Scrive Andrea Malavolti: L’Italia paga i trafficanti libici?

30.08.2017 Avanti On Line

Scrive Andrea Malavolti: L’Italia paga i trafficanti libici?
(Foto di http://www.amnesty.it)

L’accusa è netta e grave, in qualunque lingua la giri. «Rome paying Libyan traffickers to stem flow of Med refugees». Roma avrebbe pagato i trafficanti di esseri umani in Libia per fermare il flusso di migranti. Lo scrive Tom Kington dall’Italia riprendendo l’agenzia di stampa ‘Middle East Eye’ che cita ‘fonti libiche’. L’Italia è sospettata di aver pagato 5 milioni a trafficanti libici per fermare il flusso di migranti attraverso il Mediterraneo per un mese.

Sempre secondo il quotidiano conservatore britannico, ciò coinciderebbe con la diminuzione dell’86 per cento del numero di migranti partiti dalla Libia questo mese. Il report collega la notizia ad imprecisate ‘European intelligence agencies’ (un ‘piacerino’ non da poco, se confermato, ai colleghi italiani), e dice del pagamento di quei 5 milioni avvenuto dopo una riunione a Sabratha, a ovest di Tripoli, tra le spie italiane e membri della milizia Anas Dabbashi, che è coinvolta nella tratta di esseri umani. Il capo della milizia, Ahmed Dabbashi, avrebbe chiesto agli italiani anche un hangar per il suo quartier generale, per fermare il traffico.

Le rivelazioni giungono a ridosso della riunione chiave a Parigi tra i leader africani e l’UE sulla riduzione del flusso di migranti, e questa non sembra una ‘cortesia’ casuale. L’accusa è netta e grave, in qualunque lingua la giri. «Rome paying Libyan traffickers to stem flow of Med refugees». Roma avrebbe pagato i trafficanti di esseri umani in Libia per fermare il flusso di migranti. Lo scrive Tom Kington dall’Italia riprendendo l’agenzia di stampa ‘Middle East Eye’ che cita ‘fonti libiche’. L’Italia è sospettata di aver pagato 5 milioni a trafficanti libici per fermare il flusso di migranti attraverso il Mediterraneo per un mese. Sempre secondo il quotidiano conservatore britannico, ciò coinciderebbe con la diminuzione dell’86 per cento del numero di migranti partiti dalla Libia questo mese.

Il report collega la notizia ad imprecisate ‘European intelligence agencies’ (un ‘piacerino’ non da poco, se confermato, ai colleghi italiani), e dice del pagamento di quei 5 milioni avvenuto dopo una riunione a Sabratha, a ovest di Tripoli, tra le spie italiane e membri della milizia Anas Dabbashi, che è coinvolta nella tratta di esseri umani. Il capo della milizia, Ahmed Dabbashi, avrebbe chiesto agli italiani anche un hangar per il suo quartier generale, per fermare il traffico. Le rivelazioni giungono a ridosso della riunione chiave a Parigi tra i leader africani e l’UE sulla riduzione del flusso di migranti, e questa non sembra una ‘cortesia’ casuale.

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Disoccupazione giovanile: deve suonare la sveglia

29.08.2017 Il Cambiamento

Disoccupazione giovanile: deve suonare la sveglia

Gli ultimi dati Eurostat danno l’Italia di quasi venti punti al di sotto della media europea per l’occupazione giovanile. E mentre il ministro del Lavoro, lo stesso del governo precedente che ci ha traghettati fin qui!) annuncia 2 miliardi di stanziamenti, Confindustria replica: ce ne vogliono 10. Intanto…

La percentuale dei giovani italiani che lavorano resta di quasi venti punti inferiore alla media europea. Nel 2016 – secondo gli ultimi dati Eurostat – in Italia era occupato il 29,7% delle persone tra i 15 e i 29 anni, un dato a una distanza ancora siderale dall’Unione Europea a 28 (48,2%). L’Italia fa meglio solo della Grecia (28,6%) mentre la Germania ha una percentuale di occupati tra i giovani del 58,2%.

La situazione si aggrava se si guarda alla fascia dei 25-29 anni ovvero quella nella quale, finiti gli studi, si dovrebbe entrare nel mondo del lavoro. In questa fascia in Italia lavora solo il 53,7% dei giovani, in crescita dal 52,2% del 2015, mentre nell’Ue lavora il 73,2%. In questa fascia di età l’Italia è il fanalino di coda con un dato peggiore anche della Grecia.

Intanto, di fronte a una tragedia che imporrebbe solo di impegnarsi in silenzio per agire veramente, il sottosegretario al Lavoro, Luigi Bobba, commenta in un’intervista a Radio 24: «Nella legge di bilancio faremo un intervento strutturale importante d’incentivi per favorire l’occupazione giovanile.  Ma si tratta d’ipotesi sul tavolo di lavoro, al momento non c’è nulla di definitivo. Questo è l’elemento prioritario su cui concentrarsi. L’ipotesi è quella di sgravi contributivi per tre anni per spingere le aziende a privilegiare l’assunzione dei giovani». Ma finora il governo, e i governi, in che direzione guardavano? Erano distratti da altro? O ci hanno distratto con altro?

Anche il ministro del lavoro Giuliano Poletti (che era ministro anche prima, con il precedente governo Renzi) suona la carica alla lettura dei datti, definendo come «plausibile» la creazione di 300 mila posti di lavoro. Lo ha fatto parlando da ospite al meeting di Rimini, quello dell’Amicizia fra i Popoli organizzato dalla Fondazione che fa capo a Comunione e Liberazione. A Rimini c’era anche il presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia, che invece ha criticato il governo sui provvedimenti che dovrebbero garantire maggior occupazione giovanile: “Due miliardi non bastano. Su un triennio occorre un’operazione da una decina di miliardi di euro per attivare 900.000 nuovi posti di lavoro per i giovani”..

E allora? Allora proviamo a guardare la cosa da una prospettiva differente, come ci insegna Andrea Strozzi, bioeconomista ed esperto di downshifting.

«In futuro non lavorerà nessuno. O quasi. E’ fondamentalmente su questa irreversibile tendenza che dovrebbe concentrarsi il dibattito politico ed economico di questi anni» scriveva poco più di un anni fa su Il Fatto Quotidiano, auspicando «un serio e sano dibattito sul reddito di cittadinanza» per scongiurare «l’altrimenti inevitabile implosione del paradigma capitalistico e offrendo ai cittadini – che per parte loro si dovranno impegnare a ridurre significativamente la sbornia consumistica – la possibilità di restare inclusi in un modo di vita almeno dignitoso».

Il reddito di cittadinanza «si può leggere come un meccanismo di ridistribuzione intertemporale» prosegue Strozzi. «Il mercato tradizionale, che si è arricchito sfruttando un meccanismo distorto, è chiamato a rifinanziare una maggiore equità distributiva. Lo vedo come un processo circolare. Per parte mia, adotterei meccanismi redistributivi ancora più “feroci”: non mi limiterei cioè al reddito di cittadinanza, ma mi spingerei a introdurre delle misure forzose per riequilibrare la distribuzione del reddito. Ma attenzione: i soldi non andrebbero presi da chi ne ha le tasche piene solo per finanziare il mercato dei cellulari o delle auto. Andrebbero invece usati per avviare iniziative socialmente virtuose e orientate alla tutela dell’ecosistema». Di cui tutti noi, giovani e vecchi compresi, facciamo parte. Basta, dunque, ragionare solo su crescita e miliardi; cominciamo a leggere i numeri, anche quelli della disoccupazione giovanile, in modo costruttivo per smetterla di suicidarci.

 

Dal Festival del cinema di Locarno, un’occasione per riflettere e per divertirsi

 

28.08.2017 Vittorio Agnoletto

Dal Festival del cinema di Locarno, un’occasione per riflettere e per divertirsi
(Foto di https://www.facebook.com/LocarnoFestival/)

Come ormai avviene da diversi anni, ecco anche quest’anno il mio report dal festival del cinema di Locarno giunto ormai alla 70° edizione.  Come ben sapete non sono un critico cinematografico, le mie non sono recensioni per cinefili, ma ragionamenti  attorno a pellicole che a mio personale parere offrono spunti di riflessione sul mondo, sulla realtà e su noi stessi….ovviamente senza dimenticare qualche suggerimento per chi vuole divertirsi, per gli amanti delle commedie piuttosto che dei thriller.

L’annuale appuntamento di Locarno rimane un osservatorio molto particolare: inserito ormai da tempo nel circuito dei grandi festival del cinema, è in grado di parlare ad un ampio ed eterogeneo pubblico, di richiamare affermati attrici e attori da tutto il mondo, di dialogare con le grandi produzioni hollywoodiane come con i cineasti indipendenti e con i documentaristi freelance che spesso giungono dove il mainstream non arriva. “La Settimana della critica”, “I cineasti del presente”, “Open doors” sono tutte rassegne che, affiancando il “Concorso Internazionale”, permettono sguardi inediti sui temi della globalizzazione, del rapporto nord/sud, della finanza, sui conflitti nascosti ai nostri occhi ma presenti in angoli del mondo. Dalle rassegne al concorso internazionale forte è anche la presenza di temi sociali e di grande attualità politica e culturale, così come di interessanti sperimentazioni con modalità differenti ed innovative, anche discutibili, di produrre cinema.

Alcune delle pellicole che segnalo in questa rassegna arriveranno presto nelle sale italiane, altre gireranno nei circuiti alternativi, altre ancora sarà necessario andarle a cercare sul web o contattando direttamente il regista/produttore perché non troveranno mercato e talvolta sono le più interessanti, capaci di svelare aspetti della realtà a noi sconosciute. Alcune di queste pellicole, penso a documentari, ma anche a  film,  per i temi che trattano ben si prestano ad essere utilizzate in cineforum o con platee di giovani e/o studenti.

Queste i titoli delle puntate che da oggi seguiranno:

  1. Il cinema tra il web e la realtà: un film senza attori né cameraman.
  2. Il cinema tra il web e la realtà: vero e reale non sempre sono sinonimi.
  3. Uno sguardo sul mondo: dal Congo al Myamar
  4. Uno sguardo sul mondo: dalla Palestina ai curdi agli Emirati Arabi Uniti
  5. Uno sguardo sul mondo: dal Brasile ai presidenti a stelle e strisce
  6. Diritti in Occidente: la lunga strada dei diritti – l’incessante ricerca dell’identità
  7. Piazza Grande e il Concorso Internazionale: i film da non perdere 

Festival di Locarno 1: il cinema tra il web e la realtà

Il rapporto tra cinema, web e realtà  ha suscitato ampie e vivaci discussioni in particolare attorno a due pellicole, tra loro molto differenti sia per i temi affrontati che per le metodiche di produzione utilizzate, ma accomunate dall’essere ambedue film costruiti attraverso un ampio ricorso a materiale raccolto dal web.

Un film senza attori né cameraman

Qing Ting zhi yan (Dragonfly Eyes) secondo il suo regista, il cinese XU Bing, è il primo film interamente prodotto senza attori né cameraman e nel quale la stesura della trama non precede ma segue la scelta delle immagini. Parliamo di immagini scelte e non di scene girate, delle quali infatti non vi è traccia.

Il regista con la sua equipe ha visionato centinaia di filmati, raccogliendo materiale per oltre 10.000 ore, recuperato da internet, dalle registrazioni di videocamere collocate nei grandi magazzini, davanti alle banche, all’entrata delle case, sulle autostrade, nelle piazze e da materiale video raccolto dalla polizia; tra tutto questo materiale ha scelto diverse decine di video in modo del tutto soggettivo e li ha posti in successione casuale tra loro senza avere in mente alcuna trama, né sceneggiatura; almeno così ha spiegato nell’affollata conferenza stampa seguita alla proiezione. Ha quindi incaricato una sceneggiatrice di costruire una trama  a partire dalle immagini assemblate.

La storia ha per protagonista  Ke Fan, che si innamora di Qing Ting, una giovane donna che frequenta un tempio buddista con l’intenzione di diventare monaca; l’uomo  cerca in ogni modo di attirare le attenzioni di Qing Ting, per questi motivi incorre in varie disavventure e perde di vista la sua amata. Dopo varie ricerche Ke Fan scopre che la ragazza ha cambiato nome ed è diventata una celebrità del web; a quel punto per inseguire la propria passione non gli resta che modificare anch’egli la sua vita.

Ovviamente le decine di video che costituiscono il film hanno sempre personaggi differenti; per questo motivo i soggetti scelti come protagonisti compaiono con i loro volti in uno dei primi video e in seguito sono ripresi di spalle o comunque in modo da non mostrare il viso; o meglio, sarebbe più corretto affermare che le azioni da loro agite sullo schermo sono “interpretate” a loro insaputa da altri soggetti ripresi in un momento della propria vita  più o meno recente e che i dialoghi ai quali degli attori (invisibili al pubblico) hanno prestato la propria voce sono anch’essi attribuiti agli ignari protagonisti dei filmati.

Per essere precisi nella seconda parte del film la protagonista femminile viene mostrata con il suo volto, ma ormai ha cambiato nome ed aspetto, si è trasformata in una star e non deve quindi più assomigliare alla Qing Ting che visitava il tempio buddista.

Nonostante abbia superato i 60 anni, XU Bing è alla sua prima esperienza come regista, ma ha alle spalle una lunga carriera come artista poliedrico, conosciuto per le sue  installazioni, oltre che  per l’uso artistico e creativo del linguaggio, delle parole e del testo; ha condotto ampie ricerche su come la scrittura e i segni hanno influenzato la nostra comprensione del mondo e nel suo percorso alla ricerca di un linguaggio che possa risultare universale ha scritto un romanzo utilizzando solo segni, simboli e faccine. Vive a Pechino ed è stato vicepresidente dell’Accademia delle Belle Arti. XU Bing ha spiegato come il suo film sia un tentativo di applicare al cinema percorsi di lavoro simili a quelli che utilizza quando crea le sue installazioni: parte dal materiale grezzo che ha a disposizione e su quello costruisce la sua opera, la sua narrazione.

Il risultato è un film nel quale tutte le immagini sono “vere”, rappresentano tutte momenti di vita vissuta, eventi accaduti nella realtà e verificabili; la narrazione invece è completamente inventata, sovrapposta ed estranea ai fatti mostrati, ma a loro aderente nello svolgersi della trama della pellicola. E’ d’altra parte evidente che su quelle immagini potevano essere costruite molte altre e differenti narrazioni compatibili con le immagini stesse; le immagini continuerebbero ad essere vere, reali, ma completamente false nella storia a loro attribuita.

Molto è già stato scritto attorno alla facilità con la quale possono essere manipolati i filmati, non solo nella loro parte tecnica – tagli e modifiche del girato – ma anche nella loro interpretazione e quindi nel loro significato, ma forse è veramente la prima volta che la “manipolazione” di immagini reali viene applicata a un intero film, la cui trama regge fino alla fine nonostante la scelta casuale dei video. Quasi a ricordarci che alle immagini si può veramente far dire qualunque cosa; un messaggio che offre molti spunti di riflessione in un mondo nel quale la comunicazione assume un ruolo sempre più importante sia nella vita personale che e nelle scelte sociali e politiche globali.

Nelle poche righe di presentazione la produzione  del film sottolinea come “… ciascuno di noi viene seguito da telecamere di sicurezza in media 300 volte al giorno. Questi occhi vedono tutto e controllano tutto”;  vi è anche il rischio, si potrebbe aggiungere, che le infinite telecamere forniscano alle menti che controllano questi occhi artificiali la possibilità di riscrivere a loro piacimento il senso di quanto registrato.

Dal pubblico è stato chiesto al regista come si sia comportato in relazione al diritto alla privacy dei protagonisti dei video utilizzati; XU Bing ha risposto che, considerando che ogni video ha incorporato il giorno, l’ora e il luogo della ripresa non è stato difficile recuperare i singoli cittadini e ottenere da loro l’autorizzazione a trasformarsi per qualche minuto in inconsapevoli attori di un film. Una risposta un po’ troppo semplicistica e difficile da accettare per un pubblico come quello di Locarno, molto attento ai diritti e quindi anche alla privacy.

500.000 persone manifestano a Barcellona contro la violenza

 

27.08.2017 – Barcellona Pilar Paricio

Quest’articolo è disponibile anche in: Spagnolo, Catalano

500.000 persone manifestano a Barcellona contro la violenza

Nel pomeriggio del 26 agosto mezzo milione di persone hanno partecipato a Barcellona a una manifestazione con lo slogan “No tinc por” (Non ho paura). La testa del corteo portava uno striscione con la scritta “No tinc por” ed era formata dai rappresentanti delle forze di sicurezza e di emergenza e dai gruppi di quartiere e cittadini che hanno svolto un ruolo importante dopo gli attentati del 17 agosto a Barcellona e a Cambrils (Tarragona), che hanno provocato 15 morti e oltre 120 feriti.

Subito dopo seguiva un gruppo di varie centinaia di persone, membri di diverse comunità religiose, gruppi che lavorano per la pace, i diritti umani, contro il razzismo, per i diritti degli immigrati e i diritti sociali, oltre ad associazioni della Città Vecchia (la zona dove è avvenuto l’attentato), gruppi di quartiere e cittadini e una rappresentanza di operatori economici.

In seconda fila sfilavano le autorità: il re di Spagna Felipe VI, il primo ministro spagnolo Mariano Rajoy e il presidente catalano Carles Puigdemont, la sindaca di Barcellona Ada Colau e diversi presidenti delle regioni autonome.

Quando la testa della manifestazione è arrivata al palco in Plaza Cataluña, si è tenuto un discorso che iniziava con il seguente saluto:

Bona tarda a tothom, buenas tardes, salam aleykom
Siamo qui per gridare forte e tutti insieme:

NO TENIM POR!
NO TENEMOS MIEDO
WE ARE NOT AFRAID
MA KAN KHAFUSH

Dopo il discorso, l’attrice Rosa Maria Sardà e Míriam Hatibi, portavoce della Fondazione Ibn Battuta e membro attivo della comunità musulmana catalana, hanno letto testi di Federico García Lorca e Josep Maria de Sagarra. Due donne nate a Barcellona, ​​che vivono a Barcellona e ​​che amano Barcellona.

Si è poi ascoltata la “Canzone degli uccelli”, antico canto popolare che il violoncellista Pau Casals ha trasformato in un simbolo di pace e libertà. La manifestazione si è conclusa con la gente che gridava “Non ho paura.” Decine di volontari hanno distribuito migliaia di fiori rossi, gialli e bianchi, i colori della città di Barcellona.

Durante il corteo molti gruppi hanno denunciato la vendita di armi da parte del governo spagnolo all’Arabia Saudita, principale promotore del wahabismo e del salafismo, correnti islamiche fondamentaliste che fomentano l’odio e la violenza, a cui potrebbero essere legate gli autori dell’attentato. Il re e i membri del governo spagnolo sono stati accolti da fischi e grida di “Fuori, fuori!”, che si sono ripetuti per tutto il corteo. I cartelli e gli striscioni più visibili dicevano: “Le vostre politiche, i nostri morti”, “Felipe VI e il governo complici dei trafficanti di armi” “Mariano, vogliamo la pace, non la vendita di armi”, “Felipe, chi vuole la pace non vende armi”, “Le vostre guerre, i nostri morti”, “Immagina un paese che non vende armi”, “No all’islamofobia”, “Non abbiamo paura”, “La miglior risposta è la pace”, “Pace senza frontiere”, “Non vogliamo vittime, né qui né là” eccetera.

Erano presenti membri di diversi gruppi: attivisti in difesa dei diritti dei migranti con una maglietta azzurra, simbolo dell’accoglienza ai rifugiati, islamici con cartelli in arabo, indipendentisti catalani con la loro bandiera, bandiere con la mezzaluna e la stella del Pakistan, comunità sudamericane, bandiere spagnole. Va sottolineata l’atmosfera fraterna che regnava tra tutti i partecipanti di ogni credenza religiosa, provenienza e cultura.

Questa manifestazione ha permesso di superare il timore, il risentimento, l’odio e il dolore prodotti dal terribile attentato del 17 agosto, scegliendo la via della riconciliazione al posto di quella della vendetta. Donne europee abbracciavano donne islamiche, la gente riempiva di fiori le camionette delle forze di sicurezza, abbracciava la polizia e applaudiva gli operatori delle ambulanze. E’ stato un evento commovente, pieno di lacrime, applausi e abbracci.

Alla fine del corteo molti partecipanti hanno seguito il percorso fatto dal furgone che il 17 agosto ha investito centinaia di passanti sulle Ramblas. In diversi punti si sono creati altari pieni di fiori, giocattoli di peluche, cartoline e cartelli con dediche. Sono luoghi che suscitano una forte commozione, caricati da tutte le preghiere e le richieste di quelli che si sono avvicinati, luoghi che permettono una connessione con qualcosa di profondo, al di là dei singoli individui, con un nuovo sentire universale, con un clamore che esige la fine della violenza in qualunque punto del pianeta.

Si sta risvegliando una nuova sensibilità, che sceglie di risolvere i soprusi con la riconciliazione invece della vendetta, una nuova sensibilità che denuncia la violenza qui e in qualsiasi parte del pianeta, che sente l’altro come un fratello e si commuove davanti al suo dolore. Una sensibilità che assegna un nuovo ruolo alle forze di sicurezza, quello di protettori della società civile, una sensibilità che denuncia l’ipocrisia e la crudeltà dei nostri governi e cerca altri modelli.

Oggi  i cittadini di Barcellona hanno dato un esempio morale sul modo di rispondere a una situazione terribile e dolorosa.

L’azione aggressiva della polizia in piazza Indipendenza mette in pericolo ciascuno di noi

26.08.2017 – Roma ASGI Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione

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L’azione aggressiva della polizia in piazza Indipendenza mette in pericolo ciascuno di noi

ASGI giudica intollerabili lo sgombero e la successiva condotta aggressiva delle Forze dell’Ordine ai danni di centinaia di pacifici rifugiati che da anni vivevano nello stabile in piazza Indipendenza.

La polizia ha agito in pieno agosto, puntando anche su una minore presenza della società civile, in mancanza di alcuna emergenza o provocazione, con estrema violenza e in violazione dei più basilari valori costituzionali. Un’azione aggressiva ingiustificata che contravviene al rispetto dei diritti costituzionali di un gruppo di persone indifese e pacifiche, rispondendo a delle logiche di nicchia che contrastano con il nostro assetto democratico e tradiscono una pericolosa debolezza delle Forze dell’Ordine medesime.

Un’istituzione debole che non è in grado di resistere alle spinte irrazionali e violente, priva di quell’equilibrio democratico che fonda la Costituzione, mette a repentaglio le libertà e l’integrità di ciascuno di noi.

Il rispetto della Costituzione italiana richiede che vengano perseguiti i referenti delle Forze di Polizia responsabili dell’azione aggressiva di piazza Indipendenza e che venga effettivamente assegnata un’idonea e condivisa soluzione abitativa alle persone coinvolte.

 

L’attualità di Sacco e Vanzetti

25.08.2017 Riccardo Noury

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L’attualità di Sacco e Vanzetti
(Foto di Wikimedia Commons)

Il 23 agosto ha rappresentato il 90° anniversario dell’esecuzione di Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti sulla sedia elettrica dello stato del Massachussets, Usa, e il 40° dalla loro riabilitazione ad opera del governatore dell’epoca, Michael Dukakis.

A influenzare la decisione di Dukakis fu, per sua ammissione, il celebre film di Giuliano Montaldo, “Sacco e Vanzetti”, che a distanza di quasi mezzo secolo rimane il più bel film sulla, o meglio contro la pena di morte.

Proprio Moltaldo, insieme a Ferdinanda Sacco (nipote di Nicola), ha impreziosito l’incontro del 24 agosto, dedicato ai due migranti anarchici italiani messi a morte negli Usa il 23 agosto 1927.

Un incontro organizzato a Sulmona, perché proprio dal capoluogo marsicano era partito, migrante a sua volta, il sindacalista e giornalista Carlo Tesca. Fu lui a promuovere una campagna mondiale attraverso il suo settimanale “Il Martello”, che generò proteste e iniziative ovunque.  Non riuscì a salvare la vita di Sacco e Vanzetti, ma raccontò al mondo come erano stati trattati e puniti.

Di Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti restano oggi la straordinaria attualità, l’associazione immediata tra i loro nomi e l’ingiustizia, la discriminazione, l’orrore della pena capitale. Resta, a leggere la loro storia con gli occhi di oggi, il destino amaro che spesso accompagna i migranti.

Novant’anni fa, toccò a due italiani. Due di quelle centinaia di migliaia di “porci, sudiciosi, pezzenti e miserabili”: così chiamavano i migranti italiani negli Usa.

Parole tristemente attuali, oggi in Italia usate nei confronti di altri migranti.

Sgombero Piazza Indipendenza: almeno 13 feriti tra i rifugiati

24.08.2017 Medecins sans Frontieres

Sgombero Piazza Indipendenza: almeno 13 feriti tra i rifugiati
(Foto di http://www.medicisenzafrontiere.it)

Il violento sgombero attuato dalla polizia questa mattina, nel centro della città di Roma, ha provocato molti feriti tra un gruppo di 100 rifugiati, tra cui molte donne, anziani e disabili.

La nostra équipe sul posto ha trattato in poche ore 13 persone, la maggior parte donne.

“Abbiamo chiamato le ambulanze per cinque persone ferite. Altri avevano fratture e lacerazioni causate dai metodi coercitivi utilizzati dalle forze dell’ordine,” racconta Francesco Di Donna, Coordinatore Medico di MSF, presente in Piazza Indipendenza.

Gli operatori di MSF sono intervenuti direttamente dopo che una donna è stata colpita dal getto d’acqua di un idrante, è caduta e svenuta. “Non vi erano ambulanze sul posto al momento dei disordini”, prosegue Di Donna.

Le persone erano accampate in condizioni igieniche precarie e con accesso limitato ai servizi igienici da cinque giorni

“È una vergogna che la mancanza di soluzioni abitative alternative abbia portato a una situazione di violenza. Urge garantire alle persone sgomberate un’alternativa dignitosa, a partire dai casi più vulnerabili”, dichiara Tommaso Fabbri, capo missione dei progetti di MSF in Italia.

La maggioranza delle persone assistite dall’équipe di MSF – presente da lunedì a Piazza Indipendenza per fornire supporto medico e psicologico alle persone che ne avevano bisogno – possiede lo status di rifugiato. L’equipe di MSF era composta da un medico, due mediatori culturali e uno psicologo.

No ai rifiuti radioattivi in Basilicata. Pronte le osservazioni sul programma nazionale

23.08.2017 Redazione Italia

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No ai rifiuti radioattivi in Basilicata. Pronte le osservazioni sul programma nazionale
(Foto di Sinistra Ecologia Libertà via Flickr.com)

Scanzano J.co (MT), 16 luglio 2017 – Le aree della Basilicata sono ancora interessate dall’idea di costruire il deposito nazionale delle scorie nucleari. Un’opera che se realizzata distruggerebbe la storia e l’economia del nostro territorio. Per questo è necessario che i Lucani si oppongano, come nelle 15 giornate di Scanzano del 2003, per dire no al deposito di scorie in Basilicata.

Tutti possono far sentire la propria voce partecipando con proprie osservazioni alla consultazione aperta fino al 13 settembre sulla valutazione del programma nazionale sulla gestione dei rifiuti radioattivi, dichiara il portavoce dell’Ass. ScanZiamo le Scorie Pasquale Stigliani.

In questi giorni caldi, abbiamo elaborato 10 osservazioni validate per gli aspetti tecnici dalla “Commissione Scientifica sul Decommissioning Nucleare” presieduta dal Professor Massimo Scalia e Giorgio Parisi che condivideremo con l’Assessorato all’Ambiente della Regione Basilicata e le altre Associazioni Ambientaliste in un incontro che si terrà il 1 settembre.

Auspichiamo che il lavoro tenuto possa essere utilizzato integralmente. Le osservazioni tengono conto di diversi aspetti contenuti negli obiettivi del programma nazionale. Tra i quali non si comprende qual è la strategia che si vuole tenere per il deposito dei rifiuti ad alta attività nel quale si ripropone nuovamente la soluzione geologica, un’opera che nel 2003 voleva essere realizzata a Scanzano J.co e che attualmente non ha trovato ancora in nessuna parte nel mondo una collocazione definitiva. E’ importante ricordare che quella scellerata idea venne respinta sia per motivi tecnici, tra i quali anche quelli illustrati nell’audizione parlamentare del nobel Professor Carlo Rubbia, ma sopratutto per la forte e pacifica protesta di 15 giorni che costrinse il Governo a cancellare dal decreto il nome di Scanzano J.co.

Altro aspetto importante riguarda la messa in sicurezza e la trasformazione a prato verde del centro Itrec presso Rotondella (MT) per i quali non sono tollerabili gli slittamenti dei crono-programmi per la conclusione dell’attività di smantellamento e decommissioning dal 2021 al 2026 con l’incremento dei pericoli per la salute e la sicurezza dei cittadini e anche dei costi. E’ necessario procedere al più presto per accelerare con i lavori di smantellamento e chiarire di chi è la proprietà giuridica del combustibile Elk-River. Nel programma nazionale deve essere indicato se si considera che la proprietà del combustibile sia degli USA e con quali strumenti si intende arrivare alla restituzione (accordo intergovernativo o ricorso ad un arbitrato internazionale). Se diversamente consideriamo questo materiale italiano allora bisogna procedere con urgenza alla messa in sicurezza e al trasferimento in un adeguato deposito, tenendo aperta da parte del Governo un’azione per trovare degli interlocutori internazionali che potrebbero essere interessati ad acquisirlo ed impiegarlo nell’attività di ricerca, conclude Stigliani.

Scarica le osservazioni proposte per la VAS al programma nucleare elaborate da ScanZiamo le Scorie.

 

ScanZiamo le Scorie
www.scanziamolescorie.eu, www.tienilammente.org

L’università del Texas ad Austin rimuove tre monumenti sudisti

22.08.2017 Democracy Now!

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L’università del Texas ad Austin rimuove tre monumenti sudisti
(Foto di Democracy Now!)

Negli Stati Uniti statue di confederati continuano a cadere in mezzo alle estese proteste contro i suprematisti bianchi e i monumenti che celebrano il retaggio di schiavitù e razzismo della storia americana.

L’Università del Texas ad Austin ha rimosso tre statue di leaders confederati. In una email inviata agli studenti, il presidente dell’università ha scritto: “Non scegliamo la nostra storia, ma scegliamo chi onorare e celebrare nel nostro campus.”

L’Università di Houston ha annunciato che cambierà nome a un dormitorio attualmente intitolato all’ex vice presidente John C. Calhoun, uno dei più prominenti sostenitori della schiavitù della storia americana.

Usa, decine di migliaia di persone marciano contro i suprematisti bianchi a Boston e altre città

21.08.2017 Democracy Now!

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Usa, decine di migliaia di persone marciano contro i suprematisti bianchi a Boston e altre città
(Foto di Democracy Now!)

Durante il weekend si sono svolte in tutti gli Stati Uniti proteste di massa contro i suprematisti bianchi, con decine di migliaia di persone che sono scese per strada da una costa all’altra per condannare I gruppi nazionalisti violenti e chiedere la rimozione dei monumenti dei Confederati e di altre statue che ricordano la schiavitù e il razzismo.

Nel centro di Boston, 40.000 persone si sono riversate nelle strade intorno al parco pubblico di Boston Common per protestare contro un “raduno per la libertà di espressione” programmato dai nazionalisti bianchi. La folla era tale che le foto aeree mostrano un pugno di estremisti riuniti in un gazebo nel parco.

“Nella nostra comunità ci sono tanti gruppi emarginati – gente di colore, donne, persone con diverse identità di genere. Abbiamo bisogno di unirci e dire che così non va bene” ha dichiarato uno dei manifestanti. “Come paese abbiamo il diritto alla libertà di parola; è anche per questo che esistiamo. Ma per me c’è una differenza tra libertà di parola e incitamento all’odio. Molto di quello che dicono i separatisti è un incitamento all’odio e questo non va bene. Come paese ci basiamo sull’amore.”

All’inizio il Presidente Trump ha condannato la marcia di Boston, twittando ” Sembra che ci siano molti agitatori anti polizia a Boston. La polizia pare forte e intelligente. Grazie”. Trump ha poi cercato per due volte di twittare un commento positivo sulle proteste, ma ha dovuto cancellare quanto aveva scritto dopo aver confuso “heel” (obbedire) con “heal” (guarire). Al terzo tentativo ha scritto: “Il nostro paese è stato diviso per decenni. Qualche volta c’è bisogno della protesta per guarire e noi guariremo e saremo più forti che mai.”

Molti hanno osservato che l’errore di Trump è stato un curioso lapsus, visto il famigerato commento dell’ex Segretario di Stato Hillary Clinton nel 1996, quando definì i giovani neri dei “super-predatori” da “rimettere in riga” (in inglese “bring to heel”).

Nel weekend decine di migliaia di persone sono scese per strada in altre città degli Stati Uniti, una settimana dopo che a Charlottesville, in Virginia, una persona è stata uccisa e decine ferite da suprematisti bianchi e neo-nazisti, che protestavano per il progetto di rimozione di una statua del generale sudista Robert E. Lee. Sabato migliaia di manifestanti si sono radunate davanti al municipio di Dallas, nel Texas, per chiedere la rimozione dei tre monumenti confederati ancora presenti in città. La notte di venerdì qualcuno ha scritto con lo spray la parola “nazista” sulla statua del generale Robert E. Lee.

Sabato altre migliaia di manifestanti hanno chiesto a New Orleans la rimozione dei monumenti sudisti, mentre altre centinaia hanno protestato contro i suprematisti bianchi a Houston; Memphis; Atlanta; Laguna Beach, in California e Durham, nel North Carolina.

“Non basta denunciare quello che è successo a Charlottesville” ha detto William Barber, Presidente della NAACP (National Association for the Advancement of Colored People – Associazione nazionale per il progresso delle persone di colore) del North Carolina. “Dobbiamo denunciare anche quello che è successo prima di Charlottesville, che ha reso la gente così baldanzosa da arrivare a Charlottesville.”

In Virginia, i residenti chiedono di eliminare il nome del generale sudista Stonewall Jackson da una scuola superiore della contea di Prince William. “Per me la questione è molto semplice” ha dichiarato Ryan Sawyers, del consiglio scolastico della contea. “Una scuola non può portare il nome di un uomo che ha letteralmente dedicato la vita a schiavizzare una razza per escluderla da ogni genere di cose, compresa l’istruzione.”

A New York City, i membri del gruppo Black Youth Project 100 si sono radunati venerdì per chiedere la rimozione della statua di James Marion Sims, un dottore bianco conosciuto come il “padre della ginecologia”, dopo aver fatto esperimenti senza usare l’anestesia su schiave nere per sviluppare tecniche chirurgiche. Gli attivisti chiedono che la sua statua venga sostituita da quella di tre donne —Anarcha, Betsey e Lucy— costrette a subire gli esperimenti medici di  Sims.