Qassem Soleimani: ce lo racconta Azam Bahrami attivista iraniana per i diritti umani.

13.01.2020 – Torino – Fabrizio Maffioletti

Qassem Soleimani: ce lo racconta Azam Bahrami attivista iraniana per i diritti umani.
Il generale Quassem Soleimani (Foto di Archivio Pressenza)

Chi è Qassem Soleimani?

Per capire chi fosse Soleimani  occorrono alcune premesse.

Ali Khamenei è la figura politico-religiosa più importante dell’Iran, è l’uomo più potente dell’Iran, ma la sua non è una posizione elettiva.

Non è tenuto a rispondere alle istituzioni iraniane, ma viceversa, sono le istituzioni a dover rispondere a lui.

E’ un “dittatore religioso”, dispone dell’apparato politico e militare dell’Iran, inoltre è un grado di disporre ufficialmente di ingenti risorse economiche, che vengono gestite completamente al di fuori del controllo  da parte del  governo elettivo iraniano.

Per comprendere i fatti recenti, relativi all’uccisione di Soleimani, è importante comprendere la struttura degli apparati militari dell’Iran.

Nell’esercito regolare iraniano Artesh, sotto il regime di Ruhollah Khomeyni , sono via via stati sostituiti molti degli ufficiali che erano al comando prima della rivoluzione, alcuni dei quali sono morti in circostanze sospette, con ufficiali fedeli all’ayatollah.

Durante la guerra contro l’Iraq, si sono costituiti dei corpi di volontari combattenti che successivamente hanno dato vita ad un vero e proprio esercito parallelo: il Sepah.

Il Sepah è l’esercito dei pasdaran, un esercito che non risponde ad alcuna istituzione iraniana, ma dipende esclusivamente dalla “guida suprema”, ad oggi, l’Ayatollah Khamenei.

Soleimani era un pasdar (singolare di pasdaran), infatti combatté come volontario in Iraq nella guerra , durata otto anni, contro l’Iraq di Saddam Hussein.

Un reparto del  Sepah, che opera fuori dai confini iraniani, si chiama Quds, questo reparto ha operato ed opera in diversi paesi del Medio Oriente:  Siria, Libano, Yemen,  Iraq,  Afghanistan ecc..  insomma il Quds è una sorta di agenzia iraniana che opera in terra straniera.

Soleimani era il comandante del Quds.

Il Sepah è molto fedele alla guida suprema, questo fa sì che possa disporre di finanziamenti molto superiori a quelli dell’esercito regolare.

Il Quds è, a tutti gli effetti , un centro di potere che opera al di fuori di qualunque controllo che non sia quello di Khamenei; durante il periodo delle sanzioni, aggirandole e sfruttandole a proprio beneficio, ha operato vendendo autonomamente petrolio e facendo traffici di vario tipo.

Il Sepah ha anche un efficiente dipartimento che si occupa della “cultura”, di fatto della propaganda, controllano i media, abbiamo il forte sospetto che utilizzino, tra l’altro, le iniziative culturali per creare fondi neri gonfiando i costi.
Le iniziative culturali come produzione di film, mostre, ecc.. vengono anche esportate all’estero.

La contiguità con gli ambienti religiosi di potere iraniani dà al Sepah un potere praticamente illimitato, hanno anche un dipartimento di servizi segreti che opera sul territorio nazionale e che non risponde al preposto ministero iraniano, dispone inoltre di proprie strutture carcerarie, gestite al di fuori di qualsiasi controllo istituzionale.

Un’altra forma di esercizio del potere che usa il Sepah è il controllo delle acque; l’acqua, essendo l’Iran un territorio prevalentemente desertico, è risorsa preziosissima. Il Sepah può decidere a chi fornirla ed eventualmente di venderla se conviene, ad esempio ha venduto in via non ufficiale acqua all’Iraq, nonostante l’Iran fosse sotto sanzioni e in periodo di siccità. Questo ha permesso all’Iran di acquisire potere in Iraq.

L’Iran effettua grossi investimenti esteri, anche qui abbiamo il forte sospetto che siano fatti in funzione di un ritorno d’immagine, sono stati anche creati ospedali, sottraendo risorse ad un paese dove la gente vive una situazione economica difficoltosa da molti anni.

Quando e perché è diventato comandante del Quds?

Sotto la presidenza di Mohammad Khatami, nei primi giorni di luglio del 2003, gli studenti dell’università di Tehran indissero uno sciopero occupando l’ateneo, dopo due giorni di occupazione Soleimani entrò in università, con un gruppo di pasdaran, reprimendo in modo violentissimo la protesta, causando la morte di numerosi studenti. Altri studenti  “sparirono” dopo l’arresto, tutt’ora le famiglie non sanno quale sia stata la sorte dei propri figli.

L’ascesa al potere di Soleimani iniziò da quell’episodio, seppe poi conquistarsi la fiducia di Khamenei al punto che l’Ayatollah lo considerava “la sua mano destra”.

Quando nel 2011 iniziò la rivolta in Siria contro il regime, Assad che intendeva reprimere le manifestazioni con ogni mezzo, venne aiutato dall’Iran, e Khamenei  inviò Soleimani per aiutare il dittatore siriano nella violenta e sanguinosa repressione del dissenso.

Per l’Iran la Siria è un partner strategicamente importantissimo, perché confina con Israele e Libano. In questa situazione destabilizzata siriana, nella quale l’Iran è un attore di primo piano, si sono di fatto create le condizioni per lo sviluppo di Daesh.

Però ha combattuto Daesh.

La situazione è più complessa: essendo uno sciita ed essendo alleato di Assad, Soleimani ha combattuto Daesh, ma il suo ruolo in Siria prima della nascita del califfato è stato uno dei fattori determinanti per favorire le condizioni che hanno portato, in seguito, alla costituzione di Daesh.

Quel’era il suo ruolo in Medio Oriente?

Uno dei fatti più emblematici che abbiamo potuto osservare al riguardo in questi  giorni è che la figlia di Soleimani, al suo funarale, ha usato la frase “i miei cari zii” usata sia in senso familistico che di rispetto, citando:  Bashar  al-Assad,  Hassan Nasrallah (il capo di Hezbollah), e i leader Libanesi Ziyad al-Nakhalah e Isma’il Haniyeh.

Quindi Soleimani aveva rapporti molto consolidati con tutte le organizzazioni fondamentaliste islamiche sciite del Medio Oriente: questo in accordo al progetto iraniano di diffusione oltre confine della rivoluzione islamica, progetto molto caro a Khamenei (ed in questo erede “spirituale” di Khomeini) con il quale Soleimani , data anche la sua profonda radicalizzazione religiosa, aveva un rapporto quasi filiale e di totale fiducia reciproca.

Da notare che, Abdul Reza Shahlai, capo delle milizie filo iraniane in Yemen, ha quasi condiviso il destino del suo referente iraniano, scampando al tentativo americano di assassinarlo in concomitanza con l’assassinio di Soleimani.

Non solo, grazie al rapporto privilegiato con Khamenei,  Soleimani poteva avere contatti diretti, al di fuori dei canali diplomatici istituzionali iraniani, con i governi con i quali l’Iran aveva rapporti diplomatici  e commerciali.

Com’era visto in Iran?

Aveva certamente un ruolo di primissimo piano: una figura centrale nella strategia politica, diplomatica, militare e di intelligence iraniana, supervisionava anche l’acquisto di armamenti.
E’ stata fatta a suo favore una propaganda, molto aggressiva e ben finanziata, con lo scopo di renderlo un eroe nazionale.

Sarebbe dovuto diventare Presidente dell’Iran?

In Iran non ci sono partiti politici. Le differenze “politiche” riguardano l’essere favorevoli o meno a Khamenei.
E’ probabile che tra i sostenitori di Khamenei ci fosse quest’idea e la propaganda a suo favore avrebbe anche potuto essere una strategia in questo senso.

Cosa ne pensa della sua uccisione?

Trump, quando parla di Soleimani, e lo classifica come terrorista, non ha tutti i torti: come ho spiegato aveva rapporti con tutti i gruppi fondamentalisti sciiti del Medio Oriente, ed era forse il principale esecutore del tentativo (spesso sanguinoso) di un esteso processo di radicalizzazione islamica sciita a guida iraniana in un un territorio molto esteso (Medio Oriente, Golfo Persico,  Africa) , tuttavia per i suoi crimini doveva essere processato, non  giustiziato (e su questo sono totalmente d’accordo con la signora Bahrami n.d.r.).

La sua morte sarà un problema per il progetto egemonico dell’Iran?

Il sostituto nominato al suo posto non è certo carismatico come lui, tuttavia su quest’idea sono stati fatti molti investimenti, è stata fatta molta propaganda, si è esercitato un ferreo controllo culturale, è difficile pensare che Khamenei abbandoni questo progetto semplicemente perché è venuta a mancare “la sua mano destra”.   

Cosa ci faceva in Iraq?

Uno dei capi di Hashad al-Shaabi (milizia irachena fondamentalista sciita), Shibl al Zaidi, è stato ucciso nell’attacco col drone a Soleimani, era nella stessa automobile.

Mercoledì 27 novembre, gli  Iracheni, che manifestano da tempo contro l’influenza che l’Iran esercita nei confronti  dell’Iraq, hanno attaccato il consolato dell’Iran a Najaf, bruciando, tra l’altro, foto di Khamanei , la protesta è stata molto dura, al punto che in città è stato decretato il coprifuoco.

Il 31 dicembre viene attaccata l’ambasciata USA a Baghdad, sui muri vengono scritte frasi  inneggianti a Soleimani, firmate Hashad al-Shaabi.

A settembre 2019 sono state attaccate due importanti risorse petrolifere saudite, l’Iran, nonostante abbia sempre negato, è fortemente sospettato di essere il responsabile di questo attacco, la tensione tra Iran e Arabia Saudita è molto elevata, tuttavia la ragione espressa dal governo iracheno sulla presenza di Soleimani a Baghdad potrebbe essere più motivata dal tentativo di non alimentare il malcontento ormai esasperato del popolo iracheno verso l’Iran e nello stesso tempo di non inimicarsi il temuto Iran, che dalla vera ragione della presenza del generale Iraniano nella capitale irachena.

Gli iracheni non dicono “non vogliamo gli americani”, dicono “non vogliamo gli iraniani”, mentre in Iran sono contro gli americani. E’ probabile che Khamenei fosse preoccupato per la situazione e avesse inviato Soleimani a Baghdad per tentare di gestirla, ed è altrettanto ipotizzabile che non fosse per nulla casuale il suo arrivo subito dopo l’attacco all’ambasciata USA da parte di un gruppo fondamentalista sciita, che com’è noto è armato, finanziato e addestrato dal Quds.

La morte di Soleimani che effetti ha sull’opposizione al regime di Khamenei ?

Attualmente le manifestazioni sono ricominciate. I manifestanti scendono in piazza contro “Khamanei dittatore” chiedendo libertà dal regime religioso. La ragione scatenante che ha fatto tornare in piazza gli iraniani è stata l’ammissione dell’abbattimento per errore dell’aereo ucraino, i cui passeggeri erano quasi tutti iraniani.

Quindi l’uccisione di Soleimani da parte degli USA non ha contribuito a far prevalere l’orgoglio nazionale, le proteste continuano.

Come mai la risposta dell’Iran è stata, tutto sommato, così debole?

Ci sono due teorie: una di tipo politico, ovvero che l’Iran non poteva, per ragioni di politica interna, non rispondere, ma nello stesso tempo non poteva inimicarsi l’Iraq compiendo un attacco senza avvisare il suo governo: sarebbe stato, di fatto, un atto di guerra, ben consapevole del fatto che gli iracheni avrebbero trasferito la notizia agli americani, cosa che avrebbe utilmente di molto mitigato i danni della risposta e quindi l’entità di un’eventuale contro-rappresaglia americana. Inoltre l’aumento del prezzo del greggio provocato dalla crisi, giocava a suo vantaggio.

L’altra teoria è che l’Iran non abbia risorse per dare risposte militari più distruttive.

Può darci in sintesi un suo parere sull’attuale situazione iraniana?

L’Iran è a tutti gli effetti uno stato islamico, analogo a Daesh, un Isis sciita che ha armi e petrolio, che invocando il nome dio, rappresenta un pericolo per sua popolo e per i paesi di quell’area.

Azam Bahrani

attivista e scrittrice nata in Iran, ha ottenuto l’asilo politico in Italia nel 2011. Ha studiato Fisica dell’Ambiente nel’università di Torino e MBA e Fisica in Iran.  In Iran ha svolto attività politiche e culturali per i quali ha scontato vari periodi di detenzione nelle carceri iraniane. Autrice di “Una donna in due ruoli ” (یک زن در دو لوکیشن), libro che ha vinto il premio iraniano Sadegh Hedayat, de “I bottoni del mio vestito sono ancora chiusi” (دکمه های لباس من هنوز بسته اند), e di una raccolta di poesie in farsi intitolata “The Bird on the Nervure” (“پرنده ای روی شاهرگ).  Ha collaborato con più ONG, impegnate per lotta sui diritti umani, in contatto con le Nazioni Unite e partecipato periodicamente ad un programma radiofonico che tratta temi ambientali trasmesso su “Radio Farda”.  Attualmente è autrice di articoli pubblicati on line per le vari riviste (BBC persion, Iran International, , Zamaneh, Farda,…) riguardanti diverse problematiche iraniane come la condizione economica delle donne, discriminazione e limitazione sulle donne, il ruolo delle donne in sviluppo sostenibile, il fenomeno dell’immigrazione, la questione dell’inquinamento ambientale e le varie forme di violazione dei diritti umani.