La dichiarazione delle due Coree parla anche a noi

29.04.2018 Angelo Baracca

(Foto di Democracy Now)

Credo che la “Dichiarazione di Panmunjom per la pace, la prosperità e l’unificazione della Penisola Coreana” (https://www.pressenza.com/it/2018/04/dichiarazione-panmunjom-la-pace-la-prosperita-lunificazione-della-penisola-coreana/) scaturita dallo storico summit fra le due Coree meriti alcune riflessioni ulteriori, oltre la pioggia di commenti che vi è stata. Intanto dissolve una minaccia che è stata agitata per quasi 30 anni, ed ha prodotto l’effetto esattamente contrario a quello che si diceva di volere.

Personalmente ho sempre ripetuto e argomentato da un anno a questa parte la convinzione:

  • che la resistibile ascesa nucleare della Corea del Nord sia stata diretta responsabilità della politica di minacce e imposizioni degli Stati Uniti (https://www.pressenza.com/it/2017/05/la-resistibile-ascesa-nucleare-della-corea-del-nord/);
  • che il Presidente nord-coreano Kim Jon-un non fosse affatto il “pazzo” che veniva descritto in modo strumentale e caricaturale, ma che il suo comportamento fosse invece molto lucido (ora qualche commento lo paragona a un lucido giocatore di scacchi);
  • che fosse invece farneticazione velleitaria il “fire and fury” di Trump; che in realtà gli Usa fossero sotto scacco (per riprendere la metafora), perché un attacco militare a Pyongyang era ed è assolutamente impensabile e irrealistico (https://www.pressenza.com/it/2018/02/bottone-piu-grosso-dice-le-balle-piu-grosse/);
  • che qualsiasi passo negoziale dovesse partire dalla presa d’atto che la Corea del Nord è ormai a tutti gli effetti uno Stato nucleare (per inciso, uno dei tanti effetti perversi del cosiddetto “regime di non-proliferazione” instaurato dal TNP del 1970, che è stato invece un “regime di proliferazione” pilotata dalle potenze nucleari);
  • ed infine che la sola soluzione possibile fosse che le due Coree prendessero in mano il proprio destino sottraendolo alle manovre perverse delle grandi potenze.

Mi soffermerò solo su qualche punto che, se pure è stato considerato nei tanti commenti, merita una riflessione più specifica.

Che cosa implica la denuclearizzazione?

Penso che l’aspetto che più ha richiamato l’attenzione del pubblico sia quello della “denuclearizzazione”: il modo in cui esso viene impostato merita un commento approfondito, perché chi non segua da vicino questi problemi può non cogliere alcuni punti fondamentali .

In primo luogo si deve osservare che non si parla di smantellamento dell’arsenale nucleare di Pyongyang, di “denuclearizzazione della Corea del Nord”, come era richiesto finora come condizione dagli Stati Uniti. Si parla invece dell’«obiettivo comune di realizzare, attraverso la completa denuclearizzazione, una Penisola Coreana libera da armi nucleari» (the common goal of realising, through complete denuclerization, a nuclear-free Korean Peninsula). Questo è un obiettivo ben diverso e di portata molto maggiore, e non solo per la penisola coreana. Non è solo Pyongyang, infatti, ad avere introdotto le armi nucleari nella penisola: gli Stati Uniti inviano regolarmente aerei e navi con capacità nucleari verso la Corea del Sud per esercitazioni militari. È un aspetto che parla direttamente anche a noi, che ospitiamo tra le 40 e le 70 testate termonucleari statunitensi, e abbiamo 11 porti che ospitano visite di navi a propulsione nucleare, che dai primi anni Novanta non dovrebbero più trasportare bombe nucleari, ma non possiamo averne la certezza in caso di crisi internazionali, come per esempio l’attacco alla Libia.

La questione poi delle Nuclear Free Zones[1] è di scottante attualità perché richiama direttamente la regione nella parte opposta del continente asiatico – il Medio Oriente – dove minaccia di riesplodere la crisi riferita all’Iran, con la prospettiva sempre più concreta che Trump non certifichi nuovamente in maggio l’accordo sul nucleare JCPOA (Joint ‎Comprehensive Plan of Action) del luglio 2015. In questa regione sono in ballo l’arsenale di Israele e le testate termonucleari statunitensi schierate in Turchia. Vale la pena richiamare alcuni fatti che forse non molti hanno presenti. In primo luogo la “Dichiarazione di Teheran” sottoscritta il 21 ottobre 2003 da Francia, Germania e Gran Bretagna con l’Iran, a fronte dell’impegno di Teheran di sviluppare solo tecnologia nucleare civile: la UE si impegnava a cooperare per la realizzazione di una “Zona Libera da Armi di Distruzione di Massa in Medio Oriente”[2]. Senza contare quello che era stato praticamente l’unico risultato positivo nel fallimento della VIIa Conferenza di Revisione del TNP del maggio 2005, l’impegno a convocare per il 2012 una Conferenza Internazionale per rendere il Medio Oriente «Zona Libera da Armi Nucleari e di Distruzione di Massa», con esplicito riferimento (per la prima volta) all’arsenale nucleare di Israele, e l’invito esplicito ad aderire al tnp e ad accettare le ispezioni della iaea. Israele, dopo avere esercitato pressioni fortissime sugli usa, reagì in modo furioso, dichiarando che mai avrebbe partecipato a questa conferenza[3], che poi di fatto non fu mai convocata. Insomma, promesse di marinaio!

La  Dichiarazione di Panmunjom parla quindi anche di altri problemi e indica la strada di possibili soluzioni. Ed propone anche un percorso concreto, con l’affermazione che “La Corea del Sud e del Nord hanno concordato di cercare attivamente il sostegno e la cooperazione della comunità internazionale per la denuclearizzazione della Penisola Coreana”.

Questa è la vera posta in gioco. L’impegno della chiusura del centro nucleare di Punggye-ri nel nordest del Paese, dove sono stati condotti i sei test nucleari, sarà probabilmente un segnale positivo, d’immagine, ma certamente non risolutivo.

Quale “pace” e “sicurezza”?

È già stato ampiamente sottolineata l’importanza storica dell’obiettivo di concludere finalmente, a distanza di 65 anni dalla Guerra di Corea (1950-1953), un Trattato di Pace. Così come l’intenzione di “stabilire un permanente e solido regime di pace nella Penisola Coreana”, che però dovrà affrontare e risolvere alcuni nodi cruciali e complessi. In primo luogo la presenza in Corea del Sud di circa 25.000 soldati statunitensi. Per non parlare delle esercitazioni militari che si svolgono periodicamente nelle acque limitrofe alla Corea del Nord, e che non danno certamente un segnale di “sicurezza”.

 

Queste brevi considerazioni rafforzano l’importanza storica dell’incontro di Panmunjom.

[1]              Esistono attualmente quattro trattati che contemplano divieti in parte diversi, ma come minimo proibiscono lo schieramento, la sperimentazione, l’uso e lo sviluppo di armi nucleari all’interno di una particolare regione geografica: Trattato per la Proibizione di Armi Nucleari In America Latina e nei Caraibi (Trattato di Tlatelolco, 1985); Trattato per la Zona Libera da Armi Nucleari del Pacifico del Sud (Trattato di Rarotonga, 1985; la Nuova Zelanda ha un’ulteriore legislazione interna che vieta l’ingresso nei suoi porti di imbarcazioni a propulsione nucleare, o che portino armi nucleari, che non è invece vietato dal trattato di Rarotonga: questa norma ha creato problemi con gli Stati Uniti); Trattato per la Zona Libera da Armi Nucleari del Sud Est Asiatico (Trattato di Bangkok, 1995); Trattato per la Zona Libera da Armi Nucleari dell’Africa (Trattato di Pelindaba, 1996). Vi sono poi altri trattati che vietano specificamente esplosioni nucleari di qualsiasi tipo e lo smaltimento di scorie radioattive: il Trattato sull’Antartide (1959), il Trattato sullo Spazio Esterno (1967), e il Trattato sui Fondi Marini (1971).

[2]              Ma un voluminoso documento della UE del 5 dicembre 2005 (http://ue.eu.int/uedocs/cmsUpload/st14520.en05.pdf) sulle strategie contro la proliferazione di armi di distruzione di massa, pur premettendo un riferimento ai tre pilastri del TNP (non-proliferazione, disarmo e usi pacifici), non faceva poi più alcun riferimento agli obblighi di disarmo nucleare nel corpo del documento e nelle azioni e i finanziamenti che proponeva! Evidentemente la UE ha un grosso problema interno costituito dagli arsenali e dai progetti nucleari della Francia e della Gran Bretagna. Ma – come per molti altri aspetti dei rapporti internazionali – avrebbe un grosso peso una decisione dell’Europa di procedere al disarmo nucleare: una decisione unilaterale in questo senso, concordata possibilmente con altri Stati nucleari, metterebbe nell’angolo anche gli Stati Uniti e renderebbe per loro assai problematico proseguire da soli sulle linee attuali.

[3]              Sulla pervicace ambiguità mantenuta da Israele sul proprio arsenale nucleare v. ad es. A. Cohen, Israel’s Nuclear Future: Iran, Opacity and the Vision of Global Zero, in C. McArdle Kelleher, J.V. Reppy (eds), Getting to Zero, Stanford University Press, Palo Alto, 2010.

La dichiarazione delle due Coree parla anche a noi

29.04.2018 Angelo Baracca

(Foto di Democracy Now)

Credo che la “Dichiarazione di Panmunjom per la pace, la prosperità e l’unificazione della Penisola Coreana” (https://www.pressenza.com/it/2018/04/dichiarazione-panmunjom-la-pace-la-prosperita-lunificazione-della-penisola-coreana/) scaturita dallo storico summit fra le due Coree meriti alcune riflessioni ulteriori, oltre la pioggia di commenti che vi è stata. Intanto dissolve una minaccia che è stata agitata per quasi 30 anni, ed ha prodotto l’effetto esattamente contrario a quello che si diceva di volere.

Personalmente ho sempre ripetuto e argomentato da un anno a questa parte la convinzione:

  • che la resistibile ascesa nucleare della Corea del Nord sia stata diretta responsabilità della politica di minacce e imposizioni degli Stati Uniti (https://www.pressenza.com/it/2017/05/la-resistibile-ascesa-nucleare-della-corea-del-nord/);
  • che il Presidente nord-coreano Kim Jon-un non fosse affatto il “pazzo” che veniva descritto in modo strumentale e caricaturale, ma che il suo comportamento fosse invece molto lucido (ora qualche commento lo paragona a un lucido giocatore di scacchi);
  • che fosse invece farneticazione velleitaria il “fire and fury” di Trump; che in realtà gli Usa fossero sotto scacco (per riprendere la metafora), perché un attacco militare a Pyongyang era ed è assolutamente impensabile e irrealistico (https://www.pressenza.com/it/2018/02/bottone-piu-grosso-dice-le-balle-piu-grosse/);
  • che qualsiasi passo negoziale dovesse partire dalla presa d’atto che la Corea del Nord è ormai a tutti gli effetti uno Stato nucleare (per inciso, uno dei tanti effetti perversi del cosiddetto “regime di non-proliferazione” instaurato dal TNP del 1970, che è stato invece un “regime di proliferazione” pilotata dalle potenze nucleari);
  • ed infine che la sola soluzione possibile fosse che le due Coree prendessero in mano il proprio destino sottraendolo alle manovre perverse delle grandi potenze.

Mi soffermerò solo su qualche punto che, se pure è stato considerato nei tanti commenti, merita una riflessione più specifica.

Che cosa implica la denuclearizzazione?

Penso che l’aspetto che più ha richiamato l’attenzione del pubblico sia quello della “denuclearizzazione”: il modo in cui esso viene impostato merita un commento approfondito, perché chi non segua da vicino questi problemi può non cogliere alcuni punti fondamentali .

In primo luogo si deve osservare che non si parla di smantellamento dell’arsenale nucleare di Pyongyang, di “denuclearizzazione della Corea del Nord”, come era richiesto finora come condizione dagli Stati Uniti. Si parla invece dell’«obiettivo comune di realizzare, attraverso la completa denuclearizzazione, una Penisola Coreana libera da armi nucleari» (the common goal of realising, through complete denuclerization, a nuclear-free Korean Peninsula). Questo è un obiettivo ben diverso e di portata molto maggiore, e non solo per la penisola coreana. Non è solo Pyongyang, infatti, ad avere introdotto le armi nucleari nella penisola: gli Stati Uniti inviano regolarmente aerei e navi con capacità nucleari verso la Corea del Sud per esercitazioni militari. È un aspetto che parla direttamente anche a noi, che ospitiamo tra le 40 e le 70 testate termonucleari statunitensi, e abbiamo 11 porti che ospitano visite di navi a propulsione nucleare, che dai primi anni Novanta non dovrebbero più trasportare bombe nucleari, ma non possiamo averne la certezza in caso di crisi internazionali, come per esempio l’attacco alla Libia.

La questione poi delle Nuclear Free Zones[1] è di scottante attualità perché richiama direttamente la regione nella parte opposta del continente asiatico – il Medio Oriente – dove minaccia di riesplodere la crisi riferita all’Iran, con la prospettiva sempre più concreta che Trump non certifichi nuovamente in maggio l’accordo sul nucleare JCPOA (Joint ‎Comprehensive Plan of Action) del luglio 2015. In questa regione sono in ballo l’arsenale di Israele e le testate termonucleari statunitensi schierate in Turchia. Vale la pena richiamare alcuni fatti che forse non molti hanno presenti. In primo luogo la “Dichiarazione di Teheran” sottoscritta il 21 ottobre 2003 da Francia, Germania e Gran Bretagna con l’Iran, a fronte dell’impegno di Teheran di sviluppare solo tecnologia nucleare civile: la UE si impegnava a cooperare per la realizzazione di una “Zona Libera da Armi di Distruzione di Massa in Medio Oriente”[2]. Senza contare quello che era stato praticamente l’unico risultato positivo nel fallimento della VIIa Conferenza di Revisione del TNP del maggio 2005, l’impegno a convocare per il 2012 una Conferenza Internazionale per rendere il Medio Oriente «Zona Libera da Armi Nucleari e di Distruzione di Massa», con esplicito riferimento (per la prima volta) all’arsenale nucleare di Israele, e l’invito esplicito ad aderire al tnp e ad accettare le ispezioni della iaea. Israele, dopo avere esercitato pressioni fortissime sugli usa, reagì in modo furioso, dichiarando che mai avrebbe partecipato a questa conferenza[3], che poi di fatto non fu mai convocata. Insomma, promesse di marinaio!

La  Dichiarazione di Panmunjom parla quindi anche di altri problemi e indica la strada di possibili soluzioni. Ed propone anche un percorso concreto, con l’affermazione che “La Corea del Sud e del Nord hanno concordato di cercare attivamente il sostegno e la cooperazione della comunità internazionale per la denuclearizzazione della Penisola Coreana”.

Questa è la vera posta in gioco. L’impegno della chiusura del centro nucleare di Punggye-ri nel nordest del Paese, dove sono stati condotti i sei test nucleari, sarà probabilmente un segnale positivo, d’immagine, ma certamente non risolutivo.

Quale “pace” e “sicurezza”?

È già stato ampiamente sottolineata l’importanza storica dell’obiettivo di concludere finalmente, a distanza di 65 anni dalla Guerra di Corea (1950-1953), un Trattato di Pace. Così come l’intenzione di “stabilire un permanente e solido regime di pace nella Penisola Coreana”, che però dovrà affrontare e risolvere alcuni nodi cruciali e complessi. In primo luogo la presenza in Corea del Sud di circa 25.000 soldati statunitensi. Per non parlare delle esercitazioni militari che si svolgono periodicamente nelle acque limitrofe alla Corea del Nord, e che non danno certamente un segnale di “sicurezza”.

 

Queste brevi considerazioni rafforzano l’importanza storica dell’incontro di Panmunjom.

[1]              Esistono attualmente quattro trattati che contemplano divieti in parte diversi, ma come minimo proibiscono lo schieramento, la sperimentazione, l’uso e lo sviluppo di armi nucleari all’interno di una particolare regione geografica: Trattato per la Proibizione di Armi Nucleari In America Latina e nei Caraibi (Trattato di Tlatelolco, 1985); Trattato per la Zona Libera da Armi Nucleari del Pacifico del Sud (Trattato di Rarotonga, 1985; la Nuova Zelanda ha un’ulteriore legislazione interna che vieta l’ingresso nei suoi porti di imbarcazioni a propulsione nucleare, o che portino armi nucleari, che non è invece vietato dal trattato di Rarotonga: questa norma ha creato problemi con gli Stati Uniti); Trattato per la Zona Libera da Armi Nucleari del Sud Est Asiatico (Trattato di Bangkok, 1995); Trattato per la Zona Libera da Armi Nucleari dell’Africa (Trattato di Pelindaba, 1996). Vi sono poi altri trattati che vietano specificamente esplosioni nucleari di qualsiasi tipo e lo smaltimento di scorie radioattive: il Trattato sull’Antartide (1959), il Trattato sullo Spazio Esterno (1967), e il Trattato sui Fondi Marini (1971).

[2]              Ma un voluminoso documento della UE del 5 dicembre 2005 (http://ue.eu.int/uedocs/cmsUpload/st14520.en05.pdf) sulle strategie contro la proliferazione di armi di distruzione di massa, pur premettendo un riferimento ai tre pilastri del TNP (non-proliferazione, disarmo e usi pacifici), non faceva poi più alcun riferimento agli obblighi di disarmo nucleare nel corpo del documento e nelle azioni e i finanziamenti che proponeva! Evidentemente la UE ha un grosso problema interno costituito dagli arsenali e dai progetti nucleari della Francia e della Gran Bretagna. Ma – come per molti altri aspetti dei rapporti internazionali – avrebbe un grosso peso una decisione dell’Europa di procedere al disarmo nucleare: una decisione unilaterale in questo senso, concordata possibilmente con altri Stati nucleari, metterebbe nell’angolo anche gli Stati Uniti e renderebbe per loro assai problematico proseguire da soli sulle linee attuali.

[3]              Sulla pervicace ambiguità mantenuta da Israele sul proprio arsenale nucleare v. ad es. A. Cohen, Israel’s Nuclear Future: Iran, Opacity and the Vision of Global Zero, in C. McArdle Kelleher, J.V. Reppy (eds), Getting to Zero, Stanford University Press, Palo Alto, 2010.

Consultazioni governo: tra incoerenza politica e ignoranza costituzionale

28.04.2018 Rocco Artifoni

Consultazioni governo: tra incoerenza politica e ignoranza costituzionale
(Foto di Pixabay)

In queste settimane di confronto tra le forze politiche per la formazione di un governo, si sono sentite affermazioni palesemente infondate e madornali errori matematici. Vediamo qualche esempio.

Matteo Salvini sostiene che gli italiani hanno votato in maggioranza il centrodestra, dunque o c’è un governo di centrodestra o non c’è alcun governo. Il leader della Lega finge di non sapere che in realtà si tratta di una maggioranza relativa (37%), mentre il governo deve essere sostenuto dalla maggioranza assoluta (50% + 1).

Silvio Berlusconi afferma che il governo deve essere affidato a chi ha vinto le elezioni, mentre Giorgia Meloni dice che non avrebbe senso un governo di chi è arrivato secondo (M5S) e terzo (PD). Pare che nessuno abbia spiegato a questi due leader di partito che le elezioni politiche non sono una gara sportiva in cui il primo arrivato prende la coppa del governo e tutti gli altri nulla, ma si tratta di un’occasione in cui il popolo sovrano elegge i suoi rappresentanti. E tutti gli eletti contano uno, sono uguali agli altri e ciascuno rappresenta la Nazione.

Luigi Di Maio e molti esponenti del M5S parlano invece di Terza Repubblica, quella dei cittadini, ma in realtà in Italia non è stata istituita nemmeno la seconda. Dal 1948 è vigente una Costituzione, quella di una Repubblica democratica fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione. Di conseguenza, anche Di Maio, come tutti i cittadini, è tenuto ad essere fedele alla Repubblica e ad osservarne la Costituzione.

Matteo Renzi ribadisce che un governo Pd-M5S sarebbe una gigantesca presa in giro agli elettori. Pertanto, dobbiamo concludere che quando Renzi era al governo con i centristi (che non erano in coalizione con il PD alle elezioni del 2013) ha messo in atto una gigantesca presa in giro. O invece possiamo ritenere che dopo le elezioni, se nessun partito o coalizione dispone della maggioranza assoluta dei seggi, per governare è necessario costruire un accordo tra forze diverse.

Detto questo, servirebbe la sfera di cristallo per sapere come andrà a finire la telenovela del tentativo di aggregare una maggioranza che dia la fiducia ad un governo. Quello che pare certo è che con questa classe politica, incoerente e ignorante, non si andrà molto lontano. Ma non dimentichiamolo mai: democraticamente è stata votata dagli elettori. Come dice il proverbio antico: “chi è causa del suo mal pianga se stesso…

Consultazioni governo: tra incoerenza politica e ignoranza costituzionale

28.04.2018 Rocco Artifoni

Consultazioni governo: tra incoerenza politica e ignoranza costituzionale
(Foto di Pixabay)

In queste settimane di confronto tra le forze politiche per la formazione di un governo, si sono sentite affermazioni palesemente infondate e madornali errori matematici. Vediamo qualche esempio.

Matteo Salvini sostiene che gli italiani hanno votato in maggioranza il centrodestra, dunque o c’è un governo di centrodestra o non c’è alcun governo. Il leader della Lega finge di non sapere che in realtà si tratta di una maggioranza relativa (37%), mentre il governo deve essere sostenuto dalla maggioranza assoluta (50% + 1).

Silvio Berlusconi afferma che il governo deve essere affidato a chi ha vinto le elezioni, mentre Giorgia Meloni dice che non avrebbe senso un governo di chi è arrivato secondo (M5S) e terzo (PD). Pare che nessuno abbia spiegato a questi due leader di partito che le elezioni politiche non sono una gara sportiva in cui il primo arrivato prende la coppa del governo e tutti gli altri nulla, ma si tratta di un’occasione in cui il popolo sovrano elegge i suoi rappresentanti. E tutti gli eletti contano uno, sono uguali agli altri e ciascuno rappresenta la Nazione.

Luigi Di Maio e molti esponenti del M5S parlano invece di Terza Repubblica, quella dei cittadini, ma in realtà in Italia non è stata istituita nemmeno la seconda. Dal 1948 è vigente una Costituzione, quella di una Repubblica democratica fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione. Di conseguenza, anche Di Maio, come tutti i cittadini, è tenuto ad essere fedele alla Repubblica e ad osservarne la Costituzione.

Matteo Renzi ribadisce che un governo Pd-M5S sarebbe una gigantesca presa in giro agli elettori. Pertanto, dobbiamo concludere che quando Renzi era al governo con i centristi (che non erano in coalizione con il PD alle elezioni del 2013) ha messo in atto una gigantesca presa in giro. O invece possiamo ritenere che dopo le elezioni, se nessun partito o coalizione dispone della maggioranza assoluta dei seggi, per governare è necessario costruire un accordo tra forze diverse.

Detto questo, servirebbe la sfera di cristallo per sapere come andrà a finire la telenovela del tentativo di aggregare una maggioranza che dia la fiducia ad un governo. Quello che pare certo è che con questa classe politica, incoerente e ignorante, non si andrà molto lontano. Ma non dimentichiamolo mai: democraticamente è stata votata dagli elettori. Come dice il proverbio antico: “chi è causa del suo mal pianga se stesso…

Carceri: se i dati smentiscono l’enfasi populista

28.04.2018 Unimondo

Carceri: se i dati smentiscono l’enfasi populista
(Foto di Pixabay)

Sovraffollamento, spazi angusti, una sanità carente e disomogenea, criticità nel settore lavoro e formazione, ma anche diminuzione dei reati così come dei detenuti stranieri, nonostante l’isteria mediatica pre e post elettorale. Di questa e altre questioni si parla nel XIV rapporto sulle condizioni di detenzione curato da Antigone, associazione che si occupa di tutelare i diritti delle persone che si trovano in carcere. Un grande lavoro di elaborazione di dati, ma anche empirico (2 mila le visite in carcere effettuate negli ultimi vent’anni), con oltre 70 osservatori che negli ultimi mesi hanno visitato 86 carceri: 36 nel nord, dalla Valle d’Aosta alla Romagna, 20 in centro Italia e 30 tra il sud e le isole. Un punto della situazione, in attesa della legge che dopo oltre quarant’anni dovrebbe riformare l’ordinamento penitenziario, ma che giace ancora nei banchi del Parlamento. Definita “timida” ma pur sempre un passo avanti, la legge contiene secondo Antigone alcune innovazioni significative, tra cui: “L’equiparazione ai fini del trattamento medico e giuridico della malattia psichica a quella fisica, il miglioramento e la modernizzazione di alcuni aspetti della vita interna, il richiamo alle Regole Penitenziarie Europee, l’allargamento delle misure alternative, di gran lunga meno costose del carcere e più capaci di ridurre la recidiva e garantire la sicurezza della società”.

DIMINUISCONO I DETENUTI STRANIERI. Il ritorno del sovraffollamento è una delle criticità segnalate da quest’ultima edizione del rapporto: tra il 31 dicembre 2015 e oggi, infatti, i detenuti sono cresciuti di 6.059 unità e oggi il tasso di sovraffollamento, che tiene conto della capienza ufficiale, è pari al 115,2%.Certo non siamo ai livelli del passato: sono trascorsi sei anni dalla storica sentenza Torreggiani, con cui la Corte europea dei diritti umani ha condannato l’Italia per i trattamenti inumani o degradanti subiti dai detenuti in carcere. Allora erano oltre 65 mila i detenuti nelle carceri italiane, calate a poco più di 52 mila unità dopo la sentenza (anche e soprattutto per timore delle sanzioni). Passata l’emergenza, però, il dato ha ripreso a salire, arrivando a superare le 58 mila presenze al 31 marzo 2018, con una crescita di 6 mila unità in poco più di due anni. “Si tratta di una crescita difforme – spiega il presidente di Antigone, Patrizio Gonnella – ma che in ogni caso non riguarda, come certa rappresentazione politica e mediatica vorrebbe farci credere, i detenuti stranieri”.

E’ quello che Gonnella chiama “il grande bluff populista”: i numeri, infatti, rimarcano l’assenza di correlazione tra la grande crescita degli stranieri residenti in Italia – triplicati dal 2003 – e i detenuti stranieri, che al contrario negli ultimi dieci anni sarebbero diminuiti di 2 mila unità. “Che se lo mettano in testa tutti quelli che lanciano la caccia allo straniero criminale” continua Gonnella. Porta l’esempio della comunità rumena dove negli ultimi cinque anni i detenuti rumeni sono diminuiti di un terzo, grazie anche a un rafforzamento del patto d’inclusione. “Si volevano addirittura creare leggi ad hoc, come se essere romeni fosse di per sé una circostanza aggravante” commenta. Da segnalare anche l’esiguo numero delle persone detenute provenienti da Siria e Afghanistan, ovvero coloro che vengono in Italia perché scappano dalla guerra: “Significa che dove c’è un messaggio di attenzione alla persona, anche solo tramite la presa in esame della domanda di asilo, il patto di fiducia è in qualche modo ricambiato”.

ALLARME SUICIDI.  Altra peculiarità, che di nuovo controbilancia l’enfasi populista, è l’andamento divergente tra il già citato aumento del numero dei detenuti e il numero dei reati denunciati dalle forze di polizia all’autorità giudiziaria, che nel 2016 risulta essere il più basso degli ultimi 10 anni. Prendiamo ad esempio gli omicidi: tra il 2016 e il 2017 sono passati da 389 a 343, con una diminuzione dell’11,8 per cento. “Di questi 46 attribuibili alla criminalità e ben 128 consumati in ambito familiare/affettivo” si legge. Per quanto riguarda la custodia cautelare, il dato è in leggero calo rispetto all’anno scorso: la percentuale dei detenuti in attesa di una sentenza definitiva è del 34%. Di questi, i detenuti stranieri costituiscono il 37,7%, segno del permanere di alcune discriminazioni: disponendo di minori risorse economiche, linguistiche e sociali, hanno infatti minori possibilità di beneficiare di misure alternative. Senza contare che i mediatori culturali sono solo 223, ossia pari all’1,13%, ogni cento detenuti stranieri. Così come interpreti e traduttori sarebbero anch’essi in numero non sufficiente.

Un dato positivo riguarda invece la messa alla prova, una delle riforme sperimentate per evitare il sovraffollamento: Antigone registra un aumento delle persone che ne usufruiscono, arrivate attualmente a 12.278. “Ci vorrebbe ora un grande investimento in risorse umane e sociali per far sì che i progetti vadano a buon fine” si legge nel report. Mentre continua a preoccupare il dato sui suicidi. Secondo le statistiche di Ristretti Orizzonti, nel 2017 sono morte in carcere 123 persone: di queste, 52 sono stati i suicidi, (48 secondo i dati dell’Amministrazione Penitenziaria), 7 in più rispetto al 2016. Sempre nel 2017, 1.135 sono stati i tentativi di suicidio e 9.510 atti di autolesionismo. “Abbiamo potuto verificare che nel carcere di Bollate, un istituto caratterizzato da un regime a ‘celle aperte’, i gli eventi critici sono marginali” commenta Antigone. E’ la cosiddetta sorveglianza dinamica, che insieme all’istruzione, alle attività scolastiche, culturali e di intrattenimento, può aiutare a rendere più tollerabile la vita delle persone ristrette, a volte anche in condizioni di sovraffollamento (con contestuale riduzione della recidiva). Certo, stato e gestione cambiano pesantemente da struttura a struttura, così come i servizi erogati, sanità compresa. Senza contare i più basilari diritti: in 10 istituti tra quelli visitati gli osservatori hanno trovato celle in cui i detenuti non avevano a disposizione la soglia minima di 3mq calpestabili, in 50 le celle erano prive di doccia, in quattro vi erano celle in cui il wc non era in un ambiente separato.

LAVORO E ISTRUZIONE. Per quanto riguarda l’istruzione, il report segnala che solo 1 detenuto su 5 va scuola in carcere. Il tasso di occupazione in carcere è del 30% (tra i liberi è il doppio, il 58%). Appena l’1,7% dei detenuti lavora dentro gli istituti per datori di lavoro diversi dall’amministrazione penitenziaria. Gli altri (l’82%) sono impegnati nei servizi di istituto: pulizia delle sezioni, distribuzione del vitto, alcune mansioni di segreteria, scrittura di reclami e documenti per altri detenuti. “Si tratta di lavori svolti a turnazione e senza alcuna spendibilità nel mondo del lavoro esterno.Più che lavori dunque, occupazioni del tempo scarsamente retribuite”. Antigone, però, tiene anche a segnalare tre buone pratiche di sistema: il dialogo crescente tra le università e il carcere, con circa 300 detenuti iscritti; il teatro, attività molto presente e in genere ben vista dall’amministrazione penitenziaria, definita “un’esperienza di liberazione ed emancipazione, ma anche culturale”; l’informazione: dalla rassegna stampa di Ristretti Orizzonti, attraverso cui il mondo esterno conosce quello che accade nelle carceri, al programma radio Jailhouse Rock, fino alle varie riviste prodotte all’interno dei penitenziari.

 

Articolo di Anna Toro

Carceri: se i dati smentiscono l’enfasi populista

28.04.2018 Unimondo

Carceri: se i dati smentiscono l’enfasi populista
(Foto di Pixabay)

Sovraffollamento, spazi angusti, una sanità carente e disomogenea, criticità nel settore lavoro e formazione, ma anche diminuzione dei reati così come dei detenuti stranieri, nonostante l’isteria mediatica pre e post elettorale. Di questa e altre questioni si parla nel XIV rapporto sulle condizioni di detenzione curato da Antigone, associazione che si occupa di tutelare i diritti delle persone che si trovano in carcere. Un grande lavoro di elaborazione di dati, ma anche empirico (2 mila le visite in carcere effettuate negli ultimi vent’anni), con oltre 70 osservatori che negli ultimi mesi hanno visitato 86 carceri: 36 nel nord, dalla Valle d’Aosta alla Romagna, 20 in centro Italia e 30 tra il sud e le isole. Un punto della situazione, in attesa della legge che dopo oltre quarant’anni dovrebbe riformare l’ordinamento penitenziario, ma che giace ancora nei banchi del Parlamento. Definita “timida” ma pur sempre un passo avanti, la legge contiene secondo Antigone alcune innovazioni significative, tra cui: “L’equiparazione ai fini del trattamento medico e giuridico della malattia psichica a quella fisica, il miglioramento e la modernizzazione di alcuni aspetti della vita interna, il richiamo alle Regole Penitenziarie Europee, l’allargamento delle misure alternative, di gran lunga meno costose del carcere e più capaci di ridurre la recidiva e garantire la sicurezza della società”.

DIMINUISCONO I DETENUTI STRANIERI. Il ritorno del sovraffollamento è una delle criticità segnalate da quest’ultima edizione del rapporto: tra il 31 dicembre 2015 e oggi, infatti, i detenuti sono cresciuti di 6.059 unità e oggi il tasso di sovraffollamento, che tiene conto della capienza ufficiale, è pari al 115,2%.Certo non siamo ai livelli del passato: sono trascorsi sei anni dalla storica sentenza Torreggiani, con cui la Corte europea dei diritti umani ha condannato l’Italia per i trattamenti inumani o degradanti subiti dai detenuti in carcere. Allora erano oltre 65 mila i detenuti nelle carceri italiane, calate a poco più di 52 mila unità dopo la sentenza (anche e soprattutto per timore delle sanzioni). Passata l’emergenza, però, il dato ha ripreso a salire, arrivando a superare le 58 mila presenze al 31 marzo 2018, con una crescita di 6 mila unità in poco più di due anni. “Si tratta di una crescita difforme – spiega il presidente di Antigone, Patrizio Gonnella – ma che in ogni caso non riguarda, come certa rappresentazione politica e mediatica vorrebbe farci credere, i detenuti stranieri”.

E’ quello che Gonnella chiama “il grande bluff populista”: i numeri, infatti, rimarcano l’assenza di correlazione tra la grande crescita degli stranieri residenti in Italia – triplicati dal 2003 – e i detenuti stranieri, che al contrario negli ultimi dieci anni sarebbero diminuiti di 2 mila unità. “Che se lo mettano in testa tutti quelli che lanciano la caccia allo straniero criminale” continua Gonnella. Porta l’esempio della comunità rumena dove negli ultimi cinque anni i detenuti rumeni sono diminuiti di un terzo, grazie anche a un rafforzamento del patto d’inclusione. “Si volevano addirittura creare leggi ad hoc, come se essere romeni fosse di per sé una circostanza aggravante” commenta. Da segnalare anche l’esiguo numero delle persone detenute provenienti da Siria e Afghanistan, ovvero coloro che vengono in Italia perché scappano dalla guerra: “Significa che dove c’è un messaggio di attenzione alla persona, anche solo tramite la presa in esame della domanda di asilo, il patto di fiducia è in qualche modo ricambiato”.

ALLARME SUICIDI.  Altra peculiarità, che di nuovo controbilancia l’enfasi populista, è l’andamento divergente tra il già citato aumento del numero dei detenuti e il numero dei reati denunciati dalle forze di polizia all’autorità giudiziaria, che nel 2016 risulta essere il più basso degli ultimi 10 anni. Prendiamo ad esempio gli omicidi: tra il 2016 e il 2017 sono passati da 389 a 343, con una diminuzione dell’11,8 per cento. “Di questi 46 attribuibili alla criminalità e ben 128 consumati in ambito familiare/affettivo” si legge. Per quanto riguarda la custodia cautelare, il dato è in leggero calo rispetto all’anno scorso: la percentuale dei detenuti in attesa di una sentenza definitiva è del 34%. Di questi, i detenuti stranieri costituiscono il 37,7%, segno del permanere di alcune discriminazioni: disponendo di minori risorse economiche, linguistiche e sociali, hanno infatti minori possibilità di beneficiare di misure alternative. Senza contare che i mediatori culturali sono solo 223, ossia pari all’1,13%, ogni cento detenuti stranieri. Così come interpreti e traduttori sarebbero anch’essi in numero non sufficiente.

Un dato positivo riguarda invece la messa alla prova, una delle riforme sperimentate per evitare il sovraffollamento: Antigone registra un aumento delle persone che ne usufruiscono, arrivate attualmente a 12.278. “Ci vorrebbe ora un grande investimento in risorse umane e sociali per far sì che i progetti vadano a buon fine” si legge nel report. Mentre continua a preoccupare il dato sui suicidi. Secondo le statistiche di Ristretti Orizzonti, nel 2017 sono morte in carcere 123 persone: di queste, 52 sono stati i suicidi, (48 secondo i dati dell’Amministrazione Penitenziaria), 7 in più rispetto al 2016. Sempre nel 2017, 1.135 sono stati i tentativi di suicidio e 9.510 atti di autolesionismo. “Abbiamo potuto verificare che nel carcere di Bollate, un istituto caratterizzato da un regime a ‘celle aperte’, i gli eventi critici sono marginali” commenta Antigone. E’ la cosiddetta sorveglianza dinamica, che insieme all’istruzione, alle attività scolastiche, culturali e di intrattenimento, può aiutare a rendere più tollerabile la vita delle persone ristrette, a volte anche in condizioni di sovraffollamento (con contestuale riduzione della recidiva). Certo, stato e gestione cambiano pesantemente da struttura a struttura, così come i servizi erogati, sanità compresa. Senza contare i più basilari diritti: in 10 istituti tra quelli visitati gli osservatori hanno trovato celle in cui i detenuti non avevano a disposizione la soglia minima di 3mq calpestabili, in 50 le celle erano prive di doccia, in quattro vi erano celle in cui il wc non era in un ambiente separato.

LAVORO E ISTRUZIONE. Per quanto riguarda l’istruzione, il report segnala che solo 1 detenuto su 5 va scuola in carcere. Il tasso di occupazione in carcere è del 30% (tra i liberi è il doppio, il 58%). Appena l’1,7% dei detenuti lavora dentro gli istituti per datori di lavoro diversi dall’amministrazione penitenziaria. Gli altri (l’82%) sono impegnati nei servizi di istituto: pulizia delle sezioni, distribuzione del vitto, alcune mansioni di segreteria, scrittura di reclami e documenti per altri detenuti. “Si tratta di lavori svolti a turnazione e senza alcuna spendibilità nel mondo del lavoro esterno.Più che lavori dunque, occupazioni del tempo scarsamente retribuite”. Antigone, però, tiene anche a segnalare tre buone pratiche di sistema: il dialogo crescente tra le università e il carcere, con circa 300 detenuti iscritti; il teatro, attività molto presente e in genere ben vista dall’amministrazione penitenziaria, definita “un’esperienza di liberazione ed emancipazione, ma anche culturale”; l’informazione: dalla rassegna stampa di Ristretti Orizzonti, attraverso cui il mondo esterno conosce quello che accade nelle carceri, al programma radio Jailhouse Rock, fino alle varie riviste prodotte all’interno dei penitenziari.

 

Articolo di Anna Toro

Negata a Lula la visita di un medico

26.04.2018 Mariano Quiroga

Quest’articolo è disponibile anche in: Spagnolo

Negata a Lula la visita di un medico
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Un conto è negare a Premi Nobel per la Pace la possibilità di far visita in carcere a Luiz Inácio Lula da Silva, o impedire all’ex presidente Dilma Rousseff di dialogare con il leader del Partito dei Lavoratori; ben altra cosa invece, è negare a Lula la visita di medico.

“Si sta attentando alla sua vita”, ha detto il deputato federale Wadih Damous, riferendosi alla giudice che ha negato la visita medica. La giudice Carolina Lebbos ha detto che, non trattandosi di urgenza, non c’era necessità che il medico vedesse l’ex presidente.

Il ministro Damous, che fa parte della commissione esterna della Camera dei Deputati e che aveva il compito di verificare le condizioni detentive di Lula, si è visto anch’egli negare la visita. Il deputato ha assicurato che l’avrebbe denunciata per abuso di autorità.

Questa giudice sta producendo “un’enorme quantità di arbitrarietà e abusi di autorità”, ha detto Damous in un video che è circolato nei mass media brasiliani, in cui ha assicurato che una giudice non può negare a un detenuto il colloquio col proprio legale.

Lula sta subendo una detenzione che viola le regole stabilite dalla Nazioni Unite, che lo tortura lasciandolo  in isolamento totale e impedendo a familiari, amici o ai suoi legali di fargli visita. Negandogli l’incontro con il suo medico o con un assistente religioso, l’illegalità in Brasile tocca livelli mai visti in democrazia.

Traduzione dallo spagnolo di Cristina Quattrone

 

26 aprile: non dimentichiamo la tragedia di Chernobyl

25.04.2018 Angelo Baracca

26 aprile: non dimentichiamo la tragedia di Chernobyl
(Foto di http://www.nydailynews.com/news/chernobyl-haunting-photos-nuclear-wasteland-gallery-1.1531303?pmSlide=1.1531299)

Era il 26 aprile di 32 anni fa, l’Europa si risvegliò (tranne la Francia, la cui popolazione venne criminalmente tenuta all’oscuro) sotto l’incubo di una nube radioattiva generata dal più spaventoso disastro nucleare mai avvenuto.

Non scrivo questa nota con l’ambizione di fare un bilancio[i], ma perché non dobbiamo assolutamente dimenticare! Due anni fa sul Fatto Quotidiano Lorenzo Galeazzi riassumeva efficacemente la situazione così: “Dal 1986, anno dell’incidente nucleare, la popolazione è diminuita di 6 milioni e mezzo principalmente per l’incremento delle morti infantili. Preoccupante anche la salute dei figli delle persone colpite dalle radiazioni: l’instabilità genomica ha aumentato la probabilità di contrarre tumori, malattie genetiche e malformazioni” (https://www.ilfattoquotidiano.it/2016/04/24/chernobyl-e-la-strage-dei-bambini-dopo-30-anni-lucraina-paga-ancora-un-prezzo-altissimo/2662114/).

“Chernobyl non è finita, è appena cominciata”: Yury Bandazhevsky, scienziato bielorusso, imprigionato per aver contestato la versione ufficiale, ora vive in esilio , https://www.usatoday.com/story/news/world/2016/04/17/nuclear-exile-chernobyl-30th-anniversary/82896510/.

Il 26 aprile 1986 il mito dell’energia nucleare ricevette un colpo mortale – quell’energia che avrebbe dovuto essere “Troppo economica per misurarla” (Too cheap to meter, Lewis Strauss, Atomic Energy Commission, 1954).

L’Era nucleare – cupamente inaugurata il 6 e 9 agosto 1945 dai “funghi atomici” di Hiroshima e Nagasaki – ha provocato danni incalcolabili, ha prodotto sostanze radioattive artificiali che perdureranno per tempi inimmaginabili, ha generato armi che mettono a rischio l’esistenza stessa della società umana.

Rosalie Bertell (1929-2012, premo Nobel Alternativo, si batté per fare avere cure mediche alle vittime di Bhopal e di Chernobyl) valutava 19 anni fa in 1 miliardo e 300 milioni le possibili vittime dell’Era nucleare (“Victims of the Nuclear Age”, The Ecologist, novembre 1999, p. 409-411, https://ratical.org/radiation/Navictims.html; trad. it. http://marcosaba.tripod.com/rosalievictims.html, tutti dovrebbero leggerlo: “Malgrado il tentativo di insabbiamento delle autorità, possiamo già cominciare ad enumerare le vittime reali dell’era nucleare”).

Con i non meno spaventosi disastri dell’11 marzo 2011 a Fukushima (fusione dei noccioli di 3 reattori, più incidente assolutamente inatteso a una piscina di decontaminazione del combustibile nucleare esaurito) sono 5 gli incidenti nucleari di eccezionale gravità avvenuti in 39 anni, dopo quello di Three Mile island del 1979, con una frequenza media di uno ogni 6 anni (senza contare gli innumerevoli incidenti “meno gravi”): stima molto più espressiva e realistica dei complessi calcoli sulle probabilità di incidenti puntualmente smentiti dalla realtà a posteriori. “Le statistiche sono le persone che non possono più piangere” ha dichiarato un abitante di Rongelap, della Repubblica delle Isole Marshall che subì 23 test nucleari statunitensi negli anni Cinquanta.

Quali che siano le valutazioni – la potente lobby nucleare non desiste dal contrastare l’inesorabile declino di questa energia[ii], e le potenze nucleari si oppongono strenuamente alla messa al bando di queste armi – non sarà mai troppo tardi per chiudere per sempre l’Era Nucleare: in ogni caso essa lascerà una pesantissima ed ineliminabile eredità per decine di generazioni a venire!

Mentre lottiamo ci battiamo perché il Trattato di Proibizione delle Armi Nucleari entri in vigore, non dimentichiamo tutte le “vittime dell’Era Nucleare”.

[i]
Le valutazioni ufficiali sono da molti considerate decisamente ottimistiche e assolutorie (e personalmente condivido in toto queste critiche). Consiglio i rapporti di Greenpeace: “L’eredità nucleare di Fukushima e Cernobyl”, marzo 2016, http://www.greenpeace.org/italy/Global/italy/report/2016/Media_briefing_L_eredita%CC%80_nucleare_di_Fukushima_e_Cernobyl.pdf.

[ii]             Angelo Baracca, “L’inesorabile agonia dell’energia nucleare”, Pressenza, 30 maggio 2017, https://www.pressenza.com/it/2017/05/linesorabile-agonia-dellenergia-nucleare/.

Carofalo(PaP) e De Magistris: “Giusto declinare il 25 Aprile per i diritti dei migranti”

24.04.2018 – Napoli Potere Al Popolo

Carofalo(PaP) e De Magistris: “Giusto declinare il 25 Aprile per i diritti dei migranti”

Domani, Mercoledì 25 Aprile, i movimenti antirazzisti, le associazioni, i comitati e le organizzazioni politiche napoletane parteciperanno al corteo cittadino che partirà alle ore 15 da Piazza Mancini.

I membri del Movimento Migranti e Rifugiati, insieme con agli attivisti dell’ExOpg Je So’ Pazzo e di Potere al Popolo!  consegneranno un documento agli uffici prefettizi e alla dirigente dell’ufficio immigrazione per chiedere il superamento dell’attuale sistema di accoglienza (che troppo spesso si traduce in una gestione criminale dei Centri di Accoglienza Straordinaria) in favore di un ampliamento del servizio SPRAR. 

Il documento inoltre richiede una modifica di alcune prassi, come la richiesta illegittima del passaporto per il rilascio del permesso di soggiorno, e il prolungamento del permesso temporaneo da sei mesi ad un anno.

Molte le associazioni, i singoli, gli assessori e consiglieri di municipalità che hanno sottoscritto la lettera, dall’ASGI e Antigone Campania a Elena Coccia a Laura Marmorale.

Lo stesso sindaco di Napoli Luigi De Magistris ha rilasciato una nota in sostegno all’iniziativa: “In tempi di dilagante e ingiustificata alterofobia trovo opportuna e condivisibile l’esigenza di declinare i festeggiamenti del 25 aprile per il miglioramento del sistema di accoglienza delle nostre città e per l’elaborazione di una società inclusiva. Le immani file che cominciano la notte del giorno prima presso i commissariati della nostra città, i tempi di attesa estenuanti per un permesso di soggiorno o per il riconoscimento del diritto d’asilo, l’elaborazione di strutture sempre più detentive per persone che non hanno commesso alcun reato ma che rivendicano il solo diritto di abitare il pianeta nel quale sono nati, sono le odierne forme di discriminazione istituzionalizzata e di elaborazione di nuove forme di apartheid. In questo senso vanno le nuove lotte di liberazione da un ordine mondiale che perde ogni senso di umanesimo.”

Viola Carofalo, capo politico di Potere al Popolo, ha dichiarato: “Il 25 Aprile sfilerò in corteo insieme al movimento dei migranti e rifugiati per festeggiare il giorno della liberazione dal nazifascismo. Come Ex Opg Je So’ Pazzo e Potere al Popolo! siamo da sempre impegnati per dire no al fascismo, al razzismo e al sessismo. Ricordare la Liberazione vuol dire anche continuare a lottare contro le leggi razziste e xenofobe che regolano l’immigrazione e l’ottenimento del permesso di soggiorno in Italia e che creano quella gestione disumana e criminale dell’accoglienza a cui siamo costretti ad assistere. Ricordare la Liberazione vuol dire prima di tutto lottare per una società solidale, umana e accogliente.

Qui la lettera migranti completa che verrà consegnata al termine del corteo.

Intervista a Luca Marini: “Iniziamo a riconoscere anche in chi opera in settori diversi dal nostro una sensibilità che ci accomuna”

Intervista a Luca Marini: “Iniziamo a riconoscere anche in chi opera in settori diversi dal nostro una sensibilità che ci accomuna”
(Foto di reti sociali)

Pressenza: Il libro di Guillermo Sullings sui passi da seguire per poter trasformare la crisi attuale in una nuova possibilitá di civilizzazione mondiale, -comme é stato ricevuto in Europa e specificamente in Italia?

Luca Marini: Personalmente ho assistito alla presentazione del libro di Giullermo Sullings a Firenze lo scorso anno e devo dire che è stato accolto con grande entusiasmo dagli attivisti che vi anno assistito, so che anche le altre presentazioni svolte in Italia e in Europa sono state molto positive.

Senz’altro le proposte contenute nel libro sono state accolte come qualcosa di cui si sentiva un grande bisogno, perchè contiene un’analisi molto accurata e globale della crisi in cui l’intera civiltà mondiale si sta trovando e di fronte alla quale predominano interpretazioni pragmatiche e disorientamento da parte della gente comune e, purtroppo, anche da parte della classe dirigente.

Il libro di Sullings, oltre a contenere proposte pratiche per un cammino realizzabile in tutti i contesti sociali, tocca le corde più profonde dell’animo umano e fa appello a quanto di più profondo ci unisce tutti oltre le differenze personali e culturali evidendiando come ci sia assoluta necessità di riconnetterci al Senso che ha motivato generazioni e generazioni di esseri umani nella continua lotta per superare dolore e sofferenza che ci ha condotto fino alla complessa situazione attuale.

Pressenza: Questo autore parla di una “Nazione Umana Universale”. -Cosa é quello, comme si capiscono questi termini nell’Italia attuale?

Luca Marini: Parlare di Nazione Umana Universale oggi in Italia (come in tutto il mondo) tocca direttamente il principale conflitto sociale che si manifesta attualmente. E’ evidente che nella nostra società l’incertezza verso il futuro e l’irreversibile crisi economica trovano sempre più spesso come risposta la diffidenza verso il “diverso”, la paura di perdere i propri (scarsi e per lo più apparenti) benefici e la competizione selvaggia che alimenta la guerra tra poveri.

In Italia il principale conflitto sociale è quello legato al tema delle migrazioni che, pur numerose e problematiche da gestire, sono diventate il capro espiatorio delle contraddizioni insite nel sistema in cui viviamo che continua a generare diseguaglianze e concentrazione del potere economico nelle mani di pochi.

In italia (e non solo) questa interpretazione distorta del fenomeno della migrazione viene usata in modo strumentale e con malafede dalla politica e, cosa ben più grave, sta attecchendo nella mentalità disorientata di parte della popolazione.

In tale contesto la “Nazione Umana Universale” è un’immagine che punta a superare questo “crocevia” storico e mentale in cui anche gli italiani si trovano, in una direzione che risuona nei cuori di tutti coloro che rifiutano l’atomizzazione sociale e culturale, la paura e la violenza e riconoscono il rispetto per la vita e l’empatia verso tutti gli esseri umani come unica direzione possibile da intraprendere.

Pressenza: -Percché diverse organizzazioni si sono messe in contatto tra di loro? -Cosa intende questa “rete” che state formando?

Luca Marini: Possiamo notare che sta crescendo la necessità di connettersi e organizzarsi da parte di organizzazioni, gruppi e singole persone attivi nei campi più diversi del sociale. Del resto credo che questa spinta nasca anche dalla presa di coscienza che i fenomeni isolati e congiunturali tendono ad esaurirsi con molta rapidità, ed inoltre che c’è bisogno di sviluppare una visione più globale e di ampio respiro a proposito della trasformazione della società. In qualche modo iniziamo a riconoscere anche in chi opera in settori diversi dal nostro una sensibilità che ci accomuna, e che è necessiario ampliare il nostro particolare orizzonte riscattando ciò che ci unisce motivandoci nel nostro impegno sociale e personale.

In questa ottica la “Rete dei Costruttori della Nazione Umana Universale” punta a mettere in connessione organizzazioni, istituzioni, gruppi e singole persone che si riconoscono in una sensibilità comune pur operando in luoghi molto distanti e in settori molto diversi tra loro. Facendo questo sarà possibile organizzare iniziative di ampia portata, sincronizzate sul pianeta, ampliando la cassa di risonanza nella nostra società sempre più interconnessa e mondializzata. Inoltre attraverso la creazione della “Rete” si aspira ad avanzare insieme nel chiarire l’immagine del nuovo mondo a cui tutti i “Costruttori” stanno aspirando.

Pressenza: Lei, comme contribuisce allo sviluppo di questa “rete”?

Luca Marini: Attualmente sto partecipando nell’ “equipe informatica” da poco sorta per mettere a punto una piattaforma web utile a interconnettere tutti coloro che aderiranno alla “Rete”, fornendo strumenti di dialogo, collaborazione e approfondimento tematico aperti al contributo di tutti.
Inoltre attraverso “Alpha Observatory”, il gruppo di ricerca internazionale di cui faccio parte, stiamo promuovendo il dialogo sul tema della “Nazione Umana Universale” con centinaia di giovani di tutte le parti del mondo.