Il rapimento di Silvia Romano, un anno dopo

18.11.2019 – Angelo Ferrari

Il rapimento di Silvia Romano, un anno dopo
(Foto di Facebook)

Pochissimo si sa della sorte della cooperante italiana, rapita in Kenya e poi trasferita in Somalia, dove potrebbe essere finita in mano ai terroristi di al Shabaab. Lo scorso 30 settembre, secondo una fonte di intelligence, risultava ancora viva.

“Silvia è viva e si sta facendo di tutto per riportarla a casa”. Questa è l’ultima notizia certa e risale al 30 settembre, come ha riportato l’Agi, citando una fonte di intelligence. Da allora sul rapimento di Silvia Romano avvenuto il 20 novembre del 2018 è calato il silenzio. Un anno esatto dal quel brutto giorno quando la volontaria italiana è stata sottratta alla sua attività umanitaria a Chakama, un villaggio a 80 chilometri da Malindi in Kenya. Nulla è trapelato. Solo un laconico ci sono nuove prove, nuovi elementi di indagine emersi nell’ultimo mese. Un po’ poco.

Si sa che la collaborazione tra autorità keniane e italiane prosegue, non si è mai fermata un momento. Come ha sottolineato la viceministra degli Esteri, Emanuela Del Re, durante una sua recente visita in Kenya.

Ma il silenzio sta diventando insopportabile, assordante e in molti chiedono di romperlo. Pippo Civati, leader di Possibile, che sin dall’inizio segue – uno tra i pochi – questa tragica vicenda, in un tweet scrive: “Credo sia doveroso che a un anno di distanza ci sia una comunicazione ufficiale del nostro esecutivo sulla situazione di Silvia Romano. Troppe le voci ufficiose, troppe le mezze verità, troppi i pettegolezzi”.

Così la politica, ma c’è anche quella parte di società civile che non ha mai smesso di premere, in maniera discreta, affinché un fascio di luce illumini questa vicenda. Nino Sergi, fondatore e presidente emerito di Intersos e Policy Advisor di Link 2007, ha nuovamente fatto sentire la sua voce inviando una seconda lettera aperta al generale Luciano Carta, direttore dell’Aise, i servizi di intelligence esterni. “Dodici mesi sono tanti – scrive Sergi -. A chi attende la sua liberazione sembrano interminabili”. Sergi prosegue sottolineando di non “aver nessun titolo per parlare a nome di Silvia, ma quanto le scrivo esprime l’inquietudine e le preoccupazioni di molte persone per la sua liberazione e la sua vita: tante voci che fanno da sottofondo a questa nuova lettera aperta”.

E il fondatore di Intersos cosi’ spiega le “inquietudini e le preoccupazioni”: “Non sappiamo se prendere per buone le poche notizie diffuse da agenzie giornalistiche sull’area in cui Silvia potrebbe essere trattenuta. Ad esse comunque ci aggrappiamo. Se l’area fosse confermata, la preoccupazione diventa ancora più grande a causa dell’effettuazione di frequenti raid. Come non sappiamo se vi siano le condizioni per fare molto di più di quanto già state facendo; ma ancora una volta le chiediamo di provare a farlo. I tempi lunghi significano anche crescenti rischi: il ricordo di Giovanni Lo Porto rimane ancora molto doloroso”.

Rapita, venduta e trasferita in Somalia

Silvia Romano è stata rapita da criminali comuni che, poi, l’hanno ceduta a un’altra banda, probabilmente i terroristi di al Shabaab e portata in Somalia. E le preoccupazioni di Sergi derivano proprio da questo. Le condizioni sul terreno, in questi mesi, sono precarie: piogge e alluvioni, che impediscono gli spostamenti, ma diventano condizioni ideali per i raid arei sulle postazioni dei terroristi. Ed ecco il ricordo del cooperante Giovanni Lo Porto, rapito in Pakistan da Al Qaeda, e vittima – “effetto collaterale” – di un bombardamento americano.

Poi vi è una nota di cronaca. Il processo ai tre degli otto membri della banda che ha rapito Silvia – Moses Luwali Chembe, Abdalla Gababa Wario e Ibraiam Adam Omar – è stato nuovamente rinviato, questa volta perchè Adam Omar, in libertà su cauzione e considerato l’uomo più pericoloso dei tre, non si è presentato all’ultima udienza, quella del 14 novembre. I giudici lo hanno dichiarato “formalmente” latitante.

Quali prove che sia ancora viva?

Rimaniamo a ciò che gli inquirenti fanno trapelare e cioè che Silvia sia stata portata in Somalia. Ma non è chiaro quando sia avvenuto: se subito dopo il rapimento oppure nei mesi successivi. E non è una curiosità giornalistica. Il passaggio di mano potrebbe essere avvenuto all’inizio dell’anno, ma sul punto gli inquirenti tacciano. C’è poi il fatto, non irrilevante, della prova in vita. Chi indaga, italiani e keniani, hanno detto che di sicuro Silvia a Natale era viva. È stata rapita un anno fa. Anche su questo punto il silenzio è inquietante. Non viene detto nulla. Ma nemmeno si fa intendere qualcosa.

I punti poco chiari sono molti. In primo luogo, se è vero che la giovane italiana è in Somalia, non si ha notizia di una rivendicazione in tal senso, e dopo un anno dal rapimento tutto ciò sembra essere, quantomeno, strano e inusuale. L’altro fattore: c’è stata una richiesta di riscatto? Se è vero che i committenti del rapimento sono gruppi jihadisti legati agli al Shabaab, rivendicazione e richiesta di riscatto per la liberazione della giovane italiana dovrebbero essere scontate.

Gli inquirenti, tuttavia, mantengono il riserbo anche sul fatto se sia stata fornita o meno una prova “recente” in vita di Silvia Romano. Tutto ciò alimenta ricostruzioni fantasiose. A un anno di distanza, una parola di chiarezza, però, dovrebbe essere detta. E noi rimaniamo con l’unica certezza alla quale potersi aggrappare: “Silvia Romano è viva e si sta lavorando per riportarla a casa”.

Articolo originale.

Amazzonia: abbiamo perso un’area equivalente a 1,4 milioni di campi di calcio

18.11.2019 – Greenpeace International

Amazzonia: abbiamo perso un’area equivalente a 1,4 milioni di campi di calcio
(Foto di Greenpeace)

La deforestazione nell’Amazzonia brasiliana ha raggiunto tra agosto 2018 e luglio 2019 il tasso più alto registrato dal 2008. Ben 9.762 chilometri quadri, secondo i dati del Programma di monitoraggio satellitare della foresta amazzonica brasiliana (Prodes) dell’Istituto brasiliano di ricerche spaziali (INPE). Un indice sviluppato da questo Istituto mostra che nei primi tre mesi del monitoraggio (agosto-ottobre 2019) è aumentata del 100 per cento l’area interessata da allarmi di deforestazione rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

“La politica del presidente Bolsonaro sta annientando la capacità del Brasile di combattere la deforestazione, favorendo chi commette crimini ambientali e incoraggiando le violenze verso Popoli Indigeni e comunità forestali tradizionali” dichiara Martina Borghi, campagna foreste di Greenpeace Italia. “Agire per porre fine alla deforestazione – dell’Amazzonia e di tutte le foreste del Pianeta – deve essere un obiettivo globale della Comunità Internazionale. Il governo brasiliano deve proteggere la foresta e i suoi abitanti, mentre governi nazionali e Ue devono impegnarsi concretamente e proporre una legislazione in grado di garantire che il cibo che mangiamo e i prodotti che utilizziamo non vengano prodotti a scapito dei diritti umani e delle foreste del Pianeta».

L’Unione Europea, durante l’ultimo G7, ha dichiarato di voler difendere l’Amazzonia stanziando fondi contro gli incendi ma, al tempo stesso, ha elaborato, a fine luglio, un Piano d’azione contro la deforestazione che non affronta i costi ambientali e umani delle politiche commerciali e agricole dell’Ue, continuando a permettere a una manciata di multinazionali di accedere a nuovi mercati a scapito della necessità di valutare il costo ecologico, climatico e umano degli accordi commerciali in cui l’Ue è coinvolta. “L’Accordo di libero scambio Ue-Mercosur, che coinvolge il Brasile e altri tre stati del Sud America (Argentina, Paraguay e Uruguay), almeno così com’è, aumenterà le importazioni di materie prime agricole in Europa (a cominciare da carne e soia), con conseguenze devastanti per il clima, le foreste e i diritti umani, sacrificati ancora una volta sull’altare del profitto” conclude Borghi.

Greenpeace chiede che l’Accordo UE-Mercosur sia sospeso finché le foreste non saranno adeguatamente protette e che comprenda misure efficaci per rispettare l’Accordo di Parigi sul clima, la Convenzione sulla diversità biologica e gli obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Onu. La distruzione delle foreste è una delle principali cause del cambiamento climatico e della massiccia estinzione delle specie a cui stiamo assistendo. Proteggere le foreste e promuovere pratiche agricole sostenibili ed ecologiche, è fondamentale per affrontare la crisi climatica che stiamo attraversando.

Contro il golpe di stato in Bolivia

Licenza di uccidere in Bolivia

17.11.2019 – Luca Cellini

Licenza di uccidere in Bolivia
Il funerale di alcune persone morte in Bolivia durante le ultime proteste (Foto di El dicos)

Sono nove i morti e centoventicinque i feriti di quello che verrà ricordato come il massacro di Cochabambaqui la lista dei morti certificati dall’IDIF (Istituto di Investigazione Forense)“Un atto di repressione durissima da parte delle forze di polizia boliviane, quello avvenuto a Sacaba, nel centro del Paese, e non “un confronto”, come avevano definito i rappresentanti dell’autoproclamato governo boliviano dopo le dimissioni di Evo Morales.” È quanto ha denunciato Nelson Cox, rappresentante e difensore del popolo del distretto di Cochabamba, riportato ieri dal giornale “Opinion”.

Tutte le persone assassinate sono state raggiunte alla testa oppure al torace da colpi di arma da fuoco sparati dalla polizia.

Con il massacro di Sacaba è salito a 25  il numero delle persone uccise in Bolivia durante le proteste della popolazione.

L’escalation repressiva, i morti e le violenze sono cresciute in modo vertiginoso dopo l’annuncio dell’autoproclamato governo di Jeanine Añez che ieri ha anche approvato il decreto 4078, che “declina” ogni tipo di responsabilità e impunità totale alle forze militari e di polizia chiamate alle “operazioni per il ripristino dell’ordine interno e della stabilità pubblica”.

Di fatto è un decreto che dà licenza di uccidere, carta bianca di sparare a vista ad ogni persona che protesta in Bolivia, senza che per queste azioni poi la polizia e i militari rispondano in alcun modo di fronte alla legge.

Il decreto 4078

Il decreto come scritto al suo interno “stabilisce che le forze armate possono utilizzare tutti i mezzi disponibili in modo proporzionale e discrezionale al rischio delle operazioni”.

Detto in altre parole, “ogni mezzo” significa che se i militari decidono di usare i fucili mitragliatori per sparare alla popolazione, come d’altronde stanno facendo in queste ore, hanno piena libertà di farlo senza poi doverne rispondere a qualcuno.

La Commissione Interamericana per i Diritti Umani (IACHR), oggi ha denunciato come un crimine l’ordine e il decreto emesso dal governo autoproclamato di Jeanine Añez, dichiarando che “alle Forze Armate Boliviane (FAB) che scendono in piazza a reprimere ogni protesta, è stata data autorizzazione a procedere con ogni mezzo assicurandogli l’impunità totale.

“È una licenza di impunità per massacrare la gente”, ha scritto ieri Evo Morales dal suo account Twitter.

La presenza della FAB (Forze Armate Boliviane) sulle strade del paese e sulle strade delle principali città è iniziata a partire da lunedì sera scorso, dopo che la polizia nazionale boliviana (PNL) ha chiesto rinforzi militari in vista delle rivolte, in particolare avvenute nella città di El Alto.

Bolivia, El Alto

È da lunedì notte infatti che sulle città di La Paz e di El Alto hanno iniziato a sorvolare nei cieli aeroplani ed elicotteri militari, e i carri armati stazionano quotidianamente nei dintorni di Plaza Murillo, a La Paz, dove si trova la sede del Governo e del potere legislativo espresso dal Parlamento. La Bolivia di fatto oggi è in uno stato d’assedio da guerra civile.

L’escalation della situazione si è esacerbata dopo le dichiarazioni della Añez, quando nei giorni scorsi ha prima affermato di dover affrontare azioni di destabilizzazione da parte di “gruppi sovversivi armati”. Giustificando poi in questo modo ben tre cose: l’operazione militare, il sostegno legale alle forze di polizia, e la narrazione delle azioni che seguiranno, genocidio e massacro della popolazione indios, definendole come “ripristino dell’ordine democratico”.

I rappresentanti del MAS chiedono subito nuove elezioni, ma la destra che ha preso di fatto il potere senza essere stata mai eletta da nessuno, sostiene che adesso non è possibile perché bisogna affrontare prima l’emergenza e il ripristino dell’ordine pubblico a fronte dei disordini che ci sono in tutto il Paese. Dichiarazione surreale e comica questa, se non ci fossero di mezzo morti, feriti e tanta sofferenza, perché sono le stesse azioni violente e criminali della destra per tramite delle squadracce di Camacho e Mesa che in questi giorni hanno fomentato e creato i peggiori disordini e le condizioni per arrivare di fatto a una situazione di escalation da vera e propria guerra civile.

Da sottolineare che in questi ultimi giorni, persino tra i simpatizzanti della destra boliviana si sono manifestate molte perplessità e contrarietà dopo l’emissione del decreto 4078, che di fatto è una licenza di uccidere e massacrare la popolazione. Alcuni esponenti moderati della destra hanno proposto come mediazione di tornare subito ad elezioni perché si arresti subito il processo di violenza in corso, ma l’autoproclamata presidente Jeanine Añez pare non sentirci proprio da quell’orecchio.

Ma questo non è tutto, dall’altra parte, sul fronte informazione e narrazione dei fatti, l’autoproclamato governo di Jeanine Añez sta operando minacce e intimazioni di ritorsioni alla stampa locale per mantenere il più possibile una coltre di silenzio, nel tentativo di cercare di rendere invisibile quel che accade nel Paese.

Il piano della destra boliviana più intransigente è molto semplice, arrivare ad elezioni in uno stato di emergenza proclamato, con un controllo di tutto il Paese da parte delle forze di polizia e dei militari, e nel frattempo indebolire, fiaccare e impaurire con uccisioni, ferimenti e arresti, le forze sociali e politiche che si stanno opponendo a questo tentativo di golpe che viene ancora presentato da Jeanine Áñez come “cambio democratico”.

Dopo le dimissioni di Evo Morales, la senatrice Jeanine Áñez si è autodichiarata presidente del paese. Il giorno in cui si è autoproclamata alla guida del Paese, la Áñez  è entrata nel palazzo del governo, noto come Palazzo Bruciato, portando una bibbia in mano, ed esclamando: “Grazie a Dio che ha permesso alla Bibbia di rientrare nel Palazzo!”.

Jeañine Añez con la bibbia in mano all'entrata al Palazzo Bruciato il giorno in cui si è autoproclamata presidente

Le posizioni della Añez a quanto si può leggere sul suo profilo pubblico sono fortemente razziste e segregazioniste nei confronti della popolazione indigena che rappresenta quasi i 2/3 della popolazione.

Come ad esempio si può leggere in un tweet che la Añez  ha già eliminato dal suo profilo, ma il cui screenshot è stato pubblicato prima che Jeanine Añez lo togliesse, dove definisce i rituali e le usanze culturali indigene come riti satanici, affermando inoltre che la città non è per gli “indios” ma che devono tornare nell’altopiano o nel Chaco.

Jeanine Añez profilo Twitter

Da segnalare inoltre che in rete e sui social proprio in queste ultime ore stanno circolando un gran numero di video che mostrano bruttissime violenze contro le comunità indigene, le quali rappresentano circa il 64% di tutta la popolazione boliviana.

*Nel video la testimonianza di un parente di una delle persone uccise dalla polizia boliviana nel distretto di Cochabamba.

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“Crisi clima”: per mitigarla non basta la parola

16.11.2019 – Extinction Rebellion

“Crisi clima”: per mitigarla non basta la parola

Occorrono “scelte di politica economica coraggiosa che questo Governo sta già mettendo in campo con il decreto clima”. Così il ministro dell’Ambiente, Sergio Costa, ha commentato la grave alluvione che ha colpito Venezia. Extinction Rebellion Italia, nel concordare sul legame dell’alluvione di Venezia con  il collasso climatico, ci tiene a precisare che per mitigare la crisi climatica ed adattarsi ad essa non basta attaccare la parola “clima” a un decreto legge.

In generale consideriamo le misure approntate dal governo non adeguate a fronteggiare la crisi ecologica e climatica di cui stiamo vivendo gli effetti. Il corpus della manovra (art.2 e 3) verte su misure che incidono sul settore dei trasporti ma in maniera del tutto marginale. Si delega alle amministrazioni provinciali l’adempimento delle misure inserite nel “Programma strategico nazionale per il contrasto ai cambiamenti climatici”, mancando così di un azione forte di respiro nazionale. Inoltre il budget della manovra è coerente con quello di un ministero secondario: è necessario il coinvolgimento nel contrasto alla crisi climatica di tutto il consiglio dei Ministri, con provvedimenti che riguardino tutti i Ministeri, a partire dal Mise e dal Mit. Come contrastare il business prodotto dalle fonti fossili se si pensa che esse, a livello mondiale investono 10.000 volte di più?

A proposito nel cosiddetto “decreto clima” non si agisce sui sussidi alle fonti fossili: si ricorda come nel 2017 l’Italia abbia erogato oltre 10.5 miliardi di euro di sussidi ai combustibili fossili, e i governi che si sono susseguiti da quella data non hanno invertito il trend.

È di ieri la notizia che la Banca degli investimenti Europea (BEI) cesserà di finanziare tutti i progetti nelle fonti fossili, compreso il gas naturale (che preferiamo chiamare “gas fossile”). L’auspicio di Extinction Rebellion è che l’Italia metta in atto le azioni necessarie per raggiungere lo zero netto di emissioni entro il 2025, smettendo di finanziare i combustibili fossili, comprese le infrastrutture legate al “gas fossile”. L’Italia è sembrata fra i Paesi più titubanti su questo ultimo punto al consiglio di amministrazione della BEI.

Nell’incontro pubblico che il Ministro ha avuto con gli attivisti di Extinction Rebellion, l’11 ottobre in Piazza Monte Citorio, il ministro Costa ha dichiarato che intende muoversi ‘senza penalizzare nessuno’: il nostro parere sul tema è che ‘senza penalizzare nessuno’ il nostro governo stia penalizzando tutti. È notizia di ieri che l’Italia è tristemente prima in Europa e undicesima nel mondo per morti premature da esposizione alle polveri sottili PM2.5. Solo nel 2016 sono state ben 45.600, con una perdita economica di oltre 20 milioni di euro, la peggiore in Europa. Noi di Extinction Rebellion siamo consapevoli del legame strettissimo che c’è fra la crisi climatica ed ecologica e la salute di tutti i viventi, e ci rammarichiamo che dal 2014 al 2018 nessun membro del nostro governo nazionale abbia citato questo legame in sede ufficiale (vedi foto sotto).

Email: stampa@extinctionrebellion.it  Telefono: 3406244276 / 3292480942  www.extinctionrebellion.it Facebook Extinction Rebellion Italia           Instagram Extinction Rebellion Italia                        Twitter Extinction Rebellion Italia

Marocco: rapper rischia due anni per le critiche al re

15.11.2019 – Agenzia DIRE

Marocco: rapper rischia due anni per le critiche al re
(Foto di da Youtube)

L’arresto del noto rapper Gnawi sta spaccando il Marocco: il cantante, che di nome fa Mohamed Mounir, è finito in manette a inizio mese per un video in cui insulta la polizia, e per questo l’accusa ha chiesto due anni di carcere e una multa di 500 euro.

Parte dell’opinione pubblica marocchina però non crede alla versione fornita dalla procura, ritenendo piuttosto che i guai giudiziari per la celebrità siano arrivati dopo la diffusione di una canzone di critica all’indirizzo di re Mohammed VI.
I fan di Gnawi sostengono questa tesi col fatto che le manette siano scattate due giorni dopo la pubblicazione di ‘Lunga vita al popolo’. Oltre alla provocazione del titolo, nel testo il cantante scimmiotta espressioni impiegate per rendere omaggio al sovrano. Non solo: vengono ricordate le proteste del 2011, quando anche i marocchini si sollevarono aderendo all’onda delle rivolte arabe per chiedere cambiamenti sociali e democratici, poi conclusesi in un nulla di fatto. Gnawi canta poi le lodi delle più recenti proteste in Algeria, che a hanno portato alla caduta del presidente Bouteflika.
Come se non bastasse, il rapper solleva un argomento “spinoso” per il Marocco: il verso dedicato all’”uomo del Rif” è un riferimento a Nasser Zefzafi, il leader di un movimento di contestazione che e’ stato condannato a 20 anni di reclusione in relazione ad alcune manifestazioni di protesta. La condanna, ritenuta eccessiva e dal sapore politico, ha attirato critiche anche a livello internazionale.
Gnawi andrà a processo il 25 novembre, dove il giudice potrebbe accogliere la richiesta di condannarlo a due anni di carcere, così per lui si stanno mobilitando per chiederne il rilascio organismi sia in Marocco che all’estero: “Si tratta di una vendetta che testimonia il declino della libertà di espressione”, il commento di Khadija Anani dell’Associazione marocchina per i diritti umani. Il direttore di Amnesty
International per il Medio oriente, Heba Morayef, parla invece di una “punizione palese” del cantante “per aver criticato la polizia e le autorità” e di “attacco alla libertà di espressione”.
Come osserva il quotidiano arabo ‘Al-Youm 24’, il video ‘Lunga vita al popolo’ si appresta a raggiungere le 14 milioni di visualizzazioni, una cifra che supera l’affluenza alle urne alle ultime elezioni nel regno guidato dalla dinastia alauita.

Invito oggi a Gallarate

Oggi partecipo alla mia prima riunione del Partito Comunista varesino a Gallarate: siete tutti invitati per costruire un fronte antiborghese.

Venerdì 15 Novembre, si terrà una riunione del Partito Comunista ( sezione di Varese e provincia ), per definire le prossime iniziative sul territorio, e sopratutto in preparazione della prima assemblea pubblica del Partito Comunista in provincia di Varese.
Chi sia interessato, oltre ai compagni e ai lavoratori già in contatto con noi, ci scriva.

Luogo e orario:
-17.30
-GALLARATE (Va), VIA PASUBIO 8

Le sezioni unite della Cassazione bocciano il decreto sicurezza

14.11.2019 – ASGI Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione

Le sezioni unite della Cassazione bocciano il decreto sicurezza
(Foto di Flickr)

La Suprema Corte ha sostanzialmente bocciato l’interpretazione e lo spirito della riforma perseguita dall’ex Ministro dell’Interno. Ora le Commissioni Territoriali si potrebbero trovare a dover riesaminare migliaia di richieste per le quali, dal 5 ottobre 2018,  si sono astenute con ulteriore danno alle finanze pubbliche. 

Il 13 novembre 2019 le Sezioni Unite della Corte di Cassazione hanno depositato la sentenza n. 29460/2019 che riguarda due temi di stretta attualità e di immediata rilevanza per il sistema di accoglienza nel nostro paese: l’applicazione a coloro che avevano già presentato domanda di protezione internazionale del decreto legge n. 113/2018, convertito in legge n. 132/2018 – cd. decreto sicurezza, così eliminando dall’ordinamento la possibilità di ottenere un permesso per protezione umanitaria e i presupposti per il riconoscimento di questa forma di protezione.

Con la sentenza di ieri le Sezioni Unite hanno aderito a quello che rappresenta l’orientamento maggioritario dei giudici di merito e della Cassazione stessa (tra tutte: sentenza n. 4890/2019), ritenendo irretroattivo il decreto sicurezza (e, quindi, consentendo il rilascio del permesso per motivi umanitari a tutti coloro che abbiano presentato domanda di protezione nel nostro paese prima del 5 ottobre 2018, data di entrata in vigore della nuova normativa) e confermando a tal fine la necessità della valutazione comparativa tra l’integrazione sociale del richiedente asilo in Italia e la condizione a cui sarebbe stato esposto in caso di rientro nel paese, in termini di violazione dei diritti fondamentali.

La causa che aveva dato occasione per il rinvio alle Sezioni Unite era stata proposta dal Ministero dell’Interno contro una decisione della Corte d’Appello di Trieste, che non aveva effettuato detta comparazione; pertanto la Cassazione ha rinviato a detta Corte territoriale affinché applichi nel caso specifico i principi giurisprudenziali affermati dalle Sezioni Unite.

E’ di tutta evidenza che la Suprema Corte ha sostanzialmente bocciato l’interpretazione e lo spirito della riforma perseguita dall’ex Ministro dell’Interno, dichiarandola non rispondente al nostro ordinamento. Sono quindi del tutto fuorvianti e manipolatorie le affermazioni secondo le quali le Sezioni Unite della Cassazione avrebbero dato ragione all’ex Ministro dell’Interno.

E’ vero l’esatto contrario. Il decreto legge n. 113/2018 ha eliminato una clausola di salvaguardia dell’intero sistema (anche) della protezione internazionale, senza preoccuparsi né dell’esistenza di precisi obblighi costituzionali ed internazionali sottesi all’art. 5, co. 6 TU immigrazione, né degli effetti che l’abrogazione del permesso di soggiorno avrebbe provocato.

Tra essi possono annoverarsi l’abnorme percentuale di rigetti delle domande di protezione internazionale, l’aumento vertiginoso del contenzioso giudiziale con danni enormi alle finanze pubbliche, la creazione di una moltitudine di irregolari, esposti a sfruttamento lavorativo e che favoriscono il lavoro nero, con ulteriori danni all’erario pubblico.

L’insicurezza provocata dal decreto legge n. 113/2018 è stata oggi in parte attenuata grazie alla Corte di cassazione e ora le Commissioni territoriali si potrebbero trovare a dovere riesaminare migliaia di richieste per le quali, dal 5 ottobre 2018,  si sono astenute dall’esaminare anche la protezione umanitaria, con ulteriore danno alle finanze pubbliche.

Qui una nota di approfondimento dell’ASGI

4 Novembre, vedi Napoli e poi muori – Manlio Dinucci, 05.11.2019 L’arte della guerra.

4 Novembre, vedi Napoli e poi muori – Manlio Dinucci, 05.11.2019 L’arte della guerra.

 

La «Fiera della guerra» è stata allestita con il preciso scopo di reclutare: il 70% dei giovani che vogliono arruolarsi vive nel Mezzogiorno, soprattutto in Campania e Sicilia dove la disoccupazione giovanile è del 53,6% Napoli, e non Roma, è stata ieri al centro della Giornata delle Forze Armate. Sul Lungomare Caracciolo sono sfilati 5 battaglioni. Ma il pezzo forte è stata l’area espositiva interforze, che ha richiamato per cinque giorni in Piazza del Plebiscito soprattutto giovani e bambini. Essi hanno potuto salire a bordo di un caccia, guidare un elicottero con un simulatore di volo, ammirare un drone Predator, entrare in un carrarmato, addestrarsi con istruttori militari, per poi andare al porto a visitare una nave da assalto anfibio e due fregate missilistiche. Una grande «Fiera della guerra» allestita con un preciso scopo: il reclutamento. Il 70% dei giovani che vogliono arruolarsi vive nel Mezzogiorno, soprattutto in Campania e Sicilia dove la disoccupazione giovanile è del 53,6%, rispetto a una media Ue del 15,2%. L’unico che offre loro una occupazione «sicura» è l’esercito. Dopo le selezioni, il numero dei reclutati risulta però inferiore a quello necessario. Le Forze armate hanno bisogno di più personale, poiché sono impegnate in 35 operazioni in 22 paesi, dall’Europa orientale ai Balcani, dall’Africa al Medioriente e all’Asia. Sono le «missioni di pace» effettuate soprattutto là dove la Nato sotto comando Usa ha scatenato, con l’attiva partecipazione dell’Italia, le guerre che hanno demolito interi Stati e destabilizzato intere regioni. Per mantenere forze e armamenti adeguati  come gli F-35 italiani schierati dalla Nato in Islanda, mostrati dalla Rai il 4 novembre  si spendono in Italia, con denaro pubblico, circa 25 miliardi di euro annui. Nel 2018 la spesa militare italiana è salita dal 13° all’11° posto mondiale, ma Usa e Nato premono per un suo ulteriore aumento in funzione soprattutto della escalation contro la Russia. Lo scorso giugno il governo Conte I ha «sbloccato» 7,2 miliardi di euro da aggiungere alla spesa militare. Lo scorso ottobre, nell’incontro del premier col Segretario generale della Nato, il governo Conte II ha assicurato l’impegno ad aumentare la spesa militare di circa 7 miliardi di euro a partire dal 2020 (La Stampa, 11 ottobre 2019). Si sta così per passare da una spesa militare di circa 70 milioni di euro al giorno a una di circa 87 milioni di euro al giorno. Denaro pubblico sottratto a investimenti produttivi fondamentali, specie in regioni come la Campania, per ridurre la disoccupazione a partire da quella giovanile. Ben altri sono gli «investimenti» fatti a Napoli. Essa ha acquistato un ruolo crescente quale sede di alcuni dei più importanti comandi Usa/Nato. A Napoli-Capodichino ha sede il Comando delle Forze navali Usa in Europa, agli ordini di un ammiraglio statunitense che comanda allo stesso tempo le Forze navali Usa per l’Africa e la Forza congiunta Alleata (Jfc Naples) con quartier generale a Lago Patria (Napoli). Ogni due anni il Jfc Naples assume il comando della Forza di risposta Nato, una forza congiunta per operazioni militari nell’«area di responsabilità» del Comandante Supremo Alleato in Europa, che è sempre un generale Usa, e «al di là di tale area». Nel quartier generale di Lago Patria è in funzione dal 2017 l’Hub di direzione strategica Nato per il Sud, centro di intelligence, ossia di spionaggio, concentrato su Medioriente e Africa. Dal comando di Napoli dipende la Sesta Flotta, con base a

Gaeta, che  informa la vice-ammiraglia Usa Lisa Franchetti  opera «dal Polo Nord fino al Polo Sud». Questo è il ruolo di Napoli nel quadro della Nato, definita dal presidente Mattarella, nel messaggio del 4 Novembre, «alleanza alla quale abbiamo liberamente scelto di contribuire, a tutela della pace nel contesto internazionale, a salvaguardia dei più deboli e oppressi e dei diritti umani».

 

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Il 73% dei cittadini di 10 Paesi europei vuole la messa al bando dei “killer robots”

13.11.2019 – Rete Italiana per il Disarmo

Il 73% dei cittadini di 10 Paesi europei vuole la messa al bando dei “killer robots”

Tre italiani su quattro sono contrari a queste armi. Nei prossimi giorni a Ginevra si deciderà quale percorso internazionale intraprendere per norme che vietino le armi completamente autonome.

Il 73% degli intervistati da YouGov (in un sondaggio per la “Campaign to Stop Killer Robots” in 10 differenti Paesi europei vuole che i propri governi “lavorino per un divieto internazionale sui sistemi letali di armi autonome (LAWS)”. Solo il 13% degli intervistati si dice contrario a tale divieto.

L’opinione pubblica italiana è tra quelle maggiormente a favore di una messa al bando dei “killer robots”: il 75% degli intervistati (cioè 3 italiani su 4) vorrebbero che l’Italia diventasse protagonista nella creazione di norme internazionali e solo il 12% esprime contrarietà per questa opzione (circa il 13% non esprime opinione). Un sostegno diffuso sia a livello territoriale (la messa al bando è voluta dal 77% nel Nord Ovest, dal 78% nel Centro, dal 74% nel Sud e nelle Isole, con solo una minima flessione nel Nord Est comunque al 70%) sia a livello generazionale (la richiesta di una messa al bando cresce gradualmente con l’età: dal 69% per gli under 24 al 78% per gli over 55). I risultati di questo sondaggio dimostrano una  preoccupazione per il tema in continua crescita (indagini analoghe nel 2017 e 2018 avevano visto un’opposizione ai killer robots inferiore al 60%) e in linea con quanto già evidenziato da un sondaggio approfondito e specifico condotto da IRIAD Archivio Disarmo a marzo 2019 che mostrava una contrarietà verso le armi autonome da parte del 70% degli italiani.

“Ancora una volta i dati dimostrano che l’opinione pubblica è dalla nostra parte nel chiedere la messa al bando delle armi autonome e nell’evitare che decisioni di vita o di morte siano lasciate a macchine o a qualsiasi forma di intelligenza artificiale, non in grado di assolvere a tale compito secondo principi etici e di umanità – sottolinea Francesco Vignarca coordinatore di Rete Disarmo – Dobbiamo mantenere un controllo umano significativo sull’uso della forza e chiediamo che il Governo italiano sia in prima fila nella elaborazione di norme internazionali in tale direzione”. Una richiesta che trova l’appoggio degli italiani anche al di là delle appartenenze politiche. Secondo il sondaggio appena realizzato, infatti, la richiesta di sostegno ad un percorso di messa al bando è sostenuta da oltre il 76% dell’elettorato del Movimento 5 Stelle, da oltre l’81% di quello del Partito Democratico, da circa il 75% degli elettori di Italia Viva e da ben il 91% dei simpatizzanti di Liberti e Uguali. Ma il sostegno è esplicito non solo per quanto riguarda le forze dell’attuale maggioranza governativa: anche il 65% dell’elettorato della Lega con Salvini, il 71% di quello di Fratelli d’Italia e ben l’81% dei sostenitori di Forza Italia sono a favore.

Un motivo in più per chiedere a Governo e Parlamento di agire prontamente sia a livello nazionale che internazionale.

Dal 2014 più di 90 stati si sono incontrati otto volte alla Convenzione sulle armi convenzionali (CCW) delle Nazioni Unite a Ginevra per discutere delle gravi minacce per l’umanità poste dalle armi autonome letali (LAWS) note anche come “killer robots”. Alla riunione annuale della CCW del prossimo 15 novembre, gli Stati decideranno i loro prossimi passi per far fronte alle crescenti preoccupazioni sul consentire alle macchine, piuttosto che agli umani, di prendere decisioni di vita o di morte in conflitto. Già 30 Stati hanno espresso l’intenzione di negoziare un nuovo Trattato per vietare completamente questi sistemi d’arma, mentre sono decine (tra cui l’Italia) i Paesi che hanno espresso l’urgente necessità di elaborare norme per mantenere un significativo controllo umano sull’uso della forza. I colloqui diplomatici sono stati incaricati di raccomandare “opzioni” sulla risposta normativa appropriata, ma devono ancora produrne uno a causa dell’opposizione delle maggiori potenze militari, in particolare la Russia e gli Stati Uniti.

La coordinatrice internazionale della della Campaign to Stop Killer Robots (di cui fa parte anche Rete Disarmo) Mary Wareham ha dichiarato: “I nuovi risultati del sondaggio confermano ciò che abbiamo detto ai leader politici di questi Paesi europei: l’opinione pubblica sostiene fermamente la nostra richiesta di vietare i robot killer! Dunque è arrivato il momento di trasformare la retorica politica in una leadership concreta che avvidi i negoziati su un Trattato per vietare le armi completamente autonome. Una rapida azione normativa è essenziale per garantire che l’umanità mantenga un controllo significativo sull’uso della forza in conflitto”.
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Nota: il sondaggio è stato commissionato dalla “Campaign to Stop Killer Robots” e condotto da YouGov nell’ottobre 2019. Agli intervistati in dieci Stati europei è stato chiesto, “Pensi che il tuo Paese dovrebbe lavorare per un bando internazionale sulle armi autonome?”. La dimensione del campione di riferimento è stata di 1.000 intervistati (Tranne per la Germania con  2.000 e per Svizzera e Irlanda con 500).
Maggiori informazioni:
In Italia la campagna per la messa al bando delle armi completamente autonome vede tra i suoi membri la Rete Italiana per il Disarmo (RID) e l’Unione Scienziati per il Disarmo (USPID).

Il colpo di stato in Bolivia

Bolivia: vincono squadracce e oligarchia bianca con l’aiuto degli Usa

La Paz ieriLa Paz ieri

© LaPresse

Roberto LiviIl Manifesto

EDIZIONE DEL12.11.2019

PUBBLICATO11.11.2019, 23:59

È un colpo di stato fascista quello che ha costretto alle dimissioni e alla fuga il presidente boliviano Evo Morales. Un colpo di stato d’estrema destra orchestrato da una destra populista, bianca e oligarchica, con la connivenza aperta degli Stati uniti.

Come ben racconta l’ inchiesta «The Us embassy in La Paz continues carrying out covert actions in Bolivia to support the coup d’état against the bolivian president Morales» del sito Behind Back Door del 19 ottobre scorso – e che, con l’appoggio determinante di polizia e Forze armate, ha abbattuto il miglior governo che il paese abbia mai avuto.

Per «il bene della Bolivia» e per evitare uno spargimento di sangue, sia Evo Morales sia il suo vice Alvaro García hanno rinunciato all’incarico dopo che da giorni squadracce dei cosiddetti comitati civici di Santa Cruz e Potosí e i “motoqueros” di Cochabamba hanno bastonato, rapito e torturato indigeni e membri del Movimento al socialismo (Mas) e del governo, e assaltato e incendiato sedi del Mas e abitazioni di personalità del partito e del governo, compresa l’abitazione di Morales.

Ancora una volta si dimostra che in America latina le forze preposte alla difesa della democrazia e dello stato di diritto sono invece al servizio di un’oligarchia e dell’impero nordamericano. È un copione già seguito dai golpe contro Arbens in Guatemala, nel Cile di Allende, con l’operazione Condor in Argentina, poi con Chavez in Venezuela. Prima una campagna nazionale e internazionale di accuse mai provate ma diffuse dai media. Poi una seconda fase di agitazione di classi medie che prepara l’intervento finale dei militari. Ci eravamo augurati e illusi che fosse roba del secolo passato. Questo «muro» invece non cade.

Ancora una volta vi è un mondo che si definisce democratico che applaude la caduta di Evo Morales per mano di tali turbe violente e razziste. E sostiene che è stata debellata una «gigantesca frode» organizzata «da una dittatura» che in tredici anni di governo ha abbassato l’indice di la povertà dal 38% al 18%, ha dimezzato la disoccupazione e ha portato il salario minimo da 60 a 310 dollari. Che ha usato le risorse naturali per finanziare salute e scuola. Che ha ridato dignità alle popolazioni indigene, coyas e aymarás, da cui proviene anche il presidente deposto. Un mondo «democratico» che ha bisogno di essere difeso da squadracce come quelle di Fernando Camacho, Bibbia in mano e conti a Panama – come fu dimostrato dai Panama Papers.

Ancora una volta, purtroppo, le Forze armate in America latina hanno deciso che la pace si ottiene difendendo i diritti di una minoranza e dell’impero del nord.
Evo Morales è stato votato da più del 47% dei boliviani. Voti che ora non sarebbero validi a causa di quella che chiamano la «gigantesca frode» decisa e sbandierata ancor prima delle elezioni dai Camacho e Mesa (il secondo arrivato a dieci punti di distanza da Morales) e poi confermata – ma senza prove – dai tecnici dell’Oea, l’Organizzazione degli Stati americani, praticamente il «ministero delle colonie Usa», peraltro invitati dallo stesso Morales. Ora con l’arresto in massa dei membri dei tribunali elettorali, non vi è dubbio che le prove salteranno fuori. I torturatori della Cia hanno fatto scuola.

Non bisogna essere grandi analisti per prevedere il ritorno del Fondo monetario internazionale e delle grandi multinazionali. Il litio e gli idrocarburi non serviranno a finanziare politiche sociali ma finiranno in poche mani come nei secoli scorsi accadde ad argento e stagno. Sarà il ritorno alla vecchia Bolivia dei cento golpe, dello sfruttamento e dell’emarginazione delle popolazioni indigene. Ma dove il seme lasciato da Morales non scomparirà.