra “buoni” e “cattivi”, giacché è proprio da questa contrapposizione che dipende la prosperità del loro commercio.

Speriamo che non vi sentiate offesi se affermiamo che la vostra presenza qui è utilizzata da qualcuno per pubblicizzare i propri prodotti e per stimolarne la vendita e, ahimè, l’utilizzo.

Se si trattasse di un dopobarba o di una bevanda gassata non avremmo nessun problema ad accettarlo, giacché vivendo nel libero mercato, ci risulterebbe perfettamente normale. Ma trattandosi di strumenti di morte, siamo costretti dalle circostanze a chiedervi gentilmente, ma con fermezza, di evitare di prestarvi a questo scopo, che è indegno della vostra missione e contrario ai principi della vostra democrazia, ispirata ai valori della pace e della libertà.

Vi chiediamo di rinunciare, in quanto uomini liberi, già da oggi stesso, ad assecondare i progetti delle fazioni che illegittimamente stanno utilizzando le proprie influenze politiche ed economiche al fine di inasprire i conflitti attualmente presenti.

Vi chiediamo, come uomini liberi, di fare pressione sui vostri governi e sui vostri superiori, affinché le ingenti risorse attualmente destinate agli armamenti siano riconvertite in mezzi e azioni in grado di produrre una soluzione diplomatica e nonviolenta dei conflitti in cui il vostro paese è direttamente o indirettamente coinvolto.

Siamo certi che non cadrete nel banale errore di interpretare questa richiesta come un atto di ostilità personale nei vostri confronti o del popolo americano, per il quale nutriamo una grande amicizia e una spontanea simpatia.

Durante la nostra storia recente abbiamo già conosciuto la censura intellettuale, in cui chiunque manifestava idee non allineate a quelle dell’informazione ufficiale veniva immediatamente bollato come “nemico della patria”.  Così, coloro che si sono opposti alla presenza sul suolo ceco dei carri armati russi sono stati accusati di essere filo-capitalisti o filo americani.

Oggi, paradossalmente, verremo accusati di essere filo-russi, o come si usa ancora dire da da queste parti, bolscevichi. Ma è inutile dirvi che se anche dai vostri blindati spuntassero le bandiere russe, o tedesche o magari i vessilli sconosciuti di qualche altro pianeta, per noi non farebbe alcuna differenza. Noi non siamo né a favore né contro qualche fazione in particolare e non vogliamo partecipare a questo gioco di contrapposizioni che rischia di farci precipitare velocemente verso l’abisso di un nuovo conflitto in seno all’Europa.

Come voi, noi amiamo con tutto il cuore la pace e ci adopereremo con tutti i mezzi democratici e nonviolenti per continuare a conservarla.

Ricevete, con la speranza di rivedervi al più presto nella nostra città come turisti, i nostri migliori saluti.

Tania Bednarova
Presidente

Mondo Senza Guerre e Senza Violenza

Niente bombe: siamo quaccheri

I quaccheri americani in Abruzzo
Si ringrazia il Comune di Montenerodomo per il “non dimenticare” la storia dei giovani americani che non vennero dai cieli per buttare le bombe sulle nostre case ma via terra per costruire nuovi paesi in Abruzzo

“Arrivai in Italia nella primavera del 1946 insieme ad altri giovani, tutti Obiettori di Coscienza, che erano contro la partecipazione alla guerra. Avendo rifiutato di partecipare alle distruzioni, noi tutti desideravamo fortemente donare il nostro tempo e le nostre energie per la ricostruzione di quanto era stato distrutto e per incoraggiare il ritorno ad una vita pacifica.
Eravamo tutti volontari e ci eravamo offerti per la realizzazione di un progetto sponsorizzato dall’Americam Friend (Quakers) Service Committee (AFSC), il cui obiettivo principale era di sostenere la ricostruzione dei paesi distrutti dalla guerra in Abruzzo. Il progetto ebbe inizio in aprile del 1945 con 2 camion e 5 uomini. Con il Quartiere Generale installato a Casoli, il mio gruppo si impegnò nella ricostruzione di due paesi, Montenerodomo e Colledimacine. Il progetto pilota ebbe tanto successo che l’UNRRA (1) mise a disposizione del gruppo AFSC soldi e mezzi di trasporto affinché l’operazione di ricostruzione potesse espandersi.
La rivoluzione non violenta dei quaccheri in Italia e nel mondo.

Mr. Macy Whitehead
(March /August 1947)
“ I came to Italy in the spring of 1946 with several other young men, all of whom were Conscientious Objectors to participation to war. Having refused to take part in the destructiveness, we were eager to give of our time and energies to the rebuilding of that which had been destroyed and to encouraging a return to peaceful life.
We had volunteered to be a part of the project sponsored by the American Friends (Quakers) Service Committee(AFSC) to encourage the rebuilding of villages in the Abruzzi. The project began in April 1945 with two trucks and five men. With Headquarters in Casoli they worked in two villages, Montenerodomo e Colledimacine. The pilot project was so successful that UNRRA made available money and trucks to greatly expand the operation.
The Italian government stepped in with the organisation of CASAS (Centro Autonomo Soccorso ai Senzatetto). My work with this program was in the Sangro Valley, but at the end of 1946 our work with this program ended. I was transferred to Palena to help in a “Community Service project” . In March I moved to Montenerodomo to prepare for a work camp which was to take place that summer. My home in Montenerodomo was in the building that is now a part of the Rossi Market, the entrance right next to where Nick Rossi (from Canada) lives in the summer

L’Europa non è trasparente sulle armi che vende nel mondo

 

E’ certo che noi possiamo sempre vivere in prossimità e sotto l’attualità di Dio, e che questa vita è per noi del tutto nuova. Per noi non ci sarà più nulla di impossibile, poiché non lo è per Dio

Dietrich Bonhoeffer

L’Europa non è trasparente sulle armi che vende nel mondo
L’Europa non è trasparente sulle armi che vende nel mondo
(Foto di http://www.enaat.org/)

La Relazione annuale dell’UE sul controllo delle esportazioni di armi e sistemi militari: in ritardo, incompleta e incoerente. Il Consiglio dell’Unione Europea non sta prendendo sul serio il controllo democratico sull’esportazione di armamenti

La Rete italiana per il disarmo (RID) insieme all’European Network Against Arms Trade (ENAAT) esprimono una forte critica nei confronti del Consiglio dell’Unione Europea «per non prendere sul serio il controllo democratico sulle esportazioni di armi e di sistemi militari». Le due organizzazioni rendono nota la loro posizione in un comunicato congiunto emesso oggi a seguito della pubblicazione della “XVII Relazione sulle esportazioni di tecnologia e attrezzature militari” sulla Gazzetta ufficiale dell’Unione Europea (UE).

«Nonostante le richieste del Parlamento Europeo e della società civile, anche quest’anno la relazione è stata pubblicata in grande ritardo, è incompleta e presenta dati incoerenti», specifica la nota di ENAAT, rete di diverse organizzazioni nazionali per il controllo del commercio di armamenti in Europa. La rete europea evidenzia che ciò è conseguenza anche del «crescente impatto negativo sul controllo delle esportazioni di armi a seguito della liberalizzazione dei trasferimenti intra-UE.»

I dati della relazione si riferiscono all’anno 2014 e mostrano che la principale zona geopolitica di destinazione dei sistemi militari è stata il Medio Oriente (oltre 31,5 miliardi di euro di licenze): ciò significa che i paesi dell’UE stanno vendendo rilevanti quantità di armi nella zona del mondo col maggior numero di conflitti e regimi autoritari. Nonostante gli espliciti divieti contenuti nella Posizione Comune (2008/944/PESC), i paesi dell’UE hanno continuato ad autorizzare esportazioni di armamenti e di armi leggere a governi che abusano dei diritti umani ed a paesi coinvolti attivamente in guerre, come l’Arabia Saudita (3,9 miliardi di euro), il Qatar (11,5 miliardi), l’Egitto (6,2 miliardi) e Israele (998 milioni).

ENAAT chiede pertanto all’Unione Europea di mettere in atto una risposta globale ai conflitti agendo specificamente sulle cause sociali, economiche, ambientali e politiche, piuttosto che fare il doppio gioco del “pompiere-piromane” per assecondare una politica di benefici a breve termine. «E’ tempo che le ragioni della pace e della sicurezza prevalgano su quelle dei profitti e delle rivalità nazionali», sottolinea la nota di ENAAT.

La Relazione dell’UE peggiora di anno in anno

La 17° Relazione dell’UE sulle esportazioni di armamenti relativa all’anno 2014 è stata resa ufficialmente pubblica oggi, 4 maggio 2016. «La pubblicazione tardiva della relazione rende il controllo democratico una specie di farsa – commenta Martin Broek, ricercatore dell’associazione olandese Stop Wapenhandel. <<I dati dei trasferimenti di armi da gennaio 2014 saranno discussi 27 mesi dopo il rilascio delle autorizzazioni all’esportazione e le consegne delle armi. Se l’Unione europea e i suoi Stati membri intendono prendere seriamente il controllo dell’export di armamenti, devono migliorare i tempi di pubblicazione della relazione».

Non è solo una questione di tempi, ma di contenuti. Diversi Stati membri non comunicano secondo gli standard comuni richiesti, il che rende impossibile confrontare i dati e avere una visione chiara e coerente delle esportazioni di sistemi militari dei paesi dell’UE. Molti dei maggiori esportatori non forniscono all’UE i dati sulle esportazioni effettive (consegne) di armamenti, come il Regno Unito e la Germania, o non rivelato i dati sulle esportazioni secondo le specifiche categorie di sistemi militari, come la Francia e l’Italia.

«Invece di migliorare – commenta Giorgio Beretta, analista della Rete Italiana per il Disarmo – la relazione sta peggiorando di anno in anno e questo nonostante i ripetuti appelli delle associazioni della società civile e le esplicite richieste del Parlamento Europeo. Una tale mancanza di trasparenza non dovrebbe più essere tollerata».

Lo scorso dicembre il Parlamento Europeo ha chiesto che la relazione venisse pubblicata per tempo, in modo completo e secondo i criteri stabiliti per consentire un adeguato dibattito pubblico e il necessario controllo e ha proposto di implementare delle sanzioni in caso di violazioni. ENAAT ricorda che ricade sui governi degli Stati membri la responsabilità di fornire un adeguato quadro giuridico e la trasparenza delle informazioni necessarie per il dibattito politico e il controllo legale: le esportazioni di sistemi militari sono tuttora principalmente di competenza nazionale.

Per quanto riguarda l’Italia, i dati riportati nella Relazione dell’UE sono in linea con quelli pubblicati nella Relazione governativa relativa all’anno 2014. «Ma va notata una grave mancanza aggiunge Francesco Vignarca, coordinatore della Rete italiana per il Disarmo. <<Nonostante le nostre reiterate richieste, da diversi anni l’Italia non rende noti all’UE i dati sulle consegne (esportazioni) secondo le specifiche categorie di sistemi militari rendendo così impossibile il controllo sulle operazioni effettivamente effettuate».

Gli Stati membri dell’UE stanno giocando ai “pompieri piromani”

Ulteriori e preoccupanti considerazioni possono essere tratte riguardo sia alle esportazioni effettive sia alle autorizzazioni rilasciate nel 2014: queste ultime permettono infatti uno sguardo sulle politiche messe in atto dai governi degli Stati membri (quali paesi destinatari sono considerati ammissibili, per quale tipo di prodotti militari, ecc.) e sul futuro del commercio di sistemi militari dell’UE armi (le licenze di oggi sono le esportazioni di domani).

L’Arabia Saudita è la principale destinazione di armamenti dell’UE degli ultimi quindici anni e tra i maggiori clienti di armi europee nel 2014 figurano anche Qatar, Algeria, Marocco, Egitto, India, Emirati Arabi Uniti e Turchia. Considerando i livelli di povertà di alcuni di questi paesi, il loro coinvolgimento in conflitti e i legami sospetti con gruppi terroristici è sorprendente che i governi europei li considerino destinatari accettabili per una politica di esportazioni di armamenti chiara e responsabile.

Invece di contribuire alla sicurezza comune, le esportazioni di sistemi militari dell’UE stanno alimentando conflitti, come quello in Yemen, regimi repressivi come l’Arabia Saudita, Israele e l’Egitto: tutto questo finisce con l’incrementare i flussi di migranti e rifugiati e le pressioni alle frontiere europee, ma contemporaneamente permette di aumentare i contributi finanziari dell’UE per azioni infinite di peace-building e di ricostruzione.

«Con governi dei paesi dell’Unione Europea impegnati a promuovere le proprie esportazioni di armi, il controllo rimarrà un insignificante esercizio sulla carta fintantoché azioni legali da parte della società civile non saranno rese possibili e non avverrà un effettivo cambiamento delle politiche», ha commentato Ann Feltham, coordinatrice parlamentare della Campaign Against Arms Trade (CAAT) del Regno Unito.

Il controllo dell’export di armamenti: le ambiguità dell’UE

Nonostante la conclamata volontà di «evitare esportazioni di armi che potrebbero essere utilizzate per la repressione interna, l’aggressione internazionale o che potrebbero contribuire all’instabilità regionale», di fatto l’Unione Europea sta abbassando gli standard di controllo del commercio di armamenti, coprendo l’operazione come liberalizzazione del mercato interno. La Francia, ad esempio, nel giugno del 2014 ha intrapreso una revisione completa del sistema di controllo delle esportazioni nell’ambito della “Direttiva sui trasferimenti di prodotti della difesa”.  «Questo nuovo regime – spiega Tony Fortin, Presidente dell’Observatoire des Armements (Francia) – esenta lo Stato dalla responsabilità per il controllo delle esportazioni e aumenta il rischio di abusi, limitando il controllo democratico»

Allo stesso modo – secondo l’associazione Vredesactie (Belgio) – nelle Fiandre (la regione fiamminga del Belgio) l’uso delle “licenze generali” rende molto più difficile conoscere l’utilizzatore finale soprattutto nel caso dei componenti di materiali di armamento: di conseguenza circa la metà delle esportazioni di beni non sarà più soggetta a controlli.

Firmato da:

– BUKO: Campaign stop the arms trade (Bremen – Germania)

– Campaign Against Arms Trade (CAAT) (Londra – Regno Unito)

– Centre Delàs d’Estudis per la Pau (Barcellona – Spagna)

– Committee of 100 (Finlandia)

– Human Rights Institute (Slovacchia)

– International Peace Bureau (IPB)

– NESEHNUTÍ (Repubblica Ceca)

– Norwegian Peace Association (Norvegia)

– Observatoire des armements (Francia)

– Peace Union of Finland (Finlandia)

– Quaker Council for European Affairs (QCEA)

– Rete Italiana per il Disarmo (Italia)

– Stop Wapenhandel (Paesi Bassi)

– Swedish Peace and Arbitration Society (Svezia)

– Vredesactie (Belgio)

 

La voce sarda contro il demanio militare

 

Demanio militare in Sardegna !!!!!

In Italia il demanio militare ammonta a circa 40.000 ettari ,24.000 ettari , il 60% , sono concentrati in Sardegna . Il 95% di questi 24.000 ettari ( 21.3163 ettari ) è occupato da tre poligoni permamente terrestri, aerei e navali . Poligono Interforze Salto di Quirra ( PISQ ) h 12.700; Capo Teulada , h 7.200; Capo frasca h 1.416. I Poligoni Permamenti sono le aree del demanio dove si svolgono attività più devastanti, a più alto rischio e maggiore impatto ambientale, le esercitazioni a fuoco dove viene impiegato munizionamento da guerra. Chiedo troppo se voglio, la Sardegna libera da queste tre strutture ? Strutture che inchiodano la nostra isola al duplice ruolo di vittima e complice delle politiche di guerre ?

Chiedo troppo se voglio la restituzione della mia terra e del mare sardo nello stesso stato in cui erano quando ci sono stati sottratti ? Erano puliti e incontaminati !!!!

Antonello Tiddia da Facebook

Frances Crowe

foto di Marginal Mennonite Society.

Happy 97th birthday, Frances Crowe (born March 15, 1919)! ‪#‎Quaker‬. ‪#‎Pacifist‬. Peace activist. Draft counselor. War tax resister. Advocate of civil disobedience. Arrested many times. Activist with the American Friends Service Committee (AFSC), the War Resisters League (WRL), the Women’s International League for Peace & Freedom (WILPF), and the Committee for a Sane Nuclear Policy (SANE), among many other groups. Co-founder of the Traprock Peace Center based in Deerfield, Massachusetts. Author of “Finding My Radical Soul: A Memoir” (2014).
~The Marginal Mennonite Society Heroes Series.

Sabato 12/3 tutti a Ghedi contro la guerra!

Sabato 12 marzo, Manifestazione contro la guerra a Ghedi.

stop warIl messaggio lanciato per una iniziativa nazionale contro la guerra da svolgersi il 12 marzo sta diffondendosi sempre più grazie al tam-tam della rete. A Brescia, uno dei punti caldi delle guerre italiane di questi decenni a causa della presenza dell’aeroporto militare di Ghedi, dove sono stipate decine di bombe atomiche, e da cui i caccia sono sempre pronti a partire, l’appello sta smuovendo organizzazioni sociali e partiti, che, con una certa fatica cercano di superare antiche divisioni e contrapposizioni per avviare una mobilitazione comune sulla parola d’ordine Fuori l’Italia dalla NATO e da tutti gli altri organismi guerrafondai ( UE – EUPOL e FRONTEX, MISSIONI ONU…). Inoltre Brescia, o meglio Gardone Valtrompia, è sede di una delle maggiori ditte mondiali di produzione di “armi leggere”, la plurisecolare Beretta. Il percorso di mobilitazione contro la guerra, nel quale la federazione bresciana del Prc è sempre stata presente, è cominciato già con la nostra partecipazione alla manifestazione milanese del 16 gennaio. Da allora il lavoro di preparazione di momenti di lotta più ampi e condivisi non è mai cessato, ed ha trovato il momento di coagulo e di spinta nell’assemblea del 24 febbraio 2016, che si è tenuta presso la sala incontri annessa alla nostra sede. Già in una riunione precedente, anche per bypassare insidiose corse alla appropriazione politica di una protesta che dovrebbe essere corale, era stato deciso di ricorrere ad una sigla di riferimento il più inclusiva possibile, scontando anche una certa inevitabile indeterminatezza degli obiettivi politici o politicisti, e si era optato per la dizione di Donne e uominicontro leguerree su questa strada si è proceduto. Alla riunione, convocata appunto da “donne e uomini contro la guerra” erano presenti oltre 50 persone in rappresentanza di sindacati di base, forze politiche e associazioni, fra le quali hanno dichiarato la loro adesione: CUB, il sindacato è un’altra cosa- opposizione cgil, PRC, SEL, PCdI, Sinistra Anticapitalista, Ross@, PCL, Centro sociale 28 maggio, Associazione culturale islamica Muhammadiah di Brescia, Brescia solidale e libertaria, Comitato spontaneo contro le nocività, OPAL (Osservatorio permanente sulle armi leggere), Coordinamento Antirazzista e antifascista della Val Trompia, Movimento Non Violento, Comitato Antisfratti/Diritto alla casa, Eurostop, mentre altre realtà hanno appoggiato l’iniziativa ma per motivi di calendario non erano presenti.Dopo un dibattito particolarmente ricco, le azioni immediate sono state fissate in un Flash-mob che si terrà il 5 marzo dalle ore 16.00 in Corso Zanardelli, nel pieno centro di Brescia, nei pressi del “Teatro Grande”, con convocazione dei giornalisti in preparazione della manifestazione del 12 marzo, e in un presidio-concerto che si terrà davanti all’ingresso principale della base di Ghedi, a partire dalle ore 14.00 di sabato 12 marzo, in concomitanza con la manifestazione nazionale.

Riteniamo che per i motivi evidenti indicati sopra, la manifestazione del 12 marzo a Brescia davanti alla base militare di Ghedi assuma un significato che va ben oltre i confini bresciani, ed assuma una rilevanza almeno regionale, o addirittura nazionale.

Quindi pensiamo che, contro ogni assuefazione al clima di guerra, che ogni giorno viene sempre più propagandato dai mass-media, dobbiamo darci una sferzata, dobbiamo ridare voce al sentimento ed alla richiesta di pace che rischia di restare soffocata sotto le “giustificazioni” della propaganda: dietro il grido di guerra si nasconde la volontà di schiacciare ancora di più le condizioni e le aspirazioni dei popoli, in primo luogo del nostro popolo.