Battesimo della rete nazionale Molto+di194 alla Camera dei Deputati

29.09.2018 Redazione Italia

Battesimo della rete nazionale Molto+di194 alla Camera dei Deputati
(Foto di https://www.facebook.com/pulsa.tilla.5)

Il 28 settembre 2018, nella Giornata internazionale per l’aborto libero e sicuro, la Rete Nazionale Molto+di194 ha tenuto alla Camera dei Deputati la conferenza “Non tornare indietro: molto più di 194!” per richiamare l’attenzione sull’attuale realtà in Italia, dove la prevenzione dell’aborto attraverso la contraccezione non è oggetto di politica nazionale, né lo è la rimozione degli ostacoli all’aborto sicuro. Le Regioni cominciano ad attivarsi, come dimostrano i casi recenti di Emilia Romagna, Piemonte e Toscana, ma senza una regia nazionale.

Assordante il silenzio del governo su questa materia, che dovrebbe riguardare l’ordinaria amministrazione della salute pubblica e non interventi straordinari implicati in “programmi di governo”. Sono infatti le leggi esistenti a prescrivere l’accesso alla contraccezione, a promuovere la salute sessuale anche attraverso i consultori e a garantire alle donne la possibilità di abortire con il metodo più sicuro per la loro salute e sulla base della propria scelta.

Nessun riscontro è arrivato dal Ministero della Salute in merito alle oltre 63.000 firme raccolte dal Comitato per la Contraccezione Gratuita e Responsabile tra dicembre e febbraio scorsi. Non un cenno di risposta alla richiesta di interlocuzione formulata dalla Rete Nazionale Molto+di194 con la conferenza di oggi, che interpellava la Ministra sulla possibilità di deospedalizzare l’aborto farmacologico e di estendere il limite del ricorso a 63 giorni, come prescrive l’Agenzia Europea del Farmaco e come, paradossalmente, è indicato nel bugiardino del farmaco pubblicato proprio sul sito dell’Agenzia Italiana del Farmaco. Il limite di 49 giorni fissato dalle linee guida nazionali costituisce un vero e proprio muro per le donne che preferirebbero questo metodo e per gli operatori che vorrebbero poter adeguare la prassi ospedaliera ai protocolli più aggiornati.

Si stanno muovendo le Regioni e la conferenza di oggi ne dà notizia.

Dice Elena Castelli, funzionaria del Servizio Assistenza Territoriale della Direzione Generale Cura della persona, salute e welfare della Regione Emilia-Romagna: “Noi siamo partiti quest’anno con la contraccezione gratuita per i giovani fino a 26 anni e donne da 26 a 45 anni con difficoltà economica nel post parto o nel post IVG, per tutelare la salute sessuale e riproduttiva e anche la loro fertilità. L’intervento è economicamente sostenibile: la spesa è inferiore a quella che avevamo preventivato anche se un quadro definitivo potremo averlo nel prossimo anno.”

In Toscana un tavolo regionale composto da consigliere e consiglieri, rappresentanti di associazioni, legali, rappresentanti delle ASL e la presidente della Commissione Pari Opportunità ha elaborato un documento che ha in oggetto la contraccezione gratuita per tutti e tutte e la deospedalizzazione dell’aborto farmacologico. La Regione Toscana è stata la prima a formalizzare linee guida che prevedono l’aborto farmacologico in day hospital e ora si chiede che, come previsto dalla legge, lo si possa effettuare in ambulatori convenzionati e consultori attrezzati. Il documento verrà consegnato in questo giorni alla Giunta, con l’auspicio che venga preso in seria considerazione e venga predisposta la delibera attuativa.

Anche in Lombardia ci si attiva per togliere l’obbligo di ricovero ospedaliero di tre giorni per l’aborto farmacologico. Lo annuncia Paola Bocci, consigliera regionale PD, che ha ottenuto dall’Assessore al Welfare Giulio Gallera un pubblico impegno in questo senso.

L’invito a ragionare insieme di educazione sessuale, riproduzione, contraccezione e aborto – temi vitali nella quotidianità di tutti e tutte – è stato raccolto alla da alcune parlamentari che fanno parte della XII Commissione Permanente Affari Sociali, intervenute alla conferenza.

L’Onorevole Giuditta Pini, PD, intende presentare una proposta di legge per assicurare la contraccezione gratuita ai giovani sotto i 24 anni e a partire dai 24 anni alle persone in condizioni di difficoltà economica.

L’Onorevole Elena Carnevali, PD, propone una interrogazione parlamentare per chiedere al Ministero della Salute di uniformare le linee guida nazionali sull’aborto farmacologico alle prescrizioni già presenti sul sito dell’Aifa nel foglio illustrativo del mifepristone, e si impegna a proporre la gratuità dei mezzi contraccettivi nei Livelli Essenziali di Assistenza in corso di aggiornamento.

L’Onorevole Gilda Sportiello, M5S, auspica la gratuità della contraccezione ordinaria e il rafforzamento dei consultori che devono mantenere la loro laicità. Inoltre si sta adoperando perché i mezzi contraccettivi di emergenza vengano inseriti, nell’ambito della Farmacopea Ufficiale, nell’elenco dei farmaci da tenere obbligatoriamente in farmacia, così che le donne possano fare affidamento sulla loro disponibilità.

In una nota, Alessandro Capriccioli, capogruppo di “+Europa Radicali” al Consiglio Regionale del Lazio, dichiara: “Condividiamo le istanze della Rete Nazionale Molto+di194, sia nella richiesta di contraccezione gratuita in sostegno del diritto alla salute sessuale e riproduttiva di donne e uomini, sia in quella della facilitazione nell’accesso al metodo abortivo più adatto alla donna che ne fa richiesta. A questo proposito, stiamo preparando una proposta di legge regionale, nel Lazio come in Lombardia, che disciplini l’adeguata applicazione della legge sull’IVG. Perché la battaglia per i diritti delle donne è tutt’altro che conclusa, e va combattuta a tutti i livelli”.

La registrazione video dell’intera conferenza, a cura di Radio Radicale, è disponibile all’indirizzo

https://www.radioradicale.it/scheda/552768/non-tornare-indietro-molto-piu-di-194

Per maggiori informazioni visita il sito https://moltopiudi194.wordpress.com/

Proteste globali presso gli uffici di BNP Paribas: basta sostegno alla produzione di armi nucleari!

28.09.2018 – Amsterdam – Paesi Bassi PAX

Quest’articolo è disponibile anche in: Inglese

Proteste globali presso gli uffici di BNP Paribas: basta sostegno alla produzione di armi nucleari!

Don’t Bank on the Bomb, un progetto in collaborazione con ICAN, ha approfittato della Giornata internazionale per l’eliminazione totale delle armi nucleari per esortare BNP Paribas a ritirare il suo sostegno di 8 miliardi di dollari alle aziende produttrici di armi nucleari. La produzione di armi nucleari sarà presto illegale, ai sensi del diritto internazionale, quando entrerà in vigore il Trattato sulla proibizione delle armi nucleari.

Proteste simultanee hanno avuto luogo oggi in più di una dozzina di paesi. Questa giornata d’azione globale ha esortato BNP Paribas a far sì che la sua politica conti e a smettere di investire nei produttori di armi nucleari. Sebbene BNP Paribas abbia una politica che limita gli investimenti in aziende associate alla produzione di armi nucleari, negli ultimi 4 anni ha fornito 8 miliardi di dollari di finanziamenti a 16 aziende produttrici di armi nucleari.

“La “Banca per un mondo che cambia” ha l’opportunità di realizzare cambiamenti reali e contribuire a un mondo libero dal nucleare”, ha detto Beatrice Fihn, direttore esecutivo di ICAN. “Stanno investendo in armi che sono disumane e violano il diritto umanitario e le leggi della guerra. Non sono né un investimento solido né etico”.

Susi Snyder di Pax, che gestisce la giornata globale di azione con ICAN, ha detto: “BNP dovrebbe pubblicare immediatamente la propria lista di esclusione e aumentare la trasparenza su dove stanno e dove non stanno investendo. Un leader in investimenti sostenibili non dovrebbe avere nulla da nascondere”.

Il Trattato sulla proibizione delle armi nucleari, che è stato adottato dall’ONU nel luglio 2017 ed entrerà in vigore non appena altri 31 Stati si uniranno ai 19 che l’hanno già ratificato, vieta qualsiasi tipo di assistenza alla produzione o alla fabbricazione di armi nucleari, compreso il finanziamento delle imprese coinvolte.

“Se BNP Paribas vuole un reale cambiamento nel mondo, dovrebbe stabilire la sua politica facendo riferimento alla completa proibizione di tutte le forme di assistenza alle armi nucleari in accordo al Trattato delle Nazioni Unite sulla proibizione delle armi nucleari”, ha detto la signora Snyder.

Le proteste di oggi (ieri, n.d.r.) hanno invitato BNP Paribas a:

  1. Aumentare la trasparenza. BNP Paribas utilizza un elenco di società controverse per evitare investimenti. Tuttavia, questa lista è privata. Come primo passo, BNP Paribas dovrebbe rendere pubblica questa lista.
  2. Stabilire la politica. BNP Paribas ha già una politica che limita gli investimenti in società associate alla produzione di armi nucleari. Tuttavia, la politica è un fallimento. Può essere stabilita cambiando il riferimento dal Trattato di Non Proliferazione (che permette loro di investire in società associate agli arsenali di Cina, Francia, Russia, Regno Unito e Stati Uniti) al Trattato sul divieto di armi nucleari (in modo che non possano investire in alcuna società associata alle armi nucleari, ovunque), e applicando tale politica a tutti i prodotti e i servizi finanziari che offre, incluse cose come la gestione patrimoniale.
  3. Cessione. BNP Paribas ha una serie di investimenti a lungo termine in aziende produttrici di armi nucleari, e disinvestire completamente può richiedere tempo, ma può annunciare che non parteciperà ad alcuna nuova relazione finanziaria con aziende produttrici di armi nucleari e che aumenterà il livello di impegno con le aziende attuali per incoraggiarle a smettere di produrre componenti chiave per le armi nucleari.

Maggiori informazioni sono disponibili al seguente indirizzohttps://bnp-divest.org

Traduzione dall’inglese di Matilde Mirabella

Alessandro Capuzzo: in marcia per un Mediterraneo libero da armi nucleari

27.09.2018 Olivier Turquet

Alessandro Capuzzo: in marcia per un Mediterraneo libero da armi nucleari
Alessandro Capuzzo (terzo da destra) a Firenze alla riunione della Marcia Mondiale (Foto di Alessandra L’Abate)

Alessandro Capuzzo, del Comitato Danilo Dolci di Trieste parteciperà Sabato 29 Settembre al convegno “Mediterraneo Nonviolenza, Pace” a Palermo con una comunicazione sui Porti Denuclearizzati.

Puoi anticipaci qualcosa della tua comunicazione?

Certo. Il mio intervento si basa innanzitutto sulla posizione dell’ONU. Dopo l’approvazione e la conseguente, assai probabile entrata in vigore del “Nuclear Ban Treaty”, il nuovo trattato di proibizione delle armi nucleari siglato da 122 Paesi, il sogno di giungere a un Mediterraneo denuclearizzato inizia a toccarsi con mano. In questo senso, in vista del passaggio delle 2ª Marcia Mondiale per la Pace e la Nonviolenza, si sta cercando di costruire una Campagna per una Conferenza di dnuclearizzazione, analoga a quanto realizzato in diversi continenti finora. Al Convegno porterà la sua testimonianza su video Carlos Umaña di ICAN (Coalizione Premio Nobel per la Pace 2017) che ci parlerà del Trattato di Tlatelolco, motore della Nuclear Free Zone di Sudamerica e Caraibi.

Cogliendo questa opportunità e ricordando la situazione della mia città d’origine, Trieste, giuridicamente vincolata al mandato ONU del suo Territorio libero (anni 1947-54) intervengo riproponendo Con una lettera al Segretario generale Guterres la questione della demilitarizzazione e neutralità, prevista per Trieste e territorio limitrofo dal Trattato di Pace con l’Italia (1947) recepito dalle Nazioni Unite (risoluzione n°16). Lo stesso Trattato che imponeva la demilitarizzazione italiana della Sicilia. La nuova Agenda per il Disarmo del Segretario Antonio Guterres fornisce uno strumento di dialogo su questi temi attraverso il quale potersi interfacciare con l’Istituzione.

Il Porto franco internazionale triestino è stato anche punto di partenza per materiale bellico verso gli Emirati Arabi Uniti, parte della coalizione a guida saudita che ha invaso lo Yemen, condannata dalle Nazioni Unite; l’uso di bombe italiane sulle aree civili in Yemen configura un crimine di guerra. La Legge italiana 185/‘90 proibisce le esportazioni di armamenti verso paesi in conflitto, in contrasto coi principi della Costituzione.

L’idea forza del convegno è quella di lavorare per la realizzazione del Mediterraneo come zona libera da armi nucleari: come si sviluppa questa idea, in che ambito e a che punto stiamo?

I Paesi della sponda mediterranea Europea più Turchia Siria e Israele – mar Nero a parte – non accettano il nuovo Trattato e aderiscono alla filosofia nucleare dominante nel Consiglio di Sicurezza ONU. Quelli di sponda Sud e Medioriente (anche quelli ora in guerra) hanno invece aderito, Iran compreso. Sta a noi costruire con tutti, il dialogo necessario, impostando un lavoro di ricerca e azione caro al professor Alberto L’Abate; per pervenire ad Ambasciate di pace su questi temi nei Paesi interessati.

A livello locale, abbiamo proposto fin dalla Conferenza di istituzione del “Nuclear Ban Treaty” l’inizio di studi per la denuclearizzazione dei porti e delle basi nucleari, portando ad esempio per la zona di Trieste la sussistenza di due porti nucleari militati di transito, a Trieste e Koper-Capodistria in Slovenia, e la presenza di una Scuola di Prevenzione nucleare dell’Agenzia atomica di Vienna, proprio nel Golfo triestino presso Miramare.

Questi studi potrebbero ovviamente essere utili a tutti se svolti nell’ottica della denuclearizzazione prevista dal Trattato per il Bando al Nucleare. Per questo abbiamo invitato al Convegno palermitano rappresentanti del porto nucleare militare di Augusta, dei Comitati NoMuos di Niscemi e della ex base dei missili nucleari Cruise di Comiso. Anche a testimonianza quest’ultima, di una vittoriosa battaglia nonviolenta svoltasi negli anni ottanta, che ottenne la completa riconversione ad uso civile della base, ora divenuta aeroporto e intitolata a Pio La Torre, cha anche per questo con ogni probabilità fu ucciso dalla mafia, dopo una iniziativa contro i missili atomici cui parteciparono un milione di persone.

Si sta aprendo strada l’idea di riappropiarsi del “mare nostrum” come luogo di incontri invece che di scontri. Un’idea cara a Danilo Dolci…

Mare Nostrum, un nome di cui si prova una certa nostalgia oggi, quando la missione omonima a soccorso dei migranti nel Canale di Sicilia è stata sostituita da Frontex e si sta impedendo il soccorso internazionale ai naufraghi nel Mediterraneo. Noi del Comitato pace e convivenza Danilo Dolci e di Mondosenzaguerre Trieste, stiamo assistendo in parallelo alla ripresa della rotta balcanica dei migranti, in presenza di politiche purtroppo analoghe prese dalla Regione, cui corrisponde una sensibilità molto scarsa da parte Slovena, per non parlare dell’approccio apertamente violento della polizia croata.

Sicuramente Danilo Dolci, nato presso Trieste a Sežana da padre italiano e madre slovena (con quel che di razzistico poteva significare in era fascista) si sarebbe occupato di migrazioni al giorno d’oggi. Ma tornando all’argomento dell’intervista, la sua figura rappresenta uno snodo nonviolento fondamentale per la 2ª Marcia Mondiale Pace che entrerà in Italia a febbraio 2020 da Trieste e ne uscirà da Palermo, dove Danilo ha lottato. Anch’egli si occupò di nucleare, rispetto la base di sottomarini americana a La Maddalena in Sardegna, dove accadde un incidente militare importante.

È storia lo scontro nello Ionio fra la portaerei Kennedy e un incrociatore, ambedue a propulsione nucleare e probabilmente con armi di distruzione di massa a bordo. Come pure la perdita di un paio di bombe nucleari da un aereo in volo presso Palomares in Spagna, con gravi contaminazioni a terra e un ordigno mai ritrovato in mare.

Bosnia, il fronte diviso dei partiti civici

26.09.2018 East Journal

Bosnia, il fronte diviso dei partiti civici
Željko Komšić

“Ma esiste un’alternativa?”. Chi si imbatte per la prima volta nella politica della Bosnia Erzegovina rivolge facilmente questa domanda. È dalle prime elezioni post-comuniste del 1990 che i partiti su base etnica dominano la scena, e si apprestano a farlo anche nel voto del prossimo 7 ottobre. Le forze cosiddette “civiche”, ovvero quelle si proclamano rappresentanti di tutti i cittadini indipendentemente dall’appartenenza etnica, sono quasi sempre rimaste ai margini. Solo in due mandati, nel 2000-2002 e 2012-14, un partito civico ha partecipato al governo statale in misura rilevante: il Partito Socialdemocratico (SDP), che però in entrambi i casi dovette comunque allearsi con partiti etno-nazionali, frustrando le aspettative di cambio della base. Inoltre l’SDP conobbe vari problemi interni – clientelismo, corruzione, mancato ricambio dei vertici – che ne determinarono il fallimento.

Da lì è iniziata la frammentazione della sinistra bosniaca, oggi scissa in tre: quello che resta dell’SDP, ormai depurato della vecchia leadership; il Fronte Democratico (DF), che si scisse dai socialdemocratici nel 2012 in protesta contro la deriva autocratica del partito; e l’Alleanza Civica (GS), che si separò dal DF nel 2016 per dissidi di leadership. E c’è un quarto partito civico, che in parte fa storia a sé: Naša Stranka (“Il Nostro Partito”, NS), creato nel 2008 da esponenti di società civile e classe media urbana, con una natura più centrista liberale che socialista.

Guardando i programmi elettorali, le differenze ideologiche tra i primi tre partiti sono minime, anche se c’è qualche differenza di priorità. L’SDP, in linea con il recupero della tradizione, dà più enfasi a temi sociali: aumento del salario minimo, sanità per tutti, tassa sul lusso, più investimenti pubblici per lavoro e servizi. DF e GS pongono il focus sulla questione istituzionale, sullo “stato civico” da contrapporre ad “apartheid” e “discriminazione” dei popoli costitutivi, e sulla lotta contro le ingerenze dei partiti nell’amministrazione. Naša Stranka si distingue mettendo come primo punto l’integrazione euroatlantica e proponendo la liberalizzazione dei servizi sociali nonché, unica a farlo, l’equiparazione delle prestazioni tra disabili ex-combattenti e disabili civili, un tema controverso nella società.

Naša Stranka si conferma il tipico partito liberale urbano, con quadri ben istruiti e formati di norma all’estero, e scarso radicamento popolare. Una volta dal DF commentarono sprezzanti a questo proposito che “la Bosnia non va da Marijin Dvor al Ponte delle Capre”, ossia i confini del centro di Sarajevo. Anche SDP, GS e DF mostrano un’importante limitazione territoriale, giacché si presentano in modo consistente solo nelle zone più urbanizzate della Federazione, ma restano residuali nelle zone rurali e quasi assenti nella Republika Srpska e nell’Erzegovina sud-occidentale.

Prove di riunificazione

A partire dalle elezioni amministrative del 2016 si sono succeduti molti appelli, provenienti in particolare dal mondo intellettuale, che chiedevano una riunificazione delle forze civiche o quantomeno un accordo di minima. Quest’ultimo si sarebbe dovuto centrare sulla riforma del sistema elettorale, dunque sulla piena applicazione della sentenza Sejdić-Finci – che condanna la discriminazione dei non appartenenti alle tre comunità etno-nazionali dominanti. D’altronde si tratta non solo di una questione di principio, ma di vera e propria sopravvivenza politica: il mantenimento dello status quo o addirittura il rafforzamento del criterio etnico-territoriale che richiede l’HDZ (nazionalisti croati) e che potrebbe essere approvato nella prossima legislatura, renderebbe sempre più difficile l’elezione di rappresentanti civici.

Le pressioni di intellettuali e delle basi dei partiti per una riunificazione si sono manifestate con maggior vigore nei primi mesi del 2018, di fronte a quello che molti chiamano un rischio storico in vista delle elezioni di ottobre: la possibilità che Milorad Dodik e Dragan Čović, i leader del nazionalismo serbo e croato, possano occupare due dei tre posti della presidenza statale e portare la loro sinergia autonomista – o secessionista – fino a esiti imprevedibili. Tutto questo in un momento internazionale delicato, vista l’intersezione tra la crisi della legittimità UE, lo slittamento continuo del processo di adesione e la crescita di tensioni nell’area post-jugoslava.

A marzo un accordo pan-civico sembrava molto vicino ma saltò, più per questioni di struttura che di sostanza politica. L’SDP, erede della Lega dei Comunisti dell’era jugoslava, temeva di perdere la propria storia ultracentenaria e un’infrastruttura ancora discretamente radicata. Il Fronte Democratico non era disposto ad accettare altro candidato alla presidenza collettiva che non fosse il proprio leader, Željko Komšić. Un po’ a sorpresa l’Alleanza Civica appoggiava in pieno l’opzione Komšić, ma lanciava bordate avvelenate contro l’SDP che contribuivano a minare il riavvicinamento, mentre Naša Stranka se ne chiamava fuori.

Il fattore Komšić

Questo istinto di autoconservazione spiega dunque perché il 7 ottobre sulle schede elettorali ci saranno tre candidati civici alla presidenza statale collettiva, che implicheranno una dispersione del voto non-nazionalista: Željko Komšić (DF-GS) e Boriša Falatar (Naša Stranka) per il rappresentante croato e Denis Bečirović (SDP) per quello musulmano. Komšić è molto probabilmente l’unico dei tre ad avere qualche chance di vittoria. Un recente sondaggio pubblicato dal giornale online Klix – numeri però da prendere con le pinze, per la sopravvalutazione dell’elemento urbano e l’assenza di monitoraggio sul voto per posta, lo mostra in parità con il favorito Dragan Čović.

Come si è visto più volte Komšić, che già vinse le elezioni del 2006 e del 2010 grazie soprattutto al sostegno dei bosgnacchi e dei “non dichiarati”, è accusato dall’HDZ di non essere un rappresentante autentico della popolazione croata, in particolare di quella erzegovese. La candidatura di Komšić mette a nudo le contraddizioni del sistema post-Dayton e il suo risultato avrà in ogni caso ripercussioni. Difficile fare previsioni: da una parte Komšić gode ancora di grande credibilità tra gli elettori non-nazionalisti e, anche per il suo passato di combattente dell’esercito bosniaco, tra i bosgnacchi disillusi dai “propri” nazionalisti. Dall’altra parte, il fatto che si presenti per la terza volta crea una certa stanchezza nel pubblico. Inoltre, anche tra i civici c’è chi ha visto la candidatura come una provocazione che potrebbe portare nuove tensioni.

È per questo che Naša Stranka ha opposto un proprio candidato per il posto croato della presidenza, Boris Falatar, un quarantenne economista ex-ONU che il suddetto sondaggio dà appena al 2%. Questi, in alcune interviste, ha accusato Komšić di essere troppo aggressivo, un “freno al cambio” che in otto anni non ha ottenuto risultati e che ha “perso l’equilibrio tra civico e nazionale”. Falatar ha rincarato la dose contro i due leader dell’Alleanza Civica, Emir Suljagić (l’autore di Cartolina dalla fossa sopravvissuto al genocidio di Srebrenica) e Reuf Bajrović, chiamati “piccoloborghesi con retorica d’odio” verso i croati. Da giorni volano stracci tra questi partiti, che arrivano persino a Bruxelles poiché nel frattempo Naša Stranka si è lamentata con l’ALDE (il Partito dei Liberali Europei a cui appartiene) per avere mostrato sostegno al candidato del DF anziché al proprio.

Così facendo, i partiti civici danno segni di nervosismo e debolezza: rafforzano l’attenzione sull’identità etnica invece di smorzarla, appaiono rassegnati a strappare le briciole al vicino (e dunque, probabilmente, un elettorato già orientato in senso civico) invece di cercare consensi in altri settori.

Poche speranze, infine, dovrebbe avere anche Denis Bečirović dell’SDP, che nella lista bosgnacca sembra staccato dai favoriti Džaferović (SDA) e Radončić (SBB). Bečirović, 43 anni, è un instancabile attivista parlamentare: alcuni dicono sia stato il recordman di disegni di legge e interrogazioni presentate in aula. Ma il carisma necessario per conquistare i voti appare un po’ freddo. Bečirović bene rappresenta lo stato dell’SDP nel quale, dopo la batosta del 2014 e il massiccio turnover al vertice, la maturazione della nuova leadership avanza un po’ lenta. Là fuori, invece, i protagonisti dell’etno-crazia continuano a correre a tutta birra.

Questo articolo è stato originariamente pubblicato da OBC Transeuropa

Diaspore, una nuova narrativa positiva sulle migrazioni

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25.09.2018 Dario Lo Scalzo

Diaspore, una nuova narrativa positiva sulle migrazioni
(Foto di Pressenza)

Roma, 25 settembre 2018 – Presso la Sala Stampa dell’Agenzia DIRE, ha preso il via la seconda edizione del Summit nazionale delle diaspore un progetto finanziato dall’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo, dalle Fondazioni For Africa Burkina Faso e dalla Fondazione Charlemagne.

“Esserci, conoscersi, costruire” è lo slogan del Summit durante il quale è stata lanciata una nuova progettualità che, a conferma della bontà della prima edizione del 2017, rappresenta un’ulteriore opportunità di avvicinamento, d’incontro e d’inclusione tra le diaspore e le istituzioni italiane, l’associazionismo, la cooperazione, il mondo imprenditoriale migrante e la società civile.

I relatori presenti hanno tutti evidenziato l’importanza di valorizzare il dialogo, di far crescere le sinergie tra le diaspore e la cooperazione italiana, di costruire dei ponti tra le realtà migranti e la comunità locale.

Il progetto mira a rafforzare le conoscenze e le competenze delle diaspore. S’impegna a lavorare affinché quest’ultime possano avere una rappresentanza inclusiva e attiva nella Cooperazione italiana allo sviluppo.

In questo contesto, la sfida, parola citata a più riprese dagli intervenenti, è quella di dar vita ad una nuova narrativa positiva sulle migrazioni. Una sfida che deve essere raccolta in primis dagli organi di stampa così come è stato sottolineato dalla Dottoressa Tatiana Esposito (Direttore Generale dell’Immigrazione e delle Politiche di Integrazione).

Una sfida per la stampa e, aggiungiamo noi, una sfida all’onestà del mondo politico.

Bisogna resettare operando per ridurre il gap tra percezione dell’opinione pubblica e realtà. Bisogna raccontare utilizzando fonti trasparenti disponibili a tutti quanti. Sono oltre 1.200 le associazioni migranti; esistono dati importanti sulla partecipazione dei migranti al mercato del lavoro, sulle nuove generazioni di migranti. Una realtà che narra di storie d’integrazione, di storie positive che impattano proficuamente anche nella comunità accogliente e sul territorio italiano.

Costruire insieme dunque, dopo essersi conosciuti. Per tali ragioni il progetto ha programmato incontri territoriali, giornate di formazione, eventi culturali, forniture di assistenza tecnica nell’ambito della cooperazione allo sviluppo. Strumenti che devono facilitare un percorso di empowerment delle diaspore e che di conseguenza possono accelerarne una reale integrazione.

In un’atmosfera di scambio propositivo e prospettico, in un clima di profondo credo nell’attivismo umano e sociale quasi stupisce l’intervento di Emanuela Del Re, vice ministra degli Affari Esteri. “La diaspora è casa”…“Facciamo casa insieme”…”Stiamo costruendo un tesoro, un conto in banca sociale, un capitale sociale e politico”…“Occorre sostenere il percorso di sviluppo” … “L’Italia è portatrice di valori importanti”… ecc.

Non ci resta che chiedersi se queste volontà dichiarate dalla vice ministra siano frutto di un desiderio personale o se mai troveranno un serio riscontro nelle politiche di chi sta governando che al contrario stanno chiaramente virando verso strategie ben dive

Migranti: Schlein, Decreto Sicurezza accrescerà i problemi invece di risolverli

24.09.2018 Elly Schlein

Migranti: Schlein, Decreto Sicurezza accrescerà i problemi invece di risolverli
(Foto di archivio Pressenza)

“Un decreto costruito più per finalità di propaganda che per gestire realmente il fenomeno migratorio. L’effetto pratico sarà quello di accrescere i problemi anziché risolverli. Salvini si riempie la bocca di sicurezza ma finora le sue scelte e la sua propaganda d’odio hanno contribuito di fatto a rendere le nostre strade meno sicure”.

Lo afferma la europarlamentare di Possibile Elly Schlein, relatrice della riforma del regolamento di Dublino per il gruppo dei Socialisti e Democratici, in merito al decreto sicurezza varato oggi dal governo.

“Innanzitutto – osserva Schlein – la scelta di affrontare l’immigrazione come un problema di sicurezza, tradisce una logica punitiva e la necessità per il governo Salvini-DiMaio di continuare ad usare l’immigrazione come leva propagandistica. La stretta sulla protezione umanitaria, oltre ad essere una scelta inumana, lascerà nell’irregolarità  e nelle strade persone vulnerabili; mentre con il ridimensionamento del sistema Sprar, un modello di eccellenza italiana che vengono a studiare dall’estero, Salvini dimostra che l’unico che vuole fare dell’accoglienza un ‘business’ è lui.

L’esperienza ha insegnato che l’unica buona accoglienza è quella diffusa sul territorio e in piccole soluzioni abitative su modello SPRAR, che prevede il pieno coinvolgimento dei sindaci, regolari appalti e trasparenza sulla rendicontazione dei fondi, oltre che adeguati controlli. Il decreto attacca le migliori esperienze d’integrazione a favore dei grandi centri d’accoglienza dove, lo constatiamo in ogni accesso e ispezione, si annullano i diritti delle persone e spesso s’infiltra il malaffare.

Il Premier Conte, nel ruolo che ormai gli è più congeniale, quello di spalla, ha tenuto a precisare che il decreto si muove in un quadro di assoluta garanzia dei diritti delle persone e dei Trattati. Un’affermazione bizzarra, visto che il decreto interviene riducendo alcuni diritti basilari propri di uno stato di diritto, come nel caso della sospensione della domanda di asilo per pericolosità sociale o condanna in primo grado di giudizio; o il raddoppio dei tempi di permanenza nei centri per il rimpatrio, di fatto una reclusione perpetrata in assenza di ipotesi di reato. Ho visitato il CPR di Brindisi proprio in questi giorni, ho visto un luogo terrificante di privazione delle libertà e disperazione in cui gli stessi migranti, in lacrime, mi hanno chiesto cos’hanno fatto per finire lì e hanno detto che sarebbe meglio il carcere.

Tagliare diritti e spese per l’integrazione non renderà più efficiente il sistema, ma darà modo al governo di mostrare i muscoli, a costo di violazioni evidenti dei principi costituzionali e dei Trattati internazionali. Violazioni che faremo valere in ogni sede – conclude Schlein – perché se si accetta oggi che qualcuno possa essere privato di diritti fondamentali, domani saranno i diritti di tutti ad essere minacciati”.

 

La solidarietà non è un crimine. Sei pescatori tunisini rimessi in libertà

23.09.2018 Melting Pot Europa

La solidarietà non è un crimine. Sei pescatori tunisini rimessi in libertà
(Foto di Twitter)

Il 30 agosto scorso, a Lampedusa, sei pescatori di Zarzis erano stati tratti in arresto con l’accusa di favoreggiamento all’immigrazione clandestina.

I Giudici del Tribunale del riesame di Palermo hanno deciso di revocare la misura cautelare della detenzione in carcere, rimettendo in libertà Chamseddine Bourassine, il quale, insieme al suo equipaggio formato da Lofti Lahiba, Farhat Tarhouni, Salem Belhiba, Bechir Edhiba e Ammar Zemzi, potrà lasciare il carcere di Agrigento e tornare a casa.

L’accusa gli è stata mossa a seguito del salvataggio di 14 persone, di cui almeno tre minori, che si trovavano in pericolo in mare. Le persone erano a bordo di una piccola barca in attesa di essere soccorse dalla guardia costiera italiana, ma il mancato intervento ha costretto i pescatori a prendere la decisione di rimorchiare la barca e trarre in salvo le persone. I sei pescatori hanno fatto quello che la legge del mare e le convenzioni internazionali impongono: salvare vite umane in pericolo.

Bourassine e i pescatori di Zarzis negli ultimi anni hanno salvato molte vite in mare e hanno anche recuperato diversi cadaveri. Una delle persone salvate ha dichiarato che non sarebbero sopravvissuti senza l’intervento dei pescatori.

Le immagini video pubblicate da Frontex mostrano come i pescatori trainino la barca e che l’equipaggio, prima di incontrare i 14 migranti, era impegnato nelle abituali attività di pesca.

Il film di Giulia Bertoluzzi “Strange Fish”, che il 16 settembre ha ricevuto un premio al Festival del documentario di Milano, racconta le attività di salvataggio messe in atto dell’associazione di pescatori di Zarzis, il cui presidente è Chamseddine Bourassine.

Inoltre, l’Associazione dei pescatori di Zarzis, insieme ad altre 65 organizzazioni particolarmente impegnate a salvare le persone in mare, ha ricevuto la candidatura per il Premio Nobel per la pace dal titolo “I diritti del Mediterraneo – Per il salvataggio umanitario marittimo delle persone migranti”.

I sei pescatori, all’indomani dell’arresto, hanno ricevuto solidarietà e sono state diverse le iniziative in Tunisia ma anche in Francia e in Italia, in cui erano presenti cittadini, sindacati e associazioni per chiederne il rilascio. Anche il governo tunisino si è rivolto al governo italiano affinché venissero liberati.

In una lettera inviata all’ambasciata italiana a Tunisi, gli altri pescatori dell’Associazione di Zarzis hanno scritto: “Quando incontriamo naufraghi in mare non pensiamo al colore della loro pelle, alla loro origine, alla loro religione e ancor meno se la Lega o il movimento a 5 stelle sono d’accordo o meno. Perché pensiamo solo a salvare vite umane, anche se dobbiamo sacrificare le nostre”.

Borderline Europe

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UNICEF: almeno 6.500 bambini uccisi in Yemen; preoccupazione per le nuove violenze a Hodeidah

22.09.2018 UNICEF

UNICEF: almeno 6.500 bambini uccisi  in Yemen; preoccupazione per le nuove violenze a Hodeidah

Dichiarazione del Direttore generale dell’UNICEF Henrietta Fore

22 settembre 2018 – “Le nuove violenze a Hodeidah rappresentano  l’ennesimo colpo agli sforzi di pace nello Yemen, un paese che scivola sempre più nel caos e nella miseria.  L’escalation di ostilità sta mettendo migliaia di bambini che vivono nella zona e nei dintorni a rischio imminente di essere feriti  o di morire. Gli attacchi aerei e i combattimenti a terra potrebbero anche portare a nuove ondate di sfollamenti e ad interruzioni nella fornitura di acqua potabile sicura.

Poiché l’accesso a beni e servizi essenziali è già fortemente limitato in gran parte dello Yemen, l’impatto di ulteriori violenze potrebbe essere catastrofico, con il porto di Hodeidah come punto critico di ingresso per le forniture umanitarie salvavita, il carburante e i beni commerciali da cui dipende gran parte del paese per la sopravvivenza.

Il mondo ha lanciato appelli forti e chiari affinché il porto sia risparmiato. Questi appelli devono essere onorati. Sono in gioco le vite di decine di migliaia di bambini. Non è troppo tardi per tornare al tavolo dei negoziati e riunirsi agli sforzi di pace dell’Inviato Speciale dell’ONU.

Almeno 6.500 bambini sono stati uccisi o feriti nello Yemen da quando il conflitto si è intensificato tre anni fa. Solo la pace può porre fine a questo spargimento di sangue. Fino a quando non arriverà, chiediamo alle parti la massima moderazione per risparmiare vite umane e consentire l’accesso umanitario”.

Open Arms partecipa a Palermo Pride: bisogna combattere ogni forma di discriminazione

22.09.2018 – Palermo Redazione Italia

Open Arms partecipa a Palermo Pride: bisogna combattere ogni forma di discriminazione

Oggi, sabato 22 settembre, ore 15:00: il sindaco di Dusseldorf Thomas Geisel, il sindaco di Palermo Leoluca Orlando e il Comandante dell’Astral Riccardo Gatti, si incontreranno al NH Hotel – Foro Umberto I per discutere di immigrazione e della difficile situazione di chi opera nel Mediterraneo Centrale.

Seguirà il corteo che partirà dal Foro Italico alle ore 15:30.

Ringraziamo gli organizzatori del Palermo Pride che quest’anno hanno voluto invitare organizzazioni non governative come Proactiva Open Arms, SOS Mediterranée e il Forum Antirazzista di Palermo a partecipare al corteo che si terrà domani nella città di Palermo.

Proactiva Open Arms ha aderito con grande entusiasmo al Palermo Pride per ribadire che la lotta contro ogni forma di discriminazione e di intolleranza è una battaglia che riguarda il futuro dell’Europa e di tutti i suoi cittadini e le sue cittadine. Crediamo sia importante, oggi più che mai, battersi per salvaguardare le istituzioni democratiche grazie alle quali è stato possibile costruire nell’ultimo secolo un’Unione Europea fondata sul diritto e sul rispetto della dignità umana.

Per questo domani sfileremo accanto alla comunità LGBT+, per ribadire che riconoscere e rispettare la libertà di scegliere e decidere della propria vita deve essere la base della nostra società, e che l’autodeterminazione di tutte e tutti è un principio che va ribadito e difeso. Siamo convinti che i diritti o sono di tutti e tutte o non sono di nessuno e continueremo a batterci contro ogni forma di violazione e di limitazione delle espressioni personali e della libertà di perseguire il proprio progetto di vita, nel costruire comunità di uomini e donne liberi e solidali.

CS Proactive Open Arms

L’Italia esca dall’ambiguità sul nucleare: migliaia di firme per la ratifica del TPAN

20.09.2018 WILPF (Women’s International League for Peace and Freedom)

L’Italia esca dall’ambiguità sul nucleare: migliaia di firme per la ratifica del TPAN
Una precedente manifestazione alla Farnesina (Foto di Pressenza)

Il 26 settembre, giornata  dedicata dall’ONU al disarmo nucleare, le Associazioni WILPF Italia, Donne in Nero, Disarmisti Esigenti, Pax Christi, Comboniani, IPPNW (medici contro il nucleare) consegneranno alle massime istituzioni  italiane le migliaia di FIRME  raccolte in più parti del Paese,  perché l’Italia firmi e ratifichi il TPAN (Trattato per la Proibizione delle Armi   Nucleari).  E’ l’epilogo di un iter durato vari mesi, con una corrispondenza con la Presidenza della Repubblica.

L’iniziativa ha preso il via  dalla “Carovana delle Donne per il Disarmo Nucleare,” promossa da WILPF Italia (Women’s International League for Peace and  Freedom) per rilanciare con forza il messaggio di pace di ICAN  (International Campaign to Abolish Nuclear Weapons ) Premio Nobel  2017.  Pronta e concreta l’adesione di numerose associazioni  e movimenti che in più di 20 città italiane hanno promosso dibattiti, manifestazioni, proiezioni di film, presentazioni di libri,  incontri con i giovani delle scuole sul tema della follia della violenza nucleare.

La campagna per la messa al bando delle armi nucleari in Italia è nata con un duplice obiettivo:

1)  sollecitare l’Italia a firmare e ratificare il TPAN  adottato dall’ONU il 7 luglio 2017 con l’approvazione di 122 Stati;

2) far percepire a un’opinione pubblica sempre più vasta che una guerra nucleare può essere scatenata addirittura per caso, per incidente o per errore di calcolo,  facendo   comprendere che la deterrenza nucleare e la minaccia della distruzione reciproca sono contrarie al bene dell’umanità  e all’etica di ogni civile convivenza, oltre a rappresentare una  minaccia incombente sulla vita dei popoli e dell’ecosistema terrestre.

 

A distanza di un anno dalla sua adozione, il TPAN è stato firmato da 60 stati e ratificato da 14. E’ realistico pensare che entro il 2020 si arrivi alle 50 ratifiche necessarie per la sua entrata in vigore.

 

L’Italia non ha partecipato ai  negoziati in sede ONU che hanno portato  all’adozione del TPAN, né ha compiuto passi in direzione di  firma e ratifica.

La sorpresa e l’indignazione per questa “assenza” del nostro Paese, che in tal modo si allinea “di fatto”  con gli Stati nuclearisti che si sono opposti al TPAN, ha mobilitato tanti cittadini e cittadine ad opporsi  con determinazione  alla presenza delle bombe nucleari USA ospitate nelle basi militari di  Ghedi ed Aviano, incrementando  la raccolta di firme che il giorno 26 settembre verrà presentata alle massime istituzioni, affinché l’Italia esprima la propria firma e ratifica,  contribuendo all’entrata in vigore del TPAN .

 

La delegazione sarà accolta al Ministero per gli Affari Esteri alle ore 13.