Un opuscolo elettronico per te

Grazie alla collaborazione dei psicologi Dr. Paolo Rigliano e Dr. Enrico Maria Ragaglia i quaccheri distribuiranno gratis a tutti quelli che ne fanno richiesta sabato prossimo in occasione del Meeting sulle adozioni lesbiche e gay un dossier scientifico di 48 pagine unico in Italia, basta farne richiesta specificando se si gradite il formato pdf o word e la e.mail di destinazione.

Ecco l’indice sintetico del libretto elettronico:

I. IDENTITÀ SESSUALI E GENDER
II. MASCHI E FEMMINE: LA DIFFERENZA BIOLOGICA
III. DAL MASCHIO ALL’UOMO, DALLA FEMMINA ALLA DONNA
IV. LA GALASSIA TRANS-GENDER
NOTE BIBLIOGRAFICHE

Vi chiediamo di darne massima diffusione gratuita.

maurizio_benazzi@libero.it

Il dramma di Dio

Il dramma di Dio
Disastri naturali: in ogni longitudine e latitudine geografica e in tutti i tempi storici, prima e dopo Cristo. Anche nel “paradiso” sovietico….

Le catastrofi naturali scuotono la coscienza dei credenti. Di fronte al dolore delle vittime, i teologi cercano delle risposte. Perché Dio permette il Male?

“Dov’eri, Dio?“, hanno scritto a lettere cubitali alcuni giornali tedeschi, mettendo questo titolo accanto alle foto di bambini rimasti uccisi dall’ultima catastrofe naturale. “Perché Dio permette che accadano cose simili?”, si chiedono i credenti e anche i non credenti. Fin dall’antichità filosofi e teologi hanno cercato di dare risposta a questi e altri simili interrogativi. E proprio le grandi catastrofi hanno sempre di nuovo messo in dubbio la fede in un Dio onnipotente e buono.
“Capisco che la gente, di fronte ad avvenimenti tanto terribili, può essere colta dal dubbio, può addirittura essere disperata”, ha affermato il vescovo luterano Wolfgang Huber, presidente della Chiesa evangelica tedesca, in una meditazione pronunciata all’epoca dello Tzunami. La terribile forza della natura scatenata non ha tuttavia fatto crollare l’onnipotenza di Dio, ha aggiunto Huber, ma ha invece scosso radicalmente l’illusione di onnipotenza dell’essere umano moderno. Dire che Dio è onnipotente non significa dire che Dio impedisce ogni male, ha detto ancora Huber. L’onnipotenza di Dio si manifesta piuttosto “nell’amore con cui Dio si volge verso di noi, affinché anche di fronte al male noi possiamo trovare un sostegno sicuro“. Quel vescovo ha detto di credere che Dio vuole la vita, e non la morte. “Di fronte a tanta sofferenza”, ha concluso Huber, “non conosco nessun altro rifugio e nessuna altra consolazione all’infuori dell’amore di Dio”. Parole impregnate di speranza ma che chiedono di fatto il cosiddetto salto teologico. Diciamo che non è da tutti. Ma preferisco prendere le distanze dalle teorie che immaginano la mano umana (o meglio politica) dietro questi fenomeni. Ho ricevuto una corrispondenza inquietante ieri, in riferimento al caso Turchia, dal tenore “c’è stata un’impennata pazzesca (i grafici che si trovano in rete sono impressionanti) di terremoti oltre i 7 punti di magnitudo, quasi tutti con epicentro a 10 km sottoterra… fenomeni e statistiche del tutto innaturali…” C’è chi sbaglia a volte gruppo: forse preferirebbe che mi avventurassi anziché in un salmo sufi, in tesi antiscientifiche e non confermate: mi piacerebbe prestare un volume immenso che possiedo, pubblicato decenni fa, su qualsiasi genere di disastro naturale occorso ad ogni longitudine e latitudine geografica oltre che in ogni tempo storico. Compreso quello del “paradiso” in terra. Come dire non ci sono solo gli scribacchini della rete che fanno la storia o la scienza. Col logo di Facebook.

Già il filosofo greco Epicuro (341-270 a.C.) cercò di conciliare il concetto dell’onnipotenza e della bontà di Dio con l’esistenza del male e del dolore. Secoli più tardi sembrò che Gottfried Wilhelm Leibniz (1646-1716), nel suo celebre “Saggio sulla teodicea“ (1710), avesse trovato una risposta convincente e valida al problema: il mondo, creato da Dio, è “il migliore dei mondi possibili”, ma non è un mondo perfetto, perché la perfezione spetta a Dio soltanto. Dato che l’essere umano è imperfetto ed è un essere attivo e libero, il dolore e il peccato trovano posto nel mondo, senza che ciò comporti tuttavia una negazione dell’onnipotenza di Dio.
Quella di Leibniz era una spiegazione ottimistica, che venne radicalmente messa in crisi, poco dopo essere stata formulata, dal terremoto di Lisbona del 1755. La distruzione della metropoli commerciale provocò la morte 30’000 persone e sollevò nuovi dubbi sulla bontà e l’onnipotenza di Dio. Si cominciò allora a negare l’esistenza stessa di Dio. Il problema della teodicea – cioè della giustizia di Dio, e della giustificazione di Dio di fronte al male e al dolore dell’umanità – divenne uno dei principali argomenti su cui si basò l’ateismo.

Anche il teologo evangelico di Amburgo, Fulbert Steffensky, sostiene che catastrofi come quella che ha colpito il sudest asiatico nel 2005 possano condurre ad un allontanamento da Dio. Da un lato, “Dio ci rende difficile il pregare“, ha affermato. Dall’altro, ha aggiunto, “nessuno ha mai detto che pregare fosse un esercizio facile”. La protesta contro Dio “può essere giustificata”, ha detto ancora Steffensky, “come del resto ci insegnano molti Salmi della Bibbia”. E non bisogna dimenticare che proprio le persone colpite dal lutto, le persone vittime del dolore, cercano rifugio nella preghiera. “Non dovremmo dimenticare di ascoltare la loro voce“, ha concluso Steffensky.
Per un altro teologo evangelico tedesco, Hans-Martin Gutmann, è proprio in Gesù Cristo che noi vediamo come Dio si manifesti là dove c’è tristezza e abbandono: “Dio è diventato uomo per amore degli esseri umani, e così facendo ha rinunciato al suo potere”. Il Dio cristiano non ha, se così si può dire, “tutto sotto controllo”. Nella vita e nella morte di Gesù è divenuto evidente che Dio soffre insieme alle sue creature. Perciò, ha sostenuto Gutmann, ora c’è una domanda che è più urgente del “perché”, ed è la questione del come rendere giustizia alle vittime della catastrofe.
Anche altri teologi sono intervenuti ammettendo che le calamità naturali mettono a dura prova la fede. L’arcivescovo di Canterbury, Rowan Williams, ha messo in guardia i teologi anglicano dall’offendere la sensibilità dei fedeli proclamando con leggerezza complesse spiegazioni teologiche. “Il fatto sorprendente e singolare è che la fede ha superato, più volte nel passato, innumerevoli simili prove“, ha detto l’arcivescovo.
E il vescovo luterano dello Schleswig, Hans Christian Knuth, ha sostenuto che tutti i tentativi di dare una spiegazione non possono fare a meno di riconoscere la precarietà e la fragilità della vita umana. “Ciò che rimane è l’aiuto concreto da dare alle vittime, la preghiera e la nostra fede”. Anche le vittime della catastrofe, ha aggiunto Knuth, non sono state abbandonate da Dio.

Proponi a maurizio_benazzi@libero.it il tema del meeting quacchero di novembre su una tematica che ti sta a cuore come cristiana/o anticonformista. Questo è il sacerdozio universale dei credenti. Un’assemblea degli Amici di Gesù. Non altro

La Verità è Dio

Noi cristiani crediamo in un Dio vivente, Gesù risorto, e non in un papa di carta o di carne: La Sua libertà è di operare la sua azione liberamente dalle convenzioni, usi., riti umani. Questa è la sovranità dello Spirito Santo. Tutte le regole umane rispetto ad essa sono relative.
Dio è solo l’Altissimo e l’Eterno e continua a parlare anche oggi anche senza avvalersi di un Libro: questo sappiamo e riconosciamo come Verità come quaccheri cristiani.
Scusate se per noi non è solo una fede vivente ma un Dio vivente anche oggi!

La confessione non è un sacramento

Dai tempi di Lutero la Riforma ha abolito come Sacramento la confessione auricolare al sacerdote e al prete ritenendola contraria agli usi della chiesa degli apostoli: si sa per certo che la confessione del peccato era semmai pubblica talvolta nell’assemblea del credenti. Noi quaccheri riteniamo che in realtà tutti i sacramenti compresi quelli dei protestanti: Santa cena (eucarestia per i cattolici) e battesimo siano solo delle interpretazioni delle Scritture. L’unico sacramento che si riceve personalmente da Dio tramite lo Spirito Santo come dono del credente verace e autentico è il battesimo dello Spirito Santo.
Poniamo lo Spirito Santo sopra tutti e tutto, compreso la Bibbia che è solo sussidiaria della Fede cristiana. E’ Dio che sceglie i suoi e non in base a indicazione delle Chiese che rimangono solo una delle portavoci del suo Annuncio. Fra le altre voci anche individuali e di gruppo.
Rimangono nel rapporto diretto con Dio, dunque con Gesù il Risorto, l’esame di coscienza individuale, il pentimento o chiamato dolori dei peccati per il peccato di trasgressione ai 10 comandamenti dati da Dio sul Monte Sinai (e non quelli modificati dalla dottrina papale), la confessione solo a Dio del peccato anche di omissione della Carità e il proponimento di miglioramento grazie anche all’aiuto dello Spirito Santo. La soddisfazione non è data da nessun prete e nessuna chiesa esistente, nemmeno quella quacchera ma solo all’Eterno per l’unica intermediazione possibile di Gesù Cristo e non di altri. Come attestato dalle Scritture. Non quindi Santi, la Madonna, gli angeli. Solo la preghiera del cuore ci apre la porta della Misericordia del Padre tramite il Figlio.
Il resto sono solo inutili precetti e invenzioni umane. Contrarie alla Bibbia stessa.

I centri di identificazione ed espulsione vanno chiusi e basta

Buon sabato alla Ragaz pieno di Spirito: I centri di identificazione ed espulsione vanno chiusi e basta
 
Internazionale del 20 ottobre 2015 per la politica internazionale del Sabato alla Ragaz di oggi
 
I centri di identificazione ed espulsione vanno chiusi e basta
 
Francesca Spinelli, giornalista e traduttrice
 
 
 
Il primo centro di identificazione ed espulsione (Cie) del Belgio aprì nel 1988, dentro l’aeroporto Bruxelles-National, per smistare i richiedenti asilo veri da quelli “finti”. Le autorità belghe si erano infatti accorte che, da quando il canale dell’immigrazione economica era stato ufficialmente chiuso nel 1974, molti stranieri si presentavano alla frontiera come richiedenti asilo, nel tentativo di entrare in territorio belga.
 
Quella struttura teoricamente temporanea – un prefabbricato rimasto operativo per più di vent’anni – aveva esattamente la stessa funzione degli attuali hotspot, che sono un filtro alla frontiera per trattenere, identificare e rimpatriare chi non può accedere al territorio europeo.
 
Negli anni i Cie si sono moltiplicati in Belgio e negli altri stati europei, sempre con lo stesso obiettivo, ma senza limitarsi alle persone appena arrivate alle frontiere esterne dell’Unione. Nei centri di detenzione per stranieri finiscono uomini, donne e minori che vivono nell’Unione europea da mesi, anni, a volte decenni.
 
I Cie contribuiscono alla ‘messa in scena del potere dello stato’
 
E se fino a poco tempo fa la gestione di questi centri, come altri aspetti delle politiche migratorie europee, era di competenza in gran parte nazionale, la Commissione è ora decisa a rafforzare il suo controllo sulle procedure di trattenimento, identificazione ed espulsione di quelli che chiama “migranti irregolari”. Parlare di Cie prescindendo dalla dimensione europea della questione è ormai completamente fuorviante.
 
Simbolo efficace
 
Anche volendo denunciare la situazione in un solo paese, c’è un argomento che non andrebbe mai usato: quello dell’inutilità dei Cie. In un recente articolo pubblicato sul manifesto, Luigi Manconi e Valentina Brinis scrivono: “I costi umani ed eco¬no¬mici che la per¬ma¬nenza nei Cie com¬porta sono ormai troppo alti se con¬fron-tati con il numero di rim¬pa¬tri effet¬ti¬va¬mente rea¬liz¬zati. Ancora oggi, appena il 50 per cento dei trattenuti viene ripor¬tato nel paese di ori¬gine. Un mezzo fal¬li¬mento pro¬prio rispetto allo scopo per il quale quei luo¬ghi orri¬bili sono stati creati”.
 
Se si esclude la parola “orribili”, questo passaggio potrebbe essere tratto da un documento della Commissione europea, che è infatti la prima a voler aumentare il tasso di detenuti rimpatriati. Più che un fallimento, il fatto che oggi “appena il 50 per cento dei trat¬te¬nuti” sia espulso è il segno che il peggio deve ancora venire.
 
Sul piano simbolico, poi, i Cie sono estremamente efficaci, e lo sono stati fin dall’inizio (non mi soffermerò qui sugli interessi economici legati alla detenzione amministrativa degli stranieri, interessi già considerevoli nei paesi dove il settore è stato privatizzato).
 
L’obiettivo non è ottenere dei Cie vivibili, ma contestarne l’esistenza
 
La loro semplice esistenza, il loro rappresentare fisicamente, più di ogni altra cosa, la criminalizzazione di una fetta della popolazione straniera in Europa, è un successo. I Cie trattengono e rimpatriano solo una piccola parte delle persone sprovviste di un titolo di soggiorno valido, ma a tutte ricordano la loro condizione di clandestinità. Contribuiscono alla “messa in scena del potere dello stato”, per riprendere un’espressione usata dai ricercatori Grégoire Cousin e Olivier Legros in uno studio sullo sgomberi dei campi rom in Francia.
 
È esclusa una terza possibilità
 
In questo senso i centri di detenzione per stranieri, come i controlli alle frontiere, funzionano, anche se la metà dei detenuti non è rimpatriata, anche se centinaia di migliaia di persone aggirano quei controlli. Discriminano, separano, spaventano, a volte uccidono, in nome di un principio burocratico-manicheo: “Qualunque cittadino di uno stato terzo fisicamente presente sul territorio di uno stato membro dell’Ue vi risiede legalmente o illegalmente. Non esiste una terza possibilità” (dal Manuale sul rimpatrio che la Commissione ha elaborato a uso degli stati membri).
 
Nel loro articolo Manconi e Brinis parlano delle persone “inespellibili”, cittadini di paesi terzi che non possono essere rimpatriati nel loro paese di origine e che nonostante questo si trovano dietro le sbarre di un Cie. È una distinzione accettabile da parte di un avvocato, che vuole ottenere la liberazione del proprio cliente. Non lo è se si sta cercando di dimostrare che i Cie vanno chiusi. Nessun essere umano può essere privato della sua libertà a causa di un pezzo di carta: se siamo d’accordo su questo, non ci sono distinzioni né ragionamenti su costi ed efficacia che tengano.
 
Non è neanche accettabile difendere le “misure alternative al trattenimento e altre forme di rimpatrio”, a meno di voler aiutare governi e istituzioni a promuovere le loro variazioni sul tema dell’esclusione dello straniero. Le misure alternative di detenzione sono una forma di detenzione, il rimpatrio volontario lo è per modo di dire, poiché le persone non possono declinare l’offerta e rimanere in Europa.
 
Sui Cie c’è “ancora molto da fare”, osservano Manconi e Brinis. È vero, e non è sempre facile portare avanti il lavoro di denuncia muovendosi tra il piano generale e quello dei casi individuali, degli abusi, degli scandali. Ma non si può dimenticare che l’obiettivo non è ottenere dei Cie vivibili ed economici né sottolinearne l’inefficacia. L’obiettivo è contestare l’esistenza stessa di questi luoghi, smascherando la violenza del sistema che li ha originati.

Un consiglio di lettura

Agile libretto di 88 pagine di Stefano Villani edito da Sellerio di Palermo nel 2001 (acquistabile anche su www.IBS.it ) e che ha per titolo “Il calzolaio quacchero e il finto cadì”. Si ricostruisce la storia di George Robinson, quacchero inglese, che nel 1657 partì alla volta di Gerusalemme “per predicare ai turchi e ai papisti”. Il suo viaggio fu tempestato di disagi dal momento che il suo modo di vivere la fede cristiana – da quacchero, appunto, quindi riconoscendo importanza normativa alla luce interiore e non già ad agenti esterni di qualunque natura (compresa la chiesa o le Scritture che sono sempre secondarie) – creò imbarazzo in tutti quelli che incontrava (in Italia, a Malta, a Gerusalemme). I frati di Gerusalemme, però, non sapendo come sbarazzarsene inscenarono un inganno: travestirono da cadì (cioè da magistrato della amministrazione islamica, preposto alla giustizia e investito anche di autorità religiosa) un servo arabo del convento e fecero rimpatriare George Robinson.

Col suo ritorno a Londra ebbe occasione di riflettere a lungo sui personaggi inquietanti incontrati e scrivere la sua relazione che andava ben oltre i patimenti durante il viaggio.

Un testo interessante che da un lato pone l’accento sullo zelo di un rappresentante di un credo “minoritario” e, dall’altro, mette in luce il potere della chiesa “di maggioranza” che riduce al silenzio chi ha idee diverse.

Ovviamente la storia oggi si potrebbe modificare rispetto al medioevo ma di certo non la sostanza degli eventi: gli incontri del quacchero con un sufi o un’autorità islamica potrebbero avvenire anche senza le sue paure latenti, ma rimarrebbe  l’inganno di chi autoproclama pacifista nonviolento e accetta – anche dai suoi superiori – la benedizione di navi da guerra, caserme, missioni armate “di pace” nel mondo.  Le mura di un convento non lo proteggono dalla Verità. E i capitoli dei frati sono sempre più sotto il controllo stretto vescovile se non di Roma stessa.

Chi è l’autore?

Villani è nato a Genova nel 1968, laureato in Filosofia, ha successivamente ottenuto il dottorato in Storia alla Normale di Pisa. Prima come ricercatore e poi come professore ha partecipato a numerosi progetti con diverse Istituzioni (Folger Shakespeare Library, Accademia dei Lincei – British Academy, Catholic Record Society, Italienisch Deutsches Historisches Institut dell’ Istituto Trentino di Cultura a Trento, Fondazione Cini di Venezia). Ha lavorato nelle missioni quacchere del mediterraneo e a scritti diversi libri: Tremolanti e papisti (1996); Il calzolaio quacchero e il finto cadì (2001); A True Account of the Great Tryals and Cruel Sufferings Undergone by Those Two Faithful Servants of God, Katherine Evans and Sarah Cheevers. La vicenda di due quacchere prigioniere dell’inquisizione di Malta (2003). Ha contribuito alla traduzione in Italiano del Book of Common Prayer . Collabora in molte iniziative di studio e di ricerca alla Normale di Pisa e presso Enti culturali , istituzionali e universitari londinesi e non.

Paul Tillich: il grande teologo prima e dopo la seconda Guerra Mondiale, il più amato in America

Con un articolo a firma di Filippo Rizzi dal titolo “La voce di Tillich contro Hitler” il quotidiano “Avvenire” dell’altro ieri ha ricordato la figura del teologo protestante tedesco Paul Tillich (1886-1965), esponente del “socialismo religioso”, di cui oggi ricorrono i 50 anni della morte. Come oppositore del nazismo verrà privato della cattedra all’università di Francoforte e dal 1933 comincerà il suo esilio dalla Germania: sarà costretto a riparare negli Stati Uniti, dove opererà fino alla morte nelle università di Columbia, Harvard e Chicago. «Il suo fu un gesto coraggioso soprattutto perché egli faceva parte del movimento dei “socialisti e religiosi”, che avevano come modelli di riferimento i pastori protestanti svizzeri Leonhard Ragaz ed Hermann Kutter», ha dichiarato al giornalista il pastore valdese Paolo Ricca. Il teologo Tillich, per Rizzi, fu un pensatore capace di stare sul confine dei saperi tra teologia, filosofia e psicologia e di presentarsi quasi sempre come il vero contraltare del pensiero di Karl Barth e del suo “Dio inaccessibile”: «Un pensatore che ha segnato la storia della teologia della seconda metà del Novecento sia in ambito cattolico sia in quello protestante».

Tillich è uno dei più citati autori dalla Casa Bianca e il maggior pensatore protestante moderno nel periodo successivo alla II Guerra Mondiale

Notizia diffusa dai quaccheri http://www.quaccheri.wordpress.com

Abbi il coraggio anche te di intervenire nel Meeting

Messaggio ai partecipanti al meeting sulle adozione a coppie lesbiche e gay: questo è il giorno della Riforma del 31 0ttobre per noi. Anche se siamo nati dopo di essa.
Trova il coraggio di iniziare per partecipare al Meeting mensile: ognuno può portare il dono unico delle esperienze di vita che ha maturato e la capacità di ascolto nella lettura della condivisione per arricchirsi spiritualmente e umanamente.
Noi quaccheri non abbiamo una distinzione fra pastori, preti o addetti al sacro in quanto Amici di Gesù – IO NON VI CHIAMO PIÙ SERVI; PERCHÉ IL SERVO NON SA QUEL CHE FA IL SUO SIGNORE; MA VOI VI HO CHIAMATI AMICI, PERCHÉ VI HO FATTO CONOSCERE TUTTE LE COSE CHE HO UDITE DAL PADRE MIO (GV 15,15) – siamo chiamati a condividere Dio nel nostro cuore con gli altri. Senza distinzione. Mi adopero col Lessico Cristiano a far crescere nella sapienza biblica neotestamentaria ma poi lo Spirito Santo soffia dove vuole. E ciascuno e tutti ne sono testimoni. Non esiste una gerarchia o una funzione per capire la volontà del Dio vivente. E’ solo il tuo cuore e non una chiesa che lo stabilisce. Ecco perchè leggiamo con gioia la Lettera ai Romani 5,5:
“Ora la speranza non delude, perché l’amore di Dio è stato sparso nei nostri cuori mediante lo Spirito Santo che ci è stato dato.”
Non sei ad una Messa cattolica o ad un culto protestante nel meeting: partecipa dopo il silenzio meditativo e ispirativo, prepara se gradisci un intervento da condividere col tuo prossimo.
Questa è la fede profonda e viva. Non riti precostituiti dalle forme.
Il nostro unico sacramento è la condivisione di questa esperienza spirituale