Franco Garelli: Piccoli atei crescono

In Italia un terzo dei giovani si dice lontano dalla chiesa cattolica. Intervista al sociologo Franco Garelli

Una recente indagine, coordinata dal professor Franco Garelli dell’Università di Torino, evidenzia che la quota di giovani che si dice lontana da ogni esperienza religiosa è ormai prossima al 30%. Eppure si tratta di persone che spesso hanno ricevuto un’educazione religiosa in famiglia. Ma poi se ne sono allontanate.

Professor Garelli, quali sono i dati più significativi che emergono dalla ricerca sociologica che avete condotto?
Il dato più rilevante che emerge da questo studio recentissimo sui giovani italiani, ci dice che c’è una aumento sensibile di coloro che si definiscono atei o agnostici o indifferenti rispetto alla religione. In Italia questo gruppo sta toccando quasi il 30% dei giovani ed è una cifra rilevante: negli ultimi vent’anni è più che raddoppiata. Quindi c’è un sensibile incremento dei giovani che si definiscono senza cittadinanza religiosa, ritengono di non aver bisogno di un Dio per vivere una vita sensata.

Nella ricerca, che include 150 interviste e 1500 giovani interpellati, voi evidenziate alcuni profili. Fra questi c’è il “giovane secolarizzato”: una persona che ha ricevuto una educazione religiosa in famiglia, ma progressivamente se ne è allontanato. Come mai?
Credo che questi giovani si allontanino per tre motivi fondamentali. Innanzitutto perché hanno vissuto delle esperienze negli ambienti religiosi o ecclesiali non particolarmente significative: interessanti, ma che non sono riuscite a graffiare la loro esperienza, non sono riuscite a lasciare un segno. In secondo luogo credo che nel passaggio dalla adolescenza alla giovinezza, soprattutto sui banchi delle scuole superiori, questi giovani si confrontano con una proposta culturale, con materie e con discipline che possono allontanarli da una prospettiva di fede; vedono che non c’è una corrispondenza tra ciò che è stato loro proposto nella visione del mondo negli ambienti ecclesiali quando erano bambini o ragazzi, e ciò che viene proposto invece come visione del mondo sui banchi della scuola. A volte c’è una visione problematica del ruolo della religione nella storia. E, in terzo luogo, per il fatto che man mano che crescono avvertono che c’è una immagine negativa della chiesa o della religione a livello di opinione pubblica e nel dibattito pubblico. Vengono a conoscenza di aspetti critici: la questione della ricchezza della chiesa cattolica, gli scandali, la pedofilia, gli interessi temporali della chiesa, ma anche la difficoltà, soprattutto in Italia, dell’accettazione del principio della laicità. Tutto questo, inevitabilmente, allontana i più giovani.

Ma c’è anche un’immagine positiva della chiesa: preti e suore che si impegnano in luoghi di frontiera

Un altro profilo interessante che voi delineate, è quello che definite “il convinto”: un giovane che ha ricevuto un orientamento religioso in famiglia e che ha deciso di restare nell’ambito del cosiddetto cattolicesimo impegnato. Però si tratta di una minoranza, il 12 per cento. Che cosa caratterizza queste persone?
Sono figli di famiglie, di genitori per i quali la fede rappresenta un principio di riferimento attivo nella vita, non è solo “tappezzeria”, non è solo un filo della memoria ma è un qualcosa che li lega, che rappresenta per loro un principio vitale. Dall’altro lato si tratta di giovani che hanno vissuto delle esperienze religiose in ambienti, in gruppi, in parrocchie, che sono state per loro interessanti e che li hanno coinvolti. Detto questo non sono dei giovani tutti d’un pezzo da un punto di vista religioso, nel senso che vivono comunque il rapporto con la fede dentro la dinamica di oggi, dentro un’idea di percorso di fede, di una fede legata alla vita, quindi anche con tutti i suoi alti e bassi: la fede per loro è un riferimento, in una vita pure densa di opportunità, di esperienze e anche esposta alla precarietà.

Che cosa si salva della chiesa cattolica? La figura di papa Francesco forse potrebbe in questa fase storica riavvicinare dei pezzi del mondo giovanile alla fede cattolica?
C’era una domanda specifica nella parte qualitativa della ricerca, che diceva: “Che cosa salvi e che cosa rifiuti della chiesa e della religione cattolica in Italia?”. Il rifiuto molto diffuso è di una chiesa centralizzata, di una chiesa istituzione, di una chiesa lontana dalla gente, di una chiesa che alcuni giovani definiscono altrimenti affaccendata rispetto alle questioni più spirituali o rispetto anche alle indicazioni e ai valori del Vangelo.
Ma c’è anche una immagine molto positiva, che i giovani intervistati valorizzano, ed è quella della chiesa impegnata sul territorio, di figure religiose come preti, suore ma anche laici credenti che si impegnano nei luoghi di frontiera, che tengono aperti gli oratori, pure in quartieri anonimi, spersonalizzati, quasi degli avamposti della socializzazione giovanile in contesti difficili.

Quali prospettive vede per il cristianesimo in questa società secolarizzata, in cui sembra che ogni scelta non riesca più essere definitiva, ma solo provvisoria ed esposta al cambiamento?
Credo che la prospettiva sia quella delineata da papa Francesco che, tra l’altro, ha un largo consenso tra i giovani Rispetto ai suoi predecessori, questo papa non parla molto di relativismo culturale, non ritiene che la fede debba essere valorizzata per il ruolo che ha a livello culturale. Invece tende a rivalutare la fede perché la ritiene una risorsa a disposizione degli uomini, utile anche nella modernità avanzata. Quindi non vede il fatto che la modernità avanzata sia la tomba della religione. Non vede dei nemici nelle ideologie del tempo presente perché ritiene che la fede possa essere una chance di significato per l’uomo contemporaneo che vive una condizione di grande incertezza e precarietà. Ne deriva certamente una proposta di fede più vitale, più interessante, anche più controversa, più ambivalente che però rispecchia il vissuto tipico della modernità avanzata che è fluida, dove si è continuamente messi in discussione ogni giorno circa le proprie scelte, dove ognuno deve ridefinirsi in un progetto di vita che è dinamico e non statico. (intervista a cura di Luisa Nitti)

Siria: MSF, allarme inverno per 75.000 siriani bloccati al confine giordano

29.11.2016 Medecins sans Frontieres
Siria: MSF, allarme inverno per 75.000 siriani bloccati al confine giordano
(Foto di OCHA Syria)
– La situazione umanitaria e sanitaria dei siriani bloccati al confine nord-orientale della Giordania, nella zona desertica conosciuta come ‘Berm’, peggiorerà ulteriormente nei prossimi mesi, quando le persone dovranno affrontare un secondo inverno nel deserto. Medici Senza Frontiere (MSF) ribadisce ancora una volta la necessità di accedere direttamente alle persone isolate, al fine di valutare e soddisfare le loro necessità mediche e garantire la fornitura equa di assistenza sanitaria adeguata.Nonostante le Nazioni Unite abbiano annunciato la scorsa settimana di aver ripreso, dopo più di tre mesi, la fornitura di aiuti umanitari nel Berm, MSF ne critica i meccanismi e auspica che i controlli sullo stato di salute delle persone siano effettuati con la supervisione di professionisti medici qualificati.Sono passati più di cinque mesi da quando la Giordania ha chiuso i confini con la Siria: una decisione che ha seriamente colpito l’accesso all’assistenza medica di base per oltre 75.000 siriani, di cui tre quarti donne e bambini, bloccati nel deserto da oltre due anni. Ancor prima della chiusura delle frontiere, le organizzazioni umanitarie non erano in grado di fornire assistenza adeguata e ora la situazione è diventata ancora più drammatica.

Il freddo si sta facendo sentire sempre di più e le temperature dovrebbero presto scendere sotto lo zero”, dichiara la dott.ssa Natalie Thurtle, responsabile medico di MSF per il progetto Berm. “Nel futuro prossimo, temiamo di veder morire bambini di ipotermia, perché è ciò che è accaduto lo scorso anno“.

Nel Berm, i siriani – che vivono in esili tende di fortuna che non sono in grado di sopportare i forti venti invernali – saranno costretti ad affrontare difficoltà ancora maggiori semplicemente per sopravvivere. L’assenza di infrastrutture e beni di prima necessità rappresenta la difficoltà più grande, perché chi è bloccato nel Berm non ha accesso alle cose più elementari, come un corretto abbigliamento invernale, acqua calda, elettricità, legna da ardere, o qualsiasi forma di riscaldamento per affrontare le intemperie.

Analogamente, la disponibilità di alimenti e altri generi essenziali è molto limitata e la chiusura delle frontiere, il 21 giugno, ha portato a gravi complicazioni sanitarie per chi vive nella zona.

“Non ci sono approvvigionamenti dall’inizio di agosto, quindi logicamente vengono segnalati crescenti casi di malnutrizione. Solo nell’ultima settimana abbiamo ricevuto la conferma di 140 casi di malnutrizione nel Berm. La vita lì sta diventando sempre più disperata”, prosegue la dott.ssa Natalie Thurtle.

A 250 km a ovest del Berm, al confine nord-occidentale con la Siria, la chiusura delle frontiere ha bloccato l’evacuazione medica dei siriani feriti provenienti dal governatorato di Dara, nella Siria meridionale, che non possono accedere alla città di confine giordana di Ramtha, dove MSF gestisce un progetto di chirurgia di emergenza. A Ramtha MSF offre da oltre tre anni cure mediche salvavita per i siriani feriti nel conflitto, ma oggi, nonostante l’aumento della violenza e dei combattimenti, i reparti sono quasi vuoti. Se la situazione alle frontiere resterà invariata, MSF teme di essere costretta a chiudere i suoi programmi in Giordania per i siriani feriti in guerra.

Per questo MSF chiede con forza al governo giordano di rimuovere gli ostacoli imposti alla fornitura di assistenza medica salvavita, permettendo l’evacuazione medica dei siriani, in particolare i più vulnerabili, come donne e bambini.

Tra maggio e giugno 2016, MSF ha gestito una clinica mobile nel deserto del Berm, per fornire assistenza sanitaria di base e assistenza alla salute riproduttiva. La maggior parte dei pazienti erano donne e bambini sotto i cinque anni. Durante questo periodo, MSF ha visitato 3.501 pazienti, fornito consulenze a 450 donne in gravidanza e assistito un parto. Nel progetto di Ramtha, MSF continua a fornire assistenza chirurgica salvavita e riabilitazione post-operatoria ai siriani feriti in guerra che erano riusciti a passare in Giordania prima della chiusura delle frontiere. Dal mese di settembre 2013, MSF ha visitato più di 2.427 feriti al pronto soccorso dell’ospedale di Ramtha ed eseguito oltre 4.500 interventi chirurgici su pazienti siriani, di cui oltre 800 interventi chirurgici importanti.

Puntiamo al raddoppio delle 3300 visite annuali

Report settimanale dell’account: quaccheri1
Periodo: 21/11/2016 – 27/11/2016
Descrizione del sito: Teologia
URL: www.quaccheri.wordpress.com
Categoria: Cultura & Società/Religione
ShinyStat Rank: 9/50

 

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Pensiero del 30 novembre

30 novembre
Cadono i petali dei fiori quando il frutto comincia a crescere. Così cadono da te le tue debolezze , quando comincia a crescere in te la coscienza di Dio.
Sebbene nel corso di millenni la tenebra abbia riempito lo spazio, esso diviene subito luminoso, col pene trare in esso della luce. Così anche la tua anima: per quanto a lungo essa sia avvolta dalla tenebra, essa si illumina subito, non appena Dio apre in essa i suoi occhi.
Ramakrishma

Happy birthday, Lucy Perkins Carner # quaker

L'immagine può contenere: 1 persona , occhiali e primo piano

Happy birthday, Lucy Perkins Carner (Nov. 30, 1886 – Feb. 20, 1983)! #Quaker. #Pacifist. Civil rights activist. War tax resister. Board member of the American Friends Service Committee (AFSC), the Fellowship of Reconciliation (FOR), the Women’s International League for Peace & Freedom (WILPF), and the War Resisters League. Born in York, Pennsylvania. Died in Philadelphia, Pennsylvania.
~The Mennonite Matriarchal Movement Heroes Series.

Franco Garelli: Piccoli atei crescono

In Italia un terzo dei giovani si dice lontano dalla chiesa cattolica. Intervista al sociologo Franco Garelli

Una recente indagine, coordinata dal professor Franco Garelli dell’Università di Torino, evidenzia che la quota di giovani che si dice lontana da ogni esperienza religiosa è ormai prossima al 30%. Eppure si tratta di persone che spesso hanno ricevuto un’educazione religiosa in famiglia. Ma poi se ne sono allontanate.

Professor Garelli, quali sono i dati più significativi che emergono dalla ricerca sociologica che avete condotto?
Il dato più rilevante che emerge da questo studio recentissimo sui giovani italiani, ci dice che c’è una aumento sensibile di coloro che si definiscono atei o agnostici o indifferenti rispetto alla religione. In Italia questo gruppo sta toccando quasi il 30% dei giovani ed è una cifra rilevante: negli ultimi vent’anni è più che raddoppiata. Quindi c’è un sensibile incremento dei giovani che si definiscono senza cittadinanza religiosa, ritengono di non aver bisogno di un Dio per vivere una vita sensata.

Nella ricerca, che include 150 interviste e 1500 giovani interpellati, voi evidenziate alcuni profili. Fra questi c’è il “giovane secolarizzato”: una persona che ha ricevuto una educazione religiosa in famiglia, ma progressivamente se ne è allontanato. Come mai?
Credo che questi giovani si allontanino per tre motivi fondamentali. Innanzitutto perché hanno vissuto delle esperienze negli ambienti religiosi o ecclesiali non particolarmente significative: interessanti, ma che non sono riuscite a graffiare la loro esperienza, non sono riuscite a lasciare un segno. In secondo luogo credo che nel passaggio dalla adolescenza alla giovinezza, soprattutto sui banchi delle scuole superiori, questi giovani si confrontano con una proposta culturale, con materie e con discipline che possono allontanarli da una prospettiva di fede; vedono che non c’è una corrispondenza tra ciò che è stato loro proposto nella visione del mondo negli ambienti ecclesiali quando erano bambini o ragazzi, e ciò che viene proposto invece come visione del mondo sui banchi della scuola. A volte c’è una visione problematica del ruolo della religione nella storia. E, in terzo luogo, per il fatto che man mano che crescono avvertono che c’è una immagine negativa della chiesa o della religione a livello di opinione pubblica e nel dibattito pubblico. Vengono a conoscenza di aspetti critici: la questione della ricchezza della chiesa cattolica, gli scandali, la pedofilia, gli interessi temporali della chiesa, ma anche la difficoltà, soprattutto in Italia, dell’accettazione del principio della laicità. Tutto questo, inevitabilmente, allontana i più giovani.

Ma c’è anche un’immagine positiva della chiesa: preti e suore che si impegnano in luoghi di frontiera

Un altro profilo interessante che voi delineate, è quello che definite “il convinto”: un giovane che ha ricevuto un orientamento religioso in famiglia e che ha deciso di restare nell’ambito del cosiddetto cattolicesimo impegnato. Però si tratta di una minoranza, il 12 per cento. Che cosa caratterizza queste persone?
Sono figli di famiglie, di genitori per i quali la fede rappresenta un principio di riferimento attivo nella vita, non è solo “tappezzeria”, non è solo un filo della memoria ma è un qualcosa che li lega, che rappresenta per loro un principio vitale. Dall’altro lato si tratta di giovani che hanno vissuto delle esperienze religiose in ambienti, in gruppi, in parrocchie, che sono state per loro interessanti e che li hanno coinvolti. Detto questo non sono dei giovani tutti d’un pezzo da un punto di vista religioso, nel senso che vivono comunque il rapporto con la fede dentro la dinamica di oggi, dentro un’idea di percorso di fede, di una fede legata alla vita, quindi anche con tutti i suoi alti e bassi: la fede per loro è un riferimento, in una vita pure densa di opportunità, di esperienze e anche esposta alla precarietà.

Che cosa si salva della chiesa cattolica? La figura di papa Francesco forse potrebbe in questa fase storica riavvicinare dei pezzi del mondo giovanile alla fede cattolica?
C’era una domanda specifica nella parte qualitativa della ricerca, che diceva: “Che cosa salvi e che cosa rifiuti della chiesa e della religione cattolica in Italia?”. Il rifiuto molto diffuso è di una chiesa centralizzata, di una chiesa istituzione, di una chiesa lontana dalla gente, di una chiesa che alcuni giovani definiscono altrimenti affaccendata rispetto alle questioni più spirituali o rispetto anche alle indicazioni e ai valori del Vangelo.
Ma c’è anche una immagine molto positiva, che i giovani intervistati valorizzano, ed è quella della chiesa impegnata sul territorio, di figure religiose come preti, suore ma anche laici credenti che si impegnano nei luoghi di frontiera, che tengono aperti gli oratori, pure in quartieri anonimi, spersonalizzati, quasi degli avamposti della socializzazione giovanile in contesti difficili.

Quali prospettive vede per il cristianesimo in questa società secolarizzata, in cui sembra che ogni scelta non riesca più essere definitiva, ma solo provvisoria ed esposta al cambiamento?
Credo che la prospettiva sia quella delineata da papa Francesco che, tra l’altro, ha un largo consenso tra i giovani Rispetto ai suoi predecessori, questo papa non parla molto di relativismo culturale, non ritiene che la fede debba essere valorizzata per il ruolo che ha a livello culturale. Invece tende a rivalutare la fede perché la ritiene una risorsa a disposizione degli uomini, utile anche nella modernità avanzata. Quindi non vede il fatto che la modernità avanzata sia la tomba della religione. Non vede dei nemici nelle ideologie del tempo presente perché ritiene che la fede possa essere una chance di significato per l’uomo contemporaneo che vive una condizione di grande incertezza e precarietà. Ne deriva certamente una proposta di fede più vitale, più interessante, anche più controversa, più ambivalente che però rispecchia il vissuto tipico della modernità avanzata che è fluida, dove si è continuamente messi in discussione ogni giorno circa le proprie scelte, dove ognuno deve ridefinirsi in un progetto di vita che è dinamico e non statico. (intervista a cura di Luisa Nitti)

C'è chi cancella il proprio battesimo

C’è chi cancella il proprio battesimo

19 gennaio 2016

Happy birthday, Jemima Wilkinson #quaker

Mennonite Matriarchal Movement Happy birthday, Jemima Wilkinson (Nov. 29, 1752 – July 1, 1819)! #Pacifist. #Feminist. #Abolitionist. Transgender evangelist. Grew up in a strict #Quaker home in Rhode Island. Founder in 1783 of the Society of Universal Friends. Advocate for simplicity in dress and lifestyle. After a near-death experience in 1776, Jemima changed her name […]

via Happy birthday, Jemima Wilkinson #quaker — Quaccheri cristiani ecumenici per fare il bene

Pace in Colombia: il silenzio dei fucili

28.11.2016 Francesco Cecchini
Pace in Colombia: il silenzio dei fucili

Siamo per l’abolizione della guerra, non vogliamo la guerra.

Mao Tse-tung

Le FARC-EP e il governo colombiano di Juan Manuel Santos hanno avviato negoziati e raggiunto accordi perché la soluzione militari, la guerra, erano impossibili. FARC-EP e governo colombiano sono, ora, per l’abolizione della guerra, non vogliono più la guerra.

 Le FARC-EP e il governo colombiano hanno firmato il 24 novembre nel Teatro Colón di Bogotá l’Accordo Finale per porre fine al conflitto armato e la costruzione di una pace stabile e duratura. L’ Accordo sarà discusso nel Congresso il 30 novembre. L’articolo 3 della costituzione colombina  fa obbligo al governo di presentare gli atti di politica pubblica al vaglio del Congresso. E gli accordi di pace sono un atto di politica pubblica. Dunque nessun’altra consultazione popolare, come avrebbero preteso gli oppositori. Santos conta su una maggioranza trasversale riunita in un fronte di partiti favorevoli alla la pace che dovrebbe ratificare la nuova intesa, in tempi brevi. Alla discussione saranno invitati esponenti politici per il NO e per il SI alla pace. L’approvazione permetterà di realizzare l’Accordo Definitivo per la pace.

 “El Silencio de los Fusiles”, Il Silenzio dei Fucili, è il primo documentario colombiano sul processo di pace.

https://vimeo.com/192151228

Va però affermato, con forza, che la pace è molto di più che il silenzio dei fucili.

ACCORDO FINALE

Il nuovo accordo, frutto di 41 giorni di rinegoziati è un documento di 310 pagine, 13 in più del precedente, firmato in settembre. L’aumento si deve all’ incorporazione di alcune proposte degli oppositori vincitori del referendum del 2 ottobre.

Approccio di genere

Correzione influenzata dalla conservatrice Chiesa evangelica che dall’inizio si oppose ai negoziati di pace dell’Avana perché colpivano principi evangelici come l’intagibilità della famiglia. Opportunisticamente si è tenuto conto della forza elettorale della Confederación Evangélica: 10 milioni di fedeli. La Colombia è anche questa. Nell’Accordo Definitivo le menzioni a questioni di genere sono state ridotte da 144 a 55.  Sono state tolte dal testo tutte le frasi che possano minare l’unità della famiglia, cancellato ogni riferimento a gays e così via.

Partecipazione politica

L’ Accordo Finale non specifica l’ammontare del finanziamento che verrà dato alle FARC-EP, trasformate in partito politico.  L’accordo precedente prevedeva un 10% del presupposto che lo Stato prevede per il finanziamento dei partiti politici. Invece alle FARC-EP verrà assegnato un finanziamento medio di quello che hanno ricevuto partiti politici prima degli accordi del 2016. Vengono mantenuti 2 seggi alle FARC, per 2 legislature consecutive all’Accordo Finale, nonostante la forte opposizione di Uribe e dell’uribismo.

Costituzionalità

Il testo dell’Accordo Finale non farà parte della costituzione. Vi sarà solo l’affermazione che le istituzioni e le autorità statali devono rispettare l’Accordo Finale.

 

Restrizione della libertà, incarcerazione

Mentre Uribe e l’uribismo proponevano prigione per determinati guerriglieri il testo accordato stabilisce che il Tribunal para la Paz fissi orari e spazi, che non sono prigioni, dove i condannati  devono scontare la pena. Inoltre vengono definiti i luoghi dove i condannati devono risiedere dopo l’orario di detenzione.

Giurisdizione speciale per la pace

L’opposizione ha ottenuto che i giudici del Tribunal para la Paz siano colombiani e non stranieri. Il Tribunal para la Paz durerà 10 anni con possibile proroga di altri 5.  Solamente durante i primi 2 anni il Tribunale potrà ricevere richieste di investigazioni, con un’eventuale proroga di un anno.

Narcotraffico

L’Accordo Definitivo stabilisce che caso per caso si stabilisca se il delitto di narcotraffico è connesso alla guerriglia.

ASPETTI POSITIVI DELL’ACCORDO FINALE

Uno fra i tanti. Con l’approvazione dell’Accordo Finale il ruolo dell’ONU nel controllare l’attuazione di tutti punti dell’Accordo diventa operativo, quindi la realizzazione della pace diventa effettiva. Devono, però, essere presi in considerazione i limiti dell’Accordo Definitivo, i potenziali rischi.

LIMITI DELL’ACCORDO DEFINITIVO

 

Opposizione di Uribe

Uribe e l’uribismo sono nemici della pace. Il loro obiettivo strategico è la distruzione politica di una guerriglia, le FARC-EP, che ha raggiunto un accordo definitivo con il governo; quello tattico è di alzare il tiro a ogni passo.

Dopo la firma dell’Accordo Definitivo, Álvaro Uribe e suoi seguaci si sono riuniti per più di 7 ore con il governo colombiano, affermando essenzialmente che il nuovo patto è un semplice ritocco di quello bocciato il 2 ottobre scorso. 10 riunioni precedenti tra uribisti e governo sono stati, secondo gli uribisti, inutili. Il governo ha invece affermato che la maggior parte dei temi proposti sono stati incorporati nel nuovo patto. Si è arrivato a prospettare da parte di Uribe un nuovo referendum o un negoziato diretto con le FARC-EP. La risposta del governo, sicuro della maggioranza in parlamento, è stata contundente: l’Accordo Finale non si modifica. Comunque è evidente che le due posizioni sono inconciliabili e che in questa situazione si sta assistendo a un rispuntare del para militarismo.

Para militarismo, una guerra senza fine

Un rapporto del Centro Nacional de Memoria Histórica (CNMH) ha rivelato che tra il 1970 e il 2015 si sono registrate in Colombia 60.630 sparizioni forzate di campesinos, operai, dirigenti sociali. I responsabili furono, nella maggior parte dei casi, i paramilitari. Nel caso di falsos positivos, invece, il responsabile fu l’esercito. All’inizio degli anni 90 vi è stata la creazione di forze paramilitari di destra, in particolare le Autodefensas Unidas de Colombia (AUC). Il loro obiettivo era combattere le guerriglie ma hanno provocato numerosi omicidi politici di persone che disturbavano l’oligarchia. Paramilitari e forze liberiste sono andate, quindi, a braccetto. Forze paramilitari consistenti esistono ancora, vedere lo sciopero armato, paro armado, delle Autodefensas Gaitanistas de Colombia,  dalla mezzanotte del 31 marzo a quella del 1 aprile 2016.  La ONG Somos defensores denuncia più di 15 assassinii di dirigenti politici e sociali nei primi 3 mesi del 2016, la Unión Patriótica (UP) almeno 30. Gli assassinii continuano fino ai giorni nostri, anche se ancora non vi è una contabilità precisa. Quello che è chiaro è che i negoziati e gli accordi tra FARC-EP e governo hanno fatto rispuntare in forza alcune formazioni paramilitari.

Opposizione interna delle FARC-EP e dubbi

Non tutti nelle FARC-EP sono d’accordo a deporre le armi. Il Frente Primero, Armando Riós, che ha circa 200 guerriglieri e opera nelle province di  Guaviare, Vichada y Vaupés, nella Colombia orientale, con il suo comandante, che partecipò anche ai colloqui dell’Avana, ha espresso un disaccordo totale e chiaro. Ma vi sono dubbi sia alla base sia tra alcuni dirigenti e simpatizzanti. Significative sono   dichiarazioni di fine settembre riportate da La Haine di  Miguel Urbano Rodrigues, persona vicina alle FARC-EP, conobbe e intervistò anche Marulanda, che non esprimono ottimismo, ma sottolineano che all’orizzonte vi è anche incertezza. Queste dichiarazioni sono ancora attuali.   La fine del conflitto armato (52 anni di guerra) è una realtà, benché la cosiddetta riconciliazione nazionale è per il momento impossibile. Le FARC- EP sono state una guerriglia gloriosa. Con l’eccezione di quella vietnamita non si incontra un precedente simile al suo nella lotta rivoluzionaria per la libertà, l’indipendenza e la fine dello sfruttamento dei popoli. Ora con il strutturarsi in organizzazione politica, Movimento di Movimenti, come ha dichiarato Timoshenko, va incontro a un futuro irto di problemi: i paramilitari non hanno deposto le armi, continuano a essere uccisi, anche recentemente, dirigenti di comunità sociali, la Colombia è un paese con forti diseguaglianza e dominato da un oligarchia, il cui potere si basa su queste diseguaglianze.

Le FARC-EP, ora Movimento di Movimenti, sapranno contribuire a cambio politico, economico, sociale e culturale se sapranno tradurre con forza, nel contesto colombiano attuale gli obiettivi che si erano date 52 anni fa, quando, fondate da Marulanda, Tiro Fijo, presero le armi.

ELN (Ejército de Liberación Nacional)

Il 27 ottobre scorso era programmato il primo incontro a Quito tra ELN e governo colombiano con un agenda di dialogo e negoziazione definita lo scorso 30 marzo in 6 punti. Partecipazione della società nella costruzione della pace, trasformazione per la pace, democrazia della pace, vittime, fine del conflitto, messa in pratica degli accordi e controlli. Prima del 27 ottobre era stato accordato la liberazione di due ostaggi da parte dell’ELN e un’amnistia da parte del governo. Il 27 ottobre il governo colombiano ha sospeso con decisione unilaterale il tavolo delle trattative. Non vi sono informazioni chiare in merito agli sviluppi di questa vicenda; è chiaro, invece, che senza un accordo con la seconda guerriglia del paese non vi sarà pace in Colombia.


PROSPETTIVE

La proposta di Timoshenko, leader delle FARC-EP, di formazione di un governo di transizione, di unità nazionale con propositi, se accettata, può costituire una prospettiva reale di realizzazione della pace, del superamento degli ostacoli, potenziali rischi, e anche dell’inizio di un cambio politico e sociale in Colombia.

Pensiero del 29 settembre

29 novembre

Cielo e terra sono grandi , ma hanno colore , forma , numero e gramdezza. Nell’uomo non c’è nulla che non abbia colore, forma, numero , grandezza , e questo contiene in sé qualcosa di razionale.

Di conseguenza, se il mondo non fosse di per sé animato , sarebbe animato dalla ragione umana. Ma il mondo è infinito , la ragione umana invece è limitata e per questo la ragione umana non può essere la ragione del mondo intero. Da questo risulta che il mondo deve essere animato da una ragione , e questa ragione deve essere infinita.

Confucio

Referendum: stabilità del Governo o della Costituzione?

28.11.2016 Rocco Artifoni
Referendum: stabilità del Governo o della Costituzione?
(Foto di Investire Oggi)

La stabilità del Governo: sembra essere diventato questo il principale obiettivo di molti che invitano a votare Sì al prossimo referendum costituzionale. Non si può votare No – dicono – perché potrebbe cadere il Governo e addirittura si rischiano le elezioni anticipate nel 2017. Anzitutto va detto che comunque nel 2018 la legislatura arriverà alla sua fine “naturale” (5 anni) e l’anticipo di un anno non può rappresentare un grave problema (ad esempio negli Usa il Presidente ha un mandato di 4 anni). In secondo luogo, paradossalmente è con la vittoria dei Sì che probabilmente la legislatura (e quindi anche il Governo) terminerebbe anzitempo, perché – con la conferma della riforma costituzionale – l’attuale Senato di fatto sarebbe delegittimato, rischiando di trascinarsi inutilmente per un anno in attesa della sua fine definitiva.

Occorre inoltre ricordare che in teoria la sorte del Governo non dovrebbe essere connessa con l’esito del referendum per l’eventuale revisione costituzionale. In realtà il nesso è evidente, ma soltanto per scelta del Governo e in particolare dell’attuale Presidente del Consiglio dei Ministri, che ha deciso di legare il proprio futuro alla riforma della Costituzione. Pertanto, a mettere a rischio la governabilità è stato proprio il Governo, sebbene avesse potuto evitarlo. Quando si gioca d’azzardo, puntando tutto su un risultato, c’è anche il rischio di perdere tutto. Di conseguenza, viene da chiedersi per quale ragione si dovrebbe votare per salvare un Governo che in modo irresponsabile considera la governabilità una carta che si può giocare al tavolo delle scommesse politiche.

Detto questo, c’è un’altra più grave incongruenza che va segnalata. Chi oggi sceglie il Sì per dare continuità al Governo, è pronto a sacrificare la stabilità costituzionale senza battere ciglio. Tutti dovrebbero sapere che la Costituzione non ha una data di scadenza: si può aggiornare, ma non è un obbligo farlo. Le regole del gioco devono tendere alla stabilità, affinché i giocatori possano esprimersi il meglio, proprio perché sono ben conosciute e possono essere rispettate. Il Governo è soltanto un giocatore, comunque destinato ad essere sostituito dopo qualche anno, dentro il complesso gioco della democrazia.

È davvero assurdo che per prolungare di qualche mese la presenza in campo di un giocatore si sia disposti a cambiare le regole del gioco, come se questa fosse semplicemente un’altra partita da giocare. Significa non aver capito nulla di che cos’è una Costituzione e a che cosa serve. Le regole del gioco si possono anche cambiare, ma lo si dovrebbe fare con il consenso di tutti i giocatori e possibilmente quando la partita non è in corso. Invece, per portare a casa un risultato favorevole (la salvezza del Governo Renzi), si è disposti a forzare la mano per una riforma nella quale comunque non si riconoscerebbe circa la metà dei cittadini.

Quando le regole del gioco vengono imposte da una parte e subite dalle altre parti, anziché essere accettate e condivise, si rischia di creare il massimo di instabilità possibile, perché si divide il Paese sulla Carta che dovrebbe essere comune. Se il terreno su cui si dovrebbe fondare la convivenza è soggetto a consistenti revisioni, anche la governabilità né risentirà fortemente. Purtroppo viviamo in un ambiente ad elevato rischio sismico. Questo vale anche per le istituzioni. Ma per salvare la casa per primo cittadino non possiamo mettere a rischio tutto il paese. Il primo cittadino è al servizio del paese, mentre il contrario non è nello spirito della Costituzione.