Giornata di digiuno per l’abolizione dell’ergastolo

30.03.2018 – Viterbo Peppe Sini

Giornata di digiuno per l’abolizione dell’ergastolo

Prendo parte quest’oggi, venerdi’ 30 marzo 2018, alla giornata di digiuno per l’abolizione dell’ergastolo promossa dall’associazione Liberarsi, un’esperienza da molti anni impegnata per i diritti umani di tutti gli esseri umani.
So che un giorno di digiuno non è una gran cosa. Ma se è un gesto condiviso da tante persone, e che si unisce a tanti altri gesti, può forse contribuire ad ottenere che finalmente il Parlamento italiano abolisca l’ergastolo, che e’ una barbarie incompatibile con la dignità umana, con un ordinamento giuridico democratico, con la Costituzione della Repubblica Italiana.
E valga il vero.
L’ergastolo e’ incompatibile con la Costituzione della Repubblica Italiana che prevede che “le pene non possono consistere in  trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”: una perpetua segregazione dal resto dell’umanità è evidentemente un trattamento contrario al senso di umanità.
L’ergastolo e’ incompatibile con un ordinamento giuridico democratico, che a tutti gli esseri umani riconosce il diritto ad esistere, a vivere una vita degna ed a migliorare le proprie condizioni di vita: una perpetua segregazione dal resto dell’umanità nega l’umanità delle vittime di tale misura, e quindi nega l’umanità dell’intera umanità.
L’ergastolo e’ incompatibile con la dignità umana, poiché imporre a una persona una perpetua segregazione dal resto dell’umanità equivale ad annientarla nella sua fondamentale struttura relazionale ed a negarne la qualità stessa di persona.
La civiltà comincia con la decisione di non uccidere, di salvare le vite.
Segregare per sempre una persona dal resto dell’umanità è come seppellirla viva: è un crimine ed una tortura; e’ una barbarie incompatibile con ogni valore morale e civile.
Unisco pertanto anche la mia voce all’appello al Parlamento affinché sia finalmente abolita la flagrante barbarie dell’ergastolo.

Peppe Sini, responsabile del “Centro di ricerca per la pace e i diritti umani” di Viterbo

Palestina: cronaca di un massacro annunciato

30.03.2018 – Gaza Patrizia Cecconi

Palestina: cronaca di un massacro annunciato
(Foto di ArabPress)

Oggi, 30 marzo, come ogni anno dal 1976, in Palestina si celebra la giornata della terra. Una celebrazione che commemora una delle tante stragi israeliane e al tempo stesso rivendica il diritto dei palestinesi alla propria terra ingiustamente e illegalmente confiscata. Vale a dire che rivendica il “diritto al ritorno” sancito, oltre che da un imperativo morale che lascia Israele totalemente indifferente, dalla Risoluzione Onu 194 che lascia Israele ugualmente indifferente. Che Israele sia indifferente alle numerose Risoluzioni Onu che lo riguardano senza che ciò comporti sanzioni utili a farlo entrare nell’alveo della legalità internazionale è fatto risaputo e addirittura rivendicato da questo Stato al di sopra delle leggi, e ciò permette ai suoi governanti di rilasciare dichiarazioni di natura criminale senza tema di sanzioni di alcun tipo. Quando alle dichiarazioni seguono i crimini la situazione non cambia, per una sorta di incantesimo giocato su interessi molteplici e parole magiche quali olocausto o sicurezza o antisemitismo, a Israele è tutto consentito o, nella migliore delle ipotesi, perdonato. Così come consentita è la sua minaccia di strage contro i manifestanti che oggi inizieranno la grande marcia pacifica che rivendica l’applicazione della Risoluzione 194, e così come l’eventuale annunciata strage sarà perdonata.

I palestinesi conoscono a memoria e sulla pelle del loro martoriato popolo questo ignobile copione, e i giovani di Gaza che mentre scriviamo stanno iniziando la marcia pacifica e simbolica verso i confini dell’assedio sanno benissimo che molti di loro rischiano di non tornare a casa, ma ugualmente vanno.

Non c’è davanti a loro Hamas, scelto da Israele come scusa evergreen per ogni attacco a Gaza, no, Hamas come le altre forze politiche, dai Fronti a Fatah, è semmai a lato e invita a partecipare, ma non è davanti o dietro questo movimento generalizzato di palestinesi, soprattutto giovani gazawi che non ce la fanno più a vivere, chiusi illegalmente e illegittimamente, in quella Striscia che potrebbe essere un paradiso e che Israele ha trasformato in una prigione dalla quale ormai sognano tutti di poter uscire. Uscire per assaggiare il diritto alla libertà e non per abbandonare la propria terra, questo è loro impedito dall’assediante che il diritto internazionale inutilmente e solo ritualmente condanna.

La marcia sarà pacifica, o perlomeno nasce come tale e prevede anche momenti di folklore gioioso quali canti tradizionali e performance di dabqa e andrà avanti per sei settimane fino al giorno della Naqba, cioè la catastrofe che vide Israele autoproclamarsi Stato e uccidere o cacciare dalle proprie case centinaia di migliaia di Palestinesi non ebrei. Ma pacifica o meno, sappiamo che Israele alcuni giorni fa ha lanciato volantini dai suoi elicotteri minacciando i gazawi e intimando loro di non avvicinarsi a meno di 300 metri dal confine perché l’esercito avrebbe sparato. I 300 metri si sono poi trasformati in 1500 in una striscia di terra che in alcuni punti è larga solo 2 chilometri lanciando in tal modo un messaggio preciso: vi uccideremo comunque. Ieri Israele ha chiarito meglio le sue intenzioni rendendo pubblica la decisione di aver posizionato un centinaio di tiratori scelti lungo il confine.

E’ facile intuire che queste provocazioni porteranno molti giovani esasperati a sfidare l’illegittima imposizione israeliana, ed è altrettanto facile intuire ciò che i media mainstream, solitamente ipnotizzati dalla narrazione israeliana, racconteranno al mondo nel caso in cui la strage annunciata si verifichi: parleranno di diritto di Israele a difendersi, fingendo di ignorare che l’unica difesa possibile è il rispetto del Diritto internazionale che Israele non ha mai rispettato. Carriarmati e cecchini uccideranno a piacere e senza processo, probabilmente Israele oggi “inaugurerà” i nuovi droni-lanciatori dall’alto di gas provocando altre vittime, ma non per questo Israele perderà il suo appellativo di Paese democratico e rispettoso dei diritti umani. I palestinesi seguiteranno a marciare e a morire indicando al mondo quel che il mondo ancora non è disposto a capire, ma loro seguiteranno con la tenacia di chi non ha da perdere che le proprie catene.

Il nuovo Parlamento sospenda l’invio di armi che alimentano il conflitto in Yemen

27.03.2018 Rete Italiana per il Disarmo

Il nuovo Parlamento sospenda l’invio di armi che alimentano il conflitto in Yemen
(Foto di Pressenza London)

A tre anni esatti dall’inizio del conflitto, richiediamo con fermezza alle istituzioni italiane, ai Paesi membri ed all’Unione Europea di sospendere l’invio di armamenti alle parti in conflitto in Yemen e di sollecitare una iniziativa di pace a guida ONU.

Non possiamo più chiudere gli occhi davanti alla catastrofe umanitaria che da tre anni si sta perpetrando in Yemen anche con armi italiane. Per questo chiediamo che la prima iniziativa del Parlamento italiano sia quella di conformarsi alle risoluzioni, votate ad ampia maggioranza nel Parlamento europeo, che chiedono di promuovere un embargo di armamenti verso l’Arabia Saudita e i suoi alleati in considerazione del coinvolgimento nelle gravi violazioni del diritto umanitario in Yemen accertate dalle autorità competenti delle Nazioni Unite. Chiediamo inoltre al prossimo Governo di farsi promotore della medesima istanza in sede di Consiglio europeo e di avviare un’iniziativa multilaterale per promuovere la fine del conflitto e il processo di pace in Yemen.

L’Italia e l’Unione Europea non possono continuare ad essere complici del disastro umanitario e della carneficina in corso in Yemen. Un confitto sanguinoso che sta colpendo soprattutto la popolazione civile da tre anni, cioè da quando la coalizione guidata dall’Arabia Saudita, senza alcun mandato internazionale, ha iniziato i primi bombardamenti sul territorio yemenita il 25 marzo 2015. Tre anni di guerra hanno portato a una situazione drammatica ed insostenibile per la popolazione locale (oltre 22 milioni di persone in condizioni di emergenza umanitaria), con più di 9 mila morti, di cui 6 mila civili, causati da scontri tra le parti in conflitto e bombardamenti quotidiani soprattutto su aree cittadine. La crisi umanitaria è senza precedenti con difficoltà di accesso al cibo e acqua e con emergenze sanitarie sempre crescenti, nei mesi scorsi contraddistinte anche da epidemie di colera (1 milione di casi di colera ed 1 altro milione a rischio), inasprite dal blocco navale deciso dalla coalizione Saudita che impedisce l’arrivo di aiuti umanitari.

La richiesta della società civile italiana (in linea con le richieste internazionali tra cui le recenti decisioni del Consiglio di Sicurezza ONU che chiede il via libera agli aiuti umanitari oltre ad indagini sulle violazioni del diritto internazionale commesse in questi tre anni) continua ad essere con forza quella di fermare le ostilità e permettere l’assistenza umanitaria alla popolazione e l’avvio di un percorso di pacificazione che parta in primo luogo dalle necessità della popolazione civile. Chiediamo con forza che cessino gli attacchi ad ospedali, luoghi di cura ed abitazioni.

In questi tre anni la guerra è stata condotta con armi fornite principalmente dall’Occidente e dai maggiori produttori di armamenti. Tra di essi anche l’Italia che ha consentito l’invio all’Arabia Saudita e ai propri alleati di bombe ed altri armamenti in quantità mai registrata prima, con un livello record di autorizzazioni per centinaia di milioni di euro. Le licenze rilasciate hanno già consentito negli ultimi mesi l’invio di migliaia di ordigni – sicuramente utilizzati nel conflitto, come dimostrano numerose prove raccolte sul campo – e la messa in produzione di nuove forniture che potrebbero giungere nei luoghi di ostilità nelle prossime settimane.

Contribuendo a rendere ancora più insostenibile una situazione già drammatica; tutti gli osservatori indipendenti ed anche autorevoli prese di posizione e Rapporti delle Nazioni Unite hanno sottolineato le violazioni del diritto internazionale umanitario e dei diritti umani perpetrate in Yemen da tutte le parti in conflitto.

Comunicato stampa congiunto di Amnesty International Italia, Movimento dei Focolari,  Fondazione Finanza Etica, Oxfam Italia, Rete della Pace, Rete Italiana per il Disarmo

Grande mobilitazione in Catalogna

26.03.2018 – Barcellona Pilar Paricio

Quest’articolo è disponibile anche in: Spagnolo

Grande mobilitazione in Catalogna

Venerdì scorso, 23 marzo, il giudice della Corte Suprema Pablo Llarena ha emesso sentenza di incarcerazione incondizionata per il candidato alla Presidenza del governo catalano, Jordi Turull; l’ex presidentessa del Parlamento catalano Carme Forcadell e gli “exconsellers” Raül Romeva, Josep Rull e Dolors Bassa. Questa domenica, 25 marzo, l’ex presidente della Generalitat Carles Puigdemont è stato arrestato e imprigionato mentre attraversava il confine tedesco in direzione del Belgio, in risposta al mandato di arresto europeo emesso dallo stesso giudice, che ha anche emesso mandati di cattura contro i politici Antoni Comín, Meritxell Serret, Lluís Puig, Clara Ponsati e Marta Rovira, rispettivamente in Belgio, Scozia e Svizzera.

Può essere legale, ma è immorale che dei vengano incarcerati per le loro idee senza aver avuto un processo, mentre le persone giudicate e condannate per corruzione e riciclaggio di denaro rimangono libere.

In risposta alle incarcerazioni in centinaia sono scesi per le strade delle principali città catalane: a Tarragona hanno bloccato l’autostrada AP7 con slogan come “Puigdemont il nostro presidente” a Sallent hanno bloccato l’”Eix trasversale” e a Girona hanno manifestato davanti alla sub delegazione del governo spagnolo e successivamente interrotto l’autostrada AP7; ci sono state anche interruzioni in alcune città dei Pirenei come Sort o Puigcerdà e nel sud della Catalogna.

 

A Barcellona si è svolta una manifestazione di massa aperta da uno striscione con scritto “Libertà per i prigionieri politici”, iniziata di fronte alla delegazione dell’Unione europea e conclusasi con la lettura di una dichiarazione davanti al consolato tedesco. Sempre a Barcellona ci sono state manifestazioni davanti al palazzo della delegazione del governo spagnolo in Catalogna.

Il presidente del parlamento è apparso in TV per rilasciare un messaggio istituzionale che chiedeva ai cittadini di rispondere con la nonviolenza a questo oltraggio dello stato spagnolo, di fronte a questa involuzione democratica. Ha avvertito che la Catalogna è diventata un laboratorio in cui il governo spagnolo può sperimentare la repressione contro qualsiasi opinione contraria ai suoi interessi. Ha anche annunciato che si sta lavorando a una proposta politica congiunta tra tutti i partiti e le entità per rispondere alla repressione. Ha insistito sul fatto che la situazione richiede una risposta politica e non giudiziaria.

In questi momenti i partiti indipendentisti ventilano tre alternative: sciopero generale, mobilitazione permanente o investitura immediata di Carles Puigdemont.

Caso Zucca: il capo della Polizia tira fuori una grossa bugia

22.03.2018 Alberto Cacopardo

Caso Zucca: il capo della Polizia tira fuori una grossa bugia
(Foto di Il Fatto Quotidiano)

Oggi, 21 marzo 2018, equinozio di primavera, il capo della Polizia della Repubblica Italiana ha pronunciato una flagrante menzogna davanti alla stampa, ai media e a tutto il popolo italiano.

Franco Gabrielli stava manifestando la sua alta indignazione per le parole del sostituto procuratore generale di Genova Enrico Zucca, già pubblico ministero al processo per le torture della scuola Diaz, il quale, davanti alla madre di Giulio Regeni, aveva osato sostenere che è difficile pretendere che l’Egitto ci consegni i suoi torturatori, quando noi teniamo i nostri torturatori ai vertici della polizia.

Zucca si riferiva al fatto che diversi responsabili di quei tristi e indimenticabili episodi, pur essendo stati riconosciuti colpevoli e condannati per i loro misfatti, sono stati reintegrati nelle loro funzioni e addirittura promossi a posizioni di alto livello nella Polizia di Stato, non appena scaduti i termini dell’interdizione dai pubblici uffici conseguente alle condanne penali.

Zucca non diceva fantasie. Appena tre mesi fa, nel dicembre 2017, Gilberto Caldarozzi, condannato e riconosciuto responsabile dei depistaggi relativi alle false molotov introdotte ad arte dai poliziotti nella scuola Diaz, è stato nominato dal Ministero degli Interni di Angelino Alfano a numero due della Direzione Investigativa Antimafia. Pietro Troiano, colui che materialmente introdusse quelle molotov, è stato posto a capo del centro autostradale operativo della polizia di Roma, che non è un ufficio tecnico qualsiasi, ma un nodo nevralgico dei servizi d’informazione, poiché è in grado di identificare, attraverso il sistema Tutor, chiunque transiti in autostrada nei dintorni della capitale. Franco Gratteri era capo della Direzione centrale anticrimine quando, nel luglio 2012, la Cassazione confermava in via definitiva la sentenza che lo riconosceva fra i primi responsabili di quei fatti, mentre Giovanni Luperi, responsabile e condannato come lui, era addirittura a capo del dipartimento analisi dell’Aisi, il servizio segreto interno: entrambi non sono stati reintegrati allo scadere dei cinque anni solo perché nel frattempo avevano superato i limiti d’età. Altre notizie analoghe su altri condannati si trovano, per esempio, qui https://www.ilfattoquotidiano.it/premium/articoli/g8-anche-il-poliziotto-delle-molotov-fa-carriera-nella-stradale-del-lazio/ e qui http://www.repubblica.it/politica/2015/04/09/news/promossi_dal_viminale_o_riciclati_come_manager_le_carriere_miracolose_dei_poliziotti_di_genova-111488412/ e qui http://genova.repubblica.it/cronaca/2017/07/18/news/finiti_i_cinque_anni_di_interdizione_per_i_dirigenti_responsabili_dei_falsi_della_scuola_diaz_alla_cedu_lo_stato_racconta_la-171013641/

Zucca aveva solo osservato che, con queste credenziali, è difficile pretendere dall’Egitto quello che noi stessi non siamo capaci di fare: “Lo sforzo che chiediamo a un paese dittatoriale è uno sforzo che abbiamo dimostrato di non saper far per vicende meno drammatiche”, aveva detto.

Non l’avesse mai fatto. “Arditi parallelismi”, “infamanti accuse” ha tuonato Gabrielli, che “qualificano soltanto chi le proferisce”. “In nome di chi ha dato il sangue, di chi ha dato la vita, chiediamo rispetto”. Ora noi nutriamo davvero il più alto rispetto per chi ha dato il sangue e la vita, come Beppe Montana che si stava appunto commemorando in quel momento, ma non si capisce perché, in virtù di questo, dovremmo prestare rispetto anche a chi non ha dato né sangue né vita, ma anzi, al contrario, ha versato il sangue di innocenti in violazione della legge, della giustizia e della Costituzione.

Sì, della Costituzione: che Gabrielli ha avuto il coraggio di chiamare in causa, sostenendo che quei personaggi sono stati reintegrati nelle funzioni per cui erano competenti proprio ai sensi della Costituzione, precisamente dell’articolo 27. Questo si è sentito in televisione.

Ecco la grossa bugia. Evidentemente Gabrielli presume che la Carta sia totalmente ignota agli italiani e che si possa tranquillamente mentire sul suo contenuto senza che nessuno se ne accorga. Perché l’articolo 27 non dice proprio nulla di simile. Dice, nel testo integrale: “La responsabilità penale è personale. L’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva. Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato. Non è ammessa la pena di morte”. Ora si dà il caso che tutti i personaggi a cui si riferiva Zucca siano stati condannati con sentenza di Cassazione passata in giudicato nel 2012. Sentenza definitiva. Dunque cosa c’entra l’articolo 27? Semmai se ne potrebbe dedurre che sono stati quei poliziotti a tenerlo in non cale, considerando colpevoli dei ragazzi che non erano nemmeno imputati e sottoponendoli a trattamenti non proprio conformi al senso di umanità.

Tanto più che la stessa Costituzione dispone, all’articolo 13, comma 4, qualcosa di ancor più strettamente attinente al caso in questione: “E’ punita ogni violenza fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizioni di libertà”. Purtroppo si dà il caso che gli agenti personalmente responsabili di quelle violenze “fisiche e morali” non siano stati affatto puniti, perché i reati sono andati in prescrizione. Forse di questo Gabrielli avrebbe fatto bene a rammaricarsi, se fosse un funzionario che esercita le sue funzioni “con disciplina e onore” e tenesse dunque fede ai supremi principi dello stato di diritto, per i quali qualunque potere dello stato deve essere sottoposto alla legge e non ritenersi, come appare dalle sue dichiarazioni, al di sopra di ogni regola perché veste una divisa. Forse avrebbe fatto bene a scalare di un numero e richiamare piuttosto l’articolo 28, che dice papale papale: “I funzionari e i dipendenti dello Stato e degli enti pubblici sono direttamente responsabili, secondo le leggi penali, civili e amministrative, degli atti compiuti in violazione di diritti”.

Non lo ha fatto. Ha dichiarato invece: “Noi facciamo i conti con la nostra storia ogni giorno, noi sappiamo riconoscere i nostri errori”. I fatti lo contraddicono: quegli agenti sono rimasti impuniti, quei funzionari sono stati promossi. Non in virtù della Costituzione, ma di una concezione del Potere che è in flagrante contrasto con Costituzione stessa.

Concezione che, purtroppo, non è certo solo sua. Il presidente della prima commissione del Consiglio Superiore della Magistratura Antonio Leone ha chiesto l’apertura di una pratica a carico di Zucca per valutare se sia il caso di sottoporlo a trasferimento d’ufficio. Staremo a vedere come andrà a finire. Forse finirà proprio come nel 2016, quando una identica pratica a carico dello stesso Zucca per dichiarazioni del tutto simili fu archiviata senza rumore e senza conseguenze.

Quella concezione, per fortuna, non è condivisa da tutti. Valeria Fazio, Procuratore generale di Genova ha dichiarato: “Il collega Zucca ha fatto un discorso molto articolato e pienamente condivisibile. Sono dispiaciuta per le incomprensioni, ma il suo intento non era certo quello di fare paragoni inappropriati tra uno Stato democratico e una dittatura”. Magistratura Democratica ha espresso a Zucca la sua solidarietà, affermando che “non è oltraggioso per la polizia ricordare che a Genova ci fu tortura”. I genitori di Giulio Regeni manifestano a Zucca “stima e gratitudine” per “un intervento preciso e equilibrato”.

E noi restiamo qui ad aspettare. La polizia è una cosa seria, non è un’accozzaglia di torturatori. Ci sono migliaia di poliziotti e carabinieri che fanno il loro dovere tutti i giorni in difesa dei cittadini e dello stato, senza credere di poter tenere in spregio la legge, la giustizia e la Costituzione. E’ triste che i sacri principi dello stato di diritto proclamati dalla rivoluzione inglese, dalla rivoluzione francese, dalla rivoluzione americana e dal nostro risorgimento debbano essere calpestati proprio dai più alti rappresentanti delle istituzioni repubblicane. Il problema non è solo Gabrielli: è quella concezione del Potere. Arcaica, malefica, dura a morire, ma destinata a tramontare perché appartiene ad un cupo passato e non al futuro che questa nostra epoca si merita. Aspettiamo a vedere se il prossimo governo ne resterà ancora schiavo come i suoi predecessori.

il CETA ci prepara le uova di Pasqua: marce!

22.03.2018 Stop TTIP Italia

il CETA ci prepara le uova di Pasqua: marce!
(Foto di Flickr)

Vi ricordate
quella favola secondo cui il Ceta, trattato di liberalizzazione degli scambi tra Europa e Canada non si sarebbe occupato in alcun modo degli standard di sicurezza e qualità del nostro cibo?
Quelle rassicurazioni che, almeno personalmente, ci siamo sentiti rivolgere decine di volte da rappresentanti delle amministrazioni pubbliche a livello locale, nazionale ed europeo?

Erano tutte parole al vento, come avevamo replicato ogni volta. La prova viene da un documento riservato, che abbiamo gentilmente ottenuto nonostante non sia disponibile ai “cittadini semplici”, con il quale si convoca a Ottawa per la prima volta, il 26 e il 27 marzo prossimi, il Comitato congiunto sulla Sicurezza sanitaria e Fitosanitaria creato dal Ceta stesso (Ceta Sanitary and phytosanitary measures Joint management Committee Jmc).

Chi vi parteciperà? Informazione riservata sulla quale stiamo lavorando, ma il documento dice che vi saranno persone arrivate da Irlanda, Francia, Italia, Paesi Bassi e Gran Bretagna (la Brexit sul Ceta non si applica, evidentemente).
Leggete per intero qui:

A Udine, territorio simbolo per la lotta contro la diffusione incontrollata degli Ogm in Italia, il Comitato Stop Ttip/Ceta insieme a Coldiretti, Cgil e altre organizzazioni Stop Ceta organizzano un presidio nazionale per informare sul trattato e sulle sue possibili conseguenze.

Venerdì 23 marzo a Udine
dalle 15.30 alle 19.00, in via Savorgnana, fronte ex Puccini

per denunciare le violazioni dei nostri DIRITTI

Giornata della Memoria e dell’Impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie

21.03.2018 Peacelink Telematica per la Pace

Giornata della Memoria e dell’Impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie
(Foto di Libera)

Replicando la “formula” adottata negli ultimi due anni, prima a Messina, e lo scorso anno a Locri, il 21 marzo Foggia sarà la “piazza” principale, ma simultaneamente, in migliaia di luoghi d’Italia, dell’Europa e dell’America Latina, la Giornata della Memoria e dell’Impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie verrà vissuta attraverso la lettura dei nomi delle vittime e, di seguito, con momenti di riflessione e approfondimento. Insieme
per ricordare le oltre 900 vittime innocenti delle mafie con la lettura dei loro nomi e per farsi portavoce di una richiesta di verità e giustizia.

Per saperne di più clicca su

http://www.libera.it/schede-244-foggia_insieme_per_chiedere_verita_e_giustizia

http://www.libera.it/schede-192-terra_solchi_di_verita_e_giustizia

Libia, sette anni di sventura Nato

20.03.2018 Manlio Dinucci

Libia, sette anni di sventura Nato

Sette anni fa, il 19 marzo 2011, iniziava la guerra contro la Libia, diretta dagli Stati uniti prima tramite il Comando Africa, quindi tramite la Nato sotto comando Usa. In sette mesi, venivano effettuate circa 10.000 missioni di attacco aereo con decine di migliaia di bombe e missili.

A questa guerra partecipava l’Italia con cacciabombardieri e basi aeree, stracciando il Trattato di amicizia e cooperazione tra i due paesi.

Già prima dell’attacco aeronavale, erano stati finanziati e armati in Libia settori tribali e gruppi islamici ostili al governo, e infiltrate forze speciali, in particolare qatariane.

Veniva così demolito quello Stato che, sulla sponda sud del Mediterraneo, registrava «alti livelli di crescita economica e alti indicatori di sviluppo umano» (come documentava nel 2010 la stessa Banca Mondiale). Vi trovavano lavoro circa due milioni di immigrati, per lo più africani.

Allo stesso tempo la Libia rendeva possibile con i suoi fondi sovrani la nascita di organismi economici indipendenti dell’Unione africana: il Fondo monetario africano, la Banca centrale africana, la Banca africana di investimento.

Usa e Francia – provano le mail della segretaria di stato Hillary Clinton – si accordarono per bloccare anzitutto il piano di Gheddafi di creare una moneta africana, in alternativa al dollaro e al franco Cfa imposto dalla Francia a 14 ex colonie africane.

Demolito lo Stato e assassinato Gheddafi, il bottino da spartire in Libia è enorme: le riserve petrolifere, le maggiori dell’Africa, e di gas naturale; l’immensa falda nubiana di acqua fossile, l’oro bianco in prospettiva più prezioso dell’oro nero; lo stesso territorio libico di primaria importanza geostrategica; i fondi sovrani, circa 150 miliardi di dollari investiti all’estero dallo Stato libico, «congelati» nel 2011 su mandato del Consiglio di sicurezza dell’Onu.

Dei 16 miliardi di euro di fondi libici, bloccati nella Euroclear Bank in Belgio, ne sono già spariti 10 senza alcuna autorizzazione di prelievo. La stessa grande rapina avviene nelle altre banche europee e statunitensi.

In Libia gli introiti dell’export energetico, scesi da 47 miliardi di dollari nel 2010 a 14 nel 2017, vengono oggi spartiti tra gruppi di potere e multinazionali; il dinaro, che prima valeva 3 dollari, viene oggi scambiato a un tasso di 9 dinari per dollaro, mentre i beni di consumo devono essere importati pagandoli in dollari, con una conseguente inflazione annua del 30%.

Il livello di vita della maggioranza della popolazione è crollato, per mancanza di denaro e servizi essenziali. Non esiste più sicurezza né un reale sistema giudiziario.

La condizione peggiore è quella degli immigrati africani: con la falsa accusa (alimentata dai media occidentali) di essere «mercenari di Gheddafi», sono stati imprigionati dalle milizie islamiche perfino in gabbie di zoo, torturati e assassinati.

La Libia è divenuta la principale via di transito, in mano a trafficanti di esseri umani, di un caotico flusso migratorio verso l’Europa che, nella traversata del Mediterraneo, provoca ogni anno più vittime dei bombardamenti Nato del 2011.

Perseguitati sono anche i libici accusati di aver sostenuto Gheddafi. Nella città di Tawergha le milizie islamiche di Misurata sostenute dalla Nato (quelle che hanno assassinato Gheddafi) hanno compiuto una vera e propria pulizia etnica, sterminando, torturando e violentando. I superstiti, terrorizzati, hanno dovuto abbandonare la città. Oggi circa 40.000 vivono in condizioni disumane non potendo ritornare a Tawergha.

Perché tacciono quegli esponenti della sinistra che sette anni fa chiedevano a gran voce l’intervento italiano in Libia in nome dei diritti umani violati?

(il manifesto, 20 marzo 2018)

Libia, sette anni di sventura Nato

20.03.2018 Manlio Dinucci

Libia, sette anni di sventura Nato

Sette anni fa, il 19 marzo 2011, iniziava la guerra contro la Libia, diretta dagli Stati uniti prima tramite il Comando Africa, quindi tramite la Nato sotto comando Usa. In sette mesi, venivano effettuate circa 10.000 missioni di attacco aereo con decine di migliaia di bombe e missili.

A questa guerra partecipava l’Italia con cacciabombardieri e basi aeree, stracciando il Trattato di amicizia e cooperazione tra i due paesi.

Già prima dell’attacco aeronavale, erano stati finanziati e armati in Libia settori tribali e gruppi islamici ostili al governo, e infiltrate forze speciali, in particolare qatariane.

Veniva così demolito quello Stato che, sulla sponda sud del Mediterraneo, registrava «alti livelli di crescita economica e alti indicatori di sviluppo umano» (come documentava nel 2010 la stessa Banca Mondiale). Vi trovavano lavoro circa due milioni di immigrati, per lo più africani.

Allo stesso tempo la Libia rendeva possibile con i suoi fondi sovrani la nascita di organismi economici indipendenti dell’Unione africana: il Fondo monetario africano, la Banca centrale africana, la Banca africana di investimento.

Usa e Francia – provano le mail della segretaria di stato Hillary Clinton – si accordarono per bloccare anzitutto il piano di Gheddafi di creare una moneta africana, in alternativa al dollaro e al franco Cfa imposto dalla Francia a 14 ex colonie africane.

Demolito lo Stato e assassinato Gheddafi, il bottino da spartire in Libia è enorme: le riserve petrolifere, le maggiori dell’Africa, e di gas naturale; l’immensa falda nubiana di acqua fossile, l’oro bianco in prospettiva più prezioso dell’oro nero; lo stesso territorio libico di primaria importanza geostrategica; i fondi sovrani, circa 150 miliardi di dollari investiti all’estero dallo Stato libico, «congelati» nel 2011 su mandato del Consiglio di sicurezza dell’Onu.

Dei 16 miliardi di euro di fondi libici, bloccati nella Euroclear Bank in Belgio, ne sono già spariti 10 senza alcuna autorizzazione di prelievo. La stessa grande rapina avviene nelle altre banche europee e statunitensi.

In Libia gli introiti dell’export energetico, scesi da 47 miliardi di dollari nel 2010 a 14 nel 2017, vengono oggi spartiti tra gruppi di potere e multinazionali; il dinaro, che prima valeva 3 dollari, viene oggi scambiato a un tasso di 9 dinari per dollaro, mentre i beni di consumo devono essere importati pagandoli in dollari, con una conseguente inflazione annua del 30%.

Il livello di vita della maggioranza della popolazione è crollato, per mancanza di denaro e servizi essenziali. Non esiste più sicurezza né un reale sistema giudiziario.

La condizione peggiore è quella degli immigrati africani: con la falsa accusa (alimentata dai media occidentali) di essere «mercenari di Gheddafi», sono stati imprigionati dalle milizie islamiche perfino in gabbie di zoo, torturati e assassinati.

La Libia è divenuta la principale via di transito, in mano a trafficanti di esseri umani, di un caotico flusso migratorio verso l’Europa che, nella traversata del Mediterraneo, provoca ogni anno più vittime dei bombardamenti Nato del 2011.

Perseguitati sono anche i libici accusati di aver sostenuto Gheddafi. Nella città di Tawergha le milizie islamiche di Misurata sostenute dalla Nato (quelle che hanno assassinato Gheddafi) hanno compiuto una vera e propria pulizia etnica, sterminando, torturando e violentando. I superstiti, terrorizzati, hanno dovuto abbandonare la città. Oggi circa 40.000 vivono in condizioni disumane non potendo ritornare a Tawergha.

Perché tacciono quegli esponenti della sinistra che sette anni fa chiedevano a gran voce l’intervento italiano in Libia in nome dei diritti umani violati?

(il manifesto, 20 marzo 2018)

Da onda a marea: l’incontro di Potere al Popolo riempie Teatro Italia a Roma

18.03.2018 – Roma Mariapaola Boselli

Da onda a marea: l’incontro di Potere al Popolo riempie Teatro Italia a Roma
(Foto di Jasmina Poddi)

Se Viola Carofalo, portavoce di Potere al Popolo, ancora non era certa del successo del partito, durante l’assemblea del 18 marzo 2018 tenutasi a Roma al Teatro Italia, ha ricevuto certa conferma del grande successo del neonato movimento, tanto da non poter nascondere una lacrima di commozione.

La pioggia insistente non ha fermato la folla di attivisti e nuovi sostenitori che, già dalle 9, ha iniziato a riempire Teatro Italia in tutte le sue sale fino a riempire anche il marciapiede esterno. Una marea in festa, un movimento che ora conosce i suoi grandi potenziali e non vuole di certo fermarsi.

Nonostante le difficoltà che Potere al Popolo ha incontrato durante la campagna elettorale, come la mancata raccolta delle firme per le quattro circoscrizioni estere, un budget limitato e, in primis, l’essere degli sconosciuti nel mondo politico dei “soliti noti”, la loro vittoria è innegabile.

Nell’arco di pochi mesi hanno saputo proporre un programma nuovo, se non tanto nei contenuti quanto nei modi di attuazione, che ha addirittura destato la curiosità di autorevoli giornali esteri, oltre che quella della stampa italiana. Organizzazione orizzontale è il concetto che sta alle fondamenta del partito, un movimento che vuole partire dal popolo e che non ha leader, ma portavoce.

Anche se la struttura del partito, dice Viola, deve essere studiata in modo più approfondito per democratizzare più profondamente i processi e le decisioni del movimento, i risultati delle elezioni confermano che la strada intrapresa è quella giusta: raggiungere una così alta percentuale di voti (1.6%, percentuale più di quella ottenuta ad esempio da Casa Pound che ha, per ben diverse vicende, occupato molto più spazio nelle cronache e nei giornali) in così poco tempo è un chiaro messaggio per tutti che un nuovo attore è entrato a far parte della politica italiana.

Molti gli interventi durante l’assemblea: hanno parlato attivisti e portavoce provenienti da diverse regioni italiane e Paesi europei, rappresentanti di partiti e movimenti esteri amici, come il Partito Comunista della Repubblica popolare di Donetsk, che ha nuovamente espresso solidarietà al movimento italiano augurando loro ogni successi;  presenti poi in platea rappresentanze della comunità Kurda, a sua volta fortemente sostenuta da PaP soprattutto in questo momento che vede Afrin caduta nelle mani di Erdogan.

L’appoggio di diverse correnti, partiti e movimenti esteri al paese non deve stupire: la campagna elettorale è stata oggetto di forte interesse all’estero e Potere al Popolo, nonostante la sua posizione di certo non favorevole alle istituzioni europee, è un partito fortemente internazionalista. L’appoggio e il contatto con altri partiti “fratelli” sparsi in tutto il mondo è presente e forte, è una rete che si intreccia dal Sud America al Nord Europa e che è destinata ad ampliarsi.

In questo momento l’intera politica italiana è in una fase di stallo, l’incertezza regna sovrana e ad oggi, due settimane dopo il voto, ancora non è chiaro cosa ci attenderà nelle prossime settimane. Di una cosa si può essere però certi: l’impatto mediatico e sociale di Potere al Popolo difficilmente è destinato ad esaurirsi. Non si tratta di sensazioni, ma di un fatto che è ormai sotto gli occhi di tutti: Potere al Popolo è riuscito a trasformare l’insofferenza e la delusione per la politica in forza costruttiva e propositiva senza dover ricorrere ai soliti espedienti fondati sulle paure e le debolezze degli elettori, senza vendere un’immagine contraffatta di se per attirare approvazioni e attenzioni gratuite.

Anche se la strada è ancora lunga gli attivisti di PaP sembrano più che intenzionati a percorrerla fino in fondo e qualsiasi osservatore esterno non potrebbe che convenire nell’affermare che questo giovanissimo movimento ha tutte le carte in regola per dar vita ad un cambiamento che non sia il solito e noto rimescolare le carte in tavola, ma che sia vera rivoluzione.

Di seguito, foto dell’incontro al Teatro Italia e un breve video realizzati da Mariapaola Boselli e Jasmina Poddi.