Stiamo subendo una grave restrizione della libertà di espressione

30.05.2018 European Humanist Forum 2018

Quest’articolo è disponibile anche in: Spagnolo, Catalano

Stiamo subendo una grave restrizione della libertà di espressione
(Foto di Joana Alomà)

Krystyna Schreiber è una giornalista e scrittrice tedesca che vive a Barcellona dal 2002. Lavora per dei media internazionali e pubblica libri sull’attuale situazione politica in Catalogna. Ha ricevuto il Premio Giornalistico 2016 per “Tradurre l’Indipendenza” dall’Istituto delle Regioni d’Europa. Ha partecipato al Forum Umanista Europeo, tenutosi recentemente a Madrid, in qualità di relatore alla tavola rotonda “Giornalismo indipendente e attivismo sociale”.

Come potrebbero contribuirei mezzi di comunicazione indipendenti a ripristinare la libertà di espressione, attualmente così minacciata?

Vivo in Catalogna e, in qualità di giornalista professionista che informa media tedeschi, voglio offrire il mio punto di vista sulla situazione attuale in Catalogna, e in realtà in tutta la Spagna, per quanto riguarda la libertà di informazione e la libertà di espressione.

La Piattaforma in difesa della libertà di informazione spagnola (PDLI) ha dichiarato che in Spagna il 2017 è stato, dal punto di vista della democrazia e per quanto riguarda la libertà di espressione, l’anno peggiore dal 1978 in poi. Come tutti sappiamo, nel 2015 è stata attuata in Spagna una riforma del codice penale ed è stata creata una legge, detta anche “legge bavaglio”, con il pretesto di proteggere i cittadini dal terrorismo. La PDLI denuncia che questa legge sta ostacolando una parte importante del lavoro dei giornalisti, in particolare dei fotoreporter. Così il governo ha sanzionato con multe importanti i giornalisti baschi e andalusi per eventi quali la denuncia di proteste sociali o la fotografia di agenti di polizia che hanno perpetrato violenze contro i cittadini.

Oltre a questa legge, che ha contribuito alle casse dello Stato con 131 milioni di euro con multe che vanno da 600 a 600.000 euro a seconda della gravità del reato, questa riforma penale ha aumentato i reati legati al terrorismo. La situazione è così assurda che nel 2011, quando l’ETA ha deposto le armi, l’Audiencia Nacional (tribunale che persegue i crimini contro lo Stato) ha quintuplicato le pene relazionate al terrorismo. Si tratta di sentenze per esaltazione del terrorismo nelle reti sociali, alcuni dei casi più sorprendenti sono stati quello di Cassandra, condannata dall’Audiencia Nacional a un anno di carcere (poi assolta dalla Corte Suprema) per i suoi tweet su Carrero Blanco [ndt: ammiraglio e politico spagnolo, capo del governo durante il franchismo, ucciso in un attentato dall’ETA]. Circa 30 sentenze sono state emesse in relazione a dichiarazioni su Facebook o Twitter, accusando le persone che hanno criticato in modo umoristico alcune azioni dei poteri dello Stato, la polizia, i giudici o il re. Abbiamo assistito a una grande repressione della libertà di opinione.

Sono stati condannati anche alcuni musicisti antisistema come Hasel, condannato dall’Audiencia Nacional a due anni di carcere per aver criticato la monarchia, la brutalità della polizia o la chiesa, o Valtonyc, un giovane rapper di Maiorca condannato a tre anni e mezzo di carcere per crimini quali esaltazione del terrorismo, minacce, calunnie e ingiurie.

Quando questa pressione viene esercitata sulla cultura, sull’arte, che è uno dei modi che ha la società per criticare il sistema, allora c’è una forte limitazione alla libertà di espressione di una società.

Sappiamo tutti che il 1° ottobre, in Catalogna, si è tenuto un referendum che è stato dichiarato illegale. La PDLI ha denunciato che in Catalogna si è verificata una chiara persecuzione della libertà di informazione e di espressione nei confronti dei cittadini. I crimini motivati dall’odio sono aumentati con accuse come quella di ignorare la polizia. Anche 500 insegnanti sono stati accusati per aver parlato in classe di violenza da parte della polizia durante gli eventi del 1° ottobre, o si considerano colpevoli di crimini 700 rappresentanti di enti comunali che hanno sostenuto il referendum.

La PDLI ha inoltre criticato il fatto che, anziché dare risposte politiche, il governo limitasse la libertà di espressione di mezzi di comunicazione come TV3 (canale catalano indipendente con un’audience del 19% della popolazione).

Questa situazione dovrebbe preoccuparci, perché tutto ciò che viene applicato ora in Catalogna sarà in futuro applicabile in tutta la Spagna e in Europa.

Pertanto, il ruolo dei media indipendenti è molto importante, poiché non fanno parte del sistema e consentono ai cittadini che non hanno voce nei media dipendenti dal sistema di comunicare.

In Germania, i cittadini sono preoccupati perché vedono che in Spagna si può esercitare violenza di Stato contro gli elettori a prescindere dalla situazione giuridica. Vedono che lo Stato protegge la polizia che commette questa violenza e non il cittadino. Sanno che se ciò accade in Spagna, potrebbe accadere altrove in Europa, che le proteste sociali in futuro saranno considerate casi di ribellione.

Ora assistiamo a situazioni simili in Stati come Ungheria e Polonia: con la scusa del terrorismo e con una certa apatia da parte della società, ai poteri di fatto si permette ogni volta di più di limitare le espressioni di movimenti sociali scomodi e i nostri diritti, limitare la nostra libertà di espressione, dividerci e rendere sempre più difficile cambiare le cose.

Come possiamo rendere i media indipendenti più credibili dei media tradizionali?

L’ideale sarebbe che i grandi media fossero indipendenti dal potere, dato che sono i grandi media ad avere molte risorse; per i piccoli non è così facile lavorare, perché non hanno molte risorse. D’altra parte, è importante che i media indipendenti si professionalizzino, devono cercare di fornire lo stesso servizio professionale dei media mainstream, e questo è difficile, richiede risorse e molto volontariato. È importante rendere visibili i vantaggi dei media indipendenti, di cui dei più importanti è la loro vicinanza alla base sociale, il loro inserimento nell’ambito sociale e la loro vicinanza ai suoi attori. A proposito del lavoro con i movimenti sociali, io lavoro per grandi media tedeschi e trovo molto difficile informarmi sull’azione dei movimenti sociali e avere contatti con loro, quindi incoraggio i movimenti sociali a riferire le loro azioni ai media, i media indipendenti possono fare da ponte tra i movimenti sociali e i grandi media.

 

Immagine: David Anderson

 

Traduzione dallo spagnolo di Matilde Mirabella

In che direzione sta andando il mondo? 29.05.2018 – Luca Cellini

In che direzione sta andando il mondo?
Beh… se volevamo la conferma che ormai le decisioni importanti le prendono i mercati, gli ultimi avvenimenti politici accaduti in Italia, che hanno visto nominare a mandato per la formazione di Governo, un tecnico funzionario del Fondo Monetario Internazionale, al posto di un Governo neo eletto che andava nascendo, dovrebbero toglierci ogni residuo dubbio.

Non stiamo parlando di una questione di colore politico, il colore politico del neo Governo eletto nascente, avrebbe potuto essere di qualsivoglia genere, il contenuto e il dato resterebbero identici, ovvero, che per la prima volta in modo esplicito e dichiarato, in un paese dell’Unione Europea, si sono anteposte garanzie a vantaggio dei mercati. piuttosto che a vantaggio del rispetto di un principio di sovranità popolare, esplicitato col voto una volta ogni 5 anni.

Non è che si sia arrivati a questo così, per un caso, oppure dall’oggi al domani, no, è stato un processo graduale, una catena di passi.
L’era dei conglomerati economici così per come oggi la conosciamo, ha avuto il suo embrione prima della seconda guerra mondiale, poi si è strutturata nel primo dopoguerra, messa in funzione e stabilite ferme basi logistiche transnazionali negli anni 60′ , ’70 e ’80, ed è diventata completamente operativa in tutta la sua potenza a partire dagli anni ’90 dopo la caduta del blocco sovietico.

Il potere adesso non è più di tipo rappresentativo o elettivo, non è più localizzato geograficamente (contrariamente a ciò che accade negli Stati-Nazione).
Viene esercitato globalmente e direttamente da coloro che controllano il mercato finanziario e la produzione di merci.
Gli strumenti di questo potere sono il controllo della tecnologia, dell’energia, del denaro e dell’applicazione dei tassi, il controllo del debito come strumento di ricatto, il controllo dell’informazione, della ricerca e dello sviluppo, dell’innovazione, dell’accesso alle risorse, e ovviamente il controllo dei mezzi di produzione.
Come ogni nuova forma di potere, cresce e si erige sostituendosi al potere precedente, in questo caso agli Stati-Nazione, togliendogli via via, autonomia e potere decisionale.
Questo nuovo potere è globale, è planetario.
Costituisce un nuovo livello di organizzazione che usa l’economia come strumento politico, perché di fatto impone politiche e determinate scelte e decisioni a intere società composte da milioni di persone, a interi Stati-Nazione e persino a federazioni di Nazioni vedi Stati Uniti d’America e Unione Europea.
Coloro che ne propugnano i metodi e l’ideologia di questa forma mentis politico-economica, a tutti gli effetti fanno politica, né più né meno a quella che potrebbe fare un leader di partito che vada al Governo di un Paese, ma ovviamente disponendo di molti più mezzi economici, risorse, appoggi, strumenti e dovendo rispondere a molte meno regole e forme di controllo. L’applicazione di forme di pressione economica, ad esempio una su tutti quella esercitata attraverso il debito, rappresenta uno degli strumenti più forti che dispone la politica del libero mercato. La frase di oggi del commissario UE Oettinger: “I mercati insegneranno agli italiani a votare in modo giusto” ne rappresenta un esempio lampante di questa pressione economica che riescono a esercitare per modificare le decisioni di Stati interi, solo che questa volta ha fatto scalpore perché è stato esplicitato, a differenza di finora dove veniva taciuto.

Ma il libero mercato va oltre, dispone ormai da tempo anche il controllo dell’informazione, la creazione di precise scuole economico politiche dove viene formata la futura dirigenza, l’imposizione di politiche sociali attraverso una nuova distribuzione delle risorse, o peggio ancora negandone l’accesso.
Non ci dobbiamo sbagliare, è fallace e fuorviante credere che si tratti di economia, bensì è politica vera e propria, e anche di quella forte, ultimamente pure autoritaria, smettiamo di commettere questo grave errore di valutazione, perché è proprio grazie a questo equivoco ed errore, è in virtù di questo celarsi dietro al dire che “sono questioni economiche o di mercato” che questa politica neoliberista è cresciuta così tanto a dismisura, sopravanzando Stati e popoli interi nelle loro decisioni.
Con il dire che sono solo questioni di natura economica, sono cresciuti indisturbati per oltre 70 anni, con altre regole che non sono certo quelle elettive democratiche a suffragio universale, né quelle costituzionali, più o meno garantite dalla Costituzione di un qualunque Stato.
Partono dall’idea e la propagandano con efficacia, che la risoluzione dei grandi problemi economici, sociali, politici ed ecologici non possano essere certo affidate alle masse, bensì vanno decise all’interno di una ristretta elite di persone, coadiuvate magari da professionisti del settore, di “addetti ai lavori” di “tecnici nominati”, ecc.
Per poter applicare le proprie politiche e regole globali, ovviamente necessitano di una forma di potere globale, transnazionale.
E’ buffo sapere come dato storico, che un tempo, in questi circoli decisionali ristretti, l’unificazione del mondo per via dell’economia, con conseguente declino degli Stati-Nazione fu in parte deciso adducendo una nobile causa: rendere impossibile una nuova guerra mondiale che, nell’era atomica, significherebbe la fine della civilizzazione, ma è ancora più buffo per non dir triste che gli armamenti e le guerre da allora, contrariamente a quanto venne dichiarato in quella sede, sono cresciuti a dismisura in nome proprio dell’immensa e incontrollata libertà del libero mercato globale.
Ma la questione non è nemmeno più questa, la questione è altra ormai, perché questo processo di globalizzazione in buona parte è irreversibile, il tema centrale è di sapere al servizio di quali obiettivi e di quali interessi è volto questo potere globale, da chi deve essere esercitato, e da quale contro-potere deve essere bilanciato, contro-equilibrato e controllato.
In ogni forma di monopolio e dove non c’è alternativa si creano sempre enormi squilibri, sproporzioni, perdita di ogni forma di controllo. di ogni diritto persino quelli individuali, attuazione esagerata e soffocante del potere che viene concentrato in una sola piccola parte che opera indisturbata senza nessuna forma di controbilanciamento.

La globalizzazione in se non sarebbe una cosa negativa, potenzialmente, se fosse usata bene, potrebbe permettere una forma di pace mondiale, durevole e una miglior gestione delle risorse collettive.
L’enorme problema che abbiamo davanti è che se continua ad essere organizzata e controllata al solo beneficio di una piccola minoranza di persone, se conserva la sua attuale direzione neo-liberista oltranzista che ha assunto carattere di fanatismo incontrollato, non tarderà molto ad instaurare una nuova specie di totalitarismo, però globale questa volta, quello del commercio integrale, della mercificazione di tutto, di ogni cosa, persino degli esseri viventi, dell’essere umano anche, oltre che dei suoi bisogni primari; giacché scopo principale è il profitto, non il benessere delle persone, le garanzie vengono offerte ai mercati, non ai diritti dei popoli, e ancora meno ai diritti degli individui.
L’altro aspetto di cui c’è seriamente da preoccuparsi è che in nome che avanti a tutto vengono le garanzie e i diritti del libero mercato, anche la natura stessa, finanche la sua distruzione, sono sacrificabili e passano in secondo piano rispetto ai diritti inarrestabili e “inalienabili” del libero mercato, considerati persino diritti preminenti su tutto, persino su quelli individuali delle persone o su quelli sovrani di un popolo.

Qua non si tratta più di vedere le cose da un punto di vista di sinistra, di destra, di centro, oppure anarchico.
La domanda da porsi è di tipo antropologico e sociale, bisogna chiederci se le nostre generazioni e ancor più quelle che verranno, vogliamo vivere e vogliamo che vivano, in un mondo dove l’essere umano diventi mezzo e motore di crescita e mantenimento di un totalitarismo retto dal concetto di “Prima Avanti le merci!” e poi, in secondo, terzo, o quarto piano, l’essere umano e il nostro pianeta stesso.
In definitiva se la globalizzazione continua ad avere questa direzione elitaria in modo permanente, si verrà a creare una forma inedita di schiavitù, che vedrà da un parte orde di consumatori non pensanti che lavorano e si azzuffano per consumare qualcosa e avere accesso a un minimo di risorse vitali, e dall’altra la produzione e il grosso dell’accesso alle risorse, controllati a livello globale da uno sparuto gruppo di persone.
Un forma sociale più oligarchica di questa che si va prospettando, non credo nella storia si sia mai vista.
A noi sta il vitale compito di rendercene almeno conto, di parlarne, di riconoscere la direzione che la barca mondiale ha intrapreso. Un primo importante punto di partenza, è esserne quanto meno consapevoli, perché solo da una generale consapevolezza possono nascere delle domande, e dalle domande, possibili alternative risposte.

Condannare gli ergastolani alla pena di essere amati

29.05.2018 – Forlì Carmelo Musumeci

Condannare gli ergastolani alla pena di essere amati

Questo è l’intervento che ho fatto al convegno annuale della Comunità Papa Giovanni XXIII, fondata da Don Oreste Benzi svoltosi nei giorni scorsi a Forlì.

Da un quarto di secolo lotto per l’abolizione dell’ergastolo, ma in questo periodo mi è venuto il dubbio che ho fatto poco per cercare di migliorare gli ergastolani. Le due cose, secondo me, invece dovrebbero marciare da pari passo. Migliorare una persona e poi farla marcire dentro è una pura cattiveria, perché in carcere si soffre di meno se uno rimane cattivo, ma nello stesso tempo far uscire una persona senza che il carcere abbia tentato di farlo diventare buono, può essere pericoloso per la società.

Che fare? Penso che, oltre a continuare a lottare per l’abolizione dell’ergastolo, bisogna anche tentare di migliorare gli stessi ergastolani.

Come farlo? Parto dalla mia esperienza. Quello che a me ha fatto bene più di tutto non è stato certo lo studio, o i libri, e neppure l’amore della mia famiglia: certo queste cose sono state importanti, ma da sole non sarebbero bastate. La mia vera rivoluzione interiore è avvenuta con l’incontro della Comunità Papa Giovanni XXIII, perché ad un certo punto della mia vita mi sono accorto che una piccola parte della società mi amava ed io ho smesso di odiarla. E se questo è accaduto a me, il più delinquente dei delinquenti, può accadere anche ad altri. Ecco, in sintesi, la mia proposta a tutta la Comunità: perché alcune case famiglie non adottano a tutti gli effetti un ergastolano? Fare quello che avete fatto con me. Si potrebbe iniziare con un esperimento pilota con alcuni ergastolani, dare a ciascuno di loro una “Casa Famiglia” o una seconda famiglia (alcuni di loro non ne hanno più una). Quando parlo della Comunità nelle mie testimonianze dico che la Papa Giovanni XXIII è una grande famiglia che dona piccole famiglie a chi non ne ha e faccio l’esempio dei bambini nati con gravi problemi fisici che se abbandonati in un ospedale avrebbero pochi anni di vita, invece adottati riescono a vivere più a lungo e bene, perché l’amore è la migliore delle medicine. E perché non dare questa medicina anche per i cattivi e colpevoli per sempre? Aggiungo anche che la Papa Giovanni non si occupa solo dei buoni ma anche dei cattivi e per questo hanno preso anche me, quindi perché alcune case famiglie, quelle che se la sentono, non provano ad “adottare” nella loro famiglia un ergastolano, magari quelli da circa trenta anni in carcere? Parliamone e confrontiamoci. Un abbraccio.

 

Irlanda, vittoria netta del sì al referendum sull’aborto

26.05.2018 Agenzia DIRE

Irlanda, vittoria netta del sì al referendum sull’aborto
(Foto di youtube)

Storica vittoria in Irlanda, con il 68% dei cittadini che ha espresso parere favorevole al referendum sulla legalizzazione dell’aborto. La vittoria del sì di oggi, con una percentuale di votanti pari a quanto sembra al 70% della popolazione, suggella il trionfo del fronte favorevole all’abrogazione dell’articolo 8 della Costituzione. Un segno da parte di un popolo, quello irlandese, fortemente cattolico, ma che nonostante ciò ha espresso in maniera netta il suo desiderio di cambiamento.

Un lungo percorso iniziato nel lontano 1995 quando il popolo disse ‘si” al divorzio, per arrivare 20 anni dopo alla legalizzazione del matrimonio tra persone dello stesso sesso. Oggi si scrive un’altra pagina importante nella storia di questo paese: finora l’aborto era vietato anche nel caso di stupro o malformazione del feto. Ciò comportava che ogni anno moltissime donne si recassero all’estero per effettuare un’interruzione volontaria della gravidanza.

Obiezione Respinta! In piazza a Roma per i 40 anni della 194

27.05.2018 – Jasmina Poddi Redazione Italia

Obiezione Respinta! In piazza a Roma per i 40 anni della 194
(Foto di Pressenza)

Il 22 Maggio 1978, in Italia, è stata approvata la legge 194 che legalizzava l’interruzione volontaria di gravidanza. A quarant’anni da questo storico evento, ieri, 26 maggio, a Roma, hanno sfilato migliaia di persone in un corteo organizzato dal movimento “Non Una Di Meno”. La manifestazione oltre a celebrare questo grandioso traguardo, ribadisce ad alta voce come l’esercizio di questo diritto sia tutt’ora molto complesso, infatti, in Italia, circa l’80% dei medici è obiettore di coscienza, rendendo di fatto impossibile e inapplicabile, in moltissime zone del nostro paese, l’interruzione volontaria di gravidanza.

Questa legge, come ci spiega Martina Caselli, portavoce de “Le Donne de La Comune” è un diritto che va sostenuto e difeso poiché è stato vittima di attacchi con vari referendum abrogativi.

É una legge che tutela le donne e la loro salute, poiché legalizzare l’aborto significa non sottoporsi più a operazioni rischiose e praticate in maniera clandestina che hanno portato negli anni la morte di numerosissime donne.

La manifestazione di oggi, oltre a ribadire l’aborto come espressione piena della libertà di scelta, ha celebrato la legalizzazione dell’interruzione di gravidanza volontaria in paesi dove attuare tale pratica era pressoché impossibile, infatti, la conquista dell’aborto come diritto in Irlanda e i primi passi in avanti da parte delle “Bandane Verdi” in Argentina sono una dimostrazione che tutto il mondo si sta mobilitando per il riconoscimento dei diritti delle donne.

Qui di seguito il video reportage di Jasmina Poddi

Berlino decolonizza alcune strade

24.05.2018 – Berlino Colonialism Reparation

Berlino decolonizza alcune strade
(Foto di http://eineweltstadt.berlin)

Colonialism Reparation si rallegra che la città di Berlino abbia deciso di decolonizzare i nomi di alcune strade, commemorando ormai gli eroi della resistenza e non più i protagonisti coloniali, e chiede a tutte le altre città di seguirne l’esempio.

Il 19 aprile 2018 l’Assemblea del distretto di Mitte della città di Berlino ha deciso, dopo due anni di preparativi, di cambiare i nomi di alcune strade del quartiere africano commemorando ormai gli eroi della resistenza al colonialismo e non più i protagonisti coloniali. Entro il 10 agosto 2018 saranno quindi effettuati i cambiamenti necessari per la trasformazione in Cornelius-Frederiks-Straße dell’ex Lüderitzstraße, in Bell-Platz dell’ex Nachtigalplatz, in Anna-Mungunda-Allee e Maji-Maji-Alleedell’ex Petersallee.

Questo risultato arriva dopo anni di lavoro da parte di iniziative e associazioni per la decolonizzazione, iniziato il 3 ottobre 2010 con l’Appello per un cambiamento fondamentale nella gestione dell’eredità coloniale della Germania, per il cambiamento del nome di strade che onorino protagonisti coloniali così come per la promozione di culture postcoloniali di commemorazione. Le attività sono poi proseguite sul territorio con, ad esempio, l’organizzazione annuale a partire dal 2014 dellaFesta del cambiamento di nome e la produzione nel 2016 del video musicale Rinomina le strade.

La notizia della decolonizzazione di alcune strade della città di Berlino, appena resa pubblica, ha avuto grande diffusione, oltre che in Germania (Deutsche WelleDie Welt, ecc.), anche a livello internazionale (BBCCGTNDaily SabahDaily TrusteNCAGulf TimesLe MondeLe Nouvel ObservateurL’Orient-Le JourPrensa LatinaPúblicoRaiNews, ecc.).

Colonialism Reparation si rallegra che la città di Berlino abbia deciso di decolonizzare i nomi di alcune strade, commemorando ormai gli eroi della resistenza e non più i protagonisti coloniali, e chiede a tutte le altre città di seguirne l’esempio, come già hanno iniziato a fare BruxellesNew Orleans e Bordeaux.

Irlanda: al voto per il diritto di aborto, una sfida europea

23.05.2018 – Matteo Zola East Journal

Irlanda: al voto per il diritto di aborto, una sfida europea
(Foto di Fotografías Emergentes via Flickr.com)

L’Irlanda si appresta ad andare alle urne per un referendum dal sapore storico. Il prossimo 25 maggio circa tre milioni di persone saranno chiamate a scegliere sull’aborto, un tema delicato per una società in cui l’identità nazionale è strettamente legata a un cattolicesimo profondamente vissuto. Non a caso la campagna elettorale si è giocata sull’opposizione tra clero e sostenitori della libertà di scelta, ma le posizioni sono in realtà assai più variegate. I sondaggi, che per molte settimane hanno dato in vantaggio i favorevoli all’aborto, sono ora più incerti e il numero di indecisi (circa il 40%) potrebbe fare la differenza.

Per cosa si vota

Oggetto del referendum sarà l’abrogazione dell’ottavo emendamento alla Costituzione irlandese che garantisce al feto lo stesso diritto alla vita della madre rendendo di fatto illegale l’aborto in quasi tutte le circostanze. Nel paese l’interruzione di gravidanza non è consentita nemmeno in caso di stupro, incesto o anomalia fetale. Per le donne che praticano illegalmente l’aborto è prevista una pena di 14 anni di reclusione. Per sfuggire a questa legge, che risale al 1983, sempre più donne sono costrette ad andare ad abortire all’estero (si parla di 165mila tra il 1980 e il 2015 nella sola Gran Bretagna) affrontando costi economici e – soprattutto – la paura, lo stigma sociale e la solitudine estrema della scelta. L’esperienza è infatti resa ancora più traumatica dalla necessità di mantenere il segreto, spesso anche nei confronti della famiglia. Le donne che abortiscono sono considerate colpevoli, e come tali devono pagare il prezzo dell’isolamento sociale. E poco conta che il feto sia malformato, che non abbia possibilità di sopravvivere, non ci sono buone ragioni per la legge irlandese: la vita del feto vale quanto quella della madre. Poco conta chi dei due vive o muore.

Il caso Savita

La morte di Savita Halappanavar, dentista di origine indiana, uccisa da una setticemia dopo un aborto spontaneo prolungato all’ospedale di Galway nell’ottobre 2012, ha però smosso le coscienze. Sarebbe bastato un intervento dei medici a interrompere la gravidanza per salvarle la vita, ma la si è lasciata morire di parto per rispettare una legge assurda. Il caso ha sconvolto l’opinione pubblica irlandese. Così il parlamento, nel 2013, ha approvato una norma che consente l’aborto in caso di comprovato rischio di vita per la madre.

Ma l’intervento del Parlamento non può bastare se nelle scuole irlandesi si continua a insegnare che l’aborto è un omicidio, se l’educazione cattolica insiste sul concetto di colpa (e il senso di colpa ha portato al suicidio un numero indefinito, tuttavia sensibile, di donne che hanno fatto ricorso all’aborto), se la politica continua a non ritenere le donne soggetti politici a pieno titolo, ovvero capaci di compiere scelte libere e consapevoli. Poiché vietare l’aborto, o limitarlo fortemente, significa sostenere l’idea paternalista che una donna non deve, non può, decidere di sé stessa. Quella per la libertà di aborto diventa quindi anche una battaglia per la libertà individuale.

Europa, duemiladiciotto

La Corte suprema irlandese, nel marzo scorso, ha aperto al referendum interpretando i mutati sentimenti di un paese che, nel 2017, aveva già dato via libera ai matrimoni gay. Se sarà abrogato dal referendum, l’ottavo emendamento sarà sostituito da un testo redatto dal Parlamento che permetterà alle donne di accedere all’interruzione volontaria entro le 12 settimane di gravidanza, o più tempo di fronte a circostante eccezionali. Soprattutto, l’aborto cesserà di essere una questione morale diventando una questione sanitaria, aprendo la strada a future ulteriori aperture.

I sostenitori dell’aborto, guidati dai cardinali cattolici, hanno lanciato una massiccia campagna elettorale che ruota attorno alle tradizionali parole d’ordine del clericalismo: peccato, omicidio, famiglia. Una visione tradizionalista e reazionaria dei rapporti sociali e delle libertà individuali che, tuttavia, sta incontrando inattesi consensi in molti paesi d’Europa. Le donne sono le prime ad essere colpite, i loro diritti sono i primi ad essere oggetto di limitazione, ma la questione riguarda tutti perché altri diritti potrebbero venire erosi. La lotta per i diritti delle donne è la trincea della libertà di tutti.

Appello di Pax Christi International sul problema del nucleare iraniano

22.05.2018 PAX

Quest’articolo è disponibile anche in: Francese

Appello di Pax Christi International sul problema del nucleare iraniano

Riceviamo e pubblichiamo questa lettera del Segretariato Internazionale di Pax Christi

 

Cari amici,

 

L’uscita da parte del Presidente degli Stati Uniti dall’Accordo nucleare iraniano è una tragedia di proporzioni immani che colpisce soprattutto il popolo iraniano che subirà le orrende conseguenze delle sanzioni.

 

Ci auguriamo che i leader cattolici e le organizzazioni e le  comunità cattoliche di tutto il mondo firmino la dichiarazione qui allegata e con la quale esprimiamo la nostra profonda preoccupazione perché riteniamo che questa azione creerà  tensioni ancora maggiori in Medio Oriente e minerà i delicati negoziati con la Corea del Nord.  

 

Tre anni fa molti, nella comunità cattolica, hanno attivamente sostenuto l’accordo nucleare iraniano considerandolo come un’importante conquista diplomatica, un passo fondamentale che portava verso l’abbandono del processo  della proliferazione nucleare  e faceva invece avanzare verso il disarmo nucleare.

 

Con questa dichiarazione sosteniamo fermamente gli sforzi  che gli altri stati firmatari dell’accordo sul nucleare iraniano – Iran, Cina, Francia, Germania, Federazione Russa, Regno Unito e UE – profondono per onorarlo e attuarlo. Esortiamo i membri del Congresso degli Stati Uniti a utilizzare i loro poteri e la loro influenza per far sì che gli Stati Uniti ritornino a far parte dell’accordo multilaterale. E incoraggiamo le nazioni del mondo a firmare e ratificare il Trattato per la messa al bando delle armi nucleari (TPNW).

 

Vi chiediamo il favore di unirvi a questo sforzo sia come leader cattolici singoli  sia come organizzazioni. Per inviare la vostra adesione vi  invitiamo a cliccare qui ( invece  di rispondere a questo messaggio) facilitando enormemente questo processo. La scadenza per la sottoscrizione  è  per le ore 17:00 ( ora di Washington D.C.) di  giovedì 31 maggio.

 

Sentitevi liberi di promuovere e condividere questo invito. Grazie!

 

In pace,

 

Marie Dennis                        Greet Vanaerschot

Co-President                          Secretary General

Pax Christi International     Pax Christi International

 

Allegato, la dichiarazione in inglese: Intl. Catholic Statement on Iran Deal Repudiation

\Firenze: manifestazione contro i massacri israeliani in palestina

21.05.2018 – Firenze Redazione Italia

Firenze: manifestazione contro i massacri israeliani in palestina
(Foto di Cesare Dagliana)

Sabato 19 Maggio a Firenze, manifestazione per la Palestina, contro il massacro perpetrato dai cecchini israeliani lungo il confine della striscia di Gaza.

Un corteo di oltre mille partecipanti ha sfilato per le vie del centro.

In testa un grande bandierone sorretto dai membri della comunità palestinese, poi, a seguire, tanti militanti dell’associazionismo, dei comitati e anche delle forze politiche di sinistra, tutti mescolati tra di loro. E lungo tutto il corteo, un numero grandissimo di bandiere palestinesi scosse dal vento. Qua e là delle piccole ma significative espressioni di solidarietà: qualche bandiera curda, uno striscione molto artigianale sorretto da un gruppetto di cingalesi, a testimoniare, come in altre recenti occasioni, la volontà di unire e collegare le aspirazioni di popoli oppressi e sofferenti.

 

Su info del Comitato Fermiamolaguerra,  Assemblea Beni Comuni / Diritti

Lo spirito del contratto Lega – 5stelle: ognuno per sé

NAGA Associazione Volontaria di Assistenza Socio-Sanitaria e per i Diritti di Stranieri e Nomadi

Lo spirito del contratto Lega – 5stelle: ognuno per sé
(Foto di Medici senza Frontiere)

È stato reso pubblico ieri il contratto di governo Lega – 5stelle, che verrà sottoposto all’approvazione dei rispettivi elettori questo weekend.

Quello che colpisce al di là dei singoli provvedimenti è l’idea di società che ne emerge. Una società frammentata, divisa, spezzata, impoverita, vecchia, triste e arrabbiata composta da tanti portatori d’interesse individuali senza un interesse comune collettivo. Un’idea antica ma, forse, anche contemporanea. Una semplificazione della complessità in singole istanze che fanno accantonare l’idea che al di là di quelli singoli rilevino gli interessi generali. Una società dove le fragilità, le vulnerabilità, le povertà, le disuguaglianze non sono condizioni da tutelare, ma colpe da punire o ignorare.

L’occhio del Naga cade sul capitolo a pagina 26 dedicato a IMMIGRAZIONE: RIMPATRI E STOP BUSINESS. Basta il solo titolo per capire che il fenomeno, complesso, dell’immigrazione viene ridotto a questione di ordine pubblico e di malaffare; già dal titolo si comprende che non si parlerà di persone, ma di un problema, una grana, da risolvere. Rapidamente e in modo risoluto.

Scopriamo così una prima parte dello svolgimento che apparentemente propone azioni che noi stessi sosteniamo da tempo: il superamento del regolamento di Dublino, la condivisone a livello europeo dell’accoglienza e una gestione pubblica coordinata dell’accoglienza stessa. Le proposte sono, tuttavia, in salsa acida; l’obiettivo è quello di scaricare il “peso” dei migranti il più possibile sugli altri paesi europei – un mero trasferimento di quote – non certo quello di introdurre un approccio pragmatico e di legittimità dell’immigrazione.

Proseguendo nella lettura ecco che si arriva all’impianto ideologico che regge lo schema; è chiaro, è il solito: gli stranieri sono un problema, vi diciamo noi come risolverlo; un po’ li diamo ad altri paesi, i restanti li rimpatriamo (e i fondi li prendiamo da quelli per l’accoglienza).

Anzi, meglio ancora, non li facciamo nemmeno arrivare perché istituiamo delle commissioni nei paesi di transito che valutino se possono proseguire o se devono tornarsene indietro. Insomma un bel container nel deserto nigerino o libico dove, con “sicura” attenzione ai diritti umani, verranno selezionati i salvati, gli abbandonati, i sommersi.

Nessun accenno, nessuna idea, su come rivedere il meccanismo di ingresso in Italia che crea proprio quell’irregolarità tanto odiata. Perché in Italia essere irregolari è inevitabile. Non esiste – di fatto – un modo per accedere regolarmente; ma questo non conta, perché, appunto, non stiamo parlando di persone, non stiamo riflettendo sulla complessità del fenomeno, bensì su come annientare coloro che rappresentano di per sé il problema, solo per il fatto di aver osato lasciare il paese dove sono nati.

Per quelli che poi, nonostante tutto, ce l’hanno fatta sono previsti ricongiungimenti familiari molto più complicati, perché è noto che la famiglia è un elemento destabilizzante, a meno che la famiglia non sia italiana e in quel caso va bene, anzi.

Infine, dulcis in fundo, una vigorosa stretta sull’Islam, inteso come minaccia assoluta e d’altra parte antico cavallo di battaglia leghista rafforzato dai recenti, odiosi, attentati. E anche qui non una parola sulle migliaia di persone che fuggono proprio da quel fanatismo di cui sono imputati a priori.

Ci prendiamo un rischio e scommettiamo, da oggi, che gli intendimenti della prima parte del programma rimarranno lettera morta, così come gran parte di quelli della seconda.

Tuttavia siamo certi di una cosa: la vita dei migranti diventerà ancora più difficile e insieme quella di tutti noi. E ciò, non solo e non tanto, per i singoli provvedimenti, peraltro coerenti con l’approccio fallimentare degli ultimi anni, ma per lo spirito che ribadiscono: ognuno per sé.

La solidarietà è espunta dal corpo sociale. Chissà se mai la ritroveremo.

Noi andiamo avanti, controvento