pensiero del 30 del sesto mese

30 del sesto mese

O tu che cerchi la verità eterna! Domina i tuoi pensieri , se vuoi raggiungere il  tuo scopo. Concentra lo sguardo della tua anima in quella luce pura che è libera dalla passione. Perché la fiamma possa dare una luce tranquilla occorre che il candeliere sia posto in un luogo protetto dal vento.   Se la fiamma è soggetta a venti mutevoli, essa tremerà  e lancerà ombre ingannevoli, oscure e strane, sulla superficie bianca dell’anima.

La compassione è la legge dell’armonia eterna, la legge dell’amore eterno.

Sapienza brahminica ( La voce del silenzio)

 

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Neofascisti aggrediscono la delegazione di Nessuna Persona è Illegale all’interno di Palazzo Marino

29.06.2017 – Milano Redazione Italia

Neofascisti aggrediscono la delegazione di Nessuna Persona è Illegale all’interno di Palazzo Marino
(Foto di https://www.facebook.com/NooneisillegalMilano/?ref=ts&fref=ts)

La delegazione di NPI, invitata dal Capo di Gabinetto del Sindaco per illustrare i contenuti del presidio di richiesta della residenza organizzato per oggi, è stata aggredita fisicamente da un gruppo di almeno 20 militanti neofascisti incredibilmente presenti nel medesimo corridoio.

Due membri della delegazione  sono stati seriamente colpiti e uno di oltre 60 anni è dovuto ricorrere alle cure del Pronto Soccorso.

Una provocazione di gravità inaudita, fatta per spostare l’attenzione dal tema della residenza, trasformando una giornata di mobilitazione su un diritto fondamentale che interessa migliaia di persone in una questione di mero ordine pubblico,  gestito in modo perlomeno superficiale se non addirittura strumentale.

La piazza meticcia, composta da bambini, famiglie, giovani e richiedenti asilo, ha resistito all’aggressione ribadendo con determinazione che a Milano non c’è spazio per l’odio e l’intolleranza espressi da fascisti e razzisti di ogni genere.

NPI continuerà ancora con più forza la sua campagna antirazzista per i diritti e l’inclusione sociale, nella convinzione che la lotta per la residenza sia ancora più necessaria per le migliaia di esclusi italiani e migranti.

pensiero del 29 del sesto mese

29 del sesto mese

La ragione produce gli esseri e la virtù li nutre, perché tra tutti gli esseri non ve n’è alcuno che non veneri la ragione e non onori la virtù. Ecco come occorre essere: occorre essere come l’acqua. Nessuna diga, essa scorre; c’è una diga , si ferma; se viene tolta, scorre di nuovo; nel recipiente quadrato èquadrata, nel rotondo è rotonda. Per questo essa è più necessaria e più forte di ogni cosa.

Lao-tse

Associazione Liberarsi: la tortura del 41 bis, rassegna di giugno dal carcere

28.06.2017 Redazione Italia

Associazione Liberarsi: la tortura del 41 bis, rassegna di giugno dal carcere

A fine giugno esce il terzo numero del periodico su La tortura del 41 bis. Ha come data precisa quella del 26 giugno, che è il giorno in cui l’ONU ricorda le vittime della tortura. Quindi sono ricordati i 720 detenuti sottoposti al regime del 41 bis a cui è dedicata questa giornata, e i condannati all’ergastolo, che non hanno una speranza nel futuro. Un gruppo di noi, provenienti da varie regioni d’Italia, anche quest’anno saranno a Ventotene e all’ergastolo di Santo Stefano per portare un fiore al cimitero degli ergastolani e avremo nel nostro cuore tutti i torturati nelle carceri d’Italia e del mondo; saremo lì sabato 8 luglio.

Di seguito presentiamo alcune testimonianze che provengono dall’esterno delle carceri. Vi ringraziamo molto. Poi trascriviamo alcune lettere che ci arrivano dalle carceri: da Tolmezzo e da Spoleto al 41 bis, da due donne che ci hanno scritto dal femminile di Reggio Calabria, dove si trovano per il processo d’appello, una madre che ci parla del suo primo colloquio con suo figlio segregato in 41 bis, e da una figlia che ci fa conoscere un episodio subito dai suoi genitori. Poi un giovane che sta scontando la sua pena a Benevento ci parla di suo fratello che invece si trova nel 41 bis a Rebibbia N.C..

Sappiamo con certezza che molte lettere che ci vengono inviate sono bloccate dagli uffici censura, dai direttori, direttrici e da alcuni magistrati di sorveglianza. Questo ci dispiace, ma ne prendiamo atto. È una lotta pacifica tra persone che pensano, sentono, agiscono diversamente. Semplificando: da una parte stiamo noi che vogliamo creare nuovi spazi di dibattito, di dialogo, opportunità di studio, di reciproca conoscenza, di informazione all’esterno. Dall’altra si muovono dirigenti del Dipartimento Amministrazione Penitenziaria, direttori delle carceri, uffici censura… che vogliono, attraverso circolari sempre più restrittive, attraverso nuove strutture come il bunker sotterraneo di Bancali – Sassari, attraverso la chiusura di quei pochi spazi che la legge ancora consente a questi detenuti e a queste detenute di comunicare i loro sentimenti e pensieri, portano avanti un’opera di distruzione fisica e psichica in queste sezioni speciali.

Fra gli esterni, molti pensano che non si debba parlare di diritti nei confronti di questi detenuti, non si debba cedere ad atti di carità e di solidarietà (è molto interessante il dibattito scaturito sullo stato di salute di Totò Riina), anche se fra coloro che hanno incarichi di amministratori della “giustizia”, non tutti si muovono con ottusità e con l’applicazione della legge del taglione, della pena di morte, degli ergastoli e del 41 bis.

L’Associazione Liberarsi e numerosi altri soggetti proseguiranno nel tentativo di chiedere di far rispettare gli spazi che la nostra Costituzione, il nostro ordinamento penitenziario, indicano. È lecito questo? È possibile? Certamente non è né scontato né facile!

Giuliano Capecchi – Associazione Liberarsi

PS. Ci è venuta un’idea, in parte sollecitata da alcune lettere ricevute dal 41 bis, in parte vedendo le difficoltà che sempre maggiori emergono nel comunicare tra noi esterni e voi reclusi. Perché non stimolare la ripresa degli studi finalizzata al prendere un diploma o una laurea universitaria, ma anche più semplicemente a migliorare la nostra/vostra capacità di scrivere, di leggere, di pensare.? Forse alcuni dei nostri amici detenuti pur essendo nati in Sicilia non conoscono le novelle del Verga, i testi di Pirandello o di Sciascia o di Camilleri …, o se Sardi non hanno ancora incontrato pagine della Deledda o di Michela Murgia… Noi ve li faremo avere in fotocopia. E vi chiederemo le vostre riflessioni. Per non parlare di poesie…, ma anche di saggi sull’agricoltura biologica (sappiamo che alcuni di voi vorrebbero approfondire le tematiche legate alla terra, agli animali, all’ambiente) o sulla grande arte. Noi metteremo a disposizione alcune ore del nostro tempo e cercheremo di riempire il vostro.
Scrivete a: Associazione Liberarsi c/o Centro Sociale Evangelico, via Manzoni, 21 – 50121 Firenze. E-mail: associazioneliberarsi@gmail.com 

Lettere da fuori

Carissimo zio Giuliano,
queste lettere che credo pubblichi periodicamente, non ti nascondo che è stato molto emozionante leggerle, in esse sono elencati tutti i problemi e le restrizioni che vivono mio padre e la mia famiglia da ormai un bel po’ di tempo. Leggendo le varie lettere ho provato ad immaginare i volti, l’aspetto fisico delle persone che scrivevano, per sentirle più vicine, è triste leggere tutte queste storie di dolori e soprusi. Non posso nemmeno immaginare come mi sentirei al posto di Sandro a cui è stato tolto l’unica possibilità di sentire suo padre, un padre che tra l’altro, vista la loro situazione, quasi sicuramente non riuscirà mai più a vedere, pensando a ciò mi viene un nodo alla gola, penso sia una delle peggiori ingiustizie che si possano subire. Ho letto con molta vicinanza anche il racconto di Nicola, so molto bene quello che passa, io qui in residenza a Milano condivido il bagno con un ragazzo non vedente di cui sono diventato molto amico, so benissimo quanto sia dura la vita per un non vedente, tutte le azioni quotidiane, anche le più semplici nascondono delle difficoltà e delle insidie per loro e se a ciò aggiungiamo il regime di 41 bis, la situazione si commenta da sola. Mi sono rispecchiato in particolar modo nelle parole di Rita, del resto la sua esperienza del colloquio è molto simile alla mia. Infine, leggendo le parole di Francesco che al colloquio ha potuto abbracciare la propria bimba di 7 anni (sono veramente molto contento per lui) ricordo con un po’ di malinconia quando per i primi due anni di reclusione di mio padre anche mia sorella poteva passare dall’altro lato del vetro e stare per dieci minuti insieme a lui, poi ha compiuto 12 anni e non è stato più possibile. Io, purtroppo questa “fortuna” non l’ho avuta perché quando hanno arrestato mio padre avevo già 13 anni. Ripensandoci sono quasi passati ben 9 anni dall’ultima volta in cui ho potuto abbracciarlo e Dio solo sa se potrò farlo di nuovo un giorno. Comunque, lasciamo un po’ da parte questi pensieri tristi, mi congratulo per questa tua nuova iniziativa, è un modo ulteriore per riuscire a smuovere le coscienze delle persone che leggono come si vive veramente in certe situazioni. Purtroppo la strada per far sorgere questa sensibilità nelle “persone normali” è ancora lunga e in salita, me ne sono reso conto in quest’ultimo periodo leggendo i commenti di molti “amici” su Facebook e di molti opinionisti e politici fatti sull’ipotesi, a mio avviso irrealistica, della possibile scarcerazione di Totò Riina per i suoi problemi di salute. Capisco che questo è un caso, se vogliamo, eclatante però mi ha permesso di capire che la civiltà in cui viviamo non è evoluta come sembra, si fa veramente tanta fatica a distinguere la giustizia e i diritti inviolabili degli uomini con il concetto di vendetta. È come se certi errori una volta commessi ti facciano perdere lo status di essere umano e a quel punto per la società non hai più diritto ad una morte dignitosa perché tu stesso non hai concesso una morte dignitosa alle persone che hai ucciso, è un po’ come la legge del taglione. Tutto ciò mi sembra veramente paradossale, soprattutto in uno stato di Diritto, quale dovrebbe essere il nostro. Spero di ricevere presto tue notizie. Un affettuosissimo abbraccio,            

Nunzio

Sono convinta che la sensibilizzazione verso queste forme di tortura vada perseguita sempre e comunque, sebbene il contesto politico del nostro paese non sia al momento favorevole per sollevare una questione di tale portata – penso a ciò che ha fatto maturare le decisioni in materia da tutte le parti politiche senza nessuna distinzione. Sarà una lunga battaglia di civiltà, ma è doveroso sollevare il velo di omertà che è calato su queste scelte insensate e anche criminali che provocano inutili sofferenze a così tante persone. Un caro saluto

Tiziana

Lettere da dentro

Dal carcere di Tolmezzo, 14 maggio 2017 (visto di censura 23 maggio 2O17)
 
Carissimi amici, carissimo Giuliano,
…io in attesa una volta al mese mando una istanza al DAP per informare e chiedere che tutti i sottoposti al 41 bis abbiano le stesse possibilità e gli stessi diritti. Per esempio pare che sia Tolmezzo l’unico carcere in cui si vieta lo scambio di cibo tra i compagni di socialità (su questo è stata investita anche la Cassazione), poi ci sono generi che si possono acquistare ed altri no a seconda  della sezione 41 bis in cui ti trovi, il campo sportivo che non viene fatto utilizzare (si aspetta fissazione udienza…), etc.  Ma la cosa più clamorosa è quella che i nipotini da fratello vengono considerati (anche dalla magistratura di sorveglianza) più pericolosi di quelli da figlio, posto che vi è l’assoluto divieto di colloquio senza vetro per la durata di 1/6 del tempo.  Altro esempio è il diritto allo studio. A Sassari è possibile utilizzare il computer a uso studio e difesa per 4 ore al giorno, oltre all’ora prevista di socialità, qui o vai in socialità con i compagni o utilizzi il computer. Non solo, ma è anche impossibile accedere alla biblioteca centrale per motivi di sicurezza e tutti i reclami vengono dichiarati sistematicamente inammissibili, anche quelli che hanno avuto esito positivo in altri uffici di sorveglianza (esempi: accesso a biblioteca centrale, avere la propria radiolina sintonizzata sulle stazioni rai, poter passare un libro al compagno di gruppo, utilizzare computer quattro ore al giorno, ricevere missive tramite pacco postale, passaggi di generi alimentari col gruppo di socialità…).

Non solo, nonostante ciò che ha deciso la Cassazione con sentenza n. 1253/2014 del 23/4/14 r.g. n. 34980/2013 e il magistrato di sorveglianza di Cuneo con ord. n.1282/14 del 25/9/2014, che mi hanno dato ragione circa il denudamento quando s’incontra il proprio difensore, che non poteva essere effettuato, qui a Tolmezzo il magistrato di sorveglianza è di parere contrario e quindi siamo obbligati a denudarci quando si incontra l’avvocato. La dott.ssa Rita Bernardini, intervenuta al convegno di Ristretti Orizzonti del gennaio 2017, ha citato il capo del DAP che si è pronunciato contro il 41 bis e le sue inutili restrizioni (vedi Ristretti Orizzonti, anno 19, n.1), ma ancora tali inutili restrizioni (come il divieto di cucinare la pasta, scambiarsi oggetti, non poter ascoltare la musica se non quella trasmessa dalle stazioni statali, in stile dittatura) permangono. Basterebbe una semplice circolare. Dunque al momento ciò rimane un fumus di chiacchiere.

Sappiate, comunque, che è difficilissimo comunicare con voi, poiché viene tutto strumentalizzato ed enfatizzato. Complimentoni per il successo del convegno a Firenze dell’8 aprile dal titolo “25 anni di tortura del 41 bis,” per le persone che sono intervenute e per tutti quelli che come voi lottano per i diritti dei detenuti, per umanizzare le sezioni 41 bis e addirittura tentare di abolirle… Mi farebbe piacere avere gli indirizzi delle avvocatesse Caterina Calia e Carla Serra che ho visto sono intervenute al convegno. Vi sono moltissime cose che vorrei raccontarvi, ma tanto questa lettera verrà sicuramente trattenuta, perché vi è la prassi che del 41 bis non si debba parlare. Vi abbraccio con la speranza che possa sentirvi al più presto, che Dio ce la mandi buona!

Giuseppe Guarino

Dal carcere di Spoleto sezione a 41 bis, 6 novembre 2016 (visto di censura 28 dicembre 2016)

Sono uno degli ospiti del 41 bis a Spoleto. Ho letto la vostra lettera e vi ringrazio per tutto quello che fate per le persone che non hanno voce, specialmente in questo regime. Mi presento. Mi chiamo Luigi Papale, mi trovo qui da circa tre anni…. Oltre a me si trovano in carcere mia moglie, le mie figlie e mio figlio, cioè tutta la mia famiglia … Per circa 8 mesi mi hanno fatto telefonare a mia moglie. All’improvviso mi hanno comunicato che la telefonata mi è stata revocata in quanto la D.D.A di Napoli non vuole che io telefoni a mia moglie. Senza dare nessun motivo. I dieci minuti delle telefonate erano l’unico momento in cui potevo esprimere il mio affetto. Qui a Spoleto ci sono molti detenuti che si trovano nelle mie stesse condizioni e telefonano. Dicono su di me che c’è una circolare del DAP che dice che detenuti e detenute non possono telefonarsi. Ma questa circolare perché vale solo per me? Ho fatto ricorso al giudice di sorveglianza e aspetto da mesi una sua risposta. Io dico: i 10 minuti di telefonata sono registrati e ascoltati, che può succedere? Scrivere posso scrivere, quello che dico per lettera perché non posso dirlo al telefono? Forse non vogliono farmi sentire la voce di mia moglie? Vorrei un consiglio da voi. A chi devo rivolgermi? Ripeto questo è l’unico affetto che ho, 10 minuti al mese. … E queste non sono torture psicologiche? … Vi ringrazio per tutto quello che fate per noi

Luigi Papale

Dal carcere di Benevento

(…) Voglio inviarti i miei saluti e un ringraziamento per quello che fate… Devi sapere che ho mio fratello al 41 bis da 10 anni e ha visto crescere il figlio attraverso un vetro blindato, con solo 10 minuti per prenderlo in braccio. È una disumanità assoluta. Ogni 4 anni lui fa una richiesta perché gli tolgano il 41 bis, ma puntualmente glielo confermano, mandandogli la stessa copia con le stesse risposte. Allora mi domando: a cosa serve parlare di carcere e di reinserimento? …Mi farebbe piacere se scriveste anche a mio fratello, così avrà la vostra corrispondenza e la vostra compagnia.

Egidio

Dal carcere di Reggio Calabria, sezione femminile, 17 maggio 2017

Sono stata trasferita in questo carcere per motivi processuali. Ho ricevuto il vostro materiale e vi mando una mia testimonianza del colloquio avuto con mio figlio Francesco nella sezione a 41 bis di Spoleto. Era il 22 aprile del 2013 e io allora ero libera e andai con i miei due nipotini. Il 22 aprile 2013, alle sei del mattino ero a Spoleto per fare il primo colloquio con mio figlio. Portai con me i suoi due figli Carlo e Nino, due gemelli di appena 6 anni. L’attesa fu snervante; dopo una minuziosa perquisizione ci fecero entrare in una piccola saletta per il colloquio. L’impatto è stato devastante per me e i bambini. C’erano un tavolino, degli sgabelli, un grosso vetro, dietro quel vetro vidi mio figlio. Non lo vedevo da mesi e come madre il mio primo desiderio era quello di poterlo abbracciare forte forte, che strazio! Ammutolita mi aggrappai a quel vetro, grosse lacrime inondavano il mio viso. Mio figlio era lì, davanti a me e non potevo abbracciarlo, baciarlo, avevo tanto bisogno di stringerlo forte e fargli sentire come batteva il mio cuore, avevo tanto bisogno di trasmettergli le mie emozioni. Mio figlio mi guardava, non diceva nulla, non volevo farmi vedere piangere da lui, ma non ho potuto fare nulla per trattenere le lacrime, scorrevano da sole, irrefrenabili. Questa sofferenza non ebbe fine, dopo poco i bambini salirono  sul tavolino e si aggrapparono a quel vetro nella disperata ricerca di un abbraccio, di un bacio da parte del loro padre che immobile e senza parole guardava i suoi piccoli.  I bambini nella loro ingenuità chiesero spiegazioni al loro papà, perché non potevano saltargli addosso come avevano fatto nei colloqui precedenti. Il loro papà esitò un attimo per trovare una risposta da dare alle proprie creature, una menzogna, con grande difficoltà e balbettando disse che stava lavorando e il datore di lavoro distrattamente lo aveva rinchiuso in quell’abitacolo. I bambini trovano sempre una soluzione, si guardarono intorno e chiesero un martello per abbattere quel vetro che li separava dal loro papà. Io li guardavo con grande tristezza, non potevo fare nulla, anche le guardie presenti al colloquio si intenerirono davanti ai bambini. Fu solo un attimo, poi ripresero l’espressione di sempre, i sentimenti in questo ambiente hanno poco valore, la legge va rispettata. Può una legge far soffrire degli innocenti? Come si può essere insensibili davanti al dolore, alla disperazione dei piccoli? È questa la legge italiana? Non dovrebbe tutelare i bambini? Quel giorno mi posi queste domande, ma non trovai una risposta. Mentre facevo queste riflessioni Nino, uno dei miei nipoti, con grande tristezza disse una frase che ancora oggi mi logora il cervello: “Vorrei essere una formica piccola, piccola e passare attraverso le fessure per poter abbracciare il mio papà!” . L’ispettore presente non disse nulla, guardò dall’altra parte, era commosso. Purtroppo al 41 bis queste scene si verificano quotidianamente. Bisogna che lo Stato intervenga, che i politici facciano qualcosa per porre fine alla violenza psicologica che subiscono tanti bambini, le lacrime dei piccoli, la loro sofferenza deve scuotere la coscienza di coloro che si ritengono i rappresentanti della giustizia. Voglio sperare che tutti coloro che lottano per porre fine a questi soprusi vincano questa battaglia, il cuore deve guidare le azioni e non lasciarsi condizionare dalla fredda ragione. Ho voluto raccontare questo episodio di cui sono stata testimone. In seguito non mi è stato possibile andare a trovare mio figlio in quanto sono stata arrestata, molti abusi ho subito anch’io, sono in carcere perché il pregiudizio ha il sopravvento e a Reggio con tanta facilità si mandano in carcere le donne, perché essere madri o mogli in una famiglia che ha problemi con la giustizia è un grosso reato e bisogna pagare per colpe che non si hanno. Continuate, non arrendetevi, non premettete che venga calpestata la dignità delle persone, date una speranza a chi subisce in silenzio, siate portavoce di tutti coloro che soffrono.

Con stima e affetto Carmela Nava

Dal carcere Reggio Calabria, sezione femminile, 17 maggio 2017

Mi chiamo Giuseppina Franco, attualmente sono nel carcere di Reggio Calabria per il processo di appello in corso. Sono in cella con Carmela Nava che mi ha parlato delle vostre iniziative…

Molti sono gli episodi di cui sono a conoscenza perché mio padre Franco dal 2000 al 2007 è stato al 41 bis nella Casa di Reclusione di  Cuneo. Ci tengo a raccontare un episodio che ha lasciato in me e nei miei familiari tanta amarezza e la consapevolezza di non poter fare nulla di fronte a tali abusi, di essere impotenti e di non aver nessuno che tuteli i diritti dei detenuti. … Mio padre nel 2007 è stato ricoverato nell’ospedale di Cuneo perché gli doveva essere esportato un rene colpito da tumore, un intervento rischioso. La mia famiglia è stata avvisata delle gravi condizioni di mio padre. Mia madre partì da Reggio pur tra mille problemi e tante difficoltà, nella speranza di vedere mio padre e di stargli accanto in quei momenti così incerti per la sua vita. Vana illusione! Mia madre chiedeva notizie di mio padre ma le sue richieste infastidivano gli agenti che speravano che mia madre si allontanasse. Per giorni ella è rimasta dietro la porta della sala di rianimazione, senza mai poterlo vedere.  Mio padre era intubato, un agente della scorta fumava tranquillamente, un suo collega della scorta gli fece notare che quello non era il luogo adatto, ma con sarcasmo quello gli rispose: “tanto sta per morire!” Quanta aridità e quanta cattiveria! Perché si permette a queste persone di svolgere questo lavoro? Hanno un cuore? Mio padre ha sentito quelle parole così sferzanti, quanto male al cuore! Dopo poco tempo, quando mio padre si è ripreso ci ha raccontato questo episodio. Io non voglio commentare, lo lascio fare a voi, traete le giuste conclusioni…

Giuseppina Franco

pensiero del 28 del sesto mese

28 del sesto mese

Quanto più profondamente l’uomo discende in se stesso e quanto più inconsistente è l’immagine che si fa di sé, tanto più in alto sale verso Dio.

Tommaso da Kempis

L’uomo è una frazione , Il suo numeratore è il valore dell’uomo, per rapporto agli altri uomini; il denominatore è la stima che l’uomo ha di sé. In grandire il proprio numeratore , il proprio valore, non è in potere dell’uomo, ma ciascuno può diminuire il proprio denominatore, e cioè l’opinione di se stesso, e in questa diminuzione si avvicina alla perfezione.

Leo Tolstoj

Legge sulla tortura in discussione alla Camera: dichiarazione di Amnesty Italia

27.06.2017 Amnesty International

Legge sulla tortura in discussione alla Camera: dichiarazione di Amnesty Italia
(Foto di amnesty.it)

All’inizio della discussione, in terza lettura, alla Camera dei deputati del testo di legge sulla tortura, il presidente di Amnesty International Italia Antonio Marchesi ha rilasciato questa dichiarazione:

La nuova legge sulla tortura che il parlamento si appresta con ogni probabilità ad approvare lascia l’amaro in bocca ma non è, come alcuni sostengono, inutile o controproducente.

Dopo decenni di discussioni sterili ci si poteva attendere qualcosa di meglio della definizione confusa e restrittiva che entrerà a fare parte del nostro codice: una definizione che non tiene adeguatamente conto della sofferenza mentale che la tortura moderna produce e che vorrebbe che la tortura fosse tale solo in presenza di atti ripetuti.

Ma dire che è inutile o controproducente è sbagliato, perché si sottovaluta la necessità di porre fine alla eterna rimozione della tortura attraverso il silenzio, scrivendo invece, una volta per tutte, quella parola indicibile nel codice penale.

La chiusura dell’ennesima legislatura con un nulla di fatto servirebbe invece soltanto a rassicurare ancora una volta coloro che sostengono, a torto ma con determinazione, che una legge sulla tortura, qualsiasi legge sulla tortura, sia contro gli interessi delle forze di polizia“.

27.06.2017 Amnesty International

Legge sulla tortura in discussione alla Camera: dichiarazione di Amnesty Italia
(Foto di amnesty.it)

All’inizio della discussione, in terza lettura, alla Camera dei deputati del testo di legge sulla tortura, il presidente di Amnesty International Italia Antonio Marchesi ha rilasciato questa dichiarazione:

La nuova legge sulla tortura che il parlamento si appresta con ogni probabilità ad approvare lascia l’amaro in bocca ma non è, come alcuni sostengono, inutile o controproducente.

Dopo decenni di discussioni sterili ci si poteva attendere qualcosa di meglio della definizione confusa e restrittiva che entrerà a fare parte del nostro codice: una definizione che non tiene adeguatamente conto della sofferenza mentale che la tortura moderna produce e che vorrebbe che la tortura fosse tale solo in presenza di atti ripetuti.

Ma dire che è inutile o controproducente è sbagliato, perché si sottovaluta la necessità di porre fine alla eterna rimozione della tortura attraverso il silenzio, scrivendo invece, una volta per tutte, quella parola indicibile nel codice penale.

La chiusura dell’ennesima legislatura con un nulla di fatto servirebbe invece soltanto a rassicurare ancora una volta coloro che sostengono, a torto ma con determinazione, che una legge sulla tortura, qualsiasi legge sulla tortura, sia contro gli interessi delle forze di polizia“.

pensiero del 27 del sesto mese

27 del sesto mese

Non temete quanti uccidono il corpo e non posso uccidere l’aniuma; temte piuttosto chi può uccidere il corpo e l’anima.

Matteo 10.28

Sono composto di spirito e di corpo . Per il corpo tutto è indifferente , perché un oggetto materiale è privo della capacità di distinguere alcunché. Per lo spirito tutto quello che non viene dallo spirito è parimenti indifferente , perché la vita dello spirito è indipendente. ;a la vita dello spirito non trova affatto il suo senso nel passato o nel futuro . Tutto il suo peso si concentra nel tempo presente.

Marco Aurelio

 

Lutto fra gli ergastolani per la scomparsa di Stefano Rodotà

26.06.2017 Carmelo Musumeci

Lutto fra gli ergastolani per la scomparsa di Stefano Rodotà
(Foto di Wikipedia)

La morte del Professore Stefano Rodotà ci ha molto addolorato, perché gli uomini ombra (così si chiamano fra loro gli ergastolani) avevano ancora bisogno della sua voce e della sua luce per tentare di cancellare nel cuore degli umani e nel nostro ordinamento giuridico la pena più crudele che un uomo possa dare e ricevere: la condanna alla “Pena di Morte Viva”.  

Molti non sanno che il Professor Stefano Rodotà, insieme a Margherita Hack, Umberto Veronesi,  Franca Rame, Don Andrea Gallo e tanti altri ancora vivi, era uno dei primi firmatari della proposta di iniziativa popolare per l’abolizione della pena dell’ergastolo sul sito www.carmelomusumeci.com .

Anni fa, anche a nome dei miei compagni, gli avevo scritto questa lettera:

“La prigione è un mondo ignoto per tutti quelli che sono liberi e, per fare conoscere ai “buoni” l’inferno che hanno creato e che mal governano, scrivo spesso sulla violenza del mondo carcerario. Sono un “cattivo, maledetto e colpevole per sempre” destinato a morire in carcere se al mio posto in cella non ci metto qualcun altro, perché sono condannato alla “Pena di Morte Viva”. Infatti in Italia una legge prevede che se non parli e non fai condannare qualcun altro al tuo posto, la tua pena non finirà veramente mai e non avrai nessun beneficio o sconto di pena, escludendo così ogni speranza di reinserimento sociale.
Questa condanna è peggiore, più dolorosa e più lunga, della pena di morte, perché è una condanna di morte al rallentatore, che ti ammazza lasciandoti vivo. Per questo gli ergastolani ostativi non hanno più età, come non l’hanno i morti, perché sono cadaveri viventi. E il nostro dolore è diverso da tutti gli altri prigionieri, perché non c’è neppure un briciolo di speranza in una cella di un uomo ombra. Per questo gli stessi ergastolani, con l’aiuto della  Comunità Papa Giovanni XXIII fondata da Don Oreste Benzi, prendendo coscienza della loro situazione hanno deciso di mettere in  rete una raccolta di adesioni denominata “Firma Contro L’Ergastolo”,  nel sito che porta il mio nome,  www.carmelomusumeci.com ,  perché esistono molti modi per uccidere una persona, ma quello di murarlo vivo in nome del popolo italiano, senza l’umanità di ammazzarlo prima, è uno dei più crudeli. 
Sapendo del Sua sensibilità sociale abbiamo pensato d’invitarLa ad aderire pubblicamente contro la pena dell’ergastolo.”
 
Molti miei compagni erano scettici sul fatto che una persona così importante come Stefano Rodotà avrebbe aderito ad un’iniziativa che partiva così “in basso”  e lo ero anch’io, consapevole che difficilmente un uomo delle istituzioni avrebbe avuto il coraggio di aderire pubblicamente ad una campagna così impopolare e controcorrente.
Eppure lui lo fece, subito e senza esitazioni, facendoci così capire che non tutta la società era d’accordo a considerare irrecuperabili per sempre i condannati all’ergastolo. 
 
Grazie professore. Buon riposo.

pensiero del 26 del sesto mese

26 del sesto mese

L’uomo pensa: è stato creato per questo. E’ chiaro che deve pensare secondo ragione. L’uomo che pensa secondo ragione pensa anzitutto per quale scopo deve vivere: pensa alla sua anima , a Dio. Guardate a che cosa pensano le persone mondane. A qualsiasi cosa , salvo che a questo. Pensano ai ballio, alla musica, al canto e a simili piaceri; pensano alle costruzioni, alla ricchezza, al poitere; invidiano la situazione dei ricchi e dei re. Ma non pensano affatto a quel che vuol dire essere un uomo.

Blaise Pascal

Uno dei maggiori doveri dell’uomo consiste nel far risplendere con tutta la sua forza quel principio luminoso della ragione che abbiamo ricevuto dal cielo.

Sapienza cinese

Bambini scomparsi: la tragica realtà del traffico d’organi

25.06.2017 – Sonia Savioli Il Cambiamento

Bambini scomparsi: la tragica realtà del traffico d’organi
(Foto di Il Cambiamento)

Un tempo si diceva che il valore di una società si poteva giudicare da come si prendeva cura dei bambini e dei vecchi. Eccolo uno dei modi con cui la nostra società si prende cura dei bambini: tra il 2014 e il 2015 cinquemila bambini scomparsi in Italia.

L’Europol nel 2017, anno in corso, grida ai quattro venti che in Europa, tra il 2014 e il 2015, sono scomparsi almeno diecimila bambini immigrati e già registrati dalle autorità statali. Solo in Italia sono scomparsi cinquemila bambini. Lo ripete, perché l’allarme era già stato dato nel 2016. Evidentemente non ha allarmato più di tanto.

Ha detto anche, l’Europol, che la cifra è indicativa “al ribasso”. Una cifra prudente.

Un rapporto dell’ottobre prima delle autorità di Trelleborg, città portuale della Svezia, diceva che mille minori lì giunti il mese precedente erano scomparsi. “Svaniscono” dicono gli svedesi “e non ci sono informazioni su ciò che accade dopo la loro scomparsa”.

Il rapporto Europol parla di probabile sfruttamento, anche sessuale. Non parla di traffico d’organi. Nessuno ne parla. Perché? Dato che solo di ipotesi si parla, e di bambini e adolescenti di cui non resta traccia, perché l’ipotesi dell’espianto di organi non viene nemmeno sfiorata?

Nel trionfo del progresso, dell’informazione e dell’informatica, si vive in una nebulosa e oscura caligine di inconsapevolezza che viene ogni tanto bucata da lampi di luce.

Esattamente come in un temporale notturno, solo alla luce di quel lampo si svela nitido il mondo intorno a noi. Ma è un attimo, e possiamo tranquillamente far finta di averlo sognato.

Nel gennaio 2009 in una conferenza stampa l’allora ministro degli interni Maroni dice: “Abbiamo delle evidenze di traffico di organi di minori scomparsi in Italia”.

Il lampo svegliò di colpo politici e giornalisti e organizzazioni mediche, suscitò un coro di indignazione rivolta perlopiù non al traffico di organi espiantati da ragazzini assassinati ma alle dichiarazioni del ministro.

Perché?

Comunque se ne dovette parlare.

La Repubblica del 31 gennaio 2009 intervistava il magistrato Adelchi d’Ippolito “da qualche mese vicecapo dell’Ufficio Legislativo del ministero dell’economia” e che aveva partecipato ad un’inchiesta sul traffico di organi al tempo in cui era pubblico ministero a Roma: quando i magistrati albanesi, indagando sulla scomparsa di duemila bambini (mai più ritrovati), arrivarono a scoprire che quei bambini erano stati “smistati” tra Italia e Grecia. “Si intuiva che da noi c’erano dei terminali. I miei sospetti mi portarono a lavorare anche sue due cliniche romane. Non ho potuto accertare se fossero davvero coinvolte… perché ho cambiato incarico”.

E ritorna il buio.

Nel 2010 viene reso pubblico il rapporto su un’inchiesta ordinata dal Consiglio d’Europa. Il rapporto dice che Hashim Thaci, primo ministro del Kosovo (e capo dell’UCK, la cosiddetta “armata di liberazione” per la quale l’Occidente ha fatto allegramente il tifo) è a capo di “una rete mafiosa di traffico di organi” .

I trapianti clandestini, in massima parte con eliminazione del “donatore”, erano andati avanti per anni, come per anni è andata avanti la pulizia etnica attuata dall’UCK. Nel solo 1999 erano scomparsi quattrocento tra serbi, rom e albanesi non in linea con le idee e le azioni dell’UCK. C’era la clinica a Pristina, c’era il chirurgo tedesco, c’erano gli intermediari israeliani e turchi… E’ interessante notare come i “pulitori etnici” dell’UCK, che hanno dato fuoco a decine di chiese e monasteri ortodossi, non attuassero nessuna discriminazione di razza o religione verso i loro collaboratori nel traffico di organi.

Oggi Hashim Thaci è presidente della Repubblica del Kosovo.

E ritorna il buio.

Il 21 febbraio del 2004 la missionaria Doraci Judita Edinger viene uccisa a martellate a Nampula, in Mozambico. Assieme alle suore del convento Mater Dei e ad altri religiosi, tra cui padre Claudio Avallone, denunciava da anni le uccisioni di bambini per asportare i loro organi. A Nampula spesso i bambini non sparivano nemmeno. Essendo africani, neri, poveri, selvaggi, in un paese asservito e corrotto, si potevano buttare le loro carcasse svuotate nelle campagne, dentro i fossi. Ma la gente del posto portava i missionari a vedere coi propri occhi i poveri resti, testimoniava a loro ciò che aveva visto. Non alla polizia, dato che la polizia si premurava di perseguitare i testimoni invece degli assassini, e ad archiviare i casi come uccisioni sacrificali, casi di magia nera.

A denunciare gli assassini ci hanno pensato le suore. E la “magia” era tutta bianca. La praticava Gary O’Connor, di origine irlandese e di nazionalità sudafricana, assieme a sua moglie, la danese Tanja Skitte. Nella tenuta di trecento ettari dove ufficialmente allevavano polli ma dove i polli non li ha mai visti nessuno, però tutti potevano vedere la pista per gli aerei che nella tenuta atterravano e decollavano. I loro polli risultano essere in “subappalto” a centinaia di famiglie mozambicane, ma siccome nelle campagne mozambicane ogni famiglia ha qualche pollo, come si fa a controllare? E chissà se i due “magici” allevatori bianchi non hanno anche ricevuto sovvenzioni per gli “aiuti allo sviluppo”?

Dopo la morte della missionaria e le denunce di suore e preti missionari (gli unici che avessero il coraggio e la forza per farle), le recalcitranti autorità mozambicane hanno dovuto fingere di aprire un’inchiesta. Ma, nonostante il procuratore generale Madeira avesse infine dichiarato che “il traffico esiste, è gestito da una rete internazionale… sono stati scoperti bambini sequestrati e tenuti prigionieri nelle città di Nacala e Nampula”, Gary O’Connor e Tanya Skitte sono sempre liberi e… scagionati.

E ritorna il buio.
Ci sono inchieste, locali e internazionali, dossier interi di organizzazioni come l’agenzia vaticana Fides o l’UNICEF che raccolgono prove innumerevoli del traffico di organi e della mattanza di giovani e giovanissimi a tale scopo.

Ci sono statistiche ufficiali: nel 2009 la deputata del PDL Procaccini diceva che ogni anno nel mondo 60.000 bambini vengono utilizzati, fruttando un miliardo e mezzo.

Eppure si nasconde, si minimizza, si nega.

Perché?

Perché tutto questo fa parte del nuovo mercato globale. Nel nuovo mercato globale gli interessi di tutti i potentati economici, mafiosi o ufficialmente legali, si intrecciano indissolubilmente. Chi investe in cosa? E chi lo sa.

Allo stesso modo il traffico di organi lega indissolubilmente insieme i criminali dichiarati, a cui spetta il sequestro delle vittime e lo “smaltimento dei rifiuti”, e le persone “perbene”.

Chi effettua l’espianto e il trapianto? Fior fior di chirurghi in fior fior di cliniche super attrezzate. Non è in un sottoscala che si fanno i trapianti, non è un macellaio che li fa.

Ci sono medici, anestesisti, infermieri. Come il medico tedesco che dirigeva la clinica dell’UCK e lavorava anche in Germania e, probabilmente, ancora ci lavora, dato che non è stato nemmeno indagato. Cosa farà adesso? Dove troverà i pezzi di ricambio?

Ci vogliono complici nelle istituzioni, perché una clinica non può funzionare senza di esse, tantomeno una clinica dove si fanno trapianti.

Tutta questa brava gente risulta incensurata e in qualche caso è potente.

Infine ci sono i ricchi fruitori dei trapianti clandestini. Gente stimata, rispettata, di successo, che può spendere centinaia di migliaia di dollari per il trapianto e che è totalmente priva di scrupoli. Gente in molti casi potente. Gente che fa paura, gente di cui è facile essere complice per chi è potente o servo dei potenti.

Ma c’è anche un altro motivo per restare al buio, forse persino più importante. E’ poter continuare a credere che “progresso” voglia dire miglioramento. E’ non dover mettere in discussione totalmente, radicalmente, la società in cui viviamo, la sua economia, la sua cultura. E la sua scienza.

Perché il traffico di organi con i suoi orrendi sacrifici umani è il logico e inevitabile sviluppo di una società di dominio, in cui importante è la vita dei dominatori, mentre quella degli oppressi diventa molti tipi di merce: schiavi, prede, pezzi di ricambio.

Di un’economia di dominio in cui il profitto è la divinità, da perseguire a tutti i costi e oltre tutti i limiti.

Di una scienza del dominio al servizio dei grandi poteri economici, in cui lo “scienziato” lotta con le unghie e con i denti per diventare egli stesso sempre più potente, famoso e ricco.

Mentre gli “intellettuali”, artisti, scienziati, giornalisti, scrittori, che dovrebbero avere il compito di comprendere e rivelare la realtà, di denunciare gli orrori e indignarsene, sono ridotti a incensatori e giullari del potere; si pavoneggiano alla corte dei potenti, lottano anch’essi con le unghie e coi denti per conquistare uno sgabellino alla loro tavole e nutrirsi degli avanzi.

Restano, ahimé, i missionari, preti e suore, a gridare nel buio, inascoltati.